Pubblicabili da revisionare

Pubblicabili da revisionare

ACCADDE OGGI | Il sacrificio di Borsellino nella lotta alla Mafia

Paolo Borsellino viene considerato, insieme a Giovanni Falcone, una delle personalità più importanti nella lotta alla mafia in Italia e a livello internazionale. Nacque a Palermo nel 1940, nello stesso quartiere dell’amico d’infanzia Giovanni Falcone.

Paolo Borsellino

La vita e l’ingresso nella magistratura

Nel 1958 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università di Palermo. Si laureò cinque anni più tardi e nel 1963, dopo aver vinto il bando del concorso per entrare nella Magistratura Italiana, diventò il più giovane magistrato d’Italia e cominciò il tirocinio come uditore giudiziario.


La nascita del primo pool antimafia

Il capo dell’Ufficio Istruzione di quegli anni, Rocco Chinnici, istituì il primo “pool antimafia”, ossia un gruppo di magistrati che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo in modo più efficace. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme a Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

borsellino
Rocco Chinnici, l’ideatore del primo “pool antimafia”

 

Nel 1983, dopo che Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba, giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonio Caponnetto che ne prese il posto.

borsellino
Il giudice Antonio Caponnetto

Su cosa lavorava il pool

Secondo il racconto dello stesso Borsellino, il pool nacque per risolvere il problema dei magistrati che lavoravano individualmente e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Le indagini del pool si basarono soprattutto su accertamenti bancari e patrimoniali, vecchi rapporti di polizia e carabinieri, ma anche su nuovi procedimenti penali, che consentirono di raccogliere un abbondante materiale probatorio. Nello stesso periodo Falcone incominciò a raccogliere le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia: Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno. La loro attendibilità venne confermata dalle indagini del pool: infatti, le dichiarazioni di Buscetta produssero 366 ordini di cattura, mentre quelle di Contorno altri 127 mandati di cattura; nonché una serie di arresti eseguiti tra Palermo, Roma, Bari e Bologna.

borsellino
Tommaso Buscetta (Foto: Livio Anticoli/Gamma-Rapho via Getty Images)
borsellino
Salvatore Contorno

La protezione all’Asinara e il maxiprocesso

Nell’estate del 1985, per ragioni di sicurezza, Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di 8000 pagine che rinviava a giudizio 475 indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo, che scaturì dagli sforzi del pool, cominciò nel 1986 in un’aula bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone per accogliere i numerosi imputati e avvocati, per concludersi nel 1987 con 342 condanne, tra cui 19 ergastoli.

borsellino
Il carcere dell’Ucciardone a Palermo, sede del maxiprocesso

Mentre il maxiprocesso di Palermo si stava avviando verso la sua conclusione, Antonio Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti – Borsellino compreso – si aspettavano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma, contrariamente alle aspettative, il Consiglio superiore della magistratura nominò Antonino Meli.

borsellino
Antonino Meli

Borsellino parlò allora in pubblico raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo: «Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio», «Hanno disfatto il pool antimafia», «Hanno tolto a Falcone le grandi inchieste», «La squadra mobile non esiste più», «Stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa». A causa di queste dichiarazioni rischiò un provvedimento disciplinare e fu messo sotto inchiesta. Però, a seguito di un intervento del Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, si decise di indagare su ciò che succedeva nel Palazzo di Giustizia.

La strage di Capaci

Nel maggio del 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti della scorta. Falcone morì fra le braccia di Borsellino in ospedale, senza riprendere mai conoscenza. Borsellino dichiarò a Lamberto Sposini: «Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano».

Il momento della strage – Capaci (PA), 1992

Gli ultimi 57 giorni e la strage in via D’Amelio

I 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella in via D’Amelio furono i più difficili per Borsellino, il quale, duramente colpito dalla morte del collega e amico e nonostante fosse consapevole di essere il prossimo obiettivo della vendetta di Cosa Nostra, continuò a lavorare con frenetica intensità; fu ostacolato, però, dal capo della Procura palermitana che arrivò a nascondergli il contenuto di un’informativa del ROS dei Carabinieri che segnalava il pericolo di un imminente attentato nei suoi confronti, circostanza che Borsellino apprese solo casualmente durante una conversazione con l’allora Ministro della Difesa. Borsellino non solo era a conoscenza di essere nel mirino di Cosa Nostra, ma preferiva che non si stringesse troppo la protezione attorno a sé, così da evitare che l’organizzazione scegliesse come bersaglio qualcuno della sua famiglia.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992, anno in cui furono uccisi entrambi

A giugno Borsellino tenne il suo ultimo discorso nell’atrio della biblioteca di Casa Professa: «Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato».

