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NEWS | Nuovi reperti all’ombra del Castello Estense di Ferrara

Gli scavi ai piedi del Castello Estense rivelano nuovi tesori databili 1200, che tanto ci dicono sulla vita quotidiana dell’uomo nel pieno medioevo.

La scoperta

Negli ultimi decenni il sottosuolo di Ferrara ha restituito un’antica vasca di scarico risalente al XIII secolo. Gli archeologi di Phoenix Archeologia, impegnati nei lavori di ripavimentazione della piazza, hanno estratto, a circa due metri e mezzo, numerosi oggetti che rivelano molto sulla quotidianità medievale. Si tratta di utensili d’epoca, antiche maioliche, frammenti di vasi e persino residui di cibo (semi, castagne, gusci d’uovo). Un insieme di reperti che ci descrivono gli usi, i costumi, la dieta e la quotidianità dei ferraresi all’epoca precedente alla costruzione del castello.

Utensili medievali ritrovati ai piedi del Castello Estense di Ferrara
Nuove prospettive

Chiara Guarneri, coordinatrice del gruppo di lavoro, afferma come gli scavi stiano mettendo in luce strutture imponenti, corrispondenti a una precedente sistemazione urbanistica del quartiere. Proprio alle spalle della statua del Savonarola è riemerso, a circa due metri, un muro di grandi dimensioni, risalente al XIII secolo. Scavando a ritroso nel tempo s’intende dunque arrivare alla prima fase di urbanizzazione di Borgo Nuovo, nome antico del quartiere, ed è su questi primi insediamenti che si concentreranno le prossime indagini. Intanto, gli archeologi stanno documentando e catalogando ogni ritrovamento, al fine di ricostruire in una mappa 3D l’evoluzione degli insediamenti prima del 1385.

Si spera di poter rendere al più presto disponibili al pubblico le novità emerse.

Cantiere di scavo
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NEWS | Torna alla luce il mosaico pavimentale di Montorio (VR)

I lavori di scavo per la sostituzione delle condotte del gas a Montorio, in provincia di Verona, rivelano nuovi tesori. Risale a pochi giorni fa la scoperta di un mosaico pavimentale di una villa tardoantica, forse appartenente all’imperatore Teodorico. Detto il Grande, Teodorico (Pannonia, 454 – Ravenna, 30 agosto 526) è stato re degli Ostrogoti a partire dal 474 e sovrano del Regno ostrogoto in Italia dal 493. Teodorico è stato sovrano del primo vero regno romano-barbarico.

Scoperta del mosaico tardoantico

 

La scoperta

Come spiegato dal soprintendente dei beni archeologici e delle belle arti di Verona, Francesco Tinè, da anni a Montorio, frazione del veronese, stanno riemergendo in modo sparso mosaici, impianti termali e complessi residenziali.

Questo è il caso di un mosaico pavimentale tornato alla luce pochi giorni fa durante i lavori di scavo per la sostituzione delle condotte del gas. La ricchezza e l’estensione della pavimentazione, nonostante manchino riscontri epigrafici, fa pensare a una villa tardoantica risalente al IV/V secolo d. C.,  forse collegata all’imperatore Teodorico o a un suo collaboratore di alto rango. Successivamente tutte le informazioni raccolte, verranno organizzate in un’esposizione museale dedicata, in modo da valorizzare la maestosità di una villa, ancora in parte nascosta tra le case di Montorio.

Mosaico di Montorio
Prospettive turistiche 

Il presidente Stefano Casali ha ringraziato il gruppo Agsm Aim, il cui obiettivo principale è scoprire e riportare alla luce gli immensi tesori di cui Verona è ricca. Casali ha comunicato il suo impegno a studiare le scelte più opportune per rendere questi maestosi ritrovamenti fruibili e visibili a cittadini e turisti. Montorio è nota per i suoi mosaici romani ritrovati sin dal 1908 e conservati nel Museo Archeologico del Teatro Romano a Verona.

Museo Archeologico del Teatro Romano a Verona
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NEWS | 576 anni dalla morte di Filippo Brunelleschi

Oggi Firenze commemora il 576/o anno dalla scomparsa del grande architetto rinascimentale Filippo Brunelleschi, con una cerimonia nella Cattedrale.

Filippo Brunelleschi
Lo svolgimento della cerimonia

Durante la cerimonia, una corona di mirto e una di alloro sono state deposte al Sepolcro del maestro. Quest’ultimo si trova nella cripta di Santa Reparata nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, di cui Brunelleschi progettò la cupola.

