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ARCHEOLOGIA | Resti di un sistema di riscaldamento in età romana: le terme della villa romana di Patti marina

Gli scavi archeologici della villa romana di Patti marina sono intrapresi dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa nel 1973. Essi, oltre a mettere in luce gli ambienti più lussuosi del complesso architettonico, sono riusciti a identificare un settore della residenza extraurbana piuttosto importante: le terme.

Gli impianti termali in età romana

Le terme rappresentavano uno dei principali luoghi di ritrovo in età romana, a metà strada, per paragonarle ai tempi moderni, tra una Spa e un centro ricreativo.
Le ragioni che spingevano gli antichi Romani a frequentare questi luoghi non erano solo riconducibili ad esigenze personali, quali la cura del corpo e l’igiene personale. Venivano usati, infatti, anche per scopi di carattere sociale. Era qui, infatti, che spesso ci si dava appuntamento per discutere degli affari politici.

Dal punto di vista planimetrico, le terme erano contraddistinte da una successione di tre ambienti. Questi, sottoposti a varie temperature, sono noti con il nome di calidarium, tepidarium e frigidarium.

Ma da dove proveniva tutto quel calore?

I Romani avevano escogitato un sistema di riscaldamento efficace: il sistema dell’hypocaustum.

Ricostruzione del sistema dell’hypocaustum.

Questo sistema di riscaldamento prendeva il nome dall’ambiente di combustione, l’ipocaustum per l’appunto, che veniva alimentato da un forno chiamato praefurnium, posto al di sotto dei pavimenti dei calidaria. Attraverso questo sistema, l’aria calda proveniente dal basso veniva convogliata agli ambienti soprastanti e alle pareti attraverso pilastrini di mattoni, alti circa 50 cm, chiamati suspensurae.

Secondo quanto riportato da Vitruvio nel De Architettura, per la realizzazione del pavimento superiore veniva utilizzata una malta: una miscela di argilla frammista a crini di cavallo, a cui veniva adagiato uno strato di argilla e uno spesso strato di cemento, miscelato con mattoni sbriciolati. Al di sopra di questo livello pavimentale si andava a costituire l’ultimo strato della pavimentazione, contraddistinto da lastre di marmo e frammenti musivi.

Dove si trovano i resti della terme nella villa romana di Patti marina?

Villa romana di Patti marina- Planimetria degli impianti termali.

I locali degli ambienti termali sono stati intercettati a Nord-Est del peristilio.
Il ritrovamento di pavimenti provvisti di suspensurae, insieme ai resti di un praefurnium e di  vasche, denuncerebbe chiaramente la destinazione dell’area come impianto termale.

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NEWS | Palermo, lapide o codice segreto? Giovanni Tessitore presenta il saggio “I mille enigmi della lapide quadrilingue”

LAPIDE FUNERARIA NORMANNA O CODICE SEGRETO DI UN COLPO DI STATO CHE AVREBBE CAMBIATO LE SORTI DEL MEDITERRANEO?

Questa è la sensazionale domanda che si pone lo storico Giovanni Tessitore nel suo saggio “I mille enigmi della lapide quadrilingue”, che verrà presentato venerdì 31 Gennaio, alle 17:30, alla Banca Sant’Angelo a Palermo. 

Una lapide funeraria del 1148 nasconderebbe in realtà il codice segreto di un colpo di Stato che avrebbe potuto cambiare la storia della Sicilia e di gran parte del Mediterraneo: la cospirazione di Giorgio d’Antiochia per impossessarsi, illegittimamente, del potere sul Regno di Sicilia, alla morte di Ruggero II.

Disegno, che fu interrotto dall’improvvisa morte del potente ammiraglio, avvenuta nel 1151, tre anni prima di quella di Ruggero II. Non è un romanzo, ma il frutto delle ricerche del giurista e storico Giovanni Tessitore, descritte nel saggio “I mille enigmi della lapide quadrilingue”, pubblicato dalla Banca popolare Sant’Angelo in occasione dei 100 anni della banca e distribuito gratuitamente. Il saggio sarà presentato venerdì prossimo, 31 gennaio, alle ore 17,30, presso Palazzo Petyx, in via Enrico Albanese, 94, dall’autore e dallo storico Pasquale Hamel, e sarà donato a chi vorrà presenziare.

