Molti simboli utilizzati dal regime fascista erano ereditati dal mondo antico, con un significato completamente diverso dall’originario. Uno dei più importanti era, sicuramente, il fascio littorio. Nell’Antica Roma era l’arma portata dal littore, un funzionario imperiale, costituita da un fascio di bastoni di legno, legati assieme da strisce di cuoio rosse intorno ad un’ascia. Il fascio era usato come strumento di giustizia: le verghe servivano per le pene minori, le scuri per la pena capitale. Inoltre, rappresentava l’insegna propria del magistrato che l’amministrava e, successivamente, una generica insegna di potere. Accompagnando il magistrato, i littori procedevano allineati, tenendo il fascio sulla spalla sinistra e un bastone sulla spalla destra, con cui allontanavano la folla.
L’origine etrusca del fascio
Contrariamente a quanto comunemente si pensa, il fascio littorio ha un’origine etrusca e non romana. Proprio a Vetulonia, infatti, nel 1898, Isidoro Falchi rinvenne, nella cosiddetta Tomba del Littore, databile attorno al 600 a.C., un oggetto a forma di fascio, composto da un gruppo di verghe di ferro e da un’ascia a doppio tagliente. L’origine etrusca dei fasci creò non poco imbarazzo in occasione della promulgazione delle leggi razziali, poiché i fascisti non consideravano gli Etruschi appartenenti alla cosiddetta razza ariana. Ciò apparve sconveniente ai propagandisti del nuovo razzismo di regime, considerando le numerose influenze sociali ed economiche esercitate dagli Etruschi sulla Roma di età arcaica.
La diffusione e la distruzione dei fasci
Negli anni, i fasci vennero disseminati ovunque: basti pensare alla decorazione architettonica dei palazzi o, ad esempio, alla moneta da 2 lire, sulla cui superficie compariva la dicitura “Vittorio Emanuele III Re d’Italia”; nasceva, così, il nuovo simbolo del fascio, pienamente fascista, emblema di forza e dominio. Il 26 luglio 1943, non appena si diffuse la voce della caduta del regime, centinaia di persone si riversarono in strada per distruggere quel simbolo. Tuttavia, molti fasci si conservarono nel tempo e, ancora oggi, è possibile ritrovarli in molte città italiane: a essere eliminate, infatti, furono soprattutto le asce, immediatamente collegabili alla coercizione e alla violenza.
Il 10 Agosto uscimmo per trascorrere una serata fuori e andammo a prendere la nostra amica Cetty a Camaro: passando con la macchina vidi quello che non mi aspettavo, Mata e Grifone in tutta la loro maestosità. La sorpresa di vedere i giganti fermi in Piazza Fazio fu tanta: non li vedevo dall’anno prima, quando ero stata a Messina per tutto il mese di Agosto, e non ricordavo che sarebbero usciti proprio in quel giorno.
Daniela ripartì l’indomani ed arrivò mio fratello a farmi visita. Con lui seguimmo tutti gli eventi del calendario, le passeggiate dei giganti fino alla sosta di fronte a Palazzo Zanca, in Piazza Unione Europea. Essendo entrambi di Pescara, ci sentimmo un po’ turisti, lui lo era davvero e io giocavo ad esserlo: d’altronde non avevo mai assistito alla Processione della Vara del 15 Agosto e non volevo assolutamente perdermela. Quel giorno percorremmo tutta Via Garibaldi a piedi, fino a Piazza Castronovo. Tutta Messina era presente al momento. I balconi erano affollati di gente, le strade straripavano: mi resi conto di quanti abitanti abbia questa città in quel giorno!
