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STORIA | L’eroismo di Messina: i bombardamenti della Seconda Grande Guerra

Una bomba, sganciata durante la Seconda Guerra Mondiale da un aereo americano delle truppe Alleate e rimasta inesplosa, è stata rinvenuta ad Aprile nei fondali del porto nella Zona Falcata.

Il momento del rinvenimento, foto Marina Militare

L’ordigno, che misurava 150 centimetri di lunghezza e 160 di circonferenza, per un peso di circa mille libbre, è stato fatto brillare dopo una complessa operazione di messa in sicurezza dell’area del porto, durata qualche ora. 

Il momento della detonazione, foto Marina Militare

Ad alto contenuto esplosivo, il residuo bellico fa parte dell’enorme mole di ordigni che, dal 29 luglio al 17 agosto del 1943, sommerse la città dello Stretto.

Messina, infatti, subì in pieno la fase finale della Seconda Guerra, subendo il maggior numero di incursioni aeree Alleate in Sicilia, arrivando infine alla sua definitiva liberazione. Per via della particolare resistenza degli edifici cittadini, ricostruiti seguendo ferree norme di sicurezza antisismiche a seguito del catastrofico terremoto del 1908, la città fu passata in rassegna diverse volte dalla milizia americana e da quella britannica.

Il Palazzo Littorio, oggi Palazzo del Catasto, dopo un incursione aerea

Durante la prima settimana di agosto, le Fortezze Volanti (Flying Fortress), velivoli d’attacco diurno della United States Army Air Forces, attaccarono la città 121 volte di giorno, mentre durante la notte i Wellington, bombardieri britannici della Royal Air Force, si resero responsabili di 225 incursioni.

Fu soltanto il preludio di un’azione ancora più intensa, esercitata sempre da bimotori bombardieri statunitensi, B-6 Marauder e North American B-25 Mitchell, coadiuvati da cacciabombardieri europei. Complessivamente, dunque, Messina fu colpita e devastata da 6.542 tonnellate di esplosivo, con conseguenze tragiche in termini di vite umane. 

Una fotografia d’epoca ritrae i bombardamenti del Luglio-Agosto 1943

La massiccia operazione militare messa in atti dalle forze alleate in Sicilia portò alla ritirata nazista, definita con il nome in codice Operazione Lehrgang (in tedesco Unternehmen Lehrgang).

Il 17 agosto 1943 le forze dell’Asse abbandonarono definitivamente Messina, ripiegando verso le coste calabresi; la Sicilia sarà, così, finalmente libera dall’oppressione nazifascista. 

L’ingresso degli Alleati a Messina dalla Via Palermo, 17 agosto 1943

La città dello Stretto, a seguito dei gravi danni e delle ingenti perdite e per la sua innata propensione alla rinascita dopo eventi catastrofici, è stata insignita di Medaglia d’oro al Valor Civile e di Medaglia d’oro al Valor Militare. Le due onoreficenze vanno a sommarsi alla prestigiosa Medaglia d’oro alle città benemerite del Risorgimento nazionale, per un totale di tre medaglie ricevute dall’Unione d’Italia.

Medaglia d’oro al Valor Civile

«Nobile e antica città della Sicilia duramente provata da calamità naturali e da eventi bellici, con impavida tenacia e sublime abnegazione da parte di tutta la sua popolazione, due volte risorgeva dalle macerie, mantenendo fiero ed intatto il suo amore di Patria. 1941-1943.» — 3 ottobre 1959

 

Medaglia d’oro al Valor Militare

«Già duramente provata dall’immane disastro tellurico del 1908, risorta, è stata, durante la guerra 1940 – 43, dapprima obiettivo d’incessanti bombardamenti aerei, poscia, nel periodo dell’invasione dell’Isola, campo d’aspra e lunga lotta che la martoriò e distrusse. La sua popolazione, affamata, stremata, dolorante, sopportò stoicamente la più dura tragedia ben meritando dalla Patria. – Sicilia, guerra 1940 – 43.» — 31 gennaio 1978

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PIEMONTE | Il Museo di Antichità di Torino

Nel centro storico di Torino, nei locali appartenenti al Palazzo Reale, trova posto il Museo di Antichità, che raccoglie i reperti archeologici più significativi, trovati non solo in città, ma in tutto il Piemonte. 

