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ARCHITETTURA | L’evoluzione dal Romanico al Gotico

Storiograficamente, l’architettura gotica è quella fase dell’architettura europea diffusasi in un periodo compreso fra la metà del XXII secolo e, in alcune aree europee, nei primi decenni del XVI secolo.

Parlare di architettura gotica equivale ad aprire una finestra su un periodo storico-artistico di grande importanza per la cultura civile e religiosa. In particolare, si potrebbe parlare di una evoluzione semiotica delle forme e degli schemi architettonici con il significato più intimo, in ambito trascendentale, della visione del credo religioso cristiano.

Gotico e romanico: le differenze

Uno stile consapevolmente diverso da quello precedente (romanico), caratterizzato dall’uso intensivo di tecniche costruttive già usate (come l’arco a sesto acuto e la volta a crociera), ma aggregate in un sistema coerente e logico e con nuovi obiettivi estetici e simbolici.

Caratteristica importante del gotico è l’uso di strutture notevolmente più alte rispetto a quelle utilizzate nel precedente stile. Tale novità ha dunque comportato l’uso di accorgimenti tecnici meritevoli, per come sarà in seguito, di maggiori approfondimenti.

Diversamente da quanto avvenne per l’architettura romanica, per la quale non si ravvisa una particolare regione europea di riferimento per così dire “rappresentativa”, è, invece, abbastanza attendibile identificare una località e un “padre” dell’architettura gotica.

La Cattedrale di Rouen, Francia, esempio di architettura Gotica

Le origini del gotico: l’abbazia di Saint-Denis

La ricostruzione del coro dell’abbazia di Saint-Denis, vicino a Parigi, iniziata nel 1137 e terminata nell’anno 1144 per opera dell’abate Suger, è, generalmente, considerata come la data di inizio di questo stile. Stile che da lì a poco si diffonderà prima nelle diocesi dell’Île-de-France e poi nel resto della Francia, in Inghilterra, nell’Impero e nel resto d’Europa, incontrando resistenze significative solo in Italia.

Nel 1140 l’abate Sugerio (Suger) decise di ricostruire il coro e la facciata di Saint-Denis, l’abbazia benedettina che conservava le reliquie del patrono di Parigi, San Dionigi. Questo santo era stato il primo vescovo delle Gallie e il ricordo della sua figura si fuse ben presto con quella del monaco siriano Dionigi l’Areopagita.

L’interno dell’Abbazia di Saint Denis e le Tombe dei Re

La spinta verso l’alto: il mezzo per raggiungere il divino

Tale Dionigi, monaco siriano, aveva, infatti, scritto un trattato sulla luce e sulle gerarchie angeliche, “De coelesti hierarchia”, ispirato al neoplatonismo, nel quale la luce era considerata una sorta di emanazione divina e, in generale, la realtà sensibile intesa come simbolo delle splendenti realtà soprannaturali. Da qui, quindi, l’intrinseco legame che fonde il gotico con l’ideale religioso che porterà a collegare l’ “altezza” delle strutture architettoniche, con il desiderio di avvicinamento al divino.

L’abate Sugerio, ammiratore dei testi dello pseudo-Dionigi, volle ricostruire la sua venerabile abbazia ispirandosi alle teorie del filosofo. A tal fine infatti, progettò un nuovo coro direttamente collegato ad un deambulatorio che permetteva ai fedeli di muoversi liberamente anche dietro il recinto del coro stesso. Le cappelle radiali, componenti il coro, erano dunque coperte da volte a crociera e sulle pareti si aprivano ampie finestre che davano una grande luminosità allo spazio interno. Le vetrate colorate, dalle ampie aperture, rendevano l’atmosfera interna quasi soprannaturale, in accordo con le forme sensibili suggerite dalle teorie dello Pseudo Dionigi.

