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ILLUSTRI SICILIANI | Nino Frassica e “l’arte d’esser messinese”

Nino Frassica, all’anagrafe Antonino Frassica, è un noto showman, illustre figlio della nostra terra. Nato a Messina l’11 dicembre 1950, dopo alcune brevi esperienze a teatro e nelle televisioni locali,  viene notato da Renzo Arbore, attraverso un messaggio alquanto eccentrico lasciato sulla segreteria telefonica dal musicista pugliese.

Da li nasce un idillio che porterà a questa fruttuosa collaborazione, a partire dal 1983 in cui Arbore chiama Frassica ad interpretare la parte del tecnico di Tele Ottaviano in FF.SS., poi successivamente nel 1985 nel famoso varietà Quelli della Notte, nel quale il nostro ‘Nino nazionale interpreta frate Antonino da Scasazza, organizzatore di un improbabile concorso a premi. Per finire, relativamente agli anni ’80, con il programma cult per eccellenza del 1987 Indietro Tutta, dove Frassica è nei panni del “bravo presentatore”, mettendo in scena una divertentissima parodia del tipico conduttore televisivo.

Da li in poi la carriera del nostro concittadino è ricca di successi, consolidandosi sempre più, mostrando la completezza di un artista fantastico, da noi definito sopra non a caso showman, proprio per le sue doti che lo rendono artista a tutto tondo, comico esilarante, attore sopraffino e intrattenitore come pochi al mondo. Le sue apparizioni televisive si susseguono, su Raidue gli viene infatti affidata la presentazione della trasmissione Ritira il premio,mentre in seguito viene invitato a partecipare a molti format televisivi come Fantastico, Domenica in, Scommettiamo che…?, I cervelloni, Acqua calda, quest’ultimo insieme anche a Giorgio Faletti.

Numerose sono anche le sue fantastiche apparizioni in ambito cinematografico negli anni ’90, per citarne solo alcuni, film celebri come Sognando California, Vacanze di Natale 91, Anni 90 (1 e 2) e Miracolo Italiano. La sua carriera prosegue spedita, ed anche negli anni 2000 risulta essere ricca di successi, parallelamente al suo percorso cinematografico e da comico televisivo, entra nei cuori di tutti gli italiani con una delle fiction di Rai 1 più seguite di sempre, Don Matteo, in cui Frassica veste i panni del simpatico maresciallo dei Carabinieri Nino Cecchini, recitando al fianco di Terence Hill, Flavio Insinna e Simone Montedoro e senza esimersi dal lanciarsi in siparietti che ricordano Messina e la sua squadra di calcio.  Famosa e molta apprezzata è stata la sua interpretazione al fianco di Ghisoni, il cagnolino trovatello che indossa un vestitino con lo scudetto del Messina di Franza.

Frassica racconta Messina al cane Ghisoni

Nel 2009 viene scelto da Sofia Coppola per interpretare il ruolo di presentatore del Telegatto nel suo film Somewhere, mentre l’anno successivo, marzo 2010, riceve un’altra grande soddisfazione prendendo parte, con un piccolo ma significativo ruolo, nel film The Tourist di Florian Henckel von Donnersmarck con protagonista Johnny Depp. Nello stesso anno, partecipa alla trasmissione migliori anniinterpretando il giudice del reality-parodia Disfactor, ed inoltre sbarcando in radio prendendo parte come ospite fisso nella trasmissione 610 di Lillo e Greg, nella quale è il mago Acirfass che fornisce oroscopi decisamente “particolari”.

Nel 2011 torna con una serie televisiva su Rai 1 Cugino & Cugino, di cui è coprotagonista al fianco di Giulio Scarpati, per poi rimbalzare nuovamente in radio, conducendo insieme al cantautore Simone Cristicchi Meno male che c’è Radio2.

