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PIEMONTE | Il Tesoro di Marengo: un giallo di età romana

Il tesoro di Marengo è, forse, tra i reperti più pregiati conservati oggi al Museo di Antichità di Torino; tuttavia, su di esso rimangono ancora aperte importanti questioni.

Il ritrovamento

Trovato fortuitamente nel 1928, lungo l’autostrada Torino – Savona, presso la località di Marengo, era sepolto a circa un metro di profondità, in un terreno sabbioso. I reperti erano schiacciati e deformati, in modo da poter essere nascosti più facilmente. Una foto dell’epoca, scattata dalle autorità che presero in consegna i reperti, mostra il loro stato al momento del ritrovamento, prima del restauro, avvenuto nel 1936. Tutti i pezzi, tranne il vaso con foglie di acanto, presentano deformazioni dovute all’impatto con un oggetto contundente.

Il Tesoro di Marengo prima del restauro. Da Mercando (a cura di), Archeologia in Piemonte, Vol II. L’età romana

Perchè è stato seppellito?

Uno dei problemi che si sono presentati agli archeologi che, negli anni, hanno studiato questo prezioso ritrovamento, riguarda il motivo per il quale è stato seppellito. Nell’antichità, potevano essere sostanzialmente due i motivi per nascondere tesori sotto terra. In periodi di instabilità politica o di invasioni esterne, si seppellivano i propri averi, spesso monete o gioielli, perché non divenissero preda di briganti o razziatori. In questo caso, il nascondiglio era vicino alla casa del proprietario e gli oggetti venivano sepolti con cura, magari in una cassetta o in un sacchetto di cuoio. Per quanto concerne, però, il Tesoro di Marengo, lo stato molto danneggiato nel quale sono stati ritrovati gli oggetti fa pensare, piuttosto, al bottino di una rapina. I ladri avrebbero schiacciato gli oggetti per poterli trasportare meglio, essendo interessati unicamente al valore del metallo. Ad avvalorare questa ipotesi, può aiutare la cronologia dei materiali: i pezzi più antichi, infatti, risalgono almeno al III sec. d.C, periodo nel quale gli Alamanni invasero la zona. A quest’epoca appartiene anche tutta una serie di tesoretti monetali o di argenti ritrovati oltralpe e in Italia.

Busto di Lucio Veio, da Musei Reali Torino

I manufatti appartengono ad un unico contesto?

L’analisi condotta da Francoise Baratte sembrerebbe escluderlo. Gli oggetti, infatti, non solo sono molto diversi per fattura e gusto artistico, ma appartengono anche ad epoche differenti. Di sicura datazione sono il busto di Lucio Veio, non posteriore al 169 d.C, e l’iscrizione di Vindio Veriano data all’inizio del III sec. Non si può comunque escludere la collocazione degli oggetti in una sorta di collezione, che racchiudeva opere pregevoli di diverse epoche.

iscrizione di Vindio Vriano, da Musei Reali Torino

Da dove sono stati rubati questi oggetti?

Secondo gli studiosi, si deve pensare a un unico insieme di oggetti, appartenenti ad una collezione, rubati, quindi, in un solo luogo. Data la mancanza di stoviglie da mensa, è poco probabile che gli oggetti fossero conservati da un privato. La presenza di una dedica alla Fortuna Melior e il carattere diverso dei pezzi, fa pensare, piuttosto, alla loro collocazione in un santuario. Era pratica comune, infatti, donare oggetti votivi ai templi, come omaggio alle divinità

Il tesoro di Marengo, Musei Reali Torino

Conservazione

Il Tesoro di Marengo fa parte delle collezioni del Museo di Antichità di Torino dal 1936 ed è stato oggetto di diversi restauri e pubblicazioni. Oggi è esposto nella Manica Nuova del museo, con un nuovo allestimento che ne valorizza la storia e la vicenda.

Per approfondire:

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LO SAPEVI CHE…? | Il secondo derby più antico d’Italia e il primo in Sicilia; la storia di Messina – Palermo

Sebbene l’antico “Giuoco del calcio” venisse praticato in Sicilia già sul finire del XIX secolo, è nel 1900 che sorsero, ufficialmente, le prime realtà calcistiche isolane:
Anglo-Palermitan Athletic and Foot-Ball Club e
Messina Football Club, fondate, rispettivamente, l’1 novembre e l’1 dicembre 1900 dall’imprenditoria inglese presente nelle città a cavallo tra i due secoli.

Il Palermo nel 1910
 

L’Anglo-Palermitan Athletic and Foot-Ball Club fu fortemente voluto da Ignazio Majo Pagano, palermitano che aveva vissuto a Londra per qualche anno, dove aveva imparato il gioco del calcio. Il primo presidente della squadra fu l’inglese Edward De Garston. Nel 1907, cambiò nome in Palermo Foot-Ball Club. Con il 1915 e la Prima guerra mondiale, la società fermò ogni sua attività; il 16 febbraio 1920, con la denominazione di Unione Sportiva Palermo, la squadra tornò a disputare campionati nazionali. 

