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NEWS | Scoperta una necropoli romana a San Severino Marche

Gli scavi preventivi per la realizzazione di un supermercato, a San Severino Marche (MC), effettuati tra ottobre dello scorso anno e gennaio 2022, hanno riportato alla luce 14 sepolture romane databili ai primi due secoli dell’impero.

sepolture san severino
Sepoltura con copertura in tegole (fonte: ©Soprintendenza ABAP per le province di Ancona e Pesaro e Urbino)
La scoperta

Lo scavo è stato condotto dall’ArcheoLAB di Macerata sotto la direzione scientifica del Dottor Tommaso Casci Ceccacci della Soprintendenza per le province di Ancona e Pesaro e Urbino.

L’area sepolcrale scoperta a San Severino Marche, in provincia di Macerata, è parte dell’estesa necropoli della città romana di Septempeda. È stata individuata nei pressi della S.P. 361 e ha uno sviluppo est-ovest, parallelo all’asse viario. A rimarcare il carattere periurbano della necropoli è la presenza di un basamento di forma rettangolare realizzato con una gettata contro terra di calcestruzzo e ciottoli di fiume. Purtroppo il pessimo stato di conservazione non permette di inquadrare la tipologia della struttura con precisione ma doveva trattarsi di un impianto funerario monumentale.

Le sepolture a cremazione diretta e indiretta

Sono 14 le sepolture riportate alla luce, 3 caratterizzate dal rito dell’inumazione in terra, le altre secondo il rito dell’incinerazione. Quest’ultimo lo troviamo officiato sia in maniera diretta che in maniera indiretta. Nel primo caso, nell’incinerazione diretta, il corpo del defunto veniva deposto all’interno della fossa predisposta per la combustione del corpo prima e nella stessa avveniva il seppellimento delle ceneri. Nell’incinerazione indiretta, invece, i resti combusti del defunto venivano raccolti dal luogo della pira e deposti solo in un secondo momento all’interno della sepoltura definitiva.

sepolture san severino
Inumazione (fonte: ©Soprintendenza ABAP per le province di Ancona e Pesaro e Urbino)
Cosa hanno restituito le sepolture di San Severino 

I busta sepulcra, o tombe a cremazione diretta, hanno restituito grosse pire lignee. Qui i defunti furono deposti e cremati, accompagnati da alcuni manufatti di corredo, alcuni bruciati con il corpo, altri deposti successivamente. Alcune di queste tombe presentano il sepulcrum, una struttura sepolcrale composta da tegole, ancora intatta. Le sepolture a cremazione indiretta mostrano una struttura più semplice, costituita da una cassetta, triangolare o rettangolare, formata da tegole spezzate che al suo interno conservava i resti combusti ed il corredo. Degno di nota è lo stato di conservazione dei resti combusti della pira, della lettiga funebre e dei feretri lignei, di cui si è conservata la posizione originale dei chiodi rendendo possibile la ricostruzione del contesto.

sepolture san severino
Resti di pira funebre

Il corredo funerario

I reperti recuperati dai sepolcri hanno permesso una prima (e parziale) documentazione del vasto corpus di gesti compiuti durante i riti funebri. La maggior parte delle deposizioni presenta manufatti deposti e bruciati durante l’incinerazione, altri sono stati aggiunti in un secondo momento durante la risistemazione dei resti combusti. Sono stati ritrovati un numero considerevole di unguentari in vetro deformati dal calore, monete, lucerne ed oggetti in bronzo, tra cui uno splendido specchio di forma circolare e l’impugnatura sagomata.
Nei corredi sono state rinvenute anche tipologie di oggetti strettamente legate alla quotidianità come aghi crinali e da cucito, steli da fuso e fuseruole in osso per le sepolture femminili o comuni utensili da lavoro come coltelli, rasoi e raschiatoi per quelle maschili.

 

English translation: ENGLISH VERSION | Roman Necropolis unearthed in San Severino Marche

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NEWS | La statua della dea Atena arriva in Sicilia

Mercoledì 9 febbraio, alle ore 11:00, la statua della dea Atena arriva in Sicilia, al Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas.

Partnership tra Grecia e Sicilia
Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà

La statua, proveniente dal Museo dell’Acropoli di Atene, verrà affidata al Museo Salinas per quattro anni a seguito di un accordo di stretta collaborazione fortemente voluto dall’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, con le autorità greche.

La partnership tra il museo siciliano e il Museo dell’Acropoli di Atene, il mese scorso, aveva già permesso il ritorno in Grecia di un frammento del fregio del Partenone (il cosiddetto reperto Fagan) conservato proprio al museo Salinas, ma è grazie all’arrivo di questa statua che per la prima volta dal museo ateniese arriva un reperto in Sicilia per un’esposizione di lungo periodo.

