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NEWS | PAN Parco Amphitheatrum Naturae, a Milano in mostra i primi reperti

In occasione della manifestazione Museocity, che si è tenuta a Milano il 4/5/6 marzo scorso, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano ha aperto al pubblico la mostra “PAN Parco Amphitheatrum Naturae. L’anfiteatro di Mediolanum: lavori in corso. I primi reperti dagli scavi archeologici”.

©PAN Parco Amphitheatrum Naturae

Il progetto PAN

Lo scopo del progetto è quello di dare vita al più esteso parco archeologico della città metropolitana di Milano. I lavori, in accordo con il Comune di Milano, sono finanziati dal MiC, il Ministero della Cultura, insieme ai contributi di sponsor privati, tra cui TMC pubblicità, Prelios, Italia Nostra e Unipol Assicurazioni.

L’anfiteatro, secondo il progetto dell’architetto Attilio Stocchi, verrà ricostruito in bassorilievo rispettando la pianta dell’antica arena, avrà all’interno un viridiarum con 1.700 mq di siepi di bosso, ligustro e mirto, posto tra sculture e uccelli associati alla tradizione romana.

Il progetto di scavo ha rivelato interi settori delle fondazioni dell’anfiteatro. Gli archeologi, infatti, hanno riportato alla luce le gallerie sotterranee dell’anfiteatro di Mediolanum, lunghi tunnel che si sviluppavano sotto il piano dell’arena facilitando l’organizzazione dei giochi. Queste scoperte hanno permesso di conoscere (e dunque ricostruire) nuovi elementi della complessa struttura di uno tra i più imponenti monumenti da spettacolo costruiti in età romana. 

Per quanto riguarda i manufatti ceramici, è stato rinvenuto un ricco deposito di ceramiche di tradizione celtica databile al IV secolo a.C.

L’anfiteatro doveva dare il benvenuto all’antico insediamento celtico di Medhelan, conquistato dai romani nel 222 a.C.

Secondo gli archeologi è una possibile testimonianza della presenza, nel contesto di scavo, di un’area sacra più antica dell’insediamento di età età romana. 

©PAN Parco Amphitheatrum Naturae

Reperti in mostra

L’esposizione si concentra su di una prima selezione di reperti tra quelli recuperati nel corso delle indagini archeologiche propedeutiche alla realizzazione del Progetto PAN (Parco Amphitheatrum Naturae) tra il 2019 e il 2021. 

Nella mostra, allestita presso l’Antiquarium “Alda Levi”, troviamo alcune ceramiche di tradizione celtica ed oggetti d’uso quotidiano. È possibile ammirare frammenti della decorazione architettonica e scultorea dell’anfiteatro scampati allo spoglio sistematico del monumento fin dall’età antica.

L’esposizione costituisce la prima occasione per poter osservare questi reperti aggiungendo nuovi tasselli per la ricostruzione della storia di Mediolanum. Per ragioni di sicurezza, legate ai lavori attualmente in corso presso il cantiere, non è previsto al momento l’accesso agli scavi.

La mostra invece resterà aperta dal 4 marzo al 31 dicembre di quest’anno, visionabile dal martedì al sabato tra le ore 10.00 e le 15.00.

L’ingresso è gratuito ma è necessaria la prenotazione.

Per maggiori informazioni è possibile contattare la Segreteria organizzativa.

Locandina ©PAN Parco Amphitheatrum Naturae
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UCRAINA | Zelensky non cede agli ultimatum russi

Negli ultimi giorni del conflitto, la Russia ha lanciato un ultimatum a tutte le forze militari ucraine affinché lascino Mariupol. Tuttavia la richiesta è stata declinata dall’Ucraina, con lo stesso Zelensky che continua a non cedere alle pretese di Putin.

È con questo clima che i negoziati vanno avanti, portandosi dietro un’ondata di scetticismo. Qui di seguito gli aggiornamenti degli ultimi due giorni di guerra.

 

25° Giorno del conflitto, gli attacchi a Mariupol e l’ultimatum russo

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, si è detto pronto a negoziare con Vladimir Putin. Ha anche detto che, se i tentativi di negoziato dovessero fallire, la lotta tra i due paesi darebbe vita alla “terza guerra mondiale”. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha assicurato che le parti sono vicine ad un accordo: “Certo, non è facile arrivare a un’intesa mentre la guerra è in corso. I civili vengono uccisi, ma vorremmo dire che lo slancio negoziale sta progredendo.”

Intanto non si placano gli attacchi sul territorio ucraino. Le autorità di Mariupol fanno sapere che è stata attaccata una scuola della città con 400 persone al suo interno. La notizia è stata riportata dalla BBC. Il reggimento Azov, inoltre, ha anche fatto sapere che la stessa città è stata colpita da quattro navi della marina russa con armi pesanti: “Il nemico continua a distruggere cinicamente la città ucraina, usando tutto l’arsenale disponibile”. Ha aggiunto il reggimento su Telegram. Infine, i russi hanno lanciato un ultimatum a tutte le formazioni militari ucraine affinché lascino Mariupol entro lunedì, senza armi e munizioni. Lo fanno sapere tramite il capo del centro di controllo della difesa nazionale russo Mikhail Mizintsev, che aggiunge: “La procedura per lasciare la città deve essere effettuata tra le 10 e le 12 di domani (lunedì)”. 