Il 19 luglio 1992, alle 16:58, una Fiat 126 imbottita di esplosivo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio di Borsellino che stava andando a trovarla, uccidendo lui e anche i cinque agenti di scorta.

La strage di Via D’Amelio a Palermo

Circa 10.000 persone parteciparono ai funerali privati di Borsellino; i familiari rifiutarono il rito di Stato: la moglie Agnese, infatti, accusava il governo di non aver saputo proteggere il marito e volle una cerimonia privata senza la presenza dei politici. L’orazione funebre fu pronunciata da Antonino Caponnetto: «Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi».

Fu una strage di Stato?

Molti hanno parlato della strage di via D’Amelio come “strage di Stato”.

Il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore Borsellino, ne parlò in modo esplicito: «Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. Devo dire che, purtroppo, una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa – televisione e giornali – è caduta in questa “trappola”».

Salvatore Borsellino, fratello di Paolo

Bisogna ricordare

In occasione della ricorrenza dei 25 anni dalla strage di via D’Amelio, Fiammetta Borsellino, ultimogenita del magistrato Paolo, in un’intervista ha detto: «Ai magistrati in servizio dopo la strage di Capaci rimprovero di non aver sentito mio padre nonostante avesse detto di voler parlare con loro. Non hanno nemmeno disposto l’esame del DNA. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Il dovere di chi investigava era di non alterare i luoghi del delitto. Ma su via D’Amelio passò la mandria di bufali».

Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo

Alla memoria del magistrato italiano, inoltre, furono intitolate numerose scuole e associazioni, nonché (insieme all’amico e collega Falcone) l’aeroporto internazionale “Falcone e Borsellino” di Palermo (ex “Punta Raisi”) e l’aula principale (Aula I) della Facoltà di Giurisprudenza alla Sapienza di Roma.

Pubblicabili da revisionare

APPROFONDIMENTO | L’indimenticabile Andrea Camilleri, maestro del dialetto letterario

Nel secondo anniversario dalla sua scomparsa, ArcheoMe ricorda il grande maestro Andrea Camilleri.

Lo scrittore Andrea Camilleri

Siciliano doc, nasce a Porto Empedocle (AG) nel 1925, ma passa gran parte della sua vita a Roma, dove muore il 17 luglio 2019. Fu regista e autore teatrale, radiofonico e televisivo, sin dal 1949; letterato colto e curioso, scrisse anche diversi saggi sullo spettacolo. Alla Rai, nelle vesti di sceneggiatore, legò il proprio nome a personaggi quali il tenente Sheridan e il commissario Maigret. Col passare degli anni, si affiancò anche al mondo della narrativa: nel 1978 esordisce con il primo romanzo, Il corso delle cose, scritto nel lontano 1967. Tuttavia, la sua consacrazione come scrittore di successo arriva solo nel 1994, con la pubblicazione de La forma dell’acqua: primo di una sfilza di libri con protagonista il famoso Commissario Montalbano.

camilleri dialetto
La forma dell’acqua, il primo romanzo dedicato al Commissario Montalbano

La narrativa di Camilleri si può condensare in due filoni, entrambi nati dallo studio sulla storia della sua Sicilia: i romanzi polizieschi e i romanzi storici, ambientati sull’isola. In verità, spesso il contenuto degli uni e degli altri si sovrappone e si mischia in quel prodotto letterario tanto amato da molti.

I romanzi polizieschi hanno come protagonista Salvo Montalbano, un simpatico commissario di polizia di Vigata (cittadina immaginaria), dagli atteggiamenti molto umani. Infatti, uomo ghiotto di specialità isolane e bravissimo nello risolvere casi di omicidi, mafiosi e non, Montalbano viene rappresentato anche con le sue debolezze umane. Ma il caro Salvo non è solo il personaggio centrale dei romanzi, è anche il perno attorno a cui ruota l’espressione linguistica dell’autore.