Cerimonia di ritorno del “reperto Fagan” al Museo dell’Acropoli di Atene, a cui ha partecipato l’Assessore Alberto Samonà

Ad accompagnare il prezioso reperto, risalente al V secolo a. C., saranno la Ministra della Cultura e dello Sport della Grecia, Lina Mendoni, e il direttore del Museo ateniese, Nikolaos Stampolidis, che lo affideranno alla Regione Siciliana, alla presenza dell’Assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, e del direttore del Museo Salinas, Caterina Greco; per l’importante occasione culturale sarà presente anche il Sottosegretario alla Cultura, senatrice Lucia Borgonzoni.

La statua della dea

La statua acefala, in marmo pentelico, raffigura la dea Atena; la figura, alta 60 cm, è vestita con un peplo completato da una cintura portata sulla vita. La dea sarebbe stata adornata da un’egida disposta trasversalmente sul petto che, probabilmente, in antichità era decorata al centro da una gorgone andata poi perduta.

Statua della dea Atena

La figura poggia il peso del corpo sulla gamba destra, mentre sfrutta il braccio sinistro, come in una sorta di sincronia, per appoggiarsi probabilmente ad una lancia. Il tutto è reso sinuoso e morbido grazie al sapiente uso delle vesti; la posa della figura e la morbidezza delle vesti data la statua all’ultimo quarto del V secolo a. C., che rimanda ai modelli delle statue del Partenone.

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NEWS | Taormina si rifà il look: al via il restauro delle gradinate del Teatro Antico

Primo intervento al Teatro Antico di Taormina, dopo quello storico del 1959 diretto da Luigi Bernabò Brea. Sessantadue anni fa, il grande archeologo consegnò il monumento alla fruizione combinata di viaggiatori di giorno e spettatori la sera.

taormina teatro antico
Ricostruzione del manto terroso della cavea, 1939
Il primo di una serie di interventi di restauro per il Teatro Antico

Sono cominciati in questi giorni, nel Teatro antico di Taormina, i lavori di restauro della gradinata, l’emiciclo che abbraccia con un solo sguardo la scena, il mare e l’Etna e che nel 1787 fece dire a Goethe che “mai, forse, il pubblico di un teatro ha avuto innanzi a sé uno spettacolo simile”.

Si tratta del primo di una serie di interventi programmati dal Parco Archeologico Naxos Taormina, diretto dall’archeologa Gabriella Tigano. Tali interventi interesseranno, in vari periodi di bassa stagione, più parti del grande complesso monumentale senza compromettere la fruizione da parte dei visitatori. La ditta di restauri procede infatti per piccoli lotti, perimetrando il cantiere di lavoro e dunque non intralciando le consuete attività di visitatori e guide turistiche. Entro maggio saranno ultimati gli interventi sulle gradinate per dar corso al montaggio degli allestimenti per la stagione degli spettacoli. 

taormina teatro antico
Operai al lavoro al Teatro Antico
I primi interventi, indispensabili dopo sessant’anni di turismo di massa

“Sono interventi assolutamente improcrastinabili per garantire la conservazione del monumento – spiega la direttrice Tigano – e sono i primi a sessant’anni di distanza dallo storico restauro del grande archeologo Luigi Bernabò Brea, che consentì l’avvio della doppia fruizione del Teatro Antico, sia come sito archeologico che come contenitore di eventi in uno scenario unico al mondo. Ma non solo: ci consentiranno di mettere in sicurezza e ripristinare le sedute della cavea, reduci dai sessant’anni più intensi e faticosi nella millenaria storia del monumento. Anni che coincidono con l’inizio del turismo di massa e con l’avvio delle stagioni di spettacoli ed eventi estivi”.

taormina teatro antico
Sopralluogo della direttrice Gabriella Tigano

“La manutenzione e la buona tenuta del patrimonio monumentale regionale – sottolinea l’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samoná – è un obiettivo che stiamo cercando di portare avanti con grande impegno, nella consapevolezza che è il presupposto indispensabile per programmare una compiuta valorizzazione della nostra Isola”.

Mappatura digitale e laser scanner serviranno per il restauro della scenae frons

Più complesso e impegnativo l’intervento di restauro che dovrà interessare la scena (scenae frons). Fondamentale la mappatura digitale realizzata con drone e laser scanner nello scorso mese di dicembre: rappresenta il primo passaggio propedeutico che, dopo l’elaborazione dei dati, consegnerà alla direzione del Parco una radiografia completa dei resti monumentali, ma soprattutto un report aggiornato dello stato di degrado con precisione millimetrica.

