Si tratta del “Reperto Fagan”, un frammento del fregio del Partenone custodito nel museo archeologico “A. Salinas” di Palermo dal 1820. Il prezioso frammento è costituito dal piede di una Dea (Peitho o Artemide), avvolto dalla parte finale della veste che scende in un morbido e meraviglioso drappeggio. Questo tassello di storia volerà presto dalla Sicilia alla Grecia, per ricongiungersi al suo contesto d’origine.
Il frammento del fregio del Partenone, conservato al “Salinas” di Palermo
Uno scambio culturale tra Sicilia e Grecia
“Il Reperto Fagan in cambio di una statua acefala di Atena, della fine del V secolo a.C., e un’anfora geometrica della prima metà dell’VIII secolo a.C.”. Questo è quanto prevede l’accordo siglato dal Museo Archeologico Regionale “A. Salinas” di Palermo e dal Museo dell’Acropoli di Atene. L’accordo prevede che per un periodo di 4 anni, rinnovabile una sola volta, il Salinas trasferisca al Museo dell’Acropoli di Atene il frammento appartenente al Partenone. Il frammento è attualmente conservato a Palermo, poiché parte della collezione archeologica del console inglese Robert Fagan. Fagan aveva acquistato il reperto ad Atene agli inizi del XIX secolo. Alla morte di quest’ultimo, il piccolo piede della Dea era passato in eredità alla moglie. Acquistato dalla RegiaUniversità di Palermo nel 1820, il Reperto Fagan sembrava aver trovato la sua destinazione finale, ma era troppo lontano da casa.
Statua acefala di Atena, fine V secolo a. C
Anfora geometrica, VIII secolo a. C
La Sicilia come apripista in una questione aperta da tempo
L’accordo, fortemente voluto dall’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, condiviso con la Ministra greca della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni, ha un forte valore simbolico. Il piccolo piede della Dea che muove verso casa, infatti, rappresenta un grande passo in avanti nella questione del ritorno in Grecia dei reperti del Partenone. Il frammento Fagan non è l’unico reperto ateniese “fuori posto”. Custoditi nei musei di tutto il mondo, si trovano molti reperti, tasselli di ciò che un tempo costituiva la grandiosa Acropoli di Atene, in particolare di ciò che costituiva il Partenone. Da più di quarant’anni, ormai, la Grecia chiede che le vengano restituiti tutti i componenti di marmo trafugati dal Partenone a partire dal 1800. Basti pensare al British Museumdi Londra, che tra i numerosi reperti sottratti dall’Acropoli, conserva gelosamente una delle seicariatidi del tempietto dell’Eretteo. Al museo archeologico di Atene, dove sono conservate le altre cinque figure femminili, c’è uno spazio vuoto là dove dovrebbe esserci la sesta cariatide: un messaggio non troppo velato rivolto al museo britannico, in attesa che anche l’ultima statua torni al suo posto.
Le cinque cariatidi esposte al Museo dell’Acropoli di Atene. Lo spazio vuoto, in attesa del ritorno in patria della sesta figura femminile, ancora in possesso del British Museum di Londra
Un legame di fratellanza che lega la Sicilia e la Grecia da tempi antichissimi
Il ritorno a casa del Reperto Fagan suscita grande gioia e fiducia dell’istituzione greca nei confronti della Sicilia: “L’approdo del Fregio palermitano presso il Museo dell’Acropoli – sottolinea il direttore del Museo dell’Acropoli di Atene, Nikolaos Stampolidis – risulta estremamente importante soprattutto per il modo in cui il Governo della Regione Siciliana, oggi guidato da Presidente Nello Musumeci, ha voluto rendere possibile il ricongiungimento del Fregio Fagan con quelli conservati presso il Museo dell’Acropoli. Questo gesto già di per sé tanto significativo, viene ulteriormente intensificato dalla volontà da parte del Governo Regionale Siciliano, qui rappresentato dall’Assessore alla Cultura ed ai Beni dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, che ha voluto, all’interno di un rapporto di fratellanza e di comuni radici culturali che uniscono la Sicilia con l’Ellade, intraprendere presso il Ministero della Cultura italiano la procedura intergovernativa di sdemanializzazione del Fregio palermitano, affinché esso possa rimanere definitivamente sine die ad Atene, presso il Museo dell’Acropoli suo luogo naturale”.
L’assessore regionale dei beni culturali e dell’identità siciliana, Alberto Samonà
Lina Mendoni, Ministra greca della cultura e dello sport
La fragile mummia datata alla XVIII Dinastia (Nuovo Regno) è stata sbendata digitalmente tramite un esame di tomografia assiale computerizzata.
La mummia
Il faraone Amenhotep I governò l’Egitto per una ventina d’anni (1525 – 1504 a. C.) durante la XVIII Dinastia; la sua tomba venne scoperta nel 1881 a Deir el-Bahari, dove venne trasportata, per salvarla, durante la XXI Dinastia dai sacerdoti di Amon insieme ad altre mummie reali. La sua elevata fragilità l’hanno resa l’unica mummia reale egiziana, scoperta nel XIX secolo, non sbendata.
La mummia di Amenhotep I
Il corpo di Amenhotep I fece parte delle 22 mummie trasportate durante una sontuosa parata notturna ad aprile scorso, la “Pharaohs Golden Parade“, dal Museo Egiziodi piazza Tahrir, nel cuore della capitale, al nuovo Museo Nazionale della Civiltà egizia (Nmec) a Fustat, inaugurato in quella occasione.
La “Pharaohs Golden Parade”
Le analisi e i risultati
Quest’oggi, grazie alle nuove tecnologie, è stata possibile un’accurata osservazione dell’interno delle bende senza danneggiare la mummia. Sahar Saleem (professore di radiologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo e radiologo dell’Egyptian Mummy Project) e Zahi Hawass (università del Cairo), hanno eseguito una TAC ad alta risoluzione; la scansione di centinaia di sezioni con raggi X ha permesso di mappare scheletro e tessuti molli.
La dottoressa Sahar Saleem durante lo studio radiologico di una mummia
Saleem e i suoi colleghi hanno scoperto che Amenhotep I aveva circa 35 anni ed era alto 169 centimetri quando morì. Era anche circonciso e aveva denti sani. All’interno degli involucri sono stati trovati circa 30 amuleti e una cintura d’oro. Le analisi dimostrano anche che la mummia aveva sofferto di lesioni multiple post-mortem, probabilmente inflitte da antichi ladri di tombe.
La scansione digitale in tre dimensioni ha permesso anche di scoprire che la mummia di Amenhotep I era stata sbendata, restaurata e tumulata una seconda volta nell’XI secolo a.C. da sacerdoti della XXI dinastia.
