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CULTORES ARTIUM | La Regina Camilla tra passato e futuro

Camilla, leggendaria Regina dei Volsci, è una giovane donna forte e coraggiosa. La sua storia inizia con la fuga di suo padre, il Re dei Volsci Metabo, che la porta con sé ancora in fasce, allontanandosi dalla città di Privernum, poiché la sua tirannia aveva scatenato l’ira del popolo.

La Regina Camilla

Giunto sulla riva del fiume Amaseno, gonfio e in piena a causa degli abbondanti rovesci,  impossibile da attraversare con la piccola Camilla in braccio, Metabo si vede costretto ad agire, pur di salvarsi. Invoca, quindi, Diana, dea della caccia, alla quale consacrerà Camilla, prende la piccola e la avvolge in una corteccia di albero, fissandola alla sua lancia, e la scaglia verso la sponda opposta del fiume.

Metabo salva la vita della figlia e può, finalmente, raggiungerla a nuoto. 

Camilla viene allevata dal fiero papà nei lussureggianti boschi della vallata, in luoghi àsperi e inaccessibili.

Lei crescerà come una guerriera coraggiosa, nutrita con latte di cavalla, vestita di pelli di animali selvaggi e addestrata fin dai primi anni di vita.

Le viene insegnato a tirare con l’arco e a cavalcare veloce tra i suoi boschi, fino a diventare più abile di molti uomini guerrieri.

Inoltre, pur essendo di una bellezza disarmante e avendo molti corteggiatori, sembra, però, trarre piacere soltanto dalle sue armi.

Diventa oggetto di ammirazione da parte di donne e uomini e, per questo, le viene richiesto di diventare la regina della sua gente.

Una volta divenuta sovrana, sostiene in battaglia le popolazioni del Lazio meridionale, per difendere la sua terra e quelle limitrofe dall’assalto di Enea, che era fuggito dalla città di Troia in fiamme.

Proprio durante una simile circostanza, Camilla muore per mano di Arunte, un astuto e veloce guerriero troiano, che la ferisce mortalmente a tradimento.

Tale personaggio viene citato nel libro IX dell’Eneide e nel canto I dell’Inferno di Dante, nel quale è Virgilio che la menziona insieme ad altri personaggi del poema (nello specifico Eurialo, Turno e Niso, nel suo secondo monologo) per spiegare al protagonista quale sarà il percorso che dovrà seguire.

Camilla, inoltre, appare anche personificata al fianco della regina delle Amazzoni Pentesilea nel canto IV nel nobile castello degli Spiriti Magni.

Anche Boccaccio la include nel suo “De mulieribus claris”.

Camilla rappresenta per tutto il popolo del basso Lazio un esempio di forza e coraggio, essendo tanto determinata e innamorata della sua terra al punto di sacrificarsi per difenderla. Perciò è stato scelto di renderle omaggio con un progetto che possa valorizzare e difendere le terre dove la regina dei Volsci è cresciuta e per cui ha lottato.

IL CAMMINO DELLA REGINA CAMILLA

Il Cammino della Regina Camilla è un progetto partecipativo per la creazione di opportunità di turismo lento nella valle dell’Amaseno.

L’idea nasce alcuni anni fa all’interno di un progetto di ricerca condotto e seguito dalla Dott.ssa  Sara Carallo, ricercatrice dell’Università Roma Tre che ha portato alla realizzazione di un portale web dedicato alla Valle del fiume Amaseno (www.valledellamaseno.it).

È proprio dall’esperienza di incontro di questi luoghi e delle sue comunità che questa idea ha iniziato a farsi strada nel cuore delle persone e a trasformarsi in un progetto originale e ambizioso, che ha l’obiettivo di promuovere e rendere fruibile il patrimonio materiale ed immateriale della Valle dell’Amaseno.

Il progetto del Cammino della regina Camilla vede attualmente il coinvolgimento e l’adesione del gruppo di ricerca “Terre Alte” del Club Alpino Italiano (sezioni di Frosinone, Sora, Cassino, San Donato Val Comino), di “A piedi liberi” e “Cultores Artium” (come gruppo di coordinamento), insieme alla XIII Comunità Montana Lepini-Ausoni, la Compagnia Dei Lepini e a numerose associazioni locali e liberi cittadini della Valle.

Appuntamenti da non perdere

Nelle date del 21 e 22 Dicembre prossimo, avrà luogo il primo evento dedicato a questo progetto che prevede due bellissimi appuntamenti a cui SIETE TUTTI INVITATI!

Cammino della Regina Camilla _ 21 e 22 dicembre 2019

La prima giornata, del 21 Dicembre, avrà il seguente programma:

Avrà luogo la presentazione del progetto per la costruzione del Cammino della regina Camilla, un “cammino sociale” di circa 130 chilometri, suddiviso in diverse tappe, che attraversa tutti i borghi della Valle dell’Amaseno, un territorio straordinario dal punto di vista culturale e naturalistico, situato nel Lazio meridionale tra le province di Latina e di Frosinone.

