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NEWS | Messina commemora il 111° anno del terremoto del 1908

Il 27 dicembre andrà in scena al Palacultura “Notte Funesta, cronaca dell’ora in cui si cancellò la storia”.
Il Comune di Messina ricorderà quei 32 secondi che distrussero la città, a 111 anni di distanza dal terribile cataclisma del 1908, attraverso le note dell’Orchestra a Fiati del Conservatorio “Arcangelo Corelli”, diretta dal Maestro Lorenzo Della Fonte e dal Maestro Cesare Natoli al Pianoforte.

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LOMBARDIA | Como, il Castello Baradello

Il castello Baradello è una fortificazione che domina dall’alto la città di Como. Deve il suo nome alla radice  bar, che significa “luogo elevato”.

Sono diverse le narrazioni inerenti alla sua costruzione: c’è chi la vorrebbe far risalire alla dominazione Gallica e chi, invece, la attribuisce al re Liutprando. Secondo un’ulteriore ipotesi, il castello sarebbe stato costruito nel X secolo, probabilmente dal vescovo Vallone.  Infine, la teoria più accreditata è quella che attribuisce l’edificazione dell’opera a Federico I Hohenstaufen, detto il Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero.

La posizione del Baradello, all’imbocco della strada proveniente da Milano e dominante un tratto della campagna, costituiva un valido punto d’appoggio per il popolo comasco.

In particolare, è durante la guerra tra Como e Milano (1118 – 1127) che il Castello Baradello assume un ruolo di fondamentale importanza.

Milano e Como erano già in lotta da alcuni decenni, soprattutto per questioni commerciali e religiose. Milano, nel XII secolo, era in assoluto la provincia più grande e potente e aspirava a controllare un territorio ben più vasto di quello milanese: in particolare, mirava a sottrarsi al controllo dell’imperatore e solo con il possesso del Lago di Como e delle Valli Ticinesi poteva garantirsi tale sicurezza.

Dal canto suo, Como non tollerava il fatto che parte del ramo orientale del lago fosse sotto il dominio politico di Milano.

Nel 1117, Milano tentò di assoggettare Como con una mossa politica: l’imperatore Enrico V, alleato di Milano, nominò vescovo di Como il milanese Landolfo da Carcano, nel tentativo di rendere la diocesi lariana egualitaria a quella ambrosiana.

Fu nel 1118 che il conflitto esplose. La causa scatenante fu l’attacco da parte della cittadina comasca nel territorio della Pieve di Agno; l’offensiva costò la vita ai nipoti di Landolfo, Ottone e Bianco, mentre Landolfo stesso venne, invece, imprigionato e consegnato al suo nemico Guido Grimoldi. A seguito di questo contrasto, Milano dichiarò guerra a Como.

Subito i Milanesi avanzarono nel territorio comasco, arrivando fin sotto al Castel Baradello. Qui ebbe luogo il primo scontro armato del conflitto che vide l’ago della bilancia pendere dalla parte dei comaschi.

Durante i dieci anni di guerra, si susseguirono numerose battaglie, anche navali, che portarono alle vittorie alternate di entrambi gli schieramenti.

Nel 1127, si verificò un ultimo assalto dei Milanesi contro la città nemica: i comaschi non furono in grado di rispondere come avevano fatto dieci anni prima e furono completamente  travolti dai nemici. La città cadde, venne saccheggiata e, infine, distrutta.

Con questo evento, il 27 agosto 1127, Como divenne territorio di Milano. Fu soltanto sotto Federico I Hoenstaufen, detto il Barbarossa, che la città lariana recuperò la propria indipendenza e partecipò alla campagna militare italiana dell’imperatore, culminata nel 1162 con l’assedio e la distruzione di Milano.

 

Il Palio del Baradello

Dal 1981 la città comasca allestisce, nel mese di settembre, una serie di eventi per festeggiare la prima visita dell’imperatore Federico Barbarossa e per ringraziarlo del suo aiuto nella lotta contro la dominazione milanese.