Mariupol, città fra le più bombardate del conflitto

 

26° giorno del conflitto, l’esito degli ultimi negoziati 

Il Kyiv Independent ha scritto che l’Ucraina ha respinto la richiesta della Russia di consegnare Mariupol. La risposta è arrivata dalla vicepremier ucraina Iryna Vereshchuk, che afferma: “La resa non è un’opzione”. Anche lo stesso Zelensky ha specificato che l’Ucraina “non accetta ultimatum dalla Russia”. Intanto ha avuto luogo un altro colloquio tra Russia e Ucraina, che però non è andato a buon fine.

Infatti, Alexander Rodnyansky, consigliere del presidente ucraino Zelensky, ha spiegato che la Russia non è seria nei negoziati, specificando che le trattative mirano a intrappolare l’Occidente nel pensare che ulteriori sanzioni non siano necessarie. Hanno usato questi colloqui come un modo per distrarre l’attenzione da ciò che sta accadendo sul campo di battaglia. Non si cerca la pace e allo stesso tempo si bombardano città su larga scala.

Effettivamente, i bombardamenti continuano, con la capitale Kiev che ha dovuto far fronte a diversi attacchi a edifici residenziali e un centro commerciale. Come se non bastasse, anche la città di Odessa è finita sotto mirino dai russi, venendo attaccato nella sua area portuale da due navi, prontamente allontanate dalle forze armate ucraine.

Alexander Rodnyansky, consigliere di Zelensky, si mostra scettico sui negoziati con la Russia

 

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NEWS | Ritrovato in Antartide il relitto dell’Endurance, la nave dei sogni

È stato ritrovato il relitto dell’Endurance, la nave che alimentò il sogno dell’esploratore antartico britannico, Ernest Shackleton, di attraversare il continente dell’Antartide via mare, nel 1914.

Intrappolata dal pack (ghiaccio marino), tipico del continente antartico, la nave è affondata poco tempo dopo l’inizio del suo viaggio, ma tutti gli uomini dell’equipaggio sono riusciti a salvarsi.

Il ritrovamento ha suscitato grande gioia ed emozione, anche in virtù del perfetto stato di conservazione del relitto.

relitto endurance
L’esploratore britannico Ernest Shackleton
Ritrovamento

Il 9 marzo 2022 è stato ritrovato il relitto dell’Endurance, a una profondità di oltre 3.000 metri, nel Mare di Weddel.

Lo scorso febbraio, l’associazione britannica Falklands Maritime Heritage Trust (FMHT) ha avviato una spedizione, battezzata Endurance22, per ritrovare i resti della nave.

I ricercatori  sono stati aiutati da una rompighiaccio sudafricana (Agulhas II) e da due sommergibili ibridi. I due sommergibili hanno scandagliato il fondale del Mare di Weddell per circa 12 ore al giorno dall’inizio di febbraio, trovando infine Endurance. A quel punto l’equipaggiamento dei sommergibili è stato sostituito con videocamere ad alta risoluzione e altri strumenti per filmare il relitto che ha alimentato i sogni di tanti esploratori, desiderosi di spingersi oltre le loro capacità.

L’operazione, costata 10 milioni di dollari, donati da un anonimo investitore, ha provocato grande gioia ed entusiasmo, anche in virtù del più che buono stato di conservazione dei resti: sulla chiglia è ancora perfettamente leggibile il nome Endurance.

Per visionare il video che testimonia il buono stato di conservazione della nave e per leggere le parole riportate dal canale storico History Hit, su twitter, si invita il lettore a cercare il seguente collegamento: pic.twitter.com/2fhJy2nXHd.

 

Resti dell’Endurance

 

Timone della nave

 

Nome della nave, ancora visibile sulla chiglia

 

La storia della nave

L’Endurance è una delle più celebri navi della storia delle esplorazioni ed è legata alla vicenda dell’esploratore britannico Ernest Shackleton.

 Fu varata in Norvegia il 17 dicembre 1912 dai cantieri navali Framnaes Schypard e il suo nome era quello di Polaris: si trattava di un veliero a 3 alberi, progettato espressamente per le esplorazioni artiche.

Il veliero doveva essere destinato a crociere nel Mar Glaciale Artico da avviare, già, a partire dal 1912. Tuttavia, a causa dell’elevato costo, ci furono dei rallentamenti e dei cambiamenti e, alla fine, la grande opera venne venduta a un esploratore britannico che decise di modificarne anche il nome, che passò da Polaris a Endurance.

L’Endurance, con la guida di Shackleton, avrebbe dovuto attraversare il mare di Weddell, nel 1914, puntando alla baia di Vahsel, da dove una squadra di sei uomini, guidati dallo stesso comandante, avrebbe iniziato la traversata del continente antartico.

Il progetto risultò troppo ambizioso e la spedizione fallì prima ancora di iniziare: i ghiacci del mare di Weddel intrappolarono, ben presto, la nave dando l’avvio a una lunga odissea che sarebbe giunta al termine solo il 21 novembre del 1915, quando la nave affondò, ormai completamente stritolata dal pack.

Nonostante il grande pericolo corso, tutti gli uomini dell’equipaggio riuscirono, fortunatamente, a mettersi in salvo, evitando il tragico destino che toccò alla nave.

L’Endurance in balia del ghiaccio marino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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UCRAINA | Uomini soli al comando: Putin come Hitler?