Il “codice segreto”, secondo Tessitore, sarebbe custodito in una delle incisioni della minuscola lapide marmorea, scritta in quattro lingue e custodita nel Museo di arte araba del Castello della Zisa, esposta in tutto il mondo e finora ritenuta una pietra funeraria che Crisanto, chierico di Ruggero II, avrebbe posto nel 1148 sulla tomba della madra Anna in una piccola cappella dell’allora Chiesa di San Michele Arcangelo “de indulciis”, nell’area dell’attuale Biblioteca comunale di Casa professa, dove ne avrebbe traslato la salma dopo una prima sepoltura nella Cattedrale di Palermo. E che, secondo tutte le interpretazioni degli storici, avrebbe scritto in quattro lingue (greco, latino, ebraico e arabo) in nome di una presunta convivenza e tolleranza fra le comunità e rispettive religioni presenti allora in città.

In realtà, argomenta Tessitore, mettendo in dubbio questa tesi, nel 1148, a 230 anni dall’invasione araba della Sicilia che aveva letteralmente stravolto l’Isola, il normanno Ruggero II, vecchio, debole e malato, regnava su una Palermo che aveva perso ogni identità demografica e religiosa: gli abitanti erano il frutto di un miscuglio di razze, greci, romani, ebrei, arabi e normanni, e non c’erano più distinzioni nette di riti. Anzi, le comunità religiose, quando potevano, si scontravano fra loro per conquistare le grazie del Re e non esisteva pacifica convivenza o tolleranza. Persino il potere di nominare il Vescovo di Palermo era stato sottratto al Papato ed era gestito dal Re normanno. E proprio quell’anno la sede vescovile di Palermo era vacante e, particolare molto importante, la Cattedrale era in fase di demolizione per essere ricostruita 30 anni dopo nell’attuale conformazione.

In questo scenario “meticcio”, dunque, non ha senso, secondo Tessitore, che un oscuro sacerdote avesse così tanta influenza da potere tumulare la madre nella Cattedrale dove venivano sepolti solo i componenti della famiglia reale, e poi sentire il bisogno di documentare la traslazione della salma in quattro lingue esposte in una cappella non aperta al popolo che, fra l’altro, non sapeva leggere.

Tessitore, poi, con l’aiuto di Adalberto Magnelli, docente di epigrafia greca all’Università di Firenze, si è soffermato sulle quattro lingue, due delle quali, in realtà, non sono arabo ed ebraico, ma entrambe “mozzarabico”, la lingua rituale di una ristrettissima e colta elite di sacerdoti cristiano-giudaici assai influenti a corte. Inoltre, la “maiori ecclesia sanctae Marie” citata nell’iscrizione in latino, non sarebbe la Cattedrale, ma “la più grande chiesa di Santa Maria” della Grotta, esistente nella parte sotterranea del gruppo di quattro chiese melchite dell’attuale complesso di Casa professa, dove sarebbe stata realmente sepolta Anna per essere poi spostata velocemente nella seconda chiesa superiore, quella di San Michele Arcangelo. Perché? Un pretesto per affiggere la lapide?

Se così fosse, conterrebbe un codice segreto, rivolto agli aderenti ad una sorta di “massoneria primordiale” composta dai nobili seguaci di Giorgio d’Antiochia e dalla potentissima chiesa cristiana melchita orientale da lui protetta, oltre che dallo stesso Crisanto che aveva modo di fare da “cerniera” all’interno del Palazzo reale. Una lapide che, nella croce posta fra le quattro lingue, potrebbe essere il segnale per affermare la supremazia di Giorgio d’Antiochia e la sua centralità fra tutte le religioni e comunità di Palermo.

Dunque, si chiede Tessitore,  come sarebbe cambiata la storia della Sicilia, dell’Italia meridionale, della Grecia, di Malta e del Nord-Africa, terre dominate da Ruggero II, se alla sua morte il potere fosse passato al suo “emiro degli emiri” e capo della flotta, che aveva conquistato tutti questi territori, e non al fratello di Ruggero, Guglielmo I, la cui incapacità segnò la fine della potenza della dinastia normanna e, quindi, favorì la calata degli Svevi che portò all’impero di Federico II “Stupor mundi” e alla nascita nell’Isola del primo Parlamento d’Europa?

Nessuno può dirlo e la storia non si scrive con i “se”. Ma è probabile  che Giorgio d’Antiochia si apprestasse ad approfittare della debolezza politica di quel periodo per conquistare illegittimamente il trono, con la protezione dei bizantini, che alimentavano la chiesa melchita di Palermo e che avrebbero aiutato Giorgio in caso di assalto da parte di altre potenze straniere.

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NEWS | Palermo, apertura serale straordinaria della Chiesa del Carmine Maggiore

Apertura straordinaria serale della Chiesa del Carmine Maggiore

Sarà possibile fare delle visite serali e assistere al concerto di musica classica.