I diversi borghi si sfidano tra loro con giochi quali il tiro alla fune, la corsa delle carriole e la gara delle Lucie (la tipica imbarcazione del lago di Como) per la conquista del  “Pallium”, il drappo in seta dipinto a mano ogni anno da vari artisti comaschi.

Un momento imperdibile che diffonde in città un magico profumo di medioevo.

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UNA PESCARESE A MESSINA | Un’estate al mare… da Giardini a Milazzo

Vi avevo parlato negli scorsi articoli (Clicca qui) di quanto duri siano stati per me i mesi iniziali, almeno fino al mese di luglio. A risollevare il mio morale fu la notizia che due tra le mie più care amiche, Vanessa e Daniela, sarebbero venute qui a Messina a trascorrere qualche giorno di vacanza e una delle due avrebbe soggiornato a casa mia.

Sono state in grado di farmi sentire a casa grazie alla loro presenza, e in quel momento ne avevo enormemente bisogno. Insieme al mio compagno Domenico, ci divertimmo a vestire i panni di Cicerone per condurre Daniela nei posti che a nostro parere doveva assolutamente visitare.

Lei, amante dell’arte e del teatro come me, rimase ammaliata dal Teatro Antico di Taormina. Avemmo la fortuna di trovare l’apertura serale del teatro alle visite, mentre il giorno precedente aveva ospitato uno spettacolo. Il fatto che, solo 24 ore prima, centinaia di persone avevano riempito gli spalti e un artista si fosse esibito lì, caricando l’aria di energia, mi galvanizzava ancora di più.

Un particolare del Teatro di Taormina

Devo dire che è uno dei posti del mio cuore e mi emoziono ogni volta che, saliti i gradoni in pietra, arrivo in cima alla platea e mi volto a godermi lo spettacolo dello scenario dietro il palco: le colonne mastodontiche, la città in lontananza, il mare nero che si mischia al nero del cielo e il confine tra i due delimitato solo dalle luci che le barche proiettano davanti a loro: senza di esse sembrerebbe quasi che fluttuino nel vuoto. E poi il regalo più grande: dietro il palco, su in alto, a destra, un rivolo rosso incandescente si stagliava contro la tela nera del cielo, e scendeva lentamente: la lava di un vulcano, l’Etna. Sul retro, in cima alle scale, dando le spalle alla platea, c’è la ringhiera meno illuminata, da cui ammirare il mare e Giardini – Naxos piccola e vestita a festa nelle notti d’estate. E da lì, alzando gli occhi al cielo, una luna piena gigantesca proiettava il suo bagliore candido in una lunga scia bianca che tagliava in due il mare nero. Come si dice a Pescara: “Chi ti pò ringrazia?”

 
Giardini-Naxos

Con Daniela visitammo anche Milazzo, la portammo lungo il sentiero che conduce alle Piscine di Venere, tra fichi d’india, scorci mozzafiato, scogliere e tanto vento, e dall’alto poter ammirare un paesaggio unico. Scesi tutti i gradini, ci ritagliammo uno spazio per noi ed entrammo in acqua. Passammo un pomeriggio fantastico, fatto di risate e bagni nel mare.

Amo viaggiare, condurre amici nei posti che conosco per illustrare loro tutto ciò che posso, guidarli in luoghi meno battuti dal turismo di massa, soprattutto se immersi nella natura. Portare la mia amica a fare questi giri, farle vedere le bellezze di Messina e provincia, ebbe su di me un effetto quasi terapeutico: da un lato mi divertivo e godevo della sua compagnia, perché mi mancava molto una persona amica; dall’altro mi servì per conoscere e apprezzare di più il posto in cui vivo.

