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NEWS | Sardegna, ancora rinvenimenti a Mont’e Prama: dalla necropoli emergono altri due giganti

A pochi giorni dalla ripresa dell’ultima campagna di scavo, nella necropoli nuragica di Mont’e Prama a Cabras (OR), sono emersi i resti di due nuove statue monumentali. Il ritrovamento è avvenuto nella parte meridionale del sito archeologico. Le indagini sul campo di questa zona confermano la prosecuzione verso sud della necropoli e della imponente strada funeraria costeggiante le sepolture.

Sttua litica. Si vede sul fianco il grande scudo flessibile avvolto intorno al braccio sinistro e disteso sul torace e sul ventre, sul quale poggia la mano destra avvolta in un guantone.
Una delle statue di pugilatore ritrovate nel 2014 (© Mic)

 

Il ritrovamento

“Una scoperta eccezionale alla quale ne seguiranno altre”, le parole con cui Ministro della Cultura, Dario Franceschini, ha commentato il rinvenimento presso la necropoli di Mont’e Prama.

Come ha sottolineato l’archeologo Alessandro Usai, responsabile scientifico dello scavo: “Siamo andati a scavare a colpo sicuro in un tratto che ancora non era stato toccato”. Lo scavo archeologico durerà altri due mesi e probabilmente porterà ad altre scoperte.

Insieme ai frammenti di un modello di nuraghe, sono dunque stati ritrovati frammenti delle statue appartenenti ad una coppia di pugilatori, di tipo Cavalupo, esattamente come gli ultimi due rinvenuti nel 2014. “Una figura rara che ha un modello di riferimento nel bronzetto nuragico conservato a Roma nel museo etrusco di Villa Giulia“, precisa Usai citando il reperto proveniente da una tomba della necropoli di Cavalupo, nella laziale Vulci.

È un bronzetto nuragico. Ripropone gli stessi elementi caratteristici: il grande scudo avvolto intorno al braccio sinistro e disteso sul torace e sul ventre, il gonnellino a punta triangolare sul retro, il guantone che avvolge l’avambraccio destro ma resta aperto per far fuoriuscire la mano. Da notare anche il cappello conico, le lunghe trecce e i sandali.
Bronzetto della tomba di Vulci (©Mic)

Il bronzetto in questione ripropone gli stessi elementi caratteristici: il grande scudo avvolto intorno al braccio sinistro e disteso sul torace e sul ventre, il gonnellino a punta triangolare sul retro, il guantone che avvolge l’avambraccio destro ma resta aperto per far fuoriuscire la mano. Da notare anche il cappello conico, le lunghe trecce e i sandali.

La necropoli di Mont’e Prama

La necropoli di Mont’e Prama si trova in Sardegna, nella provincia di Oristano, ad una distanza di circa 2 Km dallo stagno di Cabras. Il sito venne casualmente scoperto da dei contadini nel 1974. Tra il 1975 e il 1979 i ricercatori condussero diversi interventi di scavo e di recupero. Durante le ricerche degli anni Settanta sono state esaminate diverse tipologie di tombe presenti nella necropoli: sono stati rinvenuti 5178 frammenti di sculture in calcare arenaceo. Questi elementi appartengono a statue maschili, modelli di nuraghe e betili.

Allo stato attuale degli studi sulla civiltà nuragica, si ritiene che la necropoli di Mont’e Prama possa aver costituito lo spazio funerario riservato ad un gruppo familiare dominante nella società nuragica della Prima età del Ferro.

Area archeologica di Mont’e Prama (foto di G. Alvito via ©Mont’e Prama)

 

I Giganti di Mont’e Prama

I Giganti di Mont’e Prama, oggi al Museo di Cabras e al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, sono delle sculture realizzate a tutto tondo, risalenti alla Civiltà nuragica. Si tratta di sculture scolpite a partire da un unico blocco di calcare arenaceo locale proveniente da cave non molto distanti. Sono alti tra i due e tre metri e mezzo. 

Le 28 statue finora identificate rappresentano 16 pugilatori, 6 arcieri e 6 guerrieri.

I Giganti (© Mont’e Prama)

I pugilatori indossano un gonnellino e sono a torso nudo; proteggono la testa con uno scudo tenuto dalla mano sinistra posta alla sommità del capo, mentre la mano destra, protetta da un guanto, regge l’altro lato dello scudo. Gli arcieri, che indossano una corta tunica e una protezione sul petto, hanno un elmo a due corna sulla testa da cui spuntano lunghe trecce; il braccio sinistro, protetto da una guaina e da un guanto, tiene un arco. Il braccio destro ha avambraccio e mano in avanti mentre le gambe sono protette da schinieri. Quasi certamente il modello di riferimento furono i bronzetti figurati, dei quali le statue in pietra riprendono abbastanza fedelmente i personaggi e gli stilemi. La loro datazione oscilla tra il IX secolo a.C. ed il VIII secolo a.C.

Arciere Prexiau (©Mont’e Prama)

 

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ACCADDE OGGI | Eliogabalo: il dio, l’imperatore, il ragazzo

Eliogabalo divenne imperatore 16 maggio 218 d.C. Quando parliamo di lui  sono semmai i ricordi di scuola a tornar subito alla mente. Poche parole, in effetti, che liquidano questo personaggio storico quasi come fosse un errore, un paradosso nella linea di successione imperiale, come un uomo che volle avvelenare Roma con culti orientali. In realtà. Eliogabalo, nato come Sesto Vario Avito Bassiano, fu poco più di un bambino, mai del tutto padrone della propria vita. Furono, invece gli interessi di sua nonna, Giulia Mesa, a consacrarlo al potere, così come a spingerlo poi verso una fine orribile.

