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REDAZIONALE | Nel ricordo dell’indimenticabile sorriso della prof.ssa Minutoli

Un mese fa si spegneva la prof.ssa Diletta Minutoli, dopo una dura lotta contro un brutto male che non le ha lasciato scampo. Di seguito il ricordo e l’omaggio di Antonio Stornaiuolo.


“Cosa ci fa a Messina? Vada a Firenze!”

Ero appena arrivato a Messina, nell’Ottobre 2018, dopo aver superato – non senza qualche angoscia – le prove per l’ammissione al corso di Dottorato in Scienze Storiche, Archeologiche e Filologiche.
Ero arrivato, confuso e felice, per lavorare al mio progetto di ricerca in Papirologia: una disciplina singolare, a metà strada tra la Filologia e la Storia, alla quale mi avevano conquistato i documenti della vita quotidiana dell’Egitto romano e bizantino e l’amorevole perizia del mio maestro, la Professoressa Messeri.
Avevo già avuto modo di incrociare, durante le mie primissime iniziazioni alla disciplina, il Professor Pintaudi in più di un’occasione: ai miei occhi di allora – giovane studente magistrale – appariva come un gigante; ed è un prodigio singolare che, benché i miei occhi siano oggi un po’ più vecchi, la sua apparente statura non sia mutata. Conoscevo in maniera indiretta la Scuola papirologica messinese, tanto per la fama che nel circuito papirologico le veniva accreditata quanto per aver studiato sui testi del Professore e su quelli di una sua giovane discipula, la Professoressa Minutoli.
Ero ora a Messina, dove la Professoressa Minutoli veniva nominata “tutor” del mio progetto di ricerca. Con un certo imbarazzo e un buon quantitativo di curiosità, mi apprestavo ad incontrarLa per la prima volta. La nostra prima conversazione fu straniante, ma entusiasmante: non appena Le comunicai che mi ero trasferito in città, la Professoressa – un po’ sorpresa e un po’ “fraterna” – mi suggerì di lasciare appena possibile i Monti Peloritani per dirigermi a Firenze, dove lavorare all’Istituto Papirologico Vitelli.

Papyri Graecae Schøyen – Una pubblicazione dei proff. Minutoli e Pintaudi


Che l’Accademia sia, in generale, un mondo peculiare – e, in verità, piuttosto distorto – non è certo scoperta recente; e le pagine della stampa mostrano in quanti casi le storture accademiche traggano alimento da relazioni personali, amicizie e conoscenze trasformate poi in collaborazioni di indebito lavoro. All’interno di un tale contesto generale, quel suggerimento di lasciare la città per inseguire i papiri fu, ai miei occhi, un cristallino atto di serietà metodologica e di amore verso la disciplina papirologica: da un lato, tale suggerimento cancellava con un colpo di spugna la logica corporativa dell’Accademia; dall’altro, mostrava senza ombra di dubbio che il papirologo deve vivere in mezzo ai testi, tra le antiche carte, senza badare ad altro che al suo lavoro. Che il lavoro di un papirologo consiste innanzitutto nel dedicare il proprio tempo e le proprie migliori energie alla inesausta ricerca di risposte a nuove e vecchie domande. E che non sono possibili risposte senza l’applicazione di un metodo rigoroso, puntuale, costante nell’attenzione e continuo nella passione, quale quello che la Professoressa ha adottato durante tutta la Sua carriera scientifica.

La prof. Minutoli al lavoro
“Ancora un’occasione per farmi ricordare!”

Con questo messaggio la Professoressa Minutoli chiudeva una mail di auguri natalizi. I Suoi messaggi, a ben pensare, non avevano quasi mai nulla di superfluo o di inessenziale, ma si caratterizzavano per chiarezza ed inflessibilità; non nego che, al comparire del suo nome nella casella della “Posta in arrivo”, un timore sordo si insinuava nella mente con una serie di domande senza risposta (cosa ho sbagliato?, cosa Le avrei dovuto scrivere?, cosa Le avrei dovuto chiedere?).
I caposaldi di una tale chiarezza espositiva erano, forse, frutto del rigido metodo scientifico interiorizzato e, non meno, del serissimo e genuino amore verso la disciplina prediletta, verso la quale la Professoressa profondeva una cura ed un’attenzione impareggiabili.
Eppure i Suoi modi estremamente diretti e, a tratti, bruschi non avevano alcun tratto dell’affettazione o dell’artificio: chi conversava con Lei comprendeva immediatamente che il Suo desiderio più alto era rappresentato dal servire la Papirologia e la ricerca papirologica con tutte le forze; ogni altra attività avrebbe ingiustificatamente portato via del tempo e delle energie dai papiri, il che Le sembrava – a giudizio di chi scrive – ingiusto e deprecabile.
Una mia cara collega di dottorato, la quale ha avuto la fortuna di conoscere la Professoressa per un buon numero di anni, ha ricordato che si trattava di una persona straordinariamente dedita al lavoro, onesta con se stessa e gli altri. Davvero non si può aggiungere nulla ad una tale osservazione. Tranne forse una piccola riflessione: che una tale, spietata onestà non era mai venata da sentimenti malevoli, ed anzi sapeva farsi – pur raramente – bonaria e persino amichevole.