La novità del gotico

Appariva chiaro, quindi, che la novità più originale dell’architettura gotica fosse la scomparsa delle spesse masse murarie tipiche del romanico ove il peso della struttura veniva assorbito dalle pareti. Nel gotico, infatti, assistiamo ad uno snellimento delle strutture: queste venivano impiegate a guisa di “nervature”, sulle quali scaricare le forze generate dalle masse. A tale scopo venivano utilizzati elementi strutturali secondari coadiuvanti, quali archi rampanti e contrafforti. Tale svuotamento delle pareti dai carichi permise la realizzazione di pareti di luce, coperte da magnifiche vetrate, alle quali corrispondeva, fuori, un complesso reticolo di elementi portanti.

A partire dai soli pilastri a fascio, si dipanava quindi un sistema di contrafforti ben più ampio e diversificato rispetto a quello romanico. In particolare, gli elementi strutturali quali gli archi rampanti, i pinnacoli, i piloni esterni e gli archi di scarico servivano a contenere e indirizzare al suolo le spinte laterali della copertura. Il tutto comportava quindi il conseguente alleggerimento delle murature di riempimento le quali consentivano, di conseguenza, un numero maggiore di aperture.

Da qui in poi si assiste ad un susseguirsi di esempi mirabili di tale stile quasi totalmente destinate al culto.

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ARCHEOLOGIA | La domus e l’area archeologica di Via Bellezia a Torino

Non tutti i torinesi sanno che nel cuore del quadrilatero romano si nasconde una piccola area archeologica, scoperta nel 2008 nel corso della ristrutturazione di un palazzo storico. In via Bellezia 16, a Torino, è stata individuata una domus romana con un ambiente pavimentato a mosaico.

L’edificio è stato costruito presumibilmente intorno al I-II secolo d.C. ed è stato in uso fino al IV sec. Dopo l’abbandono, l’area è stata utilizzata come cimitero fino al X secolo e successivamente occupata dai Domenicani, senza soluzione di continuità, dal XIII secolo fino ad oggi.

Come riportato sui Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte[1], dell’abitazione sono visibili alcune porzioni dei muri e il pavimento, decorato con tessere bianche e nere a motivi geometrici, che permette di identificare l’ambiente come una sala di rappresentanza.

Il pavimento a mosaico

Sopra questo primo livello, vi sono tracce di  murarure di epoca romana e di una vasca per la produzione della calce datata alla fine del medioevo.

Vista la ristretta area di scavo (il cortile interno del palazzo storico) non è possibile conoscere la reale estensione della domus su tre fronti: est, ovest e sud. Dallo scavo è invece emerso che questa non occupava il lato nord dell’area indagata. Qui infatti si riscontra la presenza di suoli in terra battuta, indice di un’area aperta.

Proprio in questa porzione di terreno si trova un pozzo, con le pareti foderati di ciottoli, che intercettava probabilmente una falda acquifera sotterranea e poteva essere in uso a più abitazioni. Non essendo stati trovati materiali riferibili alla fase di costruzione della domus, la sua datazione è avvenuta esclusivamente sulla base della tipologia del mosaico, risalente, appunto, ai primi decenni del II sec. d.C. Purtroppo, non è possibile escludere che la pregiata pavimentazione sia stata inserita in una seconda fase, nella quale la casa è stata ristrutturata e dunque non rappresenterebbe la datazione più antica. Inoltre, nell’area aperta che affianca l’abitazione e nel riempimento del pozzo, sono stati trovati materiali risalenti al I sec. d.C, dimostrando così come l’area sia già attiva in precedenza.

Il pozzo

Durante la tarda età imperiale, l’edificio subì una massiccia ristrutturazione, che portò alla variazione della funzione della sala con il mosaico. L’ambiente venne ampliato, ma il mosaico fu coperto da un pavimento in cocciopesto, rendendolo un ambiente di minor pregio.

L’area aperta a nord continuò ad essere utilizzata: venne in parte lastricata, per consentire un accesso più agevole al pozzo in caso di maltempo e venne costruita una struttura in ciottoli e malta sul lato sud del pozzo.