Ai margini dell’impero

Avito nacque in Siria nel 203 d.C. Nel suo sangue scorrevano due lignaggi importanti: sua madre, Giulia Soemia, era la cugina di Caracalla, con il quale terminava la discendenza maschile della propria famiglia; il suo bisnonno materno, Gaio Giulio Bassiano, era sacerdote dei El-Gabal, dio solare venerato a Emesa. Pertanto, il giovane Avito non si sarebbe mai potuto mettere in salvo dai quei giochi politici che, in un modo o nell’altro, lo attendevano. Ma più di tutti, fu sua nonna, Giulia Mesa, a spingerlo verso un destino amaro. Fu lei, infatti, a far sparger la voce che Avito fosse, in realtà, il figlio illegittimo di Caracalla. Fu lei a manipolare il sostegno delle truppe al fine di spodestare Macrino, il nuovo imperatore. Alla fine, la Legio III Gallica acclamò Eliogabalo, e da quel momento la scalata per il potere si combatté più con la propaganda che con le armi.

Busto di Eliogabalo, Musei Capitolini
Un fanciullo si fa imperatore

Vennero fatte promesse da entrambi i lati pur di conquistare il sostegno dei soldati. Giulia Mesa attirava fedeli grazie alle proprie ricchezze e alla grande influenza del tempio di El-Gabal. Macrino, invece, s’impegnò in generose offerte ai soldati, affinché non lo tradissero, e scrisse addirittura al senato mettendolo in guardia dalla follia del giovane rivale. Tuttavia, le promesse di Giulia Mesa sembrarono ben più dolci di quelle fatte da Macrino e, in più di un’occasione, i soldati in campo passarono dalla parte di Eliogabalo, l’usurpatore. Alla fine, Macrino fu messo in fuga e poi ucciso. Avito, all’età di 14 anni aveva vinto, mostrandosi agli uomini glorioso come fosse stato il dio sole stesso, aspetto che poi volle darsi in concreto durante il suo mandato imperiale. Ma l’Idilio durò poco.

Busto di Macrino, Musei Capitolini
Al centro del mondo

Roma non era Emesa. Se in Siria i costumi e i modi di Avito potevano passare inosservati, al centro del mondo i mormorii avrebbero accompagnato in ogni momento il nuovo imperatore, passo dopo passo. E così accadde. A nulla valsero i consigli di Giulia Mesa, Eliogabalo decise di esser lui stesso fautore della propria fortuna, conscio che il suo impero lo avrebbe seguito ed amato. Si sbagliava: il mal contento dei soldati crebbe sin da subito e la stessa Legio III Gallica, che aveva lo aveva sostenuto sin dal principio, tentò di metter fine al suo mandato. Fu un fallimento. Avito, infatti, riuscì a rimanere al potere fino ai suoi 18 anni, scandalo dopo scandalo. Alla fine, la stessa Giulia Mesa rivolse la propria attenzione ad un altro nipote, Alessandro Severo, favorendolo affinché soppiantasse il sempre più impresentabile Eliogabalo. Da qui, inizia la caduta del giovane imperatore, una sconfitta di cui lui stesso fu artefice.

Le nozze di Eliogabalo, Alma-Tadema (1888)
Morto di gelosia

Eliogabalo venne convinto ad affiancarsi Alessandro Severo come suo successore, in modo da cedere a lui la gestione secolare dell’impero. Tuttavia, in breve, fu chiara a tutti il maggior consenso che Alessandro godeva presso i soldati. Eliogabalo ne fu geloso, ed iniziò ad agire in maniera sconsiderata provocando la reazione dei pretoriani. Già in un’occasione scampò al loro dissenso, rimandando la fine. Fu come una partita a dadi con la sorte, e non vi era lancio che avrebbe potuto mai portar fortuna all’imperatore. Ancora una volta Eliogabalo tentò di sondare l’affetto dei pretoriani, e questi, alla fine, furono chiari nella risposta. Il giovane Avito morì cercando rifugio in una latrina, e sua madre lo seguì nella sorte, abbracciandolo sino alla fine. Ma non è tutto: fu poi applicata la damnatio memorie  nei confronti dell’imperatore caduto, così che di lui non rimanesse più niente.

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NEWS | “Il genio universale di Canova”, il convegno in occasione dei 200 anni dalla scomparsa dell’artista

Dal 17 al 19 maggio 2022, il genio universale di Canova sarà celebrato in un convegno internazionale di studi in occasione dei 200 anni dalla scomparsa del grande artista italiano, massimo esponente del neoclassicismo scultoreo.

