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ACCADDE OGGI | L’inaffondabile Titanic, il triste epilogo di una favola

Ricorre oggi l’anniversario di uno degli eventi più drammatici della storia della navigazione marittima: il naufragio del Titanic, la nave dei sogni, avvenuto il 15 aprile del 1912. L’RMS Titanic era un transatlantico britannico della classe Olympic, che pochi giorni dopo l’inizio del suo viaggio naufragò a causa della collisione con un iceberg nell’oceano Atlantico. Ad oggi il relitto è ancora oggetto di studi.

Il Titanic 
L’inizio del viaggio

Nel 1908, presso i cantieri Harland and Woolf di Belfast, gli imprenditori J. Bruce Ismay e W. James Pirrie finanziarono un progetto che prevedeva la nascita di navi di dimensioni imponenti con cui poter affrontare ogni tipo di viaggio per mare e in grado di mostrare quanto la tecnologia navale avesse fatto passi avanti. Il progetto doveva portare alla nascita di tre imponenti navi gemelle, l’Olympic, il Titanic e il Gigantic.

Il Titanic venne varato nel maggio 1911 e un anno dopo iniziò il viaggio che rimase impresso nella mente di tutti. La nave partì l’11 aprile 1912 dal porto di Southampton, in Inghilterra, con a bordo molti passeggeri, tra cui emigranti irlandesi che speravano di far fortuna in America.

La partenza del transatlantico
L’iceberg

I primi giorni di viaggio trascorsero sereni, il Titanic dava l’impressione di essere la nave dei sogni. A bordo era presente ogni tipo di agio, e la vista di cui i passeggeri godevano era invidiabile: sembrava di vivere dentro una bellissima favola.

La nave, però, non era così esente da difetti come poteva sembrare. Il transatlantico non era dotato di adeguati cannocchiali e stava attraversando l’immenso Oceano Atlantico ad altissime velocità, forse spinto da un eccessivo senso di sicurezza umano, errore frequente nei viaggi marittimi.

Il 14 Aprile 1912, alle ore 23:40, la nave si scontrò con un grosso iceberg che danneggiò pesantemente il fianco destro del transatlantico.

L’iceberg responsabile dell’affondamento del Titanic
La fine del sogno

Quello che sembrava un piccolo inconveniente, si rivelò la causa dell’affondamento del Titanic. L’iceberg aveva colpito un punto particolare della nave che, piena d’acqua, iniziò a presentare diverse criticità. Nel giro di poco tempo si allagarono i primi cinque compartimenti stagni, il gavone di prua, le stive postali e la caldaia.

La nave si inclinò tanto da spezzarsi in due parti: una delle due, la prua, sprofondò immediatamente; la poppa in un primo momento tornò alla sua posizione iniziale, raddrizzandosi, per poi precipitare. 

Quello che era nato come un viaggio a bordo della nave dei sogni si trasformò in un incubo che causò la morte di oltre la metà dei passeggeri complessivi del Titanic. Molti precipitarono con la nave, altri morirono a causa del contatto con le basse temperature dell’Atlantico e altri, infine, morirono aspettando i soccorsi che arrivarono molto tempo dopo l’inabissamento del transatlantico.

L’inabissamento
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APPROFONDIMENTO | Pace e sanzioni nella Grecia classica

La pace è un’esperienza difficile da realizzare. La si può ottenere con l’eliminazione dell’avversario o attraverso la ricerca di un compromesso con la parte ostile. Vi è poi l’uso dell’intimidazione, ossia l’ottenimento di un equilibrio dietro minaccia, attraverso l’uso consapevole di sanzioni, di deterrenti: punire il nemico, qualora non rispetti i patti, per logorarlo prima ancora di doverlo affrontare sul campo.

In guerra dagli inizi della storia

In certi momenti ci si chiede se l’uomo sia nato per farsi la guerra o se, invece, questa sia una degenerazione del nostro animo. In effetti, l’idea di una creatura buona a priori, originariamente paradisiaca, offre speranza per un futuro migliore. Tuttavia, non va ignorato che la prima narrazione scritta mai composta dall’uomo parla di uno stato di guerra terribile, che si conclude solo dopo aver accumulato colline e colline di cadaveri. Parole, quasi testuali, dettate da re Ur-Našše di Lagaš nel III millennio a.C. Inoltre, il fatto che gli esempi più antichi di spade risalgano alla prima età del bronzo, IV millennio a.C., aggrava la posizione dell’uomo: eravamo pronti a combatterci già agli inizi della storia, quando si cominciò a scrivere. Eppure, esistono tentativi di pace, magari imperfetti, vani, ma che la guerra cercarono di mitigarla. Non è tempo sprecato, allora, esplorare il passato a caccia di questi esempi.

L’iscrizione reale di Ur-Našše di Lagaš (RIME 1.09.01.06b), il più antico riferimento storico a un fatto bellico
Il caso della Guerra di Corinto

Una parola ridondante ai nostri giorni è “sanzioni”. La sentiamo spesso e ne siamo quasi assuefatti tanto da non chiederci quale sia il suo significato o l’origine del suo concetto. È un peccato visto che l’antecedente storico dell’uso delle sanzioni fu inventato nella culla culturale occidentale, in Grecia. In quel tempo, tra gli anni 395-387 a.C., lo stato di belligeranza tra poleis è pressoché assoluto. Non è più il periodo, edulcorato dalla tradizione, delle Guerre Persiane, in cui seppur divisi i greci riescono a unirsi contro il nemico comune. Al contrario, la successiva Guerra di Corinto vede un inasprirsi delle divisioni interne della Grecia, che favoriranno il ritorno della Persia in qualità di garante degli equilibri. Inutile discutere se la diplomazia, in questo caso, fu vincente o meno per la sorte dei greci. Meglio analizzare i fatti per capir che di che tipo di pace si parli.  