Vidi i tiratori vestiti di bianco, pronti, con le corde tese in alto per ricevere la benedizione di Monsignor D’Arrigo, al microfono in Piazza Castronovo. La Vara era lì in fondo, colorata e pronta a partire. Decine di migliaia di fedeli uniti nella preghiera e poi un lungo istante sospeso, finchè il primo fuoco d’artificio esplose; poi lo spettacolo di luci e il lancio di migliaia di bigliettini colorati e la seconda esplosione, stavolta dei tiratori che, tutti insieme, al grido di WMaria, con un enorme slancio e facendosi forza l’un l’altro, iniziarono la loro corsa. Non avevo mai visto nulla del genere, l’energia che si sprigionò in quel momento da quella piazza fu qualcosa di potente e sacro al tempo stesso: la popolazione di Messina, almeno una volta l’anno, è unita in un unico credo ed orgoglio.
Credo sia questa la vera forza e il vero potere della tradizione della Vara.
Giacinto era un principe spartano che, con la sua immensa bellezza, aveva incatenato il cuore di molteplici amanti: tra gli altri, di lui si invaghì perfino l’impalpabile Zefiro, ma chi lo amò senza riserve fu Apollo, al punto di seguirlo in ogni suo passo e di sfidare lo stesso Zefiro, trionfando ogni volta.
Un giorno, Apollo e Giacinto si stavano dedicando al lancio del disco, perché il giovane si allenasse, in vista delle Olimpiadi. A scagliare per primo il disco fu il dio, ma l’oggetto venne deviato da una brezza del geloso Zefiro, colpendo mortalmente la tempia di Giacinto. Apollo, disperato, fece ogni tentativo per strappare l’amato al crudele destino, ma tutto fu vano: il ragazzo spirò. Il dio, allora, col cuore spezzato, volle compiere un ultimo atto di delicatezza verso il giovane, trasformandolo in un bellissimo fiore, dal colore tanto intenso quanto quello del sangue sgorgato dalla terribile ferita.
Prima di ascendere al cielo, infine, Apollo segnò i petali del nuovo fiore con le sillabe “αι αι” (=ai ai), per incidervi la voce del dolore del suo amore perduto, che ancora solca la superficie della pianta.
Villa romana di Patti marina- I mosaici della sala tricora. Veduta da Sud.
A soli 10 km dal sito archeologico di Tyndaris, nel piccolo centro di Patti, si trova una delle ville romane tardo antiche più famose di Sicilia: la villa romana di Patti marina.
Dal momento in cui sono stati messi in luce i primi lembi pavimentali, la villa romana di Patti marina viene equiparata alle più grandi e ricche residenze extraurbane tardo imperiali di Sicilia: la villa del Casale di Piazza Armerina e la villa del Tellàro presso Noto.
La riscoperta di questo interessantissimo sito archeologico è avvenuto in circostanze del tutto occasionali nell’agosto 1973.
Tracce di strutture murarie sono state intercettate durante i lavori di costruzione del viadotto autostradale Messina-Palermo e opportunamente documentate dalla Soprintendenza Archeologica per la Sicilia Orientale, grazie all’archeologo Giuseppe Voza.
La villa romana di Patti marina
Gli interventi di scavo, condotti a più riprese dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa e poi dalla Soprintendenza per i Beni culturali e Ambientali di Messina, hanno permesso di accertare che la villa fu costruita nel corso del IV secolo d.C., impiantandosi al di sopra di strutture precedenti, comprese tra il I e il III secolo d.C.; il suo sviluppo edilizio ricevette, poi, una battuta d’arresto in età bizantina, quando un violento terremoto ne sconvolse completamente l’aspetto, determinando il crollo di gran parte degli elevati. La villa venne poi rifrequentata a più riprese fino al IX d.C.
Oggi, sfortunatamente, il pessimo stato di conservazione in cui versano i resti archeologici impedisce una chiara lettura di insieme del sito.
Come doveva essere, dunque, la villa in origine? Cerchiamo di ricostruirne l’ aspetto originario attraverso una planimetria ricostruttiva.
Villa romana di Patti marina- Planimetria ricostruttiva.