Dal 14 marzo 2012 Frassica si fa notare, invece, al fianco di Sabina Guzzanti nella sua trasmissione su La7, a cui viene dato il nome di Un due tre stella. Proprio in questa occasione Frassica dimostra ulteriormente di essere un grande showman riproponendo alcuni suoi storici personaggi, tra i quali il critico televisivo Anno Ghiotti. Sempre nello stesso anno inoltre, viene accolto nella redazione de Le Iene, dove lavora da inviato sotto il nome di Tommi Paradais; utilizzando come gancio il suo amico Pietro Pulcini, se ne va in giro a disturbare le riprese di alcuni programmi e film televisivi.

Il 2013 è l’anno di Mario, serie televisiva scritta e diretta da Marcello Macchia in onda su MTV Italia. In quella occasione è il pompiere Pompiero. Sempre in questo anno, su Rai 1, partecipa ad Altrimenti ci arrabbiamocondotto da Milly Carlucci. Il 2014 invece si apre con un Frassica inedito, nei panni di scrittore, con la pubblicazione del suo libro che in maniera ironica e originale, viene intitolato La mia autobiografia (70% vera 80% falsa).

Dal 2015 a oggi inoltre, Frassica è una presenza fissa nel cast di Fuori tempo che fala trasmissione di Fabio Fazio. Sempre in questi anni, oltre alle sue numerose ospitate in programmi di spessore, come il Festival di Sanremo, va ricordata la sua grande partecipazione in una importante serie tv di successo, targata Rai 1, La mafia uccide solo d’estate dove interpreta Fra’ Giacinto, un prete colluso con la mafia. 

Questo e tanto altro tracciano il profilo di una carriera unica, ricca di successi, consacrando Nino Frassica come uno degli artisti più apprezzati del panorama italiano e mondiale. Un uomo che non ha mai dimenticato le sue origini, che ribadisce in ogni suo sketch, semplicemente con l’Arte unica d’essere messinese.

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LOMBARDIA | Como, il Palio del Baradello

Un po’ di storia

Il palio del Baradello è una manifestazione storica che si tiene ogni anno a Como, nel periodo compreso tra agosto e settembre.

Secondo gli avvenimenti storici, nel XII secolo,  Como e Milano erano, infatti,  in guerra già da qualche anno per questioni commerciali ed ecclesiastiche; Milano, sotto il controllo della Chiesa, voleva sottrarsi dalle grinfie di questa e poteva garantirsi una sicurezza tale solo con il possesso del Lago di Como e delle Valli Ticinesi.

Il conflitto che ne scaturì durò circa 10 anni (1118 – 1127) e vide vittorie alternate da parte di  entrambi gli schieramenti;  solo il 27 agosto del 1127 il conflitto giunse al termine:  Como venne assoggettata e divenne territorio di Milano.

Fu soltanto sotto Federico I Hoenstaufen, detto il Barbarossa,  che la città lariana recuperò la propria indipendenza.  Dopo aver accordato la pace a Milano nel 1159, nella primavera del 1162, Milano venne conquistata. Federico Barbarossa fece riedificare sopra la città comasca, a guardia della stessa, la maestosa rocca Baradello, oggi uno dei simboli per eccellenza di Como.

Il palio del Baradello

Il Palio, attivo dal 1981, è un momento di festa atto a celebrare  la prima visita alla città di Como dell’Imperatore Federico I Hohenstaufen.

La manifestazione si svolge nel periodo tra fine agosto e settembre e celebra l’imperatore con festeggiamenti, banchetti, giochi e tornei.

La manifestazione si apre con lo sbarco della coppia imperiale sulla tipica imbarcazione della città di Como: la Lucia. Allo sbarco, la coppia reale viene accolta dal Vescovo e dal console della città.

Appuntamento imperdibile è la cena medievale, vero e proprio banchetto del XII secolo. Un momento conviviale in compagnia dell’Imperatore della sua bella consorte Beatrice e dei nobili commensali.

Particolarmente importanti sono le gare in cui si sfidano i vari borghi per aggiudicarsi il Pallium, il drappo in seta dipinto a mano ogni anno da vari artisti comaschi.

I borghi che si sfidano sono diversi; tra essi, figurano Cernobbio, Camerlata, Quartino, Rebbio, Tavernola, Cortesella, Sant’Agostino, Camnago Volta, Casnate con Bernate, Breccia,  Prestino, Sant’Antonio, e San Martino.