La Cerimonia di consegna del premio ANASSILAOS 2018 sezione “AREA DELLO STRETTO” alla Prof.ssa Diletta Minutoli – Anassilaos 2018

“Un papirologo deve saper fare tutto!”

Una discussione sempre viva tra i papirologi riguarda lo statuto epistemologico della disciplina: ci si può interrogare, infatti, ancora oggi su quanto peso vi abbia – o vi debba avere – la componente filologica, indirizzata in definitiva alla ricostruzione testuale, e quanto peso vi abbia – o vi debba avere – la componente storico-contestuale, finalizzata alla ricostruzione degli ambienti storici. Come è ben evidente, non è possibile una sola risposta; le gradazioni di risposta, per lo più, dipendono dalle curiosità o, per meglio dire, dalle esigenze del singolo studioso, né può esistere papirologo – a ben vedere – che possa essere del tutto imparziale in questa contesa. C’è però una verità di fondo, lampante, della quale la Professoressa Minutoli mi ha più di una volta reso partecipe: che un papirologo deve saper fare tutto; perché il papirologo – come soleva ancora continuare la Professoressa – è null’altro che un tecnico dei testi scritti (almeno quelli in greco su papiro, pergamena o altro supporto) e non può e non deve in nessuna misura rischiare di essere un tecnico dimezzato, pena il raggiungimento di risultati altrettanto dimezzati.
La vita e la produzione scientifica della Professoressa Minutoli, d’altra parte, sono un evidente manifesto di tale verità: la severa, gentile versatilità intellettuale della Professoressa Le ha permesso di lavorare con uguale profitto all’edizione di testi letterari e documentari, alla direzione di quel gioiello papirologico che è Analecta Papyrologica, alla realizzazione di contributi relativi alla storia della disciplina, tra cui spiccano i suoi lavori sui Carteggi di Filologi, oltre alla redazione di indici e curatele; e tutto questo senza dimenticare i lunghi periodi passati in Egitto, a lavorare e a dirigere numerose campagne di scavo.

La prof. Minutoli (al centro) in missione in Egitto con il prof. Pintaudi (a destra)


Un impegno totalizzante, condotto costantemente all’insegna di una feroce acribia di cui ho sperimentato più volte il giudizio: sempre equanime, sempre severo. Indimenticabili rimangono nella mia mente le correzioni che la Professoressa volle suggerirmi per i miei primi contributi scientifici: dalle osservazioni minute ai suggerimenti bibliografici, dai semplici errori di battitura fino ai consigli di stile, nessuna sbavatura passava indenne al suo vaglio accorto. Rimango ancora incredulo dinanzi ad una tale lucidità e ad una tale capacità di perscrutare ogni passo.
Un papirologo deve saper fare tutto, dunque, proprio come la Professoressa Minutoli mi ha detto, proprio come la Professoressa Minutoli mi ha mostrato. Studiare sempre un po’ di più, scrivere in maniera sempre più chiara e scientifica; conservare l’onesta intellettuale per riconoscere i meriti altrui e i punti oltre i quali non vi è più scientificità, ma solo possibilità indimostrabile. Questo insegnamento, a un tempo teorico e pratico, continui ad accompagnare tutta la comunità papirologica, insieme al ricordo del Suo austero, appassionato sorriso.

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GEMMOLOGIA | La moldavite, il vetro conosciuto come “pietra” formatosi 15 milioni di anni fa

Quindici milioni di anni fa, una meteorite ha colpito la Terra, in Germania, nell’attuale cittadina di Nördlingen, insediamento medievale costruito proprio nella depressione che andremo ad analizzare, e il risultato dell’impatto è ancora visibile oggi: diversa conformazione del terreno e presenza di materiale di risulta.

Cittadina di Nördlingen- Germania

 

Da un punto di vista mineralogico la formazione di gemme ci offre la possibilità di effettuare, oggi, esami specifici e capire quanto avvenuto in un passato così lontano.
Calore e pressione, ecco la fucina della Madre Terra ma, in questo caso specifico, l’impatto al suolo della meteorite che, con velocità stimata di 70.000 km/h e una temperatura di 25.000 °C, ricreò le condizioni di creazione: si formarono microscopici diamanti che impolverarono la zona e una moltitudine di formazioni vetrose che vennero scagliate a centinaia di chilometri di distanza in un viaggio unidirezionale, dovuto alla traiettoria obliqua della meteorite, giù, fino alla valle del fiume Moldava, nell’attuale Repubblica Ceca.

