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ACCADDE OGGI | Terra Santa, 7 giugno 1099: cade Gerusalemme

Gerusalemme è storicamente conosciuta come la meta privilegiata dai cattolici per i pellegrinaggi. La Terrasanta è stata la custode del Santo Sepolcro, e i tentativi dei cristiani di cacciare i nemici musulmani sono tanto famosi da attirare l’attenzione degli storici contemporanei. Armate di cavalieri cavalcarono il 7 giugno del 1099, dopo aver ucciso intere popolazioni non solo musulmane ma anche ebree. In questa maniera, secondo la loro visione, il Santo Sepolcro “veniva liberato”. Ma è stato davvero così?

 

Cosa succedeva esattamente

La prima crociata cominciò con la partenza di contingenti militari, guidati da personaggi illustri come il duca Goffredo di Buglione, da varie parti d’Europa. Dopo aver fatto fuori i “nemici”, con l’attacco a Costantinopoli nel 1095, i capi crociati si riunirono per gestire le terre appena occupate scegliendo come difensore supremo del Sacro Sepolcro Goffredo di Buglione. Egli diede vita al regno latino di Gerusalemme, anche se non fu letteralmente un re. Inoltre il titolo regale spettava solo al papa, che in quel periodo era Urbano II. Il titolo Terrasanta, oltre ad essere devozionale, era anche giuridico secondo le leggi di Giustiniano: le res sanctae non dovevano appartenere al potere terreno ma solo a quello spirituale.

Papa Urbano II
Le conseguenze

Una delle tante conseguenze di questa crociata colpii proprio l’Italia.  Le città commerciali di Pisa e Genova ebbero grande importanza nel commercio con il Levante, come ringraziamento per aver trasportato i crociati con le proprie navi. Estesero così la merce italiana verso le regioni appena conquistate. Venezia però non partecipò perché grande alleata dei musulmani, anche se ci guadagnò comunque qualcosa. Altra conseguenza fu la creazione di tre signorie feudali, concesse dallo stesso Goffredo, in Oriente: il principato di Antiochia, il principato di Edessa e la contea di Tripoli. L’ultima conseguenza fu la nascita di nuovi ordini. I monaci guerrieri avevano il compito di proteggere il viaggio dei pellegrini, sempre più numerosi nel periodo di Pasqua. Da difendere erano anche i cristiani residenti ma serviva una forza militare preparata per evitare i saccheggi. Nacquero così altri ordini religiosi chiamati monastico-militari che seguivano le stesse regole dei monaci ordinari. Come il voto di castità, la vita in comunità, la fedeltà verso il papa. Un esempio da citare è Bernando di Chiaravalle, il padre del monachesimo cistercense.

Miniatura raffigurante un  monaco cistercense
La prima crociata nell’arte

La crociata fu rappresentata da grandi opere nei secoli successivi, sia letterarie che artistiche. L’esempio più ovvio è La Gerusalemme liberata, il poema corale di Torquato Tasso, scritto nel 1580 dove il protagonista è lo stesso Goffredo di Buglione descritto come l’eroe senza paura. Iconico è anche il dipinto del 1835 di Francesco Hayez, raffigurante Urbano II nella piazza di Clermont mentre predica ad una folla di fedeli ammassati. Essi hanno gli occhi alzati e le braccia spalancate, come se avessero appena assistito ad un miracolo.

F. Hayez, Urbano II a Clermont, dipinto del XVIII secolo
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NEWS | Riemerge dal Tigri una città sommersa di 3400 anni

Una squadra di archeologi tedeschi e curdi ha scoperto una città di 3400 anni risalente all’epoca Mitanni e situata sul fiume Tigri. L’insediamento è riemerso dalle acque del bacino Mosul a causa dell’estrema siccità in Iraq. La città, con il suo palazzo ed i suoi ampi edifici, potrebbe essere l’antica Zakhiku, un importante centro dell’Impero Mitanni (ca. 1550-1350 a.C.)