Museo di Antichità di Torino

Le collezioni storiche

Il primo nucleo del museo fu messo assieme nella seconda metà del ‘500, quando il duca Emanuele Filiberto, seguendo la moda dell’epoca, iniziò a raccogliere oggetti antichi, principalmente statue. La collezione fu continuata dai suoi successori, che ne collocarono la parte più pregiata nella Galleria d’arte adiacente a Palazzo reale. Questo edificio, sfortunatamente, nel 1811, fu vittima di un violento incendio, che lo distrusse completamente: dei pezzi qui, allora, conservati, rimane solamente un inventario, commissionato da Vittorio Emanuele II, nel XVII sec., a Scipione Maffei. Le collezioni, invece, trovarono posto nel cortile della Regia Università, donate dal Re. Dopo varie vicissitudini, nel 1989, i reperti archeologici così raccolti trovarono sistemazione, mantenuta fino ad oggi, nelle Orangeries di Palazzo Reale, restaurate per l’occasione. Nello stesso luogo, dal 2014, è ospitato anche l’allestimento del Papiro di Artemidoro.

Le collezioni storiche

La sezione del Territorio

Se della collezione storica fanno parte reperti vari, messi insieme nel tempo, la sezione del territorio racchiude solo oggetti provenienti dagli scavi effettuati a Torino e nel resto del Piemonte. Questa ala del museo trova posto in una nuova struttura, in parte sotterranea, realizzata nel 1998; qui, il visitatore si trova all’interno di una sala che scende a spirale: l’esposizione si muove cronologicamente a ritroso, avendo inizio dall’Alto Medioevo, con le pregiate fibule longobarde; si passa, poi, all’età romana, arrivando fino  alla preistoria e ai primi oggetti fabbricati dall’uomo. L’idea è quella di “ricostruire” gli strati di un eventuale scavo archeologico, nel quale i reperti più recenti si troverebbero più in alto di quelli più antichi.

La Sala del Territorio

La Manica Nuova

La parte più recente del museo è anche quella che lo spettatore visita per prima. Allestita nel 2013, nel piano sotterraneo della Manica Nuova di Palazzo Reale, contiene la mostra permanente “Archeologia a Torino” e il nuovo allestimento per il Tesoro di Marengo: un impressionante insieme di argenti lavorati a sbalzo, scoperti nel 1928 e datati tra i II e il III sec. d.C. La sezione si collega con l’area archeologica del teatro romano, riscoperto tra ‘800 e ‘900, proprio durante i lavori di costruzione della nuova manica del Palazzo.

Busto di Lucio Vero appartenente al Tesoro di Marengo

Per saperne di più

https://www.museireali.beniculturali.it/museo-antichita/

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MITI | Tiresia, il cieco indovino che fu uomo e fu donna

Tiresia fu uomo e fu donna: un giorno, camminando sul monte Cillene, si imbatté nella vista di due serpenti che stavano consumando un rapporto sessuale. Inorridito, uccise il serpente femmina e, subito, si trasformò in una donna. Visse in questa condizione per ben sette anni, sperimentando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Al termine dei sette anni, si trovò davanti nuovamente la scena dei due rettili, uccidendo, questa volta,  il serpente maschio: tornò, così, uomo.

 

 

 

 

Un giorno, Zeus ed Era stavano discutendo su chi, tra l’uomo e la donna, provasse maggiore piacere in amore: il padre degli dei era convinto che a trarre un più grande godimento fosse la donna, mentre la dea sosteneva il contrario. Decisero, così, di interpellare chi, tra i mortali, avesse sperimentato entrambe le esistenze: interrogarono Tiresia. Costui confermò quanto avallato da Zeus: la donna provava ben nove delle dieci parti in cui si articola il piacere, l’uomo una sola. 

Era, infuriata perché Tiresia aveva svelato un grande segreto, lo accecò; Zeus, invece, pur non potendo restituirgli la vista, giacché un dio non può cancellare ciò che un altro dio ha compiuto, gli donò la facoltà di vedere il futuro e gli concesse di vivere per sette generazioni.

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ABRUZZO | Il Museo delle Genti d’Abruzzo

Il Museo delle Genti d’Abruzzo nacque a Pescara nel 1982; esso riunisce i materiali della Mostra Archeologica Didattica Permanente, allestita dall’Archeoclub, e del Museo delle Tradizioni Popolari, costituito dall’A.S.T.R.A., associazione per lo studio delle tradizioni abruzzesi. Le due raccolte vennero donate al Comune di Pescara e fu così fondato il Museo, ospitato nel complesso delle caserme borboniche, sul lungofiume del Pescara.