Il convegno

Il convegno costituirà un importante momento di confronto tra la comunità scientifica nazionale e internazionale, riunendo i massimi esperti in materia affinché presentino i risultati delle ricerche più aggiornate sull’artista e sul contesto storico-artistico in cui operò. L’evento si svolgerà in tre sedi prestigiose: il Museo Civico di Bassano del Grappa, il Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno e le Gallerie d’Italia – Vicenza, sede museale di Intesa Sanpaolo. Grazie alla collaborazione delle Gallerie dell’Accademia di Venezia e del Museo Correr, anch’essi straordinari luoghi di memorie canoviane, il convegno sarà l’occasione per un proficuo dialogo tra queste prestigiose istituzioni nel nome di un artista la cui presenza nel Veneto costituisce un valore identitario e unificante. Curano l’evento: Fernando Mazzocca, Paola Marini, Xavier F. Salomon e Anne-Lise Desmas.

Locandina evento

Sarà possibile assistere al convegno, gratuito, sia in presenza a seguito di prenotazione, sia comodamente da casa! Si prevede, infatti, la diretta streaming sul canale YouTube  dei Musei Civici di Bassano del Grappa di tutte e tre le giornate.

 

La bellezza ideale nel Neoclassicismo scultoreo di Canova

Antonio Canova (1 Novembre 1757 – 13 Ottobre 1822), rimasto orfano di padre a soli 4 anni, visse  con il nonno tagliapietre e scultore locale da cui apprese l’arte della lavorazione di materiali lapidei. Dopo una formazione iniziale nella bottega dei Torretti e all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, si trasferisce a Roma. Qui perfeziona il proprio stile neoclassico grazie al contatto con le opere dell’antichità romana di cui apprezza la compostezza formale e l’ideale di bellezza e perfezione che ne scaturisce. E dall’antichità riprende anche i temi mitologici, come nel caso di opere come Orfeo ed Euridice (1775-1777) e anche i famosissimi gruppi scultorei di Amore e Psiche (1793) e Le Tre Grazie (1812-1816).

Oltre ai temi mitologici, Canova realizza una serie di opere dedicate a personaggi reali, mantenendo però inalterate le caratteristiche tipiche della sua produzione artistica: perfezione e idealizzazione della bellezza di ascendenze classiche e mitologiche. È il caso, questo, del Napoleone rappresentato nei panni di Marte Pacificatore. La scultura in questione prevede un originale marmoreo conservato presso Apsley House di Londra e una copia bronzea posizionata all’interno del Cortile d’Onore della Pinacoteca di Brera.

E, ancora, è il caso del monumento funebre a Paolina Borghese (1805-1808) resa con l’iconografia propria di Venere vincitrice (immagine in copertina).

Le opere di Canova, sebbene intrise di bellezza ideale e perfezione, contengono però anche una imprescindibile presenza di naturalismo, altra cifra stilistica dello scultore. La resa anatomica dei corpi, la resa morbida e fluida delle composizioni, la semplicità gestuale sono tutte caratteristiche destinate a rendere le opere di Canova i massimi esempi di scultura neoclassica.

 

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APPROFONDIMENTO | Decebalo, il re dimenticato

Nei rilievi che animano la colonna traiana vi è un personaggio che troppo spesso resta in ombra agli occhi dei più. È Decebalo, re dei daci, il grande avversario di Traiano e pietra d’inciampo per la politica romana. Lo si vede, in particolare, nella scena 106 della colonna, nell’atto di suicidarsi ormai circondato dai romani. Una fine tragica che segna la fine della seconda campagna dacica, ed il trionfo di Traiano. Eppure, Decebalo fu più di una testa mozzata portata in dono all’imperatore romano. Fu un degno rivale, senza il quale non sarebbe ma stato realizzato uno dei monumenti più importanti della Roma imperiale. Conoscerne la storia, pertanto, è indispensabile: non esistono eroi senza i loro avversari.

Decebalo: l’uomo, il re, il nemico

I romani conoscevano l’importanza dell’attribuire dignità al nemico e per Decebalo non fanno eccezioni. Per quanto questo personaggio sia uno sconfitto, è evidente come nei rilievi lo si mostri fiero, possente, come un uomo in grado di trasmettere sensazioni contrastanti: fascino, in quanto ultimo re della Dacia, morto per essa; timore sapendolo a capo di un regno ostile che osò sfidare l’impero. Lo storico Cassio Dione ne fa una descrizione che ben rivela il carattere di questo illustre sconfitto: doppiamente scaltro; abile in attacco, sia nel ritirarsi; esperto nell’imboscate tanto quanto nello scontro campale. Ma soprattutto: non solo sapeva bene come sfruttare la vittoria, ma era abile a limitare i danni in caso di sconfitta. È chiaro, quindi, che l’allargamento di Roma in Dacia non fu semplice come il far passare lo sguardo sui rilievi della colonna traiana. Si trattò di un’impresa ardua, e dall’epilogo non scontato.  

Statua di Decebalo nella città di Deva, Romania
Il re che sfidò l’impero

La vicenda storica di Decebalo inizia con una sconfitta. Persa la guerra al tempo di Domiziano il re della Dacia dovette accettare la pace. Non si trattò, tuttavia, di un trattato umiliante. Infatti, in cambio della fine delle ostilità Roma, incalzata dalle tribù germaniche, avrebbe pagato un tributo. Ne consegue che Decebalo ottenne così i fondi per ricostruire le proprie forze, tanto da allarmare il nuovo imperatore, Traiano. La guerra fu inevitabile, e probabilmente voluta da entrambe le parti. Vi furono due campagne, e seppur la resistenza di Decebalo fu estenuante, una dopo l’altra le roccaforti daciche caddero. Decebalo continuò a combattere arroccandosi tra le montagne ma, circondato, preferì darsi la morte insieme ai suoi compagni. E con lui scomparve anche il regno di Dacia, ormai inglobato nell’Impero Romano.

