Pubblicabili da revisionare

Pubblicabili da revisionare

UCRAINA | Non solo vite umane: secoli di arte e storia inghiottiti dal vortice della guerra

Oltre ogni immaginazione l’Europa torna a essere scossa da venti di guerra, le bombe fendono il cielo e mentre, indifferenti, cadono al suolo, il presente e la speranza nel futuro vengono spazzati via. Non sono solo vite umane spezzate, oggi a essere in gioco è il segno tangibile del passato di un paese, un patrimonio artistico secolare che rischia di essere cancellato. 

 

Perdite inestimabili

Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio i bombardamenti a nord-ovest di Kiev hanno distrutto il Museo di Storia Locale di Ivankiv. A darne comunicazione con un post su Facebook la direttrice della riserva storico-culturale di Vyshhorod, Vlada Litovchenko. Il Museo ospitava, tra le altre, le opere dell’artista naif  Maria Prymachenko, tra le più rappresentative dell’Ucraina, ammirata anche da Pablo Picasso. Le sue tele, raffiguranti per lo più animali fantastici, erano parte dell’immaginario collettivo ucraino, tanto da essere utilizzate per la produzione di francobolli locali. Della collezione, fiore all’occhiello del Museo, ben venticinque opere sono andate perdute, il che costituisce un attacco inestimabile al patrimonio artistico del paese.

Alcune delle tele della Prymachenko conservate al Museo, oggi distrutto

Altro importante sito, danneggiato durante l’attacco alla sede della televisione Ucraina, è il memoriale di Babyn Yar, in cui trovano sepoltura 34.000 ebrei uccisi dai Nazisti nel 1941, uno dei peggiori eccidi dell’olocausto.

Memoriale dell’olocausto danneggiato dai bombardamenti

A Kharkiv, inoltre, i bombardamenti russi non hanno lasciato scampo all’Università e alla piazza della Libertà, da cui si accedeva a uno dei più importanti musei di arte contemporanea della regione, il Yermilov Centre. 

Monumenti da salvare

La direttrice dell’Ukrainian Museum di New York, Maria Shust si mostra ancora incredula di quanto accaduto e profondo è il timore che la volontà di Putin sia quella di cancellare, insieme all’Ucraina, anche la sua storia, il che non è poco, considerando che il paese ospita, tra gli altri, ben sette siti iscritti nella lista dei patrimoni dell’Unesco. La Cattedrale di Santa Sofia a Kiev, risalente al 1037, un vero e proprio gioiello, il centro storico di L’viv (Leopoli), che conserva intatta la topografia tardo medievale, o l’Arco geodetico di Struve, progettato nel XIX secolo da W. V. Struve per calcolare forma e dimensioni della Terra. Senza dimenticare la scalinata Potemkin a Odessa e il suo Museo d’Arte che include alcuni tra i primi quadri realizzati da Kandisky , tutte pietre miliari dell’arte che oggi rischiano di scomparire per sempre.

La splendida Cattedrale di Santa Sofia a Kiev, tra i monumenti più a rischio

 

Resistere proteggendo la propria storia 

Nelle città ucraine è ormai dunque irrefrenabile la corsa contro il tempo avviata al fine di preservare dalla distruzione il patrimonio storico e architettonico, uno sforzo immane da parte di restauratori e volontari che non si rassegnano alla cancellazione della propria identità storico-artistica. Devastanti, quanto commoventi, le immagini di questi ultimi giorni: opere avvolte da materiali protettivi ignifughi, lana di vetro, lamine speciali e sacchetti, una parte dell’identità ucraina “impacchettata” nella speranza che la polvere della guerra non si posi su di esse, velandone per sempre la bellezza. È il caso della cosiddetta Firenze dell’Est, L’viv (Leopoli), la cui piazza del mercato ospita le statue di Nettuno, Anfitrite, Artemide e Adone, personaggi della mitologia greco-romana:

 

         
       

La stessa scena si è ripetuta nei giorni scorsi con la statua del Duca di Richelieu a Odessa:

 

                  

Da considerare anche il caso di monumenti temporaneamente trasferiti in luoghi più sicuri con il progressivo intensificarsi del conflitto. È il caso della statua di legno del crocifisso, conservata nella Cattedrale armena di L’viv (Leopoli) e conservata all’interno di un bunker per assicurarne la conservazione, non succedeva dal tempo della Seconda Guerra Mondiale. 

               

Un grido dal mondo dell’arte 

Certo non è semplice trovare una soluzione al dramma che ha colpito il paese, insieme alla sua arte e storia, la direttrice del Museo di Odessa, Oleksandra Kovalchuk, fuggita in Bulgaria per salvare il figlio di un anno, sente di aver fatto un torto al Museo abbandonandolo e sottolinea l’assenza di sistemi antincendio, dovuta alla mancanza d’investimenti, causa probabile della perdita di gran parte del patrimonio artistico. Tuttavia, non si tratta soltanto di una questione culturale, ma anche politica, la stessa Kovalchuk afferma come l’obiettivo dei russi sia la distruzione dell’arte quale testimone di un’eredità, una storia diversa, un popolo diverso, per il quale, nella Federazione Russa, non ci sarà posto. A decidere di rimanere è stata, invece, Olesia Ostrovska-Liuta, direttrice del Mystetskyi Arsenal National Art and Culture Museum Complex di Kiev, la quale si dice sicura che l’attacco ai tesori dell’Ucraina sarà paragonabile alla distruzione di Dresda nella seconda guerra mondiale. Purtroppo, a causa dell’ottimismo del presidente che invitava alla tranquillità, non è stata avviata una pronta evacuazione delle opere, che si credeva avrebbe scatenato il panico, come sostenuto dal critico d’arte Konstantin Akinsha, per il momento si sta tentando di creare un archivio digitale completo delle opere. 

