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Giro di Sicilia | Il ritorno del secondo Tour più antico della storia

Domani 3 Aprile, torna Il Giro di Sicilia”, uno degli appuntamenti più attesi del calendario ciclistico italiano e la prima tappa toccherà anche la città di Messina. Nel 2019, 42 anni dopo l’ultima edizione, la storica corsa è stata ripristinata grazie ad un accordo tra la Regione Sicilia e gli organizzatori di RCS sport, la società organizzatrice anchedel Giro d’Italia.

Da mercoledì 3 aprile a sabato 6 aprile le strade dell’isola più grande del Mediterraneo ospiteranno le quattro tappe in programma.

Il Giro di Sicilia è una corsa a tappe maschile di ciclismo su strada che si svolge in Sicilia. L’ultima edizione, infatti, si è tenuta nel 1977 e in seguito non più organizzata. Ma le sue origini risalgono al lontano 1907.

Una delle ultime edizioni del Giro di Sicilia

Effettivamente è la seconda gara a tappe della storia per antichità dopo il Tour de France, inaugurato solo quattro anni prima, nel 1903; non solo: anticipa persino la nascita del Giro d’Italia, che partirà due anni più tardi, nel 1909.

Il Giro di Sicilia vanta ventitré edizioni nel settantennio 1907-1977; non sono state organizzate in modo continuo, ma fra di esse vi sono stati intervalli temporali considerevoli.

Dopo le prime tre edizioni annuali consecutive, infatti, la manifestazione fu interrotta negli anni della Grande Guerra, dal 1909 fino al 1925. La leva obbligatoria e la chiamata alle armi per prestare servizio militare al fronte impedirono anche agli atleti italiani di poter gareggiare. La gara riprese poi dal 1926 al 1939, con cadenza perlopiù triennale, per poi interrompersi nuovamente dal 1940 al 1947, per lo scoppio del secondo conflitto mondiale.

Con un clima europeo e nazionale più disteso, finalmente il Giro di Sicilia fu ripristinato e si svolse con maggior continuità con cadenza quasi annuale dal 1948 al 1977. Dopo tale edizione, la gara non fu più organizzata.

L’evento che avrà inizio domani è dunque di straordinaria importanza, non solo in ambito sportivo. Questo permetterà alla Sicilia di poter tornare sul grande palcoscenico del ciclismo, ma sarà anche un’ottima opportunità per rivalutare l’isola soprattutto sotto l’aspetto turistico.

Il clima, la morfologia e la bellezza del territorio sono punti a favore di una corsa che si era persa ormai da tempo e che è bene ripristinare per l’orgoglio dei siciliani, appassionati e non di ciclismo, per i giovani ciclisti che hanno un’opportunità in più per vedere all’opera i loro campioni, per l’indotto che una manifestazione di questo calibro può generare, per le strutture ricettive, per gli stessi ciclisti professionisti che potranno scegliere una corsa nuova e per i corridori isolani che hanno fatto gioire l’Italia intera in questi anni.

Da non sottovalutare è la presenza della città di Messina tra le tappe, che potrebbe ricavarne vantaggi non indifferenti.

Questa edizione 2019 del Giro di Sicilia rappresenta – hanno sottolineato gli assessori Scattareggia e Trimarchi – una grande opportunità per Messina in quanto la città sarà protagonista di un evento di carattere sportivo che al tempo stesso consentirà la promozione del territorio. E’ importante che una splendida giornata di festa e di sport non rimanga fine a se stessa, ma sia anche una vetrina di qualità per la valorizzazione turistica e culturale della nostra terra.

Ma la notizia più esaltante è ciò che prevede l’accordo tra Regione e RCS Sport, in cui la giunta regionale ha stanziato quasi 11 milioni per tre edizioni: infatti l’accordo è triennale e, oltre al Giro di Sicilia di quest’anno, prevede che le città dell’isola saranno lo scenario di tre tappe del Giro d’Italia del 2020 e, sempre in Sicilia, verrà disputata la grande partenza della corsa rosa nel 2021.

Le tappe

Le tappe della XXIV edizione del Giro di Sicilia

MERCOLEDÌ 3 APRILE

prima tappa: Catania-Milazzo (165 km)

La prima tappa, di 165 chilometri, prende le mosse dal centro di Catania e segue la statale 114, salendo da Giardini Naxos verso Taormina. Prosegue poi in direzione di Messina e sale verso i Colli di San Rizzo, scende verso Villafranca Tirrena e prosegue verso Barcellona Pozzo di Gotto per tornare indietro e fare il giro della penisola di Capo Milazzo. Traguardo sul lungomare di Milazzo.

GIOVEDÌ 4 APRILE

seconda tappa: Capo d’Orlando-Palermo (236 km)

 

VENERDÌ 5 APRILE

terza tappa: Caltanissetta-Ragusa (188 km)

 

SABATO 6 APRILE 

quarta tappa: Giardini Naxos-Etna (Rifugio Sapienza) (119 km)

 Il percorso si presenta particolarmente affascinante. Le prime due frazioni sembrano adatte ad un arrivo in volata, mentre la terza offre un finale più movimentato, che si adatta molto bene agli specialisti delle classiche. La tappa regina sarà però la quarta, con l’arrivo in cima all’Etna, che deciderà sicuramente la classifica generale e incoronerà il vincitore. La corsa sarà trasmessa in diretta tv da Rai Sport ed Eurosport e potrà essere seguita anche in diretta streaming su Rai Play e su Eurosport Player.