“Il successivo progetto di restauro dello scenae frons – conclude la Tigano – sarà elaborato con formula interdisciplinare, e sarà oggetto di approfondimenti da parte di un’equipe di professionisti (archeologi, restauratori, architetti, ingegneri) nel quale si farà tesoro anche degli studi preliminari svolti all’inizio del nuovo millennio dal Centro Regionale per la Progettazione e  il Restauro, che per primo monitorò lo stress e i danni causati al monumento dalle vibrazioni sonore degli spettacoli. Un impegno che è e sarà tra gli obiettivi del Parco nei prossimi anni per garantire il miglior equilibrio tra conservazione e salvaguardia del monumento, e un suo uso “moderno” e sostenibile”.

taormina teatro antico
Teatro Antico, anni ’30.
Cortesia dell’Archivio Storico Antonino Castorina
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NEWS | Un ponte di epoca romana riemerge sulla Tiburtina

La Soprintendenza Speciale di Roma, durante i lavori di ampliamento della strada, ha scoperto un ponte romano sulla Tiburtina.

La scoperta

La documentazione della cartografia storica per l’età rinascimentale mostrava la presenza di un ponte sul Fosso di Pratolungo, ma le tracce della struttura di età romana non erano state ancora portate alla luce; le indagini di archeologia preventiva legate ai lavori di allargamento della strada da parte del Comune avevano mostrato la presenza della struttura. La struttura è stata ritrovata al 12° chilometro della via Tiburtina.

Fosso di Pratolungo

Gli scavi, ancora in corso, sono condotti con la direzione scientifica di Fabrizio Santi, archeologo della Soprintendenza Speciale di Roma, dalle archeologhe Mara Carcieri e Stefania Bavastro della Land S.r.l.

La cronologia e i lavori finali

La cronologia della struttura rende la scoperta estremamente eccezionale: il ponte, che permetteva di attraversare il Fosso di Pratolungo, risalirebbe al II secolo a. C. in età medio-repubblicana; la datazione sarebbe confermata sia da alcuni ritrovamenti ceramici, ancora da analizzare in maniera sistemica, sia dalla tipologia di muratura, in grandi blocchi di tufo.

Ritrovamento del ponte di epoca romana

Al termine delle indagini il ponte romano verrà ricoperto dopo un accurato rilevamento e mappatura, che permetteranno, assieme alla analisi dei reperti, uno studio e una dettagliata comprensione di questa importante scoperta.

Le parole della Soprintendente Speciale di Roma

“Si tratta di un ritrovamento di grande interesse archeologico”, spiega Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma, “ma anche del pari, storico e topografico. Le indagini continueranno nei prossimi giorni per ottenere una conoscenza quanto più completa della struttura e delle sue fasi d’uso. Ancora una volta Roma ci regala preziose testimonianze del suo passato, che permetteranno di comprendere meglio la sua storia millenaria”.

Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma

 

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NEWS | Il “Progetto 67 colonne” tiene in piedi l’Arena di Verona

Dalle ceneri della pandemia verso un nuovo Rinascimento. Attorno all’Arena di Verona si stringono 128 generosi mecenati, per oltre un milione e mezzo di euro stanziati a sostegno della cultura.

L’iniziativa Art Bonus

Un anno di inattività, un settore in ginocchio, una città che non si arrende. Nell’ambito del progetto “Art bonus”, nato per sostenere, attraverso l’impegno di privati e aziende, il recupero e la valorizzazione del patrimonio culturale del nostro paese, quella raccontataci da Fondazione arena è una storia di resistenza di fronte a un flagello che non ha lasciato scampo e di cui l’antico anfiteatro romano si fa simbolo e voce. Ad oggi, il progetto lanciato nella primavera 2021 da Fondazione arena con il gruppo Athesis, “67 colonne per l’arena di Verona“, ha incontrato il sostegno di ben 128 mecenati, ognuno dei quali ha adottato una colonna, o anche solo un mattone, con l’obiettivo di ricostruire idealmente la cinta esterna dell’anfiteatro, distrutta dal terremoto del 1117.