 

Scenari presenti e futuri

È impossibile proteggere da lontano collezioni e oggetti artistici, eppure ci sarebbe qualcosa che il mondo internazionale dell’arte potrebbe fare.  Come sostenuto da Patty Gerstenblith, professoressa di diritto alla DePaul University e fondatriceche del Comitato degli avvocati per la conservazione del patrimonio culturale, le istituzioni artistiche di tutto il mondo dovrebbero annullare qualsiasi scambio culturale con la Russia, oltre al fatto che il mercato dell’arte occidentale dovrebbe prepararsi a a intervenire contro un eventuale commercio illegale di opere d’arte e reperti archeologici ucraini saccheggiati durante l’invasione.

 

 

Pubblicabili da revisionare

UCRAINA | Donbass e Crimea, alle origini delle terre contese

Etimologicamente, la parola Ucraina significa “terra di confine” e, in effetti, questo territorio è da sempre un crocevia di genti e interessi. I fatti drammatici di questi giorni ricordano come tale realtà oscilli ancora tra la sfera d’influenza russa e quella occidentale, in modo simile a quanto avvenne in epoca moderna quando il territorio era conteso tra l’Impero Russo e le potenze europee del tempo. In questa sede, tralasciando il contesto storico generale per entrare più nello specifico, si vuole proporre un focus sulle due regioni ucraine di cui Putin sembra essere ghiotto, ossia il Donbass e la Crimea.

Contesto geografico

Prima di approfondire la storia del Donbass e della Crimea è utile proporre una breve introduzione geografica, così da orientarsi nella grande scacchiere geopolitico. Il Donbass, che prende il nome dalla presenza del fiume Donec, è una regione geografica che si estende nella parte orientale dell’Ucraina e, per una piccola porzione, in Russia. La Crimea, al contrario, è una penisola, nel sud dell’Ucraina, che si affaccia sul Mar Nero, a cui si accede via terra attraverso l’Istmo di Perekop. Sia il Donbass sia la Crimea sono bagnati dal Mar d’Azov che, ad occhio, nella cartina, costituisce la punta settentrionale del Mar Nero, lo specchio d’acqua che divide il territorio ucraino da quello russo. Parliamo, nello specifico, di due realtà molto piccole in confronto agli stati che vi orbitano intorno, eppure ricche di storia, veri e propri corridoi tra il passato ed il nostro presente. 

Donbass e Crimea, contesto geografico
Passato remoto del Donbass

Il nome Donbass fu coniato solo alla fine del XIX sec. d.C. In antichità questa terra era conosciuta come Meozia, dal nome dei suoi abitanti, i Meoti. Si tratta di genti scite, descritte in dettaglio da Erodoto. Queste abitarono la regione fino a quando non furono spinti via dall’avanzare dei Sarmati, a partire dal II sec. a.C., cosa che, in seguito, comportò lo stabilirsi delle genti scite in Crimea. I Sarmati si affermarono nei territori ucraini, di fatto soppiantando gli Sciti, per poi essere schiacciati dagli Unni nel IV sec. d.C. Da questo momento l’area considerata si proietta verso le dinamiche dell’alto medioevo, periodo in cui possono essere rintracciate le origini storiche che legano la Russia all’Ucraina. Vediamo quindi l’arrivo delle popolazioni proto-bulgare e, in particolare, delle genti cazare che, a partire dal VIII sec. d.C. domineranno la gran parte del territorio ucraino sino all’emergere della Rus’ di Kiev.

Pettorale d’oro scita, rinvenuto nel kurgan di Tovsta Mohyla, Ucraina
Passato remoto della Crimea

Mentre gli Sciti s’impossessavano dell’entroterra, la spinta coloniale greca portò allo svilupparsi di molteplici città lungo la costa settentrionale del Mar Nero, in particolare in Crimea. Questa propaggine greca si raccolse, nel V sec. a.C., nel Regno del Bosforo Cimmerio che seppe ritagliarsi un proprio spazio nel mondo almeno fino a quando Mitridate il Grande, Re del Ponto, non ne limitò la fortuna. L’insuccesso di Mitridate traghettò il Bosforo sotto l’influenza romana alla fine del I sec a.C., seppur il regno  mantenne una sostanziale indipendenza come stato cliente fino al III sec. d.C. Poi, l’arrivo degli Unni nel IV sec. d.C. decretò la rovina per il Regno del Bosforo. Tuttavia, a differenza del Donbass, la Crimea entrò nel periodo alto medievale sotto l’egida dell’Impero Bizantino che, grossomodo, riuscì a mantenere il controllo della fascia costiera anche quando i Cazari entrarono nella regione nell’VIII sec. d.C.

Il Regno del Bosforo nel contesto della Roma imperiale
Donbass e Crimea in età moderna

Dall’epoca medievale, il Donbass e la Crimea seguiranno il binario storico imposto dal sorgere della Rus’ di Kiev, nel IX sec. d.C., e dal formarsi del Khanato dell’Orda d’Oro, nel XIII sec d.C. Il Donbass divenne parte del vasto dominio mongolo che poi venne eroso dal progressivo affermarsi del Principato di Mosca, erede di quella Rus’ di Kiev fatta tracollare tempo prima dall’invasore asiatico. La Crimea, invece, divenne sede del Khanato di Crimea che si prima si emancipò dall’Orda d’Oro per poi darle il colpo di grazia.

Contesto europeo in età medievale

In piena età moderna il Donbass assunse il ruolo di roccaforte russa contro l’ingerenza del nemico meridionale che, oltre a compiere costanti razzie, si schierò, nel 1648, dalla parte dei cosacchi che reclamavano la propria indipendenza nel territorio ucraino. Tuttavia, la prova del tempo la vinsero i Russi: i territori cosacchi furono annessi all’impero, così come la Crimea alla fine del XVIII secolo.