Moldavite al microscopio gemmologico

La confluenza della Moldava con l’Elba alimenta antiche credenze e originali racconti.
Infatti l’incontro dei due grandi fiumi ha maturato nel tempo e nella tradizione la metafora dell’incrocio delle due componenti, femminile e maschile.
Nella fantasia popolare la Moldava simboleggia la luna, l’Elba il sole.
E il momento irripetibile della loro confluenza è interpretato come un evento magico in cui si sprigionano energia e calore.
Una storia molto particolare che ha influenzato con la sua popolarità la creazione di legami esoterici con il territorio stesso della Repubblica Ceca”.
(Enrico Cirone)

Sì, la Moldavite è un vetro, ma non pasta vitrea prodotta dall’uomo, e non ossidiana (vetro naturale vulcanico), la cui formazione è dovuta al rapido raffreddamento della lava.
La Moldavite è materiale terrestre fuso per impatto meteoritico.
Il suo colore è il verde e la superficie corrugata è dovuta alla frizione con l’atmosfera e alla velocità di raffreddamento.

 

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NEWS | Addio prof. Minutoli, ottima e valentissima studiosa

Si è spenta a soli 44 anni e dopo una battaglia contro un male fulminante che non le ha lasciato scampo. A dare l’annuncio della dipartita della prof.ssa Diletta Minutoli, associata di Papirologia all’Università di Messina, è il prof. Sergio Audano: con profondissimo dolore, anche a nome di Rosario Pintaudi, devo purtroppo dare la triste e dolorosa notizia della prematura scomparsa, a soli 44 anni, della cara Diletta Minutoli, descritta come ottima e valentissima studiosa, collaboratrice instancabile della nostra Accademia Fiorentina di Papirologia, amica buona e generosa, troppo presto strappata agli affetti e allo studio.

La nostra redazione porge i suoi omaggi alla cara prof. e si unisce al cordoglio dei suoi cari. 

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NEWS | “RePAIR”: cosa succede quando la robotica incontra l’archeologia

Ormai da tempo, l’archeologia ha fatto numerosi passi avanti nel mondo “moderno”, avvalendosi sempre di più di strumenti e metodi che rendono indispensabile l’uso della tecnologia.

L’ultimo esempio è il progetto RePAIR, acronimo di Reconstruction the past: Artificial Intelligence and Robotics meet Cultural Heritage. Partito il primo settembre 2021, RePAIR è il connubio tra robotica e archeologia, tramite l’utilizzo di una tecnologia avanzata per la ricostruzione fisica di manufatti archeologici, in gran parte frammentati e di difficile ricomposizione.

RePAIR robotica incontra archeologia
Frammenti di affresco da Pompei
Come funziona RePAIR

Si tratta di una struttura robotica dotata di braccia meccaniche, capace di scansionare migliaia di frammenti e riconferire loro la giusta collocazione, come un puzzle da ricomporre. Il riconoscimento dei frammenti è reso possibile grazie ad un sistema di digitalizzazione 3D, una banca dati dalla quale attingere per riconoscere i frammenti da utilizzare.

RePAIR robotica incontra archeologia
Esempio di robotica applicata all’archeologia nella ricostruzione di manufatti frammentati
Pompei sarà il banco di prova di RePAIR

RePAIR sarà testato a Pompei, dove verrà utilizzato per ricomporre gli affreschi del soffitto della Casa dei Pittori, nell’insula dei Casti Amanti, danneggiati dall’eruzione del 79 d.C. prima, e dai bombardamenti della seconda guerra mondiale poi. Già dal 2018 una equipe svizzera lavora al restauro di questi affreschi. RePAIR, quindi, lavorerà in parallelo all’azione manuale degli esperti di pitture murali dell’Università di Losanna, fornendo in questo modo la possibilità di confrontare le diverse metodologie di lavoro e i rispettivi risultati.

Restauro dell’affresco dei Casti Amanti, Pompei
Un problema atavico risolto da RePAIR

«Le anfore, gli affreschi, i mosaici, vengono spesso portati alla luce frammentati, parzialmente integri o con molte parti mancanti» – dichiara il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – «Quando il numero dei frammenti è molto ampio, con migliaia di pezzi, la ricostruzione manuale e il riconoscimento delle connessioni tra i frammenti è quasi sempre impossibile o comunque molto laborioso e lento. Questo fa sì che diversi reperti giacciano per lungo tempo nei depositi archeologici, senza poter essere ricostruiti e restaurati, e tantomeno restituiti all’attenzione del pubblico. Il progetto RePAIR, frutto di ricerca e competenza tecnologica, grazie all’ausilio della robotica, della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale, si pone l’obiettivo di risolvere un problema atavico».

Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei

In copertina: affresco dall’insula dei Casti Amanti – foto: Parco archeologico di Pompei.

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ATTUALITÀ | Storia di un’archeologia di serie B: gli ipogei dimenticati di Via De Gasperi a Marsala

Lo scorso febbraio un comunicato dell’Assessore Regionale ai Beni Culturali Alberto Samonà annunciava una scoperta archeologica già anticipata qualche mese prima. Durante i lavori per la nuova (e necessaria) rete fognante in via Alcide De Gasperi a Marsala, infatti, erano stati rinvenuti due grandi ipogei, a cui si sono aggiunti, a minore profondità, il ritrovamento di circa <<72 tombe a pozzo e a fossa rettangolare di dimensioni medie di 0,45x0,70x1,75 m, disposte con orientamento variabile N-S e E-O, ricavate nel banco roccioso in calcarenite a una quota minima di – 0,50 m e massima di – 3,40 m dal piano stradale, pertinenti alla necropoli punica di IV-III secolo a.CNonostante in alcuni tratti parte delle sepolture presentassero segni di danneggiamenti e rasature dovuti alle attività edilizie svolte nell’ultimo quarantennio nella zona, molte delle tombe hanno conservato al loro interno resti di corredo inumati>> (comunicato stampa diramato alla nostra redazione dalla Soprintendente di Trapani Arch. Girolama Fontana).

Gli ipogei

Il primo, databile intorno alla metà del IV secolo a.C., presenta due camere funerarie di forma quadrangolare; all’interno sono cinque i resti di corpi inumati, tre adulti e due bambini, con il corredo funerario: alcuni vasi e piccoli oggetti in metallo.

Il secondo ipogeo si presenta come una struttura articolata su più livelli, in cui si possono riconoscere diverse fasi architettoniche e di utilizzo che sembrano coprire almeno sette secoli. Un primo grande ambiente sembra essere il risultato dell’ampliamento e dell’unione di preesistenti sepolture puniche del IV-III secolo a.C. Questo secondo ipogeo presenta una serie di sepolture ricavate lungo le pareti: in particolare sei tombe a cassettone, otto loculi e otto nicchie. Due delle tombe a cassettone hanno conservato resti di inumati, mentre le tombe a fossa sono state scavate direttamente sul pavimento della camera funeraria. Il rinvenimento di materiale ceramico e di lucerne figurate e con bolli lascia pensare ad un utilizzo dal II al IV/V secolo d.C. con una prima fase di culto giudaico e una seconda cristiana.

Le lucerne di Via De Gasperi

 

L’antica Lilibeo, oggi Marsala

Le tombe e gli ipogei riemersi a Marsala potrebbero essere un essenziale strumento per chiarire definitivamente l’importante storia dell’antica Lilibeo. Di maggiore rilievo, in questo contesto, il rinvenimento degli ipogei che conferma la continuità di utilizzo dell’area. La necropoli, infatti, di epoca punica, è stata successivamente ampliata e modificata in epoca romana.

Il fermo lavori e l’archeologia che passa in secondo piano

Sotto la direzione degli archeologi Giuseppina MamminaSharon Sabatini (SAMA Scavi Archeologici) e Sebastiano Muratore, archeologo e Direttore tecnico  della ditta esecutrice Venezia S.R.L. e presidente di PAROPOS Società Cooperativa, hanno immediatamente fermato i lavori e allertato la Soprintendenza dei Beni Culturali di Trapani.

Il grande ipogeo numero 2

Ma cosa è successo negli ultimi mesi? Già fino a maggio i lavori sono andati a rilento, con pochissima trasparenza sull’esecuzione degli stessi e, soprattutto, sull’aspetto economico riguardante la vicenda. Intono alla metà di maggio, poi, i lavori sono stati del tutto bloccati. La società incaricata per i lavori alla rete fognaria ha dichiarato, lo scorso giugno, che i lavori erano stati interrotti proprio a causa dei ritrovamenti. Nel frattempo, dunque, la società aveva all’attivo un’interlocuzione con la Soprintendenza per considerare il da farsi.

I lavori per la rete fognaria sopra gli ipogei

La scoperta degli ipogei e il conseguente fermo lavori ha generato un clima di malcontento generale tra la popolazione marsalese. Da un lato il disagio di non avere, ancora, un sistema fognario funzionante. Dall’altro, inoltre, il disagio di trovarsi, dopo quasi un anno, le strade bloccate da cantieri fermi e ingombranti.