Arena di Verona
Splendide luci esaltano la bellezza dell’arena durante la notte
L’importanza dell’Arena per Verona (e per tutti)

Oltre un milione e mezzo di euro sono stati stanziati a sostegno dell’anfiteatro, che torna così a splendere, riempiendo le serate e i cuori di quanti vogliano viverne e di assaporarne la magia. Le 67 colonne riflettono l’immagine virtuosa di una fetta di mondo imprenditoriale che, nonostante le difficoltà del momento, non ha mai smesso di tenere presente la costante interdipendenza tra Verona e il suo anfiteatro, dandoci un’importante lezione di responsabilità sociale. Perché  l’arena non è un semplice luogo di produzione artistico-culturale, simbolo di eccellenza del made in Italy nel mondo, sono le migliaia di lavoratori coinvolti e il suo fortissimo impatto sull’economia della città stessa.

arena di verona
67 Colonne per l’Arena di Verona
Come sostenere Fondazione Arena

Oggi più che mai è importante svolgere un ruolo attivo, sostenendo l’arena e la sua produzione nella partecipazione al concorso Art Bonus e cliccare su “vota il progetto” oppure accedere, entro il 21 Marzo, a questo link.

Dal 21 febbraio al 21 marzo sulla piattaforma del concorso resteranno in gara i progetti che avranno ricevuto almeno 100 voti e dalle ore 12 del 22 marzo fino alle ore 12 del 1º aprile 2022 i primi 10 progetti si sfideranno sui profili Facebook e Instagram di Art Bonus. I voti ottenuti da ciascun progetto sui social saranno sommati ai voti precedentemente ottenuti tramite la piattaforma Art Bonus.

Arena di Verona
Il Logo

La somma delle preferenze delle due votazioni decreterà il vincitore. Il Premio consiste in un riconoscimento simbolico rappresentato da una targa di ringraziamento che viene consegnata all’ente beneficiario e ai mecenati con cerimonia pubblica in presenza di alti rappresentanti del Ministero della Cultura e delle istituzioni coinvolte nell’iniziativa.

Sono già innumerevoli i voti raccolti, nella speranza che diventino molti di più, grazie a quest’intreccio tra pubblico e privato, mai come oggi così forte , a dimostrazione di quanto l’Italia e gli italiani, nonostante il Covid, rimangano visceralmente legati al proprio patrimonio culturale.

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NEWS | L’Acropoli di Velia riscopre elmi, armi e trofei

Presso l’Acropoli di Elea-Velia sono stati riportati alla luce, all’interno di una struttura rettangolare legata al tempio di Athena, alcuni trofei tra cui due elmi, uno calcidese e un altro di tipo Negau, in ottimo stato di conservazione.

L’indagine archeologica

Sulla cima della città antica gli scavi hanno riportato alla luce i resti di una struttura rettangolare di notevoli dimensioni (18 x 7 metri di lunghezza). L’edificio in mattoni crudi è posto sotto il tempio dedicato alla dea Athena ed è ciò che rimane del più antico luogo di culto arcaico dedicato alla divinità. I risultati dell’indagine archeologica, afferma l’archeologo Francesco Uliano Scelza, hanno permesso di chiarire la topografia, l’architettura, la destinazione d’uso e la cronologia delle varie fasi dell’Acropoli. 

“La struttura del tempio più antico risale al 540-530 a.C., ovvero proprio gli anni subito successivi alla battaglia di Alalia – fa notare il Direttore Generale dei Musei e Direttore Avocante del Parco Archeologico di Paestum e Velia, Massimo Osanna – mentre il tempio più recente, che si credeva di età ellenistica, risale in prima battuta al 480-450 a. C., per poi subire una ristrutturazione nel IV sec. a C. È possibile quindi che i Focei in fuga da Alalia l’abbiano innalzato subito dopo il loro arrivo, com’era loro abitudine, dopo aver acquistato dagli abitanti del posto la terra necessaria per stabilirsi e riprendere i floridi commerci per i quali erano famosi. E alle reliquie da offrire alla loro dea per propiziarne la benevolenza, aggiunsero le armi strappate ai nemici in quell’epico scontro in mare che di fatto aveva cambiato gli equilibri di forza nel Mediterraneo.”

Sequenza stratigrafica

I trofei

Nel tempio sono stati ritrovati diversi trofei come ceramiche dipinte contrassegnate dall’incisione IRE, ossia sacro, e diversi frammenti di armi: tra questi abbiamo i pezzi di un grande scudo decorato e due splendidi elmi, uno etrusco del tipo “a calotta”, o Negau (località slovena dove vennero rinvenuti per la prima volta), l’altro calcidese. I due elmi sono attualmente oggetto di studio in laboratorio, al loro interno si cercano iscrizioni che possano aiutare a ricostruire la loro storia.