L’armatore navale Walter F. Becker, titolare dell’agenzia di navigazione “Peirce, Becker & Ilardi”, fu, invece, il primo storico presidente del Messina, accompagnato dal vice Charles M. Caughy, console statunitense, e dal segretario Walter Oates (socio della fabbrica di derivati agrumari “W. Sanderson & Sons“, una delle più famose in Europa).

Il Messina nel 1910

F. L. Padgett, anche lui inglese, fu il primo allenatore-capitano della squadra. Tra le persone chiave della società figuravano anche i reverendi anglicani Charles B. Hulleatt e Caulfield.

Messina – Palermo , 1901, foto d’archivio

Personaggio più interessante dell’epoca fu, sicuramente, Alfredo Marangolo. Il giovane, messinese, visse per lungo tempo in Gran Bretagna, luogo in cui fu iniziato al neonato gioco del calcio. Tornato in patria, aveva portato con sé i manuali con le regole, un pallone di cuoio, alcune scarpe, una divisa da arbitro e una da gioco.
Costui entrò in rapporti, proprio per questa sua passione, con la colonia inglese di Messina, all’interno della quale i cittadini d’oltremanica praticavano il gioco del calcio.
La fondazione della nuova squadra fu l’ovvio epilogo: il primo incontro del Messina Football Club è datato 18 aprile 1901, 4 mesi dopo la sua creazione, fu organizzato da Alfredo Marangolo e disputato proprio contro l’Anglo-Palermitan Athletic and Foot-Ball Club (l’attuale Palermo), fondato dall’amico Ignazio Majo Pagano, con il quale era emigrato a Londra.

L’incontro finì 3-2 per i Palermitani; la formazione che sfidò il team del capoluogo isolano era la seguente: Marangolo, Pappin, Padgett, Way, Caulfield, Oates, Arena, Vaccaro, Greco, Falorsi, Crisafulli.

I colori sociali della squadra messinese erano il bianco e il blu. Di seguito, un estratto della cronaca del match contro il Palermo, pubblicata sul Giornale di Sicilia:

« I rappresentanti del Club Messina […] vestivano un elegantissimo costume in maglia bleu con calzoni bianchi, gambali di legno e berretto bleu e bianco. »

(F. Rosso su il Giornale di Sicilia, 19 aprile 1901)

I colori sociali del Palermo, invece, erano il rosso e il blu, diventati rosa e nero dopo la rifondazione del 1907. 

Nel luglio 1901, Becker lasciò il ruolo di presidente al neo console inglese di Messina, Arthur Barret Lascelles. Nel 1902, furono organizzati diverse sfide contro gli equipaggi delle navi attraccate nel porto di Messina: il Messina superò 2-1 l’equipaggio dello Yacht Hohenzollern di Guglielmo II di Germania; la più consolidata Royal Steamer Aurani, Marina Inglese, si impose, invece, sui siciliani per 5-1.


Nel 1905 nacque la Whitaker Challenge Cup, storica coppa di Sicilia, disputata proprio contro il Palermo; le fonti attribuiscono la vittoria al Messina (1-0, altre per 3-2). I messinesi bissarono il successo anche nel 1906 (2-1). La Whitaker Challenge Cup non fu disputata nel 1907, ma tornò ad essere giocata, per l’ultima volta nella storia, il 15 febbraio 1908: vinse il Palermo 3-0, nell’incontro avuto luogo presso lo spiazzale di San Raineri.

Il terremoto del 1908, una delle peggiori tragedie della storia italiana, causò la morte di numerosi giocatori della squadra messinese; l’attività riprese solamente nel giugno 1909, grazie ai fondi del presidente Lascelles e all’aiuto dei marinai presenti in città, alcuni di essi giocatori di Venezia, Gorizia e Triestina. Nel 1910, la squadra prese parte alla seconda edizione della Coppa Lipton, sfidando il Naples (il Napoli di oggi) e ancora il Palermo.

 

Il primo derby Italiano in assoluto, passato agli annali come un incontro ufficiale del massimo campionato italiano, fu giocato a Torino l’8 maggio 1898 fra l’Internazionale e la Torinese, squadre dalla cui fusione avrà origine il Torino. In seguito, i primi derby della storia calcistica della penisola furono Juventus-Torino (1907) e Inter-Milan (1909).

Successivamente, quando, nel 1929, nacque la Serie A, vi si disputarono tre derby (Inter-Milan, Juventus-Torino e Lazio-Roma).

Il derby Messina – Palermo risulta, dunque, essere il più antico di Sicilia (si trattava delle uniche due squadre calcistiche dell’isola –  le sorti del Calcio Catania seguiranno i due grandi club a partire dagli anni venti) e il secondo d’Italia, dopo la stracittadina torinese.