Contesto europeo agli inizi del XVIII secolo.
All’alba del nostro ieri

Con il tracollo dell’Impero Russo, nel 1917, il territorio ucraino si frammentò: Kiev divenne la capitale della Repubblica Popolare Ucraina, filotedesca; Charkiv la capitale della Repubblica Sovietica Ucraina, bolscevica; il Donbass sarà l’epicentro della Repubblica sovietica di Donetzk-Krivoy Rog; Bachčisaraj sarà la capitale della Repubblica Popolare di Crimea, nata dalle ceneri dell’Impero Russo. Alla fine, l’esito della Prima Guerra Mondiale e del conflitto Russo-Polacco comportò il ritorno dell’Ucraina nella sfera d’influenza russa con l’affermarsi della Repubblica Socialista Ucraina.

Contesto europeo durante la Seconda Guerra Mondiale

Tempo dopo il Donbass subirà la furia dell’invasione nazista che ne decimerà la popolazione, che sarà poi rimpiazzata con genti di origine russa. La Crimea, invece, venne donata all’Ucraina solo nel 1954: un atto simbolico dal momento che il Cremlino manteneva il controllo de facto di questo territorio. Tuttavia, il tracollo dell’Unione Sovietica nel 1990 segnò un punto di svolta: la Russia perdeva per la prima vera volta il Donbass e la Crimea, il proprio accesso al mare per il quale da sempre si era battuta.

Pubblicabili da revisionare

ACCADDE OGGI | 8 Marzo, Giornata internazionale dei diritti della donna

L’8 marzo ricorre la Giornata internazionale dei diritti della donna per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche che hanno avuto come protagoniste figure femminili. L’idea di istituire una giornata internazionale per celebrare le donne nasce in seguito a una serie di abusi e di violenze subiti, nel corso del tempo, dalle stesse, ritenute da sempre socialmente inferiori agli uomini e quindi non degne di godere dei medesimi diritti civili.

Come nasce la Giornata internazionale dei diritti della donna

Le origini di questa giornata vanno ricercate nei primi anni del Novecento. Sono due gli avvenimenti storici a cui, spesso, viene collegata questa ricorrenza, databili, rispettivamente, all’8 marzo del 1908 e all’8 marzo del 1917.

 L’8 marzo del 1908 alcune operaie di un’industria tessile, a New York, che da giorni protestavano contro le disumane condizioni in cui si trovavano costrette a lavorare, persero la vita a causa di un incendio, forse appiccato dal direttore dell’industria, Johnson, reo di averle rinchiuse all’interno della fabbrica. Questa storia è, in realtà, un adattamento di un fatto realmente accaduto ma con tempi e modalità diverse. L’incendio in questione avvenne il 25 marzo del 1911, sempre a New York, nella Triangle Shirtwaist Company , ma non fu doloso. Le lavoratrici di questa fabbrica erano state protagoniste di un’importante mobilitazione, già a partire dal 1909, a causa dei massacranti turni di lavoro a cui erano sottoposte e degli straordinari non retribuiti. Le vittime furono oltre 140 e, tra queste, erano presenti anche delle lavoratrici italiane.

Il secondo evento è da collocare negli anni della Prima Guerra Mondiale ed è legato a un evento della Rivoluzione Russa. L’8 marzo del 1917 diverse operaie russe, insieme a molti uomini, protestarono contro il vertiginoso aumento del prezzo dei generi alimentari e, in poco tempo, la manifestazione dilagò in tutto il paese, trasformandosi in una sommossa generale conto lo zar Nicola II.

 

Incendio della Triangle Shirtwaist Company di New York del 25 marzo 1911
Istituzione della Giornata internazionale della donna

L’istituzione della Giornata internazionale della donna (nome ufficiale della ricorrenza) avvenne durante il dinamico contesto politico del Novecento, nel momento in cui la popolazione femminile cominciò a mobilitarsi per richiedere maggiori diritti, primo fra tutti quello di poter votare. Nel 1909 il partito socialista americano propose di istituire una giornata dedicata all’importanza delle figure femminili all’interno della società, che poi venne celebrata il 23 febbraio di quello stesso anno. La proposta suscitò un grande entusiasmo, al punto che, nel giro di poco tempo, molti altri partiti si impegnarono nell’istituire una giornata che fosse dedicata alle donne. Nel 1910, in occasione dell’VIII Congresso dell’Internazionale socialista tenutosi a Copenaghen, in Danimarca, la proposta venne ripresa e accolta dall’attivista tedesca Clara Zetkin, celebre per aver dedicato la sua intera esistenza alla battaglia per l’emancipazione femminile. Da quel momento, i singoli Paesi scelsero giorni diversi per celebrare la figura della donna, almeno fino al 1921. In quell’anno, a Mosca, in occasione della Seconda conferenza delle donne comuniste, l’assemblea decise di rendere istituzionale la data dell’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia, in ricordo della prima manifestazione delle operaie russe contro lo zarismo (1917). Infine, il 16 dicembre 1977  l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 32/142, invitò gli Stati membri a dichiarare un giorno all’anno «Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale».