Durante l’età tardoantica la domus di via Bellezia andò in rovina, ma i suoi ambienti vennero ancora utlizzati per un certo periodo, come dimostrano le tracce di accensione di fuochi sul pavimento di cocciopesto. Probabilmente alcune porzioni di muro erano ancora utilizzabili come sostegno per coperture lignee, come documentato frequentemente per il periodo.

L’area venne più volte depredata dei materiali da costruzione, riutilizzati per altre strutture e, presumibilmente intorno al VI secolo, venne utilizzata come cimitero. Sono presenti infatti due sepolture di un maschio adulto e di un bambino di circa 4 anni, anche se probabilmente le sepolture erano in numero maggiore, data la massiccia presenza di resti umani.
Infine, nel basso medioevo, l’area fu trasformata nel chiostro della vicina chiesa di S.Domenico.
Oggi l’area, che doveva diventare un parcheggio privato interrato, è stata invece musealizzata e resa visibile al pubblico su appuntamento.

 

 


[1]Greppi, Gabucci, Subbrizio, Barello, Indagini archeologiche nel cortile del Palazzo S. Liborio, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, 26 (2011), pag. 47-74
http://archeo.piemonte.beniculturali.it/images/pdf-editoria/quaderni/quaderno-26/03_greppi%20et%20al.pdf

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MITI | L’amore eterno di Selene per Endimione

Una notte d’estate, il bellissimo pastore Endimione si addormentò in un bosco, sul monte Latmio. Lì, scorse il suo viso Selene, divinità lunare, che se ne innamorò perdutamente: da quel momento, la dea scendeva sulla terra per passare ogni notte al suo fianco.
Selene chiese a Zeus di sposare Endimione e pregò affinché il suo amato venisse reso immortale: il padre degli dèi esaudì entrambe le sue richieste.
Selene, tuttavia, pur avendo chiesto la vita eterna per l’amato, aveva dimenticato di domandarne anche l’eterna giovinezza: alla comparsa dei primi capelli bianchi, impazzì, temendo che il suo sposo potesse avere sorte analoga a quella di Titone.

La dea decise, d’accordo con Hypnos, di baciare le palpebre dell’amato per farlo cadere in un sempiterno sonno, affinché il tempo cessasse di consumarne le sue carni. 

Da allora e per l’eternità, Selene si reca ogni notte sul Latmio, per riposare accanto al suo mai morituro amore che, seppur dormiente, l’ha resa madre di cinquanta figlie.

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ARCHEOLOGIA | Ritrovata la Biga trafugata… che non è di Morgantina!

L’azione congiunta di Procura e Carabinieri di Catania ha permesso il recupero del presunto reperto archeologico noto come la “biga di Morgantina”, che era stato trafugato dal Cimitero Monumentale di Catania nel Giugno 2017.  

Nell’indagine che ha portato al ritrovamento della statua, i carabinieri hanno arrestato 17 persone, accusate a vario titolo di reati di rapina, estorsione, ricettazione e furto di opere antiche. Secondo quanto emerso dagli interrogatori, l’operazione illegale è avvenuta con l’ausilio di un complice interno al cimitero.

La Biga ritrovata dal corpo dei Carabinieri di Catania

La scultura bronzea, posta sulla cupola della cappella funeraria della famiglia Sollima, è stata sollevata con l’aiuto di un elicottero e trasportata da un camion. Suddivisa in due parti, per celarla al meglio, la carrozza è stata nascosta e rinvenuta in un garage di Aci Catena, mentre i cavalli sono stati posti all’interno di una stanza segreta in una villa di Piazza Armerina.

Ma non si tratta, come invece riportato erroneamente da ogni testata nazionale, di un reperto archeologico risalente al 450 a.C.; sarebbe piuttosto da ascrivere alla fine dell’800 o, addirittura, agli inizi del ‘900. Si tratta di una copia di bronzo del gruppo scultoreo marmoreo assemblato dallo scultore Francesco Antonio Franzoni nel 1788, conservato nei Musei Vaticani. 