Dopo i saluti istituzionali, si svolgerà la presentazione del progetto a cura del Gruppo di Coordinamento.

A seguire interverranno:

  • Simone Frignani _ “costruttore di cammini” di grande successo in Italia (come la “Via degli Dei”, il “Cammino di San Benedetto”, “Italia Coast to Coast”) che ci racconterà come si costruisce un cammino e quali sono le ricadute sui territori.
  • Paolo Piacentini _ esperto di cammini del MiBACT.
  • Francesco Senatore _ FederTrek Escursionismo e Ambiente che ci parlerà dell’esperienza del Cammino nelle Terre Mutate.

Alle ore 17.00 si terrà, presso l’Abbazia di Fossanova, la messa di natalizia presieduta dal Vescovo di Latina con il tradizionale scambio di Auguri tra i Sindaci dei Comuni Lepini.

Nella giornata del 22 dicembre invece il programma prevede:

Inaugurazione della prima tappa del Cammino della Regina Camilla:

da Fossanova fino a Priverno.

L’itinerario attraversa la bassa Valle dell’Amaseno e coincide, in parte, con uno dei più noti e importanti pellegrinaggi religiosi: la Via Francigena Del Sud.

Lungo il suo percorso è possibile, ancora oggi, rinvenire numerosi resti archeologici di abitati del paleolitico, ruderi di ville, cisterne romane e tracce dell’antica città di Privernum; elementi tangibili e intangibili che hanno contribuito a delineare la storia sociale ed economica del territorio.

L’appuntamento è previsto per le ore 8:30, presso la stazione ferroviaria Priverno-Fossanova, per consentire una mobilità sostenibile a coloro che vogliono fare a meno di utilizzare l’automobile.

Dalla stazione, dopo pochi chilometri, incontreremo la meravigliosa e imponente Abbazia di Fossanova, tra i primi esempi di arte gotico-cistercense d’Italia.

L’itinerario procede lungo l’argine del fiume Amaseno che, in quest’area, abbandona la sua caratteristica fisionomia selvaggia e impetuosa per somigliare a un regolare canale di bonifica, circondato da strade interpoderali a maglia regolare e da campi agricoli.

In quest’occasione, saranno nostri ospiti alcuni rappresentanti del progetto di Contratto di Fiume Amaseno – XIII Comunità Montana, che ci racconteranno delle attività che stanno svolgendo per riqualificare il corso d’acqua.

Lungo il percorso, incontreremo alcuni resti archeologici simbolo della storia della Valle, come alcuni mulini ad acqua e torri difensive, tra cui l’imponente torre della Sassa, ubicata su un grande massiccio calcareo.

Il paesaggio circostante è contraddistinto da terrazzamenti di uliveti che si estendono sui ripidi e scoscesi crinali dei Monti Ausoni e cingono l’abitato di Sonnino sul colle Sant’Angelo.

L’itinerario termina nella meravigliosa piazza del centro storico di Priverno, una delle più belle d’Italia, con la splendida Cattedrale di Santa Maria Assunta che la domina dall’alto di una scalinata, anticipata da un pregevole portico a tre arcate eleganti, con influssi cistercensi, e il Museo Archeologico, luogo chiave per comprendere la storia del territorio.

L’evento è a numero chiuso con prenotazione obbligatoria entro venerdì 20 Dicembre per tutte le informazioni necessarie e per prenotare potete consultare il numero telefonico e la mail di seguito riportata:

Telefono: 3496480272  __ Mail: camminoreginacamilla@gmail.com

 

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ARCHITETTURA | I luoghi di culto nel Rinascimento

Altro modello, oggetto di interpretazione della cultura rinascimentale, fu rappresentato dal luogo di culto. Sulle chiese infatti si sperimentarono, in ordine all’applicazione dei nuovi stilemi, le forme geometriche elementari e la pianta centrale.

In tale ambito, tra i più illustri architetti dell’epoca, spicca la figura di Filippo Brunelleschi. Costui fu rinomato per gli studi che condusse riguardo la prospettiva, per non parlare dell’approntamento della cupola della cattedrale di Santa Maria del Fiore realizzata qualche tempo prima da Arnolfo di Cambio.

La cupola di Santa Maria del Fiore, Firenze.

A tale eccezionalità di intervento fecero seguito altre opere mirabili, ascrivibili allo stesso, quali: la Sagrestia Vecchia, la Cappella dei Pazzi e la Rotonda di Santa Maria degli Angeli.

Sempre in tema di pianta centrale ricordiamo il tempietto di San Pietro in Montorio in Roma ad opera del Bramante il quale, in codesta opera, volle esprimere una nuova concezione di tale impostazione di derivazione classica.

L’opera che forse più di tutti ha rappresentato il mondo della cristianità, sempre ascrivibile al Bramante, fu la basilica di San Pietro in Vaticato, ove l’artista si è cimentato nel suo disegno originario concependolo come un imponente complesso a croce greca dominato al centro da una gigantesca cupola semisferica.