Cupola di Santa Maria del Fiore
 
Vita di Brunelleschi

Filippo Brunelleschi nasce a Firenze nel 1377, formato sin da giovanissimo alle lettere e alle scienze matematiche. Poiché molto versato nelle arti grafiche, il padre lo sostiene nell’apprendistato di orafo. Durante il concorso per la seconda porta del Battistero di Firenze (1401) non riesce a vincere tuttavia si mette in evidenza per le sue qualità. Si trasferisce successivamente a Roma con l’amico Donatello. Tornato a Firenze, gli viene affidata la costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore, opera che lo consacra uno dei più grandi architetti rinascimentali. 

 

Il valore di Brunelleschi per Firenze

Uno dei padri del rinascimento italiano nel campo dell’architettura e inventore della prospettiva lineare a punto unico. Fu anche autore della celeberrima cupola e diverse altre strutture, tra cui lo Spedale degli Innocenti, la Cappella Barbadori nella chiesa di Santa Felicita e la Cappella Pazzi. 

Immagine dello Spedale degli Innocenti
 
Le Parole del Vicesindaco Bettini

Il Vicesindaco sottolinea l’emozione e l’onore di tornare a omaggiare il grande artista con una cerimonia di presenza, un fiorentino che ha reso grande il nome di Firenze nel mondo. In seguito, ha aggiunto come essere eredi di un grande patrimonio non basti, è necessario trasmettere alle nuove generazioni l’arte e la bellezza che ci circonda.

 

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REDAZIONALE | Nuova scossa alle soprintendenze, la Sicilia uccide i Beni Culturali

Nella riorganizzazione degli uffici regionali, pensata dalla giunta Musumeci e approvata dalla giunta, troviamo la cancellazione delle sezioni specialistiche delle soprintendenze. L’esecutivo regionale, con una semplice disposizione amministrativa, ha soppresso le sezioni specialistiche, demolendo la competenza disciplinare cara al Codice dei Beni culturali e del paesaggio.

Palazzo d’Orléans, Palermo

Uccidere le soprintendenze

Lo scopo della delibera è quello di accentrare nelle soprintendenze i controlli sui settori specialistici, depotenziando all’effettivo la capacità di verifica. La mossa non avrebbe effetto sul numero di incarichi da dirigente: resteranno 121 postazioni dirigenziali.

Il dato è principalmente politico. Già nel 2018 il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, in una conferenza a Palazzo d’Orleans tentò di abolire le soprintendenze. Un refuso, come venne definito da Sergio Gelardi, all’articolo 14 della legge di stabilità regionale. Musumeci affermò: “per alcune è necessaria un’azione farmacologica, per altre invece servono interventi chirurgici profondi”.

E adesso? Un altro refuso?

C’è da dire che alle soprintendenze siciliane manca di tutto, dagli strumenti, al personale, ai fondi. Questa delibera rischia di dare il colpo di grazia su ciò che resta dei presidi a tutela del patrimonio culturale, concepiti in Sicilia alla fine degli anni Settanta.

Palazzo della Sovrintendenza ai Beni Culturali di Siracusa

La delibera

La delibera della Giunta Musumeci del 10 marzo scorso ha definitivamente eliminato le unità specialistiche delle soprintendenze. Le unità disciplinari sono state soppiantate da due sezioni ibride: una per i beni architettonici e storico-artistici, paesaggistici e demo-etnoantropologici, e l’altra per i beni archeologici, bibliografici e archivistici. Una mescolanza di tutte le competenze rette da un dirigente generico ai beni culturali. La delibera riorganizza de facto tutta la macchina amministrativa di Palazzo d’Orléans.

Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia, sottolinea la coincidenza della firma con il 10 marzo: “La data della delibera è, per fatale coincidenza, la stessa della giornata dei beni culturali siciliani, che ricorre ogni anno in memoria della tragica scomparsa dell’assessore Sebastiano Tusa” avvenuta nel 2019.

“Un modo per celebrarne non il ricordo, ma il contributo attuale, attualissimo, che Sebastiano ha dato alla cultura”, ha sottolineato l’assessore dei Beni culturali Alberto Samonà.

Locandina

Le proteste

Zanna annuncia azioni legali “per bloccare questa ennesima riorganizzazione che dimostra, ancora una volta, la visione miope del governo regionale nei confronti della gestione, tutela e valorizzazione dei nostri beni culturali”.