Le gare in programma sono disparate: il tiro alla fune, la gara degli astieri, la corsa delle lavandere, la gara delle Lucie e la corsa delle carriole.

     

Tutte le gare seguono un regolamento preciso; accanto a queste vi sono, poi, competizioni minori, organizzate dai singoli Borghi nell’ambito della propria festa. Non danno diritto a un punteggio, ma vi possono partecipare tutte le singole frazioni con i loro costumi medievali. 

A contornare il tutto non manca l’appuntamento con gli esperti dell’Associazione Archeologica Comense per parlare di storia medievale comasca, con la visita guidata alle mura occidentali.

A conclusione dell’evento, la terza domenica di settembre, si svolge il tradizionale corteo storico: è il momento clou dell’intera manifestazione e coinvolge non solo tutti i figuranti, che hanno partecipato ai vari eventi dell’anno, ma anche numerosissime persone appartenenti ai Borghi o perfino da altre località.

Al termine della manifestazione, riunito il corteo e tutti i nobili, in Piazza Cavour, l’imperatore elegge il borgo vincitore al quale consegna l’artistico drappo che resterà definitivamente di proprietà del Borgo vincitore.

 

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Terremoto 1908, “Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia”

Il terremoto del 1908, noto anche come Terremoto di Messina o come Terremoto calabro-siculo, fu uno degli eventi sismici più catastrofici che abbia mai colpito il territorio italiano in tempi storici.

I fatti

Tre giorni dopo il Natale, alle ore 5:20:27 di lunedì 28 dicembre 1908, un sisma del decimo grado della scala Mercalli distrusse la città di Messina e gran parte di Reggio Calabria.

I pochi superstiti si ritrovarono a vagare semivestiti e inebetiti dal dramma, con la pioggia scrosciante che disegnava tremule lacrime sullo spesso strato di polvere che si era depositato sulla loro pelle. Allo sgomento del sisma, si unì il frastuono degli incendi e delle esplosioni causate dalle tubazioni interrotte del gas. Questi contribuirono a mietere altre vittime fra chi tentò di portare soccorso ad amici e familiari. Come se non fosse già abbastanza, coloro che si diressero verso il mare a trovare riparo sulle spiagge furono investiti dalle devastanti ondate di maremoto.

Gli aiuti dopo il terremoto 

Per la prima volta, l’eco di questa emergenza mobilitò una macchina dei soccorsi proveniente non solo dall’Europa ma da tutto il mondo. Numerosi Stati, infatti, inviarono aiuti per contribuire al salvataggio dei superstiti e all’opera di ricostruzione. I siciliani e i calabresi vennero immediatamente soccorsi dalle navi russe, di istanza nello Stretto, e britanniche, alla fonda a Siracusa e Augusta. Purtroppo, gli aiuti italiani furono molto meno tempestivi degli altri: le notizie nel resto della penisola arrivarono molto tempo dopo e le navi del Regno partirono con estremo ritardo, circa un mese dopo l’avvenimento. 


I danni

I danni che l’area dello Stretto subì dal Terremoto del 1908 sono inquantificabili. Molte sono le pregiate architetture che furono distrutte e mai più ricostruite e numerosi anche gli edifici che furono pesantemente danneggiati. Tra questi, vi è il Teatro Vittorio Emanuele che proprio la sera prima del terremoto aveva messo in scena la prima dell’Aida e che fu quasi interamente restaurato. Molte dell’opere d’arte di Messina salvatesi dalla tragedia furono trafugate da sciacalli; soltanto alcune riuscirono a salvarsi e si trovano oggi conservate all’interno del Museo Regionale di Messina (MuMe).  

