La prima guerra mondiale (o Grande Guerra) scoppiò il 28 giugno del 1914 a causa dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria, a Sarajevo.
L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando
Un mese più tardi, il 28 luglio, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. All’inizio si pensava che fosse una questione facilmente risolvibile tra le due potenze, ma ben presto entrarono in gioco anche gli stati alleati suddivisi in due schieramenti: la Triplice Intesa, composta da Russia (che abbandonò la guerra nel 1917), Francia e Gran Bretagna; e la Triplice Alleanza, composta da Germania, Austria e Italia (si dichiarò in un primo tempo neutrale, ma entrò in guerra l’anno seguente). Il conflitto assunse quindi carattere europeo.
Interventisti contro neutralisti
Nel frattempo, in Italia si svolgeva la diatriba tra interventisti e neutralisti; questi ultimi avevano a capo Giovanni Giolitti, il quale aveva offerto la neutralità in cambio dei territori di Trento e Trieste dall’Austria.
Giovanni GiolittiManifestazione interventista a Milano
Vinsero gli interventisti e il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria.
La Stampa del 24 maggio 1915Il Corriere della Sera del 24 maggio 1915
Il trattato di pace di Versailles
Il 18 gennaio 1919 i capi delle nazioni vincitrici (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia) si riunirono a Versailles in una Conferenza di pace. I rappresentanti dei Paesi vinti vennero chiamati solo a firmare il trattato.
I “quattro grandi” alla Conferenza di pace di Parigi. Da sinistra a destra: Lloyd George (Gran Bretagna), Orlando (Italia), Clemenceau (Francia) e Wilson (Stati Uniti)
Le conseguenze
Dopo il trattato di Versailles l’Europa assunse un nuovo aspetto. La Germania venne riconosciuta come maggiore responsabile del conflitto e fu costretta a pagare i danni di guerra e a mantenere un esercito molto ridotto. L’Italia ottenne dall’Austria il Trentino, l’Alto-Adige, la Venezia-Giulia e Trieste. L’Austria perse gran parte del suo territorio. Gli Stati Uniti furono riconosciuti come i veri vincitori della guerra.
Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre nacque ad Arras, un paese nel nord-est della Francia, nel 1758 da una famiglia borghese. Fu uno dei protagonisti della Rivoluzione francese (1789-1799); ricordato anche come uno dei padri della Prima Repubblica francese.
Ritratto di Robespierre
Fu tra i migliori studenti del suo corso di retorica e molto amato dai suoi insegnanti tanto che, nel 1775, venne scelto dal maestro per declamare dei versi latini al cospetto di Luigi XVI: il re era giunto in visita nel collegio in cui Robespierre studiava. Il sovrano però, annoiato, non fece attenzione ai versi che il giovane stava declamando.
il collegio Louis-le-Grand in cui Robespierre studiavail re di Francia Luigi XVI
Studiò i grandi classici latini e greci; ammirava la repubblica romana e l’arte oratoria dei grandi del passato: Cicerone, Virgilio, Livio, Tacito e Catone, anche se molto distanti dai costumi del 1700. Nel 1782, dopo aver completato gli studi, decise di ritornare nella natìa Arras per esercitare, seguendo così le orme del padre, la professione di avvocato.
L’arresto
Nel corso degli anni Robespierre si fece dei nemici. Proprio questi, nel giugno del 1794, fecero girare voce che volesse istaurare di nuovo la monarchia, concentrando tutto il potere nelle sue mani e scegliendo Luigi Carlo come prossimo al trono dopo la morte per ghigliottina della regina Maria Antonietta.
Un mese più tardi, il 26 luglio 1974, Robespierre fece un discorso davanti alla Convenzione per la Salute Pubblica, di cui egli stesso faceva parte. Parlò a lungo riguardo a una possibile cospirazione contro la Repubblica e incolpò, senza fare nomi, alcuni dei membri del Comitato.
il Comitato di Salute Pubblica in seduta
Secondo lui occorreva rinnovare il Comitato di Salute Pubblica e quello della sicurezza generale. Le minacce, seppur velate, portarono gran scompiglio all’interno della Convenzione. La maggior parte del Comitato voleva agire velocemente e la Convenzione, colpita dalla retorica di Robespierre, approvò l’idea.
Il giorno seguente, il 27 luglio 1974, Robespierre venne arrestato e le sue ultime parole furono: «La Repubblica è perduta, i briganti trionfano».
Il 27 luglio 1940 il mondo ha conosciuto coniglio più famoso del mondo: Bugs Bunny fa il suo debutto.
Il personaggio
Bugs Bunny è un coniglio grigio animato che appare nei cortometraggi della serie Looney Tunes e Mertje Melodies ed è in assoluto uno dei personaggi più famosi al mondo; è noto per la sua celebre battuta: «Che succede, amico?» («Ehm… What’s up, doc?»).