Decebalo si taglia la gola, dettaglio della colonna traiana
Un’insolita rivalsa

Seppur Decebalo sia stato scolpito nella colonna traiana nei panni dello sconfitto, il suo spirito può forse tornare a sorridere sprezzante. A circa 2000 anni dalla sua morte, l’imprenditore Iosif Constantin Drăgan ha finanziato la costruzione di un’imponente scultura rupestre dedicata a Decebalo. Si tratta del rilievo roccioso più alto d’Europa, a ridosso della gola del Danubio detta Porte di Ferro, un passaggio strategico nella guerra tra romani e daci. La realizzazione dell’opera avvenne tra il 1992 e il 2004, con la collaborazione scultore italiano Mario Galeotti che diede forma al progetto nella sua fase iniziale. Così, il volto serio di Decebalo è tornato a scrutare quelli che furono i confini del proprio regno, e a guardare con sdegno la Tabula Traiana che svetta sul lato opposto del fiume. Si tratta di un’iscrizione lasciata da Traiano, prova del suo passaggio attraverso le Porte di Ferro. Pertanto, la guerra non è ancora finita: Tiberio e Decebalo, ognuno nella propria roccia, ancora una volta si oppongono.

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NEWS | A Roma torna alla luce l’ara di Valeria Laeta

Una nuova e suggestiva scoperta archeologica presso l’Appio Latino, il IX quartiere di Roma. A suscitare l’interesse è soprattutto l’ara in marmo bianco, perfettamente conservata, con la dedica a Valeria Laeta, una giovane romana morta all’età di soli 13 anni e 7 mesi. Oltre all’ara sono stati rinvenuti anche frammenti di un sarcofago decorato a bassorilievo rappresentante scene di caccia ed un colombario.

Gli scavi di via Luigi Tosti

Lo scavo in questione è sito a via Luigi Tosti, non molto lontano dall’antica via Latina, da Villa Lazzaroni e dal Parco di Appia Antica.

Lo scavo è legato ai lavori propedeutici alla bonifica idrica della strada svolta da Acea Ato2. Gli scavi sono curati dalla Soprintendenza Speciale di Roma diretta da dott.ssa Daniela Porro. In ogni caso non si tratta della prima scoperta di questo tipo, già a gennaio di quest’anno sono state rinvenute delle strutture funerarie, come il complesso di tre piccoli mausolei apparentemente costruito sfruttando il fronte di una cava di pozzolana abbandonata. In quell’occasione, la dott.ssa Porro ha affermato: “Una scoperta che getta nuova luce su un contesto importantissimo, quella via Latina che da Porta Capena arrivava fino a Capua e il cui tracciato è oggi ancora visibile nei Parchi degli Acquedotti e delle Tombe di via Latina. Ancora una volta Roma mostra importanti tracce del passato in tutto il suo tessuto urbano”. Per quanto entrambe le scoperte siano suggestive e suscitino l’interesse del vasto pubblico, dal punto di vista archeologico sono utili alla comprensione della realtà urbana locale, ma non inaspettate.

Scavi di via L. Tosti (fonte ©La Repubblica)

L’Ara di Valeria

L’ara è in marmo bianco e presenta un’epigrafe.

Sull’epigrafe possiamo leggere, in capitale latina, «Valeria P F Laeta vixit annis XIII m VII». Secondo le prime ipotesi di studio potrebbe essere sciolta con la frase: «Valeria Laeta figlia di P[ublio] visse 13 anni e 7 mesi». Oltre a quanto scritto possiamo dedurre anche altre informazioni sulla vita della ragazza: secondo la direttrice scientifica, l’archeologa Angelina De Laurenzi, “Alcuni indizi fanno pensare a un monumento funerario cristiano”. Gli indizi in questione sono la datazione al II secolo d.C., periodo per il quale abbiamo a Roma una crescente presenza cristiana. Nella parte alta dell’ara vi è presente un simbolo legato alla cultura cristiana, il grappolo d’uva. Inoltre manca la dedica agli dei Mani. In ogni caso, come sottolineato dalla dottoressa De Laurenzi, “Saranno necessari ulteriori approfondimenti per verificare queste ipotesi”.

Dettaglio del grappolo d’uva (fonte ©La Repubblica)

Il sarcofago e il colombario

Più che altro abbiamo a che fare con frammenti in marmo bianco di un sarcofago. Si tratta di un sarcofago a lenòs, ovvero a vasca con gli angoli stondati. La decorazione a bassorilievo di uno dei pezzi presenta scene di caccia con una leonessa sovrastata a sinistra dal cavallo del cacciatore (di cui si conservano esclusivamente le zampe anteriori) e braccata sulla destra da un mastino.

Nell’epoca romana i colombari erano molto diffusi. Si tratta di nicchie presenti nelle pareti dedite ad ospitare delle urne cinerarie. Il colombario rinvenuto è di piccole dimensioni, 4×3 metri, probabilmente ipogeo. Era realizzato nel banco naturale di tufo e costituito da murature in opera cementizia di 80 centimetri ricoperte da un paramento in mattoni, opus latericium, di ottima fattura. Le pareti erano rivestite di intonaco e dipinte di giallo e rosso in modo da emulare un rivestimento marmoreo. Purtroppo l’edificio è apparso fortemente danneggiato forse dagli interventi di urbanizzazione degli anni ’30 del Novecento.