La struttura

Nell’Ottocento, l’edificio era destinato ai detenuti politici del Regno delle Due Sicilie: tra questi, molti erano gli esponenti del Risorgimento abruzzese. La struttura si articola in due livelli: al piano inferiore vi sono sette sale, due delle quali dedicate al Risorgimento in Abruzzo, due al Museo del Gusto e tre alle gallerie fotografiche dedicate alle Esposizioni Temporanee; al piano superiore, invece, vi sono 13 grandi ambienti, nei quali viene ricostruita, in ordine cronologico, la storia dell’uomo in Abruzzo, dapprima come cacciatore paleolitico, con un’attenzione particolare al contributo delle tribù italiche per l’affermazione di Roma.

Il tema

Interessante è osservare quanto il passato comune di un popolo si sia tramandato fino ai nostri giorni, continuando, ancora oggi, a influenzare l’identità culturale di una collettività, tramite i costumi, le credenze, le tradizioni, ma anche attraverso i manufatti e gli oggetti di uso comune, arrivati vivi e persistenti nella memoria delle famiglie abruzzesi: il tema centrale del polo museale è, dunque, la continuità culturale tra passato e presente. Il tutto viene illustrato al visitatore con supporti multimediali e laboratori didattici, risultando, a tal fine, particolarmente utile la presenza di una preziosa biblioteca storica, in cui sono raccolti documenti inerenti l’abruzzesistica; il materiale qui contenuto riguarda l’etnografia, la preistoria, la protostoria e storia abruzzesi, la pastorizia, l’etnomusicologia, l’antropologia e tutto ciò che sia inerente alla realtà culturale e artistica della regione. Inoltre, sono presenti una fototeca, un’audioteca, laboratori di restauro e un auditorium, per un’estensione complessiva di 3500 mq.

I laboratori didattici

Il Museo si prefigge obiettivi principalmente didattici, come dimostra l’attuazione di numerose visite guidate per le scuole, che prevedono anche laboratori pratici di archeologia sperimentale: ogni anno, il Museo ospita diverse migliaia di studenti nelle sue aule–laboratorio. Gli oggetti esposti ritrovano nuova vita, poiché diventano strumenti di lavoro utilizzati nell’esperienza formativa, guidata da operatori museali specializzati nella ricerca e nella progettazione. I laboratori permettono ai ragazzi di ricostruire il percorso mentale e manuale dell’uomo, in una modalità interattiva e pratica, che li coinvolge maggiormente, permettendo loro di imparare la storia dell’Abruzzo e di conoscere le proprie radici etniche e culturali.

Per maggiori informazioni: http://www.gentidabruzzo.com/

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CULTORES ARTIUM | Castel Sindici: storia del Castello progettato dal Cavalier Sacconi

Castel Sindici è il secondo Castello di Ceccano (Frosinone), non per importanza, ma per epoca di realizzazione.

Si tratta di un elegante edificio, costruito alla fine dell’800 per volere dell’enologo e Cavaliere del lavoro Stanislao Sindici.

Il progetto del Castello venne realizzato dal Conte Giuseppe Sacconi,  importante architetto e politico italiano, noto principalmente per essere stato il progettista dell’Altare della Patria di Roma.

Il Conte Sacconi con i modellatori dell’Altare della Patria di Roma Foto a cura di Cultores Artium

 

Architettura del Castello

Il castello venne costruito in pietra calcarea, facilmente reperibile nelle zone circostanti, sul modello di un’antica fortezza medievale. Fu realizzato al centro di un grande parco verde che presenta, tuttora, un’interessante varietà faunistica.

Nel 1928, la tenuta di Castel Sindici venne dichiarata, per la sua bellezza e per la sua storia, zona di Interesse Artistico Nazionale.

L’edificio nacque, tuttavia, come cantina per la conservazione del vino: proprio qui, infatti, veniva prodotto il celebre “Castel Sindici”, paragonato al bianco di Frascati, molto apprezzato e venduto sia in Italia che all’estero, vincitore di ben otto medaglie d’oro. Fu, per questo, menzionato tra i vini pregiati del Lazio, nella prima edizione del 1931 della “Guida Gastronomica d’Italia” del Touring Club Italiano, ed esposto anche tra i vini del padiglione italiano della EXPO Mondiale del 1935 a Bruxelles. Ancora oggi è possibile, durante alcuni eventi, ammirare le bellissime botti di ceramica, nelle quali esso veniva conservato.

Castel Sindici _ foto di Alberto Bevere per Cultores Artium

Da Cantina a Salotto di Artisti

Con il passare del tempo, Castel Sindici venne convertito da semplice cantina a residenza della famiglia, divenendo, soprattutto, luogo di ritrovo per gli importanti artisti che gravitavano attorno agli stessi Sindici: visitatori graditi, di cui si hanno notizie certe, furono i fratelli e pittori romani Aurelio e Cesare Tiratelli.