La storia è piena di uomini soli al comando fin dai tempi della fondazione di Roma. Uomini soli che hanno perseguito un fine, alcuni giusto, altri sbagliato, e che hanno portato alla distruzione e al dolore. Oggi ci sono i social che ci raccontano la guerra, sviscerano motivi e posizioni, ma chi è per la pace non può parteggiare per nessuno degli attori in campo, chi è per la pace deve solo perseguire un fine, la conclusione delle ostilità senza condizioni, a prescindere che il tiranno della situazione si chiami Adolf Hitler o Vladimir Putin

 
Uomini a confronto

Proprio questi sono i personaggi del momento, paragonati a suon di immagini sui social, ma cosa hanno veramente in comune i due personaggi, quali sono le cose che li differenziano in maniera netta ed inequivocabile?

Di sicuro la carriera militare e la gavetta nel sottobosco politico e dei servizi segreti del giovane Adolf assomiglia (ma non troppo) a quella del giovane Putin , cosi come il carisma e la gestualità del corpo. Il fhurer, ovviamente, lo conosciamo durante i suoi discorsi con movimenti coinvolgenti che attiravano l’attenzione e rapivano le emozioni di chi lo ascoltava. Putin, invece, lo vediamo sempre alla scrivania in posizione rilassata, appoggiato alla spalliera come per dire: “sono a casa mia” , uno sguardo fulminante che intimorisce i funzionari e li porta a dire ciò che lui vuole che si dica.

uomini soli

 

Ma la domanda è: perché questi due uomini sono arrivati al potere in modo quasi indolore?

Perché da sempre l’uomo ha bisogno di essere governato e quando si trova in difficoltà strizza sempre l’occhio a chi promette di risolvere i suoi problemi. E se costui dimostra che quei problemi sono anche i suoi il primo passo verso il potere è fatto, ma il gioco si completa nel momento in cui la colpa di questi problemi viene data a un fattore esterno: per Hitler erano gli ebrei; per Putin il mondo occidentale.

Il 5 novembre del 1937 Adolf Hitler riunisce i suoi generali e dice loro che la Nazione ha bisogno di spazio vitale e la sua espansione può realizzarsi solo attraversando il cuore dell’Europa. Obiettivi: Austria e Cecoslovacchia. Solo alla loro conquista ci si potrà rivolgere alla Polonia e al granaio russo dell’Ucraina.

Una storia che ci ricorda qualcosa…

 

putin hitler
Hitler durante una spedizione

 

Una sicurezza di sè ai limiti della megalomania

Putin e Hitler sono stati in grado di distinguersi dalla massa, prendendo il potere con sicurezza e credendo in se stessi al limite della megalomania.

Hitler con frasi, concetti ed espressioni che oggi sembrano insensate ma che all’epoca erano di un effetto devastante, come per esempio: “cammino con la sicurezza di un sonnambulo verso il mio destino”. Putin invece è più diretto, ama il presenzialismo, la cultura del fisico perfetto. Sono sempre frequenti le cerimonie in cui rende onore ai caduti sotto la pioggia e il vento, senza riparo o, come spesso è accaduto, partecipa a gare di Judo di cui è cintura nera o va a cavallo a torso nudo.

Entrambi i nostri attori conoscono l’importanza dell’immagine e la potenza del simbolo, ma Hitler punta tutto sulla svastica, Putin sempre su sé stesso e sul proprio sguardo di ghiaccio.

putin hitler

Il nazionalismo di Hitler e quello di Putin

La supremazia Hitleriana nel campo propagandistico è netta e incontrovertibile, non fosse altro che per la presenza di un personaggio come Goebbels, un altro criminale da cui quasi tutto il mondo ha preso spunti per la propaganda.

Il nazionalismo di Hitler persegue un obiettivo ben preciso: la pace nazista, estesa a tutto il mondo con la supremazia della razza ariana. Pace che come abbiamo visto nel discorso ai suoi generali, servì da paravento a due questioni fondamentali: economica e sociale.

Putin ha una visione ben più ristretta, il suo nazionalismo punta si sull’orgoglio di un popolo, ma entro i confini della Russia zarista. Bisogna poi aggiungere una terza questione, oltre quella economica e sociale, deve cioè fare i conti con i dissensi e preservare gli interessi degli oligarchi ricchi e della mafia russa, con cui ha stretto accordi da giovane funzionario del kgb prima e da primo ministro dopo. Un nazionalismo che con Putin non sfocia nella supremazia di una razza e nel folle sterminio di massa.

Putin, per arrivare dove si trova adesso, ha certo beneficiato di una maggiore formazione politica di stampo sovietico, dove tutto è un accordo con tutti dove il preservare gli interessi di pochi e potenti oligarchi serve a mantenere il potere. Hitler non ha avuto una formazione politica derivante da una scuola, ma la politica e i suoi seguaci sono cresciuti con lui, la sua impostazione militare ha fatto si che si circondasse di gente come  GöringHessvon RibbentropKeitel,  DönitzRaederSchirachSauckel, tutti fortunatamente finiti a Norimberga, ma che hanno costituito le fondamenta che hanno permesso ad Hitler di fare ciò che ha fatto. Siamo sicuri che Putin sia circondato da gente affidabile e criminale come lo erano costoro? Criminale può darsi, ma sull’affidabilità il poeta ha più di un dubbio.
Ecco dove sta la differenza maggiore, quella più incontestabile

Hitler si considera un Dio in terra, lui è la legge. Ma, mette davanti a tutto un progetto più grande e come simbolo la svastica (simbolo di provenienza celtica e religiosa), e questo ha fatto sì che il nazismo si identificasse con la Germania nettamente più compatta della Federazione Russa di oggi.