Con i brani scelti di Piazzolla e Bach eseguiti dal duo chitarra e flauto “Note Allegre” con Rose-Marie Soncini e Stefano Romeo.

L’appuntamento è per domenica 2 febbraio alle ore 19:00 concerto del duo chitarra e flauto “Note Allegre” con Rose-Marie Soncini e Stefano Romeo” che eseguiranno brani scelti di Piazzolla e Bach e visite a cura di Terradamare alla chiesa serpottiana di Ballarò. 

Prenotazione obbligatoria: 329.8765958 – 320.7672134 | oppure al sito eventi@terradamare.org – www.terradamare.org/infoline – ticket: € 8 – Piazza Carmine (Ballarò – Palermo)

CHIESA DEL CARMINE MAGGIORE

Attraversando il mercato si giunge a piazza Carmine, un grande allargamento irregolare, dominato dal grande cupolone simbolo della sfarzosa chiesa barocca e dall’annesso convento della chiesa del Carmine Maggiore. La cupola è la più bella in assoluto a Palermo, visibile da ogni parte della città antica si impone allo sguardo dello spettatore.

Al suo interno la chiesa conserva pregevoli manufatti artistici che vanno dal XV al XIX secolo, tra cui un quadro del Novellli e Tommaso De Vigilia. Particolarmente affascinanti sono le colonne tortili realizzate nel 1683 da Giacomo e Giuseppe Serpotta, che traggono ispirazione dal ben noto baldacchino del Bernini.

La maestria e grazia dei Serpotta si concretizza in un manto dorato con motivi decorativi, in cui, in un microscopico meraviglioso universo, vengono raccontate scene dell Vergine e di Cristo.


IL “DUO “NOTE ALLEGRE”

Rose-Marie Soncini

Flautista, si è diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio di Musica di Berna, sua città natale. Si è in seguito perfezionata con Marcel Moyse e con James Galway.

Ha fatto parte dell’Orchestra Municipale di Metz (Francia) e della Société d’Orchestre di Bienne (Svizzera). È stata primo flauto dell’Orchestra Sinfonica Siciliana di Palermo, per più di 30 anni all’interno della quale ha suonato spesso come solista o in gruppi cameristici.

Collabora inoltre con diverse associazioni italiane ed estere (in Europa, Tunisia e USA) sia come solista che in gruppi da camera; in particolare dal 1992 suona in duo con la pianista svizzera Esther Flückiger, con la quale ha tra l’altro presentato un programma di compositrici contemporanee per i Festival Internazionale “Women in Music today” a Seoul, Miami e Pechino.

Ha effettuato registrazioni per le radio italiane e svizzere ed ha inciso nel 2001 il CD “Le musiche delle donne nel duemila”con brani per flauto e altri strumenti di autrici italiane in prima registrazione assoluta, nel 2005 il CD “Duende” con musiche per flauto e chitarra di Luisa Indovini Beretta e nel 2012 il CD “I suoni bianchi della notte” con musiche di compositrici italiane.

Stefano Romeo

Nasce a Palermo nel ’95, Inizia il suo percorso musicale avvicinandosi alla chitarra elettrica presso il Brass Group per poi studiare chitarra classica presso il Conservatorio “A. Scarlatti” (ex “V. Bellini”) di Palermo dove nel 2018 si diploma con il massimo dei voti.

Nel 2012 debutta come solista insieme all’ “Ensemble Campus Camerata Ensemble” presso il Teatro Comunale di Cefalù. Collabora con diverse formazioni musicali all’interno del Conservatorio di Palermo ed attualmente membro dell’Orchestra a plettro del conservatorio ‘A. Scarlatti’ diretta dal M. Buzi.

Ha studiato con artisti di fama internazionale fra i quali Göran Sollscher, Scott Tennant, Pavel Steidl. Negli ultimi anni ha collaborato diverse volte con l’Orchestra Sinfonica Siciliana come chitarrista suonando con artisti del calibro di Giovanni Sollima, Stefano Bollani e Nicola Piovani.

Continua i suoi studi sotto la guida dei maestri Massimo delle Cese e del duo Pace – Poli Cappelli a Roma. Attualmente si esibisce da solista e insieme al Mediterraneo Guitar Ensemble.

 

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ETIMOLOGIA | Sull’origine della parola “LAPALISSIANO”

Addentrarsi nel mondo dell’origine e della storia delle parole è sempre affascinante: la lingua, forse più di ogni altra cosa, può dirci quali siano le nostre origini e quali siano stati, e sono, i nostri rapporti con il mondo esterno. A volte questo viaggio può portarci a scoprire delle curiosità: ad esempio, come una parola possa essersi generata da un errore.