 

Continua la prossima settimana

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PIEMONTE | Il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso

Nel cuore di Torino, all’interno del palazzo storico della facoltà di Medicina, trova posto il Museo di Anatomia criminale “Cesare Lombroso”. Negli ultimi anni, molte sono state le parole dette al riguardo, ma cosa contengono realmente le sue sale? E qual è la sua storia?

Il Museo tra fine Ottocento e inizi Novecento

La sua storia

Il primo nucleo del museo si formò in casa dello stesso Lombroso che, nel 1876, ospita la sua raccolta “di scheletri e di casse” direttamente nella sua abitazione, a Torino. A partire dall’anno successivo, il materiale venne spostato presso il suo laboratorio, in Via Po 18. Cominciò, quindi, un lungo peregrinare, che vide la collezione spostarsi in vari locali dell’università e in alcune esposizioni. Infine, dal 2001, essa è collocata all’interno del Palazzo degli Istituti Anatomici: insieme al museo di Anatomia umana e al Museo della Frutta, costituisce il polo dedicato al Positivismo ottocentesco torinese. 

Cesare Lombroso e l’atavismo criminale

Cesare Lombroso, infatti, arrivato a Torino nel 1876 per occupare la cattedra di Medicina legale e Igiene pubblica all’Università degli Studi della città, ben incarna l’ideologia positivista. Spesso ricordato, forse non completamente a ragione, come il padre dell’antropologia criminale, Lombroso credette di poter identificare alcune caratteristiche fisiche appartenenti all’uomo e alla donna criminali. Tali caratteristiche erano dovute, a suo dire, a uno stadio evolutivo più primitivo, che egli chiamò atavismo criminale.

Le sue teorie non erano isolate nel panorama degli studi di psicologia e psichiatria dell’epoca, ma si presentavano analoghe all’idea, oggi superata, che gli studiosi dell’800 avevano riguardo ai malati mentali e ai criminali. Per esempio, l’austriaco Franz Joseph Gall aveva istituito la frenologia, che postulava il carattere innato dei difetti morali dei criminali: ogni facoltà psicologica risiedeva in una zona ben precisa del cervello. La maggior grandezza di una zona rispetto alle altre provocava la preponderanza o meno di una di queste qualità. Misurando il cranio di un individuo con appositi strumenti, si poteva, quindi, rilevarne la personalità. 

Il Museo di Antropologia criminale

A Torino, Lombroso raccolse molto materiale per i suoi studi: crani in particolare, ma anche oggetti appartenuti a criminali, collegati a crimini efferati o prodotti da questi durante la detenzione (molto bella la collezione di orci incisi dai detenuti). Data la sua scarsa capacità di inventariazione, oggi è impossibile ricostruire la provenienza della stragrande maggioranza dei reperti. Lombroso, inoltre, non si limitò allo studio dei criminali torinesi, ma raccolse anche il materiale cartaceo che gli veniva inviato da studiosi italiani e stranieri che, dal canto loro, analizzavano i criminali locali: disegni, descrizioni, articoli e tavole.

Il Museo di Antropologia criminale si compone in totale di 9 sale, nelle quali viene raccontata la storia della scienza nell’800, le condizioni dei carcerati e dei malati mentali, gli attrezzi che utilizzavano i medici (è disponibile un tour virtuale). Una delle prime sale è dedicata all’esposizione di alcuni teschi e oggetti collezionati da Lombroso stesso e legati a crimini efferati. In questa sala, trova posto anche lo scheletro dello stesso Lombroso, così come indicato nel suo testamento. Un’altra sala è dedicata agli oggetti realizzati dai detenuti in carcere: mobili, vestiario e gli orci già citati (che sono stati digitalizzati e sono visibili qui). All’interno del museo, vi è anche lo studio di Lombroso, interamente ricostruito con i mobili e gli oggetti originali appartenutigli. Il tutto è corredato da video e postazioni multimediali, che rendono fruibile il museo e inquadrano le teorie di Lombroso nel panorama scientifico del suo tempo. Queste installazioni permettono di comprendere quale sia lo scopo del museo: parlare di un’epoca storica attraverso uno dei suoi esponenti di spicco del panorama torinese. Un museo di storia della scienza, dunque, e non di scienza. 

