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NEWS | Alla scoperta del territorio dell’Irpinia dell’Est

Sabato 2 novembre camminata alla scoperta del territorio dell’Irpinia dell’Est!

Partendo dal borgo di Bisaccia, esplorando insieme, lungo un percorso ad anello, il territorio dell’alto avellinese, compreso tra l’Appenino campano e i Monti Picentini. 

Ci si muoverà all’interno di una splendida cornice paesaggistica, piena di colline verdi che si susseguono fino al mare.

PROGRAMMA DELLA GIORNATA: 

Ore 8.45:    ritrovo presso il Castello Ducale, in Via P. Colletta, Bisaccia (AV)

Ore 9.00:    inizio escursione

Ore 13.30:  fine escursione e pranzo al sacco – se ci sarà modo di organizzare un pranzo comunitario a un prezzo in convenzione, verranno forniti ulteriori dettagli!

Nel pomeriggio, visita alla Casa della Paesologia, che, per definirla con le parole del poeta e paesologo di Bisaccia, Franco Armino, 

“è un luogo di avventure dello spirito, una piccola arca contro la miseria spirituale dilagante.  La casa nasce, perché i paesi stanno diventando musei delle porte chiuse. La casa vuole aprire le porte, dicendo che bisogna ritornare ad abitare i paesi… vuole essere un tentativo di portare vita nei piccoli borghi delle aree interne”

 INFORMAZIONI DEL PERCORSO

DIFFICOLTÀ: E (escursionistica; non ci sono difficoltà tecniche, ma occorre abitudine alle escursioni)

LUNGHEZZA: 11 chilometri  

DISLIVELLO:  300 metri

TEMPO DI PERCORRENZA: 4 ore/ 4,30 ore, in funzione degli approfondimenti lungo il percorso.

 ABBIGLIAMENTO E ATTREZZATURA

Obbligatorio l’utilizzo di scarponcini da trekking e abbigliamento adatto ad una escursione in natura.

Necessario un capo impermeabile da indossare all’occorrenza. Portare almeno 1,5 lt di acqua.

Consigliati bastoncini da trekking, crema solare, macchina fotografica, maglietta, sciarpetta e calzini di ricambio.

LA PARTECIPAZIONE ALL’EVENTO È GRATUITA CON ISCRIZIONE OBBLIGATORIA ENTRO MARTEDÌ 29 OTTOBRE 2019 AL SEGUENTE LINK:  https://forms.gle/DCMncCnaPvVgif7D9

 COME RAGGIUNGERE BISACCIA: il mezzo ideale è la macchina.

Per chi volesse prendere altri mezzi, è possibile prendere un treno fino a Roma, Foggia, Napoli e poi da lì prendere un autobus fino a Lacedonia.

DOVE DORMIRE A BISACCIA:

Locanda _ Domus Romulea                   

https://www.trivago.it/bisaccia-415766/hotel/domus-romulea-1705805

Antica osteria e locanda _ Grillo D’oro     

http://www.grillodoro.it/

Albergo ristorante _ Zi Nicolina              https://www.albergoristorantezinicolina.com/

 PER ULTERIORI INFORMAZIONI

Donato Cela: 3771603172 _ mail:  donato.cela@libero.it  

Staff APL: 3929256250- 3496480272 

mail: apiediliberi.comunicazione@gmail.com

L’attività proposta può subire cambiamenti a discrezione degli accompagnatori, per ragioni di sicurezza e di opportunità per il gruppo.

Pertanto, ogni partecipante è tenuto a rispettare le modalità di partecipazione stabilite dagli accompagnatori.

 

 

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CULTORES ARTIUM | Giuliano di Roma (Fr), un piccolo borgo medievale nella Valle dell’Amaseno

Giuliano di Roma è un piccolo borgo della Ciociaria, in provincia di Frosinone.