Bugs Bunny in una scena del film a lui dedicato, Super Bunny in orbita! (1979)
È intelligente e capace di superare in astuzia chiunque sia ostile con lui, come: Taddeo, Yosemite Sam, Marvin il marziano, Daffy Duck e anche Wile E. Coyote, quando non è alle prese con Beep Beep.
L’ideazione
Bugs Bunny e Michael Jordan in Space Jam (1996)
Bugs Bunny è “nato” nel 1938 a Brooklyn, da molti padri: Ben “Bugs” Hardaway (che ne creò una prima versione nel 1938 per Porcky’s Hare Hunt), Bob Clampett, Tex Avery (che sviluppò la personale definitiva vista dal 1940), Robert Mckimson (il creatore dell’aspetto grafico definitivo), Chuck Jones e Friz Freleng. Il suo doppiatore americano dell’epoca affermò che l’accento utilizzato era un mix tra quello del Bronx e di Brooklyn. In Italia venne chiamato, inizialmente, Bubi Balzello, Lollo Romlicollo o Rosicchio; in seguito venne utilizzato il suo nome originale.
Il debutto
Il debutto ufficiale viene considerato quello in Caccia al coniglio (A Wilson Hare) di Tex Avery, nelle sale il 27 luglio 1940; è qui che Bugs Bunny compare per la prima volta dalla sua tana per chiedere a Taddeo (un cacciatore): «Che succede, amico?».
Bugs e Taddeo in Caccia al coniglio (1940)
Joe Adamson, storico dell’animazione, considera Caccia al Coniglio il primo vero cortometraggio di Bugs Bunny; la data, infatti, venne poi confermata in uno dei primi episodi del The Looney Tunes Show dove, in una discussione tra il coniglio e Daffy Duck, viene detto che il compleanno del coniglio è proprio il 27 luglio.
La fama
Bugs Bunny ha superato guerre, crisi e riprese economiche ed ha attraversato il tempo decenni dopo decenni, ma la sua fama non solo non è calata, ma è cresciuta nel tempo.
Intro di Looney Tunes con Bugs Bunny
Nel 2002, Tv Guide creò una lista dei 50 più grandi personaggi animati di tutti i tempi posizionandolo al primo posto; un giornalista della rivista per Bugs disse queste parole:
«La sua fama non è mai calata. Bugs è il miglior esempio di comicità intelligente americana. Non solo è il più grande personaggio animato, ma è anche il più grande comico. Era ben scritto e disegnato meravigliosamente. Ha appassionato e fatto ridere generazioni: è il migliore».
Il 27 luglio 1986 per la prima volta una band occidentale riuscì ad esibirsi in uno stato del blocco comunista. I Queen sfondarono la cortina di ferro esibendosi a Budapest.
La band
I Queen sono un gruppo rock britannico, formatosi a Londra nel 1970 dall’incontro del cantante e pianista Freddy Mercury con il chitarrista Brian May e il batterista Roger Taylor; la formazione storica di è poi stata completata nel 1971 con l’ingresso del bassista John Deacon.
I componenti dei Queen: Brian May, Freddy Mercury, John Deacon e Roger Taylor
La band ha venduto circa 300 milioni di dischi nel mondo. Tra le migliori canzoni del quartetto si ricorda Bohemian Rhapsody, inserita sia da critici che da sondaggi popolari tra le migliori canzoni di tutti i tempi. Uno dei concerti maggiormente conosciuti è stato sicuramente il Live Aid, il 13 luglio 1985; un concerto a scopo benefico verso le popolazioni dell’Etiopia colpite da una grave carestia.
Il Wembley Stadium pieno al Live Aid
Nel 2001 la band è stata inclusa nella Rock and Roll Hall of Famedi Cleveland e, nel 2004, nella UK Music Hall of Fame. Inoltre, i quattro membri della band sono stati ammessi nella Songwriters Hall of Fame.
Il concerto
L’esibizione fu effettuata perché Freddie Mercury voleva esibirsi in un paese dell’Est europeo per misurarsi con un pubblico diverso. Già due anni prima tentarono questa esibizione non ottenendo i permessi dall’URSS, alla cui notizia Freddie disse:
«Le autorità sovietiche pensavano che avremmo corrotto la gioventù o qualcosa del genere».
Una volta ricevuti i permessi, la scelta ricadde sull’Ungheria, in quanto unico Paese che stava conoscendo delle riforme socio-economiche più aperte.
Freddy Mercury in uno dei suoi show
Il concerto avvenne nel Nepstadium di Budapest, seguendo la scaletta delle tappe del Magic Tour: da Tie Your Mother Down a A Kind of Magic, da Under Pressurea I Want to Break Free e poi Impromptu, Bohemian Rhapsody, Hammer To Fall, Radio Gaga,solo per citarne alcune. Più o meno a metà esibizione, la band inglese fece un regalo al pubblico ungherese eseguendo il brano locale Tavaszi Szel Vizet Araszt. Alla fine l’inno nazionale di un Paese occidentale entrò, con fare travolgente e irrefrenabile, in uno stato comunista; infatti, la band inglese concludeva i suoi concerti con God Save the Queen.