L’ingresso principale avviene dal settore Ovest: da qui ci si immette direttamente all’interno di un grande cortile centrale (33,50 x 25 m), che costituisce il nucleo attorno a cui si snodano i vari ambienti. L’accesso ai vani è dato da un portico largo circa 3,40 m, sostenuto da pilastri quadrangolari, posti ad una distanza di circa 2,20-2,40 m gli uni dagli altri.
A Sud del peristilio, attraverso un ingresso tripartito con due colonne, vi è l’accesso a una delle sale di rappresentanza della villa, il triclinium, nota anche come sala tricora: la ricchezza di questo ambiente viene conferito dai pavimenti musivi, caratterizzati da rappresentazioni zoomorfe e vegetali che rievocano i mosaici della “Grande caccia”, presenti nella villa del Casale di Piazza Armerina.
Villa romana di Patti marina- sala tricora. Particolare musivo.
A Nord-Est della sala tricora, si trova un’aula absidata porticata, ai lati della quale si dispongono una serie di ambienti rettangolari, chiusi da pilastri angolari e coperti da semicupole chiuse.
Infine, vi sono le terme, struttura che non poteva di certo mancare in una villa romana, .
Gli ambienti termali si dispongono a Est della corte centrale: qui sono state riconosciute le tracce di un frigidarium, con annessa vasca, insieme agli altri sistemi di riscaldamento. Nel VII secolo d.C., questo settore sarà occupato da sepolture, i cui corredi, insieme alle testimonianze di cultura materiale, sono conservate presso il piccolo antiquarium, costruito all’ingresso dell’area archeologica.
Nel cuore del centro storico di Pescara, lungo Corso Manthonè, il corso principale della parte antica della città, sorge la casa natale del poeta Gabriele D’Annunzio. Nel 1927, lo stesso poeta richiese che venisse dichiarata Monumento Nazionale per assicurarla allo Stato, tramite decreto di Mussolini. Oggi l’edificio è tutelato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali.
Gli interventi di restauro e consolidamento hanno preservato la struttura dell’abitazione nella sua forma originaria di tipica casa borghese di fine Ottocento, conservando le eleganti decorazioni parietali e gli arredi d’epoca.
La Casa – Museo
Gabriele D’Annunzio nasce in questa casa il 12 Marzo 1863 e vi trascorre la sua infanzia fino agli undici anni, quando si trasferisce a Prato per gli studi. Negli anni della maturità, il poeta vi torna saltuariamente per far visita alla madre, rimasta sola.
Il Museo occupa tutto il primo piano dell’edificio ed è composto da nove sale con arredi e mobili d’epoca, sui quali sono esposti gli oggetti di uso quotidiano utilizzati dal poeta e dai suoi familiari.
A piano terra si apre il cortile interno con un pozzo in laterizio.
Il percorso espositivo
La prima parte del percorso espositivo è composta da cinque stanze, locali nei quali si svolgeva la vita domestica del Vate e della sua famiglia. Su pannelli didattici sono riportati alcuni brani del Notturno, nei quali D’Annunzio ricorda, con parole ricche di affetto, gli ambienti della sua casa natale e gli anni felici della sua infanzia, assieme alla famiglia al completo. Sui pannelli sono inoltre riportate informazioni su episodi che lo videro protagonista durante la Prima Guerra Mondiale, come l’impresa di Fiume.
Le stanze sono decorate con fregi a tempera di grande valore che arricchiscono i soffitti e le volte: tali affreschi risalgono a metà Ottocento e sono i più antichi nella città di Pescara. I temi sono tipici del Neoclassicismo: compaiono figure di amorini, animali e motivi vegetali.
La seconda parte del museo ospita il guardaroba privato del poeta, che dimostra quanto egli ricercasse l’originalità e fosse eccentrico anche nel vestiario: si possono ammirare i sandali dorati, il cappotto rosso, indossato durante le battute di caccia e le gare ippiche, le uniformi, le vestaglie e i completi in linea con la moda del tempo.