È, tuttavia, così chiamato, secondo la tradizione, poiché fino al 1927 apparteneva alla provincia di Roma: solo in un secondo momento, venne inglobato nell’area di Frosinone.

Il piccolo centro storico, sebbene ristrutturato in tempi più recenti, mantiene ancora vive le caratteristiche del periodo medievale, come dimostrano le particolari stradine e gli angoli che un tempo ospitavano botteghe e cantine.

Attraversando il borgo, si può scorgere anche uno dei vicoli che richiamano fortemente le caratteristiche di un’antica colonia ebraica, il “vicolo del Ghetto”.

Panorama serale di Giuliano D.R. foto di Eleonora Di Mario

Nella parte alta del paese, è ben visibile la chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore, che risale al sec. XI, dà il nome alla piazza centrale e si caratterizza per un’ architettura barocco-neoclassica..

Nella piazza si trova anche il Campanile, che è uno dei simboli di Giuliano e si innalza possente sulle case del centro storico, dominando tutta la vallata dal passo della Palombara all’Amaseno (il fiume).

Il campanile misura circa trenta metri ed è l’edificio più alto del paese. Anticamente, era il Maschio della Rocca dei Conti Colonna e fu fatto costruire intorno al XV secolo per volere della stessa famiglia.

CENNI STORICI

Le prime notizie che si hanno su Giuliano di Roma le troviamo intorno all’anno mille nelle Cronache di Fossanova e negli Annales Ceccanenses, cronologie di eventi riguardanti la famiglia dei De Ceccano.

In uno dei racconti delle Cronache di Fossanova, viene riportato un fatto eclatante, legato ai cattivi rapporti tra il Papa e la famiglia: si tratta del momento in cui Papa Onorio II si reca nel paese di Giuliano di Roma con il suo esercito per farlo saccheggiare e incendiare insieme ad altri centri vicini.

Quella non fu l’unica volta in cui Giuliano subì un simile attacco: pare, infatti, che sia stata saccheggiata da Federico Barbarossa, che si opponeva al Papa Alessandro III e, in seguito, delle truppe papali, con l’aiuto di Guglielmo I Re di Sicilia, per riprendere il controllo sul paese.

Nel 1187, il papato entra in possesso di Giuliano di Roma e la situazione rimarrà tale fino all’elezione di Innocenzo III nel 1198.

Innocenzo III aveva rapporti familiari con i Conti De Ceccano i quali, in cambio di appoggio allo stesso Papa, videro restituite le terre perse, Giuliano compreso.

A testimoniare la situazione di pace finalmente ritrovata, vi è il racconto, presente nelle Cronache, sulla sosta che Innocenzo III fa a Giuliano di Roma nel 1208.

Nel mezzo del viaggio per Fossanova, egli fa tappa al paese e, in suo onore, Giovanni da Ceccano organizza banchetti e ricchi festeggiamenti.

I De Ceccano restano i signori del Paese per lungo tempo, ma, nel XIV secolo, con la continua crescita del potere della famiglia Caetani, iniziano i primi contrasti.

I Caetani, infatti, strappano, o tentano più volte di farlo, questo feudo ai De Ceccano che, però, se ne riappropriano una prima volta con azioni belliche e una seconda grazie a uno strategico matrimonio tra di Nicola III di Ceccano e Miozia Caetani.

Nel 1420, Sveva Caetani sposa Lorenzo Colonna, portando in dote alcune terre, tra cui la stessa Giuliano. Suo fratello, Francesco Caetani, con un falso testamento, riesce a togliere il paese a Sveva che, rivolgendosi alla Camera Apostolica, lo ottiene nuovamente.

Nel 1501, Papa Alessandro VI, in contrapposizione con i Conti Colonna, decide di dare il feudo di Giuliano di Roma al nipote Rodrigo, figlio di sua figlia Lucrezia Borgia.

Alla morte del nonno, Alessandro VI, il feudo ritorna, però, di nuovo ai Colonna.