È il caso della parola lapalissiano. Il vocabolario Treccani dà di lapalissiano la seguente definizione: Ovvio, evidente, detto di una verità o di un fatto talmente evidenti che sarebbe ridicolo enunciarli”.

L’origine della parola viene ricondotta ad un aneddoto collegato alla battaglia di Pavia del 1525. Uno dei comandanti dell’esercito francese era il Maresciallo di Francia Jacques de Chabannes signore di La Palice. Il buon maresciallo morì durante l’assedio della città lombarda, ed i suoi soldati, per rendere onore al suo coraggio, avrebbero composto la seguente strofa:

Hélas! la Palice est mort,
il est mort devant Pavie ;
Hélas! s’il n’estoit pas mort,
il seroit encore en vie.

(Ahimè! La Palice è morto,
è morto davanti a Pavia;
Ahimè! se non fosse morto,
sarebbe ancora in vita.)

Certamente questa quartina presenta una palese ovvietà: se non fosse morto, sarebbe sicuramente ancora in vita.

Si sostiene, tuttavia, che in origine la quartina fosse leggermente diversa, e avesse tutto un altro significato:

Hélas! la Palice est mort,
il est mort devant Pavie ;
Hélas! s’il n’estoit pas mort,
il feroit encore envie.

(Ahimè! La Palice è morto,
è morto davanti a Pavia;
Ahimè! se non fosse morto,
farebbe ancora invidia.)

In francese, le parole en vie e envie sono omofone, cioè si pronunciano allo stesso modo: questo avrebbe portato ad una confusione nella tradizione orale della strofa. Il fatto più curioso, però, riguarda il verbo presente nell’ultimo verso. Nel primo caso abbiamo seroit (sarebbe), mentre nel secondo feroit (farebbe).Ora, nel Rinascimento la calligrafia era in alcuni casi molto diversa da quella moderna. In particolare, le lettere s ed f erano scritte, rispettivamente, ſ ed ƒ. È, quindi, ben possibile che chi ha copiato in un momento successivo la strofa, abbia fatto confusione tra le due lettere, cambiando il verbo da feroit a seroit (farebbesarebbe), modificando di conseguenza anche il resto del significato della frase, rifacendosi probabilmente alla tradizione orale di cui sopra. Quello che ne è uscito è, appunto…lapalissiano.

 

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UNA PESCARESE A MESSINA | Il fiume bianco della Vara

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Per oltre due ore seguimmo la processione, dalle 19, fino all’arrivo in Piazza Duomo. Per oltre due ore migliaia di persone, con il cuore gonfio di orgoglio, che pur non tirando il carro erano anch’essi attori della tradizione che si ripete, ai margini della machina, in corteo seguendola in segno di voto o ai lati della strada, urlavano Viva Maria applaudivano e pregavano, con gli occhi lucidi dalle lacrime e dall’emozione. La fatica dei tiratori che nelle fermate riprendevano fiato e si davano il cambio come capicorda.

Non scorderò mai l’espressione di uno di essi, nella sosta di fronte al Nettuno: nel suo viso tutta la fatica, gli occhi spalancati, la bocca aperta a riprendere fiato, il sudore che gli imperlava la fronte, l’abito bianco con la fascia celeste mariana e i piedi scalzi, rossi sull’asfalto bagnato dalle pompe delle autobotti; sembrava che stesse per cadere al suolo da un momento all’altro, ed invece, quando l’addetto alle segnalazioni diede il via al capotimoniere sulla piattaforma della Vara per riprendere la corsa, si rianimò di colpo: tutti erano attenti, verso il segnalatore: sventolò la bandiera e iniziò a fischiare e a gridare Viva Maria con voce potentissima, dando la carica a tutti i tiratori.

I tiratori, immagine dal web

La folla esplose in un unico grido di gioia. Il capofila semisvenuto si rianimò di colpo e con uno slancio, che a me parve sovrumano, spinse finché tutti gli altri dietro di lui iniziarono a correre e a spingersi in avanti l’uno con l’altro: il carro votivo di Maria Assunta in cielo iniziò a scivolare e si mosse sotto i miei occhi, ancora meravigliata da quello che avevo appena visto. Migliaia di persone correvano e si spingevano in avanti, era un fiume bianco, che pareva interminabile, di persone che gridavano, i devoti attorno a me che applaudivano e incitavano, lemigliaia di piedi scalzi che battevano e scivolavano sul selciato lucido, l’umidità e l’energia che salivano, la luna e il sole roteavano, festoni e ghirlande e il timoniere fischiava e le bandiere sventolavano. Tutto in armonia. Difficile descrivere l’impatto emotivo che tutto ciò ha sul cuore dei messinesi in quell’istante.