La Grecia ai tempi della Guerra di Corinto
Un diplomatico in guerra

La Guerra di Corinto può essere paragonata ad un fiammifero lanciato in una polveriera: innestato il primo fuoco, l’esplosione venne di seguito. Il fatto è che gli interessi economici delle diverse città finirono invero a cozzar tra di loro, e da una ristretta disputa confinaria la Grecia intera si ritrovò calpestata da eserciti e solcata da flotte nel mare. Tra i vari protagonisti che presero parte agli scontri ve n’è uno che, a differenza degli altri, ottenne un posto nella storia come mediatore, non come guerriero. Antalcida di Sparta andò in Lidia, nel 392 a.C., cercando l’appoggio persiano, e lì discusse i termini di una pace con gli altri emissari venuti da Atene e dai suoi alleati. Non se ne venne a capo e la guerra poté continuare, ma quell’incontro fu forse il primo passo diplomatico che portò alla successiva Pace di Antalcida nel 387 a.C.

Tiribazo, satrapo di Lidia, che prese parte ai negoziati di pace
La pace del Re, o di Antalcida

Dopo il fallimento della diplomazia, Atene riuscì ad estendere il proprio dominio nel Mar Egeo, ma soprattutto ad allacciare un’intesa con le potenze orientali ostili alla Persia, ossia Cipro e l’Egitto. Ciò provocò un mutamento nei rapporti tra i vari stati perché da parte persiana venne ricercato proprio l’accordo che Antalcida era venuto a proporre cinque anni prima, ossia l’intesa con Sparta. Alla fine, la pace arrivò, definitivamente nel 386 a.C., ma in modo subdolo ed inconsueto. Forte dell’appoggio persiano, Sparta poté minacciare le fazioni rivali: chi non avesse accettato e rispettato la pace, così come i suoi termini, avrebbe affrontato il Gran Re orientale. La strategia di deterrenza promossa da Sparta comportò lo smantellamento dell’egemonie e delle alleanze in Grecia, riaffermando, grossomodo, l’indipendenza di ogni città. Fu questo l’antecedente storico della minaccia di sanzioni in campo diplomatico, ossia l’uso di deterrenti per salvaguardare una pace senza scadenza.

L’estensione dell’impero persiano.
Pace, fragile pace

A conti fatti Sparta porgeva il collo al guinzaglio tirato dal Gran Re persiano. La Grecia, che perdeva i suoi territori in Ionia, passava sotto l’influenza dell’impero orientale, e ci sarebbe rimasta fino all’emergere di Alessandro Magno, cinquant’anni più tardi. Se fu una soluzione giusta o sbagliata lo storico non se lo chiede. Sta di fatto che una pace di tutti ci fu. Tuttavia, durò poco. Nel 382 a.C. il promotore stesso del deterrente, Sparta, tentò di estendere la propria influenza. Ad esempio fece in modo d’instaurare una tirannia fedele nella città di Tebe. La pace allora crollò come un castello di carte e la Guerra Beotica ebbe inizio. Il deterrente non funzionò, anzi l’indebolimento di Sparta comportò l’abbandono persiano. Così, stando al ricordo posticcio di Plutarco, Antalcida si lasciò morire di fame resosi conto del proprio fallimento diplomatico. Una fine triste, forse, come triste fu la pace mancata.

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Quando la Peste Nera travolse la Crimea genovese

La Crimea fu terra di colonizzazione da parte della Repubblica di Genova a partire dal XIII secolo. Il domino genovese nella penisola prese il nome di Gazaria, in riferimento alla precedente presenza dei cazari nella regione. In effetti la Crimea, e l’Ucraina in generale, fu crocevia di genti già dall’età antica, e al tempo dei genovesi era ben presente nella penisola un caleidoscopio culturale veramente intrigante. In quest’occasione, tuttavia, si parlerà di un ospite sgradito, spiacevolmente invadente. Uno di quelli che non attende inviti: la Peste Nera, che non bussò alle porte di Caffa ma ci piombò dentro.

L’assedio di Caffa

Nel 1346 l’esercito mongolo dell’Orda d’Oro assediò il baluardo genovese in Crimea. Non era la prima volta: già quarant’anni prima Caffa subì l’aggressione dei guerrieri venuti dalla steppa per finire in pasto alle fiamme. Tuttavia, rinacque letteralmente dalle proprie ceneri e seppe imporsi come città egemone nel Mar Nero. A sua difesa, la colonia si munì di una doppia cinta muraria, che seppe resistere ad un primo assedio nel 1343 quando il Khan mongolo Ganī Bek tentò di sottometterla. Nulla di fatto: dopo un anno di assedio i genovesi fecero strage dei mongoli. Successivamente, il nuovo assedio del 1346 graffiò le mura di Caffa senza far danni. L’esercito mongolo si ritirò, infatti, a causa di una un’epidemia tra le sue fila. Qui entra nella storia un italiano, seppur poi precipitato nel dimenticatoio: Gabriele de’ Mussi, da Piacenza, che raccontò di Caffa e di come la peste l’avesse morsa.

Le mura di Caffa

Il morbo dilaga

Il fatto è abbastanza crudo e de’ Mussi non risparmia dettagli. Così scrive: Oh Dio! Guarda come le razze pagane dei Tartari, che si riversano da tutte le parti, hanno improvvisamente investito la città di Caffa e assediato i cristiani intrappolati lì per quasi tre anni […] Ma ecco, tutto l’esercito fu colpito da una malattia che invase i Tartari e uccideva migliaia e migliaia di persone ogni giorno.

Il cronista piacentino continua descrivendo la malattia come fosse una pioggia di frecce scagliate dal cielo, una punizione contro l’arroganza nemica. I sintomi del morbo erano sconosciuti, ma presto sarebbero diventati inequivocabili in occidente. Così li descrive de’ Mussi: “Inutili erano i consigli e le attenzioni dei medici: i Tartari morivano non appena i sintomi intaccavano il corpo, gonfiori alle ascelle o all’inguine causati da umori coagulanti, seguiti da una febbre putrida. È la peste, la morte oltre le mura di Caffa.