 

Archeologia di serie B?

Uno dei maggiori problemi legati alla vicenda è capire se e in cosa siano stati investiti i finanziamenti per la realizzazione dei lavori. Circa 9mln di euro risultano stanziati per la realizzazione di un sistema fognario funzionante che, purtroppo, manca a Marsala. E sembra che nuovi fondi per la messa in sicurezza dell’area archeologica siano invece venuti meno durante il fermo lavori. Terminati i fondi, dunque, tutto si è fermato.

Durante i mesi di pausa, inoltre, i cantieri sono stati lasciati aperti e dimenticati. E, dove non arriva la natura a danneggiare la storia, ci arriva l’inciviltà. Alcuni spazi degli ipogei, infatti, sono stati trasformati in vergognose discariche a cielo aperto.

Il cantiere lasciato all’incuria (immagine via ItacaNotizie)

Ci sono siti che trovano finanziamenti in virtù del loro futuro impiego come “acchiappa turisti”, avendo un maggiore riscontro dal pubblico, e siti, invece, che passano in secondo piano perché difficilmente si concilierebbero con il riscontro di cui sopra (o più verosimilmente non si hanno i mezzi per valorizzare e fare economia). I cittadini infatti lamentano abbondantemente sia la mancanza della rete fognaria, sia il caos che si crea con un cantiere aperto in una delle strade principali di Marsala. Inoltre, lamentano anche la mancanza di sicurezza nel passare dalla zona con i cantieri aperti, con il rischio sia per i pedoni sia per le auto di essere inghiottiti tra antiche sepolture. Le auto, infatti, transitano accanto e sopra una voragine di almeno 8 metri. Ma gli ipogei di Marsala, fonte di importantissimi dati storici, nonché culla di memoria storica, possono davvero passare in secondo piano rispetto alla rete fognaria?

Purtroppo, alla luce della ripresa dei lavori, senza una chiara azione sulla messa in sicurezza dei ritrovamenti, sembra proprio che le necropoli di Via De Gasperi entreranno a far parte di quell’archeologia di serie B che l’Italia continua a produrre.

Fruibilità degli ipogei: sogno o possibile realtà?

Il vicesindaco di Marsala, Paolo Ruggieri, tuttavia pone l’accento sulla possibilità di dare un futuro fruibile culturalmente alla zona archeologica. L’intento sarebbe quello di incentivare il lato culturale della città, senza lasciarlo invece cadere in un dimenticatoio di tubature e cemento.

Lo stesso Alberto Samonà dichiarava: <<Quella di Marsala è una scoperta dall’altissimo valore archeologico e ci regala l’occasione per ribadire quanto vasto e meraviglioso sia il patrimonio nascosto nel sottosuolo. Al Governo regionale che rappresento il compito di creare le condizioni perché questi ritrovamenti non siano il momento conclusivo di un’attività ma rappresentino la prima pagina di un nuovo libro che valorizzi la storia e l’identità dei luoghi>>.

Gli ipogei sotto strada (immagine via Tp24)

Tale dichiarazione risale a fine febbraio 2021. <<Per continuare e valorizzare quanto scoperto>>, dichiara la soprintendente di Trapani Girolama Fontana, <<servono ulteriori finanziamenti>>. Una questione di soldi, dunque, che tiene con il fiato sospeso riguardo la sorte degli ipogei che, ad oggi, non presenta nessuna mossa certa.

La città di Marsala ha tutto il diritto di essere dotata di una rete fognaria funzionante e, soprattutto, i suoi cittadini devono sentirsi al sicuro guidando per le sue strade. Ciò però non deve togliere importanza a un preziosissimo rinvenimento che arricchisce la città non solo dal punto storico-culturale, ma, se ben valorizzato, anche da quello turistico.

Una parte degli ipogei di Via De Gasperi (immagine via Tp24)

A tal proposito, sempre la soprintendente Fontana, contattata dalla nostra redazione, verso cui si è dimostrata estremamente disponibile ai fini della divulgazione scientifica delle scoperte effettuate da questa Soprintendenza, rassicura: <<I lavori di indagine scientifica proseguiranno nell’ambito dei lavori di rifacimento del sistema fognario, prevedendosi il rilevamento e la messa in sicurezza degli ipogei rinvenuti. Tali scoperte, di altissimo rilievo storico-archeologico, ci consegnano una parte inviolata dell’antica necropoli del sottosuolo marsalese. Si arricchisce la conoscenza dell’antico tessuto storico della città di Marsala e solo con successivi finanziamenti pubblici si potrà procedere al prosieguo degli scavi ed alla valorizzazione di tale patrimonio. Il contesto urbanizzato in cui si sviluppa la necropoli rende di difficile attuazione la completa valorizzazione del Bene, in ogni modo, l’approfondimento scientifico ed il rinvenimento dei numerosi reperti contribuiscono alla divulgazione della conoscenza e del valore dell’importante patrimonio culturale>>.