L’immagine in evidenza proviene dalla collezione di Vincenzo Prestigiacomo.

 

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ABRUZZO | Roccascalegna, il castello tra cielo e terra

Sulla sommità di uno sperone roccioso, in posizione dominante sulle vallate del fiume Sangro, in provincia di Chieti, sorge il Castello di Roccascalegna.

La fondazione

La sua fondazione si fa risalire ai Longobardi che, a partire dal 600 d.C., discesero dall’Italia settentrionale fino a occupare gli odierni territori di Abruzzo e Molise. Inizialmente, fu costruita una torre di avvistamento e, nell’XI-XII secolo, l’intero castello. 

La prima fonte storiografica sul castello è del 1525 e riporta i lavori di restauro effettuati sulla struttura.

L’abbandono e il recupero

Dal 1700 il castello ha vissuto tre secoli di abbandono, durante i quali è stato vittima di saccheggi e di intemperie.

Finalmente, nel 1985, l’ultima famiglia feudataria di proprietari, i Croce Nanni, donarono  il castello al Comune di Roccascalegna, che iniziò i lavori di restauro che lo hanno riportato all’antico splendore nel 1996.

L’etimologia del nome

Per la ricostruzione dell’etimologia di Roccascalegna, due le ipotesi formulate: il nome potrebbe derivare da Rocca-Scarengia, da connettersi a scarenna, termine che indica il fianco scosceso di un monte, oppure dal longobardo Aschari, da cui, dunque, Rocca Ascharenea.

La leggenda della Mano di Sangue

Si narra che, nel 1646, il barone Corvo de Corvis avesse reintrodotto la prepotente pratica medievale dello Jus Primae Noctis: ogni neo sposa del feudo di Roccascalegna avrebbe dovuto consumare la prima notte di nozze con lui, anziché con il legittimo marito. L’ultima novella sposa, o il consorte travestito da sposa, si sarebbe recata al castello per obbedire a tale ordin, ma, una volta giunta presso il talamo nuziale, avrebbe accoltellato il barone ed egli, morente, avrebbe lasciato su una roccia della torre l’impronta indelebile della sua mano insanguinata.

Secondo la leggenda, l’impronta del barone, sebbene venisse più volte lavata, continuava a riaffiorare.

La torre crollò nel 1940, ma, ancora oggi, anziani del luogo affermano di aver visto la mano di sangue anche dopo la sua distruzione.

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CULTORES ARTIUM | Al via il progetto “Il Cammino della Regina Camilla” nei Borghi della Valle dell’Amaseno

 

Nasce nel Lazio il progetto per la costruzione del Cammino della Regina Camilla. Esso nasce come un “cammino sociale” di circa 130 chilometri, suddiviso in diverse tappe che attraversano tutti i Borghi della Valle del fiume Amaseno: si tratta di un territorio straordinario dal punto di vista culturale e naturalistico, situato nel Lazio meridionale, tra le province di Latina e Frosinone.

Chi è la Regina Camilla?

          Camilla e Turno 

La Regina Camilla è la capostipite del popolo Ciociaro, figlia di Re Metabo, tiranno di Privernum,una delle città dei Volsci.

Il Re Metabo venne, però, cacciato per il suo modo spietato di governare e, durante la fuga, portò con sé la piccola Camilla, ancora in fasce.

Inseguito da bande di cittadini inferociti, giunse sulle rive del fiume Amaseno, in piena per le troppe piogge; il sovrano avvolse, quindi, la bambina con una corteccia di albero e la legò alla sua lancia, per gettarla oltre il fiume.

Incalzato dai nemici, si tuffò, così, in quelle acque, per raggiungere la figlioletta che, nel frattempo, era rimasta incolume poiché, secondo la leggenda, già consacrata da Metabo alla Dea Diana.

Camilla crebbe in queste terre come una principessa guerriera, imparando l’arte bellica, difendendo la sua terra anche a costo della vita.

Viene citata nella Divina Commedia di Dante e, prima ancora, nel libro XI dell’Eneide.

Il Progetto

L’idea nasce alcuni anni fa all’interno di un progetto di ricerca condotto e seguito dalla Dott.ssa Sara Carallo, ricercatrice dell’Università di Roma Tre, che ha portato alla realizzazione di un portale web dedicato alla Valle dell’Amaseno (www.valledellamaseno.it).

È proprio dall’esperienza di incontro di questi luoghi e delle sue comunità che questa idea ha iniziato a conquistare gli abitanti e a trasformarsi in un progetto originale e ambizioso.

Suo obiettivo è promuovere e rendere fruibile il patrimonio materiale e immateriale della Valle dell’Amaseno, attraverso modalità di turismo sostenibile, a bassissimo impatto ambientale e ben integrate con le potenzialità dell’area.