Ana spera che la delibera sia ritirata: “un’amministrazione regionale che squalifica sé stessa delegittimando e appiattendo le competenze dei propri dipendenti si schiera obliquamente con la speculazione e la distruzione del territorio, piuttosto che adempiere con decisione al proprio dovere costituzionale di custodia e difesa del patrimonio e del paesaggio”.

Adele Maresca Compagna, presidente di Icom Italia, in una lettera aperta indirizzata al governatore Nello Musumeci e a Samonà esprime “forte preoccupazione per la soppressione di un cospicuo numero di unità operative tecniche”.

In un colpo solo si è fatta carta straccia delle normative regionali (nn. 116/1980 e 17/1991) e statali.

Adele Maresca Compagna, presidente di Icom (International Council of Museums) Italia

La discussa legge 10 del 2000

Nel 2016 la Sicilia di Crocetta aprì la strada all’attuale e drammatico scenario: i beni architettonici fecero coppia con i beni storico-artistici mentre quelli paesaggistici vennero accorpati a quelli demo-etnoantropologici, iniziando a sacrificare competenza e professionalità.

Chi è nell’ambito concorda che la colpa di questa carenza specialistica sia della legge regionale 10 del 2000 (L.R. 10/2000). Lo ha ribadito anche Adele Maresca Compagna: ha sottolineato che “gli accorpamenti all’interno delle soprintendenze rischiano di provocare un ulteriore indebolimento dell’intero assetto dei beni culturali regionali, già minato dall’abolizione dei ruoli tecnici per la dirigenza e per il comparto conseguente alla legge regionale 10 del 2000”.

Ma il ruolo unico non è una specialità siciliana: va ricordato che presso l’amministrazione statale fu istituito il ruolo unico già nel 2001 (D.lgs 165/2001, art. 23, c.1). Il provvedimento dunque non è arrivato ex abrupto ma ha radici storiche. Adesso tornare indietro è difficile: dopo ciò che è successo in Sicilia cosa accadrà al Ministero?

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NEWS | Aspettando l’aldilà: cimiteri cristiani in età tardoantica

Aspettando l’aldilà: cimiteri cristiani in età tardoantica. Un’occasione per parlare di archeologia e antropologia in relazione alle testimonianze più antiche del cristianesimo. L’evento promosso dal Museo Archeologico Nazionale di Taranto (MArTA) si terrà il 27 aprile alle ore 18.00 in occasione del Mercoledì del MArTA

L’ultimo racconto dall’oltretomba

In diretta sui canali Youtube, Facebook e Linkedln del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, la direttrice del MArTA, Eva Degl’Innocenti, introdurrà la relazione della prof.ssa Alexandra Chavarria Arnau dell’Università di Padova su “Aspettando l’aldilà: cimiteri cristiani in età tardoantica”. Questo evento costituisce l’appuntamento conclusivo della programmazione del mese di aprile interamente dedicata ai “Racconti dall’oltretomba. Tra archeologia e antropologia dei resti umani” con il coordinamento scientifico della stessa direttrice del MArTA e del dott. Antonio Fornaciari dell’Università di Pisa.

Scavo di una sepoltura del XVIII secolo da Badia Pozzeveri, Lucca

 

Tema della giornata

Le testimonianze più antiche del cristianesimo primitivo si documentano già dal terzo secolo in ambito funerario, quando cominciano a comparire i primi cimiteri suburbani cristiani che poi danno luogo in molti casi a grandi complessi ecclesiastici con carattere funerario e a volte martiriale – spiega la prof.ssa Alexandra Chavarria Arnau, docente dell’Università di Padova, di archeologia medievale. Nello specifico, si parlerà di chiese e sepolture. Si tratta, infatti, di due elementi intimamente legati tra loro, e  grazie alle più recenti tecniche di bioarcheologia, è possibile comprendere meglio i rapporti tra le tombe e gli spazi liturgici.

La professoressa Alexandra Chavarria
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APPROFONDIMENTO | La Guerra agli albori della storia

La parola Guerra è tornata d’uso comune, soprattutto in relazione alle vicende di Russia e Ucraina. Non la si pronuncia più per riferirsi ad episodi storici o ad eventi percepiti lontani da noi, ma per descrive la nostra quotidianità o il nostro futuro prossimo. La guerra, tuttavia, non ha origine nel presente, ma è un affare antico almeno quasi quanto la storia stessa. Conoscerne gli inizi, pertanto, non è tempo sprecato.