La Biga riporta molti dei dettagli che si devono alle aggiunte di Franzoni; proprio per questo motivo, è esclusa in partenza qualsiasi datazione precedente al XVIII secolo. Grazie agli studi dell’esperte in archeologia Antonella Privitera e in storia dell’arte Luisa Fucito, si è scoperto che una ditta specializzata, la fonderia Chiurazzi di Napoli, addirittura aveva le riproduzioni della biga vaticana in catalogo, in quanto, da fine ‘800 in poi, si ha una forte tendenza alla realizzazione di queste opere. Secondo la Privitera, è verosimile che il prodotto sia realizzato all’inizio del XX secolo dalla fonderia Chiurazzi, alla quale è attribuibile ”senza esitazione”.

Il docente di Archeologia all’Università di Catania, prof. Dario Palermo, in un suo post su Facebook lancia una provocazione riguardo il pericolo che può scaturire dalla disinformazione: Una piccola riflessione sulla biga Sollima. Se non ci fosse stato qualcuno che avesse riempito giornali e mass media con la falsa notizia della provenienza da Morgantina e del suo enorme valore, forse starebbe ancora al suo posto. Bisogna riflettere prima di propagare notizie non verificate e facilmente smentibili. Ma si sa, a forza di ripetere una bugia essa assume i contorni della verità.

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ARCHEOLOGIA | Scoperti 20 sarcofagi inviolati nella Valle dei Re

Recentemente, il Ministero delle Antichità egiziano ha confermato il rinvenimento di scoperte tanto eccezionali da fornire un grandissimo apporto alle ricerche sull’affascinante e ancora misteriosa civiltà egiziana. Tra queste, vi è il ritrovamento di 20 sarcofagi a Luxor, l’antica Tebe, sulla riva ovest del Nilo, presso la famosa Valle dei Re.

Finora non sono molti i dettagli forniti da archeologi e Ministero; quello che sappiamo è che i reperti sono stati sepolti nella Necropoli di El-Asasif, a poca distanza dal Tempio funerario della regina/faraone Hatshepsut. Questa zona, utilizzata per oltre 500 anni come luogo di sepoltura, ha restituito numerosi altri reperti archeologici, alcuni in buone condizioni altri meno, ma ancora in fase di studio.  

Le analisi preliminari sembrerebbero ascrivere i sarcofagi ad un periodo compreso tra il XX e il IV secolo a.C., conosciuto come Terzo Periodo Intermedio. La sepoltura in sarcofagi di questo tipo era particolarmente diffusa in questo determinato momento storico, quando gli egiziani avevano rinunciato alle forme tombali più tradizionali. Un altro indizio a favore di questa ipotesi datazionale è il rinvenimento di altre bare di simile fattura all’interno di depositi databili allo stesso periodo.

Le bare, rinvenute in giacitura primaria, ossia nello stesso luogo e nello stesso modo in cui gli antichi egizi li avevano lasciati, sono state rinvenute intatte, sistemate su due piani, all’interno di un unico ambiente sepolcrale. Grazie al loro ottimo stato di conservazione si notano ancora i colori delle pitture e le incisioni che gli egizi usavano per decorare: lo studio di quest’ultime aiuterà gli egittologi a scoprire l’identità dei defunti.  

Nel complesso, si tratta di una scoperta così preziosa che ha meritato l’interessamento del ministro delle antichità Khaled Al-Anani in persona, accompagnato dal dottor Mustafa Waziri, il Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità. D’altronde, reperti di questo genere non possono che risollevare le sorti turistiche dell’Egitto, insolitamente avverse dopo il recente crollo delle visite a seguito degli attentati e di altre problematiche interne.

Ulteriori dettagli su questa eccezionale scoperta saranno rilasciati nell’ambito della conferenza stampa che il Ministero delle Antichità egiziano ha fissato per domani, 19 ottobre.