San Pietro, Roma.

Riguardo all’utilizzo della pianta a croce latina, il Brunelleschi ideò le chiese fiorentine di San Lorenzo e Santo Spirito; sulla scia di tale modello ricordiamo: la basilica di Sant’Andrea a Mantova di Leon Battista Alberti e le chiese veneziane del Redentore e di San Giorgio Maggiore di Andrea Palladio.

Riguardo le facciate, si riscoprirono i motivi decorativi dell’antichità quali: i pronai, i frontoni e gli archi trionfali; tra gli esempi più insigni ricordiamo: le facciate di Santa Maria del popolo a Roma e Santa Maria Novella a Firenze disegnata dall’Alberti.

   

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UNA PESCARESE A MESSINA | Lo Stretto indispensabile pt. II

Per chi si fosse perso la prima parte: cliccare qui.

 

Qui entro in gioco io, che vedo la città con occhi diversi, perché tutto è sì sconosciuto, ma sconosciuto significa per me da conoscere, e dunque è nuovo.

Una delle cose che amo di più di Messina è quando, percorrendo l’autostrada, si dischiude alla vista, all’improvviso, magari dopo una curva, tutta la maestosità dello Stretto. Il blu dell’acqua, le feluche, una nave da crociera in lontananza con le mille luci accese, o una Caronte che arriva o parte, il sole che si riflette sull’acqua o che illumina i monti calabri, i due piloni che si guardano, il faro che saluta e l’altro che, poco dopo, risponde. O di notte, quando sull’acqua si specchiano le luci delle case di Reggio, dando vita alla sua gemella capovolta. O quando Fata Morgana si diverte con la sua lente d’ingrandimento e le navi sembrano fluttuare in aria.

Tutto questo per me è magia, e non pensavo mai potesse essere così bello quando studiavo lo Stretto di Messina sui libri di geografia.

E l’acqua del vostro mare è cristallo liquido, e nuotarci è il regalo più grande che potesse farmi.

Ho sempre amato l’acqua e a Messina l’acqua è stata per me la chiave per ripartire.

Ho passato il mese di agosto e di settembre al mare, qualche volta in compagnia, ma la maggior parte delle volte da sola. Anche qui mi “sparavo” km e km per arrivare alla mia spiaggia preferita, benché avessi il mare anche sotto casa, perché non volevo accontentarmi né lamentarmi ancora: decisi di prendere il meglio che questa città poteva offrirmi. Granita e brioche e poi tuffi, sole e lo Stretto. La bella vita, letteralmente. Non avevo un lavoro e capii, non senza sforzo, che era inutile starmene chiusa in casa, da sola e con 40 gradi all’ombra alamentarmi di quanto mi sentissi sola e di quanto facesse caldo. Almeno andavo al mare!

Per molti di voi sarà banale, ma vi assicuro che non lo è affatto. Per me è significato “rinascere”.

Una casa vista mare, immersa nel verde, come ho sempre sognato. A due passi dall’autostrada e dai servizi, ma lontana dal caos cittadino. Una gatta nera, come ho sempre sognato. Lei è siciliana e ringrazio la Sicilia anche per questo. La convivenza con il mio compagno, dopo mesi e mesi di relazione a distanza, e sognavo questa vita con lui da subito.

Certo, mancavano ancora lavoro, amici, famiglia, ma ero decisa a prendere quello che invece era presente nella mia vita dopo lo Stretto. E per quelle cose ero consapevole che ci volesse più tempo.

Messina ha messo in discussione le mie sicurezze, mi ha portato via dalla zona di comfort e mi ha fatto sentire “straniera” e sola. Ma l’ho voluto io, ho deciso di partire senza sviscerare prima tutti gli aspetti a cui sarei andata incontro, e forse dentro di me sapevo che avrei dovuto compiere questo salto nel buio per poter abbracciare quelli che erano i miei sogni. Come mi ha detto una mia amica, che ammira il mio coraggio (o la mia follia): “Follow your dreams, they know the way”. I miei sogni mi hanno portato a Messina. Perciò la strada che ho imboccato dev’essere senz’altro quella giusta. E se un tratto di strada si fa lasciando la terra ferma e attraversando il mare per arrivarci, allora è sicuramente quella giusta per me.

Oggi ho parlato del mare, ma non è l’unica cosa che poi mi ha fatto capire che Messina è una città bellissima. A settembre, ricaricata dall’acqua, che mi ha dato la spinta per poter ripartire con un altro passo, ero decisa a scoprire tutti i motivi che rendono questa città meravigliosa.

E voglio condividerli con voi, ma… questa è un’altra storia e ve laracconterò la prossima volta.

Continua la prossima settimana.

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PIEMONTE | Il complesso fortificato di Monasterolo Casotto

Sabato 14 dicembre saranno presentati al pubblico gli interventi di restauro e valorizzazione attuati presso la torre e gli edifici medioevali di Monasterolo Casotto, in provincia di Cuneo.