Putin è un autocrate che sta giocando a Risiko, ha fatto del capitalismo economico di pochi oligarchi e della mafia russa un centro di potere nel quale pensa di sentirsi al sicuro, si nasconde dietro la maschera dell’orgoglio russo, uno a cui non è mai stato dato ascolto, a cui però senza giustificare le azioni attuali e quelle passate è stato messo un fucile in mano. Però se similitudini ci sono, sembra che Putin sia quasi più vicino a Benito Mussolini che ad Adolf Hitler.

putin hitler

Le similitudini lasciano pian piano molto più spazio alle differenze tra i due

Questa non è solo l’evidenza di certi fatti, ma soprattutto la speranza di una conclusione diversa rispetto a quella voluta da Adolf Hitler sia perché oggi il mondo ha una percezione diversa di ciò che successe durante la seconda guerra mondiale, ma soprattutto perché questo sarebbe l’ultimo atto della nostra permanenza su questa terra.

I due fortunatamente si assomigliano poco, ma siccome a noi piace porci degli interrogativi, nel buio della notte ci chiedeiamo, ma se Hitler avesse avuto a disposizione un armamento nucleare, vedendosi perso ed accerchiato avrebbe ceduto al classico muoia sansone con tutti i filistei? Un dubbio che fortunatamente non ci toglieremo mai.

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NEWS | Israele, La Sapienza coordinerà gli scavi nella Basilica del Santo Sepolcro

Il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza ha ricevuto l’incarico di sovrintendere la cerimonia di rimozione della prima pietra della Basilica e le successive attività di scavo. Per la prima volta sarà possibile indagare archeologicamente un monumento unico al mondo che racchiude vicende dall’altissimo valore storico e simbolico ed una stratificazione archeologica intensissima, che raccorda Oriente ed Occidente.

©Custodia Terra Santa. Foto Gianfranco Pinto Ostuni.

La prima pietra del Santo Sepolcro

Lunedì 14 marzo, con la cerimonia di rimozione della prima pietra del pavimento della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, hanno avuto inizio le attività di scavo archeologico. Le attività saranno coordinate dal Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza.

Si tratta di uno scavo particolarmente complesso. Si svolgerà in modo continuativo per oltre due anni e mezzo, in orario notturno e diurno. Il lavoro sarà organizzato in modo da consentire il regolare svolgimento delle funzioni religiose e agevolare il flusso dei pellegrini. Nel corso dello scavo le metodologie d’avanguardia verranno impiegate per preservare la multifunzionalità degli spazi.

Questo difficile contesto ha richiesto una preparazione particolarmente accurata. Nel corso degli ultimi mesi, si è posta particolare attenzione sia al campo scientifico e tecnico, sia motivazionale e psicologico. Questa preparazione è il risultato della disponibilità dei docenti dell’Ateneo.

©Custodia Terra Santa. Foto Gianfranco Pinto Ostuni.

Le attività di scavo

A dare la notizia è la rettrice Antonella Polimeni: “L’attività dei ricercatori del nostro Ateneo in uno dei luoghi più sacri per i cristiani e di grandissima importanza storico-artistica è motivo di orgoglio e conferma il primato Sapienza a livello internazionale anche in ambito umanistico.”

Giorgio Piras, direttore del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, dichiara: “Siamo particolarmente onorati e orgogliosi di mettere a disposizione le competenze dei nostri archeologi per un’impresa di notevolissima importanza scientifica e storica che vede una vasta collaborazione di tanti ricercatori Sapienza”. 

È stata costituita un’équipe interdisciplinare composta da archeologi del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, storici e storici dell’arte del Dipartimento di Storia religioni antropologia arte spettacolo, ingegneri del Dipartimento di Ingegneria meccanica ed aerospaziale, e psicologi del Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione. Le attività di scavo saranno coordinate da Francesca Romana Stasolla del Dipartimento di Scienze dell’Antichità.

©Custodia Terra Santa. Foto Gianfranco Pinto Ostuni.

Il periodo pandemico

Nel 2019 la Custodia di Terra Santa ha affidato al Dipartimento le ricerche archeologiche connesse al progetto di restauro del pavimento della Basilica. Le operazioni di restauro, invece, sono state affidate alla Fondazione Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale di Torino.

Nel corso del periodo pandemico i lavori sono proseguiti con la predisposizione di strumenti finalizzati a rendere più efficiente il lavoro sul campo. Sono state studiate soluzioni aventi il fine di rendere più veloce la documentazione dei manufatti. È stato creato un database impiegato per accogliere le informazioni storiche e fisiche provenienti dalle indagini sul terreno, parte dei dati raccolti sono inediti.

Il progetto ha il benestare delle tre più importanti comunità detentrici della custodia del complesso del Santo Sepolcro: il Patriarcato ortodosso, la Custodia di Terra Santa e il Patriarcato Armeno.

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ACCADDE OGGI | La Comune di Parigi, il primo governo operaio della storia

Il 18 marzo 1871 nasce La Commune de Paris (la Comune di Parigi), il primo governo operaio della storia, destinato a segnare il corso della storia.

La nascita della Comune di Parigi

Successivamente alle sconfitte militari subite dalla Francia durante la guerra franco-prussiana (1870-1871), la popolazione parigina impose il 4 settembre 1870 la proclamazione della Repubblica. La speranza era quella di poter ottenere delle riforme sociali e una continuazione del conflitto.