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NEWS | Celebrati i funerali del compianto archeologo Sebastiano Tusa

La salma è arrivata in Italia soltanto due giorni fa. Il tragico incidente in Etiopia (clicca qui per le dinamiche dell’incidente) in cui ha perso la vita l’archeologo Sebastiano Tusa, l’archeologo e assessore regionale (clicca qui per la sua biografia), risale allo scorso 10 marzo. 

I funerali

Questa mattina, 18 Ottobre, sono stati celebrati i funerali. In prima fila, nella chiesa di San Domenico, i parenti, la moglie Patrizia Li Vigni e i figli, il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci e il vice sindaco di Palermo, Fabio Giambrone. Presenti alcuni dirigenti regionali, rappresentanti delle forze dell’ordine, colleghi e amici.

Tusa è tra le 157 vittime dell’incidente aereo della Ethiopian Airlines dello scorso 10 marzo (clicca qui per i dettagli).

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ABRUZZO | Il Museo Archeologico Nazionale di Campli (TE)

Campli è un comune italiano della provincia di Teramo, in Abruzzo. Dal 2018 la città è inclusa nel club dei “Borghi più belli d’Italia”

Nel paese si possono ammirare palazzi medievali e rinascimentali di grande bellezza, come il Palazzo Farnese, uno dei palazzi civici più antichi in Abruzzo, risalente al XIV secolo, un tempo Palazzo del Parlamento ed oggi sede del Municipio.

Il Palazzo è annesso all’antico convento di San Francesco, in cui ha sede il Museo Archeologico Nazionale di Campli, inaugurato nel 1989, per esporre e custodire i prestigiosi reperti della vicina necropoli protostorica di Campovalano, piccola frazione del comune camplese.

Le campagne di scavo iniziate nel 1967 hanno portato alla luce 610 sepolture risalenti all’età del bronzo fino ad arrivare alla romanizzazione, dal IX al III secolo a.C.

Il percorso espositivo si articola in tre sale principali, che ospitano più di 30 teche e vetrine contenenti oggetti appartenuti ai corredi funerari delle sepolture. Per mezzo di ricostruzioni grafiche ed ambientali, un percorso didattico illustra l’evoluzione del rito funerario presso un’etnia Pretuzia, di ambito culturale Medio – Adriatico o Piceno, intorno all’antica Interamnia Urbs, ossia Teramo. Con la scomparsa di questa civiltà l’area divenne di nuovo territorio agricolo – pastorale e presso i sepolcri venne edificata la chiesa di San Pietro Apostolo in Campovalano.

Il corredo funebre della prima fase è molto semplice, poiché caratterizzato dalla presenza di un solo oggetto decorativo posto sul torace dell’inumato. I monumenti funerari più antichi sono costituiti da grandi tumuli con circoli di pietre.

Nelle sepolture del VII – VI secolo a.C., periodo aureo della civiltà pretuzia, si assiste ad un cambiamento del sistema di sepoltura, con corredi arricchiti da armi oltre che da una grande varietà di vasellame, realizzato con tecniche varie tra cui quella etrusca, a simboleggiare il banchetto funebre. Tra questi spicca il ricco corredo di una giovane aristocratica, composto da numerosi e raffinati gioielli, come la preziosa collana di grani in lamina d’oro e i bracciali d’argento di tradizione celtica. Emblematica inoltre è la tomba n. 100, che per la grandezza, la monumentalità e la ricchezza del corredo lascia immaginare fosse quella di un personaggio d’alto rango sociale: accanto al sepolcro, inoltre, sono stati rinvenuti i resti di un carro da guerra o da parata.

Placca d’avorio

 

Dall’età Arcaica fino all’età della crisi, IV-III sec. a.C., si assiste gradualmente ad un generale impoverimento dei corredi e a tutte quelle trasformazioni culturali di transizione verso l’epoca classica – romana.