Nepstadium di Budapest in preparazione per il concerto
Era il 26 luglio del 1866 in quel della periferia di Versa (GO) quando poco dopo mezzogiorno le truppe italiane si scontrarono con quelle austriache. Si stava combattendo la Terza guerra d’indipendenza, nell’ambito della Campagna di unificazione italiana.
Alle porte di Versa, nel Friuli in provincia di Gorizia, si consuma infatti, su un ponte sul torrente Torre, quella che passa alla storia come Battaglia di Versa. Le truppe italiane, provenienti da Palmanova come avanguardia della spedizione di Cialdini, si trovarono a scontrarsi sul ponte con le truppe austriache per cercare di avvicinarsi al raggiungimento dell’unità d’Italia.
Ponte di Versa, 26 luglio 1866
Lo scontro e la vittoria italiana
Le truppe italiane, guidate da Alberto Carlo Gilberto De la Foreste de Divonne, contavano 400 cavalieri, 1600 uomini e la 5ª batteria dell’8° Reggimento d’artiglieria. L’Australia schierava, invece, 300 cavalieri, 2500 uomini e la 7ª batteria del 7° Reggimento d’artiglieria. Furono le forze italiane a vincere il combattimento, strappando la città di Versa all’Austria e riportandola all’Italia. Il 12 agosto seguente avvenne la stipula dell’armistizio, fino a giungere alla pace di Vienna il 3 ottobre dello stesso anno.
Targhe commemorative per la liberazione di Versa
L’inutilità della Battaglia di Versa
Ma nel giro di poco tempo Versa era passata dall’Austria all’Italia, per poi ritornare di nuovo all’Austria con la Pace di Vienna. Con quest’ultima, infatti, l’Austria cedeva il Veneto al Regno d’Italia, fissando però la linea di confine Italia-Austria con la sponda destra del torrente Torre. In questo modo, di fatto, Versa ritornava all’Austria, pur essendo stata vinta dal Regno d’Italia. La città dovrà poi attendere la fine della Prima guerra mondiale per ritornare ad essere parte dell’Italia.
Le vicende della Battaglia di Versa sono esaustivamente descritte nel saggio di Massimo Portelli, “La Campagna del 1866 nel Friuli Orientale”. Nel 2016, inoltre, sono state rinvenute sul greto del torrente alcune sepolture di soldati caduti durante la battaglia.
«È una bella domenica di luglio, avete preso il torpedone* e siete arrivati al mare. Per il pranzo, niente di meglio che una bella insalata tricolore da gustare sotto l’ombrellone mentre un vostro caro amico, arrivato dall’Argentina per le vacanze, vi racconta com’è bella la vita nella capitale, Buonaria. Per cena avete prenotato in quel posto carino in cima alla scogliera, per ammirare un tuttochesivede* mozzafiato, e da bere vi gustate quella bevanda arlecchina* estiva che vi da un po’ alla testa, non siete abituati a bere àlcole! Dopo cena tutti alla sala da danzare, speriamo che passino in radio qualche pezzo di quel trombettista famoso, come si chiama? Ah si, Luigi Braccioforte!».
Vi sentite confusi? Oggi è comprensibile, ma per gli italiani del ventennio fascista era assolutamente normale utilizzare questi termini, ovvero l’italianizzazione delle parole straniere, assolutamente proibite dal fascismo a partire dal 1923.
Una lista con alcune delle parole proibite e italianizzate durante il ventennio fascista. In questa tabella mancano i termini *torpedone (autobus) *tuttochesivede (panorama) e *bevanda arlecchina, qui tradotta con polibibita.
La comunità slovena subì per prima il fenomeno dell’Italianizzazione
Nel 1923, tre anni dopo il Trattato di Rapallo (che ridisegnò i confini dell’Italia nord-orientale annettendo Gorizia, Trieste, Pola e Zara), il regime fascista intraprese una politica di italianizzazione forzata nei confronti della comunità slovena. Politica che, successivamente, fu estesa a tutto lo stivale.
Con la legge n. 2185 del 1/10/1923, fu abolito l’insegnamento della lingua slovena nelle scuole. Non solo, parlare una lingua che non fosse l’Italiano (in questo caso la lingua slava) venne assolutamente vietato in tutti i luoghi pubblici. Ma non era abbastanza: anche la toponomastica subì l’italianizzazione. Migliaia di cognomi di origine slava e croata vennero modificati e tradotti in italiano.