La ricomparsa della città

Nel dicembre 2021 furono prelevate grosse quantità di acqua dal bacino Mosul, la riserva idrica più importante dell’Iraq, in modo da poter salvare i raccolti dalla siccità che flagella il sud della nazione. Ciò ha portato alla ricomparsa della città, databile all’Era del Bronzo e ubicata a Kemune, nel Kurdistan Iracheno.

Questo evento imprevisto ha messo grande pressione sugli archeologi, che si sono spontaneamente organizzati per scavare e documentare quante più parti possibili della città prima della sommersione. In pochi giorni, con il supporto finanziario della Fondazione Frits Thyssen, è stato costituito un gruppo che ha condotto gli scavi di emergenza a Kemune tra Gennaio e Febbraio 2022 in collaborazione con il Direttorato Dell’Antichità e del Patrimonio a Duhok (Kurdistan Iracheno). Tra i membri della squadra vi sono il Dr. Hasan Ahmed Qasim, direttore dell’Organizzazione Archeologica del Kurdistan, la Dott.ssa Ivana Puljiz dell’Università di Friburgo e il Prof. Dr. Peter Pfälzner dell’Università di Tübingen.

Vista aerea degli scavi di Kemune
I reperti

In poco tempo, i ricercatori hanno mappato gran parte della città. Oltre ad un palazzo già documentato durante una breve campagna nel 2018, gli archeologi hanno scoperto altri vasti edifici tra cui una massiccia fortificazione ed una struttura di stoccaggio a più piani. Il complesso urbano risale all’epoca dell’Impero Mitanni (1550-1350 a.C. circa), il quale controllava ampie zone in Mesopotamia del Nord e in Siria.

L’ottimo stato di conservazione delle mura ha suscitato grande sorpresa tra i ricercatori, nonostante il materiale (mattoni di fango essiccati al sole) e la sommersione. Ciò è dovuto al terremoto che distrusse la città nel 1350 a.C. circa, durante il quale le parti superiori delle mura seppellirono gli edifici.

Mura di un ampio edificio, forse una struttura di stoccaggio

 

Tavole cuneiformi

Di particolare interesse è la scoperta di cinque vasi di ceramica che contenevano un archivio di oltre 100 tavole cuneiformi, databili al periodo Medio Assiro. Alcune delle tavolette di argilla, presumibilmente lettere, sono addirittura conservate nei loro involucri. I ricercatori sperano che questa scoperta possa fornire informazioni importati sulla fine del periodo Mitanni della città e sull’inizio del dominio Assiro nella regione.

Vaso in ceramica con all’interno delle tavolette cuneiformi
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ACCADDE OGGI | Messina e la Madonna della Lettera, l’origine del culto del 3 giugno

Il 3 giugno è una data molto particolare per la città di Messina. In questo giorno si celebra, ogni anno, la festa della Madonna della Lettera. Messina gode della protezione addirittura di Maria, a differenza delle altre realtà siciliane che si rivolgono invece ai “Santi” per la protezione della città. Ma cosa si conosce di questa antichissima celebrazione? Quando e come nasce questa festività, ancora oggi particolarmente sentita al Sud Italia? Conosciamola nel dettaglio.

 