L’instaurazione della Repubblica, però, non suscitò gli effetti sperati: dopo la disfatta di Napoleone III a Sedan e l’affermazione del nuovo regime politico, il governo provvisorio si trasferì a Bordeaux. 

Il 18 marzo 1871, per far fronte alla crisi causata da un governo ormai privo di spinte energiche, Parigi insorse, cacciando Adolphe Thiers, presidente della Terza Repubblica francese, reo di aver chiesto un armistizio alla Prussia.

 La Commune de Paris
La Comune di Parigi

Il 26 marzo 1871 venne eletto, a suffragio universale, un nuovo organismo di governo che prese il nome di Comune, in ricordo del consiglio municipale che nel 1792, durante il periodo del Terrore, aveva mostrato una fortissima volontà di resistenza.

La Comune era un’assemblea con poteri deliberativi, composta da 80 membri, tesa verso il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Tra le varie proposte, diventate poi legge, vanno ricordate: l’introduzione dell’istruzione pubblica per tutti, il blocco degli sfratti e il divieto di lavoro notturno per i panettieri, oltre al principio in base a cui il salario di un esponente del governo non dovesse superare quello di un operaio.

La fine di un sogno

Nonostante il forte entusiasmo nei confronti di questo governo, la Comune non godeva, purtroppo, di consensi nel resto della Francia, convinta che Parigi fosse totalmente in balìa del caos e dell’immoralità.

Il governo Thiers, trasferitosi a Versailles, si accordò con i prussiani per riconquistare la capitale, ponendo fine a questo folle esperimento.

Il 28 maggio 1871 avvenne una durissima repressione da parte del governo verso gli esponenti della Comune: la spietatezza con cui l’ordine venne ristabilito voleva essere un chiaro monitum (avviso) nei confronti di tutti coloro che intendevano lanciarsi in simili avventure rivoluzionarie.

Le truppe dell’esercito francese prendono d’assalto Parigi
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Se i monumenti potessero parlare, omaggerebbero Franz Riccobono

Se i monumenti di Messina potessero parlare, in questo momento un assordante lamento si propagherebbe per tutta l’area dello Stretto. Vedremmo la statua di Messina piangere, la Real Cittadella disperarsi, Porta Grazia non si rassegnerebbe all’idea di aver perso uno dei suoi figli. “Uno dei più illustri”, aggiungerebbe il Monumento ai marinai russi, con il tacito consenso della statua di Carlo III di Borbone.
Ma le creazioni dell’uomo, si sa, non hanno parola, non possono piangere e, ahinoi, non possono nemmeno difendersi se minacciati. 

Questo Franz Riccobono lo sapeva bene e ha voluto dedicare la sua vita alla loro protezione, affinché restasse testimonianza della storia di una comunità fortemente indebolita da guerre e terremoti che non hanno risparmiato opere e architetture.

Non ce l’ha fatta, Franz, a sconfiggere il Covid e si è spento quest’oggi, nell’incredulità e nel dispiacere di tutte le persone che l’hanno conosciuto. 
Il dottor Riccobono era una persona piacevole, un uomo colto e raffinato che non disdegnava la letteratura, la storia e le belle arti. E apprezzava i giovani, soprattutto quelli che si spendono per il loro territorio, con energia e dedizione, le stesse caratteristiche che il buon Franz possedeva e che era solito riconoscere in chi gli stava vicino. Se meritevole, ovviamente. Altrimenti erano mazzate.

Ha riconosciuto in chi scrive il suo stesso animo, quando ancora ArcheoMe era una semplice idea, un sogno nel cassetto, un progetto abbozzato dopo anni di studio archeologico e di vita messinese. 

Il nascituro gruppo di ArcheoMe accanto al compianto dottor Franz Riccobono durante il I festival messinese de Le vie dei tesori


Il nostro primo incontro fu durante la prima edizione messinese di Le vie dei Tesori, festival culturale che ha avuto il merito di far rivivere luoghi spesso chiusi al pubblico. Siamo stati noi a sollecitare l’associazione palermitana all’apertura degli scavi archeologici di Palazzo Zanca, probabilmente perché tra i pochi conoscitori di uno dei siti archeologici cittadini più importanti. Il dottor Riccobono ha non solo caldeggiato la nostra proposta, ma ha messo subito a disposizione la sua persona per coadiuvarci alla ricezione dei turisti. Non si fermò qui, il caro Franz. Allargò la nostra proposta, inserendo il Museo permanente della Vara e dei Giganti realizzato proprio accanto all’Antiquarium del sito in questione, e ci accompagnò in conferenza stampa per esporre il progetto comune sull’area.

La conferenza stampa di presentazione del progetto “Area Scibona” di ArcheoMe

Il dottor Riccobono conosceva bene gli scavi di Palazzo Zanca perché, da giovane, ha assistito alla campagna di scavo gestita da un altro “mostro sacro” messinese, Giacomo Scibona. Tante dinamiche di quella situazione, culminata nell’apertura della sezione di Messina della Soprintendenza ai BB. CC., ci sono state raccontate proprio da lui che con Scibona era in rapporti fraterni.

Riccobono fu tra gli scopritori della Tomba a camera di Largo Avignone e, come vale per qualsiasi bene sul territorio siciliano, ha dovuto lottare con le istituzioni affinché venisse conservata, restaurata e aperta al pubblico (dopo circa 40 anni dal ritrovamento).