Manifesto affisso nella città di Dignano (UD) che vieta l’uso della lingua slava nei luoghi pubblici
La traduzione forzata dei termini stranieri
«Basta con gli usi e costumi dell’Italia umbertina, con le ridicole scimmiottature delle usanze straniere. Dobbiamo ritornare alla nostra tradizione, dobbiamo rinnegare, respingere le varie mode di Parigi o di Londra o d’America. Se mai, dovranno essere gli altri popoli a guardare a noi, come guardarono a Roma o all’Italia del Rinascimento… basta con gli abiti da società, coi tubi di stufa, le code, i pantaloni cascanti, i colletti duri, le parole ostrogote». Così riportava Il costume de Il Popolo d’Italia il 10 luglio 1938.
Che il grande sogno di Mussolini fosse quello di riportare Roma ai fasti del periodo imperiale è cosa nota; questa gloriosa rinascita doveva essere presente in ogni aspetto della vita degli italiani, soprattutto nella lingua. Basta “elemosinare” termini stranieri, basta copiare modi di dire e parole ai popoli inferiori. Cosa avrebbe pensato un imperatore romano se avesse sentito noi, i “Romani”, parlare utilizzando termini “barbari”? Tramite il controllo diretto su ogni organo di stampa, in poco tempo si favorì l’utilizzo e la diffusione dei nuovi termini italianizzati per volere del regime fascista.
Benito Mussolini in uno dei suoi discorsi al popolo italiano
Parole proibite e parole inventate: ci pensa D’Annunzio
Tra i numerosi linguisti e intellettuali favorevoli al processo di italianizzazione, non poteva di certo mancare il poeta-“vate”. Termini come velivolo e tramezzino (al posto di sandwich) ed espressioni come eja eja alalà! (al posto di hip hip hurrà) sono da attribuire proprio a Gabriele D’Annunzio. Furono più di 500 le parole tradotte in italiano, dai termini della sofisticata cucina francese ai termini inglesi utilizzati per lo sport, passando per i nomi propri di persona (George Washington divenne GiorgioVosintone, Louis Armstrong fu Luigi Braccioforte) e le città straniere come Buenos Aires, Buonaria.
Gabriele D’Annunzio
Con la caduta del regime fascista molte di queste parole italianizzate tornarono alla loro forma “straniera” e nelle scuole dell’Italia nord-occidentale fu riammesso l’insegnamento bilingue. D’altra parte, in un mondo totalmente globalizzato come il nostro, il dizionario di parole da italianizzare dovrebbe essere aggiornato ogni giorno. E poi, il mondo sa già di che pasta solida sono fatti gli italiani, sono stati i ragazzi della nazionale di Palla al calcio a ricordarglielo!
«Come l’acqua è il più prezioso di tutti gli elementi, come l’oro ha più valore di ogni altro bene, come il sole splende più brillante di ogni altra stella, così splende Olimpia, mettendo in ombra tutti gli altri giochi»
(Pindaro, Olimpica I, 1)
Busto di Pindaro
Se esiste qualcuno in grado di farci comprendere l’importanza dei Giochi olimpici nel mondo antico, quello è sicuramente il poeta Pindaro, vissuto in Grecia tra il 518 a.C. e il 438 a.C. circa. In barba allo spirito con cui il barone Pierre de Coubertin (1863-1937), promotore dei moderni Giochi olimpici, sosteneva che “L’importante non è vincere, ma partecipare”, Pindaro era di tutt’altro avviso. Le Olimpiadi, nel mondo greco erano un evento importantissimo, capace di mettere in pausa anche le guerre più sanguinose, e vincerle, per gli atleti, significava guadagnare gloria eterna per sé e per la polisda cui provenivano.
L’importanza dei giochi nell’antica Grecia
La cultura delle competizioni sportive, nel mondo greco, ha origini molto più antiche del periodo in cui Pindaro scrive le sue Olimpiche, elogiando i vincitori delle diverse discipline. La prima testimonianza scritta dei “giochi” la ritroviamo nell’Iliade di Omero, in occasione dei giochi funebri in onore di Patroclo. Dalla corsa dei carri a quella a piedi, dal tiro del giavellotto, al tiro con l’arco e al pugilato, nel poema Omerico ritroviamo tutte le discipline che caratterizzeranno le future Olimpiadi. Ma quando nascono le Olimpiadi? E perché sono così importanti? Prima di rispondere a queste domande, occorre tenere a mente il legame indissolubile che esisteva tra i giochi e la religione, aspetto fortemente caratterizzante della vita nell’antica Grecia.