La Madonna della Lettera nella statua dello Stretto di Messina


La “lettera” di Maria secondo la tradizione
Nella tradizione letteraria, che trova riscontro soltanto in fonti di epoca tardo-medievale, ci sarebbe la visita di San Paolo il 3 giugno del 42 d.C. recante una missiva da parte di Maria madre di Cristo in persona: “Vos et Ipsam Civitatem Benedicimus”, queste le ultime parole della lettera, oggi impresse a caratteri cubitali nella base della statua votiva a Lei dedicata nel porto falcato della città. 
Il profeta della nascente religione cristiana Paolo, nella sua missione di evangelizzazione per conto del Cristo, spirato in croce ormai da qualche anno, raggiunse lo Stretto e la provincia romana di Messana. Il Senatus messanensis, su invito dell’apostolo, gettò in mare le icone pagane e inviò una delegazione in Palestina per incontrare Maria.
La Madonna l’accolse con gioia e, in risposta, inviò indietro una sua missiva, scritta in ebraico, arrotolata e legata con una ciocca dei suoi capelli. La delegazione tornò a Messina l’8 settembre del 42 d.C. recando l’importante scritto mariano: in essa Maria lodava la loro fede, diceva di gradire la loro devozione ed assicurava loro la sua perpetua protezione. E in effetti sono molteplici gli effetti di questa benedizione nel corso dei secoli. Sempre secondo la tradizione, Messina, più volte caduta e più volte risorta, può vantare diversi momenti in cui la Madonna apparve a protezione della città, sotto le spoglie di “Dama Bianca”.

 

La ciocca di capelli e l’episodio di Palmi (RC)

La ciocca di capelli è custodita presso il Duomo di Messina ed esposta nel giorno del Corpus Domini, incastonata nell’albero di un piccolo galeone costruito in argento, che rappresenta uno degli esempi della protezione della Madonna per Messina (U Vascidduzzu).
Alla ciocca di capelli è legata un’altra storia molto interessante. Nel XVI secolo, Messina, uno dei porti principali del Mar Mediterraneo, fu colpita da una gravissima epidemia di peste che flagellò la città per diversi anni. I sofferenti cittadini messinesi provarono a rifugiarsi nelle coste calabresi, raggiungendo la dirimpettaia cittadina di Palmi (Reggio Calabria), in cui trovarono rifugio e ristoro.

 

La processione del simulacro al Duomo di Messina


Per ringraziare i cittadini di Palmi, la città peloritana inviò loro uno dei capelli della Madonna, oggi ancora conservato nel Duomo cittadino. Anche Palmi, dunque, lega la sua tradizione alla Madonna della Lettera, celebrandoLa addirittura con una macchina votiva chiamata Varia che ricorda la ben più nota Vara, trasportata in giro per la città per celebrare l’assunzione in cielo della Vergine il 15 agosto di ogni anno.

La Varia di Palmi
La celebrazione

Secondo la tradizione il 2 Giugno, al grido di “Oh della lettera Madre e Regina, Salva Messina, Salva Messina”, il fercolo d’argento della Madonna, portato in spalla da una rappresentanza delle confraternite messinesi, viene collocato sotto l’arco trionfale, dinnanzi all’altare maggiore del Duomo.
Il 3 Giugno (ndr oggi), invece, viene esposta nella mattinata la Manta d’oro che ricopre il quadro della Madonna della lettera, realizzato da Innocenzo Mangani. La manta della Madonna della Lettera è l’opera più preziosa del Tesoro della Cattedrale di Messina e viene esposta al pubblico solo in questa occasione.
Nel pomeriggio avviene anche la processione, in cui il simulacro d’argento, opera di Lio Gangeri, percorre le vie della città, con grande partecipazione da parte dei fedeli.

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ACCADDE OGGI | Festa della Repubblica, la storia della Giornata

Il 2 giugno ricorre la Giornata Nazionale dedita ai festeggiamenti per la nascita della Repubblica Italiana.

Le prime celebrazioni

Le prime celebrazioni avvennero nei due anni seguenti alla proclamazione della Repubblica nel 1946; il 2 giugno, però, diventa data ufficiale per la Festa solo nel 1949.

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Celebrazione del 69° anniversario dalla nascita della Repubblica Italiana, 2 giugno 2015 (foto: Ministero della Difesa)

La prima manifestazione ufficiale avvenne in piazza Venezia di fronte al Vittoriano; dopo la deposizione della corona di d’alloro al Milite Ignoto da parte del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, gli stendardi delle forze armate salirono la scalinata del monumento e resero omaggio al presidente con un inchino.