Ogni anno i messinesi dicono: Quest’anno la Vara non la vado a vedere, ma poi sono lì, in strada, a gridare tutti insieme.  

 

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NEWS | Il Parco Archeologico di Paestum (SA), un centro in continua crescita

Il Parco Archeologico di Paestum cresce ancora, in estensione e in profondità. Oltre alle aree di scavo e agli interventi di manutenzione ordinaria, aumentano i visitatori che raggiungono i 443mila all’anno, il 4% in più rispetto al 2018.

Paestum si posiziona al sedicesimo posto tra i siti statali più visitati in Italia. Come sottolinea il direttore Gabriel Zuchtriegel, un elemento centrale della politica culturale del Parco di Paestum è la diversificazione dell’offerta che si rivolge a pubblici diversi, con la stessa attenzione a ciascuno.

“La crescita di flussi e incassi non è un obiettivo in sé – continua il direttore, – ma il risultato di un lavoro di qualità che a Paestum stiamo portando avanti grazie a una squadra eccezionale: dagli assistenti alla vigilanza impegnati in progetti di accessibilità fino all’ufficio promozione che è riuscito a coinvolgere sponsor e donatori privati nelle nostre attività”.

Una delle ultime novità riguarda un progetto pilota di “museologia partecipata”, a cura di Paola Contursi della Scuola del Patrimonio: i cittadini saranno coinvolti nella creazione di un nuovo racconto museale che sarà inserito nell’App del Parco, già scaricabile gratuitamente e con percorsi individualizzati.
Nasce proprio in questi giorni a Paestum il “Parco dei Piccoli”, realizzato in collaborazione con Legambiente Paestum, con l’intento di intrattenere i bambini con il gioco e di trasmettere al tempo stesso conoscenze e valori. Sarà possibile vedere anche alcune macchine da cantiere utilizzate per la costruzione dei tre templi dorici, rispondendo così alle curiosità di tanti visitatori.

Con questo progetto il Parco si prefigge nuovi obiettivi in termini di accessibilità, per esempio attraverso laboratori didattici gratuiti fondati sul gioco, nell’ottica di un approccio metacognitivo.
Sono state coinvolte le scuole del territorio, il museo del giocattolo antico di Massicelle e l’associazione Cilento4all, che già collabora da tempo con il Museo di Paestum per la fruizione museale di persone con difficoltà nello spettro autistico.

Cresce così anche l’impegno per l’accessibilità universale, dopo la riapertura del percorso senza barriere del tempio più antico della città.

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NEWS | Il Museo di Naxos: il terzo Bronzo di Riace e il mistero su lancia, scudo ed elmo mai recuperati in mare

Appuntamento per questo sabato 25 al Museo di Naxos con gli autori de “Il cammino degli eroi. Da Argo a Riace”.

L’Evento
Chi erano nella vita reale i due affascinanti “Bronzi di Riace”? Che fine hanno fatto lancia, scudo ed elmo che – verosimilmente – completavano le due statue, opere originali della metà del V secolo a.C. oggi esposte nel Museo Archeologico di Reggio Calabria? E perché dal 1972 – anno in cui vennero trovate e recuperate in mare al largo di Riace Marina, in Calabria – periodicamente si torna a parlare di una “terza statua”, misteriosamente trafugata?

Argomento che appassiona in tanti, fra addetti ai lavori e appassionati di
arte e cultura classica, i Bronzi di Riace saranno al centro del prossimo evento di “Comunicare l’Antico” (Museo di Naxos, sabato 25 gennaio, ore 17), ciclo di incontri letterari promossi dal Parco Archeologico Naxos Taormina, diretto d Gabriella Tigano, e organizzati da NaxosLegge con la direzione artistica di Fulvia Toscano.

Protagonista dell’incontro sarà il volume “Il cammino degli Eroi. Da Argo a Riace” (Società Editrice Dante Alighieri) racconto in cui Dan Faton – pseudonimo dietro cui si celano tre studiosi – ricostruisce il percorso di questi straordinari capolavori dell’arte greca formulando delle ipotesi sulla loro misteriosa identità e su altre incognite legate al loro ritrovamento.


Dietro Dan Faton sono Daniele Castrizio, Fabio Cuzzola e Tonino Perna – docenti d’area umanistica all’Università di Messina e al liceo classico (le iniziali dei loro nomi compongono l’autore del volume) – e saranno tutti presenti sabato a Naxos per indagare sull’origine dei bronzi di Riace, le ipotesi sul loro viaggio nel Mediterraneo (conclusosi con un naufragio e l’inabissamento del vascello vicino alle coste della Calabria) e i misteri che aleggiano sul loro ritrovamento e sulla scomparsa di altri reperti collegati alle statue.