Il percorso espositivo:

  • Sezione di geologia, zoo-archeologia e vita quotidiana nei villaggi dell’età del Bronzo
  • Le Prime Sepolture a Campovalano (X-IX sec. a.C.)
  • I Segni della Ricchezza: Una Età d’Oro, la Tomba di un Capo (tomba n. 69)
  • I Figli dell’Aristocrazia: Un Giovane Principe (164); Il Modo e il Rito del Seppellire (122)
  • Ricostruzione della tomba n. 2: Il Sepolcro di un Re
  • Differenze Sociali: Il Ceto Medio (84); Un Corredo Principesco (115)
  • Aspetti di Vita Femminile: Il Corredo di una Madre (201)
  • Una Ricca Adolescente (127); La Sepoltura di una Bambina (214)
  • L’Età della Crisi (l’età ellenistica V-IV sec. a.C.): Le Ultime Testimonianze
  • Sezione Antropologica: Imparando dagli Scheletri; Antropologia Dentaria; Le Malattie
  • Spazio espositivo di aggiornamento: Il Lusso tra le Donne – La Tomba 319: Una Ricca Signora; La Tomba 604: Una giovane Principessa.
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ARCHEOLOGIA | I papiri carbonizzati di Ercolano tornano leggibili

I papiri di Ercolano sono un corpus di oltre 1 800 papiri rinvenuti nella cosiddetta Villa dei Papiri a Ercolano nel XVIII secolo, carbonizzati dalla nota eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79 d.C. 

Leggere i papiri carbonizzati è un’impresa oggi possibile grazie a tecnologie non invasive messe a sistema da un team internazionale coordinato da Graziano Ranocchia dell’Istituto per il lessico intellettuale europeo e storia delle idee del Consiglio nazionale delle ricerche. Il gruppo di lavoro è infatti approdato alla decifrazione del testo greco nascosto sul verso della celebre Storia dell’Accademia (PHerc. 1691/1021) di Filodemo di Gadara (110-40 a.C.), uno dei tanti rotoli conservati dalle ceneri del Vesuvio, nonché parte di un’opera più ampia intitolata Rassegna dei Filosofi, la più antica storia della filosofia greca in nostro possesso.

Tale ricerca, pubblicata in Science Advances, è frutto della sinergia di competenze e discipline differenti ed è stata condotta da personale di Iliesi e Nanotec del Cnr, del Cnrs/Museo di Storia Naturale di Parigi e Dipartimento di fisica della ‘Sapienza’ di Roma.

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ARCHEOLOGIA | Emerge a Pompei l’affresco con i gladiatori combattenti

Da diversi anni a Pompei è in atto il più grande intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo finora mai effettuato e il contemporaneo scavo archeologico del cosiddetto “cuneo”, posto tra la Casa delle Nozze d’Argento e la Casa di Marco Lucrezio Frontone, coincidente con parte delle zone non ancora scavate dell’antica città.

Il progetto, i cui lavori sono andati avanti per sottocantieri al fine di garantire la fruibilità del sito, prevede la messa in sicurezza di oltre 2,5 km di muri, mentre l’area scavata alle spalle dei fronti di scavo (Regiones I-III-IV-V-IX) è oggetto di interventi atti a mitigare il rischio idrogeologico, assicurando, quindi, un adeguato drenaggio del suolo e riducendo la spinta del terreno sui muri antichi.  

Affresco dei Gladiatori

Ancora una volta Pompei non delude le aspettative e rivela al mondo un’altra piccola parte di sé: dagli scavi della Regio V è, infatti, riemerso uno straordinario affresco dai colori pressocchè intatti. La pittura, di circa 1,12 m x 1,5 m, raffigura due tipologie di gladiatori distinguibili per le armature differenti e classici avversari nelle lotte gladiatorie. Si tratta, infatti, della scena di un combattimento tra un Mirmillone, della categoria degli “scutati”, e un Trace, della categoria dei “parmularii”. Il primo, come si può notare dall’affresco, combatteva a dorso nudo con solo un parabraccio e uno schiniere come protezione; il suo equipaggiamento prevedeva una corta spada, il gladio romano, un grande scudo rettangolare e un elmo a tesa larga con visiera e cimiero. Il secondo, la cui armatura si compone di un manicotto imbottito e di una particolare imbottitura che ricopriva tutte le gambe fin oltre le cosce, era solitamente equipaggiato con arma ricurva, piccolo scudo rettangolare ed elmo a tesa larga con ampia visiera, sormontato da un cimiero in luogo del più classico grifone.