Giochi in onore delle nozze di Peleo e Teti, dal Cratere François
Olimpia, la grande festa dedicata a Zeus e i giochi in suo onore
Ad Olimpia, situata nell’Elide (Peloponneso nord-occidentale), sorgeva un santuario dedicato a Zeus. La florida regione dell’Elide, con i suoi boschi e prati fioriti, era considerata un luogo talmente bello che doveva per forza essere stato creato in circostanze divine. Ogni anno, in estate, il santuario accoglieva pellegrini provenienti da tutta la Grecia, per partecipare alle celebrazioni in onore di Zeus. Cerimonie, processioni e sacrifici, per rendere omaggio al padre di tutti gli dei, ma non solo. Dopo aver giurato solennemente, gli atleti, provenienti da tutte le città-stato della Grecia, erano finalmente pronti a scendere in campo e sfidarsi nei giochi Olimpici. Se i perdenti uscivano a testa bassa dallo stadio, con il pesante fardello del disonore sulle spalle, i vincenti tornavano nella loro polis da eroi. Loro, e solo loro, avevano tenuto fede al giuramento solenne in cui affermavano di “essersi duramente preparati con il solo scopo di vincere”.
La Vittoria alata che incorona un atleta vincitore. Raffigurazione in un vaso a figure nere
La data convenzionale del 776 a. C
Come abbiamo detto, i giochi hanno sempre fatto parte della cultura greca, erano già presenti nelle culture minoica e micenea. Sappiamo anche che i giochi Olimpici devono la loro importanza al luogo in cui sorge il santuario dedicato a Zeus. E proprio in questo luogo fu stilato per la prima volta, nel 776 a. C, un elenco con i vincitori: è possibile, quindi, desumere che si trattasse dell’esito delle prime Olimpiadi accertate storicamente. Durante la cerimonia di apertura dei Giochi, le sacerdotesse del tempio di Hera accendevano la fiamma olimpica, tramite un sistema di specchi che utilizzavano la luce solare per accendere il fuoco. Sistema utilizzato ancora oggi durante la cerimonia di accensione della fiamma olimpica per le moderne Olimpiadi.
La cerimonia di accensione della fiamma Olimpica
Le prime edizioni e l’evoluzione dei Giochi olimpici
Le prime edizioni dei Giochi olimpici duravano una sola giornata e unica era anche la disciplina in cui si sfidavano gli atleti: lo stadion, una gara di corsa lunga 192 metri. I giochi si ripetevano ogni quattro anni, e le edizioni successive furono pian piano arricchite con nuove discipline. Le gare prevedevano: pugilato, corsa, pentatlon (un insieme di 5 gare come il salto in lungo), lancio del disco, lancio del giavellotto e lotta. Inoltre faceva parte dei giochi olimpici anche la corsa con i cavalli. Furono aggiunte anche le gare di poesia e di scrittura. Ciò che non riuscì a trovare posto nelle olimpiadi fu la figura femminile: le donne non potevano partecipare neanche come spettatrici.
Pugilatori ritratti in un vaso a figure nere
Il declino e la fine dei Giochi olimpici
I Giochi olimpici sopravvissero alla conquista romana. L’imperatore Neronene organizzò un’edizione a Roma. Se i Giochi in origine erano aperti solamente ai greci, l’edizione di Nerone, alla quale partecipò lui stesso, fu aperta agli atleti provenienti da ogni parte dell’Impero Romano. Fu l’avvento del cristianesimo a porre fine alle Olimpiadi. Nel 393 d.C., l’imperatore Teodosio, dietro l’influenza del vescovo di Milano Ambrogio, soppresse i giochi, che erano nati per celebrare quelle divinità adesso tanto blasfeme e in contrasto con il nuovo Dio.
Negli ultimi decenni le teorie complottistiche hanno trovato terreno fertile per la propria proliferazione. Tra queste ritorna ricorrente quella che in inglese viene definita Moon Hoax, frottola lunare. Le missioni del programma Apollo, secondo le teorie complottiste, non avrebbero davvero portato gli astronauti a compiere l’allunaggio. Infatti, i complottisti ritengono che tutte le missioni non siano altro che falsi ideati dalla NASA in combutta con il governo statunitense. Insomma, sarebbero tutte balle spaziali e complotti al chiaro di Luna!
Come nasce una teoria complottista?
Quando il 21 luglio del 1969 l’uomo sbarca per la prima volta sulla luna, il mondo rimane con il fiato sospeso e gli occhi sognanti. Già ai tempi dell’Apollo 8, nel 1968, si iniziava a parlare di complotti governativi. Complotti che, alla luce di un uomo che letteralmente cammina sulla Luna, si sono fatti sempre più presenti e insinuanti. Nel 1976, infatti, fa la sua comparsa per la prima volta in tv il libro We Never Went to the Moon (Non siamo mai andati sulla Luna), degli americani Bill Kaysing e Rendy Reid.
Il libro di Bill Kaysing
Kaysing, ex ufficiale della marina statunitense, riteneva che la tecnologia a lui contemporanea non fosse avanzata al punto di realizzare un allunaggio. Affermava ciò in virtù di una sua carriera lavorativa presso Rocketdyne, azienda produttrice di motori a razzo per la NASA per le missioni Apollo, per cui, però, si occupava di supervisionare la stesura dei manuali tecnici.