Un momento della conferenza del Progetto di inizio del “Cammino della Regina Camilla”

Il Progetto del Cammino della Regina Camilla vede attualmente il coinvolgimento e l’adesione de:

  • Il Gruppo di ricerca Terre Alte del Club Alpino Italiano, sezioni di Frosinone, Sora, Cassino, San Donato Val Comino.
  • Delle Associazioni culturali “A piedi liberi” e “Cultores Artium”, che saranno coinvolte come gruppo di coordinamento insieme alla XIII Comunità Montana dei monti Lepini Ausoni, alla Compagnia dei Lepini, a numerose altre associazioni locali e a liberi cittadini della Valle.

Si tratta di un progetto partecipativo ed è, quindi, aperto all’adesione di chiunque volesse offrire il proprio contributo.

L’itinerario

L’itinerario è dedicato alla Regina dei Volsci Camilla ed è volto a favorire processi di inclusione socio-spaziale tra le popolazioni, a rafforzare la loro consapevolezza identitaria e il legame con il territorio.

Le recenti esperienze di successo di altri cammini in Italia (come, ad esempio, la Via degli Dei da Bologna a Firenze o il Cammino di San Benedetto) mostrano quanto tali percorsi saino in grado di generare processi virtuosi di sviluppo e crescita economica, sociale e ambientale.

Proprio per questo, il progetto di Cammino della Regina Camilla sosterrà le realtà ricettive, enogastronomiche e commerciali locali, attraverso un coinvolgimento diretto.

Il percorso ad anello partirà dalla stazione ferroviaria di Priverno-Fossanova, per favorire il più possibile una mobilità sostenibile; attraverserà tutti i borghi della Valle:

Abbazia di Fossanova, Priverno, Roccagorga, Maenza, Prossedi, Giuliano di Roma, Villa Santo Stefano, Castro dei Volsci, Vallecorsa, Amaseno, Pisterzo, Roccasecca dei Volsci, Sonnino.

Il territorio è costituito da importanti evidenze storico culturali e naturalistiche, da aree di rilevante interesse speleologico e altri geositi, nonché da Zone di Protezione Speciale e Siti di Importanza Comunitaria. Si tratta, dunque, di un insieme paesistico tra i più caratteristici del Lazio meridionale.

Il cammino si collegherà agli altri cammini già esistenti sul territorio (come la Via Francigena nel Sud); seguirà, inoltre,  antichi percorsi di transumanza e mulattiere per dare valore a tutto il patrimonio già esistente nella Valle.

Potrà essere percorso a piedi, in mountain bike o a cavallo.

Sabato 21 dicembre sarà inaugurata la prima tappa:

dalla Stazione di Priverno-Fossanova a Roccagorga (passando per Priverno).

Nei mesi successivi, verranno presentate le altre tappe attraverso l’organizzazione di escursioni ed eventi pubblici. È prevista anche la pubblicazione di una guida in cui saranno inserite tutte le informazioni tecniche e logistiche per poter svolgere l’itinerario, insieme ad approfondimenti culturali sulla storia del territorio e sulle comunità che lo abitano.

Per maggiori informazioni potete rivolgervi a:

Sara Carallo, responsabile scientifico del progetto

camminoreginacamilla@gmail.com – 3496480272

Sito web: http://www.valledellamaseno.it/valle/cammino-regina-camilla/

Pagina Facebook: Cammino della Regina Camilla

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Lombardia | Como: un tesoretto di monete di inestimabile valore

Nel 2018, durante dei lavori di edilizia, per opera della ditta Officine Immobiliari Srl di Como -una ditta privata che sta trasformando l’ex teatro Cressoni in un complesso residenziale, è venuto alla luce un tesoretto di monete di inestimabile valore.

La zona del ritrovamento è una zona centralissima, sia per la Como odierna ma, soprattutto, per quella antica: si scavava, infatti, un’area molto vicina a quello che era il foro di Comum, la Como romana.

Durante i lavori è stato riportato alla luce un edificio di epoca tardo-antica fabbricato con pezzi di reimpiego ed alcune epigrafi di epoca imperiale, di cui, però, non si conosce ancora bene la funzione.

Il tesoretto è stato trovato all’interno di un contenitore in pietra ollare sopra uno strato in cocciopesto, un materiale edilizio che i romani utilizzavano per impermeabilizzare le superfici, sia pavimenti che pareti.

 

Il recipiente

Il recipiente che contiene le monete d’oro è un boccale ad ansa quadrangolare e coperchio in pietra ollare grigia proveniente dalle Alpi Centrali.

La sua particolarità risiede nel fatto che è più largo alla base e più stretto sul collo: ciò fa pensare che si tratti di un contenitore molto prezioso.