Seguono, poi, le stanze che ospitano alcune prime edizioni delle sue opere, illustrate con xilografie; successivamente, si apre l’allestimento dei calchi del viso e della mano, realizzati sulla sua salma nella notte della morte, nel 1938.
Il percorso si chiude nella stanza del Vate, dove sono conservati cimeli di guerra e foto d’epoca, che lo ritraggono durante le imprese belliche, e le divise da generale.
Amando la cultura della nostra terra, non potevamo non dare uno sguardo, ampliando il nostro interesse, a quel “Blu” che avvolge l’amata isola; la finalità è quella di porre la conoscenza dei nostri fondali in termini di “musei naturali”, valorizzandoli affinché diventino un incentivo alla scoperta – e alla riscoperta – di queste meraviglie.
La Sicilia, bagnata da nord a sud da un velo di mare meraviglioso, presenta, in sé, un grande riscontro biologico ed ecologico di pluri-diversità autoctone e non, che enunceremo in breve. Le specie e i fondali, che si interscambiano, per struttura e conformità, lungo le coste siciliane, rappresentano uno dei più affascinanti “acquari naturali” del mondo.
I fondali siciliani danno riparo e vita a una miriade di specie acquatiche, le quali vivono, da sempre, come quel macro-organismo che lo compone. Quest’isola mediterranea, la più grande, è scenario dell’incontro di “due mari”, lo Ionio e il Tirreno, che si “fondono” nelle acque dello stretto di Messina, mitologicamente conosciuto come lo stretto di Scilla e Cariddi.
Oltre alla bellezza, che si rispecchia nelle loro cristallinità antistanti, queste coste rappresentano la giacenza storica di centinaia e migliaia di anni di cultura. Ciò fa sì che i fondali diventino dei musei non istituzionalizzati, i cui reperti sopravvivono in acqua anche grazie ai fattori chimici e fisici del mare. Tale rubrica ben si accosta agli obiettivi culturali dell’associazione Archeome, poiché affronterà tematiche che potrebbero condurre le persone a innamorarsi di questo meraviglioso ambiente, troppe volte sottovalutato e sfruttato. Obiettivo primario è, quindi, quello di incrementare l’interesse e la salvaguardia dell’integrità dei suoi fondali e dei suoi tesori.
Carpineto Romano sorge in una piccola vallata al centro dei Monti Lepini e si trova a ottocento metri d’altezza; da questo luogo è, ancora oggi, possibile accedere al tratto che conduce alla via “Francigena del Sud”, che collegava Roma e Brindisi ed era percorsa principalmente dai pellegrini che desideravano arrivare fin lì per poter raggiungere l’imbarco per la Terra Santa.
La Storia
Carpineto Romano era uno di quei Borghi che un tempo facevano parte della grande contea dei De Ceccano: in epoca medievale, infatti, apparteneva ai conti di Ceccano e, grazie a costoro, la città assunse un ruolo di notevole importanza e crescita sotto tutti fronti. Da qui, il borgo si sviluppò anche in due aree distinte, dammonte e dabballe.
Secondo alcuni storici, la città sorgerebbe nell’area in cui si trovava l’antica città volsca di Ecetra. Oggi è, invece, un bellissimo borgo in provincia di Roma, ricco di storia, arte e cultura.
Il Borgo conserva una storia antica come i popoli che l’abitarono. Nel territorio è possibile notare, ancora oggi, tracce di insediamenti sia preromani che romani; il borgo medievale, tuttavia, ebbe origine tra l’VIII e il IX secolo.
Esso fu sotto il dominio del Papa che ne aveva il totale controllo attraverso la gestione curata dall’autorità dei canonici lateranensi e il suo potere durò fino al 1077, anno in cui l’abitato fu affittato alla potente famiglia De Ceccano, già Conti di Ceccano.
Particolare della fontana all’esterno della Chiesa di Sant’Agostino con lo stemma del Rione che è simile a quello dei Conti De Ceccano.