L’attivista tedesca Clara Zetkin

 

Pubblicabili da revisionare

UCRAINA | Dalla ”Rus’ di Kiev” alla guerra odierna: le motivazioni storiche del conflitto

All’alba dell’invasione dell’Ucraina il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si è pronunciato in modo lucido, strutturato, capace di coinvolgere l’uditore e di trasportarlo lungo sentieri già tracciati nella mente di chi ha elaborato quelle parole. A fronte di una situazione decisamente tesa, per molti il preludio di una terza guerra mondiale, si sarà notato come gli accenni all’Ucraina siano stati rispettosi, in una forma quasi commossa, come se questa nazione fosse vittima degli eventi, un’entità da proteggere, nonostante sia proprio l’esercito russo ad aver sferrato l’attacco che ne minaccia la stabilità e l’esistenza.
Vale, quindi, la pena chiedersi quale sia il fondamento di questa scelta puramente retorica. La storia è spesso vittima della propaganda che la deforma a piacimento. A tal proposito, le parole di Putin, in più di un’occasione, hanno accennato ad un passato che lega l’aggredito a chi lo vessa. Si faccia però attenzione: i riferimenti fatti dal presidente russo mirano a instillare la percezione di una Russia ed un’Ucraina come anime gemelle di una singola entità ancestrale che poi fu scissa. Vero, in parte, impossibile negarlo, ma, al tempo stesso, la fragilità di tale revisione è utile solo a far breccia nella coscienza di un occidente ignorate che ancora immagina l’est Europa al pari di una grande steppa attraversata da orde di unni e mongoli – tuttalpiù, rifacendosi alle parole di Annunziata e Di Bella, da schiere di “camerieri, badanti e amanti” in fermento.
All’origine dell’idea di Russia e Ucraina
Contesto geopolitico europeo agli inizi del IX secolo.

Russia e Ucraina non hanno un’origine comune, almeno quanto la nazione Italia non nasca nell’antica Roma. Tuttavia, l’elaborazione di un “mito di fondazione” è spesso necessario, intimamente, per affermare il proprio diritto di esistere e di abitare una certa terra, per difenderla, ma anche per legittimare la conquista di un paese straniero, come sta avvenendo in questi giorni. Attraverso una distorsione squisitamente romantica, allora, sì: Russia e Ucraina nascono dallo stesso seme, sono state lo stesso fusto, per divenir poi l’una il ramo dell’altra. Ad essere più precisi, il principio storico a cui ci si riferisce non è prettamente “di casa”, ma viene addirittura da lontano, dalla Scandinavia quando forse, in un incredulo sbattere di palpebre, fu determinato il nostro presente. In sintesi, secondo la Cronaca degli Anni Passati, le tribù dei Čudi, Slavi, Meri e Kriviči, stanziate nelle regioni est europee, si appellarono al popolo variago dei Rus’ nel 862 d.C., così da farsi governare da un potere esterno, imparziale, che portasse ordine tra le varie fazioni. Fu così che, secondo la tradizione, i fratelli Rjurik, Truvor, e Sineus risposero alla chiamata, ma solo Rjurik sopravvisse tanto da fondare una dinastia: i Rjurikidi, soppiantati poi dai Romanov nel 1613 d.C. Con il successore di Rjurik, Oleg, si entra in un capitolo storico di fondamentale importanza: la conquista di Kiev, attuale capitale dell’Ucraina, comportò l’inizio allo stato della Rus’ di Kiev, e l’importanza di questo centro politico fu tale da guadagnarsi il titolo di Madre d’ogni città della Rus’

Contesto geopolitico europeo agli inizi del XI secolo.
Il passato come un intreccio di storie

A scanso di equivoci, il territorio osservato non è un’enorme steppa desolata, ma un contesto vivace e dinamico, soprattutto dal punto di vista commerciale. Lo stato Rus’ (Russia ante litteram) ebbe come illustri vicini l’impero bizantino e l’impero bulgaro, con i quali arrivò a scontrarsi o a stringere rapporti d’intesa. Non si dimentichino nemmeno i tentativi abbasidi d’inserirsi nella realtà est europea, cercando l’appoggio dei Bulgari del Volga contro i Cazari. Curiosamente, il resoconto di viaggio scritto da Aḥmad ibn Faḍlān, nel 921 d. C., oltre a fornire una delle più dettagliate testimonianze circa gli usi e i costumi dei Rus’, fu poi d’ispirazione per il libro Mangiatori di morte da cui fu tratto il film Il 13° guerriero, tanto per intendere come la storia sia un intreccio infinito. La Rus’ di Kiev venne, quindi, plasmata in un contesto politicamente vario ed articolato, affermandosi stabilmente nei territori che oggi fanno parte della Russia, della Bielorussia e dell’Ucraina, così da legittimare l’idea di un popolo unico diviso attualmente in tre stati diversi. 

Funerale di un guerriero Rus’ su ispirazione del resoconto di Aḥmad ibn Faḍlān (Siemiradzki,1883).
La necessità di non ricordare

Grossomodo, la ricostruzione proposta è alla base degli accenni fatti da Putin ai principi di unità storica che legherebbero i Russi ai vicini Ucraini: “L’Ucraina non è uno stato vicino, ma parte della nostra storia”. Giustamente, ai fini della propaganda, non sono presi in considerazione gli sviluppi più recenti che portarono all’idea di un paese indipendente dal suo invadente vicino di casa, sia politicamente che culturalmente. Dinamiche ben più vicine alla realtà odierna di quanto non siano i fatti altomedievali. L’unità della Rus’ di Kiev terminò, infatti, già nel XIII secolo quando lo stato si frammentò in una serie di principati, separati ancor più tra loro dalle successive ingerenze mongole e tartare. In tempi relativamente veloci, il bacino ucraino e bielorusso si ritrovò coinvolto nelle dinamiche dell’Europa centrale, al contrario dei territori russi rivolti a oriente. L’Ucraina, in particolare, conoscerà il dominio del Khanato dell’orda d’Oro, poi l’intromissione dei Cosacchi che con forza reclamarono una propria indipendenza; quindi, la divisione tra Granducato di Lituania, il regno Russo, il khanato di Crimea, l’Ungheria e il principato di Moldavia. Un caleidoscopio di influenze e nazioni tra le quali, nel territorio conteso, la Russia seppe essere una costante: dapprima in possesso della parte orientale dell’Ucraina, in particolare il Donbass; poi, alla fine del XVIII sec., annettendo i territori cosacchi, strappando la Crimea all’impero Ottomano, e ottenendo i territori appartenuti alla Polonia. Va da sé, che in un tale contesto frammentario lo spirito identitario della prima Rus’ già si era perso, cosa che nei fatti comportò successivamente la necessità di russificare il territorio ucraino. Le vicende dell’ultimo secolo meritano, tuttavia, un’analisi a parte essendo troppo vicine al contesto odierno, ben più delicate ed impattanti tanto che sarebbe un’offesa trattarle nel breve spazio che rimane a questa riflessione.