Ancora col fiato sospeso, dunque, e con la speranza che si trovino davvero finanziamenti e modi per poter preservare la storia di Marsala.

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ACCADDE OGGI | 101 anni da Bukowski e dal suo “esistenzialismo da taverna”

101 anni fa nasceva ad Andernach (Germania) Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., conosciuto anche come Henry Chinaski, suo alter ego letterario. In occasione dell’anniversario è doveroso ricordare la sua controversa e amata figura.

Bukowski

Trasferitosi con la sua famiglia a Los Angeles nel 1930, fin da bambino soffrì di timidezza e solitudine, quest’ultima destinata a diventare una caratteristica della sua produzione. Scrisse sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie. Fu abile nell’alternare prosa e poesia e spesso demonizzato per via del suo stile crudo e diretto, a tratti comico e tragico nello stesso tempo.

Il motivo della fama

La grandiosità di Bukowski e anche il motivo per il quale spopolò nell’America del XX secolo risiede sicuramente nella sua insofferenza disarmante: parla di temi delicati riuscendo a mantenere un distaccato cinismo. L’alcol, il sesso, il senso della vita e la scrittura come via di fuga saranno i temi che accompagneranno tutta la sua produzione fino alla morte.  

A partire dai 24 anni scrisse alcuni racconti che vennero pubblicati senza riscuotere successo, così abbandonò la scrittura e si dedicò al lavoro di postino per più di dieci anni. Nel 1965 fu scoperto dagli editori della rivista The Outsider, Jon e Louise Webb, che pubblicarono molte delle poesie di Buke, così chiamato informalmente da Jon.

Bukowski
Lo spazio in The Outsider dedicato a Bukowski nei primi anni ’60

Iniziò così il suo vagabondare da un’università all’altra per eventi di reading davanti agli studenti americani. I suoi veri introiti erano però rappresentati dalla vendita di racconti su sesso e donne, che riscossero un notevole successo al punto tale da innalzarlo come uno dei grandi scrittori del ventesimo secolo.  

Bukowski e il gentil sesso: un rapporto spesso frainteso

Il suo rapporto con il gentil sesso viene tutt’oggi frainteso per via delle sue tendenze apparentemente misogine. In realtà, alla domanda se Charles fosse veramente misogino, in un’intervista di Vice a Linda King, sua storica partner, la donna rispose con un «No» secco.

Bukowski
Charles Bukowski e Linda King

Lo stesso Buke nei racconti di Taccuino di un vecchio porco lascia correre l’inchiostro e scrive:

«Gli scrittori sono una brutta razza. Le signore sono state buone con noi. Lo dico quasi sempre, dietro a un grande scrittore c’è sempre una donna dannatamente brava. Se togli l’amore, la metà del lavoro di un artista fallisce».

Cosa aspettarsi dai suoi libri

Precisamente storie di sesso, vagabondaggio, violenza, sbronze colossali e un pizzico di depressione. Racconti tratti direttamente dal suo vissuto, scandito da una moltitudine di donne, abbastanza alcol da procurargli un’ulcera quasi fatale e una lucida malinconia. È tutto vero? Secondo lo stesso Bukowski, i suoi racconti sono veri al 95%.

Perché leggere Bukowski

Leggere Bukowski è uno step indispensabile per tutti gli amanti della letteratura perché rappresenta alla perfezione lo stereotipo del classico scrittore squattrinato, dannato e sopra le righe, impresso nell’ideale americano della Beat Generation (anche se rifiutò quest’etichetta). Il minimalismo e la superficialità che impregnano le sue opere lo classificano un esponente del “realismo sporco”, corrente letteraria sviluppatasi negli Stati Uniti tra gli anni ’70 e ’80.

Cos’è l'”esistenzialismo da taverna”?

“Esistenzialismo da taverna” è la definizione che più calza alla prosa bukowskiana: depressa, priva di eufemismi e tragicomicamente schietta. Definizione creata ad hoc per la prefazione di Pulp, libro del nostro scrittore, edito da Feltrinelli.

L’originalità della sua penna è ancora oggi qualcosa di unico e sui generis, lo si capisce bene da una sua autodescrizione professionale contenuta in Scrivo poesie solo per portarmi a letto le ragazze: «La maggior parte dei miei detrattori copia pressoché pedissequamente il mio stile o comunque ne è influenzata. Il mio contributo è stato sciogliere e semplificare la poesia, renderla più umana. L’ho resa più semplice per loro da seguire. Ho insegnato loro che si può scrivere una poesia nello stesso modo in cui si scrive una lettera, che una poesia può essere perfino divertente e che non ci deve essere necessariamente nulla di sacro in essa».