Luca Zingaretti e Andrea Camilleri in “Salvo Montalbano”
Il dialetto letterario di Camilleri

Camilleri aveva un modo tutto particolare di far parlare i suoi personaggi e di raccontare le vicende. Egli faceva molta attenzione all’uso del dialetto o delle altre varietà linguistiche. Diversi si sono cimentati nello studio di questo aspetto e hanno riconosciuto ben cinque varietà linguistiche utilizzate dall’autore. La straordinarietà è che ognuna di queste ha una funzione ben precisa all’interno del testo:

  1. dialetto siciliano locale, che ricalca quello di Porto Empedocle (AG): utilizzato per far dialogare i personaggi, per esprimere proverbi e sinonimi;
  2. varietà mista, in cui il dialetto siciliano viene strettamente integrato nel discorso in italiano: usato nella descrizione di azioni e stati d’animo legati alla figura di Montalbano, nonché nei discorsi dei mafiosi;
  3. dialetto paragonato all’italiano: la lingua siciliana non potrebbe essere spiegata se non venisse messa a paragone con i pochi brani in italiano. Questa varietà è utilizzata per trattare temi di attualità e per esprimere i commenti dell’autore;
  4. dialetto di Catarella: questo personaggio si esprime in una lingua che si può definire maccheronica, un miscuglio di italiano burocratico e formale, italiano popolare e dialetto. Come è noto al pubblico, questo tipo di lingua crea situazioni altamente comiche;
  5. altri dialetti: come spiega l’autore stesso, l’uso di dialetti diversi dal siciliano serve a far intendere la difficoltà del personaggio di capire il mondo siciliano.

Seppur diversamente criticato, ma anche largamente apprezzato, Andrea Camilleri fu uno dei più grandi autori della letteratura italiana del ‘900. Il suo modo di scrivere e descrivere la «bella Sicilia» non è passato inosservato e, siamo certi, è già parte dei libri di scuola.

 

Pubblicabili da revisionare

ACCADDE OGGI | Il ritrovamento della Stele di Rosetta

Era il 15 luglio 1799 quando Pierre-François Bouchard, capitano durante la campagna napoleonica in Egitto, ritrovò la stele nera destinata a divenire uno dei reperti più famosi al mondo. La Stele di Rosetta, in granito nero, deve il suo nome alla località in cui fu rinvenuta, Rosetta, nome latinizzato di Rashid, nel governatorato di Buhayra, nel Delta del Nilo. A lungo contesa tra Francia e Inghilterra, la stele raggiunse la sua attuale sede già nel 1802, divenendo una delle attrazioni principali del British Museum.

LA Stele di Rosetta al British Museum (immagine via Cultura – Biografieonline)

 

Il rinvenimento

La lastra granitica, di dimensioni decisamente notevoli (112,3×75,7×28,4 cm), ritornò alla luce durante dei lavori per la riparazione del forte di Rosetta, Fort Julien, da parte dei francesi. Il rinvenimento è, solitamente, attribuito al capitano Bouchard. Tuttavia, fu un soldato ignoto a tirarla fuori durante i lavori. Si deve però proprio a Bouchard l’intuizione che si trattasse di qualcosa di importante. Il capitano, infatti, la mostrò e consegno al generale Jacques François Menou con cui, ad agosto, arrivò ad Alessandria.

Fort Julien in un disegno del 1803 (fonte Wikimedia Commons)

Nel 1801 i francesi furono costretti ad arrendersi agli inglesi. Di conseguenza, la maggior parte dei reperti egizi partì per l’Europa su navi inglesi e, tra questi, anche la stele diretta a Londra.

Un passo verso la decifrazione dei geroglifici

La fama della stele risiede nel suo fondamentale ruolo nella decifrazione dei geroglifici. Nonostante l’ampia porzione di testo mancante, la stele contiene un testo riportato in tre diverse grafie su tre registri: geroglifico, demotico e greco. Sebbene geroglifico e demotico fossero la stessa lingua, si tratta di due grafie differenti destinate ad ambienti differenti.