Del periodo storico medievale e del legame con i conti di Ceccano restano numerose testimonianze e, in particolare, è nella meravigliosa chiesa di Sant’Agostino che restano vive tali tracce: osservando, infatti, il portale esterno di questa chiesa, è possibile ammirare lo stemma del cardinale Annibaldo De Ceccano.
Chiesa di Sant’Agostino nell’omonimo Rione con il richiamo nello stemma ai dei Conti de Ceccano,
Un’altra traccia evidente è legata al “Palio della carriera”, evento molto atteso e sentito che coinvolge tutti i rioni della città; in tale occasione, durante la sfilata dei Rioni, si può notare come il rione di Sant’Agostino porti fiero, ancora oggi, lo stemma del cardinale, ricordando un antico legame.
Nel 1299, Carpineto fu acquistata dai Conti Caetani: si trattava di una famiglia molto potente, legata a papa Bonifacio VIII, loro diretto familiare.
Nel 1323, Ceccano tornò di nuovo in possesso avendo costoro risolto questioni ereditarie, che ne avevano comportato la temporanea perdita. Nel XVI secolo, questa famiglia, tuttavia, si estinse e di conseguenza, la città fu gestita per trent’anni da un commissario, che diede alla cittadinanza il titolo di “Statuta et Ordinationes”.
Nel 1589 il borgo venne acquistato dalla famiglia del cardinale Pietro Aldobrandini che, insieme alla sorella Olimpia, lo rese un modello di “bello stato”, generandovi tanto benessere. Con essi, il borgo acquisì anche il titolo di “Ducato”, vedendo la nascita di importanti costruzioni, come la fondazione del Convento e la chiesa francescana di San Pietro Apostolo. Carpineto Romano divenne, così, un importante centro culturale, arricchendosi anche di personaggi illustri come il mistico San Carlo da Sezze.
Gli Aldobrandini furono l’ultima famiglia in possesso della città e il loro potere durò fino alla generale soppressione dei feudi, avvenuta nel 1816.
Durante il periodo dell’invasione napoleonica e fino al 1825, la città subì molti attacchi, specie all’epoca del brigantaggio.
Carpineto Romano città nativa di Papa Leone XIII
Di Carpineto Romano è considerevole ricordare, soprattutto, che essa sia stata la città natale di Papa Leone XIII, all’anagrafe Gioacchino Vincenzo Pecci (1878-1903), nato proprio nel palazzo di famiglia, il Palazzo Pecci, aperto oggi al pubblico per le visite. Papa Leone XIII è conosciuto come colui che scrisse l’enciclica sociale “Rerum Novarum” e fu anche il primo Papa della storia a essere filmato. Durante il suo pontificato, la città si abbellì di chiese meravigliose, di fontane pubbliche, di un ospedale, di scuole.
Cosa vedere a Carpineto Romano
La chiesa di Sant’Agostino con il suo convento;
Palazzo Pecci, casa natale di Papa Leone XIII e il Museo i cimeli di Papa Leone XIII dove poter trovare appunto oggetti realmente usati dal Pontefice;
Palazzo Aldobrandini che oggi è la sede del Museo la Reggia dei Volsci.
Eventi da non perdere:
Il Palio della Carriera è l’evento è più seguito e atteso di questo Borgo.
Il Palio rievoca il periodo storico in cui la città era governata dagli Aldobrandini, sotto il ducato di donna Olimpia. Sono stati riportati alla luce anche le consuetudini di quel tempo, come l’abbinamento di cavalli e cavalieri dei sette rioni storici. Suggestiva è l’offerta dei ceri alla vigilia della festa del Santo Patrono della città, Sant’Agostino (27 Agosto) nella colleggiata. Questo Palio non è soltanto una rievocazione storica, ma un momento di forte aggregazione in cui vengono esposte mostre, rappresentazioni, prodotti di artigianato e percorsi enogastronomici.
Carpineto Romano è conosciuta anche per le Castagne che, nel periodo che va da ottobre a novembre, sono le protagoniste della seguita “Sagra della Callarrosta”, un evento culinario molto apprezzato.