Il contesto storico

La storia inizia canonicamente con l’invenzione della scrittura, alla metà del IV mil. a.C. nella città sumerica di Uruk (Iraq). I primi testi erano rendicontazioni amministrative, ma già alla metà del III mil. a.C. la scrittura è messa al servizio della narrazione, dell’affermazione della memoria. Si potrebbe immaginare che, tutti questi millenni fa, i ricordi dell’uomo fossero legati a semplici problemi di vita quotidiana, non certo ai grandi affari e interessi che caratterizzano il mondo contemporaneo. Invece no, le prime cronache del mondo antico parlano proprio di politica estera e di quanto fosse complesso la convivenza con i vicini.  Lo sappiamo dalla testimonianza di Ur-Našše, re della città sumerica di Lagaš, a cui è attribuito il più antico resoconto di guerra mai scritto dall’uomo, e non va certo per il sottile.

La Mesopotamia con evidenziate le principali città del III millennio a.C.
Bronzo e sassi

Ci troviamo in piena età del bronzo quando re Ur-Našše di Lagaš sale al potere. Dai testi conosciamo il suo grande interesse per la sistemazione ambientale del territorio, la prima pianificazione di una vasta rete idrica. Ciò comporta l’allargamento dei confini di stato per la volontà di sfruttare le sempre più ampie zone agricole, ma Ur-Našše non è solo. Gli stati di Ur e di Umma guardano le ricchezze del regno di Lagaš con certo interesse, e lo attaccano, vogliono le sue risorse. Sappiamo che l’attacco arrivò via terra, ma anche tramite imbarcazioni. È possibile sostenerlo perché tra i prigionieri fatti da Ur-Našše figura un comandante delle barche cargo, evidentemente impiegate per il trasporto di uomini e carri. Lo scontro fu cruento, e il resoconto del re di Lagaš non lascia adito su come finì questa vicenda, testimonianza che vale la pena leggere proprio così come fu scritta.

Pugnale sumerico con il suo fodero, rinvenuti nel cimitero reale di Ur, conservato presso l’Iraq Museum di Baghdad
Colline di cadaveri e l’invenzione della frontiera

Stando alla versione di Ur-Našše, l’iscrizione RIME 1.9.1.6b, è lo stato di Lagaš a compiere la prima mossa, non subisce ma incalza gli invasori: Il sovrano di Lagaš è andato in battaglia con il sovrano di Ur e il sovrano di Umma. Segue poi il bollettino di guerra. Per quanto riguarda lo scontro con Ur, la lista dei prigionieri comprende: il comandante delle barche; gli ufficiali Amabarasi e Dubgal; Papursag, il figlio di Bubu. Per quanto riguarda Umma: Pabilgaltuk, il re di Umma in persona; gli ufficiali Lupa, Billala, e Ursaggigir; Hursagšemah, il capo dei mercanti. Infine, il re di Lagaš fa degli sconfitti colline di cadaveri, macabro monito per ricordare quale sia la linea da non valicare, tema di cui ancora oggi si parla.

Il testo sumerico che tramanda le gesta di Ur-Našše di Lagaš

 

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APPROFONDIMENTO | Un consiglio da Lorenzo il Magnifico

Il 26 aprile ricorre l’anniversario della Congiura dei Pazzi, il golpe dove i de’ Pazzi attentarono alla vita di Lorenzo e Giuliano de’ Medici.

Figura centrale all’interno del mondo culturale e politico italiano nel Quattrocento, Lorenzo de’ Medici fu signore di Firenze e fautore dell’equilibrio tra gli Stati italiani. Tra le sue opere più note figurano i Canti Carnascialeschi, tra cui spicca il Trionfo di Bacco e Arianna, un vero e proprio capolavoro della cultura e della letteratura umanistica.

Ritratto di Lorenzo de’ Medici di Agnolo Bronzino (Galleria degli Uffizi, Firenze, 1555-1565)
La struttura del componimento

Il componimento si presenta come una ballata di sette stanze in ottonari (strofe di otto versi ciascuna), con ictus (accento principale) fisso sulla terza sillaba e sulla settima. È intervallata da una ripresa di quattro versi, con reciproca coincidenza, negli ultimi tre, delle parole in rima: “tuttavia” / “sia” / “certezza”.

Si tratta di una canzone a ballo composta in occasione del carnevale di Firenze del 1490: queste ballate solitamente accompagnavano un trionfo, cioè un carro mascherato, che durante il carnevale sfilava per le vie di Firenze  per volere di Lorenzo de’ Medici.