Le fonti bibliografiche e documentarie inerenti al sito sono piuttosto scarse e si limitano all’attribuzione del castello al sistema difensivo del marchesato di Ceva (XII-XIII sec.). Dopo un periodo in mano ai Francesi e in seguito alla sua parziale distruzione, il complesso risulta ancora abitato nel XVII – XVIII secolo, come dimostrano le ristrutturazioni di alcuni edifici e la menzione del 1765 di Tommaso di Antiforte come ultimo signore del castello. 

Gli scavi archeologici sono avvenuti tra il 2014 e il 2015, in occasione di un intervento di ristrutturazione e messa in sicurezza dei muri ancora conservati.

In particolare, è stato individuato un sentiero fiancheggiato da alcune strutture murarie di contenimento che, probabilmente, rappresentavano l’accesso al castello. Altri muri sono stati portati alla luce nella zona a ridosso delle fortificazioni.

Dal 2015 è stata avviata una campagna intensiva di ripulitura e documentazione di muri ancora conservati. Quest’operazione permette agli archeologi di approntare una cronologia relativa delle strutture e di evidenziare eventuali interventi di restauro o modifiche avvenute in seguito alla prima costruzione del sito. 

Si è, così, potuto rilevare che il nucleo principale del sito, costituito da una torre in pietra, alla quale si affiancano alcune strutture, forse utilizzate come abitazioni, si trovava nella parte più alta del rilievo. Il sito stesso è, poi, circondato in parte da un muro protettivo, costruito in periodi diversi e con tecniche differenti.

Sabato 14 dicembre il complesso verrà aperto al pubblico. I responsabili del progetto d’indagine illustreranno agli interessati le scoperte fatte e gli interventi futuri.

Per saperne di più:

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MITI | Eco e Narciso, il dolore di un amore non corrisposto

Narciso, figlio della naiade Liriope e del dio fluviale Cefiso, sin dalla nascita fu di proverbiale bellezza. Un giorno, sua madre interrogò Tiresia, per sapere se il suo bambino avrebbe avuto una lunga vita. Il cieco indovino rispose di sì, a condizione che non conoscesse se stesso.

Una volta diventato adulto, le sue sorti si intrecciarono con quelle della ninfa Eco che, di molte parole, poteva ripetere solo le ultime. Tale condizione era il castigo di Era, dalla stessa Eco più volte ingannata: assai spesso, infatti, la dea avrebbe potuto sorprendere il marito Zeus amoreggiare sui monti con altre ninfe, ma lei, astutamente, tratteneva la sposa celeste con lunghi discorsi, aspettando che le compagne fuggissero. Quando, tuttavia, Era si accorse del tranello, punì proprio la lingua che a lungo la aveva imbrogliata: da quel momento, Eco non poté parlare, ma soltanto ripetere le ultime parole udite.

Un giorno, vagando per la campagna, la ninfa si imbatté in Narciso, bello come un dio, e cominciò a seguitarne i passi: più gli si avvicinava, più si accendeva d’amore. Data la sua condanna, tuttavia, non riusciva a chiamarlo. Aspettò che lui stesso proferisse parola: “Qualcuno c’è?” “C’è”, aveva risposto Eco. Il giovane, stupito, si guardò intorno, ma non vide nessuno:
“Vieni!”
“Vieni!”
“Perché mi fuggi?”  
“Perché mi fuggi?”
“Incontriamoci qui!”
“Incontriamoci qui!”
Traboccante di gioia per l’invito, Eco uscì dalla selva in cui si nascondeva e gettò le braccia al collo del suo amore. Narciso, tuttavia, ebbe subito in orrore la ninfa e, malamente respintala, fuggì, esclamando: “Toglimi le mani di dosso! Che io muoia, prima che tu possa possedermi!”. Eco, col cuore spezzato, schiava del suo antico castigo, poté rispondere soltanto “Che tu possa possedermi.”. Da quel momento, vive in solitari recessi, nascondendo, per la vergogna, il viso tra le foglie. L’amore, suo malgrado, continuò a crescere, alimentato dal dolore del rifiuto, fino a consumare le sue carni: le rimasero solo la voce, che in eterno ripete ciò che sente, e le ossa, che divennero pietre.