Il loro potere su Giuliano dura ininterrottamente fino al 1816, quando fu confiscato da Paolo III e da Paolo IV.

Nel XVIII sec., Giuliano di Roma e tutto lo Stato Pontificio subiscono l’occupazione delle truppe francesi, ma il popolo di Giuliano si difende coraggiosamente ed eroicamente.

In questi anni, si sviluppa anche il Brigantaggio: molti briganti restano nella storia e, ancora oggi, la popolazione giulianese ricorda leggende legate a costoro.

Giuliano di Roma è stata anche teatro di scontri funesti nel secondo conflitto mondiale, poiché, in queste terre, le truppe Alleate e i Tedeschi si scontrano violentemente.


COSA VEDERE A GIULIANO DI ROMA

  • Il campanile

  • La Chiesa di Santa Maria Maggiore

  • Muve il Museo del Vulcanismo Ernico

  • La passeggiata ecologica sul Monte Siserno  dove sorge anche la chiesetta medievale di San Biagio patrono del paese riedificata su una struttura del VIII sec.
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PIEMONTE | Scoperti i più antichi resti archeologici del nord Italia nella Grotta della Ciota Ciara (VC)

La grotta della Ciota Ciara, sul monte Fenera, è oggetto di indagini archeologiche sistematiche, condotte dall’università di Ferrara, ormai da 11 anni. Questo l’ha reso uno dei contesti più importanti per la ricostruzione del popolamento preistorico dell’Italia Nord Occidentale. Gli studiosi hanno potuto, così, ricostruire in modo molto preciso le fasi di popolamento della grotta.

Non era mai stato trovato, però, un resto umano, che indicasse quale specie di Homo avesse popolato la zona nel periodo in esame. Almeno fino al 24 giugno 2019, quando, proprio negli ultimi giorni di scavo, sono emersi due resti ossei: un incisivo e un osso occipitale attribuibili al genere Homo.

Questo ritrovamento è ancora più interessante in quanto è avvenuto all’interno di un contesto già ben delineato, grazie agli studi multidisciplinari condotti dall’università di Ferrara.

La grotta della Ciota Ciara è stata abitata nel Paleolitico medio, un periodo che va da 300 mila fino a 35 mila anni fa e che ha visto la presenza di due specie: Homo heidelbergenis e Homo neanderthalensisQuale dei due avesse abitato la grotta, fino ad oggi, non era chiaro.

Dallo studio delle ossa trovate si è potuto stabilire qualcosa di più preciso: il dente è un secondo incisivo inferiore permanente, estremamente ben conservato e, probabilmente, appartenente a un individuo adulto di giovane età.

L’osso occipitale, invece, apre nuovi orizzonti per la ricerca su questa fase della preistoria e dell’evoluzione dell’uomo in Europa.

Due particolarità, infatti, caratterizzano i resti attribuibili all’uomo di Neanderthal: un rigonfiamento chiamato chignon e la fossa sopracranica. Tali caratteristiche cominciano a comparire già nell’Homo heidelbergensis, divenendo fortemente accentuate nel Neanderthal.

Sull’osso occipitale della Ciota Ciara, questi elementi sono presenti, ma in modo poco marcato. Una volta effettuati vari accertamenti, gli studiosi potranno affermare se l’individuo ritrovato appartenga a una specie arcaica di Homo neanderthalensis oppure al più antico Homo heidelbergensis, definendo più precisamente il periodo di passaggio tra le due specie.

Inoltre, grazie ai dati raccolti durante gli 11 anni di scavi, si può affermare che la grotta sia stata utilizzata, inizialmente, solo come riparo temporaneo, probabilmente durante le battute di caccia, e che solo successivamente sia stata abitata con maggiore continuità. Ancora, per la costruzione degli strumenti litici ritrovati in loco, sono state sfruttate le pietre locali; anche le specie cacciate, di cui sono stati trovati i resti nella grotta stessa, erano quelle presenti sul territorio: cervi, cinghiali, camosci, rinoceronti e un orso. Infine, sono stati trovati resti di altri carnivori, non uccisi dall’uomo, che probabilmente abitavano la grotta nei periodo di abbandono.