Il 14 dicembre è stata presentata una scoperta eccezionale: il ritrovamento la sepoltura di “Neve”, una neonata di 10000 anni fa, nel sito di Arma Veirana, nell’entroterra di Albenga (SV).
Il sito
Arma Veirana è una cavità, lunga una quarantina di metri e dalla forma a capanna, nota da tempo agli abitanti della val Neva, ma, nello scorso secolo era stata oggetto solo di scavi clandestini. Una ricerca ufficiale iniziava solo nel 2006 sotto la direzione di Giuseppe Vicino, ex-conservatore del Museo Archeologico del Finale, grazie al quale furono recuperati diversi reperti litici successivamente consegnati alla soprintendenza.
I ricercatori durante gli scavi all’interno della grotta
Nel 2017, ampliando le attività di scavo verso la parte più interna della cavità, apparvero alcune conchiglie forate; si iniziò quindi a sospettare la presenza di una possibile sepoltura. Ipotesi, questa, confermata grazie al ritrovamento di ciò che restava di una calotta cranica e i primi elementi di corredo. La località archeologica è provvista di un sito internet ed è stato ricreato online in un modello interattivo in 3D.
La scoperta e le analisi
La sepoltura, considerata la più antica mai documentata in Europa relativa a una neonata mesolitica, ha restituito oltre ai resti del piccolo corpo: un corredo formato da oltre 60 perline in conchiglie forate, quattro ciondoli, sempre forati, ricavati da frammenti di bivalvi e un artiglio di gufo reale.
La sepoltura e la sua ricostruzione (foto: Scientific Reports)
In seguito alla estrazione i reperti sono stati oggetti di analisi scientifiche che hanno permesso di ottenere preziose informazioni sulla sepoltura e sulla sua cronologia.
È stata infatti l’analisi dell’amelogenina, una proteina presente nelle gemme dentarie, e del genoma a rilevare che il neonato era femmina. La datazione al radiocarbonio ha inoltre permesso di stabilire che la neonata, che il team ha quindi soprannominato “Neve”, era vissuta 10.000 anni fa circa. Inoltre l’istologia virtuale delle gemme dentarie della neonata ha stabilito la sua età di morte, avvenuta 40-50 giorni dopo la nascita.
Omero con decorazione a perline (foto: Università di Genova)
Nel Pantheon degli Illustri di Sicilia, nella Chiesa di San Domenico a Palermo, riposano adesso anche le spoglie di Sebastiano Tusa.
L’archeologo è scomparso il 10 marzo del 2019, in un incidente aereo in Etiopia, durante lo svolgimento di un incarico di assessore regionale ai Beni culturali. È stato il presidente della Regione Nello Musumeci a svelare, ieri mattina, il monumento commemorativo a custodia dell’urna contenente le ceneri di Tusa, nella cappella del Ss. Crocifisso all’interno della chiesa di San Domenico a Palermo.
La presentazione al cospetto del presidente Musumeci (foto: Giornale di Sicilia)
Alla cerimonia hanno partecipato gli assessori regionali, la soprintendente ai Beni culturali di Palermo Selima Giuliano, la soprintendente del Mare e vedova di Tusa, Valeria Li Vigni, il priore di San Domenico padre Sergio Catalano e il direttore dell’Ufficio speciale progettazione della Regione Leonardo Santoro. Inoltre era presente l’artista Michele Canzoneri, che ha realizzato il monumento commemorativo. L’opera artistica e il restauro della cappella del Ss. Crocifisso sono stati promossi dai Padri domenicani di Palermo e finanziati dalla presidenza della Regione Siciliana.
Pantheon degli Illustri di Sicilia nella Chiesa di San Domenico
Il ricordo della sorella
<<Per noi è un grande riconoscimento e un grande onore che lui sia qui>> – ha detto Lidia Tusa, sorella dell’archeologo. <<Spero che continuerà ad essere ricordato come merita. Da oggi in poi questo luogo farà parte della mia vita, sicuramente sarà una abitudine venire qui per fermarmi due minuti a ‘parlare’ con lui. L’archeologo, l’uomo di mondo, il politico non fanno parte della mia vita. Io so cos’era come fratello. Sebastiano era una persona complessa, capace di grande umanità, che naturalmente cercava di profondere in tutto quello che faceva>>.
Il monumento a Sebastiano Tusa
Le parole di Samonà, assessore dei Beni Culturali e dell’Identità siciliana
<<Da oggi – ha aggiunto Alberto Samonà – grazie a quest’opera Sebastiano Tusa sarà ricordato nel Pantheon di Palermo, tra coloro che hanno fatto grande il nome della nostra Sicilia. È dunque il modo che abbiamo scelto per dare il giusto valore a una personalità illustre del nostro tempo. Tusa ha contribuito in modo determinante allo sviluppo della ricerca archeologica a livello internazionale. A Sebastiano, lo studioso, l’uomo, l’amico, è dedicata anche una grande mostra che inaugureremo nelle prossime settimane nelle sale espositive dell’Arsenale della Marina Regia di Palermo, per raccontarne la storia e i molteplici aspetti della sua ricerca>>.
Sebastiano Tusa
Il mare spezzato di Sebastiano Tusa
L’opera si compone, a sinistra, di un’onda di marmo bianco di Carrara che, con elementi in lapislazzuli, vetro e frammenti giallo di Siena, evoca il Mediterraneo tanto caro a Tusa. A destra, invece, un blocco di vetro acrilico opaco colorato blu oltremare che cela un mistero e contemporaneamente riflette l’immagine di chi osserva.
Dettaglio de monumento
La personalità poliedrica di Sebastiano Tusa è ben espressa dall’epitaffio che, attraverso una sua frase, lo ricorda nel monumento commemorativo: «Di fronte all’ignoto, il viaggio permette di avere l’emozione della scoperta: cercare, trovare, rischiare, per la sete di conoscenza e per quell’Ulisse che è in noi».
Si conclude con la finale di Sabato 27 novembre la 75° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno, manifestazione storica che si annovera tra le tre più importanti vetrine cinematografiche Italiane. 50 i paesi partecipanti, e Koralli2021, è stato selezionato nella Sezione Corti per partecipare alla Kermes, un Docufilm della durata di 15 minuti, che porta la gemmologia, come disciplina scientifica, al cinema.