Il presidente Luigi Einaudi durante la parata militare per la festa della Repubblica (foto: Portale storico della Presidenza della Repubblica)
Dalla mobilità alla data definitiva

Nel 1961 la sede dei festeggiamenti venne spostata a Torino per celebrare la prima capitale del d’Italia. Nel 1965 alla parata parteciparono anche gli stendardi delle unità militari soppresse che presero parte alla Prima Guerra Mondiale, come commemorazione per il 50° anniversario dall’entrata in guerra dell’Italia; la stessa unione d’intenti avvenne nel 2018 per il 100° anniversario dalla fine della Prima Guerra Mondiale.

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Sfilata di carri armati davanti alla tribuna delle autorità, in via dei Fori Imperiali a Roma, durante la parata militare del 2 giugno 1951 – foto: Archivio Luce

Dal 1977 al 2001 la Festa subì cambiamenti di date e ridimensionamenti a causa di crisi economiche e sociali, ma, alla fine, grazie al presidente Carlo Azeglio Ciampi la festa ritornò ad essere celebrata il 2 giugno, abbandonando lo status di festa mobile.

Il presidente Carlo Azeglio Ciampi
La Festa al tempo del COVID-19

Nel 2020, a causa della pandemia per il Coronavirus, la Festa la celebrazione venne tenuta a Codogno (LO) dove si registrò il primo focolaio italiano.

Deposizione della Corona d’alloro dal presidente Mattarella il 2 giugno 2020 a Codogno (LO) – foto: la Repubblica

 

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ACCADDE OGGI | Brucia sul rogo Fra Dolcino, il predicatore eretico

Il 1 Giugno 1307 le fiamme misero fine alla vita di Fra Dolcino. Fu predicatore eretico che con tale vigore influenzò il suo mondo da meritarsi una citazione nella Divina Commedia. Infatti, Maometto, attraverso la penna di Dante, ne profetizza l’arrivo. Lo fa da un luogo singolare: la bolgia dei seminatori di discordie e degli scismatici.

Il fatto storico

Il 1306 la predicazione di Fra Dolcino chiamò contro di sé una crociata. Furono Papa Clemente V e il vescovo Raniero di Vercelli a volerla, e così i dolciniani si ritrovarono costretti a combattere per difendere la propria vita, non solo le proprie idee. Il Monte Rubello divenne fortezza per eretici che riuscirono, per quasi un anno, ad opporsi alle forze di Raniero. Tuttavia, dopo un lungo logoramento, i dolciniani furono alfine sopraffatti. L’assedio li aveva costretti a mangiar i morti tanto erano affamati, e per questo i crociati giustiziarono i sopravvissuti. Non tutti. Fra Dolcino, la sua compagna Margherita ed il luogotenente Longino, furono processati e condannati a morte nel 1307. Margherita e Longino finirono arsi vivi sulle sponde del torrente Cervo. Dolcino subì invece l’umiliazione pubblica prima estinguersi tra le fiamme di fronte la Basilica di Sant’Andrea a Vercelli.

Litografia di Fra Dolcino, Michele Doyen (1809 – 1881)
Le idee

Il pensiero di Fra Dolcino rientra nel più vasto panorama di idee millenariste che circolavano diffusamente in epoca medievale. Nello specifico, la predicazione dolciniana consisteva in una stretta adempienza al messaggio evangelico, sostenendo un forte principio di povertà e credendo in un imminente castigo divino. La Chiesa, in particolare, era accusata di immoralità, di aver tradito i veri valori cristiani. Dolcino seppe essere così convincente da conquistarsi la fiducia di Matteo Visconti, con il quale ottenne militarmente il controllo della Valsesia nel 1304. Eppure, il successo durò poco: solo un anno più tardi il Visconti ritirò il proprio appoggio, e le truppe crociate guidate dal vescovo di Vercelli si misero in marcia.