Rocketdyne
Nonostante la sua carriera all’interno dell’azienda fosse terminata nel 1963 e, soprattutto, non fosse proprio la sua area di competenza all’interno della Rocketdyne, Kaysing si sentiva convinto di poter dichiarare che l’America non aveva le tecnologie necessarie per mandare l’uomo sulla Luna. Secondo Kaysing, infatti, lo sbarco sulla Luna non sarebbe altro che un film realizzato dalla NASA con il supporto tecnico del regista Stanley Kubrick. Ad avvalorare questa teoria, secondo Kaysing, c’era proprio l’esperienza cinematografica del regista di cui, nel 1968, era uscito nelle sale il capolavoro 2001: Odissea nello spazio.
2001: Odissea nello spazio (immagine via MyMovies)
Kaysing affermava con una certa sicurezza che Kubrick fosse stato costretto a realizzare i video dell’allunaggio negli ambienti della Norton Air Force Base di San Bernardino; il governo avrebbe minacciato il regista di rendere noto un legame del fratello Raul con il terrore del momento, il partito comunista. A nulla valeva far leva sulla ragione: Stanley, infatti, non ha un fratello di nome Raul, ma solo una sorella, Barbara Mary.
Complotti al chiaro di Luna
Quella di Kaysing si configura come la prima teoria di complotto in relazione all’allunaggio ad essere stata espressa in un libro. Si tratta di una teoria, tra l’altro, che sin da subito ha raccolto numerosi seguaci.
Alcuni ritengono che i filmati dell’allunaggio non siano altro che una messa in scena ideata dal governo americano per distogliere l’attenzione dalle morti in Vietnam. La maggior parte dei complottisti, invece, propende per la teoria secondo la quale gli Stati Uniti, nel pieno della guerra fredda con l’Unione Sovietica, cercavano di accaparrarsi il primato “Luna” prima degli avversari. L’Unione Sovietica, infatti, era stata la prima a mandare un satellite artificiale in orbita (lo Sputnik 1), a fotografare l’altra faccia della luna e, soprattutto, a inviare un uomo nello spazio.
Sputnik 1, il primo satellite in orbita
Per queste ragioni, secondo i complottisti, il governo americano era stato costretto a girare un finto filmato che mostrasse al mondo il primo uomo a camminare sulla Luna.
Balle spaziali
Proprio questo “camminare”, tra l’altro, è oggetto di grande dibattito tra i complottisti. La divisa da astronauta di Neil Armstrong, conservata allo Smithsonian’s National Air and Space Museum, mostra degli stivali con la suola liscia, incompatibile con le famose impronte lasciate sulla superficie lunare.
Una delle immagini che i complottisti usano a sostegno delle proprie teorie
“Am I missing something?“, si legge in molte immagini del genere in rete. Sì, ti sta sfuggendo qualcosa. Il fatto che gli astronauti, una volta approdati sulla luna, abbiano indossato, per la passeggiata, dei copri-stivali rimovibili, visibili sia nelle nuove scansioni delle foto originali, sia proprio in museo come parte della tuta da astronauta.
Ma non è tutto, ovviamente. Anche la foto della bandiera che sembra mossa dal vento ha fatto storcere il naso a chi non crede che l’uomo sia stato sulla Luna. Sulla Luna, com’è ovvio, non c’è spostamento d’aria. La bandiera che sembra ondulata, allora, è solo frutto del fatto che non sia stata stesa completamente da Armstrong e Aldrin. E vorrei ben vedere, con i guantoni del completino spaziale in quanti avrebbero adeguata manualità in una situazione non proprio normale!
La bandiera americana sulla Luna
Anche la presenza delle ombre ha dato spunto, nel corso dei decenni, a numerose teorie complottiste. Secondo i sedicenti scienziati amatoriali, infatti, le ombre sembrerebbero essere colpite da svariate fonti di luce, compatibili con un set cinematografico.
Le presunte ombre divergenti sulla Luna
E, ancora, anche la mancanza di stelle sullo sfondo è stata interpretata come un segno che la NASA stesse cercando di nascondere la realtà. Secondo i complottisti, infatti, la presenza delle stelle avrebbe rivelato la reale posizione nello spazio da cui veniva scattata la foto. Per questo la NASA le avrebbe eliminate dallo sfondo. In verità, per la particolare condizione di luminosità e la mancanza di atmosfera le stelle apparivano talmente flebili da non essere catturate in foto.
Nessuna stella all’orizzonte!
Selfie sulla Luna
Un’altra obiezione dei complottisti alla presenza umana sulla luna è legata a una delle fotografie più famose di tutti i tempi: Armstrong scatta una foto ad Aldrin catturando anche il proprio riflesso sul casco del collega Si tratta della foto AS11-40-5903 e i complottisti ritengono sia falsa a causa del fatto che Armstrong non tiene alcuna macchina fotografica in mano. Anche qui la spiegazione è semplicissima, poiché le telecamere sono posizionate sul petto degli astronauti per facilitarne i movimenti.