Proprio grazie a una tela di Cesare Tiratelli del 1887, raffigurante Caterina Gizzi Sindici, moglie di Stanislao, è stato possibile dedurre che la data della costruzione del palazzo debba essere sicuramente antecedente alla realizzazione del quadro.

Nell’elegante dimora, inoltre, venne ospitato anche il celeberrimo Gabriele D’Annunzio, che pare fosse intimo amico della pittrice Francisca Stuart e di suo marito Augusto Sindici, forse cugino dello stesso Stanislao.

Dal secondo conflitto mondiale ad oggi

Dopo il 1943, l’edificio venne requisito dai Nazisti che ne fecero sede di comando militare di zona delle S.S.; secondo alcuni racconti, inoltre, avrebbero qui eseguito anche la condanna a morte di un civile.

Il palazzo, attualmente, è in possesso dell’Amministrazione Comunale che, dopo anni di abbandono, è riuscita ad acquistare la proprietà, con il proposito di disporne un adeguato restauro, al fine di renderla nuovamente fruibile alla popolazione.

Il parco circostante, invece, ricco di piante secolari, è aperto al pubblico tutti i giorni e al suo interno hanno luogo numerosi eventi culturali e sportivi.

Per un’anteprima del sito, utile il link sottostante:

CASTEL SINDICI: https://youtu.be/e82bTzwsmtA

Si tratta di una clip, realizzata dall’Associazione Culturale di Ceccano Cultores Artium, per la promozione dei monumenti e delle bellezze che può offrire la città.

Per ulteriori informazioni:

Castel Sindici, pagina Fb
Associazione Cultores Artium (cultores.artium@gmail.com), pagine Fb e Instagram.

 

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SPETTACOLO | Lucca Comics &Games… oltre 50 anni di storia

Il Lucca Comics è la più grande manifestazione in Europa dedicata al fumetto e al gioco di ogni forma e genere, dal fantasy al fantascientifico.
La sua particolarità, che lo rende unico, è l’organizzazione dello spazio e delle attività: numerosi tendoni sono sparsi per la città stessa, che diventa un museo a cielo aperto.
Per chi, come me, non aveva mai partecipato a una manifestazione simile, era difficile indovinare di cosa si trattasse nello specifico. Essa, infatti, a differenza di come si potrebbe pensare, non consiste solo nella semplice esposizione di oggetti, ma prevede anche musica, sfilate di cosplay, mostre, proiezioni di film e persino giochi di ruolo dal vivo.

La prima edizione di tale evento si ebbe nel 1966, con sede principale a Piazza Napoleone. E’ solo con l’edizione del 1993 che essa assunse il nome, utilizzato ancora oggi, di “Lucca Comics”: in quell’occasione, si registrarono poco meno di 30.000 presenze, un record per l’epoca.
Dal 1994, inoltre, la manifestazione cambiò nuovamente sede e venne ospitata all’interno del Palazzetto dello Sport dove, per quell’anno, ritardò l’apertura di un giorno, poiché i sistemi di sicurezza non erano a norma.
A partire dall’edizione 2006, in occasione dei 40 anni dalla nascita della rassegna, il luogo prescelto è il centro della città. I vari padiglioni espositivi sono disposti in diverse piazze del centro storico e i visitatori hanno a disposizione spazi molto più ampi e molti più servizi rispetto al passato.
Nel 2014 nasce la Via dei Comics, un percorso dedicato al Lucca Comics & Games dove ogni anno i grandi artisti presenti alla manifestazione lasciano l’impronta delle proprie mani, con un chiaro riferimento alla “Walk of Fame” di Hollywood.
Nel 2016, per la 50ª edizione, è stato emesso un francobollo commemorativo illustrato dal fumettista Zerocalcare.

Il Lucca Comics è “il posto perfetto per liberare un sogno chiuso nel cassetto” (David Gusso)

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PIEMONTE | Libarna, una città sulla via Postumia

La vallata del fiume Scrivia è stata da sempre un luogo di passaggio tra la Liguria e il basso Piemonte, per giungere, poi, alla Pianura Padana e al resto del nord Italia. Già durante l’età del Ferro, infatti, con la creazione di un emporio etrusco a Genova, vennero attivate tali direttrici, tanto che un abitato ligure sorse a controllo del percorso, sulla collina del castello di Serravalle Scrivia.