Contesto geopolitico europeo agli inizi del XVIII secolo.
Rispettare la storia, salvare noi stessi

A grandi linee, quanto descritto ripercorre sinteticamente le interconnessioni tra Russia e Ucraina prima che tali due nomi avessero il peso che gli si attribuisce attualmente. Una storia che, a seconda dei tagli illegittimi che si vogliono applicare, può rivelare una fortissima unità tra i due stati o, al contrario, una loro fortissima divisione. Più importante, tuttavia, è chiedersi se abbia senso applicare una tale metodologia d’osservazione al contesto storico, rigettando lo studio analitico a favore di revisioni politicizzate a sostegno d’una parte o dell’altra. Indubbiamente, la proposta di un passato mitizzato è ben più avvincente, in quanto rivolta a stimolare i sentimenti, le passioni che muovono l’animo umano. Al contrario, lo studio analitico delle fonti impone un noioso rigore ed un impegno che non necessariamente possono essere coinvolgenti, al pari di un’equazione matematica nuda e cruda. Purtroppo, tentativi di revisionismo storico, magari solo accennati o sussurrati non sono una rarità ma una costante che infetta l’approccio tanto dei “grandi nemici dell’occidente” quanto della nostra parte, a pari merito. La responsabilità di capire, in un discorso politico, dove finisca l’oggettività e dove inizi la speculazione è individuale. Un giorno anche il nostro presente potrà essere revisionato, ma onestamente sarebbe atroce pensare che le dinamiche delle nostre vite vengano usate, in forma distorta, per giustificare la guerra di domani.

Pubblicabili da revisionare

UCRAINA | L’anacronismo di una guerra incomprensibile

All’alba del 24 Febbraio la Russia, guidata da Putin, ha comunicato la sua volontà di intraprendere “un’operazione speciale” nei confronti dell’Ucraina dopo il riconoscimento delle Repubbliche separatiste del Donbass, Donetsk e Lugansk (SE dell’Ucraina). L’obiettivo, secondo quanto dichiarato dal Capo di Stato russo, sarebbe quello di “denazificare” e di “demilitarizzare” il paese ucraino attraverso un’operazione di peacekeeping, che altro non è che un’anacronistica azione di guerra. Dopo l’invasione, il 28 Febbraio sono iniziate delle trattive tra governo ucraino e russo (con mediazione di quello bielorusso, vicino a Putin), mentre la furia della guerra continua a impazzare.

Ma quali sono le cause di questa guerra?

Bisogna risalire molto indietro nel tempo e non è facile riassumere in poche righe le motivazioni economiche, socio-politiche e storiche che hanno portato allo scoppio di questa guerra. L’Ucraina è posizionata in un’area strategica di confine e di cerniera tra Russia ed Europa e rappresenta la culla della cultura russa moderna (fin dal IX secolo d.C. con la formazione dell’entità monarchica dei Rus’ di Kiev). Ripercorriamo velocemente alcune delle principali tappe: nel 1989 cade il muro di Berlino; a partire dal 1991 (scioglimento del Patto di Varsavia) crolla il sistema delle Repubbliche Socialiste Sovietiche; dal 1999 in poi entrarono a far parte della Nato una serie di paesi dell’Europa orientale (Repubblica Ceca, Slovacchia Ungheria, Polonia, Bulgaria, Lettonia, Estonia, Romania, Slovenia ecc..), nel Febbraio 2014 il popolo Ucraino caccia il presidente filorusso Viktor Janukovyč, la Russia annette la penisola ucraina della Crimea e vengono sedate le rivolte dei separatisti filo-russi della regione del Donbass (a cui segue Patto di Minsk). 

Ancora oggi l’Ucraina è divisa

Una parte della popolazione è più filo-occidentale (nelle zone ovest) mentre nei territori orientali, il sentimento popolare è legato alla Russia. L’Ucraina, in particolare grazie all’elezione democratica di Volodymyr Zelensky nel 2019, ha avviato un processo di avvicinamento all’Unione Europea. Perché quindi la Russia ha deciso di organizzare un’operazione militare su larga scala? Le cause sono molteplici. La Russia ritiene di avere un diritto storico sull’Ucraina (che faceva parte dell’Unione Sovietica) e reputa pericoloso sia l’allargamento dei paesi di influenza Nato che la volontà dell’Ucraina di entrare nell’Alleanza Atlantica (comunque processo ancora in fase embrionale per via delle clausole di accesso richieste[1]).

 

Vi sono anche motivazioni economiche

Esse sono connesse al settore agricolo ed energetico (soprattutto il gas, ma anche risorse minerarie), e diplomatiche, collegate alla sostanziale assenza di trattative diplomatiche tra stato russo e governi occidentali che impedissero questa escalation.

Il Cremlino vorrebbe quindi mantenere la sua influenza su quei territori di confine tra Europa occidentale ed orientale, costringere la Nato a rinunciare ai suoi interessi nei paesi dell’est (senza tenere conto della sovranità popolare dei paesi interessati?) e creare un’area cuscinetto tra i territori di influenza atlantica e quelli russi (demilitarizzazione dell’Ucraina e riconoscimento dell’annessione della Crimea). E’ proprio di questi argomenti di cui si sta discutendo nelle recentissime trattative in corso.