Il genere prende il nome di canti carnascialeschi e ha molta fortuna fino al Cinquecento.

I canti carnascialeschi musicati dal compositore Heinrich Isaac
Il significato della canzone

Nella ballata di Lorenzo viene esaltato Bacco, dio del piacere e della gioia, e Arianna, che fu sposata e resa immortale dalla divinità: c’è un’evidente propensione verso il godere delle gioie della vita, prima che quest’ultima passi e non lasci traccia di sé. Oltre ai due protagonisti compaiono altri personaggi, tutti accomunati dalla ricerca della felicità, come ad esempio i satiri che attendono le ninfe.

Non tutte le figure però sono contente, e che c’è chi, come il re Mida, pur vivendo nelle continue ricchezze e nei grandi lussi non riesce a essere felice.

Viene sviluppato limpidamente il tema della contrapposizione tra beni materiali, che recano un piacere solo momentaneo, e beni immateriali, che hanno un valore eterno (come la gioia e la spensieratezza). Troviamo inoltre il motivo oraziano del carpe diem, con un invito a godere dell’oggi e a non interrogarsi sul domani.

Bacco e Arianna di Tiziano (National Gallery, Londra, 1520-1523. Fonte: Google Art Project)
Cosa hanno recepito i moderni?

Se Lorenzo de’ Medici fosse ancora vivo probabilmente si stupirebbe nel constatare come i suoi precetti siano stati totalmente stravolti dall’uomo moderno. I contemporanei vivono in un mondo in cui i sentimenti non contano più nulla o quasi. 

L’uomo di oggi è talmente impegnato e concentrato su sé stesso da sembrare cieco rispetto a ciò che accade nel mondo, al punto da non rendersi conto di come la morte di molti sia il prezzo per la ricchezza di pochi. È necessario attingere alla memoria storica e culturale degli antichi perché essa rappresenta un tesoro di infinite ricchezze, a cui l’uomo dovrebbe tendere per imparare come progredire, non come regredire.

Cosa penserebbe oggi il Magnifico nel constatare che ci sono molti Mida e pochi Bacco e Arianna?

 

Immagine in copertina: Il trionfo di Bacco e Arianna di Annibale Carracci (Palazzo Farnese, Roma0)

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APPROFONDIMENTO | La diplomazia agli albori della storia

La diplomazia fa parte delle complesse dinamiche belliche, con lo scopo di trovare vie alternative allo scontro armato. Se ne parla molto negli ultimi tempi a proposito delle vicende tra Russia e Ucraina, ma, in realtà, il dialogo tra gli stati è una realtà che mai si arresta, seppur non sia evidente. L’abilità di giungere a un compromesso è, tuttavia, una virtù antica, e già ve ne sono accenni agli albori della storia, quando le guerre si combattevano con bronzo e sassi.

Il contesto storico

La prima guerra documentata nella storia umana è quella sostenuta dal re sumero Ur-Našše di Lagaš contro gli stati di Ur e Umma. Da quel momento si sviluppa il concetto di guerra di confine con la creazione della terra di nessuno a protezione della frontiera. A motivare il conflitto era il possesso delle risorse agricole della regione di Guedina, bramate da Umma e difese da Lagaš. Per più di cento anni la frontiera venne violata e ristabilita col sangue. Se ne legge un crudo esempio nell’iscrizione RIME 1.9.5.1: Enannatum, il re di Lagaš, si misurò con [Ur-lumma, il re di Umma] in battaglia, ed Entemena, figlio di Enannatum, lo sconfisse con le armi. Ur-lumma fuggì, si ritirò in Umma abbandonando le sue truppe, 60 truppe di carri, sulla riva del fiume, lasciando le ossa dei suoi uomini ovunque nella campagna; Entemena le ammucchiò in cinque colline di cadaveri.

Avvoltoi banchettano con le teste mozzata dei soldati di Umma, un dettaglio dalla cosiddetta “Stele degli avvoltoi” (RIME 1.9.3.1)
Un’alternativa alla guerra.

La violenza degli scontri nell’età del bronzo è innegabile. Eppure, colpisce di più il tentativo politico di metter fine al conflitto attraverso la negoziazione di un compromesso. Sia Umma che Lagaš lottano per il possesso delle risorse agricole della regione di Guedina. I re di Lagaš si rendono conto che i rivali non si fermeranno mai, così offrono al nemico sconfitto parte del territorio conteso. Una piccola cessione in cambio di un bene superiore, la pace. Non parliamo, certo, di uno spirito caritatevole, i re di Lagaš ragionavano esattamente come i grandi leader dei nostri giorni: va bene la pace, purché porti profitto. Elaborarono, pertanto, quello che può essere considerato il primo prestito a interesse della storia, ai limiti dello strozzinaggio, creando nei fatti i presupposti per un’instabilità perpetua ai confini di stato. Fatto che poi porterà alla caduta del regno.