Locandina
Le parole del regista
<<Nel periodo storico caratterizzato dalla pandemia – dice il regista Enrico Cirone – , in un giorno di fine primavera 2021, i due protagonisti, Francesco, professore di Italiano e Latino in un liceo di Genova, e Stefania, gemmologa nella stessa città, incrociano le loro professioni per risolvere un enorme problema nato dall’emergenza sanitaria. Francesco, infatti, dopo una stagione di didattica a distanza, è alle prese con un’intera classe che deve portare all’imminente esame di Stato. Stimolato dalle parole del ministro dell’istruzione che ha chiesto ai docenti di preparare i ragazzi con una materia multidisciplinare, individua nella Mitologia la lezione ideale>>.
<<Quale figura mitologica più evocatrice di Medusa, la gorgone, può aiutare il professore a unire insieme tante materie? E poiché la leggenda lega il mito Medusa al corallo – continua il regista – , Francesco chiede aiuto alla gemmologa Stefania che arricchisce la trama con il suo contributo di assoluto rigore scientifico. Ma la storia non finisce qui, perché nello stesso giorno, Stefania, a causa di una telefonata inaspettata che giunge da Torre del Greco, ritorna ai suoi otto anni di bambina e a quel pomeriggio d’estate degli anni ottanta in cui, sul litorale bagnato dal sole e dalla schiuma del mare, con l’amichetta Gioia, scoprirono, per la prima volta, il corallo>>.
La gemmologa Stefania Ferrari
In nome della ricerca
Koralli2021, attraverso il vissuto di una classe liceale sulla didattica a distanza durante il difficile periodo di emergenza sanitaria dovuta al Covid, condivide le emozioni e le difficoltà di studio affrontate in nome della ricerca, in un’epoca passata da Testoni, Peyssonel, Lacaze-Duthières, nomi della scienza che tra il 1700 e il 1800 si sono dedicati allo studio del corallo, donando a noi il loro sapere, e svelando, finalmente il mistero sulla natura, formazione e riproduzione del corallo.
Per convenzione si pensa che l’Autoritrattodi Antonello da Messina sia quello conservato alla National Gallery di Londra, nel quale egli si sarebbe ritratto come un giovane sbarbato con la berretta rossa. Infatti “una testa coperta di un berettino rosso, con barba rasa che è il vero ritratto d’Antonello da Messina fatto di sua propria mano”, era presente (già nel 1632) nella collezione ferrarese di Roberto Canonici, segnalato nel 1870 da Giuseppe Campori. Tutta la critica converge sull’idea che quello sia il quadro che- nel frattempo pervenuto alla famiglia genovese dei Molfino- passò definitivamente nelle collezioni del museo inglese ove attualmente è custodito.
Con questa convinzione il dipinto è stato impresso pure sulla vecchia banconota da 5.000 lire. La mia idea, o sia una suggestione peregrina, è che il vero volto del Nostro sia invece quello della tavola conservata a Cefalù nel Museo Mandralisca e meglio noto come “Ritratto dell’Ignoto marinaio”.
Antonello da Messina Portrait of a Man Oil on panel, 12-14 x 9-5/8 in (31x 24.5 cm) Museo della Fondazione Culturale Mandralisca, Cefalù (Palermo)
Il “Ritratto dell’Ignoto marinaio”
Quadro misterioso, affascinante, ha sempre attirato l’attenzione dello spettatore per quello sguardo enigmatico, sornione, malizioso: addirittura – ha scritto Federico Zeri – è ben difficile menzionare qualcosa di più intimamente siciliano del Ritratto di Cefalù. La storia della tavoletta (olio su tavola di noce, cm. 30.5×26.3) è stata oggetto di un agile libretto pubblicato nel 2017, “Sfidando l’ignoto. Antonello e l’enigma di Cefalù”, grazie al quale sappiamo che il quadro comparve per la prima volta nelle raccolte della famiglia Mandralisca verso la metà del Settecento. Infatti, come rilevano gli autori, nel retro della tavoletta è presente un timbro cereo con impresse le armi di Giuseppe Pirajno, antenato del Barone Enrico, che visse tra il 1687 e il 1760 svolgendo per tutta la vita l’incarico di vicario del vescovo protempore di Cefalù. Questo timbro venne coniato per la prima volta nel 1738, anno di stesura del testamento del prelato: gli autori suppongono quindi che il dipinto sia entrato in possesso della famiglia Pirajno attorno a quegli anni. Secondo gli autori del libro, il Ritratto pervenne alla famiglia Pirajno grazie alle mire proditorie di Giuseppe, che da vero dominus della Curia di Cefalù poteva tranquillamente alienare a suo favore ogni bene avesse un valore riconosciuto. Come nella fattispecie fece con il dipinto in questione, in quanto – secondo gli studiosi summenzionati- esso era di pertinenza della Curia da lui “custodita”. Ma solo nel 1860, in seguito alla ben nota visita in Sicilia di Giovan Battista Cavalcaselle, il dipinto venne riconosciuto come di Antonello. Anzi, il sagace connoisseurveneto, scrive in una lettera inviata al Mandralisca da Termini Imerese che quel dipinto è l’unico certamente antonellesco che abbia visto durante il suo viaggio siciliano.
La storia del ritratto
La tradizionale diceria che fosse il ritratto di un marinaio e provenisse da una farmacia di Liparidove fu acquistato dal fondatore del Museo, Enrico Pirajno barone di Mandralisca, comparve agli inizi del Novecento (la troviamo per la prima volta nella raccolta fotograficadi Domenico Anderson sulle opere d’arte siciliane) e viene fissata definitivamente dal capolavoro di Vincenzo Consolo “Il sorriso dell’ignoto marinaio” (1976). Tuttavia, Roberto Longhi, appoggiato da tutti gli storici dell’arte a lui successivi, ha sempre smontato questa teoria, affermando che Antonello da Messina non ritraesse marinai o gente del popolo bensì ricchi committenti e “baruni”. Il recente libro, scritto a sei mani da Salvatore e Sandro Varzi e Alessandro Dell’Aira, si regge invece sulla tesi che il volto sul quadro ritragga l’umanista pugliese Francesco Vitale da Noja, vescovo di Cefalù tra il 1484 e il 1492 e abilissimo traduttore dal latino. Questa conclusione si basa sul raffronto tra il volto di Cefalù eil ritratto impressonella xilografia in esergo al testo “El Salutstio Cathilinario y Jugurta en romance” (1493), in cui il traduttore (il Vitale stesso) offre l’opera al suo committente, cioè il sovrano aragonese Ferdinando il Cattolico.