L’epoca romana

Successivamente, nel 148 a.C, i Romani capirono l’importanza commerciale della zona e, così, costruirono la via Postumia, che collegava Genova ad Aquileia, passando proprio lungo la valle Scrivia. A questa data, gli archeologi fanno risalire anche la fondazione della città romana di Libarna, proprio allo sbocco della valle. L’abitato vide, probabilmente, il periodo di massimo splendore intorno all’89 a.C, quando venne concessa alle popolazioni locali prima la cittadinanza latina, poi quella romana. La città, che doveva la sua fortuna proprio al passaggio della via Postumia, vide il suo declino già all’inizio dell’epoca imperiale, quando un cambiamento negli orientamenti economici provocò lo spostamento dei traffici commerciali sulle nuove vie Aemilia Scauri e Iulia Augusta, che interessavano i territori della Liguria occidentale.

La riscoperta

La valle Scrivia, tuttavia, non perse mai il suo ruolo di passaggio per l’attraversamento dell’Appennino Ligure: la città romana venne, infatti, riscoperta nella prima metà dell’800, quando vennero aperte prima la strada regia Torino-Genova e, in seguito, le linee ferroviarie Genova-Novi-Torino e Genova-Milano. In questo periodo, i resti romani vennero in parte asportati, per lasciare spazio alle nuove infrastrutture; solo con l’imposizione del vincolo archeologico, nel 1924, cessarono le distruzioni e si cominciarono il restauro e la valorizzazione dei monumenti. Oggi, nonostante i materiali provenienti dal sito siano in parte confluiti in collezioni private e in parte distribuiti tra i musei di Genova, Torino e Serravalle Scrivia, l’area è stata musealizzata ed è visitabile gratuitamente.

L’assetto urbano

La città romana prese il nome di Libarna. Il toponimo, di origine preromana, compare in alcune fonti scritte, come l’Itinerarium Antonini di Plinio e la Tabula Peutingeriana. L’insediamento era distribuito attorno ai due assi viarii principali, come in uso nelle città di fondazione romana: il cardine massimo (che coincideva con il tratto urbano della via Postumia) e il decumano massimo. Le altre strade cittadine si disponevano parallelamente a queste due, creando isolati regolari, disposti a scacchiera. La città era priva di mura, ma il tratto urbano della via Postumia finiva in corrispondenza di due porte, situate una a nord e l’altra a sud. Queste erano della tipologia a cavedio: due torri erano poste ai lati di un ingresso, che si apriva su un cortiletto interno, formando un vero e proprio forte, dal quale soltanto si poteva accedere all’area cittadina.

ricostruzione dell'area archeologica di Libarna
ricostruzione dell’area archeologica di Libarna

Il foro

Proseguendo lungo la via principale, si giungeva al vero centro pulsante dell’insediamento: il foro. Purtroppo non sappiamo molto di quest’area, essendo stata oggetto di scavi limitati nel 1911 che ne hanno permesso solo l’identificazione. Possiamo, però, dire che essa si trova in posizione canonica, all’incrocio di cardine e decumano massimo e che era di forma quadrangolare, occupando lo spazio di circa quattro isolati. Sul lato meridionale, l’estensione del portico fa pensare alla presenza di una basilica, edificio pubblico utilizzato per le riunioni e le assemblee dei cittadini. Inoltre, è stato identificato un arco monumentale che impreziosiva l’ingresso settentrionale, mentre, a ridosso del lato sud, è stata rilevata la presenza di un basamento rettangolare, forse appartenente a un tempio.

Il teatro

Un altro luogo pubblico presente in città era il teatro, destinato alla rappresentazione di tragedie, commedie e altre opere. Anche in questo caso, gli scavi condotti per la realizzazione delle infrastrutture e le numerose spoliazioni antiche e moderne non hanno permesso la sua ricostruzione puntuale. Sappiamo che la costruzione risalga al I sec. d.C. e il ritrovamento di alcuni elementi architettonici decorati, come marmi o intonaci, lascia supporre che si trattasse di un edificio sfarzoso e curato. La struttura in pietra e mattoni era probabilmente sviluppata su due piani: il primo, composto da 22 arcate sorrette da pilastri, consentiva l’accesso alla stessa, mentre il secondo era privo di aperture.