Buon Giro di Sicilia!

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Illustri Messinesi | La vita di Giovanni Pascoli, poeta decadente e docente di latino all’Unime

Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. È Considerato uno dei più importanti poeti decadenti italiani. La sua crescita e la sua formazione furono fortemente segnati dalle difficili vicende vissute durante gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza, che influenzarono inevitabilmente anche la sua sensibilità e la sua poetica.

Nel 1867 perse infatti il padre  in circostanze misteriose; l’uomo venne assassinato mentre tornava a casa in calesse e il delitto rimase sempre impunito. A breve distanza di tempo avvenne anche la scomparsa della madre, due drammi che portarono profonda disperazione e dolore nella vita di Pascoli. Condivise dolori e sofferenze economiche con due fratelli e due sorelle, Giacomo e Luigi, Ida e Maria. Fu lui a provvedere al sostentamento dei fratelli dopo la morte dei genitori.

Pascoli riuscì a proseguire gli studi fino alla laurea grazie a una borsa di studio. Fino al 1895 visse con le sorelle. Poi, quando Ida si sposò, visse in affettuosa intimità con Maria, detta “Mariù”, a Castelvecchio di Barga, in Lucchesia. Questo rimarrà uno dei luoghi più importanti e significativi della sua vita. Da professore insegnò a Matera e quindi a Massa ed a Livorno, ma, avendo assunto atteggiamenti anarchici, fu trasferito a Messina, nella cui Università ha assunto il ruolo di docente di letteratura latina.

Pascoli nel balcone della sua abitazione a Messina

Ma non fu un ribelle, anzi, alla maniera decadente si chiuse nel suo dolore, si isolò in se stesso, solo con le sue memorie e con i suoi morti. La sua ribellione fu un senso di avversione per una società in cui era possibile uccidere impunemente e nella quale si permetteva che una famiglia di ragazzi vivesse nella sofferenza e nella miseria.

Non c’è ribellione nella sua poesia, ma rassegnazione al male, una certa passività di fronte ad esso: vi domina una malinconia diffusa nella quale il poeta immerge tutto, uomini e cose. Egli accetta la sua triste realtà come è, e si sottomette al mistero che non riesce a spiegare. La sua poesia non ha una trama narrativa e non è neppure descrittiva: esprime soltanto degli stati d’animo, delle meditazioni. E’ l’ascolto della sua anima e delle voci misteriose che gli giungono da lontano: dalla natura o dai morti.

Le vicende personali e familiari di Giovanni Pascoli, e il loro impatto sulla sua produzione artistica del poeta, sono efficacemente rievocate e ricostruite nel racconto di Guido Davico Bonino. Uno straordinario documento in cui il critico e professore universitario ripercorre le tappe della vita di Pascoli, attraverso la sua esperienza umana e i riflessi sulla sua poetica.

La raccolta Canti di Castelvecchio , pubblicata nel 1903, fa di Pascoli, come sostiene Davico Bonino, il primo grande poeta italiano contemporaneo, capace di rinnovare la tradizione linguistica mediante un lessico “agreste o contadino”, che prevede l`innesto di suoni animali e naturali, voci dalla forte eco simbolica, perché rievocano innocenza, malinconica, malesseri e paure indecifrabili, sullo sfondo dell`attesa della morte. All’interno dello stesso contributo, l’attore Umberto Ceriani legge e interpreta alcuni brani tratti dagli stessi Canti di Castelvecchio: Nebbia, Il brivido, Il gelsomino notturno, L`ora di Barga, La mia sera, La servetta di monte, La tessitrice e Commiato.

Morì a Bologna il 6 aprile 1912 (stesso anno della tragedia del transatlantico Titanic) e con lui scomparì parte del bello di questo mondo, che perse oltre alla poesia, quel poco di umanità, di amore e arte presente nell’animo e nel cuore di ogni essere umano, per far spazio ad odio dolore, cattiveria, un mantello nero che ci circonderà per molto tempo, culminando con due devastanti guerre, che calpesteranno l’essenza stessa dell’essere uomini.

 

Continua la prossima settimana con altri aneddoti sull’illustre messinese Pascoli

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Repost | Il Sacrario di Cristo Re, antico simbolo della città

La rubrica #Repost è gestita in collaborazione con gli utenti Instagram e Facebook che utilizzano l’hashtag #ArcheoMe o il tag diretto delle nostre pagine social. Durante la settimana verranno selezionati, secondo i nostri criteri, gli scatti più belli, che saranno affiancati da una breve descrizione da noi realizzata. 

 

Da qualsiasi punto ci si trovi nella città di Messina o meglio ancora, attraversando lo Stretto, osservando con lo sguardo rivolto verso l’alto, non si può fare a meno di notare la grande cupola che si erge dal centro della città in maniera maestosa e potente.