Possibile ricostruzione della parte mancante della stele (fonte Wikimedia Commons)

Il geroglifico, infatti, è la scrittura sacra, usata dai faraoni e dai sacerdoti per rivolgersi, principalmente, alle divinità. I templi, infatti, ne sono pieni, così come anche molti monumenti. È la scrittura monumentale, quella delle comunicazioni solenni. Il demotico, d’atro canto, è la “scrittura del popolo”, quella corsiva e sbrigativa, utilizzata per le lettere, per il commercio e per gli affari. Nell’Epoca Tarda, inoltre, il demotico veniva anche usato per i testi ufficiali a causa della conoscenza dei geroglifici oramai limitati alla sola classe sacerdotale

La parte in greco, invece, si cala perfettamente nel tempo a cui appartiene la stele. Su essa, infatti, è riportato un decreto tolemaico del 196 a.C. per un’assemblea sacerdotale in onore del faraone Tolomeo V Epifane, allora tredicenne, in occasione del primo anniversario della sua incoronazione, un decreto destinato a raggiungere tutti. Secondo l’iscrizione, inoltre, analoghi testi del decreto dovevano comparire in ognuno dei principali templi egizi.

La stele di Rosetta (fonte Wikimedia Commons)

La stele, unitamente allo studio di testi di epoche precedenti, garantì al mondo degli studiosi un nuovo punto di partenza fondamentale per il lavoro di decifrazione dei geroglifici compiuto, nel 1822, da Jean-François Champollion.

Ed è proprio nella città natale di Champollion, Figeac, che l’artista Joseph Kosuth ha realizzato una riproduzione ingrandita (14mx7,9m) della stele, scolpita in granito nero dello Zimbabwe, in omaggio dello studioso e della sua impresa.

Riproduzione della stele di Rosetta a Figeac, opera di Joseph Kosuth (fonte Wikimedia Commons)
Pubblicabili da revisionare

ACCADDE OGGI | Il popolo contro il governo, la “Révolution” per la “Liberté”

Era il 14 luglio 1789, precisamente 232 anni fa, quando a Parigi vigeva l’Ancien Régime, ovvero la monarchia dei Valois e dei Borboni di Francia. Tra il feudalesimo e il capitalismo, l’aristocrazia di corte e la nascente borghesia, la monarchia assoluta difendeva le prerogative del clero e dell’aristocrazia.

bastiglia
La presa della Bastiglia, 14 luglio 1789

Simbolo assoluto del regime, per la sua imponenza e indistruttibilità, fu la Bastiglia: grande fortezza eretta entro le mura di Parigi al fine di rafforzare le mura della città; durante il regno di Luigi XI fu usata occasionalmente anche come prigione. L’avvenimento storico è senz’altro il manifesto di «Liberté, Égalité, Fraternité».

Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, olio su tela, 1830


Il 14 luglio 1789 gli insorti contro il Régime decisero di assaltare la prigione-fortezza della Bastiglia per approvvigionarsi di polvere da sparo e cartucce e fare occupazione. Dopo invani tentativi di mediazione tra assedianti e presidianti della fortezza, sia la guarnigione che gli insorti aprirono il fuoco, causando quasi cento morti e più di sessanta feriti. Solo un morto e tre feriti tra i difensori che, ben protetti, sparavano da scappatoie e merli. La folla scatenata tirò colpi di fucile isolati per circa quattro ore.

Un momento della Presa della Bastiglia, 14 luglio 1789

Fu l’intervento di un gruppo di 61 guardie francesi disertrici, che si trascinarono dietro sei cannoni presi dalla propria caserma, a cambiare le sorti. Non potendo resistere, dopo una serie di peripezie, venne aperta la porta, abbassato il ponte levatoio e consegnata la fortezza agli insorti.