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NEWS | Daverio e il conflitto di interessi: vota il suo paese e insulta la Sicilia

Vi avevamo già parlato della nota trasmissione “Il Borgo Dei Borghi” e della puntata che vedeva tra i candidati la Sicilia con Palazzolo Acreide (clicca qui).

Quest’ultima, arrivata in finale con Bobbio, si classifica seconda, nonostante abbia ottenuto più del 40% dei voti da parte del pubblico contro il 27% della sfidante. Il voto del Presidente della Giuria, Philipe Daverio, è stato determinante per la sconfitta di Palazzolo Acreide: viene assegnato, infatti, il 66% delle preferenze a Bobbio e lo 0% alla Sicilia. Da qui la polemica, dal momento che il noto storico dell’arte è cittadino onorario prorio di Bobbio. Tuttavia, grazie alla puntata de Le Iene di domenica 27 Ottobre, i nodi sono venuti al pettine: il segretario della commissione vigilanza Rai ha sollevato, infatti, una polemica sullo stesso Philippe Daverio, presidente della commissione giudicante, che, a suo parere, si troverebbe in una ipotesi di conflitto d’interesse, proprio perché cittadino onorario della cittadella vincitrice. Ipotesi già smentita da Daverio che su diversi quotidiani ha subito preannunciato querela contro il parlamentare nazionale.

L’intervista de Le Iene a Philipe Daverio prende una brutta piega, tant’è che nei confronti della Sicilia sono state spese parole denigratorie.

“Non amo la Sicilia, non mi interessa l’arancina e i cannoli, mi piace il foie gras e bevo champagne. Il cannolo? Non mi piace perché ha la canna mozza… E mi piace Bobbio. È un mio diritto. Mi hanno spaventato, il tono è di minaccia e fa parte della tradizione siciliana… Io ho paura di tornare in Sicilia”. E aggiunge: “il siciliano è convinto di essere al centro del mondo e per loro, tutto ciò che non è Sicilia non è tollerabile”.

 

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MITI | Ero e Leandro, un amore diviso dal mare

Ero e Leandro si innamorarono perdutamente l’una dell’altro al primo fiorire della vita.

Ero e Leandro bassorilievoEra la festa di Adone e il giovane Leandro, di Abido,  rimase incantato dalla visione di Ero, vergine sacerdotessa di Afrodite, a Sesto. Il mare, tuttavia, li separava; così, ogni notte, Leandro passava a nuoto lo stretto dei Dardanelli, guidato dalla luce che la sua amata accendeva perché fosse suo faro.

Poche volte i giovani poterono godere del loro amore: sopraggiunto l’inverno, nonostante la tempesta, Leandro tentò ugualmente di superare il pericoloso braccio di mare, ma, disgraziatamente, il lume di Ero, quella notte, non poté guidarlo, poiché spento dal vento. Leandro, disorientato, venne sbattuto dai flutti su uno scoglio.

Il mattino seguente, Ero trovò sulla spiaggia il corpo senza vita dell’amato. Il dolore fu infinito: la ragazza decise di seguire il suo amore nella morte, gettandosi da una torre.

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ARCHEOLOGIA | Nuovi scavi presso il Santuario Nuragico di Santa Vittoria di Serri (CA)

Il recinto delle feste, scavato tra il 1929 e il 1931 da Antonio Taramelli, e definito dal Giovanni Lilliu come luogo dedicato alla collettività, dopo degli interventi negli ultimi decenni da parte di Ercole Contu e Fulvia lo Schiavo, grazie ad un contributo statale nell’ambito dei fondi a valere sulla ripartizione della quota dell’8 per mille dell’IRPEF a diretta gestione statale per l’anno 2016, è stato possibile programmare l’inizio di una prima campagna di indagine al fine di conservare, valorizzare e salvaguardare tutta l’area. La campagna di scavo è iniziata il primo ottobre del 2019per un importo di 110.000 euro, grazie ad un progetto della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna che interesserà varie aree archeologiche della Sardegna.