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NEWS | Notte a Villa Palagonia

Notte a Villa Palagonia. Visite serali alla Villa dei Mostri di Bagheria
Piazza Garibaldi, 3 – Bagheria (PA) | Contributo: € 7
Venerdì 27 dicembre. Turni disponibili: ore 19:20 – 20  – 21:20 e ore 22
Prenotazione obbligatoria: 329.8765958 – 320.7672134 –
eventi@terradamare.org –  www.terradamare.org/infoline

Venerdì 27 dicembre, insieme alla Cooperativa Terradamare, visite
serali alla splendida dimora nobiliare voluta dal Principe di Palagonia, conosciuta come la “Villa dei Mostri” per le misteriose statue di cui è circondata. Come in un percorso iniziatico, si ammireranno, tra le tante
meraviglie: lo scalone monumentale a doppia rampa in marmo di Billiemi, le tante sale della Villa, tra cui l’enigmatica “Sala degli Specchi” con il suo gioco di sovrapposizioni tra magia e realtà, gli affreschi settecenteschi raffiguranti le Fatiche di Ercole e numerose altre sale visitabili per l’occasione.

La storia di Villa Palagonia

La storia di Villa Palagonia si inserisce su più livelli di narrazione, conosciuta come splendida dimora nobiliare, costruita a
partire dal 1715 per conto di Ferdinando Francesco I Gravina Cruyllas, principe di
Palagonia, ad opera dell’architetto Tommaso Maria Napoli e, altrettanto celebre,
per le storie connesse alle misteriose statue raffiguranti figure mostruose che circondano la villa. Quest’ultima aggiunta, cosi suggestiva ed emblematica, causa della
denominazione della villa come Villa dei mostri, si deve all’omonimo
nipote Ferdinando Francesco II, detto Il negromante. Ma al di lá dell’alone di mistero, resta eccezionale il patrimonio artistico della dimora bagherese. Difatti, dall’impressionante facciata principale, animata da uno scenografico scalone a doppia rampa, si giunge al piano nobile. Come un percorso iniziatico, il visitatore resta incantato dal vestibolo di forma ellittica fatto affrescare alla fine del Settecento
con scene raffiguranti le Fatiche di Ercole.
Questo spazio è il proscenio dell’eccezionale Sala degli specchi, un grande salone di forma quadrangolare con il soffitto ricoperto da
specchi posizionati con angolature varie in modo da, in un gioco di sovrapposiozioni tra
magia e realtà, riflettere e deformare i presenti e contemporaneamente rendere unico questo spazio di altri tempi.

 

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PIEMONTE | La villa romana di Almese

A poche decine di chilometri da Torino, proprio all’imbocco della Val di Susa, si trova la villa romana di Almese.

La villa

Nell’antica Roma, il termine villa indicava una qualunque residenza extraurbana. Quella trovata nel 1879 nel comune di Almese, alle pendici del
monte Musinè, non è, tuttavia, una casa qualsiasi. I suoi 3000 mq di superficie, con gli edifici disposti intorno a un corpo principale, ne fanno la residenza signorile più importante del Piemonte romano.

La sua posizione, di certo, non è casuale: essa si trova nel luogo in cui il territorio extraurbano pianeggiante di pertinenza della città di Augusta Taurinorum si incontra con le pendici della Valle di Susa e della strada che portava al di là delle Alpi, verso la Gallia Cisalpina.

Siamo, infatti, in prossimità di Ad Fines (località Malano, Avigliana), la dogana sul confine della provincia delle Alpi Cozie. Questo potrebbe significare che i ricchi proprietari della casa potessero essere stati in qualche modo coinvolti nell’amministrazione statale della zona.

Benvenuti in una villa romana

Come era costituita questa grande nobiliare? Per fortuna, l’estensione degli scavi e la conservazione delle strutture hanno permesso di ricostruirne completamente la planimetria.

L’ingresso, che si apriva lungo il perimetro nord del muro di cinta, era costituito da un ampio portico colonnato aperto su tre lati. Il quarto lato era chiuso da una porta a due battenti. Da questa si accedeva al cuore della casa, il cortile porticato, che conduceva all’abitazione vera e propria, che probabilmente si sviluppava su due piani. Il primo piano, l’unico conservato, era occupato da ambienti di servizio, con pavimenti di terra battuta e senza rifiniture di pregio. Sul lato opposto al cortile porticato, verso valle, la costruzione si apriva su un ampio giardino. Gli ambienti da questo lato erano intonacati di bianco e alcune travi bruciate fanno pensare alla presenza di un solaio soprastante.