Prima pagina della copia del manoscritto di de’ Mussi, “Historia de morbo sive mortalitate
quae fuit a.d. 1348”

Catapulte e morte dal cielo

L’esercito dell’Orda d’Oro è sfinito e i genovesi ne approfittano per bloccare, con la flotta, i porti mongoli sul Mar Nero. Così, nel 1347, Ganī Bek si ritroverà costretto a negoziare la pace. Eppure, vi è un colpo di scena. Così scrive de’ Mussi: (I Tartari) ordinarono che i cadaveri fossero caricati sulle catapulte e lanciati nella città così che il fetore estremo uccidesse chiunque all’interno. Il testo continua informando che i cristiani tentarono di gettar i cadaveri in mare, ma non servì a nulla: presto sia l’aria che l’acqua imputridirono. Il miasma è devastante: un uomo infetto poteva trasmettere il morbo ad altri, infettare persone e ambienti solo con lo sguardo; un modo per difendersi nessuno lo conosceva, né lo poteva scoprire. Il passato sembra farsi quel futuro distopico che tante volte si è visto al cinema o letto nei libri. Ma questa è realtà, accadde realmente.

In giallo, il dominio del Khanato dell’Orda d’Oro

 

La morte viaggia in barca

de’ Mussi arricchisce la propria cronaca con impressionanti dettagli. Ricordiamo che Caffa era una città portuale e fu proprio questo a favorire il disastro: si dà il caso che tra coloro che fuggirono da Caffa in barca ci fossero alcuni marinai che erano stati infettati dal morbo. Alcuni di loro, come racconta de’ Mussi,  fecero vela verso Genova, altri verso Venezia. Ogni terra cristiana fornì un porto sicuro ai marinai di Caffa. E la subdola peste sorrise: mentre parlavamo con loro, mentre ci abbracciavano e ci baciavano, abbiamo sparso il veleno dalle nostre labbra. Dalla Crimea il morbo si diffuse in Sicilia, poi Genova, di lì a Piacenza, contesto caro a de’ Mussi che chiosa: “lamentando la nostra miseria, temevamo di fuggire, ma non osavamo restare. L’Europa, al fine, fu sopraffatta, ma non sconfitta. In quella disperazione il dolore e l’angoscia furo tramutati nell’arte che ancor oggi impreziosisce il mondo.

Diffusione della Peste Nera in Europa
Un’ultima precisazione

A lungo si è pensato che Gabriele de’ Mussi fosse stato uno dei marinai in fuga da Caffa. Molto probabilmente l’autore de Morbo sive Mortalitate quae fuit a.d. MCCCXLVIII, non lasciò mai Piacenza e visse l’assedio di Caffa. Seppur non sia certa la testimonianza oculare del de’ Mussi in sé, piuttosto il compendio di più fonti dell’epoca, l’episodio dei cadaveri lanciati con le catapulte è inteso come l’antecedente storico della guerra tossicologica propriamente detta. Il manoscritto originario del de’ Mussi è perduto ma una copia è inserita in una raccolta di contributi storico-geografici del 1367, conservata nella libreria dell’Università di Wroclaw, Polonia.

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ACCADDE OGGI | Nasce Raffaello, il genio del Rinascimento

Ricorre oggi l’anniversario della nascita di uno dei più noti pittori e architetti del Rinascimento: Raffaello Sanzio, nato il 6 aprile 1483.

Il celebre artista venne affascinato, in giovane età, dalle abilità pittoriche di altri due esponenti di questo movimento artistico, cioè Michelangelo e Leonardo. Quando si fermò a Firenze, tra il 1504 e il 1508, riuscì a far proprie le tecniche di entrambi, guadagnandosi l’appellativo di genio del Rinascimento.

Autoritratto di Raffaello (Galleria degli Uffizi, Firenze, 1506)
La fama di Raffaello

Le cose vecchie di Masaccio, e quelle che vide nei lavori di Leonardo e Michelangelo lo fecero attendere maggiormente agli studi, e per conseguenza acquistarne miglioramento straordinario all’arte et alla sua maniera.

Con queste parole Giorgio Vasari, noto storico del Cinquecento, commenta le abilità del Sanzio, che in poco tempo diede prova di grande abilità pittorica e architettonica.

È considerato uno dei più grandi artisti di ogni tempo, per via delle numerose opere iconiche e per le modalità con cui esse vennero realizzate, oltre che per il prezioso aiuto di una bottega estremamente qualificata.

Autoritratto di Giorgio Vasari (Galleria degli Uffizi, Firenze, 1571-1574)

 

                                                                                                                  

L’influenza di Leonardo e Michelangelo in Raffaello

Tra le prime opere ammirate da Raffaello a Firenze, un posto di spicco occupa il cartone con la Madonna col Bambino, Sant’Anna e San Giovannino, esposto nel convento dei Servi. Anche se l’opera oggi è perduta, vi è un altro cartone, col nome identico, esposto alla National Gallery di Londra, che presenta le caratteristiche della pittura leonardesca: paesaggio montano e roccioso, disposizione piramidale delle figure e gestualità accentuata.

Raffaello conosceva quest’opera e ciò è evidente se si prende in considerazione uno dei suoi primi lavori del periodo fiorentino, cioè La Madonna del cardellino degli Uffizi, che prende il nome dall’uccellino tenuto in mano dal piccolo San Giovanni.

Il paesaggio alle spalle dei personaggi è umbro ed è caratterizzato dagli stessi elementi compositivi di Leonardo: struttura piramidale e attenzione ai gesti. A ciò si aggiunge, però, lo studio dell’altro manierista, Michelangelo, cui fanno pensare la testa di Maria, elegantemente staccata rispetto al corpo e le proporzioni di San Giovanni.

Madonna col Bambino, Sant’Anna e San Giovannino (National Gallery, Londra, 1497-1500)

 

La Madonna del cardellino (Galleria degli Uffizi, Firenze, 1506)
Raffaello e Fra Bartolomeo

Negli anni fiorentini, Raffaello ebbe numerosi scambi e contatti anche con il pittore e frate domenicano Fra Bartolomeo. Nello stesso anno 1507 in cui quest’ultimo otteneva il saldo per l’Apparizione della Vergine a San Bernardo per la Badia fiorentina, Raffaello firmava e datava la Deposizione Baglioni per la chiesa di San Francesco al Prato, a Perugia. Innegabili sono le uguaglianze tra i due dipinti: composizione bilanciata e attenzione verso il colore ricercato.