“I rinvenimenti archeologici presso l’acropoli di Elea-Velia lasciano ipotizzare una destinazione sacra della struttura. Con tutta probabilità in questo ambiente vennero conservate le reliquie offerte alla dea Athena dopo la battaglia di Alalia, lo scontro navale che vide affrontarsi i profughi greci di Focea e una coalizione di Cartaginesi ed Etruschi, tra il 541 e il 535 a.C. circa, al largo del mar Tirreno, tra la Corsica e la Sardegna. Liberati dalla terra solo qualche giorno fa, i due elmi devono ancora essere ripuliti in laboratorio e studiati. Al loro interno potrebbero esserci iscrizioni, cosa abbastanza frequente nelle armature antiche, e queste potrebbero aiutare a ricostruire con precisione la loro storia, chissà forse anche l’identità dei guerrieri che li hanno indossati. Certo si tratta di prime considerazioni che già così chiariscono molti particolari inediti di quella storia eleatica accaduta più di 2500 anni fa.” – dichiara Osanna.

Elmo del tipo Negau

Velia

Nome greco dell’antica Velia, Elea fu una tra le Poleis più ricche della Magna Grecia.

Durante le guerre puniche fu alleata di Roma e nell’88 a.C. diventò municipio romano. Da qui la decadenza: Roma la tagliò fuori dalle rotte commerciali, costringendo la città (nota come Velia) a ridursi fino a diventare un piccolo villaggio di pescatori. Nel IX secolo Velia fu definitivamente abbandonata, per sfuggire alla malaria e alle incursioni dei pirati saraceni, ad eccezione dell’acropoli dove la popolazione si rifugiò costruendo una possente fortificazione. Il piccolo borgo fortificato prese il nome di Castellammare della Bruca e sopravvisse fino alla fine del 1600.

Fu l’archeologo François Lenormant a comprendere l’importanza storica e culturale del luogo: già dagli anni ’20 del Novecento s’ipotizzava l’esistenza di una struttura arcaica antecedente al tempio maggiore dell’Acropoli. Purtroppo, a causa degli scavi iniziati nel secolo scorso, l’abitato superstite di età medievale è andato quasi del tutto distrutto.

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NEWS | Sepolture etrusche scoperte a Tarquinia

Nel cuore della necropoli etrusca dei Monterozzi, emerge un nucleo di dieci sepolture databili tra l’epoca Villanoviana e l’epoca arcaica, il periodo che vide la piena affermazione della città di Tarquinia, alla quale si legano i miti di fondazione della civiltà etrusca. La scoperta di questo nuovo nucleo sepolcrale risale allo scorso autunno, ma i ricercatori hanno mostrato al pubblico i reperti il 14 gennaio scorso. 

Necropoli di Monterozzi, Tarquinia
Necropoli di Monterozzi, Tarquinia

Gli scavi di Tarquinia

La Necropoli di Monterozzi, la più importante di Tarquinia e la più antica d’Etruria, sorge sull’omonimo colle a circa un chilometro dalla città. La decisione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo  e perl’Etruria meridionale di far partire una campagna di scavo risale allo scorso autunno, in seguito ad alcuni lavori di aratura di un terreno privato che avevano portato all’apertura di una serie di cavità d’interesse archeologico. Gli scavi hanno portato alla luce un nucleo di dieci sepolture etrusche, databili tra l’epoca Villanoviana e quella arcaica, situate a poche decine di metri dalla Tomba dei Tori e da quella degli Auguri. Purtroppo, già in epoca antica, le sepolture furono saccheggiate da ladri che depredarono i metalli preziosi, lasciando in situ le ceramiche ed altri oggetti di corredo, considerati di scarso valor

La tomba Gemina

I primi interventi di restauro effettuati sui reperti consentono di comprendere pienamente la ricchezza del corredo funerario della tomba Gemina, la quale ha destato il maggiore interesse dal punto di vista architettonico. Il monumento è costituito da due camere affiancate e aperte verso sud-ovest su altrettanti vestiboli a cielo aperto, a cui si accede tramite una scala. La copertura di entrambe le camere è del tipo a fenditura. Le porte erano sigillate da lastre di nenfro e lungo la parete sinistra di entrambe troviamo il letto scolpito su cui era deposto il defunto. I lastroni di chiusura, precedentemente perforati dai primi visitatori, furono richiusi con accuratezza dopo il saccheggio, dimostrando rispetto nei confronti dei defunti.

Purtroppo la manovra ha portato al crollo, nel tempo, della camera nord.