Il progetto di scavo

Il progetto di scavo interesserà tutto il villaggio di Santa Vittoria, la prima parte di tale progetto è stata avviata il primo ottobre scorso e la seconda vedrà l’avvio nei prossimi mesi, grazie ad un progetto della Soprintendenza che interesserà varie aree archeologiche del Sud Sardegna.

L’area archeologica di Santa Vittoria di Serri si trova all’estremità sud-occidentale della Giara di Serri, in un’area di oltre venti ettari, solo in parte riportata alla luce a partire dal 1907 grazie alle prime campagne di scavo ad opera dall’archeologo Antonio Taramelli. Dagli studi è emerso che tale sito archeologico abbia goduto di una continuità insediativa, dal periodo nuragico fino all’età medievale, e può essere considerato un grosso e strategico centro religioso, con ampia valenza storico-culturale e artistica.

Conferenza e apertura al pubblico

A partire dalle ore 11:30, nell’area archeologica di Santa Vittoria, verranno presentate le attività di scavo e ricerca nell’area dalla Soprintendente, la Dott.ssa Maura Picciau, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, insieme alle direttrici dello scavo, le Dott.sse Gianfranca Salis e Chiara Pilo, entrambe funzionare archeologhe nel medesimo ufficio, e Samuele Antonio Gaviano, Sindaco di Serri.

Il cantiere archeologico è aperto al pubblico: curiosi, turisti e comunità locale potranno vedere gli archeologi al lavoro.

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UNIME | Convegno su Ludovico Fulci, artefice della resurrezione di Messina post 1908

Mercoledì 30 ottobre, alle ore 9, l’Aula Magna del Rettorato ospiterà una tavola rotonda dal titolo “Ludovico Fulci 1850-1934” . I lavori saranno aperti dai saluti istituzionali del Rettore, prof. Salvatore Cuzzocrea, dell’avv. Pietro Carrozza (Presidente del Comitato Promotore per la Commemorazione del Sen. Prof. Ludovico Fulci), dell’On. Francesco D’Uva (Questore della Camera dei Deputati), dell’On. Nello Musumeci (Presidente della Regione Siciliana), dell’On. Cateno De Luca (Sindaco di Messina) e dell’Avv. Domenico Santoro (Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Messina).

Ludovico Fulci, l’uomo

La tavola rotonda su Ludovico Fulci, Senatore e politico italiano che, tra le altre cose, fu il propugnatore e l’artefice del quadro legislativo che consentì di far risorgere Messina dopo il terremoto del 1908, sarà moderata dal Prorettore Vicario, prof. Giovanni Moschella, e sarà caratterizzata da una serie di relazioni ad opera di un nutrito parterre di docenti ed esperti: i proff. Luigi Chiara (Prorettore agli Affari Generali), Mario Calogero (Direttore SCIPOG), Antonio Cappuccio (Università di Messina), Marcello Saija (Università di Palermo) e le dott.sse Maria Teresa Arena ( Consigliere di Corte di Appello di Messina) e Francesca Passalacqua (Università Mediterranea di Reggio Calabria).

Il ricordo

“L’immagine di famiglia” verrà tratteggiata dal prof. Ludovico Fulci (Liceo Classico Giulio Cesare di Roma).

Nel pomeriggio, alle ore 15, una corona d’alloro verrà deposta ai piedi del monumento dedicato al Senatore, a Piazza Fulci (Via Garibaldi). In seguito, alla presenza del Vescovo Ausiliare di Messina S.E. Mons. Cesare Di Pietro, al Gran Camposanto di Messina Famedio del Cimitero Monumentale, si svolgerà la Cerimonia di scopertura della lapide apposta sulla tomba del Sen. Fulci.