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MITI | Apollo e Dafne, il primo amore di un dio

Apollo ebbe il cuore spezzato dal suo primo amore, la naiade Dafne, figlia di Gea e del fiume Peneo, in Tessaglia o, secondo altre versioni, del fiume arcadico Ladone. Tale sofferenza fu, tuttavia, il castigo di un altro dio: egli, infatti, aveva schernito Eros, osservando che l’arco e le frecce non sembravano armi adatte a lui. Fu così che, allora, il figlio di Afrodite decise di vendicarsi e, per dimostrare l’efficacia della sua mira, centrò Apollo con un dardo d’oro, capace di generare un amore folle per la prima persona vista dopo esserne stati colpiti, e trafisse, invece, Dafne con una freccia di piombo che, al contrario, faceva rifiutare ogni moto del cuore.

Ben presto, il bel dio, posando i suoi occhi sulla naiade, arse di passione; Dafne, invece, provò repulsione: non appena vide Apollo che le si avvicinava, cominciò a scappare disperatamente, ma, giunta sulla sponda di un fiume, capì di essere spacciata. Pregò, così, i genitori di aiutarla e, immediatamente, un’energia nuova invase il suo corpo: divenne tronco, rami, foglie, radici. Ogni suo tratto, ogni sua forma era svanita: la sua bellezza era mutata in albero di alloro.

Apollo, pur avendo perso, così, il suo amore, non volle mai separarsene: le foglie sempreverdi di Dafne divennero a lui sacre, se ne cinse il capo e dispose che ogni uomo notevole per le imprese più ardite facesse altrettanto.

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NEWS | “Natale a Casa Pascoli”, Messina ricorda gli anni in cui il poeta l’abitò

Io a Messina ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare.
Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia.

Probabilmente la più bella dichiarazione d’amore fatta a questa città, così martoriata nel tempo, così diversa da quell’epoca, nella quale la poesia era di casa (per approfondire clicca qui).

“Natale a Casa Pascoli”

Il 19 Dicembre alle ore 10:00, verrà ricordato lo scrittore e poeta Giovanni Pascoli (clicca qui per approfondire la sua vita). 
Sarà un evento molto particolare con la partecipazione speciale del sindaco di Messina Cateno De Luca e del bravissimo Geri Villaroel. Siete invitati a partecipare perché sarà un evento unico e importante per Messina. “Natale a Casa Pascoli”, a Largo Risorgimento, Palazzo Sturiale, il 19 Dicembre alle 10:00! Iniziamo a ricordare e celebrare quanto Messina era grande! Ritorniamo ad esserlo. Questo l’annuncio apparso sulla bacheca Facebook dell’assessore alla cultura Vincenzo Caruso, il quale accoglie l’iniziativa e le parole dell’immancabile Architetto Nino Principato.

La locandina dell’evento

 

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LOMBARDIA | La Tomba della Cà Morta: analogie e differenze con la Tomba di Vix

LA TOMBA DELLA CA’ MORTA

La Tomba del Carro della Ca’ Morta è un monumento funerario di una principessa rinvenuto, per caso, a Como,  nel 1928.  La sepoltura è una delle più ricche rinvenute in città.

Vennero trovati diversi reperti facenti parte del corredo personale della principessa, tra cui una kylix attica a figure rosse, importante per datare la sepoltura, uno stamnos in bronzo, fibule ad arco composito e a sanguisuga, anelli in bronzo ed armille; tuttavia, il più maestoso di questi ritrovamenti è, senza dubbio,  un carro a ruote dentate.