E in effetti ci sorprendiamo a rintracciare alcuni punti in comune tra questa figura eil sardonico ignoto cefaludese, anche se – comparando quel volto con qualche ritratto certo del Vitale impresso in alcune medaglie commemorative dedicategli tra il 1476 e il 1485 – notiamo sostanziali differenze somatiche non solo con la nostra tavoletta ma persino con il ritratto xilografico. Il volto del Vitale, infatti, così come lo vediamo nelle medaglie è più paffuto e rotondo laddove quello di Cefalù è allungato e smunto (come anche quello della xilografia); lo sguardo è fiero e sprezzante come vediamo (per restare nell’ambito antonelliano) nel Ritratto del cosiddetto “condottiero” del Louvre e non in quello del “marinaio”. Sono portato a credere dunque che la durezza insita nel medium xilografico abbia favorito la somiglianza con il volto pungente e gli occhi socchiusi dell’uomo Mandralisca.
Quando avvenne il supposto incontro tra Antonello e il Vitale?
Secondo Varzi e Dell’Aira esso avvenne a Venezia tra il 1474 e il 1476 (in effetti, per motivi diversi, in quegli anni sia il siciliano che il pugliese si trovarono a lavorare nella città lagunare) anche se tutta la critica è concorde nell’anticipare la fattura del dipinto a non oltre il 1473 e non abbiamo documenti che provino a quella data la presenza del Vitale in Sicilia, dove Antonello invece ancora risiedeva.
Perché invece dovremmoidentificareil Ritratto di Cefalù con il volto di Antonello da Messina?
In mancanza di documenti, anche io mi baso su raffronti somatici; noto infatti (ma non sono il solo, anche gli autori del libro appena citato lo scrivono) una somiglianza sorprendente tra il volto del “marinaio” e quello che compare in un altro quadro messinese, la “piccola” Circoncisione di Girolamo Alibrandi (Messina, Museo Regionale).
Quasi al centro di quest’ultima composizione ma leggermente sfilato sulla sinistra e come illuminato da un “faretto” speciale, emerge una faccia che ci fissa con lo stesso sguardo in tralice e misterioso: sembra proprio il “cammeo” di un eminente personaggio posto lì a voler essere un omaggio e un ricordo. Il primo studioso che segnalò la curiosa somiglianza tra il Ritratto di Ignoto e il volto al centro della piccola Circoncisione dell’Alibrandi fu Giuseppe Consoli e sulla stessa scia troviamo pure Chiara Savetteri che nel suo libro dedicato ad Antonello scrisse: “L’impatto di quest’opera [il Ritratto di Cefalù] sulla pittura messinese successiva dovette essere notevole: l’attesta la Presentazione al Tempio di Girolamo Alibrandi il quale, omaggiando Antonello, raffigura tra i suoi personaggi di secondo piano l’effigie del Ritratto Mandralisca”. Ad onor del vero, dobbiamo citare un’altra ipotesi di identificazione del personaggio al centro della Circoncisione. Secondo lo studioso Ranieri Melardi, che lo scrisse nel 2011 nella sua tesi di laurea “Girolamo Alibrandi tra l’eredità di Antonello da Messina e la maniera moderna”, quel volto tipicamente meridionale è l’autoritratto di Alibrandi, anche se da recenti conversazioni orali questa ipotesi non riscuote in lui la stessa convinzione di un tempo.
Come spiegare la presenza del volto che sembra proprio quello di Cefalù nel quadro messinese?
Il quadro di Alibrandi, che pervenne all’allora Museo Civico dal Capitolo della Cattedrale, è della metà del II decennio del XVI secolo, mentre il quadro di Cefalù viene ormai concordemente datato attorno al 1470/73, quindi la differenza tra l’uno e l’altro manufatto è di circa quaranta anni. Si potrebbe supporre che l’Alibrandi (di certo spinto dal committente) abbia voluto omaggiare il suo grande conterraneo citandone un suo quadro famoso. Tuttavia, il Ritratto Mandralisca non solo non risulta storiograficamente essere“in antico” un dipinto famoso, tanto da essere citato a decenni di distanza (quasi come in un’operazione “post-moderna”),ma soprattutto non abbiamo prove certe che esso fu mai a Messina, se non nel breve periodo della sua fattura.
In più, che senso avrebbe avuto citare un prelato ed umanista che nulla ebbe a che fare con Messina, addirittura in un quadro da collocare nel cuore della messinesità, o in ogni caso un umanista importante ma non famosissimo nemmeno ai suoi tempi?
Se l’Alibrandi avesse voluto omaggiare Antonello citandone un quadro, avrebbe scelto di certo altri lavori più noti (a Messina si trovavano il Polittico di San Gregorio, il “povero” San Nicola in cattedra nella chiesa di San Nicola dei Gentiluomini e tanti altri dipinti), così come se avesse voluto inserire nella Circoncisione un personaggio famoso del suo tempo, in Messina avrebbe avuto la pletora di cittadini e forestieri da citare. Solo per restare nell’ambito degli studiosi di humanae litterae avrebbe potuto dipingere, ad esempio, la faccia di Costantino Lascaris che dal 1466 al 1501 tenne in Messina una delle più famose accademie di cultura classica di tutta Europa.
Allora come è finito quel volto nel suo dipinto a quarant’anni di distanza?
La mia ipotesi è allora che Alibrandi abbia citato a memoria il suo ricordo della faccia di Antonello, in un’epoca in cui ancora quel volto era ricordato in città da molti, per rendere gloria alla sua persona in uno dei luoghi più importanti dell’antica metropoli mediterranea. Antonello, maestro spirituale dei pittori messinesi; Antonello, pater patriae da omaggiare nel luogo-cuore della patria. Girolamo Alibrandi nacque attorno al 1470 e quando Antonello morì doveva avere quasi 10 anni; quaranta anni dopo fa riemergere dal pozzo della memoria quel volto agognato di colui che fu definito no humani pictori.
Oppure, una spiegazione alternativa sarebbe questa: Alibrandi, frequentando da giovane la nutrita bottega antonelliana attiva a Messina fin dentro il Cinquecento, avrà di sicuro visto moltissime volte il ritratto Mandralisca (all’epoca identificato con l’Autoritratto di Antonello) e dovendo omaggiare il pittore nella Purificazione lo cita quasi pedissequamente. Così si spiegano anche le piccole differenze tra i due volti (il volto dipinto dall’Alibrandi appare più giovanile, più addolcito e meno sardonicodi quello dipinto da Antonello, che in effetti potrebbe essere la “foto” di un orgoglioso quarantacinquenne)i qualiperò, nei tratti salienti e caratteristici (il naso, lo sguardo in tralice che traspare dalle mandorle delle orbite, gli zigomi prominenti, le labbra appuntite, la pelle olivastra), sono quasi del tutto sovrapponibili. Certo, ben poca cosa è una suggestione per poter affermare con certezza che l’Ignoto di Cefalù sia proprio Antonello; però, per quanto mi riguarda, quello sguardo ancora vivo e indagatore che balugina dal buio della materia e del tempo è il suo vero volto, non più di marinaio ma di un grande pittore.