Letto Tomba Gemina, un letto scolpito

Il corredo

Facenti parte del corredo funerario abbiamo forme vascolari d’impasto lucidato a stecca con decorazioni incise e configurate; diversi vasi di bucchero; vasi dipinti di stile etrusco-geometrico, tra cui alcuni riferibili al Pittore delle Palme; coppe euboiche a chevrons; vari frammenti in legno, in ferro e oro, a suggerire la presenza di oggetti in metallo prezioso, ed una statuina fittile femminile.

Statuina fittile femminile 

La datazione

Daniele Federico Maras, funzionario per la Soprintendenza di Tarquinia, ha proposto come inquadramento cronologico la prima metà del VII secolo a.C., inserendo il contesto tombale nei decenni precedenti alla figura di Tarquinio Prisco, tradizionalmente indicato come il quinto re di Roma (tra il 616 e il 579 a.C.).

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NEWS | Urbania (PU), scoperta una necropoli romana “birituale”

Nelle scorse settimane, località Muraglione a Urbania (PU), è stata portata in luce una piccola necropoli di età romana. La scoperta, del tutto casuale, è avvenuta durante  i lavori di scavo per la posa di un collettore fognario condotti da Marche Multiservizi SpA. L’aspetto eccezionale di questa necropoli risiede nelle modalità di sepoltura adottate: nello stesso contesto, infatti, gli archeologi hanno rinvenuto sepolture ad inumazione e sepolture in cui i defunti sono stati cremati.

urbania necropoli romana
Sepoltura con cassa rettangolare in tegole, Urbania (PU)
Una necropoli databile alla prima età imperiale

Si tratta di un piccolo gruppo di quattro tombe, forse da collegare a una fattoria romana per lo sfruttamento agrario del territorio, databili ai primi secoli dell’età imperiale (I-II secolo d.C.). La zona era già infatti nota per rinvenimenti romani degli anni ’80, oltre al recupero di alcune epigrafi funerarie già nel XVI secolo. Le sepolture rinvenute si sono presentate in parte danneggiate dalla costruzione di alcune strutture ottocentesche, forse connesse al vecchio tracciato della ferrovia. Nonostante ciò, l’attento scavo archeologico, condotto in archeologia preventiva dalla ditta specializzata Phoenix di Bologna sotto la direzione scientifica di Diego Voltolini della Soprintendenza ABAP per le province di Ancona e Pesaro e Urbino, ha permesso di scoprire una notevole varietà nei rituali funerari.

urbania necropoli romana
Operazioni di scavo di una sepoltura, Urbania (PU)
La necropoli “birituale” di Urbania, testimone di una coesistenza di pratiche funerarie

Le tombe sono realizzate con tegole, tavelle e coppi, formando delle vere e proprie casse. Una delle inumazioni ha una struttura poco usuale, diversa dalle più comuni tombe alla cappuccina. Questa, infatti, è costituita da cassa rettangolare in tegole e copertura in larghe tavelle e coppi posti a protezione degli interstizi. È ben conservato un caso di bustum, una fossa rettangolare predisposta per la cremazione diretta del defunto sulla pira, con le pareti scottate e arrossate dal fuoco. All’interno di quest’ultima è stata poi costruita la cassetta di tegole e coppi, con anche la creazione di un “canale libatorioutilizzando un’anfora capovolta e segata. Questa particolare struttura era utilizzata durante i riti delle profusiones, le offerte o libagioni che potevano rappresentare il pasto simbolico per il defunto, e che venivano fatte colare direttamente all’interno della sepoltura attraverso questo canale.

urbania necropoli romana
Bustum per la cremazione del defunto, Urbania (PU)

 

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NEWS | Destinazione Agrigento, i percorsi sotterranei della Valle dei Templi

Se parliamo di Agrigento è impossibile non pensare alla  Valle dei Templi che, con i suoi edifici imponenti e maestosi, ci racconta il passato dell’antica Akragas e del rapporto tra i suoi abitanti e le divinità a cui erano legati. Tuttavia, nella Valle dei Templi esistono alcuni percorsi che raccontano altri aspetti della comunità agrigentina: uno di questi, per esempio, è quello dedicato al culto dei morti. Il percorso di visita è dedicato all’osservazione di particolari strutture riconducibili all’attività di necropoli delle prime comunità di cristiani agrigentini.