Franz conosceva l’eccezionalità dei reperti io messinesi e ha più volte coordinato azioni di recupero al fianco della Soprintendenza, ma anche come delegato delle varie amministrazioni comunali e regionali che si sono succedute negli anni. Alle volte, però, era costretto a battagliare per accendere luci e riflettori su beni dimenticati ma rappresentativi della storia di Messina, come la Real Cittadella di cui era un grande conoscitore. Noi stessi abbiamo (più volte) partecipato ai suoi tour e imparato dalle sue parole.


Ci ha trasmesso passione, determinazione e coraggio. Si, perché in un sistema avvilente in cui le professionalità passano spesso inosservate si rischia di deprimersi e di arrendersi. 
“No, Francesco, non ci si deve arrendere. Messina è una città particolare, popolata da persone che si fanno la guerra e non costruiscono. Ma noi abbiamo la responsabilità morale di continuare il nostro lavoro, perché se non lo facciamo noi non lo farà nessuno”.

Il dottor Riccobono durante un suo incontro con noi di ArcheoMe

Ci ha passato il testimone e noi ne abbiamo sempre sentito la responsabilità. Mi dispiace che non sarà qui con noi quando qualcuno dei nostri progetti verrà realizzato. Perché è solo questione di tempo, caro Franz, ma quella promessa che Le feci tanto tempo fa verrà mantenuta. Non demorderemo e realizzeremo quanto prospettato. Lei, però, continui a seguirci da lassù perché senza il suo sostegno oggi siamo un po’ spaventati. 
Vorremmo aggiungere altro, noi di ArcheoMe, il gruppo che ha imparato a conoscere e apprezzare nel tempo, ma le parole faticano a uscire e il silenzio, alle volte, è il miglior omaggio che si posa offrire.

Ci limitiamo a dirle grazie, a nome di tutti. Una vita ben spesa, il cui ricordo ci accompagnerà per sempre.

Quest’oggi siamo tutti un po’ tristi, ma felici di averla avuta al nostro fianco.

In alto i cuori per Franz Riccobono.

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Aldo Moro, il rapimento che sconvolse l’Italia

Ricorre oggi l’anniversario del rapimento di Aldo Moro, l’ex presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana ed esponente di spicco del partito della Democrazia cristiana, avvenuto il 16 marzo del 1978 in via Fani, a Roma, e rivendicato dalle Brigate rosse.

Aldo Moro

Il rapimento di Aldo Moro

Il 16 marzo del 1978 un commando delle Brigate rosse, un’organizzazione terroristica, rapì l’ex presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana, Aldo Moro, in via Fani, a Roma, causando la morte degli uomini della sua scorta.

Per far fronte a questa emergenza, che metteva sotto ricatto l’intera classe politica, venne varato un governo di “solidarietà nazionale”, sotto la presidenza di un  deputato del partito della Democrazia cristiana(Dc), uno tra i principali movimenti politici del XX secolo, Giulio Andreotti.

Aldo Moro fotografato dai terroristi nei giorni della sua prigionia

Gli anni Settanta tra conquiste politiche e civili e violenza

Gli anni Settanta furono anni di importanti conquiste politiche e civili, concretizzate in leggi approvate dai governi di centro-sinistra: l’attuazione del decentramento regionale, la riforma universitaria , lo Statuto dei lavoratori.

Tuttavia, nello stesso tempo, si notò una vertiginosa crescita dell’uso della violenza come arma politica per risolvere i problemi, di cui si fecero protagonisti sia movimenti di estrema destra neofascista sia movimenti di estrema sinistra( Brigate rosse).

I primi puntavano a commettere stragi a livello nazionale (preziosa testimonianza ne è l’esplosione di una bomba nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, a Milano, il 12 dicembre 1969) e avevano aspirazioni golpiste, erano cioè favorevoli a un colpo di stato.

Il terrorismo rosso aveva dei bersagli ben precisi da colpire: poliziotti, giornalisti, deputati, magistrati.

Anche se i destinatari delle loro azioni criminali erano diversi, il fine da perseguire era lo stesso per entrambe le organizzazioni: destabilizzare la società italiana e affermare la violenza come strumento per risolvere tutti i problemi.

 

 

 

 

Ritrovamento del cadavere di Aldo Moro

Il 9 maggio 1978, il cadavere di Moro fu ritrovato all’interno di un’auto abbandonata a Roma in via Caetani, zona ubicata a metà strada tra la sede centrale del Partito comunista italiano( Pci) e della Democrazia cristiana(Dc).

Il rapimento e la morte di Aldo Moro furono eventi di estrema gravità, destinati ad avere una fortissima ripercussione sulla storia della politica italiana.

Le Brigate rosse avevano colpito il “cuore dello stato”, mettendo fine alla possibilità di trovare una mediazione tra i due partiti politici maggiormente protagonisti del XX secolo: il Pci e la Dc.

Moro, esponente di spicco della Dc, era stato il teorizzatore di una linea di avvicinamento tra i due partiti e di un ingresso dei comunisti al governo.

I risultati negativi ottenuti alle elezioni amministrative del 1978 costrinsero Enrico Berlinguer, segretario del partito comunista dal 1972, a far distaccare il suo partito dal governo di solidarietà nazionale, che a distanza di un anno si sgretolò definitivamente causando una nuova frattura tra la Dc e il Pci.