il teatro di Libarna
Il teatro

Le terme e l’anfiteatro

Di fianco al teatro, si sviluppava l’edificio che ospitava le terme: luogo di grande importanza nel mondo romano, legato non solo all’igiene personale, ma anche allo svago, all’incontro e alla cultura. Poiché l’area non è mai stata indagata in modo sistematico, non si sa nulla del suo impianto; di conseguenza, possiamo solamente ipotizzare che, anche in questo caso, l’edificio fosse sfarzoso e monumentale e che occupasse diversi isolati. Oltre alle terme, a completare quest’area dedicata al piacere e al divertimento, sorgeva l’anfiteatro, edificio di forma ellittica, nel quale si svolgevano i munera, i combattimenti tra i gladiatori, e le venationes, battute di caccia agli animali selvaggi. Come avveniva spesso nelle città romane, anche nel caso di Libarna l’edificio, costruito nel I sec. d.C, era posizionato alla periferia della città, occupando uno spazio pari a due isolati, circondato da un muro di cinta quadrangolare, che lasciava uno spazio vuoto prima dell’edificio vero e proprio.

Le abitazioni private

Oltre agli edifici pubblici, a Libarna sono stati scavati anche due isolati comprendenti abitazioni private e botteghe. Le abitazioni portate alla luce potevano essere a uno o a due piani, sviluppandosi attorno a un cortile centrale porticato. Gli isolati scavati, posizionati tra il teatro e l’anfiteatro, erano entrambi costituiti da una domus signorile, circondata da altre tre più piccole che potevano contenere ambienti a destinazione commerciale. Alla fine del I sec. d.C, la struttura degli isolati subì una trasformazione, probabilmente in relazione alla costruzione degli edifici ludici. Le due case signorili vennero divise in lotti più piccoli e riconvertiti in strutture produttive o commerciali come botteghe, tintorie, e un ambulatorio medico.

Le abitazioni private del quartiere dell'anfiteatro
Le abitazioni private del quartiere dell’anfiteatro

Per approfondire

Libarna, area archeologica, a cura di Marica Venturino Gambari

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MITI | L’amore oltre la morte di Orfeo ed Euridice

Il mitico cantore Orfeo, capace, con la sua lira, di placare le bestie feroci e di animare gli elementi della natura, si innamorò della bellissima driade Euridice, con la quale si unì in matrimonio. La ninfa, tuttavia, era amata perdutamente dal pastore Aristeo, figlio del dio Apollo, che, noncurante della riluttanza della ragazza, tentava, senza sosta, di sedurla.
Un giorno, Euridice, per sfuggire alle sue invadenti attenzioni, mise il piede su un serpente che la uccise col suo morso.

Impazzito dal dolore, Orfeo, con la sua lira, scese negli inferi: dopo un lungo cammino, giunse al cospetto di Ade e Persefone, intenzionato a riprendersi l’anima del suo amore. Accompagnato dalla sua lira, intonò un soave canto e, con le sue preghiere, commosse Persefone, che decise di restituire l’anima di Euridice al mondo dei vivi.
Una sola, però, la condizione imposta: durante il cammino di risalita dagli inferi, Orfeo avrebbe dovuto precedere l’anima dell’amata, che lo avrebbe seguito, senza voltarsi mai. 
Tuttavia, quasi alla fine del tragitto, Orfeo, tormentato dal dubbio che quello di Persefone fosse un inganno, non udendo il rumore dei passi di Euridice, si voltò, violando il patto stretto con la sposa di Ade: in quel momento, l’anima di Euridice scomparve, per sempre, tra le tenebre.
Tornato tra i vivi, Orfeo si lacerò nel dolore e pianse per sette lunghi mesi. Mai più amò altra donna.

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ILLUSTRI SICILIANI | Salvatore Quasimodo, figlio di Messina