Il carro da parata, a quattro ruote, presenta un pianale sopraelevato, decorato da ricchi elementi in bronzo. Il veicolo era agganciato a una pariglia di cavalli tramite una stanga che si collegava all’asse delle ruote anteriori.

LA TOMBA DI VIX

La tomba di Vix è il sepolcro di una principessa di origine celtica risalente alla fine del VI secolo a.C.

La tomba venne scoperta nel 1953 dall’archeologo Maurice Moisson, a Vix, in Borgogna.

La camera funeraria, dalle misure di circa 3×3 metri, era foderata da assi di legno e coperta da un tumulo di pietre e terra. Il corpo della principessa  era stato adagiato sul cassone di un carro e coperto da un panno, decorato con motivi rossi e blu, di cui sono stati recuperati scarsissimi resti.

Il carro da parata a quattro ruote era stato smontato e le ruote erano deposte ordinatamente su un lato della camera sepolcrale. Il carro presentava un pianale in legno, ornato da elementi in bronzo e parti di rinforzo metalliche su cerchioni, raggi, assi e mozzi delle ruote.

La deposizione di carri all’interno delle sepolture è una tradizione antichissima, che affonda le sue radici nell’età del Bronzo, epoca in cui essi erano associati ad armi e vasellame in lamina bronzea. 

ANALOGIE E DIFFERENZE

Il carro della Ca’ Morta trova precisi confronti con la tomba di Vix.

Entrambe sono tombe femminili di individui di alto rango, con un ruolo importante all’interno della società: molto probabilmente, si trattava di sacerdotesse; entrambe le tombe presentano un ricco corredo con numerosi oggetti di ornamento, diversi recipienti in lamina bronzea e in ceramica, legati al rituale del simposio aristocratico, e un ricco carro da parata a quattro ruote in legno e metallo; inoltre, le due sepolture sono separate tra loro da un intervallo cronologico di qualche decennio, ma si collocano entrambe nel momento di maggiore fioritura dei commerci tra mondo mediterraneo e mondo celtico, quando nell’Europa continentale le aristocrazie hallstattiane raggiungono l’apice del proprio potere mentre, al di qua delle Alpi, la cultura di Golasecca perviene alla sua massima fioritura.
Non ci deve, perciò, sorprendere il ritrovamento di così tanti elementi in comune tra due sepolture – quella di Vix ad inumazione e quella di Como ad incinerazione, secondo i rispettivi costumi funerari delle due civiltà – separate da circa 400 km di distanza e dalla maggiore catena montuosa dell’Europa: le Alpi.

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ABRUZZO | Tra archeologia e storia, riscopriamo il MANDA di Chieti

La villa comunale di Chieti, detta Villa Frigerj, ospita il Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo. 

Al suo interno è conservata la più importante raccolta archeologica abruzzese, che abbraccia il periodo compreso tra la protostoria e la tarda età imperiale. 

Il percorso espositivo: il piano terra

Il percorso si snoda sui due piani della Villa Frigerj. 

Al piano terra, nella sala denominata Al di là del tempo, è ospitato il Guerriero di Capestrano, capolavoro dell’arte statuaria italica risalente al VI secolo a.C.

La ricca sezione numismatica offre la possibilità di ammirare una collezione di  circa 15.000 monete che partono dal IV e arrivano fino al XIX secolo. Le monete più antiche testimoniano la presenza del popolo dei Sanniti in Abruzzo, mentre le più recenti risalgono all’epoca spagnola, quando la regione era divisa in due Abruzzi, Ultra e Citra. L’ingente numero di monete ritrovate fornisce indizi circa l’attività commerciale tra le popolazioni che abitarono questi territori, sicuramente intensa e tesa a favorire gli scambi e la circolazione di moneta nel corso dei secoli. 