Ritrovamento del cadavere di Aldo Moro
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UCRAINA | Quando la Crimea era una colonia della Repubblica di Genova

Il dominio genovese in Crimea. Una piega della storia il più delle volte ignorata ma che, dato il recente conflitto in Ucraina, sarebbe il caso di ricordare, riflettendo su quanto un paese percepito così lontano faccia, in realtà, parte della nostra storia.

Da Genova alla Crimea

Costantinopoli cadde nel 1204 in seguito alla IV crociata. Il mondo ebbe un tremito ma poi trattenne il respiro: il sogno che fu Bisanzio era sopravvissuto a Nicea, retta dalla casa dei Paleologi, dove l’impero sopravvisse e seppe rinascere. Fu così che venne stipulato il Trattato di Ninfeo, nel 1261: i genovesi avrebbero aiutato Michele VIII Paleologo a riprendersi ciò che gli spettava, Costantinopoli, strappandola ai latini; in compenso Genova avrebbe soppiantato Venezia nei traffici marittimi del Mar Nero, fino in Crimea. In realtà, si arrivò a questo perché Michele aveva già tentato di riprendere la capitale ma la flotta veneziana era riuscita a impedire la capitolazione per fame. Ironia della sorte, la risolutiva flotta genovese non servì a nulla: Costantinopoli cadde in mano all’avanguardia dell’esercito bizantino senza colpo ferire. Così, in un moto di perplessità, gioia e stupore i genovesi inaugurarono il proprio impero coloniale senza una perdita.

Impero coloniale genovese
La Gazaria ed il Principato di Teodoro

Quando Genova s’inserì nei giochi politici e commerciali del Mar Nero la Crimea vantava ormai centinaia di anni di convivenza tra popoli. In particolare, i Cazari avevano messo in discussione la presenza bizantina nella penisola già nel VII sec. espugnando la fortezza di Sudak, nota oggi per essere patrimonio UNESCO. I territori costieri vennero però ripresi, e l’impero se li tenne fino alla IV crociata, nel 1204, quando in Crimea nacque il Principato di Teodoro. Va da sé che con la formazione della Gazaria, ossia il dominio genovese in Crimea, i rapporti si fecero tesi: di lì passava la via della seta, un motivo più che valido per alimentare rivalità e contrasti. Dalla città di Caffa i genovesi tentarono nel tempo di isolare i loro vicini, tagliandoli fuori dal commercio marittimo. Si delinea, quindi, un quadro conflittuale in cui manca però un’importante tassello: l’ingerenza mongola nella penisola.

Territori genovesi e del Principato di Teodoro
Lotta per il dominio della Crimea

L’arrivo dei mongoli cambiò i rapporti di forza tra il Principato e Genova. Nel 1308 la città di Caffa venne assediata ed espugnata ma, in seguito, i genovesi riuscirono a riprenderne il controllo gettando i presupposti per un periodo di massimo splendore. Anche il Principato di Teodoro, nel 1395, conobbe l’irruenza mongola ma seppe risollevarsi tenendo testa ai genovesi. Si formarono, pertanto due schieramenti: Genova, appoggiata dall’Impero Bizantino, ed il Principato di Teodoro, appoggiato dal Khanato. In ogni caso, il potere genovese crebbe tanto che i consoli di Caffa finiranno per assumere il titolo di Consoli di tutto il Mar Nero. La fortuna, tuttavia, non durò: con la caduta di Costantinopoli, nel 1453, la Gazaria entrò in crisi e la potenza genovese in Crimea capitolò infine, nel 1475, con la caduta di Caffa.

Maometto II entra a Costantinopoli, Benjamin Constant (1876)
Sudak: dagli alani ai genovesi

Uno dei siti archeologici di maggiore spicco in Crimea è certamente la fortezza di Sudak. Si ritiene che l’insediamento sia una fondazione alana del 212 d.C. che, non a torto, rimase storicamente in disparte fino a quando non assunse sempre più importanza in epoca medievale in relazione alla via della seta. Sudak divenne, quindi, un florido porto, che la rese appetibile alle varie potenze che la circondavano. Nel XIII sec. furono Venezia e Genova a contendersela, e proprio quest’ultima, vincitrice nel 1365, realizzò i più incisivi interventi di fortificazione che ancora possono essere contemplati. Un sito unico nel suo genere: il massimo esempio di fortificazione medievale genovese ancora in piedi, perfettamente conservato. Il simbolo di un passato, di un contatto tra popoli, del quale s’ignora l’esistenza ma che è ancora lì, maestoso, a guardia delle coste del Mar Nero.

La fortezza genovese di Sudak, Crimea
Caffa: la Genova della Crimea

La città di Caffa (odierna Feodosia) sorse sulle ceneri della colonia greca Teodosia, centro che seguì le dinamiche de Regno del Bosforo Cimmero per poi svanire in età imperiale romana. Nel XIII sec. d.C. Caffa entrò nella storia come avamposto genovese nei traffici commerciali nel Mar Nero, un insediamento inizialmente piccolo ma che crebbe tanto, nel tempo, da imporsi come un vero e proprio baluardo nella penisola. Fu, in effetti, una spina nel fianco per i suoi vicini che più volte tentarono di abbatterla: i veneziani nel 1296, poi i mongoli nel 1308. In ogni caso, Genova riuscì sempre a riprendersela e a potenziarla, tanto che nel 1472 i turchi saranno costretti ad espugnare una città abitata da circa 70000 mila persone e difesa da due circuiti murari. Purtroppo, ad oggi, di Caffa non rimane altro che qualche vestigia, malinconica testimonianza dello splendore di un tempo.