Narciso, crudele di bellezza, aveva disprezzato l’amore anche di altre ninfe e di altri giovani; tra questi, infatti, uno lo maledisse, augurandogli un’uguale passione non corrisposta, così da poter sperimentare la sofferenza che lui stesso generava nel prossimo. Tale preghiera fu esaudita da Nemesi, che volle punire il tracotante ragazzo. Un giorno, egli giunse presso una fonte incontaminata e, stanco per la caccia, vi si avvicinò per ristorarsi. Un fulmine, improvvisamente, squarciò il suo cuore: bevendo, si innamorò perdutamente del riflesso di sé, proiettato sull’argentea superficie, credendo, tuttavia, di avere, davanti agli occhi, un corpo, e non un’ombra: contemplava, ardente di desiderio, i suoi occhi, le sue chiome, le sue gote, le sue labbra; ammirava ed era ammirato. Cercava, invano, di baciare e abbracciare la sua immagine, ma i suoi tentativi si perdevano nell’acqua. Disperato, si lasciò morire, mentre sognava di amare se stesso. Il suo corpo si tramutò in un fiore giallo oro al centro, con una corolla di petali bianchi. Si narra che la sua anima, attraversando lo Stige, per raggiungere il regno dei morti, si affacciò dalla barca di Caronte per specchiarsi nelle acque del fiume, nella vana speranza di rivedere se stesso, il suo più grande amore.

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ABRUZZO | La Fortezza di Civitella del Tronto (TE)

Il borgo di Civitella del Tronto sorge in provincia di Teramo, all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. È inserito nel circuito dei Borghi più belli d’Italia ed è dominato dalla presenza della Fortezza che sovrasta il paese in quasi tutta la sua lunghezza.

Le vie del centro storico di Civitella del Tronto, che conducono alla Fortezza, sono molto strette e ripide, progettate per intrappolare gli antichi eserciti nemici in strettoie e assalirli alle spalle.
La Ruetta è il vicolo più stretto del paese. Si tratta di una stradina in salita che permette il passaggio di una sola persona per volta.

La fortezza

La Fortezza è situata a 600 metri d’altezza e rappresenta l’ultimo baluardo del Regno delle Due Sicilie: i Borboni resistettero contro i Piemontesi fino a tre giorni dopo l’incoronazione di Vittorio Emanuele II come Re d’Italia nel 1861.

Le prime testimonianze attestano l’esistenza della Fortezza già nell’anno 1001; nel corso dei secoli, essa passò di dominio in dominio, grazie alla posizione strategica che riveste: si trova, infatti, al confine settentrionale dell’antico Viceregno di Napoli con lo Stato Pontificio.

La struttura

La Fortezza è il sito abruzzese che riceve il maggior numero di visitatori annui.
Rappresenta una delle più estese e rilevanti opere di ingegneria militare in Europa. Si estende per 25.000 mq e copre una lunghezza complessiva di oltre 500 metri.

La fortezza oggi

Dopo la resa borbonica nel 1861, la Fortezza venne abbandonata per più di un secolo. La Sovrintendenza dell’Aquila predispose un importante intervento di restauro negli anni ’70/’80 e, oggi, il sito è completamente visitabile.

Sono visibili, ancora oggi, i resti del Palazzo del Governatore, la Chiesa di San Giacomo e le caserme dei soldati, arredate in maniera spartana.
Il visitatore può passeggiare lungo i camminamenti di ronda, sostare nelle vaste piazze d’armi ed entrare nell’enorme sala adibita a cisterna idrica.

Il museo delle armi

A completare l’esperienza di visita c’è il Museo delle Armi che si articola in quattro sale, nelle quali sono conservate vecchie armi, risalenti anche al XV secolo, e antichi documenti inediti, relativi al dominio borbonico con annesse mappe del Regno delle Due Sicilie.

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ILLUSTRI SICILIANI | Luigi Bernabò Brea, una vita al servizio del patrimonio siciliano

Uno tra i più illustri studiosi che la nostra terra può vantare è sicuramente Luigi Bernabò Brea. Egli, pur nascendo a Genova, dedicò gran parte della sua vita allo studio, alla difesa e alla valorizzazione del patrimonio siciliano, diventando, a tutti gli effetti, “figlio adottivo” di una madre che ancora oggi rende omaggio al suo operato.

Bernabò Brea nasce il 27 settembre 1910 a Genova e lì si laurea in Giurisprudenza, per poi seguire la sua passione e conseguire la laurea in Archeologia presso l’Università di Roma La SapienzaFrequenta, poi, la Scuola Archeologica di Atene, grazie alla quale inizia la sua carriera di archeologo, favorita dalla scoperta del Kabirion di Chloi, sull’isola di Lemnos. Dopo la parentesi lavorativa di un anno presso il Museo Nazionale di Taranto, mostratosi fin da subito come promettente studioso, nel 1939 viene chiamato a dirigere la Soprintendenza alle Antichità della Liguria.

Bernabò Brea durante una fase di scavo
Bernabò Brea e la sua compagna in un cantiere di scavo siciliano
 
Nel 1941, finalmente, Luigi Bernabò Brea valica lo Stretto e si trasferisce a Siracusa dove occuperà il posto di Direttore della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale fino al 1973. Gli anni della guerra non gli consentono di operare quanto realmente desiderava ma, una volta terminata, si dedica anima e corpo al restauro dei monumenti devastati dall’evento bellico e alla loro riorganizzazione all’interno del Museo di Siracusa. È in questo momento che inizia la sua prima attività di ricerca sul territorio siciliano, rivolgendo la sua attenzione al poco conosciuto territorio della provincia di Enna e alla zona tirrenica della provincia di Messina. Nel territorio messinese, e principalmente in quello delle Isole Eolie, sono avvenute alcune delle sue più importanti scoperte archeologiche.    