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ABRUZZO | L’incantevole castello di Rocca Calascio (AQ)

Un viaggio in Abruzzo non può certo concludersi senza aver visitato il Castello di Rocca Calascio, in provincia dell’Aquila. Costruita  nel corso dell’XI – XII secolo, la fortificazione è posta a 1460 metri di altezza e il borgo è, dunque, uno dei più alti dell’Appennino centrale. Il paese e la sua rocca si trovano all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga.

Il Castello

Il castello era assai funzionale agli avvistamenti: infatti, dalla sua posizone, è possibile godere di uno dei panorami più incantevoli e suggestivi della regione; la veduta abbraccia il Gran Sasso, il monte Velino – Sirente, la Maiella e i Monti Marsicani.  

La rocca domina tutto il territorio circostante ed è stata inserita dal National Geographic tra i quindici castelli più belli al mondo.

È uno dei castelli più alti d’Italia, nonché uno dei simboli dell’Abruzzo, insieme all’antico borgo medievale sottostante, ancora abitato.

I lavori di restauro

Durante gli anni ’80, furono effettuati lavori di restauro che permisero il recupero delle abitazioni e delle antiche botteghe artigiane. Ancora oggi, è possibile passeggiare tra le viuzze, tra salite e discese, e fermarsi ad assaporare i prodotti tipici del luogo o ad ascoltare i racconti orgogliosi e appassionati di chi ha scelto di rimanere e lavorare nel borgo, mantenendo viva anche la preziosa tradizione casearia, collegata alla centenaria storia rurale del posto. Rocca Calascio, infatti, era una tappa fondamentale nel tragitto degli antichi pastori che, durante la transumanza, si incamminavano con le loro greggi dall’Aquila e percorrevano il Tratturo Magno, che attraversava l’Abruzzo, per arrivare in Puglia.

I servizi

Dopo un buon pasto a base di piatti della tradizione abruzzese, con prodotti locali e genuini, è possibile soggiornare e pernottare in una delle sistemazioni dell’albergo diffuso, che offre camere immerse nella pace del borgo,  sapientemente recuperate restaurando gli antichi ruderi.

La posizione suggestiva, quasi “incantata”, tra le nuvole e le montagne, sulla cima della rocca, ha permesso al castello di essere scelto come set cinematografico per film quali Il nome della rosa e Ladyhawke.

Il Castello di Rocca Calascio e il suo borgo costituiscono, dunque, un grande orgoglio per gli abruzzesi ed un vero gioiello da non perdere per gli appassionati di cultura, storia ed escursionismo.

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ARCHEOLOGIA | Gerusalemme, scoperta strada monumentale costruita da Ponzio Pilato

Per più di centocinquanta anni gli scavi nella Città di Davide, il sito originale di Gerusalemme, hanno riportato alla luce porzioni della città nella sua facies romana. In un simile lasso di tempo, in particolare, è emersa la strada monumentale a gradoni che, partendo dal cancello meridionale, fiancheggiava la piscina di Siloe e giungeva al Monte del Tempio.

La larghezza della carreggiata, che misura circa 8 m, e la qualità della sua costruzione, che, indubbiamente, avrà richiesto grande impiego di abili lavoratori specializzati, sono chiaro sintomo dell’importanza che questa strada dovette avere in antico.