 

Alla scoperta delle necropoli delle prime comunità cristiane di Agrigento

La realizzazione di queste strutture ha modificato radicalmente diversi settori della Valle dei Templi. Iniziando all’ombra dell’ulivo saraceno innanzi al Tempio della Concordia, il tour entra da subito nel vivo con una passeggiata lungo il percorso di un antico asse viario greco, divenuto a partire dal sec. III d.C. una vera e propria “via dei sepolcri”. Percorrendo questo sentiero si giunge alla necropoli sub-divo, la cui realizzazione ha trasformato in parte l’originario contesto tra i templi di Ercole e di Concordia. L’itinerario prosegue attraversando il corridoio che taglia la necropoli paleocristiana e conduce all’accesso settentrionale della Grotta Fragapane, la catacomba più grande della Valle dei Templi.

agrigento percorsi
Le sepolture paleocristiane nella Valle dei Templi
Un tuffo nel passato tra i colori del tramonto

Giunti al bivio con la cosiddetta necropoli romana “Giambertoni”, l’itinerario prosegue lungo un sentiero paesaggistico che costeggia esternamente le mura di difesa e conduce nuovamente al Tempio della Concordia: qui si godrà appieno di una breve ma intensa esperienza sensoriale immergendosi tra colori, odori e suoni del sentiero nei momenti della giornata che precedono il tramonto. 

agrigento percorsi
La valle dei Templi al tramonto

 

Altre tappe da non perdere nel territorio di Agrigento

La Casa di Luigi Pirandello ad Agrigento è un vero e proprio luogo del cuore. Riallestita di recente, la Casa Museo Luigi Pirandello custodisce parte del patrimonio materiale appartenuto al grande drammaturgo ed alla sua famiglia: la struttura è provvista di un potente apparato comunicativo, funzionale a valorizzarne il patrimonio immateriale espresso dal suo genio.

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Casa Museo di Luigi Pirandello

 

L’area archeologica di Eraclea Minoa

L’Area archeologica di Eraclea Minoa sorge su un bianco promontorio proteso verso uno splendido paesaggio marino, all’interno della Riserva Naturale Foce del Fiume Platani. La città, fondata dai selinuntini, venne chiamata Eraclea in onore dell’eroe  Eracle, mentre Minoa si collega ad un altro mito: quello del re Minosse. Secondo la leggenda, infatti, il mitico re cretese avrebbe inseguito fin qui Dedalo, per punirlo dopo che questi aveva aiutato Arianna e Teseo alle prese con il labirinto. Il quartiere delle abitazioni ellenistiche e romane, con il loro impianto “ad insulae”  è un esempio  utile a comprendere l’urbanistica delle città in epoca ellenistico-romana. Di grande interesse è senza dubbio il teatro greco, costruito alla fine del V secolo a. C, la cui cavea è rivolta verso il mar Mediterraneo, creando così uno sfondo paesaggistico che, nei secoli, ha lasciato senza fiato i suoi spettatori.

Il teatro greco di Cattolica Eraclea
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I moti del 1848, quando la Sicilia stupì l’Europa

Il 12 Gennaio del 1848 Palermo si sveglia diversa, con la voglia, caratteristica del popolo siciliano, di sottrarsi al dominio straniero e tirannico. Così la città di Palermo, quella mattina, vede una folla di gente in rivolta contro la dominazione napoletana, contro le truppe regie di Ferdinando II. L’obiettivo era quello di  proclamare il Nuovo Regno di Sicilia, indipendente e autonomo dal potere borbonico.

Stampa allegorica dell’epoca. La Sicilia scaccia il potere borbonico

 

Il 12 Gennaio 1848, l’epoca gloriosa della universale rigenerazione

Nei giorni che precedevano i moti, diversi  manifesti circolavano sui muri di Palermo, chiamando a gran voce i cittadini all’insurrezione. In uno dei manifesti, riportato interamente in un’opera del 1863 di Felice Venosta, si poteva leggere:

Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha spezzato. E noi popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, ardiremo ancora a riconquistare i legittimi diritti. All’armi figli della Sicilia! La forza dei popoli è onnipossente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio, all’alba, segnerà l’epoca gloriosa della universale rigenerazione. […] Chi sarà mancante di mezzi ne sarà provveduto. Con questi principi il cielo seconderà la giustissima impresa. Sicilia, all’armi!

Con queste parole, i palermitani, organizzavano la rivolta proprio nel giorno del compleanno di Ferdinando II di Borbone, nato a Palermo proprio il 12 Gennaio 1910. L’insurrezione era capeggiata dal mazziniano Rosolino Pilo e promossa insieme a Giuseppe La Masa.

La rivoluzione di Palermo in una stampa d’epoca

La sera stessa del 12 gennaio veniva istituito un “Comitato provvisorio” che chiedeva il recupero della Costituzione del 1812, incentrata sui principi della democrazia rappresentativa e sulla centralità del Parlamento. Nel frattempo, il 15 Gennaio, sbarcavano a Palermo i rinforzi borbonici che bombardarono le strade piene di rivoltosi. Il 22 gennaio Ferdinando II negava le richieste siciliane. Il 23 gennaio, il Comitato provvisorio si trasformava nel nuovo “Comitato Generale”, avente come presidente Ruggero Settimo e come segretario il patriota Mariano Stabile. Lo stesso 23 gennaio il “Comitato generale” dichiarava decaduta la monarchia borbonica. Il 25 gennaio 1848 le truppe borboniche evacuavano il Palazzo Reale.