La pietra ollare veniva, infatti, lavorata in un solo blocco in forme cilindriche o troncoconiche con l’orlo più largo rispetto alla base. Questo permette, infatti, di ridurre al minimo lo scarto; una lavorazione come quella del recipiente descritto prevede una grande quantità di scarto ed è pensabile solo per oggetti estremamente preziosi.

Il tesoretto

Per quanto riguarda le monete, esse sono ancora in fase di studio. Sappiamo per certo che si tratta di  1000 solidi del peso di circa 4,5 grammi;  sono state tutte riposte con cura e non abbandonate in fretta come capita in altri ripostigli. Probabilmente sono state impilate dentro a rotoli di stoffa o altro materiale deperibile che ora non c’è più.

Si può confermare la datazione al 472-474 d.C. grazie anche alla presenza di pezzi a nome di Onorio, Arcadio, Teodosio, Valentiniano III, Maggioriano, Libio Severo, Antemio e Leone I. Oltre alle monete sono stati ritrovati nel vaso alcuni oggetti in oro: un frammento di barretta, tre orecchini e tre anelli con castone.

 L’ingente quantitativo di monete e l’entità della somma sembrano confermare l’interpretazione già proposta come cassa pubblica.

 

Valorizzazione e tutela: dove andrà a finire il reperto?

Ma la domanda che sorge spontanea è una: chi dovrà occuparsi della valorizzazione e tutela di questo reperto? Dove sarà esposto una volta analizzato e studiato? La risposta a queste domande è chiara: il tesoretto appartiene alla città in cui è stato trovato: Como.

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MITI | Fillide e Demofonte: lacrime e fiori di mandorlo

Demofonte, figlio di Fedra e Teseo, re di Atene, si innamorò della bella principessa tracia Fillide e, sposandola, ebbe in dote il suo regno. Tempo dopo, sentendo nostalgia della terra natia, Demofonte decise di compiere un viaggio ad Atene, promettendo alla moglie di fare ritorno entro un anno. Fillide, affranta, accettò la decisione del marito; tuttavia, gli consegnò uno scrigno contenente i segreti della Grande Madre Rea, che avrebbe dovuto aprire solo se non fosse potuto tornare.

Demofonte non mantenne la promessa e, allo scadere del termine pattuito, non tornò. Fillide, col cuore spezzato dalla vana attesa, decise di togliersi la vita. Atena, mossa a commozione, trasformò il corpo della donna in un mandorlo. Quando Demofonte, finalmente, fece ritorno, comprese cosa fosse accaduto e, piangendo, si strinse forte al tronco dell’albero, inondandolo con le sue lacrime. Bagnata dal dolore dell’amato, Fillide ricambiò facendo sbocciare piccoli fiori bianchi dai nudi rami.

Demofonte, infine, decise di aprire lo scrigno che gli aveva consegnato la moglie: inorridendo per ciò che vide in esso, si diede alla fuga, ma, inciampando, cadde sulla sua stessa spada e morì. Nessuno seppe mai cosa la scatola contenesse.

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LOMBARDIA | Como: il complesso termale di Viale Lecco


Le Terme di Como romana sono un complesso termale romano della città di Como, costruito nella seconda meta del I secolo d.C. grazie a una donazione di Plinio il Giovane e utilizzato fino alla fine del III secolo d.C.
Esso venne riportato alla luce nel 1971, durante alcuni lavori di edilizia urbana. Erano visibili le murature relative a otto diversi ambienti, alcuni a pianta ottagonale e altri a pianta rettangolare (probabili calidari e frigidari).

Una seconda area venne scoperta, invece, intorno agli anni novanta del secolo scorso: tali ambienti occupavano integralmente una zona di circa 1500 mq. Nel 2002, la Società Valduce Servizi s.p.a. la acquistò e ne finanziò accertamenti archeologici che permisero di constatare la conservazione delle strutture anche in questo tratto: furono, infatti, rinvenuti una decina di nuovi vani, di forme e dimensioni variabili; in relazione a questi, è stato possibile riconoscere due diverse fasi edilizie: una più antica, risalente alla seconda metà del I secolo d.C., e una più recente, databile al II secolo d.C.


La mancanza delle infrastrutture, che differenziano gli ambienti riscaldati da quelli freddi, ha, però, impedito di individuare con precisione la funzione dei diversi vani e di ricostruire il percorso termale.
Nel III secolo, le terme vennero abbandonate, le pavimentazioni e le decorazioni asportate e riutilizzate per la costruzioni di altri edifici. L’area divenne una vera e propria necropoli, caratterizzata da sepolture a inumazione. Tra queste, le più antiche sono due tombe a cappuccina, pertinenti a individui adulti, deposti con corredo, risalenti al V-VI sec.
Una notevole quantità di intonaci dipinti, per buona parte figurati, appartenenti alla decorazione pittorica del complesso, è stata recuperata nei livelli di distruzione dell’edificio: si tratta di un ritrovamento di estrema importanza, essendo la più consistente attestazione di decorazione parietale dipinta documentata finora a Como. Considerando la grandezza degli ambienti rinvenuti durante le varie campagne di scavo e lo schema tipico delle strutture termali, è stato ipotizzato che l’impianto termale di Como dovesse essere il più grande di tutto l’Impero Romano, dopo quello di Roma.
Le campagne di scavo discontinue si conclusero nel 2008, quando venne costruito un parcheggio pubblico annesso al vicino Ospedale Valduce.