Certo, resta da capire come la nostra tavoletta sia finita, a metà Settecento, a Cefalù. Ma questa -come si dice di solito- è un’altra storia…
Bibliografia
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G. Consoli, Messina- Museo Regionale, in Musei d’Italia- Meraviglie d’Italia, Bologna 1980
G. Barbera, Antonello da Messina, Milano 1998
T. Pugliatti, La Pittura del Cinquecento in Sicilia- La Sicilia Orientale, Napoli 1993
C. Savettieri, Antonello da Messina, Palermo 1998
M. Lucco, Antonello da Messina l’opera completa, Milano 2006
T. Pugliatti, Antonello da Messina rigore ed emozione, Palermo 2008
R. Melardi, Girolamo Alibrandi tra l’eredità di Antonello da Messina e la maniera moderna, tesi di laurea, 2011
S. Varzi- A. Varzi- A. Dell’Aira, Sfidando l’ignoto. Antonello e l’enigma di Cefalù, Palermo 2017
D. De Pasquale, Antonello da Messina e il suo tempo, Messina 2021
La Bolla Copiosusin misericordia Dominus, emanata dal pontefice Paolo III S. Ignacio de Loyola (1491-1556), istituiva, sulle rive dello Stretto, quella che si può definire la prima Università collegiata gesuitica in Europa. Il 16 Novembre 1548 nasceva così l’Università di Messina.
Uno degli edifici dell’ateneo messinese
La storia
La storia dell’Università di Messina è caratterizzata fin dagli inizi dal complesso rapporto creatosi fra Compagnia di Gesù e classe politica locale. Ha inizio, de jure, il 16 novembre del 1548, quando, per impulso dei giurati messinesi e grazie all’appoggio del viceré Juan de Vega, l’intervento di Ignacio de Loyola, che si faceva portavoce presso la curia pontificia delle secolari istanze messinesi di avere uno Studium, induceva il pontefice Paolo III S. Ignacio de Loyola (1491-1556), fondatore della Compagnia di Farnese ad emanare La Bolla Copiosusin misericordia Dominus.
Lo Studium, infatti, veniva ad essere, secondo il disposto della bolla pontificia, governato dalla Societas Iesu e dal suo preposto generale, che ne sceglieva il rettore-cancelliere, i funzionari e i docenti, mentre sulla città gravava l’onere di finanziare l’istituzione. Circa un mese più tardi, lo stesso Paolo III riconosceva, con la bolla Summi sacerdotis ministerio, il Collegio gesuitico operante a Messina già dal marzo del 1548.
Francesco Sicuro, Collegio di San Giovanni Battista dei Gesuiti
Proprio la peculiarità della fondazione dello Studio doveva ostacolarne il regolare funzionamento per almeno mezzo secolo. La Giurazia messinese, infatti, mal tollerava di essere sostanzialmente esclusa dalla gestione dell’Ateneo che aveva tenacemente voluto. Se, dunque, si profilava, all’interno delle mura urbane, uno scontro aperto fra Compagnia di Gesù e Giurazia per il controllo dell’Università, altrettanto paralizzante si rivelava il contrasto esterno con il Siciliae Studium Generale istituito a Catania da Alfonso il Magnanimo, funzionante a partire dal 1445, che rivendicava il privilegio esclusivo di conferire titoli dottorali nell’Isola.
Il controllo dell’Università
Al contrasto con i gesuiti la città rispondeva rigettando il modello del Colegio-Universidad disegnato nella bolla paolina e proponendo, in un primo momento, una forma di gestione mista dell’Università, sancita negli Statuti del 1550, ove lo Studio risultava diviso in due tronconi, uno laico e cittadino (diritto e medicina) gestito dalla Giurazia, l’altro gesuitico (teologia) retto dalla Societas Iesu e, successivamente, nel 1565, ribadendo l’adesione al modello universitario “bolognese” ed escludendo di fatto la Compagnia di Gesù dal controllo sullo Studium.
Il portale del Collegio di San Giovanni Battista dei Gesuiti, Messina
Nonostante proprio nel 1565 si avesse una più consistente articolazione dei corsi accademici (precedentemente saltuari e limitati alle sole cattedre fondamentali di diritto e di medicina), con la chiamata di docenti di prestigio come Giovanni Bolognetti per il diritto e Giovan Filippo Ingrassia per la medicina, nonché la presenza di un buon numero di studenti provenienti anche dalla vicina Calabria, purtuttavia lo Studium non poteva conferire lauree, e ciò in attesa che si risolvesse la lite con il Siculorum Gymnasium di Catania, che si trascinava davanti al tribunale romano della Sacra Rota.
Iscrizione sul portale del Collegio dei Gesuiti
Il nuovo scopo dell’Università
La situazione si sbloccava solo quando, nel 1591, Messina, a fronte di un consistente donativo di circa 200.000 onze, otteneva da Filippo II la rifondazione dell’Università con l’esplicita facoltà di conferire titoli dottorali. A quel punto il processo dinnanzi alla Sacra Rota volgeva verso le battute finali. La Giurazia messinese incaricava il doctor iuris napoletano Giacomo Gallo di difendere le ragioni dello Studium Messanae contro la pretesa “privativa di Studio Generale” vantata dall’Università etnea.
Il giureconsulto riusciva, con un articolato parere, a convincere i giudici del tribunale romano della fondatezza delle pretese messinesi ottenendo, fra il 1593 ed il 1595, tre sentenze conformi e il riconoscimento, per lo Studio peloritano, della facoltà di conferire titoli dottorali. Con l’esecutoria viceregia della sentenza definitiva della Rota romana, nell’aprile del 1596, si chiudeva l’annosa questione. Ora lo Studium Messanae era pronto a funzionare regolarmente.
I nuovi Statuti del 1597
Testimonianza della “nuova fondacione delli Studii” erano i nuovi Statuti redatti nel 1597 per impulso della locale classe politica e commissionati ad un gruppo di dottori di diritto. Il nuovo testo disegnava uno Studium Urbis gestito dalle élites cittadine nei momenti fondamentali come la scelta dei docenti (rigorosamente “forestieri”, almeno per le cattedre più importanti), del rettore (che, in omaggio al modello universitario italiano era uno studente), dei riformatori (scelti all’interno dei componenti della “mastra” senatoria), del mastro notaro etc.