Ara funeraria (fonte ©Corriere della Sera)

Sepolture romane

In età romana una fondamentale disposizione giuridica, che doveva essere rispettata da tutta la comunità, imponeva il seppellimento dei morti al di fuori del perimetro della città. La ragione di tale disposizione era puramente igienica. Di conseguenza le necropoli si disponevano nei suburbia delle città, lungo le più importanti direttrici viarie, come ad esempio la via Latina, oppure nelle campagne in adiacenza ai campi.

Per i Romani era molto importante che la vita oltremondana fosse agganciata al ricordo dei vivi, come se essere ricordati prolungasse in qualche modo la loro vita. Proprio per questo i sepolcri erano allineati alle vie e, se lo status economico della famiglia lo permetteva, riccamente decorate in modo da distinguersi dalle altre.

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APPROFONDIMENTO | La Frontiera agli albori della storia

Il concetto di frontiera e terra di nessuno si era quasi perso entro i confini europei, pur rimanendo fondamentale nel resto del mondo. Da ultimo, le vicende tra Russia e Ucraina, Russia e Occidente, hanno riportato all’attenzione il tema della frontiera, e di quanto sia delicato. Tuttavia, l’idea di una linea invalicabile che separa gli stati è antica quasi quanto la storia stessa, e sin dagli albori le dinamiche legate ai confini sono pressoché sempre gli stessi. Vale la pena conoscerne l’origine per comprendere meglio la nostra attualità.

Il contesto storico

L’idea di un confine ideologico e non geografico nasce nel III milllennio a.C. nella bassa Mesopotamia (Iraq). In quel tempo venne rendicontata la prima guerra mai descritta dall’uomo, tra il regno di Lagaš contro quelli di Ur e Umma. Il conflitto finì con l’innalzamento di colline di cadaveri nella piana. Tale gesto dovette far breccia nell’animo umano in quel tempo, tanto che dopo quella battaglia i sovrani inizieranno a usare i cumuli di cadaveri nemici per stabilire la frontiera, e stelie disposte lungo il confine per commemorare gli eventi bellici. In particolare, la prima guerra di confine mai documentata è quella per il possesso della regione del Guedina, tra i regni sumerici di Lagaš e Umma. Si tratta di un conflitto per accaparrarsi le principali riserve agricole della regione, dinamica che motiva ancora le guerre attuali.

La Mesopotamia con evidenziate le principali città del III millennio a.C.
Non oltrepassare il confine

Secondo la tradizione religiosa dei sumeri erano stati gli dèi a decretare i confini tra gli stati. Gli uomini, invece, ne garantivano l’ordine attraverso la stipulazione di trattati, ossia attraverso una primissima forma di diplomazia interstatale. Tuttavia, il regno di Umma contravvenne all’ordine imposto tendando di strappare il Guedina dal controllo di Lagaš. A termine di ogni battaglia i difensori ristabilivano le stele di confine, in cui erano impressi i moniti contro gli invasori. Ad esempio, il testo RIME 1.9.5.1 tramanda un’interessante maledizione: Possa Enlil (capo del pantheon sumerico) annientare l’uomo di Umma che tenti di oltrepassare il confine di Ninĝirsu e Našše (divinità principali in Lagaš) per strappare i campi con la violenza, che sia esso di Umma o uno straniero.

Le truppe di Lagaš marciano in formazione contro il nemico, un dettaglio dalla cosiddetta “Stele degli avvoltoi” (RIME 1.9.3.1)
Una terra di nessuno per garantire la pace

Per ovviare al problema dei confini sovrapposti i re di Lagaš inventarono quella che oggi è chiamata terra di nessuno. Sono gli stessi sumeri a darne la definizione nell’iscrizione RIME 1.9.5.1: Eannatum, il principe di Lagaš […] tracciò i confini con Enakalle, il principe di Umma […] lasciando dalla parte di Umma il campo di Ningirsu per un’ampiezza di 1290 metri […] e stabilendolo come campagna senza proprietario; su questo fossato eresse delle stele […] e non penetrò nelle campagne di Umma. I due regni erano, quindi, separati da circa un chilometro di campagna, ma gli accordi non vennero rispettati: Il sovrano di Umma […] bruciò le stele di confine e le sradicò; distrusse gli altari degli dèi nella “terra di nessuno”; assoldò genti straniere e attraversò “la frontiera”. Questa dinamica si ripeté per circa un secolo, fino all’assalto finale. Infatti, seppur con stile, fu Lagaš a perdere la guerra.

Il testo sumerico RIME 1.9.5.1 in cui sono narrate le vicende belliche in relazione alla frontiera tra Umma e Lagaš
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APPROFONDIMENTO | Essere mamma agli albori della storia

L’8 maggio si celebra la cosiddetta Festa della Mamma. Un evento che certamente riguarda il nostro presente ed il rapporto che abbiamo con chi ci è vicino. Eppure, vale la pena chiedersi quanto sia antica questa figura così amorevole, o così severa, ma che, in ogni caso, è legata ai figli da una certa consapevolezza e sentimento. Le fonti che ce la svelano sono di circa 4 millenni fa e, in particolare, sono i proverbi e le lettere di epoca sumerica e babilonese a rivelarne gli aspetti più intimi e affascinanti. A seguire, qualche piccolo spunto. 