Grazie a questo stabile, è stato possibile valorizzare ulteriormente il complesso termale e, a tal proposito, è stato realizzato un percorso museale che passa all’interno dei vari edifici ritrovati;  sono state costruite due piccole sale museali dove, in una, sono racchiuse vetrine comprendenti i resti delle decorazioni e dei pavimenti, nell’altra due esempi di tombe a cappuccina.

Grazie a questo lavoro di valorizzazione, le terme sono, oggi, fruibili a tutti.

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ILLUSTRI MESSINESI | Girolamo Alibrandi, il “Raffaello di Messina”

Girolamo Alibrandi è il secondo grande nome associato alla pittura messinese: egli nacque proprio a Messina nel 1470. Purtroppo, della sua vita sappiamo pochissimo; tuttavia, le notizie che ci sono giunte lo annoverano fra i più conosciuti e apprezzati artisti dell’epoca. Fu molto attivo nei primi anni del ‘500, anche se nulla sappiamo della sua attività giovanile: le poche informazioni sul suo conto si riferiscono al momento del suo incontro con Cesare da Sesto, di cui fu forse allievo. Morì, probabilmente a Messina, intorno al 1524.

Le opere

La più antica notizia che lo riguarda si data al 1514, quando l’intagliatore Antonio Floresta venne incaricato di eseguire la cornice di un quadro raffigurante una Madonna col Bambino. Quest’opera fu commissionata ad Alibrandi per la chiesa madre del casale di Santo Stefano Medio, dove, sia pure in pessime condizioni, la tavola è ancora oggi conservata. Oltre a quest’opera, il pittore realizzò numerose altre tele, molte delle quali non ci sono pervenute. A Randazzo, ad esempio, nella basilica di Santa Maria, si conserva un quadro raffigurante la salvezza della stessa Randazzo dalla lava dell’Etna. La Vergine Santissima, protagonista assoluta del dipinto ed emblema di salvezza per eccellenza, è raffigurata mentre si spreme il latte dal seno per raffreddare il fuoco dell’Etna che minaccia la città. Altra opera dell’Alibrandi sembra essere la Presentazione di Gesù al Tempio, conservata al Museo Nazionale di Messina.  

Il Polittico di Modica 

Di dubbia attribuzione sembra essere il Polittico, posto dietro l’altare maggiore del duomo di San Giorgio, a Modica. La stretta somiglianza pittorica fra la Presentazione al Tempio, esposta al Museo di Messina, con l’analogo tema, presente in una delle nove tele del Polittico, ha fatto inizialmente attribuire l’intera opera, patrimonio dell’UNESCO, al pittore messinese. Studi più recenti, invece, tendono ad assegnarne la paternità al pittore siciliano Bernardino Nigro.  

Raffaello di Messina

I suoi dipinti costituiscono interessanti testimonianze della diffusione della cultura leonardesca e raffaellesca in Sicilia, collocandosi nella scia dell’ampia risonanza che ebbe l’opera pittorica di Cesare da Sesto. La pittura di Girolamo Alibrandi, infatti, com’è facile dedurre non solo dalla composizione, ma anche dai tipi delle figure, dai panneggi e dallo stesso paesaggio, rimanda prepotentemente agli schemi leonardiani e raffaelleschi. Proprio per questa sua caratteristica, Girolamo Alibrandi venne esaltato, dagli scrittori locali, come il “Raffaello di Messina”.

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ABRUZZO | Il Guerriero di Capestrano

Nel 1934, a Capestrano, un borgo in provincia dell’Aquila, un contadino, durante i lavori di dissodamento del suo terreno, rinvenne una statua e un busto di donna: tali ritrovamenti sarebbero stati di massima importanza per la ricostruzione della storia dell’arte italica.

Il guerriero

Il Guerriero di Capestrano è conservato al Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo, a Chieti.

La scultura, realizzata in pietra calcarea, risalirebbe al VI secolo a.C.; essa rappresenterebbe un guerriero dei Piceni, antico popolo stanziato tra gli Appennini e il mare Adriatico, territorio che comprendeva le odierne Marche e l’Abruzzo.

Notevoli le dimensioni del reperto, che misura 210 centimetri in altezza e 135 centimetri in larghezza.