Aula magna, sezione Diritto privato
A partire dal 1597 e fino al 1679, anno della sua chiusura, l’Università di Messina riusciva a proporsi, all’interno dello spazio urbano, come tappa centrale del percorso formativo delle élites culturali e politiche cittadine e, all’esterno, come istituzione concorrenziale rispetto al Siculorum Gymnasium di Catania. Peraltro, la felice posizione sulle rive dello Stretto doveva favorire lo Studium peloritano rispetto all’Università etnea, rendendolo naturale punto di convergenza da parte di giovani provenienti dalla Calabria e da Malta, secondo l’intuizione che era stata di Ignacio de Loyola e che aveva ad erigere un Colegio-Universidad a Messina, destinato ad accogliere non solum siculi sed etiam ducatus Calabriae et Regni Graeciae ac aliorum maritimorum incolae.
Il nuovo legame Università-città e l’ascesa di Messina
Gli ottant’anni di reale esistenza dell’Università messinese (la prima laurea veniva conferita il 2 dicembre 1599 a Giovan Battista Castelli, in seguito lettore dello Studio e giudice) appaiono caratterizzati dal rinsaldarsi del legame fra la città e lo Studium, in particolare la facoltà di diritto. Infatti, il progetto di ascesa politica, culturale ed economica tentato da Messina tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento doveva trovare sostegno proprio fra i doctores iuris formatisi nell’Università cittadina, poi giudici del locale tribunale della Curia Stratigoziale o iudices presso i tribunali centrali del Regno.
L’antica sede dello Studium messanensis nella Piazza del Grande Ospedale (J. HOUEL, Vue de Messine – Place du Grand Hopital – D. Anciennes Etudes in ID., Voyage pittoresque des isles de Sicile, de Malte et de Lipari, Paris 1782, tav. LXXXII)
Tanto ai dottori di diritto “stranieri” che reggevano le cattedre più importanti dello Studio e componenti del collegium iuristarum (come il senese Ippolito Piccolomini, il napoletano Giacomo Gallo, il perugino Innocenzo Massini, il padovano Galeotto Ferro, i calabresi Leonardo Amarelli e Ottavio Glorizio), quanto ai giuristi messinesi (come Mario Giurba), impegnati nel giudicato a livello centrale e periferico, la Giurazia (o Senato) poteva commissionare articolate allegazioni che difendessero i privilegi cittadini.
Lo Studium Messanae, controllato sempre più strettamente dal Senato che nel 1641 avrebbe avocato a sé la carica di cancelliere dell’Università sottraendola all’arcivescovo, si presentava, nel corso del Seicento, come un’istituzione peculiare. Laddove, infatti, la facoltà di diritto rappresentava il momento della “conservazione” e della difesa delle prerogative cittadine contro i pretesi attacchi del potere centrale, la facoltà di medicina appariva, in un panorama siciliano dominato dalla tradizione, un “luogo di ricerca attiva” grazie alla presenza di maestri come i bolognesi Giovan Battista Cortesi e Marcello Malpighi.
La rivolta contro la Spagna
Il “legame organico” fra la città e il suo Studio doveva segnare, inevitabilmente, la storia dell’istituzione universitaria destinata a seguire le sorti della classe dirigente della quale aveva sostenuto la politica autonomistica.
La rivolta contro la Spagna (1674-1678) segnava, infatti, la fine delle velleità messinesi e la città dello Stretto veniva privata, oltre che della sua stessa memoria storica, subendo la confisca dell’Archivio cittadino ove erano custoditi, fra l’altro, i privilegi sui quali si fondava la sua autonomia, anche dello Studio ovvero del “luogo” di progettazione delle strategie di difesa dell’autonomia cittadina e di formazione di intellettuali organici alle posizioni espresse dall’oligarchia politica.
Allegoria della restituzione di Messina alla Spagna di L. Giordano (1678)
L’Università tra nuove aperture…
Ad una riapertura dell’Università di Messina, in seguito a vari, reiterati, tentativi, si giungeva soltanto nel 1838, quando, con decreto del 29 luglio, n. 4745, Ferdinando II di Borbone elevava la locale Accademia Carolina, fondata nel secolo XVIII, al rango di Università. Tuttavia non si può negare che il nuovo Ateneo, lungi dal rispecchiare i fasti del passato, fosse di tono decisamente minore, così come minore era la dimensione politica della città dello Stretto.
In base ai “Regolamenti per le tre università della Sicilia” (1841), l’Ateneo messinese veniva ad essere articolato in cinque facoltà (giurisprudenza, teologia, medicina, filosofia e scienze matematiche, letteratura) con un totale di 28 cattedre, più 3 di belle arti. L’istituzione era amministrata da una Deputazione composta da un presidente, dal rettore e dal segretario cancelliere e da quattro membri “temporanei”. Il rettore era scelto dalla Deputazione fra i professori titolari, proposto al governo e nominato dal sovrano.
Senato Accademico Unime
Le cattedre erano assegnate per concorso. Una recente indagine sul Fondo palermitano della “Commissione di pubblica istruzione ed educazione” ha fatto rilevare le difficoltà nelle quali il rifondato Ateneo si trovava ad operare, soprattutto a causa della mancanza di fondi. Tuttavia, ciò non impediva il riproporsi, come nel passato, del legame Università-classe politica cittadina.
… e nuove chiusure!
L’istituzione, infatti, non mancava di partecipare, accanto alla cittadinanza, ad un nuovo appuntamento rivoluzionario, quello del 1847-48, che vedeva coinvolti, solo per fare qualche esempio, Carmelo La Farina, docente di geometria con i figli Silvestro e Giuseppe, gli studenti Francesco Todaro, più tardi senatore del Regno, e Giuseppe Natoli, futuro ministro dell’Istruzione. Una partecipazione che, ancora una volta, doveva segnarne l’esistenza. L’Ateneo, infatti, a dieci anni dalla sua riapertura, veniva nuovamente soppresso. Riaperto due anni più tardi vedeva però sensibilmente ridotto il suo bacino d’utenza a causa di norme limitative che, allo scopo di attuare un più stretto controllo sugli Atenei, imponevano all’Università di non immatricolare studenti provenienti da altre province siciliane e dalla Calabria.
Prospetto dell’Ateneo messinese prima del terremoto
La legge Coppino
Grazie a tale intervento, con la legge Coppino del 13 dicembre 1885, n. 3572, l’Università di Messina veniva elevata al rango di Ateneo pareggiato di primo grado. Gli ultimi anni del secolo vedevano il moltiplicarsi di iniziative che dovevano fare sperare in un possibile e dignitoso decollo dell’istituzione: si impiantava un nuovo orto botanico, si potenziavano i gabinetti scientifici, si fondavano i musei di mineralogia, di geologia, di zoologia e anatomia comparata.