Stiamo parlando del Sacrario di Cristo Re, dominatore assoluto della città peloritana, grazie appunto alla particolare posizione geografica nella quale è collocato. Sorge sul viale Principe Umberto, meta turistica importante, la cui storia però è poco conosciuta. I messinesi stessi disconoscono quale sia stata la sua funzione negli anni e il ruolo che il famoso Sacrario ha avuto per la città.

Immagine di @bonzil86


Le origini, infatti, risalgono, secondo le fonti più antiche, ai primi secoli dopo Cristo. Ma soltanto nel XII secolo il Castello assume connotati più definiti: con il nome di Rocca Guelfonia (Matagriffone per gli spagnoli) nel 1191 ospitò Riccardo Cuor di Leone con i suoi uomini diretti in Terrasanta durante la III Crociata. Lo stesso Re Riccardo ordinò la costruzione della Torre Ottogonale che si conserva tutt’oggi. Il tempio moderno sorge proprio sul luogo in cui si trovava  il castello ed è stato realizzato nel 1937, a seguito del terremoto che distrusse la città e la fortezza, dall’Ingegnere Francesco Barbaro come sepolcro monumentale dei Caduti.

Il Sacrario, a pianta centrica, è costituito da una cupola segnata da 8 costoloni alla base dei quali, sulla cornice, sono collocate delle statue bronzee modellate dallo scultore romano Teofilo Raggio e fuse dalla Fonderia Artistica fiorentina, raffiguranti le virtù cardinali e teologali. La Statua di Cristo Re, sulla scalinata d’ingresso, è stata realizzata dallo scultore Tore Edmondo Calabrò (colui che realizzò la madonnina posta sulla punta della falce che protegge e domina la città).

Immagine aerea di @catenaemariadaidone

All’interno il Tempio si divide in Chiesa Inferiore e Superiore. Nella prima  sono custoditi i resti di 110 caduti della prima guerra mondiale e di 1.288 caduti della seconda guerra mondiale, di cui 161 rimasti ignoti. In una lapide, inoltre, sono ricordati i 21 marinai caduti nella battaglia navale di Punta Stilo il 9 luglio 1940.

Con il terremoto del 1908, come già detto, della fortezza rimarranno soltanto la Torre, restaurata dopo il disastro, e resti imponenti delle mura, insieme all’ingresso cinquecentesco della fortezza, ad oggi situato nella cosiddetta Via delle Carceri. 
Nel 1935, sulla Torre fu collocata una campana di 130 quintali, fusa con il bronzo dei cannoni sottratti ai nemici durante la I Guerra Mondiale. Questa campana è, ancora oggi, seconda per grandezza soltanto alla campana del Duomo di Milano.

Il Sacrario di Cristo Re è rimasto negli anni un luogo particolarmente denso di emozione e grande significato, conservando in esso la storia di una città, passata attraverso periodi storici importanti ma anche bui dai quali si è sempre risollevata, tornando a dominare sullo Stretto esattamente come il Sacrario. 

 

Immagine di @bonzil86

Profilo @bonzil86

Profilo @catenaemariadaidone

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Illustri Siciliani | Diodoro Siculo, lo storico di Agira

Diodoro di Agira, nasce intorno all’anno 80 a.C. in Sicilia, da qui il soprannome “Siculo”, e vive in pienol’età cesariana, morendo intorno al 20 a.C. Della sua vita non sappiamo molto in quanto l’autore non lascia una vera e propria biografia: ciò che conosciamo lo dobbiamo ai brevi aneddoti che egli stesso inserisce nella sua opera. Ad esempio, egli narra di essere stato in Egitto durante la 180° Olimpiade, tra il 60 e il 56 a.C., e di aver assistito alla condanna a morte di un romano reo di aver ucciso accidentalmente un gatto, animale sacro agli Egizi.  

Diodoro Siculo in una illustrazione medievale

Diodoro è uno storiografo la cui opera più importante è la Bibliothéke, una storia universale che va dalle origini mitiche della civiltà al 54 a.C.,data in cui Cesare conquistò la Britannia. L’opera ci giunge monca: dei 40 libri originali conserviamo i tomi I-V e XI-XX, mentre degli altri abbiamo solo estratti o lunghi riassunti dovuti alla grande notorietà che l’opera ebbe durante la tarda antichità.

Il proemio dell’opera è dedicato alla presentazione delle ricerche operate dall’autore e allo scopo per il quale è stata scritta: l’utilità e l’insegnamento che da essa tutti gli uomini possono trarre. A seguire, Diodoro espone l’origine della civiltà umana e parla della prima grande civiltà, quella dell’Egitto, alla quale si unisce la storia degli imperi d’Asia e i miti eroici della Grecia. Nei libri perduti viene descritta il segmento di storia tra la guerra di Troia e il 480, con un ampio occhio di riguardo per la peculiarità della storia siciliana. Due interi libri sono dedicati rispettivamente alle figure di Filippo II il macedone e del figlio Alessandro (detto Magno), seguono i libri che narrano di Roma, delle guerre puniche e dell’espansionismo, fino alla conquista della Britannia da parte di Cesare.