Soldati di Umma prigionieri nella rete di Ninĝirsu, dio poliade di Lagaš, un dettaglio dalla cosiddetta “Stele degli avvoltoi” (RIME 1.9.3.1)

 

I primi accordi di pace e la loro effettiva tenuta

Vincendo la guerra Lagaš poté stabilire la propria pace. Mantenne il controllo dei territori di confine ma non rivendicò quelli del proprio vicino, anzi. Ad Umma venne concesso di gestire una parte delle terre contese pagando in cambio un interesse al legittimo proprietario, una tassa che comprendesse parte profitti economici ottenuti. L’espediente, tuttavia, non funziona ed Umma, incapace di pagare si affida alle armi per ristabilire il proprio dominio. Le fonti di Lagaš ricordano come lo stato rivale finisse per allagare i territori di confine per poi attaccarli, rimuovendo le stele di confine. La diplomazia, dunque, fallì e i tentativi di spostare la frontiera non si fermarono fino a quando le forze di Lagaš non vennero sopraffate dopo più di un secolo di belligeranza.

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APPROFONDIMENTO| Non solo l’Endurance: la barca di Uruk

Prima è abbandonata, poi s’insabbia, in fine riemerge alla luce. No, non si tratta del Titanic. Nemmeno parliamo del sensazionale ritrovamento dell’Endurance. Questa è invece la storia della barca di Uruk, recentemente rinvenuta in uno degli antichi canali che scorrevano presso questo antico centro sumerico. Un’occasione per imbarcarsi una una breve crociera attraverso la Mesopotamia, non solo per scoprirne l’ambiente e le dinamiche umane, ma anche ricordare i forti legami che stringono l’Italia all’Iraq, l’Italia alla storia del paese di Sumer. 

Orientarsi nel Tempo

Roma venne fondata nel 753 a.C. in seguito all’aggregazione di più villaggi. Una data simbolo, uno spartiacque temporale per quanto riguarda la nostra storia. Più indietro, verso la fine del IV millennio a.C. incontriamo l’uomo del Similaun, Ötzi, il cacciatore dell’età del rame. Se invece parliamo di Mesopotamia la percezione del mondo cambia: ai tempi di Romolo e Remo, l’Impero Assiro gettava le basi per la propria egemonia nel vicino oriente, dal Levante alla Babilonia; ai tempi di Ötzi, la scrittura iniziava ad essere praticata nella città di Uruk, che già contava parecchie migliaia di abitanti e colonie sparse un po’ ovunque. Non a caso, la culla della civiltà è individuata tra i fiumi Tigri ed Eufrate, un contesto che, campagna archeologica dopo campagna archeologica, continua a offrire fonti per ricostruirne la storia. Ma quando è un’intera barca a rispuntar fuori dalla sabbia, lo stupore conquista anche l’orientalista più incallito.

Il profilo dell’imbarcazione visto da una foto aerea. © Deutschen Archäologischen Institutes
Il reperto archeologico, dal canale al museo

Il merito dell’intervento va alla missione tedesco-irachena del Consiglio di Stato per le Antichità e del Dipartimento Oriente dell’Istituto Archeologico Tedesco. La barca era stata già individuata nel 2018, tuttavia il suo scavo si è realizzato solo nel mese di marzo 2022 per preservare il reperto dall’erosione. Nello specifico si tratta di un’imbarcazione costruita in materiale organico e bitume, lunga 7 m e larga fino a 1,4 m. Ovviamente il materiale organico non ha superato la prova del tempo ma ha letteralmente lasciato il proprio segno sul nero rivestimento. Per quanto riguarda la datazione, si stima che il reperto risalga alla fine del III millennio a.C., quando il canale in cui navigava s’insabbiò, imprigionando la barca sotto strati di sedimento. Un’incredibile crociera attraverso il tempo la sua: dai canali di Uruk all’Iraq Museum di Baghdad, dove i ricercatori ne studieranno i segreti.