Nonostante sia impossibile riassumere l’intensissima attività che Brea ha svolto dal dopoguerra al 1973 come dirigente della Soprintendenza alle Antichità della Sicilia Orientale, vogliamo porre l’accento sul grado di impegno profuso da questo illustre personaggio a favore della nostra Sicilia. Egli, infatti, ha dato voce alla lunga e gloriosa storia della nostra bella isola, operando nel campo della tutela, della conservazione e del restauro dei monumenti archeologici, della ricerca sul terreno, dello scavo, della creazione di zone archeologiche organizzate e di musei locali, favorendo anche il dialogo con Istituti stranieri, quali L’ École Française di Roma.

Durante il Secondo Dopoguerra, il suo interesse accademico viene catturato dai materiali preistorici scavati e studiati, a suo tempo, da Paolo Orsi e Ippolito e Corrado Cafici. Questo studio, condotto in occasione del riallestimento del Museo di Siracusa, lo ha portato all’identificazione di alcuni giacimenti databili al Paleolitico superiore e al Mesolitico, fino ad allora non riconosciuti. Per alcuni di essi, Bernabò Brea ha potuto effettuare saggi di scavo, i quali, unitamente ai dati pervenuti dagli scavi eoliani di Lipari e Panarea – che hanno portato alla luce chiarissime evidenze che vanno dal Neolitico Medio all’Età Classica -, hanno condotto lo studioso a porre le basi di una nuova visione della successione delle culture preistoriche in Sicilia. Tale formulazione viene poi pubblicata nel volume Sicily before Greeks nel 1958.  

Bernabò Brea durante l’inaugurazione del Museo Eoliano
 
Nel 1973, dopo il suo collocamento a riposo, lo studioso si vota completamente alle Isole Eolie e al Museo Archeologico Regionale di Lipari, che a lui viene dedicato post-mortem. A Lipari, gli scavi nella zona del Castello e nella piana sottostante hanno portatoalla luce una intatta successione stratigrafica che ha permesso la ricostruzione dell’evoluzione culturale dagli inizi del Neolitico Medio fino all’età storica. Invece, le stazioni minori della stessa isola e i dati provenienti dagli insediamenti di Filicudi, Panarea e Salina hanno permesso di completare e confermare il quadro storico già suggerito dagli scavi del Castello di Lipari, ricostruendo la storia dell’antropizzazione dell’arcipelago eoliano, dagli inizi del neolitico all’età classica.

L’instancabile attività di ricerca dello studioso ha portato alla composizione una straordinaria collezione di reperti, considerata la più completa nel Mediterraneo centro-occidentale, paragonabile a quelle delle civiltà dell’Egeo. Questa collezione è stata sistemata all’interno del complesso architettonico del Castello di Lipari, dove ancora oggi si trova. Le esposizioni del Museo, curate direttamente da Luigi Bernabò Brea e da Madeleine Cavalier, sua collaboratrice e moglie, rispecchiano un criterio rigorosamente cronologico che permette di seguire, in ordinata successione, tutte le civiltà che si sono avvicendate nelle isole Eolie dall’età neolitica alla fine del mondo antico. L’allestimento, seppur diviso in diversi complessi, presenta una modernità comunicativa inconsueta ma dalla forte eloquenza didattica.

Scomparso il 4 febbraio 1999, mentre stava lavorando all’XI volume di Meligunìs Lipára, il nome di Brea è associato a uno dei periodi più fiorenti per lo studio della storia siciliana e non possiamo dimenticare quello che può essere considerato come il suo testamento biologico: la sua grande passione per la nostra terra.

 

Foto estratte da Google Immagini

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CULTORES ARTIUM | Privernum, l’antica capitale dei Volsci

Priverno è una piccola cittadina del Lazio, in  provincia di Latina, collocata al centro della valle dell’Amaseno.

Oggi è la sede della XIII Comunità Montana, ma, nel IV secolo a. C., era un potente centro Volsco.

La storia

Privernum, capitale dei popoli Volsci, fieri avversari dei romani, ha una storia molto antica.

La leggenda vuole che essa sia stata fondata dal re Metabo, padre della regina Camilla, la leggendaria regina guerriera, caduta in battaglia per difendere la libertà dei popoli italici e, quindi, della sua terra.

A seguito di lunghe lotte, però, la città passò sotto il controllo dei Romani che, una volta conquistatala (nel 329 a.C.), la distrussero completamente, ricostruendo, successivamente, il nuovo abitato nella piana di Mezzagosto, dando così origine alla Privernum romana.

I lavori per la costruzione della Privernum romana sono datati intorno al 161 a.C., grazie alle mura, ancora oggi visibili.