L’opera di Diodoro Siculo può essere considerata una summa delle diverse esperienze storiografiche tratte dai numerosi autori ai quali Diodoro si è ispirato e dai quali ha attinto ampie porzioni della sua conoscenza. A causa di ciò, l’autore è stato considerato mediocre, discontinuo e dallo stile poco distintivo. In verità, la grandezza di Diodoro sta proprio nell’aver creato un’opera che fosse depositaria di tradizioni diverse, atte a mostrare ciò che di nuovo c’era nella storiografia greca. Non mancano, comunque, le opinioni personali di Diodoro, che compaiono nei raccordi fra i vari racconti, nelle considerazioni moralistiche, nell’orientamento politico.  

La più recente nota autobiografica che l’autore fa’ è la menzione della vendetta operata da Ottaviano contro la città di Tauromenion, Taormina: la città sicula avrebbe negato a Ottaviano l’aiuto militare durante la battaglia navale del 38 a.C. contro Sesto Pompeo, causandogli una sonora sconfitta. Poiché Diodoro non menziona l’annessione dell’Egitto all’Impero romano, avvenuta nel 30 a.C., è presumibile che egli abbia scritto la sua opera prima di quella data. Infine, da alcuni cenni su Augusto si deduce che Diodoro morì intorno al 20 a.C.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 

http://www.treccani.it/enciclopedia/diodoro-siculo/

Mito storia tradizione: Diodoro Siculo e la storiografia classica, Atti del Convegno internazionale, Catania-Agira, 7-8 dicembre 1984, a cura di Emilio Galvagno e Concetta MolèVentura, Catania, Edizioni del Prisma, 1991.
Salvatore Curti GialdinoDiodoro di Sicilia e la sua Biblioteca storica, Palermo, Tip. D. Vena, 1913.
Domenico Musti, Storia greca: linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Roma, Edizioni Laterza, 2011
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Repost | L’abbazia dimenticata di Santa Maria di Mili

La chiesa normanna Santa Maria di Mili è una tra le più antiche testimonianze di architettura religiosa normanna della Sicilia e della città di Messina. La chiesa, con l’annesso ex monastero, sorge sulla riva sinistra del torrente Mili nei pressi dell’abitato di Mili San Pietro, nel comune di Messina. Fondata secondo alcuni documenti ritrovati dal Gran Conte Ruggero intorno al 1091, fu donata all’abate Michele, primo frate del monastero.

Struttura imponente, presenta ancora, seppur avvolta nella natura, in pieno abbandono, la struttura tipica dell’abbazia, con le mura principali esterne relative al complesso monasteriale che circondano e proteggono l’interno, rappresentato da una sorta di città in miniatura, dove si erge la splendida chiesa, con numerose altri ambienti relativi alle attività che i commercianti e gli abitanti del luogo svolgevano nel monastero.

Di importante rilevanza il cenobio, di origini verosimilmente bizantine, probabilmente abbandonato dai monaci Basiliani durante l’invasione araba. Infatti, secondo altre fonti, il monastero fino agli inizi del medioevo fu abitato da monaci cattolici di rito greco, comunemente denominati Basiliani. Il tutto viene attestato da alcuni ritrovamenti, come l’arco presente all’ingresso del muro di cinta dell’abbazia che reca lo stemma dell’Ordine basiliano, con al centro una colonna infuocata, che si rifà al sogno di S. Basilio.

Numerose le ristrutturazioni e ampliamenti che il complesso monastico subì nel corso dei secoli, come il prolungamento della navata subito dalla chiesa nel 1511, riportato in una delle travi in legno del soffitto spartano che ricopre la chiesa (viene riportata la data a numeri romani MCCCCCXI). Anche le fortificazioni hanno subito restauri, vista l’importanza strategica della chiesa Mili che, come tutti gli avamposti Basiliani, è posta su di un crinale che permetteva il controllo della via, attraversato dal torrente di Mili, con fortificazioni che ne proteggevano l’ingresso.

 

 

Il Repost di oggi, immagine di Rino Calabrò
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I Viaggiatori | La Messina egregia e prospera di Idrisi

La città di Messina viene descritta ed elogiata dal geografo arabo Idrisi. Questi, vissuto tra il 1099 ed il 1164, viaggiò per tutto il Mediterraneo, fino a quando giunse in Sicilia e si stabilì presso la corte normanna di Ruggero II, di cui descrive il regno. Su commissione del Re normanno l’autore magrebino compose nel 1154 un compendio di indicazioni geografiche, noto generalmente come Libro di re Ruggero.
L’opera è una descrizione scritta, in gran parte autoptica, di Europa, Asia (anche se non nella sua totalità) e Nord Africa, a cui era allegata una rappresentazione grafica conosciuta come Tabula Rogeriana. Il testo, suddiviso secondo il sistema tolemaico in sette zone climatiche a loro interno ripartite in altre dieci sezioni, descrive il quadro geo-fisico ed il contesto politico, coevo all’autore, di ciascuna regione. La raffigurazione grafica, pervenutaci solo tramite copia su pergamena del 1315, rappresenta i territori europei, nord-africani ed asiatici. La carta geografica, orientata con il Sud in alto ed il Nord in Basso, risulta essere un’illustrazione particolarmente precisa per il contesto di elaborazione ed infatti è rimasta un punto di riferimento per circa tre secoli.
 