 

Ipotesi di datazione

Inizialmente, le prime ipotesi di datazione, basate sui vari ritrovamenti ceramici e numismatici, fissavano vagamente la costruzione della strada tra il regno di Erode il Grande (37-4 a.C.) e la Prima Rivolta Giudaica (66 d.C.). Recentemente, invece, gli archeologici hanno portato alla luce due segmenti della strada monumentale, come quello vicino la Piscina di Siloe, lungo circa 220 m, le cui analisi gettano nuova luce sulla cronologia. Dall’area di scavo vicino la piscina, precisamente dal riempimento costruttivo al di sotto dei lastroni, che costituivano il piano pavimentale della strada, sono state recuperate numerose monete: le più recenti non vanno oltre il 31 d.C. – data che determina un terminus post quem per la realizzazione della strada – e sono state coniate, quindi, dal governatore della Giudea sotto l’imperatore Tiberio. All’interno del riempimento di fondazione del secondo segmento stradale, corrispondente all’area di scavo S, sono state rinvenute altre monete, le più antiche delle quali si collocano tra il 17 e il 25 d.C.

La strada

 

Gli scavi dell’area S ci rivelano come la strada fosse delimitata, da entrambi i lati, da un cordolo, in pietra calcarea, largo 0,6 m e rialzato dal livello stradale di circa 0,15 m. La strada è stata sigillata da uno spesso strato di distruzione, risalente al devastante attacco a Gerusalemme operato dall’imperatore Tito nel 70 d.C; tale strato, a sua volta, è stato coperto da grosse pietre, derivanti dal collasso delle strutture durante la distruzione della città. Al livello di distruzione appartengono i resti di un podio a gradoni, frammenti ceramici e gruppi di monete risalenti alla Prima Rivolta Giudaica: questi dati fissano il terminus ante quem al 70 d.C.

Secondo il parere di Nahshon Szanton, Moran Hagbi, Joe Uziel e Donald T. Ariel, dal momento che gran parte delle monete di I secolo d.C., rinvenute durante gli scavi a Gerusalemme, si data dopo il 41/42 d.C., quando Agrippa I cominciò a battere moneta come governatore della Giudea per conto dell’imperatore Claudio, la progettazione e l’inizio della costruzione della strada di Gerusalemme sarebbero da attribuire a Ponzio Pilato, che fu governatore della Giudea per un decennio – dal 26 al 35/36 d.C. – per conto dell’imperatore Tiberio; la strada doveva, quindi, essere stata completata sotto il governatorato di Agrippa I.    

 

Ponzio Pilato

 

Ponzio Pilato è un personaggio storico malvisto tanto dagli Ebrei quanto dai Cristiani. La motivazione di questi ultimi è da ricercarsi nel ruolo centrale che il governatore ebbe nell’esecuzione di Gesù intorno al 30 d.C. Per i primi, invece, egli fu un cattivo amministratore che, volendo imporre il paganesimo romano, suscitò la rabbia del popolo, ignorando il tabù delle immagini scolpite e rubando i donativi del Tempio per costruire un nuovo acquedotto. Così agendo, dunque, costui pose le basi per la ribellione, che avrebbe portato alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., per mano dell’imperatore Tito.

Tuttavia, l’attribuzione della costruzione della strada monumentale a Ponzio Pilato proverebbe che il governatore abbia avuto cura di abbellire Gerusalemme, che attirava pellegrini e visitatori da tutto l’Impero Romano. Infatti, Nahshon Szanton, archeologo dell’Università di Tel Aviv, ipotizza che la costruzione della strada sia stata pensata da Ponzio Pilato proprio “per placare gli animi dei cittadini di Gerusalemme”, ma anche “per accrescere il suo nome attraverso importanti progetti edili”.

 

L’antitesi

 

Non mancano i pareri contrari alla ricostruzione storica proposta dai già menzionati studiosi. Jodi Magness, ad esempio, archeologo dell’Università della Carolina del Nord, afferma che “il materiale che stanno trovando proviene da riempimenti che potrebbero essere stati portati con carriole da qualsiasi luogo”, dimostrandosi scettico riguardo la datazione. Inoltre, definisce “inaccettabile” il metodo di scavo utilizzato dagli archeologi che, invece di procedere in senso verticale, dalla superficie verso il basso, hanno realizzato un grande tunnel, preferendo un andamento orizzontale e, a detta di Magness, non considerando il contesto. Tuttavia, gli archeologi si giustificano affermando che un simile metodo è stato pensato per evitare di evacuare e smantellare il densamente popolato quartiere palestinese che si trova al di sopra degli scavi in questione.  