Il corpo del guerriero è sorretto da due colonnine laterali, lungo una delle quali compare un’iscrizione in lingua osco-umbra; sulla base di tale incisione, è stata proposta l’identificazione del soggetto con re Nevio Pompuledio: la scultura, infatti, potrebbe essere l’effige del sovrano morto, posta, forse, sopra la sua tomba. A essere rappresentato è, infatti, un defunto, come dimostrerebbero le già citate colonnine, le braccia incrociate sul petto e la maschera funeraria posta sul viso.

Il re indossa il costume militare ed è equipaggiato di un ricco ornamento bellico. Sulla testa, vi è posto un notevole copricapo, ampio ben 65 centimetri: probabilmente, si trattava di un elmo da parata, che veniva indossato a guisa di cappello, quando non utilizzato; il torace, invece, è protetto dai cosiddetti kariophylakes, dei dischi-corazza.

Le armi con cui il re è stato ritratto sono numerose: sul petto, regge una lunga spada decorata e un piccolo pugnale, che si incrociano con un’ascia; ai lati del corpo, sono poste altre due lunghe asce; al collo, indossa una collana rigida con pendaglio e,  infine,  due bracciali cingono gli avambracci.

La sua importanza

Il Guerriero di Capestrano si differenzia dalle altre sculture picene coeve: la posizione delle braccia incrociate sul petto è, infatti, inusuale e fa assomigliare la scultura alle opere funerarie degli etruschi. La statua del sovrano defunto, dunque, potrebbe testimoniare proprio la prima influenza dell’arte etrusca su quella delle popolazioni italiche, in primis di quelle che si erano stanziate lungo le coste dell’Adriatico centrale.

Inoltre, la conformazione vagamente androgina del regnante, con fianchi larghi, vita stretta e tratti del viso camuffati dalla maschera, non mira a rappresentare realisticamente il soggetto: siamo, piuttosto, di fronte a un’opera dal forte valore simbolico. La grandiosità di Re Nevio Pompuledio, di conseguenza, potrebbe essere un mezzo per celebrare la forza guerriera del popolo piceno.

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CULTORES ARTIUM | Il Cimitero Monumentale di Ceccano (FR)

A Ceccano, non troppo distante dal centro urbano, si trova il Cimitero Monumentale.

Ogni anno, a novembre, ospita al suo interno un evento dedicato alla storia e alla scoperta dei personaggi illustri che hanno lasciato un segno nella città e che ivi riposano: obiettivo di tale manifestazione è, sicuramente, quello di lasciare qualcosa di profondo in chi vi partecipa e invitare alla riflessione.

L’evento “il Cimitero Racconta”, che ha avuto luogo proprio la scorsa domenica 9 Novembre, raggiungendo la quarta edizione, è promosso da Cultores Artium in collaborazione con l’architetto Vincenzo Angeletti Latini, storico di Ceccano. Numerosi i visitatori accorsi.

Evento “il Cimitero racconta” 09.11.19 _ foto di Cultores Artium

Cenni storici sul Cimitero Monumentale

Era il 21 luglio 1868, quando il vescovo Gesualdo Vitali benedì il cimitero di Ceccano, costruito prima di quello di Frosinone, risalente, invece, al 1871.

Nel 1889, fu donato dalla famiglia Sindici il terreno per la costruzione, nell’esedra sommitale, di un ampliamento del cimitero e della tomba dei Passionisti, realizzati anche alla generosità dei ceccanesi.

L’architetto Giovanni Jacobucci, che realizzò, tra il 1930 e il 1933, in stile neoclassico, il Palazzo della Provincia a Frosinone, fu incaricato di progettare, in quegli stessi anni, anche l’ampliamento del cimitero.

A lui si deve la creazione del monumentale accesso con il viale, che termina con un’ampia scalinata che si conclude nella sommità con l’esedra, sacrario per le spoglie dei caduti della prima guerra mondiale.

Il portale d’ingresso presenta due torri ai lati, con locali destinati al custode; su di esso è incisauna citazione, tratta dall’ Apocalisse di San Giovanni:
BEATI MORTUI QUI IN DOMINO MORIUNTUR“, “Morti beati coloro che muoiono nel Signore”.

“BEATI MORTUI QUI IN DOMINO MORIUNTUR” dall’Apocalisse di San Giovanni _ entrata del Cimitero monumentale di Ceccano, foto di Cultores Artium.

 

Alcuni dei personaggi illustri di Ceccano

GIUSEPPE BRUNI

Ceccano vuole tributare il suo omaggio all’Eroe dell’aria e all’importante esponente del regime, rinominando piazza Castello in piazza I. Balbo, con delibera n. 83 del 10/7/40, il cui oggetto è “Denominazione di p.zza Italo Balbo dell’attuale piazza Castello, morto il 28/6/1940 nei cieli di Tobruk”.