Questa parte è stata pesantemente rimaneggiata quando, nel IV-V sec. d.C,
la famiglia abbandonò l’abitazione. Gli ambienti vennero modificati per
diventare unità abitative singole.

Gli oggetti trovati durante lo scavo hanno permesso di collocare il periodo
di massima fioritura della villa tra il I e il IV sec. d.C.

Per informazioni: 

http://archeo.piemonte.beniculturali.it/index.php/it/musei/aree-archeologiche/70-aree-arch-prov-di-torino/346-villa-romana-di-almese

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NEWS | Nel Kurdistan iracheno vengono alla luce alcuni rilievi assiri

Scoperti dei rilievi assiri nel Kurdistan iracheno settentrionale dall’equipe di archeologi “Terre di Ninive”, dell’Università di Udine, guidata dal professor Daniele Morandi Benacossi.

Si tratta di dieci imponenti pannelli, grandi 5 metri e larghi 2 metri, scolpiti lungo un antico canale d’irrigazione che misura quasi 7 chilometri. I ritrovamenti sembrano da attribuire alle grandi opere di canalizzazione promosse dal sovrano assiro Sargon II. Lo scavo apre nuovi scenari sull’antica Mesopotamia del nord: l’odierna regione di Duhok, infatti, è ancora scarsamente indagata. Purtroppo, i continui conflitti, che per anni si sono susseguiti, hanno impedito l’esplorazione.

Descrizione dei rilievi 

Il sovrano assiro è posto al cospetto delle statue di sette divinità su piedistalli sorretti da animali. La mitologia assira raffigurata sulla roccia, infatti, è un campionario significativo di divinità e animali sacri. Le figure divine rappresentano il dio Assur, la principale divinità del pantheon assiro, su un dragone e un leone con corna, sua moglie Mullissu, seduta su un elaborato trono sorretto da un leone, il dio della Luna, Sin, anch’egli su un leone con corna, il dio della Sapienza, Nabu, su un dragone, il dio del Sole, Shamash, su un cavallo, il dio della Tempesta, Adad, su un leone con corna e un toro, e Ishtar, la dea dell’Amore e della Guerra, su un leone.

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ARCHEOLOGIA | La Tonnara di Favignana e l’invenzione del tonno sott’olio

La Tonnara di Favignana, conosciuta col nome di ex Stabilimento Florio, si trova sulla più conosciuta delle Isole Egadi. Si tratta di un complesso di edifici in cui venivano custodite le attrezzature, le ancore e le barche della mattanza. Annessa a questo, vi era anche la zona riservata alla lavorazione e alla conservazione del pescato che, quindi, risultava freschissimo. La grandissima importanza di questa tonnara risiede nel genio industriale di Ignazio Florio che fu il primo a inventare il rivoluzionario metodo per la lavorazione del tonno e la sua conservazione sott’olio. Questo prevedeva che il tonno, tagliato a pezzi, venisse cotto in 24 grandi caldaie (ancor oggi visibili) e, successivamente, posto ad asciugare; in un secondo momento, i tranci erano posti, sott’olio, all’interno delle nuove geniali latte con apertura a chiave. Quest’ultime sono invenzione originale dei Florio e furono presentate alla Esposizione Universale del 1891.

La storia della Tonnara

La Tonnara di Favignana, in effetti, è una delle più antiche del Mediterraneo: la sua storia inizia nel 1841, quando la famiglia Florio acquista la tonnara, con relativo diritto di pesca, dalla famiglia Pallavicini di Genova. Nel 1878, Ignazio Florio decide di ampliarla e ristrutturarla, aggiungendo lo stabilimento per la conservazione del tonno. Nei primi decenni del ‘900, purtroppo, quello che era il più importante gruppo industriale siciliano fallisce e, nel 1938, la famiglia Parodi di Genova acquista la tonnara con tutti i diritti. Ancora oggi, i discendenti questa famiglia gestiscono il marchio Tonnare Florio. Nonostante tutto, lo Stabilimento Florio continua a lavorare proficuamente e a essere una delle principali fonti economiche dell’isola. Negli anni ‘80, lo stabilimento cessa la sua attività e, infine, la Regione Sicilia lo acquista nel 1991.