La Sicilia nella Tabula Rogeriana con il nord in basso
 
Idrisi nel Quarto Clima, secondo compartimento, della sua Geografia, così descrive la Città dello Stretto: raggiungibile da Milazzo in “una giornata leggiera”  (cioè circa mezza giornata di cammino) è “posta sopra uno degli angoli dell’isola [quello cioè che s’avanza] verso levante” e cinta da montagne. Il geografo ricorda l’incantevole spiaggia ed il “ferace” territorio, dove si stendevano terreni coltivati e le “grosse fiumare con molti molini”. Idrisi si sofferma proprio sulla fertilità del suolo messinese sottolineando la presenza di “giardini ed ortaggi che producono frutti abbondanti”.
Lo studioso arabo inoltre definisce Messina “tra i più egregi paesi e più prosperi [anche per la gran gente] che va e viene”. Ne esalta l’arsenale dove avviene “[un continuo] ancorare, scaricare e salpare di legni”, ovvero imbarcazioni “sia delle terre do’ Rum sia de’ Musulmani”, intendendosi, rispettivamente, navi bizantine ed arabe.
 
Ma la ricchezza della città era soprattutto dettata “dai splendidi mercati” dove la vendita era agevolata da una grande vivacità di genti e di merci. Idrisi ricorda inoltre che i monti di Messina racchiudono miniere di ferro, che si esporta ne’ paesi vicini.
Il geografo infine elogia e descrive il porto e lo stretto. L’approdo della Città, definito una gran maraviglia, era giustamente famoso poiché non avvi nave smisurata che sia, la quale non possa ancorare sì accosto alla spiaggia da scaricare le merci passandole di mano a mano. Era ben nota, già ai suoi tempi, anche la pericolosità dello specchio d’acqua compreso tra le coste siciliane e calabresi. Si sottolinea infatti che la navigazione è difficile, massime quando il vento spira contro la [corrente dell’] acqua. Le insidie per i naviganti si manifestano con le forti correnti, nel momento in cui “le acque escano [dallo stretto] e nella stess’ora che altre acque [vi] entrano. Lo scontro delle correnti viene definito terribile e per chi trovasi avviluppato tra quelle due [correnti] non si salva, se non per grazia del sommo Iddio.  
 
Una copia tardo-medievale della Tabula Rogeriana con il nord in basso
 
 
 
 
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 
 
Amari M., Biblioteca arabo-sicula, 2 voll., Torino 1880, Roma 1881.
Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero” comp. da Edrisi, 1881-1886.
Amari m., Storia dei musulmani in Sicilia, 3 voll., Catania, 1933.  
Rizzitano U., Il Libro di Re Ruggero, Palermo, 1966.
Tabula Rogeriana (ed. 1929 trad. dall’arabo Konrad Miller), Biblioteca Nazionale di Francia (MS Arabe 2221)
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Illustri Siciliani | Franco Battiato, un artista a tuttotondo

Francesco Battiato, cantautore e compositore, è nato a Jonia (Catania) il 23 Marzo 1945. Il suo stile eclettico e personale lo ha portato a diventare un’icona della musica italiana molto apprezzata e, al contempo, molto criticata: dal pop al rock aggressivo passando dalla musica leggera, cimentandosi addirittura nell’etnica, elettronica e nell’opera lirica.  

Dopo aver conseguito il diploma presso il Liceo scientifico Archimede di Acireale si trasferisce prima a Roma e poi a Milano dove comincia a esibirsi in un cabaret alla presenza di Enzo Jannacci, Renato Pozzetto, Paolo Poli e Giorgio Gaber, con il quale inizia una splendida amicizia. La passione per la musica è tale che Francesco abbandona gli studi e vi dedica tutto il suo tempo, cominciando a scrivere testi.

Nel 1967, con il compaesano Gregorio Alicata, forma il duo Gli Ambulanti, esibendosi davanti le scuole con testi di protesta. Purtroppo il duo ha vita breve poiché mentre stanno registrando il loro primo disco, dopo che l’amico Giorgio Gaber aveva proposto i loro brani ad una casa discografica, i due hanno diverse incomprensioni che portano allo scioglimento. 

Francesco decide allora di continuare la sua carriera da solista per la casa discografica Jolly, incidendo i primi due singoli ufficiali: La torre e Le reazioni. Nello stesso anno l’artista fa la sua prima comparsa in televisione in un programma condotto da Gaber che, in questa occasione, propone all’amico di cambiare il nome da Francesco a Franco.    

Durante la sua carriera musicale si è avvalso dell’aiuto di numerosi collaboratori tra cui filosofi e violinisti che, insieme ai suoi numerosi interessi, hanno influenzato la sua musica e i suoi testi. Basti ricordare il famoso violinista Giusto Pio che per tanti anni gli impartì lezioni di violino e con il quale Franco ha stretto una bella amicizia.