Prodotti Tipici
La “Ciammella Carpinetana”
Uno dei prodotti tipici di Carpineto è, sicuramente, la Ciambella Carpinetana, la cosiddetta “Ciammella”. La Ciammella Carpinetana ha, anch’essa, origini antiche e una leggenda popolare vuole che Papa Leone XIII amasse questo cibo tanto da consumarlo perfino a colazione; pare, inoltre, che, qualora si trovasse lontano dalla sua terra natia, per poter assaporare i prodotti che questa offre ancora oggi, vi inviasse uomini di fiducia a fare scorta di una simile prelibatezza.
La famosa “Ciammella” Carpinetana
Altro prodotto tipico di questa città sono i Giglietti, tipico prodotto da forno; assai apprezzate sono anche le Castagne di Carpineto e il tartufo nero pregiato, vere eccellenze culinarie.
Carpineto Romano, essendo parte della grande Contea de Ceccano, è uno dei luoghi che rientrano nel lavoro di promozione territoriale dell’Associazione Cultores Artium. E’ sempre piacevole ripercorrere i vicoli del borgo, ricchi di storia, dove il tempo sembra essersi fermato. E’ un onore, inoltre, per noi di Cultores Artium accompagnare i visitatori in questa meravigliosa passeggiata culturale.
Per info e prenotazioni consultare la pagina Facebook Cultores Artium o scrivete alla mail: cultores.artium@gmail.com
Il tema della romanità costituì uno dei principali punti di riferimento della propaganda fascista, soprattutto dopo la proclamazione dell’Impero nel 1936: Roma antica riviveva in quella fascista, Mussolini era il nuovo Augusto e la Mostra Augustea della Romanità sanciva ufficialmente questa continuità.
La propaganda fascista era stata veicolata dall’uso delle immagini, dai francobolli alle statue, fino alle pellicole cinematografiche come Scipione l’Africano di Carmine Gallone. L’urbanistica di Roma venne adattata al nuovo messaggio dell’impero fascista: il 28 ottobre fu inaugurata la via dell’Impero, simbolo della grandezza e della superiorità della razza italica. Qui, il 21 aprile del 1934, giorno del Natale di Roma, erano state collocate quattro tavole di marmo che illustravano la storia dell’Urbs e, il 28 ottobre del 1936, ne fu aggiunta una quinta, riferita all’impero creato da Mussolini.
Lo scopo di questa rubrica è far comprendere come il fascismo riattualizzasse le antiche glorie di Roma antica, abusando o, meglio, modificando a proprio piacimento la classicità romana e greca, che per molti anni caratterizzò l’immagine di una nuova Italia. Un esempio sono le copertine de La difesa della razza, una delle più importanti riviste del periodo fascista che, modificando completamente il significato originario di un’antica iconografia, mettono in evidenza il contrasto tra la superiorità della classicità e l’inferiorità delle razze impure. Nonostante il continuo riferimento alla romanità, Roma antica e la sua “vera” storia appaiono assai distanti dalla “nuova” storia mussoliniana.
Amo viaggiare, condurre amici nei posti che conosco per illustrare loro tutto ciò che posso, guidarli in luoghi meno battuti dal turismo di massa, soprattutto se immersi nella natura. Portare la mia amica a fare questi giri, farle vedere le bellezze di Messina e provincia, ebbe su di me un effetto quasi terapeutico: da un lato mi divertivo e godevo della sua compagnia, perché mi mancava molto una persona amica; dall’altro mi servì per conoscere e apprezzare di più il posto in cui vivo.