[1] Per potere ottenere l’ingresso all’interno del Patto Atlantico l’Ucraina deve risolvere i problemi legati alla corruzione, intraprendere un percorso di riforme politiche e militari e risolvere il problema dei separatisti del Donbass.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Striscia di Gaza, torna alla luce una necropoli romana del I secolo d.C.

L’annuncio da parte del Ministero del Turismo e delle Antichità di Gaza è del 31 gennaio scorso. Gli archeologi hanno portato alla luce le prime tombe appartenenti ad un vasto impianto cimiteriale romano destinato ad un gruppo sociale elitario. Il complesso è situato ad ovest della città di Beit Lahia, a circa 10 chilometri a nord-est dalla città di Gaza.

La scoperta

Secondo il ministro palestinese Jamal Abu Rida, si tratta della più importante scoperta archeologica nell’area dell’ultimo decennio.
Il sito è riaffiorato a seguito di una serie di scavi condotti con lo scopo di realizzare un progetto residenziale finanziato dallo stato egiziano. Scavando è stata notata la presenza di grandi e antichi mattoni che andavano a costituire la struttura del complesso. Il cimitero romano è del primo secolo d.C., gli esperti hanno stimato fosse in uso tra i 2000 e 1600 anni fa. Sono state rinvenute 20 tombe impreziosite da ornamenti e decorazioni, ma si stima che possano essercene almeno un’ottantina.

Particolare di una tomba dell’antico cimitero romano rinvenuto a Beit Lahia

Sepolcri cristiani

Due sepolcri sono stati aperti mostrando la presenza di vasellame in argilla e resti ossei. Questo particolare, unito al ricco decorativismo, ha fatto supporre agli studiosi che il luogo di sepoltura fosse destinato a personalità di alto rango. Le tombe sono disposte da est a ovest, dettaglio che conferma agli archeologici la natura cristiana, e non musulmana, del sito; inoltre si ipotizza la presenza nelle vicinanze di un tempio romano o di una chiesa bizantina.
Attualmente un team francese di esperti si sta occupando della supervisione del cimitero. Momentaneamente i lavori sono stati interrotti ma vi è la volontà di mettere il sito archeologico in sicurezza ed aprirlo al turismo.

Cantiere di scavo

Gaza antica

Il sito di Gaza fu un importante empòrion per secoli, si stima fu abitata a partire dal 1500 a.C.

La città ha molto da offrire sotto il profilo storico e archeologico: la scoperta del cimitero di Beit Lahia arriva circa quattro anni dopo quella di un piccolo complesso funerario romano di nove tombe a Beit Hanoun, a nord-est della Striscia di Gaza.

Nei secoli Gaza fu sottoposta a diverse dominazioni, dai faraoni egizi, ai Greci, passando dai Filistei, fino all’annessione sotto l’Impero Romano come provincia. Nel II secolo d.C. la città prosperò sotto i bizantini e nel 637 divenne la prima città in Palestina a essere conquistata dall’esercito musulmano dei Rashidun, finendo tuttavia in rovina con l’arrivo e l’occupazione dei Crociati nel 1099. Nei secoli successivi, Gaza subì diverse difficoltà (incursioni mongole, inondazioni, locuste) riducendosi, nel XVI secolo, ad un piccolo villaggio annesso all’Impero Ottomano.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Re- opening del progetto DELTA MOOC

Il MOOC DELTA, il corso di “Digital Excavation” sviluppato dai partner del progetto DELTA, apre anche quest’anno per tutti gli studenti e i professionisti dell’archeologia e dei beni culturali.

Il corso

DELTA” (Digital Excavation through Learning and Training in Archaeology) è un progetto portato in Italia dalla Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Basilicata, con sede a Matera.

È dedicato alla progettazione e allo sviluppo di un corso che combini lo spazio fisico di uno scavo archeologico con lo spazio digitale dell’apprendimento online. Si rivolge alle esigenze di studenti e professionisti che vogliono implementare le loro competenze digitali e soft skills, ponendo l’attenzione sulle competenze necessarie allo scavo digitale come la documentazione digitale, la modellazione 3D e le tecniche VR nella conservazione dei siti archeologici.

Il corso si suddivide in quattro moduli:

1. Strumenti digitali per la pratica archeologica / Scavo;

2. Documentazione in situ e dopo lo scavo;

3. Conservazione e valorizzazione digitale di monumenti e manufatti del patrimonio archeologico;

4. Musei all’aperto e archeologia sperimentale.

Il corso verrà erogato attraverso la piattaforma DELTA, dal 1 marzo 2022 fino al 23 maggio 2022. È in inglese, gratuito e fornisce un attestato al suo completamento.

La piattaforma

La piattaforma online DELTA è pensata come un tramite per la formazione online e la collaborazione tra le Università nel settore archeologico, offrendo materiali per l’apprendimento e l’insegnamento open-access. Supporta lo scambio libero di opinioni, idee, esperienze, discussioni, apprendimento tra pari e contenuti tramite strumenti informatici sociali e condivisi.

Per iscriversi basta compilare questo form prima del 25 febbraio 2022 mentre per richiedere informazioni è possibile inviare una mail a questo indirizzo: http://www.project-delta.eu/contact/.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Alla riscoperta della poesia giapponese con Einaudi: gli Haiku di Bashō

Nella settimana appena trascorsa è stato pubblicato da Einaudi “Lo stretto sentiero del profondo Nord “, il capolavoro letterario del padre degli haiku Bashō, nome d’arte di Matsuo Munefusa (1644-94). Si tratta del racconto di un viaggio durato 156 giorni, che attraversa le località più suggestive del Giappone e scandito da haibun, un mix letterario di prosa e haiku, che impreziosisce il testo al punto da renderlo un pilastro della storia della letteratura giapponese. Quello che Einaudi presenta è un testo finora inedito in Italia, comparso solo a tratti sporadicamente su qualche pubblicazione del settore del Sol Levante, l’editore ci da così accesso alla principale opera dell’autore originario di Iga.  Perchè nonostante sia un testo scritto nel XVII  secolo, quindi abbastanza datato Einaudi sceglie di pubblicare oggi un testo del genere? La risposta è più ovvia di quel che sembra, la scrittura di Bashō, con le sue ambientazioni quotidiane e semplici, ed i suoi versi liberi da forma metrica in apparenza, ci restituiscono l’immagine di un Giappone pieno di fascino, che immerge il lettore in un’esperienza sensoriale. 