Agli anni ’80 appartengono i primi grandi successi, pubblicati dalla EMI Italiana. Tra questi vi è l’album La voce del Padrone, che sosta al vertice delle classifiche italiane per oltre un anno e vende oltre un milione di copie. Alla fine degli anni ’80 appartiene anche la sua prima opera lirica: Genesi.

Negli anni ’90 Battiato si dedica nuovamente alla musica pop e incide l’album Come un cammello in una grondaia che, nel 1991, vince il premio Miglior Disco dell’Anno. Franco continua a scrivere opere liriche come Gilgamesh, dimostrando il suo interesse anche per le culture antiche, e Il Cavaliere dell’Intelletto, rappresentata in occasione dell’ottavo centenario della nascita di Federico II di Svevia.

Della sua vita privata si sa davvero poco in quanto Battiato non ha mai amato la vita mondana. Molto legato alla madre Grazia, scomparsa nel 1994, preferisce condurre una vita ritirata che essere sotto le luci del gossip; passa molto tempo nella sua abitazione di Milo, alle pendici dell’Etna, dove esercita una vita che rasenta l’eremitaggio. È un fervente vegetariano che, rivela in una puntata di Che tempo che fa, si alza alle cinque e trenta del mattino per ascoltare musica classica prima di cominciare a lavorare. Battiato ammette anche di non amare molto i programmi televisivi, preferisce i programmi di musica classica, i concerti sinfonici e le barzellette: sono un grande narratore e ascoltatore di burle.

Uno dei suoi più celebri successi è il brano La Cura che fa parte dell’album L’imboscata, pubblicato dalla etichetta discografica Polygram nel 1996. Questo brano vende più di 30.000 copie e viene certificato il  disco di platino. Ancora oggi, dopo oltre vent’anni dalla sua uscita, viene dedicato da genitori e innamorati a figli e amanti; nato per augurare la guarigione ad una persona cara, oggi viene utilizzato anche come espressione e promessa di immenso affetto.  

L’eclettismo di Franco Battiato non si ferma certo alla musica; egli infatti si è dedicato anche al cinema, vincendo il Nastro d’Argento come miglior regista italiano esordiente, all’opera lirica, componendo diverse opere, molte delle quali con libretto del filosofo Manlio Sgalambroalla pittura e, persino,alla politica, operando come assessore alla cultura sotto l’amministrazione del Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 

AA.VV. Franco Battiato, a cura di Pier Giuseppe Caporale, Roma, Edizioni Antropos, 1983.
A. VERONI Franco Battiato: le canzoni, il personaggio, la musica, Roma, Edizioni Antropos, 1983.
AA.VV. NUOVE EFFEMERIDI Franco Battiato, Palermo, Ed. Guida, 1999.
FRANCO PULCINI Franco Battiato. Tecnica mista su tappeto, Torino, EDT, 1992.
MAURIZIO MACALE Franco Battiato. Centro di gravità permanente. Storia di una ricerca della verità, Foggia, Ed. Bastoni, 1994.
MAURIZIO MACALE Franco Battiato. Centro di gravità permanente. Storia di una ricerca della verità, Foggia, Ed. Bastoni, 1994.
GIUSEPPE PULINA La cura. Anche tu sei un essere speciale. Ed. Zona 2010.
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News | Angela, Sgarbi, Musumeci e il ricordo di Sebastiano Tusa

La notizia della scomparsa dell’archeologo Sebastiano Tusa, assessore ai beni culturali della Regione Sicilia, ha rapidamente fatto il giro del mondo commuovendo e sconvolgendo numerose persone.

Tra le tante persone che lo hanno ricordato vi è il Presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci che, appresa la notizia, si è detto “distrutto”. Sui social, non appena ricevuto il comunicato ufficiale del decesso, ha espresso parole semplici, lontane dalla pomposità costruita del conosciuto linguaggio politico: Ho appena ricevuto la conferma ufficiale dell’Unità di crisi del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale: l’assessore Sebastiano Tusa era sull’aereo precipitato in Etiopia. Sono distrutto. È una tragedia terribile, alla quale non riesco ancora a credere: rimango ammutolito. Perdo un amico, un lavoratore instancabile, un assessore di grande capacità ed equilibrio, che stava andando in Kenya per lavoro. Un uomo onesto e perbene, che amava la Sicilia come pochi. Un indimenticabile protagonista delle migliori politiche culturali dell’Isola.

Il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci con Sebastiano Tusa

Da quel momento la pagina Facebook del presidente della Regione è stata inondata di ricordi dell’archeologo e di interviste fatte allo stesso Presidente, che così risponde: Fino all’ultimo abbiamo sperato che la notizia fosse infondata. Quando abbiamo avuto la conferma ci siamo ammutoliti, affranti, e senza parole – e ancora – Sebastiano Tusa non era soltanto un amico, era un assessore appassionato, un archeologo di fama internazionale instancabile che aveva sposato questa sua nuova esperienza di governo, a servizio della sua terra di Sicilia, con lo stato d’animo di un ragazzino. Proprio lunedì, sui social, il Presidente ha ricordato un’intervista fatta a Sebastiano Tusa in cui esprimeva il suo obiettivo come archeologo e politico amante dell’arte e della Sicilia, descrivendola come un’eredità che abbiamo il dovere morale di portare avanti in memoria di Sebastiano Tusa e per il bene della Sicilia.