Vennero costruiti un acquedotto, delle fognature e persino una diga, sul fiume Amaseno, che permetteva, così, l’irrigazione dei campi e l’uso civile.

Con la caduta dell’Impero romano, le colonie attraversarono periodi di profonda crisi e analoga sorte toccò a Privernum: da città ricca e ambita, si trasformò in un punto di sosta, presso cui ristorarsi, prima di proseguire il cammino.

Nel IX secolo, Privernum cessò di esistere a causa delle invasioni barbariche e , in seguito, venne totalmente distrutta dai Saraceni. I cittadini abbandonarono, quindi, l’antica Privernum e fondarono nuovi centri sui colli e monti circostanti:  Priverno sul Colle Rosso, Sonnino, Roccasecca, Maenza e Roccagorga.

Fino alla presa di Roma, Priverno era sotto il dominio dello Stato Pontificio; mantenne tale condizione fino al 1870, quando entrò a far parte del circondario di Frosinone, abolito, tuttavia, nel 1927.

Dal 1946, anno della fondazione di Latina, appartiene alla provincia omonima.

Cosa vedere a Priverno

Priverno conserva un centro storico ancora in parte medievale, diviso in due parti dall’asse principale di Via Consolare.

Molto bella è Piazza Giovanni XXIII, che è impreziosita dai palazzi nobiliari e dai monumenti che l’abbracciano: è il caso, ad esempio, del Palazzo Comunale (del XIII sec.) e della Cattedrale di Santa Maria Annunziata (X-XI secc.).

Quest’ultima è caratterizzata da una facciata romanica e, al suo interno, è possibile ammirare molte opere d’arte.

Da visitare sono anche la Chiesa di San Giovanni Evangelista (IX-X secc.) e le chiese di Sant’Antonio Abate (XIV-XV sec., con all’interno notevoli affreschi) e di San Benedetto (IX-X sec., con affreschi duecenteschi).

A pochi chilometri dal centro abitato, invece, si può visitare la bellissima abbazia di Fossanova (1187-1208).

Abbazia di Fossanova _ foto a cura della pagina Facebook “Valle dell’Amaseno”

Si tratta di un primo esempio di stile gotico cistercense italiano. Al suo interno, è possibile ammirare la tomba celebrativa del Dottore della Chiesa San Tommaso d’Aquino, morto nell’abbazia nel 1274, le cui spoglie, invece, riposano a Tolosa.

Il Castello di San Martino è una dimora rinascimentale, che si trova in uno splendido parco. Oggi ospita l’interessante Museo per la Matematica (“Il giardino di Archimede”) e il centro di educazione ambientale.

L’area archeologica di Privernum, situata in località Mezzagosto, a poca distanza dalla stessa Priverno, conserva imponenti scorci della Privernum romana. Al suo interno, è possibile visitare le domus romane, che conservano ancora la bellissima pavimentazione a mosaico, con i più svariati decori e intrecci geometrici.

Visibili sono anche i resti imponenti di un teatro con una grande piazza porticata alle sue spalle e un edificio termale costruito, dopo il II secolo d.C., sulle strutture abbandonate di una domus.

Area Archeologica di Privernum _ foto a cura della ProLoco di Priverno

Scavi recenti hanno anche riportato alla luce quella che era la fase altomedievale della città.

Nell’Area Archeologica, inoltre, è possibile, grazie a un settore ben attrezzato, partecipare ai laboratori didattici incentrati sul tema della ricerca archeologica.

 

Eventi da non perdere

Palio del Tributo:

il Palio del Tributo rievoca i fatti risalenti al XIV- XV secolo, quando i castelli dei paesi vicini pagavano un tributo a Priverno poiché centro politico e amministrativo. Si svolge solitamente durante la prima settimana di luglio e ha già superato le venti edizioni.

Festa Medievale:
il bellissimo borgo di Fossanova, nei giorni dell’undici, dodici e tredici agosto, si trasforma e torna ai fasti del suo periodo medievale. Ogni strada del borgo ospita spettacoli di danza, giullari e mestieranti dell’epoca: la festa attira i turisti di tutta Italia.

Sagra Falia e Broccoletti:

la manifestazione è dedicata a due prodotti tipici di Priverno: la falia, un pane dalla forma allungata, che viene preparato con acqua, farina, lievito naturale e olio di oliva, e i broccoletti, verdura tipica di zona.

Curiosità

Priverno è stata scelta come location del videoclip “Piccola Anima” di Elisa ed Ermal Meta; le scene sono state girate tra i vicoli medievali della città e nella centralissima piazza sovrastata dalla cattedrale di San Giovanni e dalla scalinata che porta alla chiesa. Di seguito, il link del videoclip:

( https://www.youtube.com/watch?v=JaB1wdm9pTo )

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LOMBARDIA | Le palafitte dell’Isolino Virginia (VA)

L’Isolino Virginia è il più antico insediamento palafitticolo dell’arco alpino
 e, dal 1962, è proprietà del Comune di Varese.  Nel XVI secolo era conosciuto come “Isola di S. Biagio”, per la presenza di una  piccola chiesa dedicata al santo. In seguito, venne chiamato “Isola Camilla”, in onore della moglie del duca Antonio Litta Visconti Arese; dal 1878, invece, porta il nome di Virginia, la moglie del marchese Andrea Ponti.