Dettaglio del rivestimento bituminoso che calafatava l’imbarcazione. © Deutschen Archäologischen Institutes
Non solo tedeschi: italiani pionieri della ricerca

Il ritrovamento della barca di Uruk accende l’attenzione sulla questione della navigazione del mondo antico, e di conseguenza della gestione dei corsi d’acqua agli albori della storia. La ricerca ha messo in evidenza come quello che si riteneva un’arida steppa fosse invece un’immensa palude. Tema interessante soprattutto per il mondo accademico italiano che, ormai da anni, conduce importanti ricerche sul suolo iracheno. Ad esempio, l’università Sapienza di Roma finanza gli scavi nella città sumerica di Niĝen, e nel sito di Abu Tbeirah in cui è stato scavato un porto risalente al III millennio a.C. Sotto il nome Sapienza è stato anche realizzato il primo Primo Congresso di Archeologia del Paesaggio e di Geografia Storica del Vicino Oriente che ha visto, nella sua prima giornata d’incontri, una massiccia presentazione di studi in relazione al paesaggio acquatico della Mesopotamia. In quest’occasione, un’analisi sulla navigazione è stata proposta proprio da chi scrive.

localizzazione delle città sumeriche di Niĝen e Abu Tbeirah
Barche a confronto: da Sumer a oggi

Osservando la barca di Uruk viene spontaneo chiedersi come si navigasse quattromila anni fa. In realtà sono gli stessi sumeri a fornire la risposta. Sinteticamente gli spostamenti via fiume avvenivano in due modi distinti: a traino, nei territori a monte, o a spinta, nei territori a valle in cui la corrente era più debole. Nel primo caso si sfruttava la forza animale che, dal margine dei canali, trainava l’imbarcazione controcorrente. Nel secondo caso, si usava spingere il mezzo con un grosso palo di legno, come fosse una gondola. Ovviamente le forme erano varie: sono attestati imbarcazioni con equipaggi di un paio di persone ma anche di 20, persino 45 barcaioli. Per quanto riguarda la barca di Uruk osserviamo un mezzo di piccole dimensioni, tipologicamente simile a quello ancora in uso nelle Marshland irachene. Allora, che sia il nostro oggi la guida per immaginare il passato, come nel video che segue.

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APPROFONDIMENTO | Pèsach, all’origine della Pasqua

Torniamo indietro di due millenni, osserviamo quei riti e quelle tradizioni che hanno influenzato l’attuale festività cristiana della Pasqua. Torniamo alla nascita dei banchetti rituali, dei pasti comunitari, a quelle gestualità, tipiche della cultura occidentale, nate in Oriente e che spensieratamente mettiamo in pratica ogni anno in famiglia

Cena in Emmaus, Caravaggio, 1606

Pèsach, l’antica festività

L’origine del termine פֶּ֥סַח, Pèsach (o Pascha), è ebraico-aramaica e significa passaggio. È un chiaro riferimento alla liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana. La festività cristiana della Pasqua sarebbe il frutto della sovrapposizione dell’evento narrato nell’Antico Testamento con l’evento raccontato dai Vangeli riguardante la Resurrezione di Gesù.

Pèsach, chiamata erroneamente pasqua ebraica, è celebrata ancora oggi e dura otto giorni, sette in Israele. Fu istituita, secondo le Sacre Scritture (Esodo 12,2-6; 13, 3-5), direttamente da Dio con il monito di onorare ciclicamente la ricorrenza della liberazione degli Israeliti. Cade il quattordicesimo giorno del mese di di אָבִיב (āḇîḇ, Abib in cananeo, Nisan in babilonese), e corrisponde ai nostri mesi di marzo e aprile.

Va fatta però una distinzione tra la cosiddetta festività egizia e la Pèsach delle successive generazioni: la pasqua egiziana iniziava dal decimo giorno di Nisan (Es.12,3), richiedeva lo spruzzare del sangue e l’uso di un mazzo di Issopo (Es.12,22) per spargerlo sull’architrave e sugli stipiti delle porte. Inizialmente veniva consumata in una sola notte.