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CULTORES ARTIUM| Amaseno: nei luoghi dell’antica contea De Ceccano

Amaseno, piccolo borgo medievale della provincia di Frosinone, conta una popolazione di 4300 abitanti; la sua posizione strategica si colloca tra i Monti Ausoni, a est-sud-ovest, e i

Colleggiata di Santa Maria Assunta – si ringrazia il sito www.amasenoonline.it per le foto

Monti Lepini, a nord.  Intorno a esso, sorgono il Monte Rotondo, che raggiunge i 546 metri, e il Monte delle Fate, che tocca, invece, i 1090 metri di altezza.

Amaseno, inseme ad altri borghi, apparteneva, un tempo, alla contea De Ceccano. Si trova in una valle storicamente e culturalmente importante, già nota in antico per il mito di Camilla, regina delle Amazzoni e dei Volsci, capostipite del popolo ciociaro, le cui gesta vengono citate sia dal poeta latino Virgilio che da Dante, nel canto I dell’Inferno: qui, è lo stesso Alighieri a interrogare la sua guida  sulla donna che, insieme ad altri personaggi, grazie alle vicende di cui si era resa protagonista, avrebbe fornito un importante esempio da seguire lungo il cammino di redenzione.

Il nome attuale del borgo, Amaseno, deriva dall’omonimo fiume che bagna questa terra; è stato assegnato alla località solo nel 1872, in luogo del precedente San Lorenzo, già adottato in sostituzione di Castum Sanctu Laurentii, risalente a epoche più remote.

L’ampolla del sangue di S.Lorenzo Martire esistente in Amaseno, si conserva nella Collegiata di S.Maria Assunta _ si ringrazia il sito www.amasenoonline.it per le foto

L’origine medievale di Amaseno è da collocare intorno all’anno 800: il paese, originariamente, si sviluppava nei pressi di un’antica abbazia di monaci, le cui prime notizie risalgono soltanto all’anno 1000, quando il borgo aveva ancora il nome di San Lorenzo, situato nell’omonima valle.

Il centro storico mantiene il carattere medievale: sul punto più alto del colle, spicca la mole massiccia del Castello Feudale, mentre, in prossimità dell’ingresso principale del paese, la cosiddetta Porta Santa Maria, si trova l’omonima chiesa. Essa può ritenersi il primo monumento nazionale di architettura gotica, introdotta in Italia dai cistercensi francesi.

La reliquia più preziosa qui custodita è l’ampolla contenente il sangue di San Lorenzo, pregiata teca, realizzata da maestranze romane nel 1739 in argento sbalzato, riposta, dal 1970, in una custodia di rame..

Questo sangue, che normalmente troviamo solidificato, è formato da massa sanguigna mista a grasso, ceneri e a un brandello di pelle. Ogni anno si verifica il miracolo, in occasione della celebrazione del Santo (9-10 agosto), quando il sangue si liquefa, assumendo il colore rosso rubino e lasciando, così, trasparire tutti gli elementi. Abbiamo notizia che tale prodigio abbia avuto luogo, per la prima volta, nel 1600.

Ancora, ad Amaseno, risultano di singolare interesse la collegiata di Santa Maria Assunta, riconosciuta monumento nazionale, e il museo civico diocesano, ospitato nell’edificio che, un tempo, fu anche il Castello dei Conti De Ceccano.

Sul portale www.valledellamaseno.it è possibile scoprire  un virtuoso progetto ideato per la valorizzazione e fruizione sostenibile del patrimonio territoriale di questa meravigliosa terra, promosso dalla Dott.ssa Sara Carallo, ricercatrice dell’Università Roma3.