Mai raccontare bugie alla mamma

Il rapporto con i figli è spesso così difficile da costituire un aspetto fondamentale nella vita dei genitori. Lo è oggi così come al tempo dei sumeri, tanto che in uno dei più antichi componimenti scritti dall’uomo, Le istruzioni di Shuruppak, databile alla metà III millennio a.C., è presente un consiglio pedagogico di particolare interesse. È rivolto ai figli, e recita come segue: Non devi dire bugie a tua madre: queste generano odio! […] La madre è come il dio sole, ha generato il genere umano (258–263). Concetto ripreso secoli dopo in un proverbio paleo-babilonese che definisce meglio l’insegnamento: un bambino dovrebbe comportarsi con modestia verso sua madre. Dovrebbe prendere in considerazione la vecchiaia! (UET 6/2 371). Insomma, i tempi cambiano ma certe dinamiche sembrano restare invariate.

Dipinto con ambientazione vicino orientale, An ancient custom di Edwin Long
Mamme disperate e figli ribelli

L’aspetto del disordine è uno dei principali casus belli tra mamme e figli. Nulla di nuovo, nemmeno per i sumeri. Infatti, non stupirà quanto le fonti antiche hanno da dire su questo argomento, anzi nel leggerle si potrebbe provare un certo senso di complicità o, più che altro, rassegnazione. Il consiglio, in questo caso, ha più il sapore di uno sfogo immortale: un figlio disordinato? sua madre non avrebbe dovuto metterlo al mondo, il suo dio non avrebbe dovuto crearlo! (c. 1.157). Non manca poi l’analisi del differente rapporto che si instaura con una figlia o con un figlio, come recita il seguente proverbio: una ragazza chiacchierona è messa a tacere da sua madre; un ragazzo chiacchierone non viene messo a tacere da sua madre (c. 1.185). Da questo punto di vista, ci si metta allora l’animo in pace: a quanto pare i maschi sono storicamente ingestibili.

Dipinto con ambientazione vicino orientale Queen Esther di Edwin Long
Mamme ingrate e figli fuorisede

Dato un assaggio ai proverbi sumerici, vale la pena passare alle lettere private. In un caso, troviamo un figlio che studia lontano da casa. Decisamente arrabbiato, prende argilla a stilo, e scrive una lettera a sua madre rinfacciandole di non inviargli vestiti nuovi. Il risultato è esilarante: […] Hai reso i miei vestiti più economici di anno in anno. Risparmiando sulle mie vesti sei diventata ricca! […] Il figlio di Adad-iddinam, il cui padre è un servo di mio padre, ha due vestiti nuovi […] Mentre tu mi hai dato alla luce, sua madre lo ha adottato, ma tu non mi ami nel modo in cui sua madre lo ama! (AbB 14 165). Una situazione proprio incresciosa quella vissuta dallo studente babilonese fuorisede che, evidentemente, subisce il peso di non sentirsi alla moda come i suoi coetanei. Che avesse ragione o meno il suo sfogo ha prevaricato, nel tempo, sulle ragioni di sua madre.

Dettaglio del dipinto con ambientazione vicino orientale, The Babylonian marriage market di Edwin Long
Mamme amorevoli e figli in ritardo a scuola

A chiusura di questo excursus sulle mamme agli albori della storia vale la pena ricordare la giustificazione di uno studente per il suo ritardo a scuola. L’episodio è tratto, in realtà, da un componimento sulla vita degli scribi, detto Edubba A, ma a tutti gli effetti è una finestra sulla vita scolastica dei fanciulli.  In questo caso, si può concludere che dar il la colpa alla mamma sia una strategia antichissima da usare con i maestri a scuola. Così parla il protagonista: la mattina svegliami, dissi, se faccio tardi il maestro mi punirà; ma al mio risveglio ho puntato gli occhi su mia madre, e le dissi, dammi la colazione che devo andare a scuola! Niente da fare, come si capisce dalle linee successive del testo, il ragazzo saltò la mattinata scolastica per aver ricevuto la colazione in ritardo. Sempre colpa di mamma, in ogni caso. D’altronde, un proverbio sumerico è molto chiaro in merito: la mia sorte è in una voce, (e) la mia mamma la può cambiare (c. 2.6).

 

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ACCADDE OGGI | Il Sacco di Roma: quando spagnoli e lanzichenecchi misero in ginocchio la Città Eterna

Il sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi è uno degli eventi più tristi per la città dei Papi, considerato ben più terribile di quello perpetrato dai Goti o dai Vandali. Non solo. Fu una vera umiliazione per la Chiesa Cattolica, già duramente indebolita dall’affermazione della Riforma Luterana. Ma è anche il culmine simbolico della guerra tra Regno di Francia e Sacro Romano Impero per la supremazia in Europa. Non a caso l’evento del Sacco di Roma è considerato uno spartiacque tra il Rinascimento e l’Età Moderna.