Apparizione della Vergine a San Bernardo (Galleria degli Uffizi, Firenze, 1504-1507)
Focus sulla tavola della Deposizione

La nota tavola, la Deposizione, venne commissionata a Raffaello da Atalanta Baglioni in memoria del figlio Grifonetto, morto a Perugia nel 1500. La sua morte è legata a faccende private e di affermazione dinastica.

Nel 1400 la famiglia Baglioni aveva imposto la sua signoria sulla città fiorentina, causando contrasti e malcontenti generali.

Il figlio di Atalanta aveva ordinato la morte di quasi tutti gli esponenti maschili della stessa famiglia, volendo accentrare tutto il potere nelle sue mani, lasciando in vita solo Giampaolo Baglioni, che, per vendetta, ordinò la sua morte sotto gli occhi attoniti della madre.

Il dipinto, che vuole alludere a questa tragica vicenda, si configura come il trasporto del corpo di Cristo dalla croce al sepolcro: si riconoscono, in lontananza, il monte Gòlgota e le sue croci.

L’abilità di Raffaello, in questo caso, è quella di unire, in un ossimoro, il sacro e il profano: associa la morte di un individuo crudele e spietato, come era il Baglioni, a quella del campione della fede cristiana e dell’amore incondizionato, Gesù Cristo.

Deposizione (Galleria Borghese, Roma, 1507)
Raffaello architetto

Celebre nella pittura, Raffaello fu anche un abile architetto, al punto da prendere parte all’ambizioso progetto del cantiere romano per eccellenza, la Basilica di San Pietro.

Egli diede un importantissimo contributo alla Basilica Vaticana, ripristinandone il corpo longitudinale da innestare sulla crociera avviata da Bramante.

In base a una pianta attribuita al Sanzio, la struttura dell’opera doveva prevedere la realizzazione di una navata con cinque campate, con navate laterali, da porre davanti allo spazio cupolato bramantesco, dei pilastri con doppie paraste e, infine, una facciata costituita da un ampio portico a due piani.

Il progetto, purtroppo, non andò a buon fine perché il successore di Raffaello, Antonio da Sangallo il Giovane, presentò in un memoriale tutti i difetti del piano del suo predecessore.

Pianta di Raffaello per la Basilica di San Pietro
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NEWS | UAVIMALS, arriva il drone per rilevare e indagare strutture sepolte

Si è concluso il progetto UAVIMALS, una ricerca interdisciplinare tra archeologia e biorobotica, condotta dalla Sapienza Università di Roma e dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, tesa alla realizzazione di un prototipo aereo laser scanner, di piccole dimensioni, utile per le indagini di archeologia leggera. Il principale risultato del progetto UAVIMALS è stata la nascita di una collaborazione finalizzata allo sviluppo di strumenti di volo ottimizzati per l’applicazione nelle indagini territoriali, al fine di migliorare la ricerca archeologica anche mediante l’uso di strumenti sempre più performanti. 

Il drone per l’indagine archeologica

Il team

Il progetto è stato sostenuto da un finanziamento della National Geographic Society ottenuto nel settembre del 2018, con un Early Carrer Grants (EC-50761T-18) da Federica Vacatello (project leader e PhD in Archeologia – curriculum di Archeologia ed Antichità post classiche – presso il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza Università di Roma), che ha coadiuvato un gruppo di ricerca composto da archeologi, ingegneri e tecnici di bio-robotica. All’ingegnerizzazione del prototipo hanno preso parte Stefano Roccella (Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), Andrea Vannini (Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) e Sirena Cascarano (Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), con la collaborazione di Marcello Calisti del Dipartimento di Agri-Robotica dell’Università di Lincoln, mentre l’aspetto archeologico è stato curato anche da Francesca Romana Stasolla e da Giorgia Maria Annoscia del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza Università di Roma, e da Carlo Citter del Dipartimento di Scienze Storiche dei Beni Culturali dell’Università di Siena. 

Parte del team del progetto UAVIMALS

UAVIMALS

Lo strumento realizzato consiste in un drone a basso costo, che integra, nella sua stessa centralina, un sensore LIDAR a stato solido (cioè un sensore laser senza parti in movimento) che durante la scansione dell’area di interesse è in grado di misurare la distanza da un punto del terreno sorvolato, mentre un computer di bordo salva i valori acquisiti e li sincronizza con i relativi dati provenienti dai sensori di volo (angoli, posizione e altitudine dello strumento). I record ottenuti vengono caricati su un laptop e su un’app personalizzata che calcola in pochi secondi le coordinate 3D di una nuvola di punti. La nuvola è poi processata off-line mediante l’uso di un software open source al fine di ottenere la rappresentazione 3D dell’ambiente scansionato. Il prototipo realizzato si è dimostrato funzionale per l’esame di piccole e medie porzioni territoriali non solo in campo archeologico ma anche in ambito ingegneristico, architettonico e ambientale. La capacità di registrare in maniera estremamente precisa l’altimetria del terreno, infatti, lo rende particolarmente adatto per l’identificazione di anomalie di quota che, in contesti archeologici, possono segnalare la presenza di strutture sepolte non ancora indagate.

La tecnologia dietro al drone a basso costo

La tecnologia LIDAR

L’innovatività di UAVIMALS risiede principalmente nel tipo di tecnologia LIDAR impiegata che permette di ottenere prestazioni simili a quelle di strumenti già abbondantemente impiegati nell’ambito del rilievo indiretto, ma ad un costo notevolmente inferiore e con un dispendio di energie sensibilmente ridotto dalle dimensioni dello strumento, maneggevole e facilmente trasportabile anche in luoghi di difficile accesso. UAVIMALS, a seguito di una prima fase di sperimentazione laboratoriale, è stato testato sull’area della città medievale di Cencelle, scavo archeologico che rientra nel programma “Grandi Scavi” Sapienza sotto la direzione scientifica di Francesca Romana Stasolla. All’interno di questo contesto, lo strumento ha scansionato aree interne ai saggi di scavo non ancora indagate che presentavano dei livelli d’interro minimi, rivelando delle anomalie nelle quote della superficie del terreno che si sono dimostrate coincidenti con due edifici di grandi dimensioni che saranno oggetto di ricerca durante le future campagne di scavo. 