La vita di Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la Letteratura nel 1959, raffinatissima anima siciliana, è legata alla città dello Stretto sin dalla prima giovinezza.
Nato a Modica il 20 agosto 1901, si trasferì a Messina nel 1908, dopo la catastrofe del terremoto, con il padre ferroviere; viste le condizioni precarie in cui versava la città, ormai fantasma, il piccolo Salvatore fu costretto a vivere con la famiglia, insieme a molti dei superstiti, sui vagoni dei treni: una simile esperienza lasciò un solco profondo nell’animo del poeta, ancora bambino; egli trascorse tutta l’adolescenza nella città, che si apprestava a risorgere dalle sue ceneri, conseguendo il diploma presso l’Istituto Tecnico “A. M. Jaci”, sezione fisico-matematica. Una simile formazione non era, però, affine alla sua indole, tutta incline alla poesia: proprio a Messina, presso riviste locali, pubblicò i suoi primi componimenti e strinse amicizia con Giorgio La Pira e Salvatore Pugliatti, quest’ultimo profondo appassionato di versi.
Dopo la maturità, Quasimodo, nel 1919, si spostò a Roma, per studiare ingegneria, pur mantenendo un viscerale legame con l’isola natia; tuttavia, nel suo cuore era vivo un richiamo antico: fu così, dunque, che, in Vaticano, presso monsignor Rampollo del Tindaro, iniziò lo studio del Greco e del Latino, lingue che accesero in lui un nuovo fuoco. Ciononostante, ben presto, per mantenersi, fu costretto a lavorare, impiegandosi al Genio Civile di Reggio Calabria: una simile occupazione, per lui faticosa e arida, poiché distante dai suoi interessi, lo costrinse lontano dalla sua amata poesia, alla quale poté tornare una volta riavvicinatosi alle amicizie del suo periodo messinese e alla Sicilia stessa: da questo momento in poi, Quasimodo riuscì a riempire la sua vita di “lettere”, pubblicando raccolte, collaborando, a partire dal 1929, grazie all’amico e cognato Elio Vittorini, alla rivista “Solaria” a Firenze, dove conobbe intellettuali quali Alessandro Bonsanti, Arturo Loira, Gianni Manzini, Eugenio Montale et similes, che subito ne apprezzarono le doti. In seguito, stabilitosi, nel 1930, a Milano, intraprese l’attività di giornalista che non interruppe mai, nemmeno quando, a partire dal 1941, insegnò letteratura italiana al Conservatorio musicale del capoluogo lombardo.

Di seguito, le sue raccolte di versi:

Acque e Terre (1930)
Oboe Sommerso (1932)
Ed è subito sera (1942)
Giorno dopo giorno (1947)
La vita non è un sogno (1949)
Il falso e vero verde (1956)
La terra impareggiabile (1958)
Dare e avere (1966)

Tra le pieghe della sua lunga esperienza poetica, è possibile discernere le linee dell’evoluzione della sua arte, dapprima in perfetta sintonia con il clima della letteratura ermetica, in seguito, specie tra gli anni Quaranta e Cinquanta, affine all’impegno neorealistico. Tuttavia, ciò che emerge dal Quasimodo di ogni decennio, è la fedele concezione della poesia come momento di sintesi delle contraddizioni personali e storiche e come punto di vista superiore e privilegiato.
Ancora, egli fece poesia persino con versi altrui: dopo essersi accostato allo studio delle lingue classiche, scoprì una profonda affinità con i lirici greci, colpito nel profondo dall’immediatezza di quelle parole antiche, spesso tràdite nella forma di brevi frammenti, la cui vaghezza di contorni doveva apparire, ai suoi occhi, quanto mai affine all’Ermetismo: nel 1940, pubblicò i Lirici Greci, una sua proposta di traduzione della lirica arcaica, ancora oggi apprezzatissima, ma tradusse anche parti dell’Odissea, i Tragici, i Carmina di Catullo, le Georgiche di Virgilio, il Vangelo di Giovanni e testi di vari autori moderni, tra cui Shakespeare, Cummings, Neruda, Eluard, Ruskin, Molière.

 

Morì il 14 giugno 1968, mentre viaggiava in auto verso Napoli, dopo essere stato colpito da un ictus ad Amalfi, dove si trovava, come presidente, in occasione di un premio di poesia.

 

L’Università di Messina, nel 1960, gli conferì una laurea honoris causa e la città dello Stretto volle ulteriormente fortificare il legame con questo suo figlio acquisito mediante cittadinanza onoraria.

Il poeta guardò sempre alla sua terra con occhi di sogno, colmi della nostalgia di un amore lontano, ferita senza speranza di guarigione.

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

Salvatore Quasimodo – Vento a Tindari, da Acque e Terre (1930).

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ARCHITETTURA | Il Gotico in Italia, tra resistenze e innovazioni

Proseguendo il nostro viaggio all’interno di questo grande contenitore che è la storia dell’architettura gotica, tra arte e stupore, considereremo lo sviluppo e l’impatto che tale stile ha avuto sulla circoscritta cultura italiana dell’epoca.
Anzitutto occorre ricordare che, in Italia, il periodo di sviluppo e divulgazione si è attestato, quale fase iniziale, nel XII secolo con lo sviluppo dell’architettura cistercense, faceva seguito una fase successiva dal 1228 al 1290 di “primo gotico”, successivamente, dal 1290 al 1385 con realizzazioni di “gotico maturo” ed infine l’ultima fase dal 1385 fino al XVI secolo con l’inizio e la prosecuzione di esempi “tardo gotici” come: il Duomo di Milano, di Napoli e la Basilica di San Petronio a Bologna.