La Presa della Bastiglia fu, dunque, l’esito di un tradimento. Un ammutinamento forse, invasa e conquistata dai ribelli solo perché il governatore, devoto al sovrano, venne abbandonato dalle sue truppe.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Elefante africano, al Museo di Zoologia dell’UNICT c’è l’antenato del “Liotru”

Tra la tigre, la zebra e il leone spicca proprio lui: l’Elefante africano. E non poteva essere altrimenti. È il simbolo di una città, “u Liotru” è per i catanesi un “marchio” a cui hanno affidato la protezione contro le eruzioni dell’Etna. E, ovviamente, da protagonista indiscusso, non può che fare bella mostra di sé al centro del salone grande del rinnovato Museo di Zoologia e Casa delle Farfalle dell’Università di Catania che ha riaperto i battenti.

elefante
L’Elefante africano al Museo di Zoologia dell’Università di Catania

Ad accogliere i visitatori al Museo è, ovviamente, il padrone di casa, eletto “simbolo” di MuZoo: l’Elefante africano, arrivato nel giardino della villa Bellini a Catania nel lontano 1889, un “regalo” dell’imperatore d’Etiopia Menelik II al re d’Italia Umberto I a seguito della firma del trattato di Uccialli. Una volta imbalsamato è stato donato al Museo di Zoologia e, nel corso della cerimonia di riapertura, ha affascinato i primi visitatori.

I primi visitatori del Museo di Zoologia dell’Università di Catania
Orgogliosi i responsabili del Museo

«Un progetto che parte da lontano con il pieno contributo dell’Ateneo per offrire alla società civile un’altra struttura museale di prestigio e con una concezione moderna», ha spiegato il rettore Francesco Priolo. «Ancora una volta ci apriamo ai cittadini con una proiezione sul futuro di questo territorio».

«Oggi abbiamo restituito a tutti un museo open, grazie anche al prezioso contributo di studenti e dottorandi. In tempi brevi sarà ulteriormente implementato con una sezione dedicata alle specie aliene». Così ha spiegato il responsabile scientifico della struttura, Giorgio Sabella, alla presenza del responsabile delle attività didattiche e divulgative della struttura museale, Fabio Viglianisi.

I responsabili del Museo alla cerimonia d’inaugurazione
Pubblicabili da revisionare

NEWS | Sepolture nel Cilento: scoperta a Pontecagnano (SA) la numero 10.000

Pontecagnano Faiano (SA) è stato protagonista, nei giorni scorsi, di una scoperta archeologica che conferma l’eccezionale popolosità dell’insediamento etrusco-campano. È stata rinvenuta, infatti, la sepoltura numero 10.000 in una zona occupata, senza soluzione di continuità, dagli inizi del IX secolo a.C. fino all’età romana.

Pontecagnano
La sepoltura numero 10.000 di Pontecagnano (immagine via CilentoNotizie)

Ancora una volta, gioca un ruolo fondamentale l’archeologia preventiva, portata avanti dalla Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino nel corso della realizzazione di un complesso residenziale.

Presenti sul cantiere di scavo: il Soprintendente arch. Francesca Casule, il sindaco di Pontecagnano Faiano Giuseppe Lanzara, il funzionario archeologo direttore del Museo di Pontecagnano Luigina Tomay, la prof.ssa Antonia Serritella dell’Università di Salerno e il dott. Bruno Baglivo, archeologo responsabile dei lavori.

L’arch. Casule ha sottolineato come la capillare attività di tutela messa in campo dalla Soprintendenza abbia consentito di raggiungere risultati importantissimi sul piano della conoscenza e della valorizzazione dell’insediamento antico di Pontecagnano.

Pontecagnano
La scoperta della sepoltura n° 10.000
La sepoltura n° 10000

L’ultimo rinvenimento fa parte di un’ampia necropoli, con datazione dalla fine del V secolo a.C. fino alle prime fasi dell’insediamento romano. La necropoli presenta la maggior parte delle sepolture con datazione al periodo sannitico (fine V – metà III secolo a.C.). Fornisce un’utile immagine delle usanze funerarie del periodo, con sostanziali differenze riconducibili allo stato sociale, al genere e alla classe d’età dei defunti.

L’area di scavo – Pontecagnano (SA), foto: Salerno Notizie

La tomba 10.000 si caratterizza principalmente per la tipologia sepolcrale. Si tratta infatti di una tomba a cassa litica, molto frequente nella necropoli. La particolarità, tuttavia, risiede nel materiale di costruzione impiegato: al posto dell’abituale travertino, pietra locale di facile reperimento, è stato impiegato tufo grigio campano, sicuramente importato. Anche la lavorazione della cassa e della copertura attestano la ricercatezza e la cura nella messa in opera della tomba. Tre blocchi in tufo modanati costituivano la copertura della cassa, realizzata con blocchi perfettamente squadrati.