Dopo 12 anni di chiusura e abbandono, la Regione restaura la Tonnara e la riapre al pubblico. Al suo interno si trova un museo archeologico che, attraverso una sapiente esposizione degli strumenti, filmati storici e pannelli didattici, mira a ricordare e mettere in mostra quella che era l’antica pratica della mattanza e la lavorazione del tonno. Oltre a ciò, vi è un’intera sezione dedicata alla ricostruzione virtuale e all’esposizione dei reperti subacquei afferenti alla grande battaglia delle Egadi: lo scontro navale che segnò la conclusione della prima guerra punica tra Roma e Cartagine nel 241 a.C.  

La mattanza

In passato, i tonnaroti, in aprile, cominciavano a posizionare in mare una serie di reti, formando “camere”. La disposizione di queste induceva i tonni ad addentrarsi nelle maglie interne, fino ad arrivare alla cosiddetta “camera della morte”. In maggio, dalle tonnare, partivano le barche che, agli ordini del Rais, avrebbero partecipato alla mattanza. Le barche accerchiavano le reti dell’ultima camera e arpionavano, a poco a poco, i pesci.  L’importanza del rais era fondamentale: si trattava di un ruolo spesso trasmesso di padre in figlio, che richiedeva una grandissima conoscenza del mare. Una volta portato a terra, gli addetti appendevano il pesce e lo lasciavano dissanguare, così da togliere tutto il mercurio.

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ABRUZZO | Sextantio (AQ): l’albergo diffuso esempio di riqualifica del territorio

In Abruzzo, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, sorge Santo Stefano di Sessanio, un borgo fortificato in provincia dell’Aquila. Incastonato tra le montagne, si trova a oltre 1250 metri di altitudine e risale all’epoca medievale. Fa parte del Club dei Borghi più belli d’Italia.

La maggior parte dei paesi, cosiddetti incastellati, che permangono ancora oggi lungo la catena montuosa degli Appennini, ha subito, nel tempo, un graduale abbandono e spopolamento: gli abitanti, via via, hanno preferito spostarsi verso centri urbani più grandi e moderni.
Non è questo il caso di Santo Stefano di Sessanio.

L’albergo diffuso Sextantio

Nel 2004 un imprenditore italo-svedese, Daniele Kihlgren, ha avuto un’idea lungimirante: ha acquistato le case in pietra e le ha convertire in albergo diffuso, con l’obiettivo di ridare nuova vita al paese.
L’hotel è il borgo stesso: dalle camere, alla cucina e alla reception, la struttura si articola nelle abitazioni in pietra e si snoda per i vicoli dell’intero paese.
Sextantio, questo il nome dell’albergo diffuso, è un progetto di recupero nel rispetto della storia del posto, della cultura e della tradizione locali.
Il fine è quello di tenere viva l’identità del territorio.

Gli alloggi

Gli alloggi del Sextantio sono arredati nello stile degli anni 20 del Novecento, rustico e lussuoso al tempo stesso, nel rispetto degli interni originari.

L'interno di uno degli alloggi
L’interno di uno degli alloggi

I letti in ferro battuto e il mobilio d’epoca ricreano l’atmosfera di un tempo antico. L’attenzione al dettaglio traspare anche dalla biancheria messa a disposizione per gli ospiti: le lenzuola sono parte di antichi corredi nuziali, le coperte e i materassi di lana sono realizzati a mano e tinti con colori naturali. Gli impianti e le apparecchiature elettriche sono occultati, gli elementi architettonici sono in linea con lo stile dell’epoca, per preservare l’anima di questi luoghi.

I servizi

La struttura offre servizi fedeli alla cultura del territorio: il cibo genuino, i prodotti tipici, la vendita di oggetti da parte di artigiani del posto.

Alla base del progetto di riqualifica c’è un rinnovato amore degli abitanti di Santo Stefano di Sessanio per il loro paese e una ricerca etnografica minuziosa sulle tradizioni e sugli usi locali, condotta con il Museo delle Genti d’Abruzzo, che ha sede a Pescara.