L’ingresso è libero.


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ARCHEOLOGIA | La celebrazione del dominus nella tradizione figurativa delle ville romane. I mosaici della villa di Patti marina

Nel volume “Sicilia. Guida archeologica Laterza” la villa romana di Patti marina viene definita dagli archeologi Filippo Coaerelli e Mario Torelli “un’ importantissima testimonianza del lusso dell’aristocrazia romana e locale” d’età tardo antica.

Che cosa farebbe trapelare questa espressione, ai fini di una corretta ricostruzione storica del sito? Senz’altro, quello di una villa rustica, che non assolve solo la funzione di una grande residenza agricola, basata sullo sfruttamento della manodopera servile, ma costituisce anche un mezzo di ostentazione del potere sociale e politico del dominus

Che ruolo, dunque, hanno avuto le immagini per la trasmissione di questo tipo di messaggio? e, dal punto di vista storico-artistico, che tipo di schema decorativo sceglie la classe dirigente per manifestare la propria ricchezza?

Ecco, quindi, che troviamo nella villa romana di Patti marina la presenza del mosaico policromo.

Villa romana di Patti marina- sala tricora. Pavimento musivo.

Il mosaico, in età romana, secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio e da Vitruvio, consisteva in una composizione artistica figurativa di grande pregio, in cui venivano adoperati piccoli frammenti di varia composizione (basalto, marmo, travertino, pasta vitrea ecc..) definiti tessere musive. Lo schema decorativo, ottenuto dall’accostamento di queste tessere, era il frutto di un lavoro estremamente particolareggiato e meticoloso, tale da essere di prerogativa della classe più abbiente. Pertanto, più le tessere erano piccole e pregiate, più il costo della manodopera aumentava.

La presenza di questa tecnica decorativa tenderebbe senz’altro a sottolineare l’ importanza e la ricchezza della villa romana di Patti marina in età tardo antica.

Dove si trovano i mosaici più significativi della villa di Patti?

Villa romana- Planimetria ricostruttiva. Indicazione degli ambienti intorno al peristilio.

I mosaici sono stati rinvenuti nei vani distribuiti intorno alla corte centrale della villa. Tra questi, quelli più famosi e allo stesso tempo più esplicativi a livello ideologico, si trovano nella sala tricora, il triclinium.

Proprio qui, nel luogo in cui il dominus intratteneva i suoi ospiti, troviamo degli interessatissimi mosaici figurati, molto simili al ciclo dei mosaici della “ Grande caccia”  attestati nella villa del Casale a Piazza Armerina. Al centro del vano, all’interno dei medaglioni ottagonali e circolari, troviamo la rappresentazione di vari animali: cervi, asini selvatici, cinghiali. Tra questi, spicca un riquadro ottagonale in cui è inscritta una grande tigre che gioca con la palla. Per i caratteri stilistici e tecnici, i mosaici emersi nella sala tricora sarebbero, in qualche modo, riconducibili a maestranze africane che giunsero in Sicilia in seguito a intensi scambi commerciali.

Villa romana di Patti marina- sala tricora. Particolare musivo

La ciclicità della terra, allusiva allo sfruttamento agricolo del territorio, è stata rappresentata, invece, nel tablinium. All’interno di rettangolo, in cui è inscritto un medaglione circolare, sono state rinvenute le personificazioni delle stagioni. Oggi, delle quattro figure, si conservano soltanto la “primavera” e “l’inverno”.

Villa romana di Patti marina- peristilio. Tablinum.

I mosaici della villa di Patti si inseriscono, pertanto, nel cosiddetto “ciclo dei latifondi”.

L’adozione di questo tipo di immagini, quindi, non solo aveva un preciso scopo celebrativo, ma diveniva anche il mezzo di comunicazione del valore “estetico” del complesso architettonico.

Cristina Acacia

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ABRUZZO | La Fontana delle 99 cannelle: storia e leggende della città de L’Aquila

La Fontana delle 99 cannelle è situata in una delle zone più antiche del centro storico della città de L’Aquila, la Rivera, nei pressi del fiume Aterno, che venne eretta sull’antico castello di Acquili, che diede il nome alla città.

Il terremoto del 2009 e gli interventi di restauro

Anche la Fontana ha subito danni in seguito al terribile terremoto del 2009, che ha messo in ginocchio il capoluogo abruzzese. L’Aquila, immota manet, possiede attrazioni che testimoniano la sua antica storia: tra queste la Fontana e la Basilica di Collemaggio, monumento simbolo della città d’arte.