Rilievo archeologico
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ACCADDE OGGI | Vespri: quel ”Lunedì dell’angelo” in cui la Sicilia scacciò la Francia

Il 30 marzo 1282, in Sicilia, esplode una grande rivolta, nota come “Guerra dei Vespri Siciliani”, ribellione scoppiata a Palermo, all’ora dei vespri del Lunedì dell’Angelo, con l’obiettivo di rimuovere le truppe francesi dal territorio siciliano.

 

Contesto storico

Dopo la morte di Federico II, avvenuta nel 1250, il comando del regno di Sicilia passa al figlio illegittimo, Manfredi di Svevia.

Federico II aveva la fama di essere un Anticristo, uno strumento nelle mani di Satana contro il papato. Per questo era stato scomunicato dal Papa, così da non riuscire a sottomettere in maniera definitiva i comuni italiani. Temendo che il figlio potesse avere inclinazioni simili a quelle del padre, il papa chiese aiuto alla Francia, per fronteggiare questo nuovo dominatore, e chiamò Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, che nel 1266 sconfigge Manfredi a Benevento e ottiene il suo regno.

“Ritratto di Carlo I d’Angiò” (Pinacoteca della reggia di Versailles, 1845)
Scoppio della rivolta dei Vespri

La rivolta ha inizio a Palermo la sera del 30 marzo 1282. Poiché era il lunedì successivo alla Pasqua, numerosi fedeli si erano recati presso la chiesa dello Spirito Santo per recitare la preghiera serale, cioè la preghiera dei vespri.

I francesi erano a conoscenza del rancore dei nobili siculi nei loro confronti e temevano una rivolta. Per questo motivo, durante quella circostanza religiosa, decisero di perquisire tutti i presenti, temendo che sotto le vesti qualcuno potesse nascondere delle armi. Questo controllo venne fatto soprattutto alle donne, azione che fece adirare maggiormente il popolo siciliano.

Nei pressi del sagrato della chiesa, un soldato francese, con il pretesto di perquisirla, inizia a importunare una donna e il marito, di fronte a tanta violenza, reagisce uccidendolo.

Scoppia così un tumulto generale che si diffonde in tutta la città, e poi nell’intera penisola, contro le truppe francesi: la rivolta dei Vespri Siciliani.

 

Chiesa del Santo Spirito
L’Antudo, il simbolo dei Vespri

Noto simbolo della rivolta dei Vespri Siciliani fu il termine Antudo, acronimo di animus tuus dominus (il coraggio è il tuo signore).

Si trattava di una parola d’ordine usata dagli organizzatori della rivolta come segno di riconoscimento tra gli alleati, nella paura che i francesi potessero camuffarsi tra il popolo siciliano, evitando così l’espulsione.

il 3 aprile 1282 viene adottata la bandiera giallo-rossa, con al centro la Triscele (unione di tre spirali in un punto centrale), che diventa il vessillo della Sicilia. 

 Si decise, inoltre, di inserire nel vessillo il noto acronimo che aveva accompagnato la rivolta dei Vespri, per celebrare l’impegno e il valore del popolo siciliano.

Il Vessillo della Sicilia
Gli sviluppi e la fine della rivolta

L’idea con cui era nata la rivolta era quella di liberare il popolo siciliano dalle oppressioni francesi e istituire uno stato Siciliano autonomo, con delle basi repubblicane.

Nel corso della lotta, però, i siciliani furono costretti, per fronteggiare l’alleanza tra il papato e la Francia, a chiedere aiuto al re d’Aragona, Pietro III, che aspirava ad acquisire più spazio nello scenario politico ed economico mediterraneo.

La guerra continuò fino al 1302, anno in cui venne firmata la pace di Caltabellotta, con la liberazione del regno di Sicilia dall’oppressione francese e l’affermazione, invece, del dominio spagnolo.

Il 4 settembre 1302, Pietro III d’Aragona viene incoronato re della Sicilia.

Era ormai tramontata la possibilità per l’Italia di trasformarsi in una monarchia nazionale, simile al regno di Francia e a quello dell’Inghilterra.

Ritratto di Pietro III d’Aragona
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ACCADDE OGGI | 27 Marzo 1861, la proclamazione di Roma

Il 27 marzo 1861 la Camera proclama Roma capitale del regno d’Italia. In realtà ciò si concretizza solo nel 1871, quando i Savoia si trasferiscono con tutta la loro corte.

Passaggio fondamentale per l’avvento della cosiddetta Roma caput mundi, fu un discorso tenuto al Parlamento di Torino, il 25 marzo 1861, da Camillo Benso, conte di Cavour.

Queste sono state le sue parole: “Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma, dal tempo de’ Cesari al giorno d’oggi, è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio; di una città cioè destinata ad essere la capitale di un grande Stato.”

Roma però fu solo la terza capitale d’Italia, preceduta da Torino e Firenze.

Camillo Benso, conte di Cavour
La prima capitale e il primo regno d’Italia

La prima capitale d’Italia fu Torino, che fece da sfondo all’incoronazione del primo re d’Italia.

Il 14 marzo 1861, Vittorio Emanuele II di Savoia viene ufficialmente proclamato “re d’Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione”. Il nuovo regno comprendeva l’intera Penisola, fatta eccezione del Veneto e del Lazio, governati rispettivamente dall’Austria e dal papa.

Il nuovo Stato unitario non era ancora una repubblica, era un regno e, in realtà, neanche democratico.

L’Italia era retta da una monarchia costituzionale, ma lo Statuto albertino prevedeva che l’elezione della Camera avvenisse a suffragio censitario, in opposizione al più democratico suffragio universale.

Ritratto di Vittorio Emanuele II di Savoia
Roma, una capitale tanto agognata

Dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, la Camera dei deputati nutriva pochi dubbi su quale dovesse essere la capitale: Roma, la città eterna.

Fare di quel comune il cuore pulsante dello Stato, significava creare un legame, un continuo, con l’Impero Romano, agli albori del suo splendore.

La possibilità però, nel 1861, sembrava molto lontana, dal momento che il Lazio era escluso dall’Unità della Penisola ed era controllato dall’autorità papale.