Il 28 dicembre 1908 anche gli edifici dell’Università vennero distrutti dal disastroso terremoto. La difficile ricostruzione doveva investire anche l’Ateneo, al centro di una polemica dai toni spesso accesi, fra quanti ne chiedevano la definitiva chiusura e quanti lo consideravano momento centrale del processo di rinascita di Messina. Ancora una volta, la battaglia cittadina per l’Università si sarebbe rivelata vincente.
Veduta dei nuovi edifici del plesso centrale dell’Università di Messina, ricostruiti e trionfalmente inaugurati nel 1927
Un Docufilm girato interamente nel Museo di Storia Naturale “Giacomo Doria” di Genova, una produzione dedicata esclusivamente alla presentazione dell’Ammolite: la conchiglia fossile iridescente che, nel 1981, viene dichiarata dalla Cibjo(Confederazione Mondiale di Gioielleria) di interesse gemmologico come Pietra di colore.
Lo svolgersi del sapere nasce dall’incontro dei due protagonisti, Stefania Ferrari (gemmologa) e il professor Antonino Briguglio (paleontologo), lungo un percorso che si snoda attraverso le sale dedicate del Museo genovese. E così, nel filmato si alternano immagini di fossili ad approfondimenti scientifici. Sala paleontologia, sala dei minerali, e giù, fino al centro del suggestivo emiciclo, dove ad attenderli c’è il regista Enrico Cirone.
Tutto è pronto per attivare il collegamento con l’ottocentesca Villa Durazzo Bombrini dove avrà inizio l’evento didattico “in presenza” organizzato da Unige Sezione DISTAV (Dipartimento Scienze della terra, dell’ambiente e della vita). Forte la sensazione di attraversare gli strati terrestri (crosta, mantello… nucleo): ogni sala, corridoio, teca, è un passaggio sapientemente argomentato.
“Primo corso di Gemmologia”, Londra 1909
La Gemmologia, per definizione, è lo studio sistematico delle gemme. Nasce come appendice della Mineralogia e risale (pensate) solo al 1913 l’assegnazione della prima Laurea in Gemmologia. Ad oggi sono tanti gli investimenti, sia privati che accademici per permettere la ricerca, studi che ci conducono a presentare l’Ammolite come trait d’union tra Gemmologia e Paleontologia.
Sessanta milioni di anni, ecco come possiamo datare l’Ammolite mentre, luogo di maggiore ritrovamento (il 90% del mondiale) è la Provincia di Alberta in Canada.
La qualità di Ammolite più pregiata e rara è catalogata AAA e mostra alla vista fino a 7 colori, il grado standard presenta 1 o 2 tonalità spesso di verde o rosso.
Il rito della commemorazione dei defunti affonda le sue radici in tempi antichissimi: il “culto dei morti”, già da principio, si è diffuso trasversalmente in tutte le culture del mondo, poiché la morte è sempre stata il più grande mistero della vita, sul quale ogni uomo si è spesso interrogato. Per questo, un simile culto è così antico e persiste in tutte le religioni del pianeta.
Il Samhain celtico
La tradizione celtica che prevede la celebrazione della notte di Samhain ne è un chiaro esempio. I Celti conducevano la propria vita in armonia con il ritmo naturale, la stagionalità, i raccolti, le piogge e nutrivano profondo rispetto per il ciclo di nascita, vita e morte insito in ogni cosa del creato. I druidi – così erano chiamati i sacerdoti di questo popolo – si incontravano nei boschi per ascoltare la voce degli elementi naturali e celebrare i rituali di culto.
La commemorazione dei defunti si inseriva perfettamente nel loro sistema di credenze e rivestiva un ruolo importantissimo: la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre segnava il passaggio dalla fine della stagione dei raccolti all’inizio dell’inverno, simbolo di morte. Le ore di luce diminuivano e il freddo attanagliava gli uomini, costretti, così, a rifugiarsi nelle abitazioni. Per i Celti, il Samhain era un momento dalla forte valenza magico–religiosa, tanto che si credeva che, in quella notte, gli spiriti del mondo dei morti tornassero sulla terra per qualche ora ed entrassero in contatto con il mondo dei vivi, facendo visita ai propri cari e ai luoghi del proprio passato.
Il culto in epoca romana
Anche in epoca romana, il culto dei morti era celebrato con i Parentalia, feste annuali in onore dei defunti della famiglia; tali celebrazioni duravano molti giorni e terminavano con i Feralia, giorni in cui si credeva che le anime tornassero a girare tra i vivi e durante i quali si svolgevano cerimonie pubbliche con offerte e sacrifici per i Mani, gli spiriti benevoli dei cari estinti.
Parentalia
Durante i Parentalia si onoravano due dee minori: Pomona, dea del raccolto e dei frutti, venerata per ottenere un raccolto abbondante l’anno seguente, e Tacita Muta, divinità degli inferi che simboleggiava il silenzio.
La cristianizzazione del culto
Con il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, Papa Gregorio II spostò la ricorrenza di “Tutti i Santi” al1° novembre mentre, successivamente, venne aggiunta quella di “tutti i morti”, la commemorazione dei defunti da celebrarsi il 2 novembre: tutto questo per far coincidere i culti pagani preesistenti, impossibili da sradicare, con le nuove festività cristiane.
Le usanze in epoca medievale
Durante il Medioevo, si diffuse la pratica di mascherarsi nel giorno di “Ognissanti”, il 1° novembre: in questa giornata, i mendicanti passavano di casa in casa a chiedere l’elemosina, ricevendo cibo in cambio di preghiere da recitare per i defunti dei benefattori nel giorno seguente, il 2 novembre, dedicato proprio alla commemorazione di coloro che erano passati a miglior vita. Tale usanza era diffusa in Europa, in particolare in Gran Bretagna e in Irlanda.
Le radici cristiane di Halloween
Furono proprio gli Irlandesi a diffondere la celebrazione del culto dei morti negli Stati Uniti, quando, a partire dalla metà dell’Ottocento, emigrarono in massa per cercare fortuna. Il Protestantesimo aveva sostituito la tradizione di Ognissanti, ricorrenza che aveva luogo la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, con la festa di Halloween, il cui nome sembrerebbe derivare dalla contrazione della formula arcaica All Hallows’ Eve, tradotto come “Vigilia di tutti gli Spiriti Santi”: è chiaro, quindi, che Halloween abbia radici cristiane, a differenza di quanto si possa comunemente pensare oggi.