Blocchi in tufo grigio (immagine via Gazzetta del Sud)
Il corredo

Il proprietario della sepoltura è, con ogni probabilità, un adolescente (a giudicare dalla lunghezza dello scheletro e dalle dimensioni delle ossa). Sebbene si conservi perfettamente la parte inferiore, dal bacino ai piedi, la parte superiore presenta un grave danneggiamento a causa delle infiltrazioni di radici e di attività animali. Nel corredo funerario spiccano un grande cinturone di bronzo e due coppe a vernice nera collocate ai piedi, di cui una con anse (coppa destinata al consumo del vino, skyphos). Il cinturone bronzeo sembra ricondurre alla sfera guerriera oltre a configurarsi come simbolo dello status sociale. Tuttavia, manca nel corredo l’arma da lancio (giavellotto o lancia), peculiare dei maschi adulti della comunità.

Frammenti del cinturone ancora indossato dal defunto (immagine via Gazzetta del Sud)
Pubblicabili da revisionare

APPROFONDIMENTO | L’azzurro, il colore della Nazionale Italiana di Calcio

In questo clima di ritrovata normalità, tutta l’Italia è riunita davanti agli schermi per tifare la nostra nazionale, i nostri Azzurri. Vi siete mai chiesti perché il colore che rappresenta l’Italia nello sport è l’azzurro? E sapevate che la maglia azzurra è stata indossata per la prima volta proprio dalla Nazionale Italiana di Calcio? L’azzurro, però, non è stato l’unico colore indossato dai calciatori. Nell’attesa della sfida tra Italia e Belgio, oggi 2 luglio 2021, ripercorriamo alcune tappe importanti della storia della Nazionale Italiana.

La Nazionale Italiana durante le qualificazioni per gli UEFA Euro 2020 (foto: Claudio Villa/Getty Images)

L’esordio della Nazionale Italiana di Calcio

15 maggio 1910, sul campo da gioco dell’Arena di Milano è tutto pronto per la prima sfida della neonata Nazionale Italiana. Il primo avversario dell’Italia è proprio l’avversario per eccellenza, l’eterna rivale d’oltralpe: la Francia. Negli spogliatoi non ci sono calciatori professionisti, non i campioni di oggi, macchine fisicamente perfette cresciute a pane e pallone. Un meccanico della Fiat, un ragioniere e uno studente universitario: sono loro i primi a indossare la maglia della Nazionale Italiana, la maglia bianca. L’esordio della Nazionale, infatti, avviene con una maglia bianca decorata dallo stemma dei regnanti di allora, i Savoia. Il colore della divisa non ha un particolare significato, fu scelto il bianco perché non si era ancora giunti ad un accordo sul colore ufficiale da adottare. L’ Italia scende così per la prima volta in campo e batte la Francia, 6 a 2.

La Nazionale Italiana alla sua prima partita, Milano 1910

Un azzurro intenso per la maglia della Nazionale: il blu Savoia

È il 6 gennaio 1911 quando la Nazionale Italiana, guidata dal CT Umberto Meazza, torna nell’ Arena di Milano, questa volta contro l’Ungheria. Il colore della maglia è cambiato: si è giunti a un accordo. La maglia adesso è di un azzurro intenso, colore con un nome particolare: blu Savoia, in onore della famiglia reale. Quell’azzurro, infatti, rappresentava il colore della casata regnante fin dal 1360. Alcune ipotesi vedevano l’azzurro in onore dei cieli e dei mari italiani, ma, a riprova delle origini monarchiche della maglia, sul lato sinistro di ognuna venne cucita una croce bianca in campo rosso, la croce sabauda. Il colore bianco, con il quale aveva esordito la Nazionale, rimase come seconda divisa e continuò a essere utilizzato negli altri sport. L’azzurro, infatti, si estese a tutte le discipline sportive italiane soltanto nel 1932, durante i giochi della X Olimpiade.