Feodosia, Carlo Bossoli (1856)
Pubblicabili da revisionare

UCRAINA | ONU e NATO, due organizzazioni spesso confuse

L’ONU e la NATO sono due organizzazioni che spesso vengono confuse perché fanno riferimento a ordini internazionali. In uno scenario come quello attuale, in cui spesso i concetti tendono a sovrapporsi, contribuendo a diffondere disinformatia, è sicuramente necessario avere chiara la differenza e comprenderne le rispettive peculiarità.

 

La Società delle Nazioni, “antenata” dell’ONU

Il 28 aprile 1919, poco tempo dopo la fine della Prima guerra mondiale, viene fondata la Società delle Nazioni (Sdn), un grande organismo internazionale con sede a Ginevra, atto a regolare in maniera pacifica i problemi tra gli stati, cancellando ogni forma di ingiustizia e violenza tra i popoli. Lo scopo con cui nasceva questa organizzazione, a cui aderirono molti paesi del mondo, era quello di evitare il ripetersi di nuovi conflitti, cercando soluzioni pacifiche e negoziate a tutti i problemi. Tuttavia, la Società delle Nazioni era un organismo di per sé molto debole e non aveva le reali potenzialità per impedire la nascita di nuovi scontri: non disponeva di mezzi concreti d’intervento, se non quello di poter applicare delle sanzioni economiche al membro che non avesse rispettato gli accordi e avesse fatto ricorso alla guerra per risolvere le controversie, per tutelare la tanto agognata pace. Inoltre, a causa della mancata adesione degli Usa e di quella tardiva o temporanea di Germania, Giappone e Urss, la Sdn fu impreparata di fronte alla tensioni internazionali degli anni Trenta che avrebbero causato , di lì a poco, lo scoppio della Seconda guerra mondiale.

Simbolo della Società delle Nazioni

 

Che cos’è l’ONU e quando nasce

Il 26 giugno 1945 nasce formalmente L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), sulla base di uno statuto approvato da 49 stati riuniti nella conferenza di San Francisco. Nata in seguito ai massacri della Seconda guerra mondiale, l’ONU andava a prendere il posto della Società della Nazioni e si impegnava nell’assicurare la pace, la sicurezza internazionale, il rispetto dei diritti delle libertà fondamentali dell’uomo, oltre che la promozione dello sviluppo economico, sociale e culturale di tutti i paesi. Quello sulla salvaguardia dei diritti umani, fu un tema molto sentito da tale organismo, al punto che il 10 dicembre del 1948, durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venne presentato un documento sulla libertà degli uomini: la Dichiarazione universale dei diritti umani.

Ecco cosa puntualizzava il primo articolo di tale Dichiarazione:

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

(Articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani)

Eleanor Roosevelt presenta la Dichiarazione universale dei diritti umani.

 

L’Organizzazione delle Nazioni Unite

L’Onu era costituita da due organi: L’Assemblea generale e il Consiglio di Sicurezza.

  • Assemblea generale: organo deliberativo a cui partecipavano, in modo egualitario, tutti gli stati membri. Il Vaticano prendeva parte ai lavori come “osservatore permanente”.
  • Consiglio di Sicurezza: organo esecutivo, composto da cinque membri permanenti e da dieci che partecipavano a rotazione. I membri permanenti erano gli alleati durante la guerra( Usa, Urss, Gran Bretagna, Francia e Cina) e ciascun di essi godeva del potere di veto: Il Consiglio di sicurezza poteva prendere decisioni vincolanti solo in presenza dell’unanimità dei suddetti membri. Gli altri dieci membri erano scelti ogni due anni( L’Italia è stata eletta al Consiglio di sicurezza per sei volte, a partire dal 1959).
    Una seduta del Consiglio di Sicurezza dell’Onu
Che cos’è la NATO e quando nasce

Con il termine NATO, invece, si fa riferimento alla North Atlantic Treaty Organization (Organizzazione del trattato atlantico del Nord), cioè a un’alleanza militare intergovernativa nata con lo scopo di tutelare i paesi membri contro un eventuale attacco sovietico. Tale organismo ha il suo substrato nel Patto atlantico del 1949.

Il 4 aprile 1949 gli Stati Uniti, il Canada e quasi tutti gli stati dell’Europa occidentale, compresa l’Italia, stipularono a Washington il Patto atlantico, che venne considerato come una sorta di risposta dell’Occidente di fronte alla pressione che l’Urss esercitava sui paesi dell’Europa orientale. Se l’Urss avesse invaso anche solo uno dei paesi firmatari, l’alleanza sarebbe intervenuta. L’aria che si respirava, così, tra i due blocchi era molto tesa, anche a causa della corsa agli armamenti nucleari.

Il 29 agosto 1949 l’Urss sperimenta la sua prima bomba a fissione nucleare.

Bandiera della Nato
Differenza tra ONU e NATO

-L’ONU è l’organizzazione delle Nazioni Unite, la NATO è l’Organizzazione del trattato atlantico del Nord.

-L’ONU si occupa di facilitare la cooperazione tra gli stati membri in diversi ambiti, la NATO è un’alleanza militare.

– L’ONU viene fondata nel 1945, la NATO nel 1949.

-L’ONU ha il suo quartier generale a New York, la NATO a Bruxelles, in Belgio.

– L’ONU e la NATO constano , rispettivamente, al giorno d’oggi, di 193 e 30 stati membri.