Teorie, tutte, smontate ad una ad una dalla scienza. Forse non si giungerà mai a una visione universalmente accettata e i complottisti esisteranno sempre. Ma la scienza, puntualmente, continuerà a fare il proprio lavoro, progredendo, andando avanti e, magari, spostando il “set cinematografico” su un altro corpo celeste!
Non mi stupisco di quelli che negano l’allunaggio, visto che c’è ancora chi sostiene che la Terra è piatta – Piero Angela
Il 21 luglio 1969 l’equipaggio dell’Apollo 11 mosse i primi passi sulla Luna, segnando, di fatto, la conquista umana del satellite.
Il lancio dell’Apollo 11 (16 luglio 1969)
Programma Apollo
Il programma Apollo fu un programma spaziale statunitense che portò allo sbarco dei primi uomini sulla Luna; concepito durante la presidenza di Dwight Eisenhower e condotto dalla NASA. Il programma Apollo si svolse tra il1961 e il 1975 e fu il terzo programma spaziale di voli umani (dopo Mercury e Gemini) sviluppato dagli Stati Uniti, lasciando un segno alla “corsa allo spazio”.
Il pianeta Terra immortalato dal suolo lunare
Il corso del programma subì due lunghe sospensioni: la prima, nel 1967, poiché un incendio sulla rampa di lancio di Apollo 1, durante una simulazione, causò la morte degli astronauti Gus Grissom, Edward White e Roger Chaffee; la seconda dopo il viaggio verso la Luna di Apollo 13 nel 1970 durante il quale si verificò un’esplosione sul modulo di servizio che impedì agli astronauti la discesa sul satellite e li costrinse a un rischioso rientro sulla Terra.
Missione Apollo 11
La missione è partita il 16 luglio 1969 dal Kennedy Space Center, in Florida. La navicella era composta da tre parti: un modulo di comando con una cabina pressurizzata per i tre astronauti, un modulo di servizio e un modulo lunare.L’equipaggio era composto dal comandante Neil Armstrong, Michael Collins, pilota del modulo di comando, ed Edwin Aldrin, pilota del modulo lunare.
L’equipaggio dell’Apollo 11: Neil Armstrong, Michael Collins ed Edwin Aldrin
Il razzo raggiunse l’orbita terrestre dodici minuti dopo il lancio: a quel punto, grazie alla manovra “Trans Lunar Injection” (TLI), la navicella entrò in traiettoria verso la Luna. Il 19 luglio, dopo circa tre giorni di viaggio, Apollo 11 passò dietro la Luna e accese il motore in servizio per entrare in orbita lunare. A quel punto compì trenta orbite del satellite per permettere all’equipaggio di studiare al meglio il luogo previsto per il loro atterraggio.
L’allunaggio e i primi passi
Il 20 luglio, alle 12:52, Armstrong e Aldrin salirono a bordo nel modulo lunare e iniziarono i preparativi per la discesa lunare. Cinque ore più tardi si staccarono dal modulo di comando, dove rimase Collins per supervisionare le operazioni. In fase di discesa, gli astronauti si resero conto che il sito previsto per l’allunaggio, il “mare della tranquillità”, era molto più roccioso del previsto, ragione per la quale Armstrong prense il controllo del modulo lunare in modalità semi-automatica nel tentativo di indirizzare la discesa verso un luogo meno sconnesso. Il modulo lunare toccò il suolo del satellite la sera del 20 luglio; in seguito alla stabilizzazione della navicella, gli astronauti si prepararono per la discesa, la quale avvenne circa sei ore dopo l’allunaggio, il 21 luglio.
Il modulo lunare discende nell’orbita sotto i comandi di Armostrong
Il primo a mettere piede sul suolo lunare, sei ore più tardi dell’allunaggio, fu Armstrong che, mentre si accinse a fare il primo passo, pronunciò la celebre frase:
«Un piccolo passo per un uomo, un salto da gigante per l’umanità».
La missione sul suolo lunare durò circa due ore, durante la quale piantarono una bandiera degli Stati Uniti e una targa con le firme dei tre astronauti e dell’allora presidente Richard Nixon:
«Qui nel luglio 1969 misero per la prima volta piede sulla Luna uomini venuti dal pianeta Terra, siamo venuti in pace per l’intera umanità».
L’astronauta Edwin Aldrin stante davanti la bandiera degli Stati Uniti
Dopo aver svolto la missione effettuarono l’aggancio tra il modulo lunare e quello di comando, rimasto in orbita, l’equipaggio cominciò le manovre di uscita dall’orbita lunare; il viaggio di ritorno durò 3 giorni e gli astronauti ammararono, il 24 luglio 1969, nell’Oceano Pacifico.
Il 20 luglio del 356 a.C. la città di Pella (la seconda capitale del regno di Macedonia) vide la nascita del Re dei Re, uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia, Alessandro Magno.