Lapide commemorativa posta da Tavo Burat e Roberto Gremmo
Curiosità oltre la storia

La vicenda dolciniana è l’ombra che aleggia sui personaggi de “Il nome della Rosa” di Umberto Eco. Nel romanzo numerosi sono gli accenni al contesto storico e sociale in cui si mosse Dolcino. Tra gli altri il personaggio di Bernando Gui fu effettivamente l’inquisitore che sentenziò la morte per i dolciniani nel 1307.  

F. Murray Abraham interpreta Gui nell’adattamento cinematografico del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud
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NEWS | Sulle tracce del lupo medievale, i risultati dello studio sul DNA

Il ritrovamento di un cranio quasi completo di un lupo vissuto in età medievale ha attirato l’attenzione dei ricercatori e permesso di comprendere meglio l’evoluzione del lupo in Italia. Lo studio multidisciplinare è stato condotto dalle Università della Sapienza, di Bologna e Parma, la pubblicazione della ricerca è presente sulla rivista Historical Biology e fornisce la descrizione completa di un campione di lupo del Medioevo in Italia.

Estrazione del DNA antico dal reperto (©Elisabetta Cilli)

Il lupo lungo il Po

L’immagine del bosco, nel medioevo, ci riporta subito all’icona del lupo. Animale causa di cambiamenti ecostistemici e di pesanti persecuzioni umane, il lupo ha subito negli ultimi secoli un drammatico declino demografico. Tuttavia i resti osteologici dei lupi medievali sono estremamente rari, ciò limita lo studio e la comprensione dell’evoluzione degli individui di questa specie.

Il cranio in questione fu rinvenuto nel settembre del 2018 nel Fiume Po dal professore Davide Persico. Mediante l’analisi al Carbonio C14 il fossile è stato datato al pieno medioevo, tra il 967 e il 1157 d.C. A differenza dalla pubblicazione del 2019, lo studio più recente presenta una prima descrizione completa del cranio basata su un approccio multidisciplinare, dimostrazione di come i campioni archeozoologici rappresentino una fonte essenziale di informazioni per comprendere le dinamiche, la diversità e la distribuzione delle specie tra presente e passato.

Scansione tomografica del cranio (©Dawid A. Iurino)

Le analisi Biometriche

Le analisi biometriche, e quelle basate sulla Tomografia Computerizzata (TC), indicano che l’esemplare rientra nella variabilità cranica della sottospecie Canis lupus italicus, sottospecie tutt’ora presente nella penisola Italiana. Il lupo in questione è di sesso femminile, e l’usura dei denti mostra che si tratta di un individuo adulto tra i 6 e gli 8 anni e manifesta chiare tracce di una grave parodontite. La parodontite fu causa della completa perdita del canino sinistro, producendo un grande foro di collegamento tra l’alveolo e la cavità nasale. Tale condizione patologica probabilmente debilitò gravemente l’esemplare, ma non è possibile stabilire con certezza se la morte sia giunta come conseguenza di questa malattia.

Confronto tra l’immagine fotografica del cranio (sinistra) e il modello 3D ottenuto tramite l’elaborazione di immagini tomografiche (destra). (©Dawid A. Iurino)

Le analisi filogenetiche

Le analisi filogenetiche collocano il pool genetico del DNA mitocondriale del reperto all’interno della variabilità genetica dei lupi moderni, ossia un gruppo nettamente distinto da quello dei cani. In particolare il campione è riconducibile alle linee di discendenza materne più antiche che derivano tutte da un antenato comune. In Europa tale tale gruppo genetico è presente a partire da almeno 2.700-1.200 anni fa. Le stesse analisi dimostrano che la sequenza mitocondriale dell’esemplare studiato è molto simile a quella tipica greca di cui mostra solo una mutazione di differenza.