Grazie al Fai, la Fontana viene restaurata e parzialmente ricostruita nei punti più danneggiati dai crolli dovuti al terremoto e oggi la si può nuovamente ammirare nel suo antico splendore.

Il sito, oltre a possedere un grande impatto visivo e prospettico, è sicuramente una preziosa testimonianza della storia aquilana.

La storia e la struttura

L’iniziale costruzione della Fontana risalirebbe all’anno 1272, come riporta una lapide posizionata sopra le Cannelle, ma l’opera è stata poi ampliata e portata avanti in diversi periodi storici.

La Fontana corre lungo il perimetro della piazza della Rivera, di forma trapezoidale. Dalla bocca di 93 mascheroni in pietra e da 6 ulteriori cannelle sgorga acqua ininterrottamente, in un concerto di suoni tintinnanti.

Nel Quattrocento viene aggiunto il rivestimento esterno con la composizione a scacchiera in pietra bianca e rosata, proveniente dalle cave di Genzano di Sassa. Nel Cinquecento viene ultimato il lato sinistro e nel Settecento quello destro, in stile barocco.

Originariamente la Fontana aveva la funzione di pubblico lavatoio, ma il suo significato è senz’altro più profondo: è un monumento simbolico abruzzese ricco di significati collegati al numero 99. Ogni maschera è diversa dalle altre: 93 contengono un fiore con rosone, simbolo molto usato nell’arte, anche orafa, abruzzese; le altre 6 cannelle sono vuote e rappresenterebbero le piaghe di Cristo. Forte è la carica allegorica che si cela dietro ogni maschera.

La leggenda

Leggenda vuole che la Fontana celi storie e misteri collegati alla fondazione de L’aquila.

Si narra che durante il XIII secolo si decise di fondare una città – madre, riunendo le popolazioni dei 99 castelli confinanti. I signori dei 99 castelli avrebbero dovuto inviare le proprie genti, ciascuno in un’area della nuova città, assegnata loro durante la fase di progettazione urbanistica; quest’area doveva avere una piazza con una fontana al centro e una chiesa. Attorno a ogni piazza bisognava costruire le nuove abitazioni che avrebbero dato origine a ogni nuovo quartiere.

Ecco perché la città de L’Aquila possiede 99 piazze, 99 fontane e 99 chiese.

Alla fine del Duecento si costruì dunque una fontana monumentale, che doveva essere il simbolo della città appena fondata e della sua unità civica.

Leggenda vuole che i volti dei mascheroni rappresentino i signori dei 93 castelli che diedero vita alla fondazione della nuova città

Richiama l’attenzione in maniera particolare, il mascherone dalla testa di pesce: posta sul lato destro, tale figura sarebbe allegoria della leggenda di Colapesce, testimoniando quindi che Federico II contribuì alla fondazione de L’Aquila.

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Cultores Artium | Rocca Secca dei Volsci un piccolo Borgo ricco di storia

Rocca Secca dei Volsci è uno dei piccoli comuni nella provincia di Latina che fa parte della Valle dell’Amaseno,  uno dei feudi appartenenti, un tempo, alla grande Contea della famiglia De Ceccano, signori di Ceccano.

Il Borgo Medievale

Il Borgo Medievale di questa città è molto particolare; le case sono dislocate a forma di anello e nella parte più alta è ben visibile il Palazzo Baronale del Principe Massimo, appartenente alla famiglia dei Massimo.

Il palazzo risale al XIV secolo e al suo interno è possibile visionare un antico frantoio, tutt’ora ben conservato, per la molitura delle olive, che veniva azionato dal moto dei cavalli.

Nella cappella privata invece è ben visibile un affresco che raffigura “la Natività” e che viene attribuito alla scuola di Pietro Da Cortona. Nel cortile è anche possibile ammirare una cisterna dove, su un lato, è raffigurata una Meridiana ben visibile da tutte le stanze del primo piano del palazzo.

Di fronte al palazzo si può notare la bellissima chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo che rappresenta una piccola ma importante galleria d’arte. Gli affreschi in essa conservati sono opera di Pietro Aquila e Domenico Fiasella, seguace della scuola di Caravaggio. In questa chiesa riposano le spoglie di San Massimo, il protettore della Città.

Tempietto di San Raffaele _ foto dal sito VALLE DELL’AMASENO

Alle porte del centro storico è collocato il tempietto costruito nel 1659 e dedicato a San Raffaele. Esso si presenta come un monoambiente di forma rettangolare con un ampio timpano sporgente. Al suo interno sono conservati pregiati affreschi di Domenico Zampieri, detto il “Domenichino”, che raffigurano la piscina probatica, le nozze di Tobia, Tobia e Tobiolo e la Madonna degli Angeli.