Copertina del libro

 

 

 

Prima di immergervi nella lettura di questo “nuovo” libro, vi proponiamo un tuffo nella genesi della poesia di Bashō e nell’ispirazione da cui nascono i tradizionali versi giapponesi, che col trascorrere dei secoli assumono forme e valenze diverse. L’haikai e l’haiku di Bashō, devono la propria origine all’usanza di comporre brevi poesie, formate da trentuno sillabe distribuite in versi 5-7-5-7-7, chiamate waka o uta. Esse sono parte di una tradizione risalente al periodo Nara (710-784). Successivamente prese piede la pratica del renga, non più semplice composizione di waka o uta ma un vero e proprio gioco, in cui le trentuno sillabe venivano divise in due parti e composte da due persone diverse, la prima parte composta da 5-7-5 sillabe era chiamato chōku (ku lungo), la seconda da 7-7 sillabe tanku (ku breve).

Nascevano così gli incontri di renga in cui un partecipante elaborava un chōku e un altro lo seguiva con tanku, poi un altro chōku e così via, ogni verso doveva essere ispirato al precedente affinché il componimento avesse forma e coerenza. Insomma, un continuo incatenarsi di versi che nel periodo Kamakura (1192-1333) si stabilì nella forma del hyaku, cioè fino a cento ku. Sulla base di questa usanza nel XIV secolo nacque l’haikai no renga abbreviato in haikai, andò così sdoppiandosi il genere renga in due forme, una più aulica e classica, chiamata ancora oggi renga ed una più comico-popolare, l’haikai che significava “buffo”. Nel XVII secolo l’haikai no renga era a tutti gli effetti un gioco letterario di “poesie buffe a catena” che al tempo riscosse un enorme successo, mentre nel XIX secolo iniziò a essere chiamato renku (ku a catena) per evitare di confonderlo con la parola haiku entrata quindi recentemente nell’uso comune.

Bashō
Haiku su illustrazione tradizionale

 

L’haikai di Bashō

«nel renku, il primo ku è l’hokku: normalmente di 5-7-5 sillabe, deve esprimere la parola che alluda alla stagione, ed essere caratterizzato da un tema e da uno stile che possano essere sviluppati dai ku che seguono. Fu questa l’arte dell’haikai che Bashō cominciò a coltivare: con la sua scuola il ku iniziale divenne una breve ma intensa espressione poetica». «Attualmente ci si riferisce a questa forma essenziale di poesia, a questo ku iniziale, con il termine haiku. L’uso della parola haiku per questo breve genere poetico è dunque recente e viene fatto risalire agli anni del movimento di rinnovamento della poesia giapponese iniziato da Masaoka Shiki (1867-1902).»*

Bashō che è ancora oggi considerato il padre dell’haiku, chiamava le proprie poesie hokku e non haiku, a testimonianza del fatto che l’espressione haiku sia di recente utilizzo. Il noto poeta nacque in condizioni di povertà e dopo che a tredici anni perse il padre entrò al servizio di Kazue Yoshitada, della famiglia Tōdō (al tempo governante della città). Esercitando il mestiere di semplice cuoco, riuscì al contempo a trarre un beneficio letterario dallo stare accanto al suo padrone, che apparteneva alla scuola dell’haikai di Kyōto. Quando Kazue morì, Matsuo si dedicò allo studio dello Zen, della poesia e della filosofia cinese, alla ricerca di un nuovo stile caratterizzato da un’estetica della povertà e dalla riscoperta della bellezza del quotidiano. I suoi versi che non seguono schemi rigidi e prefissati, si librano in una lirica ricca di richiami sensoriali e suggestivi, di seguito un estratto della sua poesia:

Autunno

 

Un corvo

si è poggiato sul ramo spoglio:

tramonto d’autunno.

 

La tempesta autunnale batte la pianta di musa:

sento il rumore della pioggia

che cade nel mastello durante la notte.

 

Nella mente l’immagine di un teschio abbandonato,

mentre il vento penetra

la mia carne.

 

O poeti che ascoltate commossi le voci delle scimmie,

cos’è per voi il pianto di un bambino

abbandonato al vento autunnale?

 

Un’altea sul bordo della strada:

l’ha inghiottita

il mio cavallo.

 

Fitta nebbia:

invisibile, e pur suggestivo

il Fuji oggi.

 

Addormentato sul cavallo

scorgo, tra sogno e alba, la luna lontana

e il fumo del tè.

 

Il profumo dell’orchidea

penetra come incenso

le ali di una farfalla.

 

Senza morire…

dopo molte notti di viaggio

in un tramonto d’autunno.

 

Luna veloce:

le cime degli alberi

sono impregnate di pioggia.*

Nota bibliografica * M. Muramatsu, dall’haikai all’haiku: la poesia di Bashō in Poesie. Haiku e scritti poetici di M. Bashō, La Vita Felice, Milano 2012, p.7.