In copertina: Foto del ritrovamento del cranio di lupo sulla spiaggia Boschi Maria Luigia, presso Coltaro (PR), 2018. (Foto di Davide Persico)

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NEWS | Dopo la Sicilia anche l’Inghilterra in trattativa, i marmi del Partenone torneranno a casa

Qualche settimana dopo la notizia della restituzione definitiva del cosiddetto Reperto Fagan dalla Sicilia, anche la Gran Bretagna ha accettato di avviare le trattative con il governo greco per il rientro in madrepatria dei Marmi del Partenone di Atene, dopo decenni di impasse. C’è speranza, dunque, che il Partenone possa tornare a splendere, dopo ben due secoli di spoliazioni. Lord Elgin nel XIX secolo privò il monumento di frontoni, metope e fregio, oggi esposti al British Museum.

Frontone del Partenone (©Reporter in viaggio)
Via libera alle trattative

La prima richiesta formale per il ritorno permanente in Grecia di tutte le sculture del Partenone fu presentata nel 1983. Ad occuparsi delle trattative saranno il sottosegretario alla Cultura britannico, Lord Parkinson, e la sua controparte greca, Lina Mendoni. Lina Mendoni negli ultimi mesi ha seguito anche le trattative con la Regione Sicilia per la restituzione del frammento Fagan, sito al Salinas di Palermo. Punto focale dell’accordo è la proposta del premier ateniese Kyriakos Mitsotakis: le sculture torneranno ad Atene sulla base di un prestito a lungo termine e in cambio a Londra verranno fornite delle opere d’arte antica attualmente conservate in Grecia.

Fondamentale è il mediare dell’Unesco. A rallentare le pratiche troviamo il governo britannico, pronto a sostenere che la decisione della restituzione dei marmi spetti al British Museum in quanto custode delle opere, di contro il museo sostiene che sia il Parlamento a dover promulgare un decreto che metta fine alla disputa.

Fregio del Partenone, dettaglio delle Panatenaiche (©Reporter in viaggio)
Lord Elgin e il deturpamento del Partenone

Dalla prima richiesta di restituzione si formarono due gruppi ben distinti. Il primo gruppo a sostegno della totale legittimità con cui i marmi sono stati spostati da Lord Elgin e di conseguenza la legittimità del British Museum a conservarli ed esporli; il secondo si schierò a sostegno della restituzione totale delle sculture alla città di Atene come legittima proprietaria.

L’azione di Lord Elgin, all’inizio del XIX secolo, in vece di ambasciatore del governo britannico presso l’Impero Ottomano, si concretizzò nella rimozione di alcune statue da lui ritenute rovinate e bisognose di restauro dall’acropoli di Atene. L’atto portò alla rimozione e al trasporto di 15 metope, 17 figure frontali, una cariatide dell’Eretteo e 56 pannelli (circa 80 metri) del fregio del Partenone. A Londra, Elgin provò a vendere i reperti al Governo inglese e la vicenda fece scalpore. Tuttavia nel 1816 il Parlamento acquistò i Marmi che tutt’ora sono esposti nel British Museum.

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NEWS | Reperto Fagan, la Regione Siciliana restituisce alla Grecia il frammento del Partenone

Il frammento della lastra appartenente al fregio orientale del Partenone, il cosiddetto Reperto Fagan, potrà restare per sempre in Grecia. L’ok arriva dalla Regione Siciliana, a dare la notizia è Alberto Samonà, assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana.

Frammento Fagan, in foto l’assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana Alberto Samonà
Il frammento Fagan

Raffigurato nel frammento del fregio del Partenone è  il piede di una Dea, si ipotizza Artemide seduta in trono, adornato da meravigliosi drappeggi della veste. Dallo scorso 10 gennaio, il frammento si trova già al Museo dell’Acropoli di Atene dove, nel corso di una cerimonia a cui ha preso parte il premier greco Kyriakos Mitsotakis, è stato ricongiunto al fregio originale da cui era stato asportato.

Il reperto archeologico, databile al V secolo a.C., giunse all’inizio del XIX secolo nelle mani del console inglese Robert Fagan in circostanze non del tutto chiare. Alla morte di quest’ultimo fu lasciato in eredità alla moglie che lo vendette tra il 1818 e il 1820 al Regio Museo dell’Università di Palermo, l’attuale Museo Archeologico A. Salinas.