Passaggio del Mar Rosso, L. Giordano, 1681

Le fonti scritte

Una fonte, il Libro dei Giubilei che datiamo al II secolo a.C., ci fornisce una prima descrizione del pasto rituale. Il testo è canonico solo per la chiesa copta, la prima redazione è in ebraico. Ebbe parecchia diffusione nelle varie comunità giudaiche della Diaspora. Il testo cita:

“Il primo mese, il quattordici del mese sarà la pasqua del Signore. Il quindici di quel mese sarà giorno di festa. Per sette giorni si mangerà pane azzimo. Il primo giorno si terrà una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile; offrirete in sacrificio con il fuoco un olocausto al Signore: due giovenchi, un ariete e sette agnelli dell’anno senza difetti; come oblazione, fior di farina intrisa in olio; ne offrirete tre decimi per giovenco e due per l’ariete; ne offrirai un decimo per ciascuno dei sette agnelli e offrirai un capro come sacrificio espiatorio per fare il rito espiatorio per voi. Offrirete questi sacrifici oltre l’olocausto della mattina, che è un olocausto perenne. […] Il settimo giorno terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile.” (Num. 28, 16-25).

Codex Sinaiticus

Il mutare dei gesti

È grazie alla testimonianza di Filone d’Alessandria riguardo le celebrazioni della Pasqua, in greco πάσχα, che abbiamo consapevolezza di quanto fosse sentita come festività dai fedeli Gerusalemme. Filone scrive che la città doveva prolungare le celebrazioni per poter accogliere tutti i pellegrini che venivano appositamente per le celebrazioni.

L’attuale rito Pasquale è basato sull’Haggadah di Pesach, un testo di cui il manoscritto più antico è datato al X secolo ma del quale ipotizziamo una prima stesura databile al III secolo. L’Haggadah, il racconto, detiene la narrazione degli eventi storici legati alla fuoriuscita degli ebrei dall’Egitto, conserva la descrizione del Seder, la sequenza rituale di Pesach. Nel testo è indicata la sequenza delle azioni rituali da mettere in atto la sera del quattordicesimo giorno, a partire dalla rimozione in casa di qualsiasi genere di cibo lievitato.

Il Cenacolo, L. Da Vinci, 1494-1498 ca.

Il piatto del Seder

Seder è un termine che può essere tradotto con ordine, sequenza. Si riferisce ai diversi momenti di uno specifico rituale della cultura ebraica. Il Seder di Pesach è una cena che viene consumata seguendo un ordine rituale ben preciso, di fondamentale importanza per la sua carica simbolica e allegorica. Al centro del piatto, si pongono tre matzot shemurot, il pane aazzimo, attorno ai quali si posizionano altre pietanze: davanti il Karpas (sedano), dietro il Maror (lattuga amara) e vicino il Haroset, una pasta frutto della mescita mele, mandorle, datteri, noci e prugne. Abbiamo uno zampetto d’agnello e un uovo sodo cotto, come bevanda viene servito dell’aceto o acqua salata. Durante il pasto si alternavano le benedizioni e racconti sulla liberazione della terra d’Egitto a cui partecipava tutto il gruppo familiare riunito. 

Prendendo come fonte l’Haggadah, soffermiamoci sul significato del pane non lievitato: rappresentava la velocità con cui gli ebrei furono liberati dall’Egitto e in fuga non ebbero il tempo di preparare le vivande. La verdura amara, l’aceto e l’acqua salata simboleggiano il ricordo della vita infelice in schiavitù. Troviamo anche la zampa di agnello, simbolo dell’animale sacrificato per risparmiare i primogeniti d’Israele durante le piaghe inviate da Dio contro il Faraone così come abbiamo l’uovo sodo: un monito, anche in un giorno di festa, ricordo della distruzione del Tempio. 

Seder di Pesach

Sincretismo, l’attuale Pasqua

L’analisi della gestualità della tradizione pasquale cristiana è frutto di una rielaborazione dell’antica festività ebraica, in cui l’agnello immolato da Mosè fu sostituito dal sacrificio di Gesù. È da qui che nasce la tradizione del pasto in famiglia, il tradizionale agnello in tavola, le uova sode consumate all’interno di torte salate. La festa vissuta come un’occasione per stare insieme intorno al tavolo.

Ma è possibile indicare quando si consumò la separazione tra cristiani ed ebrei, a livello di comunità umane, e quando si verificò il sincretismo tra le due festività?

Sappiamo che già nel II secolo d.C. i primi Padri sentirono la necessità di ricorrere ad una stesura di rituali differenziati. Il rapporto con le festività giudaiche, infatti, rappresentò un elemento divisivo nelle relazioni giudaico-cristiane. Uno dei testi cristiani più antichi, la Didaché degli Apostoli, redatto tra I e II secolo d.C., si soffermata proprio sulla necessità di diversificare i digiuni rituali da quelli messi in atto dalla comunità ebraica.

Ma come siamo arrivati ai conigli e alle uova di cioccolato? Questa è un’altra storia.