Lo Stato Pontificio godeva della protezione della Francia di Napoleone III e nel 1864, con la Convenzione di Settembre, lo stato italiano si impegnò a non cercare di occupare Roma, sottoscrivendo un apposito trattato con Napoleone III.

Roma, la tanto agognata capitale d’Italia
La seconda capitale

Nel 1865 la capitale d’Italia, in seguito alla Convenzione di Settembre, viene trasferita a Firenze, e questa azione ha un significato ben preciso: avvicinarsi progressivamente a Roma anche a livello geografico, ponendo le prime basi per la conquista dell’ambito comune.

Il trasferimento a Firenze non fu però solo simbolico, dal momento che si cercò di rendere la città adatta alle esigenze del nuovo regno d’Italia e, per questo, venne varato un piano di riorganizzazioni interne del comune.

L’architetto Giuseppe Poggi, nel 1865, venne incaricato di realizzare un progetto  per il risanamento di Firenze, il noto “Piano Poggi”.

La terza e definitiva capitale

Nel 1866, allo scoppio della guerra austro-prussiana, l’Italia si allea con la Prussia contro l’impero asburgico.

Nel giro di poco tempo, Napoleone III, con le truppe ormai decimate a causa della schiacciante forza di quelle tedesche, si trovò costretto, per fronteggiare il nemico, a richiamare gli uomini stanziati a Roma per difendere il potere temporale del papato contro il nuovo Stato unitario.

Il 20 settembre del 1870, grazie al ritiro dei francesi, le truppe italiane entrano nel Lazio e occupano Roma, forzando le mura a Porta Pia.

Il 3 febbraio 1871 Roma diventa ufficialmente, dieci anni dopo la proclamazione, capitale d’Italia.

La conquista di Roma

 

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DANTEDÌ | 25 Marzo, la giornata in onore del Sommo Poeta

Si celebra oggi la giornata nazionale dedicata al Sommo Poeta della tradizione italiana, cioè Dante Alighieri.

La decisione di istituire il Dantedì è stata presa il 17 gennaio 2020, durante un Consiglio dei ministri, in occasione della commemorazione per il settecentesimo anniversario della morte del fiorentino, il 14 settembre 1321.

La scelta di celebrare l’illustre poeta fiorentino proprio il 25 marzo non è casuale. Il 25 marzo del 1300, infatti, egli si perde nella famosa “selva oscura” che ha dato l’incipit al suo noto poema, La Divina Commedia.

 

Ritratto di Dante Alighieri, ad opera di Sandro Botticelli.

 

La storia

Il 19 giugno 2017, sul Corriere della Sera, viene pubblicato un editoriale, a opera del giornalista Paolo Di Stefano, dove si fa strada l’idea di omaggiare Dante Alighieri con una giornata a lui dedicata.

Lo stesso giornalista, dopo il primo tentativo, torna più volte a ribadire l’importanza del rendere un adeguato omaggio al Poeta. Si fa portavoce, infatti, di tale richiesta in altre due occasioni, rispettivamente il 3 febbraio 2018 e il 24 aprile 2019.

La proposta è stata accolta positivamente da molti intellettuali e studiosi, oltre che da prestigiose istituzioni culturali come l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana e la Società Dante Alighieri.

Istituzione della giornata

L’istituzione di questa giornata avviene il 4 luglio 2019 a Milano, nella sala Buzzati del Corriere, durante un evento organizzato dalla Fondazione Corriere.

Il Consiglio dei ministri ha poi approvato la direttive per istituire il Dantedì il 17 gennaio 2020 e le prime due edizioni, causa pandemia, si sono svolte online, tramite apposite apparecchiature e dispositivi, ottenendo un grandissimo successo.

Fondamentale, per l’approvazione finale è stata l’azione del ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini, che ha mostrato una grande apertura e un forte spirito di iniziativa di fronte a un tema di tale importanza.

Ha usato queste parole per commentare l’approvazione definitiva della proposta: “Ogni anno, il 25 marzo, data che gli studiosi riconoscono come inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia, si celebrerà il Dantedì.”

L’iniziativa ha suscitato moltissimo entusiasmo tra i giovani e non, al punto che innumerevoli sono stati gli eventi organizzati per omaggiare l’Alighieri, già nel 2021.

 

Dantedì
Eventi 2022

Questi sono alcuni eventi che si terranno il 25 marzo 2022, in occasione della giornata in onore del Sommo Poeta:

  • Proiezione del film “Dante e Beatrice” (Chieti), Direzione regionale musei d’Abruzzo;
  • D(ur)ANTE… una visita al Museo Nazionale di Matera, Museo Nazionale di Matera – Palazzo Lanfranchi;
  • La bellezza e la poesia: Dante e la Pace, Castello Piccolomini – Collezione Torlonia e Museo d’Arte Sacra della Marsica;
  • Comedìa. Viaggio con Dante in Italia (e nel Mondo), Museo archeologico nazionale di Campli e Area archeologica di Campovalano;
  • Dantedì, la Reggia di Caserta ricorda il sommo Poeta, Regia di Caserta – Palazzo Reale.
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REDAZIONALE | Cancel Culture, il “politicamente corretto” che annulla la cultura

Qualcuno conoscerà l’espressione Cancel Culture perché usata da vari opinionisti per commentare la storia del bacio non consensuale di Biancaneve, altri la ricorderanno associata al deturpamento e all’abbattimento in America delle statue di Cristoforo Colombo. La tematica, discussa da anni negli Stati Uniti, è arrivata anche in Europa e in Italia, e generalmente si sovrappone al politicamente corretto.

Statua di Colombo, Minneapolis  ©Stephen Maturen/Getty Images

Cultura della Cancellazione

Nei paesi anglofoni Cancel Culture è un’espressione che indica un fenomeno complesso e sfaccettato, traducibile con cultura della cancellazione. Indica quel fenomeno dove gruppi più o meno organizzati di persone vanno esercitando pressioni su una seconda parte in modo che punisca, o meglio ancora interrompa, i rapporti con una terza per via di ciò che ha fatto, detto o scritto, in passato. È un discorso che spazia dai libri ritirati dal commercio per le controversie sui loro autori alle proteste sui social network a seguito di espressioni razziste o sessiste da parte di personalità famose (pensiamo, ad esempio, alla vicenda di Indro Montanelli). Il movimento nasce dalla necessità sociale di sensibilizzare sui linguaggi da adottare, sia sulle parole da evitare che su quelle da introdurre nel lessico comune per essere più rispettosi delle attuali minoranze (e della comunità in ambito generale), ma tende purtroppo a sfociare nell’estremismo se unito all’ignoranza.