Mussolini colora di nero la maglia della Nazionale

Nel 1927 la maglia azzurra subisce una modifica. Accanto alla croce sabauda viene cucito un nuovo simbolo: il fascio littorio, per volontà di Benito Mussolini. Dopo il bronzo conquistato alle Olimpiadi di Amsterdam, nel 1934 l’Italia ospita i mondiali di calcio e sono proprio gli azzurri, quell’anno, a vincere la coppa del mondo. Quattro anni dopo, nel 1938, è la Francia a ospitare la terza edizione dei mondiali di calcio. Proprio a oltralpe si scrive una pagina nera del calcio italiano, nera in tutti i sensi. Il 12 giugno 1938, la Nazionale Italiana sfida quella Francese. Ma a scendere in campo, a Marsiglia, non sono gli Azzurri, non questa volta. Per la prima e unica volta, la Nazionale Italiana scende in campo con la maglia nera, pura propaganda fascista. Al saluto romano, fatto dai giocatori prima della partita, il pubblico risponde con i fischi. Nonostante il ritorno all’azzurro nelle partite successive, la Nazionale di quell’anno non suscita la simpatia del pubblico, in nessuna occasione. Ma se pensate che questo abbia demoralizzato i giocatori sbagliate, perché, anche quell’anno, l’Italia il mondiale lo vince!

L’Italia vittoriosa ai mondiali del 1934

Nasce la Repubblica, ma la maglia resta azzurra

1947, l’anno del cambiamento in Italia. Non c’è più la monarchia, non c’è più nemmeno la dittatura fascista. Ma una cosa è rimasta: la maglia azzurra. Solo che adesso sul lato sinistro non c’è più la croce sabauda e nemmeno il fascio littorio, sulla maglia della Nazionale adesso è cucito lo scudetto tricolore: è nata la Repubblica Italiana. Sullo scudetto tricolore, oggi, troviamo quattro stelle, simbolo dei quattro mondiali vinti nella storia della Nazionale. In Europa solo la Germania può vantare un simile primato.

La nazionale di calcio italiana con la maglia azzurra e lo scudetto tricolore
La Nazionale Italiana di Calcio con la maglia azzurra e lo scudetto tricolore, Azzurri campioni del mondo nel 1982
Logo della Nazionale Italiana di Calcio oggi
Pubblicabili da revisionare

FLASH | Mozia (TP) era abitata già nell’Età del Bronzo: anche Palermo conferma

Lo ha reso noto questa mattina l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, a seguito dei recenti ritrovamenti effettuati durante uno dei sondaggi praticati dal professore Aurelio Burgio dell’Università di Palermo. Lo scavo nell’isola di Mozia (TP), condotto in collaborazione con l’Università di Palermo e la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani, ha portato in luce un contesto archeologico che risalirebbe all’Età del Bronzo, 1600 a.C. circa, confermando la presenza di insediamenti umani nell’isola in questo periodo, rilevata nelle precedenti campagne di scavo.

I ricercatori dell’Università di Palermo impegnati nelle ricerche a Mozia (TP)

Il ruolo di Mozia nel Mediterraneo nell’Età del Bronzo

«La scoperta – afferma il professore Aurelio Burgio – assume particolare valore perché testimonia la vitalità e il ruolo di Mozia lungo le rotte mediterranee in un’epoca di molti secoli antecedente alla fondazione della colonia fenicia, gettando nuova luce sulla diffusione degli orizzonti culturali preistorici siciliani anche in questo estremo lembo occidentale dell’isola, al crocevia dei traffici tra il Tirreno e il Canale di Sicilia».

Il professore Aurelio Burgio

La fiducia nell’archeologia in Sicilia: Mozia è un buon esempio

«La ripresa degli scavi a Mozia e gli eccezionali ritrovamenti effettuati – sottolinea l’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà – ci rafforzano nella consapevolezza di aver fatto una scelta giusta, promuovendo il rilancio in grande dell’archeologia in Sicilia. Il nostro passato è un libro ancora straordinariamente pieno di pagine da scrivere, che rappresentano il più bel biglietto da visita per chi vuole scoprire l’essenza della nostra terra. La grande sfida che abbiamo intrapreso è di mettere la Cultura e l’Identità al centro di una visione di futuro per la Sicilia».