Il fatto storico

Il 6 maggio 1527 fu un giorno particolarmente triste per la storia di Roma. In migliaia morirono, altrettanti fuggirono. Chi rimase assistette impotente alla devastazione portata dai lanzichenecchi congiunti alle forze spagnole: stupri, dissacrazioni, razzie. Seguì l’umiliazione del Papa, arroccatosi nella fortezza di Castel Sant’Angelo, e costretto a pagare un’ingente somma di denaro per il riscatto della città. Infine, la beffa: Roma, messa in ginocchio e derubata, dovette subire anche il morso della peste. Infatti, a causa del sovraffollamento dovuto alla presenza degli occupanti, la già precaria situazione igienica tracollò e le malattie colpirono lì dove le spade non erano arrivate.

Il “Sacco di Roma” dipinto da Johannes Lingelbach
Il contesto storico ed i protagonisti in campo

La prima metà del XVI secolo europeo si caratterizza per le accese lotte tra il Sacro Romano Impero ed il Regno di Francia. La rivalità tra le due potenze fece del suolo italico terreno di scontro, dinamica che spinse gli stessi stati italiani a scegliersi una parte a seconda del momento. Così, nel 1526, troviamo un’instabile coalizione antimperiale, detta Lega di Cognac, composta principalmente da Papa Clemente VII, dalle repubbliche di Venezia e Firenze, e dal Regno di Francia. Tuttavia, furono due uomini a determinare la storia del tempo, due condottieri di chiara fama. Georg von Frundsberg, condottiero per parte imperiale, e Ludovico di Giovanni de’ Medici, passato alla storia come Giovanni delle Bande Nere, condottiero al soldo del Papa. Il fiume Po divenne la linea da non valicare, e le Bande Nere ne furono i custodi implacabili, almeno finché la bocca di un falconetto non urlò il proprio boato.

Statua di Georg von Frundsberg presso il municipio della città bavarese di Mindelheim
Giovanni delle Bande Nere, l’ultimo difensore di Roma

Quando l’esercito papale ripiegò evitando lo scontro con le forze imperiali Giovanni, detto delle Bande Nere, non concesse terreno agli invasori. S’impegnò in una caccia al fine di bloccare il condottiero imperiale Georg von Frundsberg, impegnandolo in una guerriglia sfiancante. Tuttavia, Ferrara e Mantova presero in segreto la parte degli invasori, i primi fornendo pezzi d’artiglieria, i secondi non impedendo il passaggio dei lanzichenecchi. Alla fine, il 25 novembre del 1526 i due condottieri rivali si ritrovarono l’un di fronte all’altro, pronti ad affrontarsi nell’assalto decisivo. La battaglia fu aspra, e la fortuna passò dalla parte imperiale solo quando i falconetti fiorentini presero a sparare. Nella battaglia un colpo d’artiglieria raggiunse Giovanni a una gamba costringendolo a ritirarsi. Morirà per la ferita pochi giorni dopo, mentre i lanzichenecchi oltrepassavano il Po.

Più violenti dei Goti, più crudeli dei Vandali

Il 28 novembre 1526 le forze imperiali attraversarono il Po nei pressi di Ostiglia, riuscendo a respingere le forze della Lega di Cognac. Con l’inizio del nuovo anno le truppe di lanzichenecchi si unirono a quelle spagnole. L’esercito fu ulteriormente ingrossato da contingenti italiani filoimperiali entro la primavera.  Tuttavia, quello che non arrivò fu la paga dei soldati e il malcontento degli uomini portò all’infarto l’ormai anziano Georg von Frundsberg nel tentativo di placare le proteste. La tregua stipulata col Papa inasprì ancor di più la situazione. Solo il saccheggio delle terre nemiche avrebbe placato la rabbia dell’esercito imperiale. E così accadde: mentre von Frundsberg restava a curarsi a Ferrara, il nuovo comandante, Carlo di Borbone, riprendeva l’avanzata verso Roma, e verso la propria morte in battaglia. Il 6 maggio 1527, 20000 tra lanzichenecchi e spagnoli assaltavano le deboli difese romane e, seppur con ingenti perdite, la città alla fine capitolò.

“I cinque Lanzichenecchi” acquaforte di Daniel Hopfer
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ACCADDE OGGI | La colonna di Traiano stupisce il mondo: l’inaugurazione nel 113 d.C.

Stando alla fonte dei Fasti ostienses, il 12 maggio dell’anno 113 d.C. viene inaugurata la Colonna di Traiano. Questo monumento costituisce il primo esempio di colonna coclide mai realizzato. La storia che i suoi rilievi raccontano sono un vero e proprio documentario su fatti avvenuti in Dacia al tempo della conquista di Traiano. Inoltre, costituisce  l’unico elemento del foro ad esser giunto sino a noi in buono stato. Per tutti questi motivi, la Colonna di Traiano è stata e sarà il vero alfiere della gloria di Roma attraverso il tempo.

Un dettaglio della Colonna Traiana (immagine via Canale Dieci)
A prova di tempo

La Colonna Traiana fu inaugurata il 12 maggio 113 d.C. e da quel momento rimase in piedi, sopravvivendo alle tragedie che sconvolsero la città. Le ceneri dell’imperatore Traiano e di sua moglie Plotina, custodite in urne d’oro nel basamento del monumento, furono depredate dagli avidi lanzichenecchi nel 1527, durante il sacco di Roma. La superfice della colonna, decorata da un lungo rilevo a spirale, catturò l’interesse di Napoleone che la volle traferire in Francia. Per fortuna gli ingenti costi di trasporto bloccarono sul nascere l’ambizioso progetto. Così, ad oggi, la Colonna Traiana è l’unico monumento del foro ad aver superato quasi indenne le brutalità barbariche e gli spogli di epoche più recenti.