Indro Montanelli, giardini pubblici Montanelli (Milano, giugno 2020) ©Jacopo Raule/Getty Images

La cancellazione del mondo classico

Da qualche anno a questa parte, la Cancel Culture ha attaccato anche il mondo della tradizione classica, etichettata come razzista e omofoba. I Classici nel mondo accademico statunitense rappresentano l’onnipresente civiltà occidentale bianca che vuole imporre il white power: una rappresentazione, sia in positivo che in negativo, del modello iconico per democrazie e totalitarismi. La grandezza del pensiero e dell’arte dei greci e dei romani viene così accantonata perché facente parte di quel passato di cui alcuni non vanno più fieri. Per quanto riguarda le motivazioni sulla cancellazione dello studio dei classici, si fa leva sul fatto che queste popolazioni antiche praticavano socialmente la schiavitù, che la democrazia ateniese non fosse poi così democratica e che le donne, per i criteri attuali, fossero oppresse. Insomma, va avanti da tempo un vero e proprio attacco ai classici. Ma cosa intendiamo per cancellazione del mondo classico? Andiamo su esempi pratici.

Pittore di Polifemo, anfora di Eleusi

I suprematisti gessi bianchi di Cambridge

La Faculty of Classics di Cambridge dispone di una gipsoteca, il Museum of Classical Archaeology, che raccoglie un’ampia collezione di copie in gesso di opere greche e romane. Trattandosi di calchi, tutte le statue esposte sono bianche e questo dettaglio per alcuni oggi è un problema. Poniamo attenzione, ad esempio, alla lettera aperta sull’anti-razzismo del luglio 2020 che la facoltà ha ricevuto proprio a causa dei gessi: «dà un’impressione fuorviante sull’assenza di diversità del mondo greco e romano». Il fatto che una gipsoteca universitaria debba difendersi da accuse di razzismo, spiegando perché i gessi sono bianchi o perché le statue in oggetto non abbiano tutta questa varietà multiculturale, ha dell’ironico.

Museum of Classical Archaeology, Cambridge

Winckelmann, il suprematista

Nel 1970 alcuni credevano che le statue greche e romane fossero bianche per colpa dell’ossessione di Winckelmann, che nel 1764 scriveva: «poiché il colore bianco è quello che respinge la maggior parte dei raggi luminosi e che quindi si rende più percepibile, un bel corpo sarà allora tanto più bello quanto più è bianco». Winckelmann suprematista, colpevole di decontestualizzazione. Con l’evolvere del fenomeno Black Lives Matter, più di 250 studenti firmarono una lettera aperta denunciando: «il ruolo che i Classics hanno giocato nella continua oppressione ed emarginazione degli studiosi neri e delle vite nere». Rincara la dose la Christian Cole Society for Classicists of Colour con l’affermazione «riconoscere la complicità delle discipline classiche nel campo nella costruzione e nella partecipazione a strutture e atteggiamenti educativi razzisti e anti-neri». Insomma: Omero, Ovidio, Virgilio, così come Fidia, Lisippo, maledetti suprematisti!

Museum of Classical Archaeology, Cambridge

Omero, la mascolinità tossica

Vogliamo parlare di Omero, accusato di essere il capostipite della mascolinità tossica, la manliness di Harvey Mansfield? La Cancel Culture anche in questo caso si pone come un movimento anti intellettuale. Spaventa vedere come la tendenza alla censura continui a guadagnare terreno tra educatori ed editoria. Non sono casi isolati quelli che ci giungono da istituti superiori o corsi di laurea universitari americani che con orgoglio affermano la cancellazione di interi corsi di studi riguardo la tradizione classica. Possiamo citare, ad esempio, la fiera dichiarazione Heather Levine, docente alla Lawrence High School, nel Massachusetts: «Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!».

Odissea, il poema omerico colpito dalla Cancel Culture 

#DisruptTexts

Sotto lo slogan #DisruptTexts, ideologi critici, insegnanti e agitatori del web si riuniscono sui social richiedendo l’eliminazione e infangando i classici, da Omero a Nathaniel Hawthorne. Tra le parole dell’insegnante di inglese di Seattle, Evin Shinn, leggiamo che preferirebbe morire piuttosto che portare in classe La lettera scarlatta, a meno che il romanzo di Hawthorne non sia usato per combattere la misoginia.

Totale è la decontestualizzazione. Con un hashtag si invoca la proibizione di ogni capolavoro letterario non conforme all’attuale idea di genere e razza, si pretende un ammodernamento o una damnatio memoriae per quei testi colpevoli semplicemente di esser figli del loro tempo.

Hashtag dell’iniziativa DisruptText

Il politicamente corretto

La crociata della Cancel Culture travolge tutto e tutti: dalle statue di Colombo, abbattute con l’accusa di colonialismo, al principe di Biancaneve incriminato per avere estorto un bacio in assenza di consenso alla sua amata addormenta. Non si salva neanche il grande schermo, basti pensare a Via col vento, prima cancellato e poi reinserito dal catalogo della HBO per aver offerto una visione stereotipata e totally white dell’epoca descritta. Anche la Disney è dovuta correre ai ripari perché film e riadattamenti come Dumbo e Peter Pan contengono rappresentazioni negative e insulti verso persone e culture non caucasiche: la Disney dovrebbe fare ammenda perché in Peter Pan i nativi americani sono stati chiamati “pellerossa”.

Ultima, ma non ultima, la decisione della Bicocca di cancellare il corso su Dostoevskij a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina: l’episodio di Cancel Culture è stato denunciato ad inizio marzo dallo scrittore Paolo Nori.