Poetiche, intensi e brevi, che a malapena fanno capire a chi si riferiscono, sono le parole di Vittorio Sgarbi, predecessore di Tusa all’assessorato siciliano: Resta il suo pensiero, l’intelligenza, la disponibilità ad ascoltare, la gentilezza e tanti studi, tante ricerche sospese, tanti sospiri di conoscenza – e continua In pochi casi l’archeologo, lo scienziato si era fatto politico con tanta naturalezza, continuando a vedere le cose, la storia e il mondo senza calcoli e strategia, per amore della bellezza, per la certezza che il mondo antico in Sicilia era ancora vivo. 

Vittorio Sgarbi e Sebastiano Tusa

Per concludere con le commoventi parole: Potevano risorgere sculture, rinascere kouroi, uscire Venere dall’acqua. E come vive la storia con noi, vive anche lui oltre la sua apparente fine.

In un’intervista a Repubblica, anche Alberto Angela ha avuto parole accorate per il collega siciliano che descrive come una delle figure più luminose dell’archeologia. Direi che si è spenta una luce – commenta – è una tragedia che ha colpito tutti noi, tutto il mondo della ricerca. Alle domande riguardanti il suo personale pensiero risponde: Mi aveva sempre colpito in lui la grande professionalità, il suo entusiasmo, la sua capacità di organizzare la ricerca e le scoperte. Cita anche una delle tante occasioni in cui ha avuto modo di collaborare con Tusa: avevamo fatto un’immersione insieme alla scoperta di un relitto romano a 35 metri di profondità a Levanzo, nelle Egadi. Sono molto vicino ai suoi cari, che sono stati così duramente colpiti da questa tragedia, ma penso anche a quanto ci mancherà la sua capacità di viaggiare nel passato e anche la sua umanità. Era una persona straordinaria.

Non sono solo i volti noti a rammaricarsi per l’improvvisa morte di questo personaggio. Numerosi sono i nomi di presidenti di enti pubblici, associazioni e partiti che hanno espresso il loro cordoglio scrivendo e pronunciando parole in ricordo delle sue azioni e dei suoi insegnamenti. La morte del professore Tusa – scrive il presidente della Pro Loco Isole Egadi di Favignana Massimo Saladino – ci lascia senza parole. Lascia un vuoto incolmabile e mi sento di dire che per la nostra Regione non poteva esserci evento peggiore. Il professore Tusa è stato un esempio, oltre che di grande cultura, di lungimiranza. Ci lascia in eredità una visione nuova dei beni culturali, una grande visione manageriale oltre che culturale che abbiamo avuto modo di apprezzare in questi anni sia quando svolgeva l’incarico di Sovrintendente del Mare sia come Assessore ai beni culturali.

Anche il Wwf Sicilia Area Mediterranea commenta la tragica notizia: Nessuno lo avrebbe mai detto che mentre si disvelava la tragica notizia dell’assessore Sebastiano Tusa, vittima di un incidente aereo in Etiopia, i volontari del WWF stavano ripulendo le rive dello Stagnone di Marsala, che abbraccia l’isola di Mozia. Mozia, luogo amato da Sebastiano Tusa, che in quell’isolotto e nei suoi tesori nascosti aveva creduto. Piangiamo la tragica scomparsa dell’amico Sebastiano Tusa, ambientalista vero, amante della bellezza, della sua terra, della vita.

Una tragedia che lascia senza parole – commenta la capogruppo dell’UDC Eleonora Lo Curtol’aereo dell’Ethiopian caduto in Africa ci porta via una delle persone migliori della Sicilia: Sebastiano Tusa, archeologo e assessore del governo siciliano, va via da questo mondo lasciandoci atterriti”. Anche lei ha solo parole di elogio per il nostro corregionale. Piangiamo una persona di grande livello che abbiamo apprezzato e che si è fatta stimare per la competenza, la serietà, la generosità e la buona volontà, caratteristiche, queste, che rendono speciali gli uomini. A nome mio personale e del gruppo Udc del parlamento regionale esprimo i sentimenti di cordoglio alla famiglia di Sebastiano Tusa e al governo siciliano. Personalmente perdo un amico a cui riserverò per sempre un posto unico e speciale nel mio cuore.

Il sindaco di Marsala Alberto Di Girolamo ricorda che ha avuto modo di apprezzarne le doti umani e professionali. Si è sempre battuto per la valorizzazione del nostro patrimonio archeologico ed è stato, fra l’altro, il primo sostenitore del nuovo Museo degli Arazzi. In questo momento di grande dolore sono vicino assieme alla Giunta al dolore dei familiari.

Giuseppe Castiglione, sindaco di Campobello, invece lo ricorda come un archeologo di fama internazionale e uomo di grande spessore culturale e di rare doti umane con cui ho avuto il privilegio di confrontarmi diverse volte e che sempre ha dimostrato particolare sensibilità verso le iniziative intraprese per la valorizzazione del patrimonio archeologico delle Cave di Cusa.