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ACCADDE OGGI | Compagnoni e Lacedelli: quando l’Italia conquistò il K2

Il 31 luglio 1954 l’Italia conquista il K2. Infatti, per la prima volta, due italiani mettono piede sulla vetta della seconda montagna più alta del mondo.

Il K2

Il K2, abbreviazione di “Karakorum 2“, è con i suoi 8609 metri di altitudine la seconda vetta più alta della Terra dopo l’Everest. Il Monte occupa la subcatena del Karakorum, al confine tra la parte del Kashmir, controllata dal Pakistan, e la Provincia Autonoma Tagica di Tashkurgan di Xinjiang, Cina.

La vetta del K2

Il nome “K2” è stato assegnato dal colonnello Thomas George Montgomerie, membro del gruppo guidato dal geografo inglese Henry Haversham Godwin-Austen, che effettuò i primi rilevamenti nel 1856.

La spedizione

Gli escursionisti che riuscirono a raggiungere la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. La spedizione, con il patrocinio di CAI, CNR, Istituto Geografico Militare e dello Stato italiano, fu guidata da Ardito Desio, un geologo ed esploratore. La missione fu animata da propositi scientifici ed esplorativi, oltre che alpinistici.

Squadra di alpinisti e ricercatori della spedizione del 31 luglio 1954

Gli scalatori erano: Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Bonatti, Ugo Angelino; Erich Abram, Mario Fantin, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Guido Pagani, Mario Puchoz; Ubaldo Rey, Gino Soldà e Sergio Viotto. Tra gli scienziati, oltre a Desio, c’erano Paolo Graziosi, Antonio Marussi, Bruno Zanettin e Francesco Lombardi.

Il versante est del K2

Per raggiungere la vetta fu scelto il versante est, dove vennero creati nove campi. La spedizione iniziò a giugno e subito si notarono le difficoltà: il 21 giugno Mario Puchozmoriva morì al campo 2 di edema polmonare. Il 31 luglio 1954, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli toccarono la vetta, dove piantarono la bandiera italiana e pakistana.

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ACCADDE OGGI | La battaglia dei Campi Raudii: lo scontro decisivo tra Cimbri e Romani

Il 30 luglio del 101 a.C. fu combattuta la battaglia dei Campi Raudii. Lo scontro avvenne nel territorio della Gallia Cisalpina e vide contrapporsi l’esercito romano, capeggiato dal console Gaio Mario, e un corpo di spedizione di Cimbri, una delle tribù germaniche. La battaglia si rivelò una totale disfatta per i Cimbri, che, seppur in un notevole vantaggio numerico, furono dunque decimati dalle truppe di Gaio Mario.

Alexandre-Gabriel Decamps, La sconfitta dei Cimbri, 1833

Anche la battaglia dei Campi Raudii, come tante altre, ha bloccato l’avanzata delle truppe germaniche in Europa e ha portato all’egemonia di Roma nel mondo. Infatti, dopo lo scontro, la tribù dei Cimbri scomparì e il pericolo cessò di esistere.

In copertina: I legionari portano in trionfo Gaio Mario – fonte: Romano Impero.

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ACCADDE OGGI | La Battaglia di Otranto: quando i turchi di Maometto II assediarono il porto pugliese

Nel 1480 il sultano Maometto II guidava la sua flotta contro i cavalieri di Rodi, prima, per poi dirigere la sua azione bellicosa sul regno di Napoli. La flotta turca, infatti, aveva fatto rotta su Rodi solo come diversivo, per concentrare l’esercito vero e proprio contro un inconsapevole regno di Napoli. Maometto II, con il pretesto di rivendicare un qualche diritto turco sull’eredità dei principi di Taranto, si diresse a Brindisi, deciso a colpire Ferrante di Napoli. Il re, infatti, aveva inviato aiuti ai cavalieri di Rodi per contrastare l’attacco del sultano turco.

Il 28 luglio 1480 Maometto II si trovava di fronte al porto di Otranto, pronto all’assalto.

Un dettaglio della Sala della Battaglia di Otranto dal Castello di Capua

 

La notte del 28 luglio 1480

A causa di un imponente vento di tramontana, l’attraversamento del canale di Otranto da parte dell’esercito turco-ottomano condusse quest’ultimo proprio di fronte a Otranto nella notte del 28 luglio 1480. Otranto si presentava come una città portuale molto ricca, ma con un’importante carenza nella fortificazione. Per i turchi era, così, un luogo facile da espugnare e più vicino alla costa albanese.