Nei dintorni, il turista può giungere con facilità al castello di Rocca Calascio, altro gioiello nel cuore dell’Abruzzo forte e gentile.

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ILLUSTRI SICILIANI | Il coraggio di Giovanni Falcone

Giovanni Salvatore Augusto Falcone nasce a Palermo il 18 Maggio 1939, nello stesso quartiere di Paolo Borsellino. È tra le più famose vittime di mafia dell’ultimo secolo, nonché illustre magistrato i cui ideali ispirano ancora oggi tantissimi giovani.

Giovanni Falcone e l’amico Paolo Borsellino

A causa dei bombardamenti americani, Giovanni e la famiglia dovette trasferirsi dapprima a Sferracavallo, un borgo della riserva marina dell’Isola delle Femmine, e poi a Corleone, presso i familiari della madre Luisa Bentivegna. Questo breve soggiorno segnerà il giovane Giovanni e influirà sui suoi studi e sulle battaglie anti-mafiose.

Tornato a Palermo intraprende gli studi classici e frequenta assiduamente la chiesa di Padre Giacinto e l’Oratorio, grazie alle cui attività conosce il succitato Paolo Borsellino. A Livorno frequenta l’Accademia Navale con l’intenzione, poi, di laurearsi in Ingegneria. Dopo poco tempo, il giovane Giovanni si rende conto che la vita militare non è a sua strada e torna a Palermo. Qui si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e comincia la sua strada per diventare magistrato.

Un altro importante avvenimento che segna la vita di questo personaggio è l’ulteriore trasloco della famiglia a Falcone causato dal cosiddetto “Sacco di Palermo” operato da Vito Ciancimino, assessore comunale e figlio del barbiere di Corleone, che proprio Falcone arresterà per associazione mafiosa.  

A seguito dell’attentato al giudice Cesare Terranova, avvenuto il 25 settembre 1979, Falcone comincia a lavorare a Palermo presso l’Ufficio istruzione e l’allora consigliere istruttore, Chinniti Rocco, gli affida le indagini contro Rosario Spatola. È il 1980 e questa è la prima esperienza di Giovanni Falcone. Durante questa indagine comincia a formarsi il cosiddetto metodo Falcone: un innovativo modo di istruire i processi per mafia, che utilizzava gli strumenti forniti dal codice adattandoli a una nuova visione del fenomeno mafioso. In realtà egli non inventò nulla di nuovo, in quanto si trattava di un semplice incrocio di dati provenienti da fonti diverse, che permetteva di mettere insieme le diverse porzioni di indagine che ondeggiavano tra realtà politica e realtà economica. L’intuizione forse più intelligente di Falcone è sintetizzata da una frase che egli amava ripetere: La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente.

Seguendo questo nuovo metodo di indagine, l’operato di Giovanni Falcone ha contribuito all’arresto di numerosi criminali. Tutto questo e stato possibile grazie all’aiuto di numerosi collaboratori, tra cui Paolo Borsellino con il quale fonda un Pool Antimafia che ha lo specifico obiettivo di smantellare Cosa Nostra.

Nonostante i successi nella lotta alla mafia non mancano le numerose critiche che vorrebbero indurre a credere quest’uomo come servo del potere che ad esso si era venduto. A tal proposito ricordiamo una delle sue più celebri frasi: Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.

E lo Stato non è riuscito a proteggere nemmeno lui: il 23 Maggio 1992 l’auto su cui viaggiava con la moglie Francesca Morvillo e le auto della sua scorta vengono fatte saltare in aria, con 1000 kg di tritolo, a Capaci. La mafia ha deciso di uccidere quest’uomo perché era tropo pericoloso per la sua sopravvivenza, perché stava veramente riuscendo a sgominarla senza svendersi ad essa e perché è stato lasciato solo da chi aveva troppa paura per affrontarla a viso aperto, dimenticandosi che La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni (G. Falcone).

Il ricordo di persone come Giovanni Falcone è vivo nei cuori dei siciliani e di molti italiani, tanto che, ogni anno, si ricorda l’anniversario della sua morte con cortei e manifestazioni che omaggiano la grande dedizione sociale che aveva quest’uomo.