Con Balbo, moriva Giuseppe Bruni, di Ceccano, Vicegovernatore della Libia, autore de “II nuovo assetto politico-amministrativo della Libia e de “In Viaggio del Duce in Libia per l’inaugurazione della litoranea”. L’aereo sul quale si trovavano venne abbattuto, ufficialmente per errore, dalla contraerei italiana.

CESARE BRAGAGLIA.

Fu il primo traduttore di letterature slave per la “Biblioteca Universale”, edita dalla Sonzogno che pubblica Boris Godunof di A. Puskin (licenziato a Ceccano il 4 settembre 1883 e uscito come n. 57 della collana), de La camicia rossa di A. Herzen (licenziata “sulle sponde del Fucino” nel settembre 1884, e uscita col n. 124 l’anno successivo) e del Libro della nazione polacca e dei pellegrini polacchi di Mickiewicz.
Pubblicista, fondò a Ceccano nel 1883 la rivista letteraria, d’arte, agricoltura e industria, di cui ne è il direttore, Vita Nuova.
Di spirito democratico, si interessò anche alla politica, fondando, nel 1886, il Giornale Elettorale del 4° Collegio di Roma, del quale diventò direttore con Giuseppe Angeletti. 

L’avvocato Cesare Bragaglia dedicò a suo figlio la Cappella alla fine del viale del Cimitero: nella parte superiore è ancora leggibile la dedica
“PER MIO FIGLIO GINO ERESSI  AVV. CESARE BRAGAGLIA”

DON MARIO COLONNA

Fu V Duca di Rignano e Calcata, principe di Sonnino, Nobile romano, Patrizio napoletano, Patrizio veneto e Patrizio onorario di Ferrara, Cavaliere d’onore e devozione SMOM.
Primogenito di Don Prospero Colonna, Sindaco di Roma prima e dopo Nathan, con capacità realizzatrici notevoli. E’ lui a sistemare la Piazza Esedra, ad acquisire al pubblico Villa Borghese, a realizzare il Traforo sotto il Quirinale. Alla sua amministrazione si lega la prima legge speciale su Roma del 1904. Parlamentare del Regno d’Italia per due legislature, XIX e XX, eletto nella circoscrizione di Anagni.

DON PROSPERO COLONNA

Sposò a Parigi il 10 settembre 1917 Adelina Drysdale Munro (Buenos Aires, Argentina, 19 Settembre 1896 – Roma, Italia, 14 Dicembre 1942), figlia di Thomas James Drysdale e Elisabeth Maria Munro.
In onore di Adelina, suo nonno materno, tale Duncan MacKay Munro, intitolò la stazione ferroviaria centrale, che collega Cordoba e Buenos Aires.
Sempre da Adelina prende il nome una città nel quartiere di San Isidro, a 20 km a nord della città di Buenos Aires, fondata nel 1909.


GIZZI GIOVANNI GIUSEPPE

Nacque a Ceccano il 25 dicembre 1863 da Emilio e Maria Sodani. Di ingegno precoce, si dedicò con passione agli studi e, dopo aver frequentato il liceo ginnasio di Ceccano, si iscrisse sedicenne all’Università di Roma, seguendo, in successione, i corsi di numerose facoltà e conseguendo ben sette lauree: in filosofia, lettere, giurisprudenza, medicina e chirurgia, scienze naturali, scienze fisiche e matematiche, ingegneria e architettura.

TANZINI MICHELE

Dal 1929 al 1943 fu Deputato, dal 1931 al 1933 Podestà; fece costruire l’acquedotto con il serbatoio e il campo sportivo e si occupò che venisse ingrandito il Cimitero, incaricando l’architetto Iacobelli.

LATINI GAETANO E BERARDI APOLLONIA

La tomba, nella quale riposa Augusto Angeletti, medico e primo dentista specialista di Ceccano, venne realizzata nel 1918.
Sergio Angeletti fu, invece, un musicista (chitarra, basso) e suonò ne “I Faraoni”, complesso musicale degli anni ‘60; incise per la RCA il 45 giri Lupo Mannaro e Solo Sarò. Il suo fu tra i gruppi che inaugurano il Piper.

Si trasferì a Vienna dove fece parte del gruppo I Corsauri, incise vari brani per la discografica Lesborne.

Suonò  all’Hotel Hilton di Theran in occasione delle nozze dello Scià di Persia. E’ l’autore della colonna sonora del film Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene.

Insegnò Italiano presso l’Istituto di Cultura del Consolato Italiano a Vienna.

Testo tratto dagli scritti dell’Arch. VINCENZO ANGELETTI LATINI

 

Il Cimitero Monumentale è visitabile tutti i giorni.

Per maggiori approfondimenti e informazioni si può contattare l’Ass. Cultores Artium nelle pagine Facebook, Instangram o alla mail dell’Ass.: cultores.artium@gmail.com