Colonna Traiana vista da est
Marmo di Carrara e dimensioni eccezionali!

La Colona di Traiano è un monumento singolare, non solo per magnificenza che suscita all’occhio. Alta circa 40 metri, realizzata in marmo di Carrara, la colonna è composta da 18 blocchi sovrapposti l’uno sull’altro. Un dettaglio non da poco. Infatti, si tenga conto della presenza di scala a chiocciola interna al fusto, e della lunga striscia narrativa che decora la colonna esternamente. Pertanto, al momento della posa dei blocchi, da 40 tonnellate ciascuno, non potevano sussistere discrepanze che alterassero la fluidità del rilievo o la regolarità della scala interna. Per quanto riguarda il fregio, lungo 200 metri, vale la pena notare come cresca in altezza nell’allontanarsi dalla base. Questa soluzione garantiva la giusta resa prospettica per tutta la lunghezza del rilievo, evitando distorsioni alla vista. 

Plastico che riproduce l’ipotesi di costruzione della Colonna; dalla mostra Costruire un capolavoro del MUseo Galileo, a Firenze (fonte Museo Galileo)
Il rilievo

Quanto narrato dal fregio della Colonna Traiana è divisibile in 114 riquadri equivalenti tra loro. Questi possono essere raggruppati, a loro volta, in due atti distinti: quello della prima e quello della seconda campagna dacica. Il ritmo narrativo non conosce interruzioni, se non per la raffigurazione della vittoria alata che divide i due episodi. Visivamente si assiste ad una progressione temporale, dall’attraversamento del Danubio all’accumulo dei trofei di guerra a termine della prima campagna; poi, dalla partenza della flotta romana fino alla deportazione in massa dei nemici sconfitti a termine del secondo atto. Per quanto riguarda lo stile, i rilevi che decorano la Colonna di Traiano fanno del realismo e del dinamismo la propria anima. Inoltre, l’attenzione ai dettagli e il coinvolgimento emotivo che si prova nell’osservare le scene raffigurate attribuiscono all’opera un chiaro e deciso valore documentario.

Un dettaglio del rilievo in cui i soldati romani costruiscono mura difensive
Oltre il rilievo: il fatto storico

Quanto narrato dal marmo della Colonna di Traiano è relativo alle campagne militari in Dacia condotte dall’imperatore stesso. Secondo lo storico Cassio Dione, fu la crescente arroganza dei Daci a motivare l’inizio della guerra, necessaria per limitarne la crescente forza militare. Nell’anno 101 d.C. ebbe inizio la prima campagna dacica: le forze domane si addentrarono nel territorio nemico sino a Tibiscum (Timișoara); poi, l’anno seguente, ebbero inizio gli scontri che portarono alla resa di Decebalo, re dei daci. La seconda campagna dacica avvenne nel 105 d.C., quando Decebalo infranse la pace riarmandosi e stringendo alleanze in chiave antiromana. Tuttavia, quando le forze romane si mossero, il re dei daci fu abbandonato dai propri alleati, e seppur opponendo una disperata ed eroica resistenza,  la sua testa fu infine consegnata a Traiano.

Decebalo si taglia la gola, dettaglio della colonna traiana

In copertina: dettaglio della Colonna Traiana (immagine via Noidiroma.com)

 

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NEWS | Il disastro di Cernobyl in mostra al Museo Nazionale dell’Umbria

Da sabato 23 aprile a lunedì 20 giugno 2022 il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria ospiterà la mostra dal titolo Cernobyl-Pripyat: quando la storia non insegna. Curata da Kathiuscia Covarelli, nasce da una collaborazione tra Università degli Studi di Perugia e Direzione Regionale Musei Umbria – Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria e Associazione Borgo Bello.

Locandina della mostra
La mostra

La mostra Cernobyl-Pripyat consisterà in un set fotografico che riassume in una cinquantina di scatti il disastro nucleare del 26 aprile 1986.  Si rievocheranno le dinamiche dell’incidente fino ad arrivare a una riflessione sul nucleare oggi.

Successivamente, in un incontro con le scuole si parlerà del ruolo delle piante nei processi di fitodepurazione, anche da composti radioattivi. Infine, prendendo in esempio Pripyat, città a soli due kilometri da Cernobyl, abbandonata in seguito all’incidente, si approfondirà il tema dell’urbanistica sovietica della metà degli anni Ottanta.

Pripyat, una delle aree abitative maggiormente colpite dal disastro (immagina via Keblog)
Chernobyl-Pripyat

Il disastro della centrale nucleare di Chernobyl (1986) fu uno dei più gravi incidenti della storia Europea. Le conseguenze sia in termini di raggio d’azione, sia a livello di tempo furono devastanti. Dalla salute delle persone, a quella dell’ambiente, gli effetti furono rovinosi.

Pripyat è la città più vicina alla centrale nucleare, e quella che un tempo era una popolosa città di 47 mila abitanti, oggi è una città fantasma. Addirittura a Pripyat possono essere ancora scorsi dei murales di chiara ispirazione sovietica. Oggi più che mai la centrale nucleare è tornata d’attualità con l’invasione della Russia all’Ucraina, rievocando i fantasmi del passato.