Il vessillo del Nuovo Regno di Sicilia

 

La Sicilia insorge

Palermo era stata la prima di molte città a ribellarsi. Di lì a poco, nel giro di qualche mese, molte altre città del Regno borbonico ne seguirono l’esempio. Il 22 gennaio anche Girgenti (Agrigento) intraprende la via della rivolta seguito, il 29 gennaio, da Catania, Messina e Caltanissetta nella stessa giornata. Il 30 gennaio è il turno di Trapani e il 4 febbraio quello di Noto.

Il primo Governo del Nuovo Regno venne presentato il 27 marzo, con la nomina dei ministri: figure liberali come Mariano Stabile, il barone Pietro Riso, lo storico Michele Amari, il principe di Butera Pietro Lanza e il futuro primo ministro del neonato regno italiano Francesco Crispi.

Già nel settembre dello stesso anno, però, l’esercito borbonico riconquista Messina. Da qui, l’Esercito delle Due Sicilie si mosse per la riconquista del resto dell’isola.

L’assedio di Messina

Il 1° Settembre del 1487 già la città di Messina aveva manifestato comportamenti rivoltosi nei confronti dei Borbone. Quell’insurrezione improvvisata era stata sedata nel giro di poche ore. Ma era bastata a scatenare una scintilla rivoluzionaria tra i messinesi, e non solo, al punto di ricordarla in una lapide commemorativa, posta oggi proprio in via I Settembre.

Nel 1848 erano riprese le rivolte, stavolta più dure e, soprattutto, durevoli. Tuttavia, lo sforzo messinese, perpetrato per mesi non fu sufficiente. Il dominio borbonico, scacciato con le rivolte da tutta la Sicilia, manteneva infatti un suo presidio nella Cittadella di Messina, ben difesa e ben equipaggiata per la riconquista dei territori (contava infatti circa 300 cannoni).

Messina con la Real Cittadella in una stampa d’epoca

L’esercito borbonico sbarcò a Messina il 3 settembre 1848, guidato dal tenente Carlo Filangieri, principe di Satriano. Un esercito composto da circa 24.500 uomini si scagliò sulla città adoperando un totale di 450 cannoni. I bombardamenti colpirono tanto i rivoltosi (che potevano contare su un corpo armato di soli 6.000 uomini) quanto i civili, distruggendo e radendo al suolo interi quartieri. Nel frattempo, sul fronte sud di Messina, Filangieri guidava un ulteriore bombardamento navale. Il bombardamento di Messina, durato per cinque giorni ininterrotti, fece storcere il naso all’Europa intera che guardò ancora con più astio Ferdinando II che, con quell’attacco, ottenne il soprannome di “re bomba”.

Messina, in quei giorni di settembre 1848, cadeva sotto il peso e la crudeltà dell’esercito borbonico. Le forze siciliane chiedevano così la tregua, concessa il 18 settembre.

Nei primi mesi del 1849 anche Catania capitolava sotto la pressione dell’esercito borbonico. Palermo, invece, cadde il 14 maggio 1849 e con essa caddero, per il momento, anche le speranze di uno stato siciliano indipendente.

L’assedio di Messina in Piazza Duomo

 

La “Primavera dei Popoli”

Palermo era stata, inoltre, la città a ispirare moti rivoluzionari in tutta Europa, dando il via alla cosiddetta “Primavera dei Popoli”, periodo in cui la borghesia europea decideva di ribellarsi. Napoli seguì l’esempio palermitano già il 27 gennaio 1848; a Parigi tra il 22 e il 24 marzo dello stesso anno Luigi Filippo fu costretto ad abdicare, favorendo così la nascita della “Quarta Repubblica francese”; anche Berlino ebbe i suoi moti rivoluzionari proprio a Marzo. E, ancora, tra il 18 e il 24 marzo anche Milano si ribellò agli austriaci. Una stagione rivoluzionaria che si conclude con l’insorgere della stessa Roma, con la nascita della “Repubblica Romana”.

Il popolo palermitano aveva, nel suo piccolo, dato il via ai moti rivoluzionari del ’48, necessari per la futura spinta rivoluzionaria europea. Fu l’inizio del Risorgimento.