Walt Disney’s Peter Pan, 1953

Intellettuali a confronto

Nonostante la cultura nell’era digitale sia a portata di tutti, la Cancel Culture ci avvicina sempre di più all’ignoranza. Iniziano le risposte da parte del mondo intellettuale: ricordiamo, ad esempio, i centocinquanta intellettuali americani hanno scritto una lettera aperta su Harper’s Magazine per denunciare il clima di intolleranza e di gogna pubblica che avvelena la società statunitense negli ultimi tempi. Vengono citati redattori licenziati per articoli controversi, libri ritirati, professori indagati per aver citato una particolare opera. Anche le Università italiane iniziano a mobilitarsi, sottolineando che il solo modo per sconfiggere le idee sbagliate è lasciando spazio al confronto, alla critica, alla cultura. Ma l’eco dell’intolleranza e del revisionismo non rallenta, anzi, e questo fa paura. Che mondo stiamo tratteggiando?

Locandina della conferenza tenuta presso il Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università degli Studi di Catania

Qui trovate link della conferenza tenuta in collaborazione con l’Università degli Studi di Catania sul fenomeno della Cancel Culture il 6 dicembre scorso. A prescindere da quello che può essere il proprio bagaglio culturale, il proprio pensiero, dovremmo sempre ricordare che la censura e la negazione non hanno mai portato nessuna svolta positiva.

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UCRAINA | Il temuto KGB di Putin

Il Kgb (acronimo di Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti tradotto in Comitato per la sicurezza dello stato) è stato il maggiore organo di sicurezza dell’URSS. Fu istituito nel 1954, quando il leader dell’Unione Sovietica, Nikita Khrushchev, mise mano alla riforma dell’Nkvd (il Commissariato del popolo per gli Affari interni), che aveva operato sotto Stalin, consentendogli di consolidare il potere e gestendo la politica delle purghe nell’Urss alla fine degli anni Trenta.

Nikita Khrushchev nel 1952, un anno prima della morte di Stalin


Nato per essere il supremo organo di sicurezza dell’URSS, il KGB divenne la “spada e lo scudo” del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (Pcus), la leadership politica de facto del Paese. Oltre a garantire la sicurezza delle repubbliche sovietiche, il KGB era anche un’agenzia di servizi segreti e polizia segreta. Tra i suoi compiti, il più importante era sicuramente il controspionaggio, sia nella politica interna che in quella esterna all’URSS.

 

Come era organizzato

Il Kgb era composto da vari direttorati (upravlenija) e dipartimenti:

  • Primo Direttorato Centrale – si occupava delle operazioni all’estero (spionaggio), dipendente dal Primo vicepresidente e diviso in 10 dipartimenti: (Stati Uniti-Canada; America latina; Regno Unito-Australia-Nuova Zelanda-Scandinavia; Germania-Austria; blocco europeo; Cina-Vietnam-Cambogia; Africa; Estremo Oriente; Giappone; Cina)
  • Secondo Direttorato Centrale – si dedicava al controspionaggio e alla sicurezza interna.
  • Terzo Direttorato – era competente riguardo alla fedeltà delle forze armate
  • Quarto Direttorato – provvedeva ai Trasporti
  • Quinto Direttorato – si occupava del contrasto al dissenso politico interno e gli “affari nazionalistici e religiosi”.
  • Sesto Direttorato – si interessava al controspionaggio economico e sicurezza industriale
  • Settimo Direttorato – era preposto alla sorveglianza elettronica.
  • Ottavo Direttorato Centrale – si interessava alle comunicazioni riservate e alla crittografia.
  • Nono Direttorato – si occupava di Protezione dei leader sovietici.
  • Quindicesimo Direttorato – era preposto alla Sicurezza delle Strutture governative.
  • Sedicesimo Direttorato – provvedeva all’ Intercettazione delle comunicazioni
  • Dipartimento logistica
  • Dipartimento comunicazioni
  • Dipartimento ricerche speciali
  • Dipartimento reparto tecnico
  • Guardie di frontiera (queste ultime con un organico di circa 250.000 effettivi e un proprio servizio navale ed aereo), riconoscibili dalle mostrine verdi sull’uniforme standard dell’Armata Rossa.

Un monumento a Dzerzhinskij davanti all’edificio del KGB a Mosca, URSS


Il Kgb era conosciuto per i metodi che usava per intercettare il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca. Una volta, gli agenti sovietici modificarono le macchine da scrivere utilizzate dal personale dell’ambasciata.

Per i diplomatici statunitensi, le macchine da scrivere modificate furono solo la punta dell’iceberg.

L’intero edificio infatti era pieno di dispositivi nascosti per le intercettazioni, perché quando i russi costruirono una nuova ambasciata degli Stati Uniti a Mosca alla fine degli anni Settanta, il Kgb la riempì di cimici nella fase di muratura.

 

Gli ultimi anni

Il primo direttore della Cia Allen Dulles una volta descrisse il Kgb come “uno strumento di sovversione, manipolazione e violenza, di intervento segreto negli affari di altri Paesi”.

In effetti, gli agenti del Kgb hanno influenzato il corso della Guerra Fredda in molti modi. Ad esempio l’agente del Kgb Bohdan Stashynsky (1931-) è conosciuto per aver ucciso nel 1959 due nazionalisti ucraini antisovietici, con un’elaborata pistola nebulizzatrice che non lasciava segni di morte violenta sulle vittime.

Al culmine della Guerra Fredda, il Kgb gestiva reti di spionaggio e reti di informatori in tutti gli angoli del mondo. L’agenzia operava attivamente sul suolo degli Stati Uniti, anche reclutando ufficiali militari e agenti di intelligence statunitensi per passare i segreti militari degli Stati Uniti all’Urss. Anche se non è possibile stabilire un numero esatto, alcuni ricercatori ritengono che il numero di informatori che hanno lavorato per il Kgb durante la Guerra Fredda sia stato nell’ordine di grandezza di milioni di persone.

Infine il Kgb terminò la sua attività nel 1991, anno nel quale l’agenzia venne sciolta lasciando il posto al Fbs (Servizio di sicurezza federale).

La statua del fondatore del KGB, Feliks Dzerzhinskij, smantellata a Mosca, in Russia, nell’agosto 1991

per le immagini si veda il sito: https://it.rbth.com/storia