Frammento Fagan, il piede di Dea (fonte ©ANSA)
Via libera alla sdemanializzazione

Il destino del frammento è stato una delle questioni più dibattute di sempre in ambito archeologico. Grazie all’ esito degli accordi dei mesi scorsi tra il Governo della Regione Sicilia e il Governo di Atene, è stato deciso il ritorno del frammento in marmo pentelico nella capitale greca. Con la delibera di Giunta è stato dato il consenso alla sdemanializzazione del bene, ossia l’atto tecnico necessario per la definitiva restituzione del bene.

Ad oggi si attende unicamente il nulla osta finale del Ministero della Cultura. Così facendo la Sicilia si pone come apripista per il ritorno in Grecia dei frammenti dell’opera di Fidia

Inoltre, ai sensi dell’art.67 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e grazie all’accordo tra i due governi, a febbraio da Atene è arrivata a Palermo un’importante statua acefala della Dea Atena, databile al V secolo a.C. e che resterà nelle sale del museo Salinas per quattro anni. Al termine del periodo giungerà al suo posto un’anfora geometrica.

Museo Salinas, statua acefala di Atena, fine V secolo a.C. (©Ansini Chiara)
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ACCADE OGGI | La fine di un’era, muore Costantino il Grande

Costantino I, il Vincitore, il Grande. Questi sono alcuni dei nomi con cui era conosciuto uno dei personaggi più importanti della storia romana, l’uomo che riformò l’Impero e favorì la diffusione del Cristianesimo.

La politica amministrativa e religiosa

Nato il 24 febbraio 274 d.C., dopo un periodo turbolento segnato da lotte interne, divenne Imperatore nel 306. Durante la sua carica mise in pratica una serie di riforme di grande importanza. Non appena si assicurò il potere, Costantino procedette con la riorganizzazione amministrativa e territoriale dell’Impero, riformando la burocrazia e l’Impero stesso che venne suddiviso in quattro prefetture.

Ogni prefetto aveva poteri amministrativi e giuridici ma non quelli militari: il potere militare spettava unicamente all’Imperatore. In modo progressivo le truppe vicine al palazzo imperiale presero sempre più potere, mentre quelle al confine conobbero un progressivo imbarbarimento.

Ebbe importanti conseguenze il trasferimento della capitale a Costantinopoli. La posizione della città, odierna Istanbul, consentiva di controllare in maniera più efficace sia le frontiere che le vie commerciali. 

Ricostruzione ideale della città di Costantinopoli
Ricostruzione ideale della città di Costantinopoli, fondata da Costantino I sull’antica Bisanzio

La morte di Costantino

La morte di Costantino fu tanto inaspettata quanto improvvisa.

Morì il 22 maggio del 337 d.C., in una residenza imperiale nei pressi di Nicomedia. Si spense nel trentunesimo anno di regno, durante le festività di Pentecoste e poco dopo essersi ammalato. Pochi giorni prima della morte, resosi conto della propria fine, l’Imperatore decise di farsi battezzare da Eusebio, vescovo cristiano della città, che negli ultimi tempi era diventato il suo consigliere in materia ecclesiastica. La pratica di ricevere il battesimo sul punto di morte, al tempo, non era insolita: in questo modo il battezzato aveva la possibilità di cancellare tutti i propri peccati senza aver tempo di commetterne dei nuovi.

Costantino, infatti, non solo legalizzò il Cristianesimo ma favorì la diffusione della dottrina cristiana. Oltre a restituire i beni confiscati da Diocleziano, fissò una serie di privilegi per la Chiesa: la riformò uniformando la dottrina cristiana e dando così inizio all’Impero cristiano.

Ad oggi, sia la Chiesa ortodossa che le Chiese di rito orientale lo venerano come santo. A livello locale il culto di San Costantino è comunque autorizzato anche nelle chiese di rito romano-latino. 

Capri Leone (ME) venera San Costantino Imperatore come santo patrono e protettore