Educazione giovanile
Aristotele insegna ad Alessandro, incisione di Charles Laplante in: Louis Figuier, Vie des savants illustres – Savants de l’antiquité (tome 1), Paris, 1866
Figlio del re Filippo II e della regina Olimpiade, fu sempre attirato dalla storia “mitica” su cui ponevano le basi le due famiglie genitoriali (discendenza da Eracle e da Achille). Filippo decise di dare al figlio un’educazione greca scegliendo come maestro il filosofo Aristotele, il quale insegnò al giovane principe le scienze naturali, la medicina, l’arte e la lingua greca.
L’ascesa di Alessandro
Fin da subito Alessandro mostrò le sue abilità di condottiero: difese la macedonia dalla rivolta della tribù tracia dei Maedi nel 340 a.C. e guidò con il padre una spedizione in Grecia nel 338 a.C., dove si scontrarono e vinsero con gli eserciti congiunti di Tebe e Atene; in seguito, discese fino a Corinto dove, nel 337 a.C., costituì una nuova alleanza panellenica con a capo Filippo stesso.
Medaglione raffigurante Filippo II, prodotto dall’imperatore Alessandro Severo
Dopo il rientro a Pella scoppiarono delle tensioni tra Filippo e Alessandro, scaturite dal nuovo matrimonio del re macedone che rischiava di minare la posizione del principe; i dissidi culminarono con un esilio forzato di Alessandro e sua madreper sei mesi, dopo Alessandro ricevette il perdono del padre. Nel 336 a.C. il re venne assassinato, durante una manifestazione pubblica, da una delle sue guardie, Pausania; Alessandro venne subito proclamato re dall’esercito dai dignitari macedoni a soli vent’anni.
Alessandro Magno, III sec. a.C. – Museo Archeologico di Istanbul
Il consolidamento del potere
Alessandro, salito al trono, consolidò il suo potere in patria con l’aiuto del vecchio consigliere del padre Antipatro, eliminando chi poteva contestare la sua posizione. In seguito, pose il suo sguardo sulla penisola ellenica, dove, alla notizia della morte di Filippo, erano scoppiate rivolte a Tebe, Atene e in tutta la Tessaglia. La sua ascesa riportò la Grecia sotto la sfera macedone: fu messo a capo della Lega Ellenica e dell’esercito per la spedizione contro l’impero persiano.
La situazione politica in Grecia nel 336 a.C.
L’impero di Alessandro
Nella primavera del 334 a.C. Alessandro, dopo aver lasciato al fidato Antipatro la reggenza di Macedonia, passò l’Ellesponto alla guida di un grande esercito. Si susseguirono vittorie ed episodi celebri: nei pressi del Granico (vicino al sito di Troia), l’episodio del nodo Gordiano. Uno degli avvenimenti principali di questa spedizione è stata sicuramente la conquista dell’Egitto nel 332 a.C., qui il re macedone venne accolto come liberatore e consacrato a faraone; nel Delta, sulla costa mediterranea, fu costruita la città che porta il suo nome: Alessandria d’Egitto.
Cartiglio di Alessandro Magno nel tempio di Luxor
Ma la battaglia che consegnerà ad Alessandro il titolo di re d’Asia fu quella di Gaugamela del 331 a.C. I macedoni sfidarono in campo aperto le forze persiane e, forti della vittoria, iniziarono l’inseguimento del re persiano Dario, il quale fuggì dalla battaglia; nel corso di questa marcia, che durò alcuni mesi, Alessandro entrò a Babilonia e a Persepoli. Dario venne trovato morto nel corso del 330 a.C. e venne seppellito dal re macedone con tutti gli onori nelle tombe reali.
Le principali battaglie dell’impero macedone
Gli ultimi anni di vita
In seguito a eventi avvenuti tra il 328 ed il 327 a.C., tra cui la scoperta di una congiura a suoi danni, Alessandro decise di effettuare una spedizione in India con lo scetticismo del suo esercito. Qui incontrò diverse difficoltà legate sia ai potentati indiani sia al crescente malcontento tra i suoi ranghi (formati sempre più da soldati asiatici), che spinsero il condottiero macedone a non proseguire oltre, ma a seguire il corso dell’Indo fino alla foce. Questo percorso non fu comunque privo di pericoli; durante l’assedio di Aorno (odierna Pir Sar, Pakistan) una freccia colpì Alessandro, il quale scampò di poco alla morte.
Karl von Piloty, La morte di Alessandro Magno, 1886
Nel 323 a.C., una volta rientrato nel cuore del suo impero, mentre preparava la spedizione in Arabia, morì a Babilonia. Diverse sono le ipotesi legate alla sua morte:
ricaduta della malaria che lo aveva colpito anni prima;
avvelenamento;
tifo;
abuso di alcol con conseguenti danni al fegato;
sindrome di Guillain-Barré, seguita da una febbre intestinale batterica.
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