Accanto al tempietto si trova la suggestiva chiesetta di Santa Croce che conserva la reliquia della Croce del Cristo e un crocefisso ligneo.

La storia

La nascita di Rocca Secca dei Volsci è dovuta ad un evento tragico per un altro paese: Privernum, oggi Priverno.

La storia narra, infatti, che la popolazione di Privernum, fuggendo dalla distruzione e dai saccheggiamenti che si stavano compiendo nel paese per opera dei Saraceni, si rifugiò su un colle poco distante chiamato il “Castrum Sanctae Crucis” e sui resti di quella che era un’antica torre di avvistamento romana, costituirono quella che oggi conosciamo come Rocca Secca dei Volsci.

La cittadina fu per molti anni amministrata da famiglie nobili molto importanti per l’epoca; si ricordano in particolar modo le famiglie Frangipane e quella dei De Ceccano, che vantavano già una notevole Contea e che furono possessori del paese nei secoli tra XII e il XIII.

Altre famiglie importanti furono i Carafa e i Massimo, questi ultimi la cedettero ai Gabrielli nel 1762.

Cosa visitare a Rocca Secca dei Volsci

  • La Madonna de gli Cimmorono

Nel mese di Giugno è suggestivo percorrere, assieme ai fedeli, il pellegrinaggio che arriva a ridosso della montagna dove è situata un’icona raffigurante “la Madonna de gli Cimmorono”. 

Si tratta di una tradizione di origine pagana; i fedeli si rivolgevano ad essa per assicurarsi un buon raccolto delle mèssi. Ancora oggi resta una bella tradizione unita al culto verso la Madonna.

Il dipinto è suddiviso in tre parti;  è la più antica opera pittorica della chiesa, risalente al XV-XVI secolo.

Nella parte centrale vi è la rappresentazione della Vergine in trono con in grembo un particolare Gesù Bambino; su un fondo oro si staglia la tunica di colore rosso, con manto azzurro e risvolti verdi.

Nelle tavole ai lati e, in particolar modo, nella parte destra, sono visibili le raffigurazioni di S. Andrea e San Paolo apostolo, mentre in quella di sinistra sono dipinti San Giovanni Evangelista e San Nicola di Bari.

Il quadro era molto adorato anche dagli abitanti dei paesi vicini che si apprestavano a raggiungere la chiesetta per affidarsi alla Madonna nella speranza che Essa potesse intervenire per contrastare le devastanti tracimazioni che il fiume Amaseno spesso arrecava.

 Da visitare sono sicuramente anche:

  • Il Palazzo Baronale Principe Massimo che si trova nel Borgo medievale al cui interno è possibile visitare il Museo dell’Olio e delle tradizioni Popolari;

 

Museo dell’Olio _ Palazzo Baronale dei Conti Massimo.
Foto dal sito VALLE DELL’AMASENO

 

  • La chiesa di Santa Maria Assunta in cielo e i suoi preziosi affreschi;
  • Il tempietto di San Raffaele con le opere del Domenichino;
  • La chiesetta della Madonna della Pace in stile neoclassico 

Piatti tipici

A Rocca Secca dei Volsci si svolge una sagra molto particolare: “la sagra della Capra”. Oltre ad essere un evento culinario molto apprezzato rappresenta, soprattutto, l’evento simbolo di questa cittadina che da sempre si contraddistingue per l’allevamento degli ovini. Durante questa sagra vengono organizzate mostre, convegni e spettacoli di ogni genere.

La cucina di Rocca Secca si contraddistingue per l’uso di prodotti semplici ma di ottima qualità come l’olio prodotto in zona,  la “marzolina”, ovvero il formaggio tipico di pecora e i “cecapreti”, piatto composto da acqua e farina prodotto a mano dalle signore del paese. E’ possibile, inoltre, trovare pietanze come gli “stracci”, sfoglia di pasta, ragù e formaggio pecorino e il “canescione” una tipica pasta di pane che viene farcita con ricotta fresca.

Anche Rocca Secca dei Volsci rientra nell’offerta di promozione turistica di Cultores Artium che vuole ricostruire un percorso turistico sui territori che un tempo furono parte della Contea De Ceccano. 

Per questo vi invitiamo a consultare le nostre pagine Facebook ed Instangram o rivolgervi direttamente a noi all’indirizzo e-mail: cultores.artium@gmail.com per eventuali visite o per conoscere in maniera più approfondita la bellezza di questa città.