Sempre al piano terra, è ospitata la collezione Pansa, che prende il nome dall’influente avvocato abruzzese che nel 1954 donò al Museo di Chieti una piccola collezione di oggetti antichi: Pansa, appassionato di antichità, acquistò e studiò vari reperti appartenenti alle popolazioni italiche abruzzesi. La collezione annovera vari manufatti in bronzo e ferro, gioielli, avori e oggetti di uso quotidiano e militare come pettini, vasi, elmi e fibule.

Il percorso espositivo: il primo piano

Al piano superiore, sono ospitati corredi funerari dell’Abruzzo preromano dal X al IV secolo a.C., ritrovati nelle numerose necropoli diffuse in tutto il territorio. Oltre agli oggetti, sono stati rinvenuti anche resti biologici, provenienti dalla Necropoli di Alfedena del V secolo a.C. Il loro studio ha permesso di ricostruire le caratteristiche somatiche degli uomini e delle donne abruzzesi, la durata media della vita, l’alimentazione, le possibili malattie o patologie.

Il primo piano ospita anche la mostra dal titolo Ecco…Ercole appare, che espone la statuetta in bronzo di Ercole in riposo, ritrovata sul monte Morrone sopra Sulmona (AQ) nel santuario di Ercole Curino. 

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ILLUSTRI MESSINESI | Francesco Maurolico, una stella messinese

Francesco Maurolico nasce a Messina il 16 settembre 1494. La sua famiglia, di origine greca (rifugiatasi a Messina per sfuggire alle invasioni turche), sin da subito gli impartisce un’educazione solida, ampliata e arricchita successivamente da Faraone, un colto e influente sacerdote messinese.

Influenzato, quindi, dall’ambiente clericale, nel 1521 Francesco Maurolico prende i voti e viene ordinato sacerdote. Nel 1550 entra nell’Ordine benedettino,  si fa monaco nel Monastero di  Santa Maria del Parto a  Castelbuono. Viene consacrato, dopo due anni, Abate nella Cattedrale S. Nicolò di Messina. Nel 1548, complice il fervore degli anni precedenti, che portarono Messina ad essere una fiorente città, venne istituita l’Università degli Studi, nella quale lo stesso Maurolico insegnò matematica.

Francesco Maurolico

Ampia e profonda infatti fu la sua mole di studi, che lo formò e rese dotto in numerose arti, portandogli fama e riconoscimenti  in svariati campi, come matematico, astronomo, architetto, storico e scienziato. Intuì e sviluppò il principio di induzione matematica, studiò metodi per la misurazione della Terra, fornì le carte geografiche alla flotta cristiana in partenza dal porto di Messina per la Battaglia di Lepanto.

 Numerose poi le sue collaborazioni; per citarne una, quella con lo scultore Giovanni Angelo Montorsoli nella creazione di due delle più belle fontane monumentali del Cinquecento (quella di Orione e quella del Nettuno), fornendo i distici latini incisi su entrambi i monumenti e realizzando, probabilmente, gran parte della complessa iconografia neoplatonico-alchemica della fonte d’Orione.

Così Vasta fu la sua ricerca in molte discipline scientifiche, che lo portò alla creazione di una serie corposa di opere manoscritte e pubblicazioni a stampa, tra cui ricordiamo alcune tra le più celebri, come “Photismi de lumine et umbra”  tratta della rifrazione e della determinazione del fuoco di una lente proponendo una spiegazione del fenomeno dell’arcobaleno, “Arithmeticorum libri duo” nel quale tratta  l’uso sistematico di lettere al posto dei numeri con un primo esempio di ragionamento fondato sull’uso del  “principio di induzione totale” ed infine, non per importanza, “Opuscola mathematica” opera contenente il calcolo del baricentro di diversi corpi (piramide, paraboloide ecc).

Muore a Messina il 22 luglio 1575 e viene sepolto nella Chiesa di San Giovanni di Malta a Messina. Sempre a nella città peloritana,sono stati nominati in suo onore il Liceo Ginnasio Statale F. Maurolico e la piazza antistante al tribunale della città.