Inutile dire che Daniela trascorse la maggior parte del suo tempo qui in spiaggia, ma non potevo farle perdere anche le bellezze della città di Messina. D’obbligo fu il giro al Duomo, aspettare il Mezzogiorno per sentire le due grandi campane suonate da Dina e Clarenza, vedere le animazioni ed ascoltare il leone ruggire e l’Ave Maria dolcissimo; seguì poi la spiegazione sui vari meccanismi dell’orologio astronomico, il più grande per dimensioni e complessità al mondo, il cui funzionamento per intero è ancora sconosciuto a molte persone, me compresa.Il Duomo e il suo campanile con l’orologio e la fontana del Montorsoli fanno di Piazza Duomo una delle maggiori perle di Messina. Via via che andrò avanti nei prossimi articoli, parlerò di molte altre perle architettoniche e artistiche, luoghi di interesse, anche “nascosti”, e di altre bellezze che fanno di Messina davvero una città di cui andare fieri.
Fin da quando, nel 1977, gli archeologi rinvennero il complesso funerario di Verghina, si è sempre creduto che lì vi fosse il corpo del re Filippo II. Secondo le prime notizie, il padre di Alessandro Magno sarebbe stato sepolto all’interno della Tomba II, in quella che era l’antica capitale macedone di Aigai. Nel 2015, però, nuove indagini forensi hanno smentito tale iniziale attribuzione.
La scoperta delle tombe
Tra il 1977 e il 1978 a Verghina, nel nord della Grecia , gli archeologi hanno rinvenuto tre tombe regali. La Tomba II conteneva i resti di tre scheletri che, fin da subito, vennero attribuiti al re Filippo II, alla moglie Cleopatra e al loro figlio neonato. Il re di Macedonia, morto nel 336 a.C., aveva avuto Alessandro dalla sua quinta moglie, Olimpiade. Cleopatra Euridice, invece, era la nipote del suo generale Attalo. Da lei Filippo ebbe due figli, Caranus ed Europa, nata un paio di giorni dopo la morte del padre. L’identificazione si basava, per lo più, sulla presenza, sullo scheletro, di una ferita alla base dell’occhio destro. Questa sarebbe compatibile con la notizia antica secondo la quale il re macedone fu ferito da una freccia all’occhio.
Le analisi moderne su Filippo II
Con i nuovi metodi di antropologia forense, gli studiosi hanno ribaltato questi primi risultati. L’antropologo Juan Luis Arsuaga, della Universidad Complutense de Madrid, analizzando i resti ossei tramite tac e radiografie, ha smentito le interpretazioni preliminari: lo scheletro maschile della Tomba II, trovato parzialmente carbonizzato, non è di Filippo II. In effetti, le ossa non presentano alcuna lesione che indichi una zoppìa e la frattura ossea all’occhio non ha origini antiche: si è formata al momento dell’esposizione al fuoco e deve essersi ampliata a seguito delle ricostruzioni. Ulteriori studi condotti sui resti di questa tomba hanno permesso di identificarli con il re Arrideo, fratellastro di Alessandro, che salì al trono alla sua morte, e con la moglie Euridice. Inoltre, i manufatti rinvenuti all’interno della tomba sembrano essere databili all’epoca di Alessandro, più che a quella del padre.
L’antropologo spagnolo ha scoperto, inoltre, che lo scheletro maschile della Tomba I apparteneva a un uomo, di circa 45 anni, sorprendentemente alto (circa 180 centimetri). Le ossa della gamba mostrano segni di fusione ossea, che testimoniano come l’individuo avesse subito una ferita penetrante che dovette causargli notevole sofferenza. Sulle ossa, invece, vi sono segni di zoppìa. Queste prove hanno portato a concludere che l’uomo sepolto all’interno della Tomba I sia il re Filippo II, che fu seppellito assieme alla moglie Cleopatra, assassinata da Olimpiade, e al figlio neonato. Infine, traumi legati a infiammazioni e lesioni ossee del collo suggeriscono che il re macedone debba aver sofferto di un costante torcicollo che, probabilmente, gli provocava un’andatura irregolare. Tutte queste notizie coincidono con le testimonianze della tradizione sui problemi fisici di Filippo II e avvalorano la sua identificazione con l’inquilino maschio della Tomba I di Verghina.
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