In un’Italia attraversata dalla crisi, con gli Stati divisi, l’armata turco-ottomana si ritrovò via libera senza alcun vero e proprio ostacolo, né politico né militare. In questo contesto, nella zona dei laghi Alimini, oggi denominata baia dei Turchi, sbarcarono ben 16.000 uomini dell’esercito di Maometto II.

La baia dei Turchi, Otranto (immagine via Italiavai)

L’armata turca era guidata dal comandante Gedik Ahmet Pascià che, nella giornata del 28 luglio, aveva inviato due messaggeri all’interno delle fortificazioni otrantine per convincerli alla resa senza battaglia. La clausola principale, però, era costituita dalla pretesa che gli abitanti di Otranto  si convertissero a nuova fede, rinunciando, pubblicamente, alla fede in Cristo. Il primo messaggero venne scacciato in malo modo. Il secondo venne ucciso alle porte della città, senza essere riuscito a entrare. Ahmet, a questo punto, fece sbarcare le artiglierie e diede il via all’assedio.

L’assalto e il massacro

Otranto era difesa solo da una manciata di uomini capitanati da Francesco Zurlo e Giovanni Antonio Delli Falconi, circa 2.000 contro i 16.000 turchi. Già da subito gli abitanti abbandonarono il borgo per rifugiarsi nella cittadella. Il borgo, infatti, passò subito in mano ai turchi. L’artiglieria ottomana, nel giro di pochi giorni aveva già messo in ginocchio la città di Otranto che, contro ogni previsione continuava a resistere. Dovette però capitolare quando, dopo 15 giorni d’assedio, l’11 agosto 1480, Ahmet diede il via all’assalto finale, riuscendo a sfondare. I Turchi entrarono a Otranto dalla “Porticella”, l’ingresso più piccolo sul lato nord orientale delle mura. Il divario numerico delle forze impiegate, unito alla situazione di assedio subito, fecero capitolare gli otrantini in breve tempo. I turchi-ottomani, inoltre, avevano ucciso tutti i maschi maggiori di quindici anni e avevano catturato donne e bambini come schiavi.

Il giorno seguente, 12 agosto 1480, l’esercito turco irruppe nella cattedrale dove si erano rifugiati i superstiti e il clero. Ahmet imponeva loro di rinnegare la fede cristiana. Al loro rifiuto ne ordinò il massacro, per un totale di circa 800 martiri. 

I martiri di Otranto nella cattedrale

Il 14 agosto, Ahmet fece legare e condurre i superstiti della cattedrale sul vicino colle della Minerva. Qui ordinò la decapitazione di almeno 800 individui, riconosciuti come martiri dalla Chiesa e venerati come beati martiri idruntini.

La città di Otranto, devastata dall’azione dei turchi, rimase sotto il loro totale controllo per quasi un anno, fino al maggio 1481, quando iniziò la campagna di liberazione grazie anche all’arrivo della flotta cristiana. Dopo vari scontri e assedi, solo nel settembre dello stesso anno i turchi abbandonavano la città ormai ridotta a un cumulo di macerie di cui sopravvissero solo 300 abitanti.

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ACCADDE OGGI | Robespierre muore ghigliottinato

Dopo il suo arresto, nessuna prigione volle trattenerlo e, in seguito, Robespierre fu portato dai soldati della Comune di Parigi all’Hotel de Ville, dove si ricongiunse con alcuni seguaci.

Il 28 luglio del 1794 la polizia irruppe nell’Hotel. Arrestò alcuni fedeli di Robespierre e lui ricevette un un colpo di pistola che lo ferì gravemente al volto.

Robespierre
Il colpo di pistola inferto a Robespierre

I medici, che avevano avuto il compito di curarlo per evitare che evitasse la ghigliottina a causa della ferita, dissero che non emise mai un lamento sebbene il dolore fosse molto forte. Tutte le persone arrestate furono portate dapprima alla Conciergerie (palazzo storico di Parigi) per un primo riconoscimento e poi in Piazza della Rivoluzione per essere giustiziati.

Robespierre
La Conciergerie, Parigi
Piazza della Rivoluzione, Parigi

Robespierre era ferito gravemente alla mascella e un testimone riportò che le sue ferite erano in pessime condizioni. Riferì anche che il prigioniero rimase in silenzio tutto il tempo e che gridò dolore solo quando gli furono tolte le bende dal volto; perse molto sangue: era chiaro che sarebbe morto a breve, così i boia decisero di accelerare l’esecuzione.

Il momento della ghigliottina

Robespierre morì il 28 luglio 1794. Il suo corpo venne gettato il una fossa comune nel Cimitero degli Errancis (Parigi), dove tutt’oggi riposa.

La targa sulla tomba di Robespierre nel Cimitero degli Errancis