L’assessore Alberto Samonà
Pubblicabili da revisionare

FLASH | Modica (RG), è morta l’archeologa Annamaria Sammito

È morta dopo una lunga malattia l’archeologa Annamaria Sammito, aveva 56 anni. Dal 2008 al 2012 ha ricoperto la carica di assessore alla Cultura nella giunta Antonello Buscema ed è stata dirigente archeologo presso la Soprintendenza di Ragusa.

Annamaria Sammito era professoressa di Archeologia tardoantica e medievale presso l’Università di Catania, nonché direttrice onoraria del Museo Civico di Modica (RG) dal 2002.

Tra le sue pubblicazioni sono presenti alcuni studi sull’archeologia preistorica, tardoantica e medievale. Nel cuore di Modica, la Sammito ha studiato a fondo la chiesa rupestre di San Nicolò Inferiore, cui ha dedicato gran parte della sua carriera.

Annamaria Sammito, 56 anni, scomparsa oggi
Annamaria Sammito, 56 anni
Pubblicabili da revisionare

SPECIALE LEOPARDI | Recanati (MC) omaggia il poeta nell’anniversario della sua nascita

Come ogni anno, il 29 giugno, la città di Recanati (MC) ricorda il celebre poeta marchigiano in occasione del 223° anniversario della sua nascita. E lo fa con alcuni importanti eventi che mirano a tenere vivo il ricordo leopardiano proprio nei luoghi in cui ha vissuto. Recanati, suo paese natio, al contempo gioia e dolore di Leopardi, che ha contribuito a rendere immortale la sua immensa eredità letteraria.

recanati
Parte della biblioteca di casa Leopardi (immagine via Touring Club)

«Le Celebrazioni Leopardiane sono da sempre l’appuntamento più atteso della nostra città», ha dichiarato il sindaco di Recanati Antonio Bravi, «anche quest’anno per festeggiare l’Anniversario della nascita di Giacomo Leopardi abbiamo preparato un importante programma di eventi».

Già nella giornata del 28 giugno 2021 si è tenuto l’incontro che ha dato il via alle celebrazioni. Nella sala Foschi del Centro Studi Leopardiani (Recanati, MC), la prof. Laura Melosi ha presentato il suo ultimo libro La dolcezza ed eccellenza degli stili. Sulle operette morali di Leopardi. Il tutto alla presenza del magnifico rettore dell’Università di Macerata Francesco Adornato, del dott. Fabio Corvatta, presidente del Centro Nazionale di Studi Leopardiani e della prof. Rita Soccio, assessore alla Cultura del Comune di Recanati (MC).

recanati

29 giugno 1798 – 29 giugno 2021

Martedì 29 giugno 2021, invece, il Comune di Recanati (MC) prevede diverse iniziative. Alle ore 18, nell’Aula Magna del Comune, le massime autorità e il Lions Club di Recanati e Loreto omaggeranno la figura del conte Vanni Leopardi, discendente del Poeta, scomparso nel 2019, consegnando alla figlia Olimpia Leopardi l’alta onorificenza lionistica “Melvin Jones”. L’On. Ilaria Borletti Buitoni terrà la tradizionale lezione sul tema L’Orto sul Colle, accesso al paesaggio interiore de l’Infinito leopardiano. All’On. Borletti Buitoni, inoltre, verrà consegnato il prestigioso “Premio Leopardi”.

Gli eventi nel Palazzo comunale si concluderanno con la premiazione dei vincitori del Premio Nazionale “Giacomo Leopardi” dedicato agli studenti delle scuole italiane secondarie di secondo grado.

L’Orto del Colle dell’Infinito, Recanati – foto: FAI

In serata, invece, sull’Orto del Colle dell’infinito, in collaborazione con il FAI, si terrà il recital di Paolo Calabresi: Paolo Calabresi legge Leopardi. Lo spettacolo, firmato da Strehler, vuole essere anche un omaggio ai 100 anni del grande regista, che lo dedicò nel 1982 a Leopardi del quale era un grande appassionato ed estimatore. Il recital di Paolo Calabresi sarà accompagnato dal trio di musicisti Dimitrij.

Per prendere parte allo spettacolo, ad accesso libero fino ad esaurimento posti, è necessaria la prenotazione al numero 071/7570604 (in orario 10.00 – 13.00) oppure al 333/3710886.

In copertina: Palazzo Leopardi, Recanati (immagine via Touring Club).