Maschere di Halloween negli anni ’30
Il culto ai giorni nostri
Oggi, l’Halloween anglosassone è festeggiato in molti paesi del mondo ed ha assunto caratteri consumistici. Non è, tuttavia, l’unico modo in cui l’uomo si è rapportato e si rapporta al culto dei defunti e alla morte: ogni cultura possiede una sua tradizione popolare, che si tramanda da secoli attraverso le famiglie e la collettività. In Italia, infatti, ogni regione ha la sua usanza e molte possiedono caratteristiche comuni legate alla terra e ai ritmi stagionali.
Le tradizioni regionali
In Abruzzo, fino a pochi decenni fa, nei paesi era usanza lasciare le porte e le finestre delle abitazioni socchiuse e poggiare sul davanzale una candela, posta all’interno di una zucca intagliata e svuotata. Tale luce serviva ad indicare ai defunti la strada per l’antica dimora. Si credeva, infatti, nella leggenda della scurnacchiera, la processione dei morti che, allo scoccare della mezzanotte, lasciavano le loro tombe nel cimitero e sfilavano in corteo per le vie del paese, con un lume in mano e in un preciso ordine: davanti le anime pure dei fanciulli scomparsi, a seguire i giovani e in coda gli anziani. La processione si dirigeva dapprima verso la chiesa del paese, dove un prete, di spalle, celebrava la messa per le anime. Era un assoluto divieto per i paesani entrare in parrocchia durante tale notte, perché si credeva che le anime avrebbero portato con sé lo sventurato. Dopo aver assistito alla funzione, i morti sarebbero tornati a casa a mangiare; per questo le famiglie dei defunti lasciavano la tavola apparecchiata e preparavano il “piatto del morto”, riempito con formaggio, pane, salumi, fichi e noci. Era doveroso lasciare anche un bicchiere di vino e una conca d’acqua con un lume sulla tavola. Il giorno dei morti si usava pranzare con ceci, grano e fave, ritenuti cibo rituale dei defunti. La sera di Ognissanti i ragazzi, in piccole comitive, usavano imbrattarsi il viso con cenere o farina, per mascherarsi da spiriti, e passare di casa in casa a chiedere “il bene”, un’offerta in frutta secca e biscotti al fine di ingraziarsi il favore delle anime e per scacciare le maledizioni di spiriti maligni. Tra le formule utilizzate per farsi aprire, alla domanda “Chi è?” i bambini rispondevano “l’aneme de le morte”.
In Veneto, Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia, ancora oggi si ritrovano tradizioni simili al rito del Samhain celtico. In occasione delle celebrazioni in onore dei morti, vengono accesi fuochi su pire di paglia e legname e viene bruciato un fantoccio, simbolo della fine dell’anno precedente e di rinascita per l’anno nuovo.
In Friuli ancora oggi sono rimaste vive alcune tradizioni di origine pagana: nei paesi è usanza intagliare e illuminare le zucche e preparare piatti a base di questo ortaggio. Alcuni riti presentano tratti in comune con la religione celtica. Nella notte del 31 Ottobre, per le vie dei borghi sfilano figuranti in costume, travestiti da defunti e da abitanti fantastici della natura: striis (streghe), Aganis (fate) e folletti, in fantasiosi abiti, che esprimono la gioia per l’inizio del nuovo anno celtico con canti, balli e giochi.
Anche in Sicilia è tradizione, per la festa dei morti, celebrare le anime dei cari estinti attraverso la preparazione di piatti e dolciumi tipici; tra tutti spiccano i “morticini”, biscotti secchi aromatizzati con chiodi di garofano. I fanciulli si recano al cimitero per visitare le tombe dei loro parenti defunti e al mattino seguente trovano dei doni che i morti hanno lasciato per loro.
El dia de los muertos in Messico
Nel mondo, spicca su tutte, per la sua diversità, la festa del dia delos muertos in Messico, paese dal forte sentimento cattolico, ma con influenze pre–ispaniche ed elementi risalenti ai popoli Aztechi e Maya. Questi credevano che l’ordine cosmico fosse basato su un continuo ciclo di vita e di morte: così, la Santa Muerte viene ancora oggi venerata e pregata. Nei giorni del 1° e del 2 novembre, le strade sono affollate dalle sfilate di persone travestite da scheletri e le vetrine si riempiono di calaveras, teschi dai colori sgargianti, ricoperti di zucchero, in un inno gioioso alla vita.
Calaveras messicane
La morte viene accettata sin da bambini come un passaggio naturale dell’esistenza umana. El dia de los Muertos è riconosciuto dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, tradizione che afferma fortemente l’identità di un popolo e le sue origini indigene, uniche al mondo.
A Mozia, nel trapanese, è stata riportata alla luce un volto in terracotta che raffigura lo sguardo della dea Astarte.
La scoperta
Il sito è sotto indagine da parte dell’Università di Roma La Sapienza fin dagli anni ’60; dal 2002, dopo un decennio di interruzione, sono riprese le attività di scavo, stavolta sotto la direzione di Lorenzo Nigro, docente di Archeologia del Vicino Oriente Antico e di Archeologia fenicio-punica.
L’isola di Mothia
Il volto in terracotta è stato scoperto durante la campagna di scavo appena conclusa. L’immagine è databile tra il 520 e il 480 a.C., ovvero almeno un secolo prima di quando, nell’imminenza dell’attacco di Dionigi di Siracusa che distrusse Mothia nel 397/6 a.C., fu ritualmente nascosta poco fuori del recinto sacro, in un punto facilmente individuabile e ben protetto. La testa di Astarte è stata rinvenuta all’interno di una stipe, una fossa circolare di circa un metro di diametro, accanto ad altri due oggetti, sempre in terracotta: un disco con la rappresentazione di una rosetta a rilievo e uno stampo raffigurante un delfino dal grande occhio naïve, che hanno portato alla scoperta del volto di Astarte.
Il volto della dea Astarte
Le parole di Lorenzo Nigro
<<Questi risultati sono il frutto di un lavoro di due decenni da parte di un team numeroso e affiatato>>, ha dichiarato il professore. <<È a tutti gli studenti e ricercatori membri della nostra missione archeologica e ai colleghi con cui abbiamo discusso le nostre interpretazioni che si deve la comprensione di uno dei santuari più ampi e affascinanti del Mediterraneo antico, quello dell’Area sacra del Kothon. La dea Astarte viene qui rappresentata con fattezze greche, ma in un contesto rituale e architettonico fenicio: come per la famosissima statua dell’Auriga, i moziesi usano il linguaggio universale del V secolo a.C., quello della Sicilia ellenizzata, per raffigurare quanto di più identitario possa esistere: il culto religioso. Ci insegnano la capacità di assimilare e lasciarsi assimilare, di tradurre e trasmettere senza tradire, che fu tipica degli antichi e, in modo particolare, della Sicilia>>.
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