 

Principali differenze e innovazioni
Come precedentemente accennato, il Gotico, in Italia (Gotico “temperato”), ha caratteristiche che lo distinguono notevolmente da quello della Francia, luogo di origine dell’ordine architettonico, e degli altri paesi europei come Inghilterra, Germania o Spagna.
In particolare, in Italia si assiste a una resistenza all’innovazione estetica e funzionale, all’arditezza strutturale e allo slancio verticale, quasi estatico, dell’architettura d’oltralpe, preferendo mantenere la tradizionale tecnologia costruttiva, consolidata nei secoli precedenti.
Così, se da un lato c’era stata un’applicazione precoce di elementi gotici in epoca romanica (i rosoni e le volte a costoloni nel nord-Italia, gli archi a sesto acuto di retaggio arabo in Italia meridionale), dall’altro la tradizione romanica, influenzata dai modelli bizantini, paleocristiani e classici, resistette al principio dell’annullamento delle pareti; ciò fu dovuto, probabilmente, anche a questioni puramente pratiche: il clima italiano avrebbe fatto negli edifici coperti di vetrate un “effetto luminescente” nei mesi estivi; di conseguenza, la soluzione preferita fu quella di mantenere strutture in massiccia muratura, più fresche, sulle quali si stendevano preziose decorazioni ad affresco. Si ebbe, quindi, in Italia un compromesso tra romanico e gotico, senza eccessivi slanci in altezza e riduzioni scheletriche delle masse murarie.
L’Italia fu una delle ultime nazioni europee in cui si sviluppò l’arte gotica. Da fonti storiche, si è dedotto che il vettore principale fu rappresentato dall’ordine benedettino cistercense che, dalla regione della Borgogna, in Francia, si espanse in tutta l’Europa occidentale.
L’architettura dell’ordine cistercense costituiva un sottolinguaggio particolare dell’edilizia gotica: si trattava, infatti, di un’architettura che accoglieva le principali innovazioni già espresse nelle cattedrali dell’Île-de-France, ma in forma molto più moderata e, in un certo senso, “ascetica”. Venne completamente bandita la decorazione figurativa, le vetrate avevano un’estensione più ridotta e prive di colore, il verticalismo risultò frenato e all’esterno non si ammisero torri o campanili. Venne, però, utilizzata la volta a crociera archiacuta a campate rettangolari e i pilastri a fascio che proseguivano nelle costolonature delle volte.
I capitelli presentavano ornamentazioni semplicissime e prevalentemente non figurative.
La lavorazione della pietra era accuratissima e lo spazio, definito dai tipici assetti planimetrici modulari e dalla nettezza e politezza delle membrature, risultava, oltre che razionale, intensamente astratto. L’architettura di questo ordine si diffuse per tutto l’Occidente e l’incontro del nuovo linguaggio con la tradizione locale costituì anche in Italia la base per i futuri sviluppi successivi di tale stile; l’architettura cistercense fornì, infatti, spunti significativi agli ordini mendicanti, come francescani, domenicani e agostiniani, nella cospicua fase di inurbamento dei relativi insediamenti, che in Italia ebbe luogo fra la metà del Duecento e la metà del secolo seguente. Fra le note distintive di questi ordini, vi era, appunto, una certa enfasi nella decorosa povertà e semplicità degli edifici sacri.

 

Importanti esempi
Tra gli esempi più significativi, possiamo annoverare:
– la basilica di Sant’Andrea a Vercelli (1219-1227), quale esempio precoce di accenni significativi di grammatica gotica su una sintassi ancora tardoromanica, caratterizzata da una facciata molto originale con l’innesto di contrafforti a forma tubolare e di due esili torri ai lati.
– il complesso di Fossanova nel Lazio (1187-1206);
– l’abbazia di Casamari, terminata nel 1217;
– l’abbazia di San Galgano, vicino Siena, iniziata nel 1227 e finanziata da Federico II; in tale esempio, più tardo, si nota un’evoluzione del modello con un assottigliamento dei pilastri e un maggior numero di aperture che garantiscono una migliore luce;
– il coevo battistero di Parma, dove lavorò Benedetto Antelami.
Un posto di particolare rilievo nell’arte del XIII secolo è tenuto dall’architettura civile e militare sviluppatasi nell’Italia meridionale con l’imperatore Federico II di Svevia e nei secoli successivi con le dinastie Angioina e Aragonese del Regno di Napoli nonché un importante esempio di gotico, “chiaramontano” diffusosi in Sicilia meritevole di futuri approfondimenti.