I due combattenti sono colti nell’atto finale del loro scontro: il Mirmillone, scudo in aria, sta per aggiudicarsi la vittoria definitiva sul Trace, raffigurato con lo scudo a terra e con il corpo realisticamente pieno di ferite, da cui fuoriescono schizzi di sangue che bagnano i gambali. “Non sappiamo quale fosse l’esito finale di questo combattimento. – spiega il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna – Si poteva morire o avere la grazia. In questo caso c’è un gesto singolare che il trace ferito fa con la mano, forse, per implorare salvezza: è il gesto di ad locutia, abitualmente fatto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”.  

Dettaglio dell’affresco dei Gladiatori

Il combattimento è stato affrescato su uno sfondo bianco, inquadrato su tre lati da una singola banda rossa. L’insolita forma trapezoidale della superficie è data dal fatto che l’affresco si trovava al sotto di una scala lignea, la cui impronta è ancora visibile al di sopra della pittura. Infatti, l’ambiente di ritrovamento, portato in luce solo parzialmente e che rivela la presenza di un’altra figura in un altro piccolo frammento di affresco, è stato interpretato come un esercizio commerciale dotato di un piano superiore. Molto probabilmente, l’affresco in questione decorava una bettola o un luogo che, vista la vicinanza alle Caserme, doveva essere frequentato da gladiatori, il cui secondo piano doveva essere destinato ad alloggio per i proprietari o, più frequentemente, per le prostitute.

 

 

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CULTORES ARTIUM | Il Castello dei Conti de Ceccano

Sul punto più alto di Ceccano, il famoso colle, sorge il Castello dei Conti e intorno ad esso si sviluppa tutto il centro storico. L’edificio ha origine da una torre del VIII sec., la torre Mastio, costruita su quella che un tempo era l’antica acropoli. Questa fortezza rappresenta un antico esempio di rocca fortificata del Lazio meridionale, costruito da una cinta muraria che corrisponde grosso modo all’attuale Piazza Camillo Mancini. 

Il Castello ha vissuto due vite: nel medioevo fortezza, centro politico e capitale della Contea mentre dal 1523 cambia totalmente natura divenendo progressivamente un carcere con l’aggiunta di vari edifici.

Del periodo Carcerario si hanno memorie storiche dei cittadini che vivevano attivamente questo carcere prendendo a cuore a volte anche i suoi “abitanti”. Conosciuta è sicuramente la storia di Mastro Titta, noto in romanesco come “er boja de Roma”, ricordato per essere stato un celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio e che nelle sue memorie cita spesso anche questo carcere.

Nella piazza d’armi del Castello si può visitare quello che era il tribunale dei Colonna ed è nella stessa piazza che avvenivano le esecuzioni, ragione per cui molti si sentono a disagio avvertendo strane sensazioni o presenze. Il Castello si tinge di mistero e affascina, se vogliamo, anche per questo suo lato spettrale.

Un’altra memoria del carcere si ha grazie a Dacia Maraini che nel suo libro “Memorie di una ladra” descrive il personaggio di Teresa Numa, personaggio realmente esistito, che essa conobbe nel 1969. Teresa fu ospite del carcere descrivendo la sua vita all’interno della struttura ormai nell’ultimo periodo di attività. Il Carcere di Ceccano resta infatti in funzione fino al 1973, anno di chiusura, viene abbandonato e solamente negli anni ’90 viene acquistato dal Comune di Ceccano che si impegna a ristrutturarlo e ridonarlo alla cittadinanza che grazie all’Associazione Cultores Artium può oggi visitarlo e apprezzarne la storia.

Le stanze del Castello ospitano tutto l’anno mostre, convegni, concerti lirici e tante iniziative che si sposano benissimo con la suggestiva cornice del Castello dei Conti.