La prima individuazione di un abitato palafitticolo risale al 1863 per merito dell’abate Antonio Stoppani. Ulteriori ricerche verranno effettuate nel ventennio successivo e confermeranno l’importanza della scoperta.

Tuttavia, la ripresa delle esplorazioni riprende solo a partire dagli anni ’60 del novecento.

Nel 2006, la Soprintendenza Archeologica della Lombardia inizia un progetto di ricerca e tutela delle palafitte e dei reperti che permette di accertare un’estensione del sito più ampia di quella inizialmente valutata. L’indagine più approfondita si è svolta su 100 metri quadrati; sono stati, inoltre,  mappati 321 pali: in particolare, sono stati analizzati i campioni lignei, i reperti faunistici e i frammenti di ceramiche, selci e pietra arenaria.

Queste analisi hanno permesso di avere una visione più chiara dell’intero sito e del suo sviluppo; ancora, le analisi dei campioni lignei hanno permesso di datare l’abitato tra la fine del XVIII e il XVI secolo a.C., ovvero nell’età del bronzo.

Riguardo la fauna esistente, sono stati rinvenuti ossi di animali di piccola taglia (caprovino e bovino) e di cervi, a dimostrazione che era praticata la caccia. I frammenti di ceramica hanno permesso di ricostruire alcune forme dei recipienti utilizzati dagli abitanti: grandi contenitori per derrate alimentari, olle, scodelle e ciotole. La grande quantità di schegge di selce rinvenuta permette, invece,  di stabilire che la produzione dei manufatti avveniva in loco.

Ma cosa s’intende per abitato palafitticolo?

Dimentichiamo la classica immagine delle capanne di canne e argilla, costruite in mezzo all’acqua e sostenute da una piattaforma sopraelevata per mezzo di pali; gli studi hanno messo in evidenza che i pali, in realtà, erano conficcati nella terraferma asciutta, solo raramente invasa dall’acqua nei periodi di forti piogge. La vicinanza al lago era fondamentale, sia per la pronta disponibilità di acqua per gli uomini e gli allevamenti di animali, sia per la possibilità, da esso offerta, di spostarsi agilmente con le piroghe dal lago al fiume a un altro lago ancora.
Le palafitte del Lago di Varese risalgono all’ultima fase del Neolitico (4300 a.C.), fino alla Media Età del Bronzo (800 a.C.). Tuttavia, nonostante le migliaia di anni, i pali si sono ben conservati perché protetti dall’acqua.

Valorizzazione e tutela:il sito oggi e domani

L’area, oggi, è stata valorizzata delimitando la superficie con boe segnaletiche; è stata, inoltre, interdetta la navigazione, mentre è stata predisposta sulla riva una pensilina informativa: all’interno di essa, sono presenti pannelli trasparenti che riportano testi e immagini relative all’ambiente, con una sintesi delle ricerche fino a ora effettuate.

E’ stato anche presentato il progetto di un giovane laureato in ingegneria, che prevede la realizzazione di una passerella sul lago, attorno all’area del villaggio sommerso. La passerella sarà ancorata al fondo in maniera non invasiva e potrà collegare lago e terra; in questo modo, i visitatori, potranno ammirare dall’acqua il villaggio sommerso.

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ABRUZZO | L’ Eremo di San Bartolomeo in Legio (PE)

Nel cuore del Parco Nazionale della Majella, nel comune di Roccamorice, in provincia di Pescara, si trova L’Eremo di San Bartolomeo in Legio.

Le origini

Le sue origini sono anteriori all’anno Mille. Nel 1250 Pietro da Morrone, che sarebbe poi diventato Papà Celestino V, lo restaurò e vi si stabilì per circa due anni.

La struttura dell’Eremo

L’eremo è incastonato nella roccia, a 700 metri d’altezza.

Due vani, preceduti da una piccola cappella, costituiscono gli ambienti abitativi in cui vivevano gli eremiti. Sull’altare è posta la statua lignea di San Bartolomeo. Il santo è raffigurato con un coltello in mano, riferimento al tipo di martirio che dovette subire: lo scorticamento.

Sulla parete sinistra della cappella c’è una vaschetta che raccoglie l’acqua che trasuda dalla pietra, ritenuta miracolosa dai fedeli.

La Scala Santa

L’accesso all’eremo è possibile mediante quattro scalinate. La più praticata è la Scala Santa, scavata nella pietra, che conduce alla balconata rocciosa antistante l’eremo. Esso, si apre alla vista del visitatore con un effetto sorprendente, perfettamente incluso nel paesaggio naturale.