  • M. Bashō, Poesie. Haiku e scritti poetici, cit., pp. 29-31.
Bashō
Statua dedicata a Bashō alla stazione di Isayama

 

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Ferdinando Maurici, chi è il nuovo soprintendente del mare della Regione Siciliana

Ricade su Ferdinando Maurici la nomina di soprintendente del mare della Regione siciliana, scelto del dirigente generale del dipartimento di beni culturali Franco Fazio. Si apre così un’era di grandi sfide per la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico subacqueo dei mari di Sicilia e delle sue isole minori. 

ferdinando maurici regione siciliana
Ferdinando Maurici, nuovo soprintendente del mare della regione siciliana
Chi è Ferdinando Maurici?

Ferdinando Maurici, 62 anni, nativo di Palermo, è un appassionato ricercatore, specializzato in archeologia cristiana e medievale, con all’attivo diverse docenze universitarie e oltre 300 pubblicazioni. Da sempre impegnato nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale siciliano, è stato insignito di incarichi prestigiosi, tra cui: la dirigenza del parco archeologico di Monte Lato, del Museo interdisciplinare di Terrasini e della Fototeca del centro Regionale Inventario e catalogazione delle sezioni archivistica e bibliografica. Recentemente ha seguito la documentazione videografica, con rilievi in 3D, di un relitto d’epoca romana, insieme a un cumulo di anfore, nel fondale dell’isola di Ustica, situati a circa 200 metri di profondità e 80 metri dalla costa.

ferdinando maurici regione siciliana
Carico di anfore romane provenienti da un relitto

Nell’estate 2021 ha preso parte alla localizzazione del ventiquattresimo rostro nel fondale dell’isola di Levanzo, nell’arcipelago delle Egadi, a bordo della nave oceanografica “Hercules”. Ha inoltre collaborato alla rilevazione di un nuovo possibile itinerario sommerso a Marettimo, che andrà ad arricchire il patrimonio archeologico sommerso delle isole Egadi, teatro della  sanguinosa battaglia navale del 241 a. C, tra romani e cartaginesi. È stato infine co-progettista dei lavori di scavo e indagine preliminare del relitto della nave romana denominata “Marausa 2“, risalente al III secolo d. C., recuperato a 150 metri dalla costa di Trapani.

ferdinando maurici sicilia
Le indagini archeologiche subacque nel nuovo itinerario di Marettimo
La soprintendenza del mare

L’istituto rappresenta l’approdo di un percorso avviato nel 1999, con l’istituzione di un gruppo per la ricerca archeologica subacquea: G. I. A. S. S. (Gruppo Indagine Archeologica Subacquea Sicilia) evolutosi  poi in S. C. R. A. S. (Servizio Coordinamento Ricerche Archeologiche Sottomarine).  La struttura nasce ufficialmente nel 2004, per volontà di Salvatore Tusa, con l’obiettivo di gestire, tutelare e valorizzare il patrimonio storico, naturale e demo-antropologico dei mari di Sicilia e delle sue isole minori, evidenziando l’evoluzione dell’inscindibile legame tra l’uomo e il mare nel corso dei secoli. Tra i maggiori successi dell’istituto, annoveriamo: il satiro di Mazara del Vallo, la nave romana Marausa, il relitto di Cala Minnola a Levanzo e, soprattutto, la localizzazione ,a nord/nord ovest dell’isola di Levanzo, del luogo che probabilmente fu il  teatro della battaglia delle Egadi del 241 a. C. che pose fine alla prima guerra punica.

ferdinando marauci regione siciliana
Uno dei rostri ritrovati al largo delle Egadi, testimone della battaglia del 241 a.C
Pubblicabili da revisionare

NEWS | Riaffiorano sepolture a San Martino dall’Argine (Mn)

Durante alcuni lavori eseguiti dal Consorzio di Bonifica Navarolo di Casalmaggiore riaffiorano sepolture a San Martino dall’Argine, in provincia di Mantova.

Gli scavi e la scoperta archeologica

Le 11 tombe sono state riportate alla luce in una fascia di circa 350 metri; tre sepolture presentano una copertura, detta “alla cappuccina”, formata da mattoni disposti a doppio spiovente; queste sembrano essere suddivise in quattro nuclei apparentemente separati.

Tomba con copertura “alla cappuccina”

Le sepolture ad inumazione hanno restituito individui adulti e alcuni bambini. L’assenza completa di elementi di corredo rende complicato arrivare ad una collocazione cronologica precisa, ma l’utilizzo, nelle tombe maggiormente strutturate, di laterizi di reimpiego fa ipotizzare un inquadramento in età alto medievale; questa ipotesi sarebbe avvalorata dal ritrovamento di alcune buche pertinenti a edifici lignei e di canali antichi, che stanno restituendo frammenti ceramici.

Sepoltura a inumazione

Dagli scavi sono emerse anche sporadiche tracce di frequentazione preistorica dell’area, attestata dalla presenza di un pozzetto di scarico con minuti frammenti ceramici ad impasto, che confermano il recupero di selce nel corso delle indagini preliminari del 2020. I dati emersi permetteranno di aggiungere tasselli per migliorare la conoscenza della storia dell’area, utili per meglio comprendere le dinamiche di popolamento antico nell’area mantovana.

Le parole del sindaco, Alessio Renoldi

“È stata una sorpresa e anche un’emozione vedere quelle tombe sepolte da circa 1.500 anni nei terreni di San Martino. Sono preziosissimi pezzi di storia che confermano insediamenti molto antichi dei nostri territori e non possono far altro che suscitare ulteriore curiosità sulle origini del nostro paese. Ovviamente cercheremo di valorizzare al meglio questo scoperte e quando sarà possibile metteremo a disposizione dei cittadini quante più informazioni possibili. Spero anche che ulteriori indagini possano far emergere nuovi frammenti di storia e di conoscenza del comune”.

Il sindaco, Alessio Renoldi

ENGLISH VERSION | Graves resurface in San Martino Dell’Argine (MN)