Il collega archeologo Giovanni Di Stefano, direttore del Polo Regionale per i siti culturali di Ragusa e per i Parchi di Camarina e Cava Ispica, docente all’Università della Calabria e all’Università di Roma 2 Tor Vergata, scrive il suo personale rammarico: La perdita drammatica di Sebastiano Tusa mi addolora e mi rattrista profondamente perché perdiamo un amico sincero e uno studioso di grande valore che, con spirito di servizio e generosità, aveva accettato l’oneroso incarico di assessore regionale ai beni culturali. Sebastiano è stato un protagonista della scienza archeologica con risultati di ricerca per la preistoria del Mediterraneo indelebili nella storia degli studi. Per l’archeologia subacquea ha scritto pagine che rimarranno per sempre nella storia della moderna ricerca archeologica mondiale.

A queste e ad altre voci si sono unite le mute parole degli archeologi, giovani e meno giovani, che hanno avuto modo di conoscerlo, collaborare con lui o studiare sui suoi scritti, degli amanti della nostra bella terra, la Sicilia, degli amatori e dei protettori dell’arte e di tutti coloro che hanno appreso della sua vita, del suo lavoro e della sua perdita solo mediante questa disgrazia e che rimpiangono di non aver avuto la possibilità di attingere dalla sua profonda cultura.  

A queste voci si lega anche il pensiero di ArcheoMe.

Un saluto al prof. Tusa da tutta la Redazione.

 

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News | Il 158’ anniversario dalla caduta della Real Cittadella (VIDEO)

In occasione del 158^ anniversario della sua difesa eroica, si ritorna a parlare di Real Cittadella

Approfittando dell’evento organizzato dall’associazione Amici del Museo di Messina, ci addentriamo con il Dott. Franz Riccobono nei meandri di una delle fortezze più grandi del Mediterraneo. 

Si è messo l’accento anche sullo stato di abbandono in cui versa il bene monumentale, bisognoso di un intervento riqualificativo e di messa in sicurezza per cui è stato necessario produrre un esposto alla Procura. 

Di seguito la Diretta della giornata con la visita alla Real Cittadella.

 

https://www.facebook.com/ARCHEOME/videos/2716124531761101/
Parte I

Parte II

Parte III

ArcheoMe e il Dott. Riccobono
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EatMe | Le sfinci messinesi di San Giuseppe per la Festa del Papà

Spesso il calendario liturgico funge da ispirazione per ricette dolci o salate che appartengono alla nostra cucina tradizionale.

Il 19 Marzo è proprio una di quelle date. Il giorno di San Giuseppe, nonché la festa del Papà, a Messina si è soliti preparare le sfinci di San Giuseppe.

Questo piatto, abbastanza povero di ingredienti, veniva preparato e utilizzato come offerta votiva del santo per ottenere la grazia.

Le sfinci non sono altro che dei piccoli dolcetti fritti ripieni di uva passa (o gocce di cioccolato), ricoperti di zucchero semolato.

 

DIFFICOLTA: BASSA

TEMPO DI PREPARAZIONE: 60 MINUTI

TEMPO DI COTTURA: 30 MINUTI

 

INGREDIENTI

500 g di farina

500 ml dacqua

200 g di uva passa (o gocce di cioccolato)

20 g di lievito di birra

100 g di zucchero

Scorza grattugiata di unarancia

Mezza tazza di liquore aromatizzato (rum o marsala)

3 cucchiai di olio extravergine

10 g di sale

Zucchero semolato q.b

Olio di arachidi (per friggere)

 

 

PREPARAZIONE 

Sciogliere il lievito di birra in 50 ml dacqua, rigorosamente tiepida.

Setacciate la farina allinterno di una ciotola e create il classico foro centrale, nel quale andrete a mettere il lievito ammorbidito e lolio.

Prendete luvetta e lasciatela in ammollo per 15 minuti in acqua tiepida. Trascorsi i minuti richiesti, asciugatela su carta assorbente e infarinatela

La preparazione dellimpasto è davvero la parte più importante della nostra ricetta. Enecessario che venga lavorato per bene. Mettete tanta energia e, man mano che impastate, aggiungete lacqua.

Una volta che limpasto riuscirà a staccarsi dalla ciotola aggiungete luvetta, la scorza di arancia, il sale ed il liquore aromatizzato.

Coprire limpasto per almeno unora e lasciate riposare.

La cottura

Appena questultimo sarà pronto, ricavate  delle piccole porzioni da friggere nellolio caldo.

Raggiunta la doratura, scolateli dallolio con una schiumarola e appoggiateli su carta asssorbente.

Quando saranno fritti arrotolateli nello zucchero semolato e serviteli su un bel piatto da portata.

Per gli amanti della cannella, potete dare un tocco in più alla vostra ricetta andando ad unire lo zucchero semolato e la cannella, così, una volta fritti e scolati, potete avvolgerli in questa unione di sapori.

Come vedete bastano pochi passaggi per creare una ricetta davvero sfiziosa.