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PIEMONTE | La Sacra di San Michele, una storia millenaria

La Val di Susa, a pochi chilometro da Torino, è nota ormai ai più per le vicende legate alla costruzione della TAV, che ormai si susseguono da anni con scontri e proteste.

Fin dall’antichità la Valle di Susa è stata un centro nevralgico per il controllo delle rotte commerciali verso la Francia. Già nella preistoria queste vie erano attive e la valle intensamente abitata. I Romani, quando nel 63 d.C crearono la provincia delle Alpi Cozie, non si lasciarono sfuggire l’importanza commerciale della zona e costruirono diverse ville e stazioni di posta, come quelle di Caselette e Almese e una grande città, Susa, a guardia della rotta commerciale.

Il tempo passa e ai Romani si sostituiscono i Longobardi che, arrivando da est, nel 568 d.C invasero e conquistarono la zona.

Anche le istituzioni religiose non si lasciarono sfuggire l’importanza strategica della valle, che era una via di transito ben nota per i pellegrini che, arrivando dalla Francia, si recavano a Roma o in altri luoghi di culto italiani. Così, nel X secolo, i monaci benedettini scelsero uno spuntone roccioso, il monte Pirchiriano, che si affaccia sulla valle proprio al suo sbocco nella pianura, e ci costruirono una prima chiesa, aggrappata alla roccia viva.

L’interno della Chiesa

La storia vuole che un monaco, Giovanni Vincenzo, si sia ritirato sul monte per condurre una vita da eremita. Un giorno però, un nobile francese, Ugo di Montboissier, si recò in pellegrinaggio a Roma per chiedere indulgenza al Papa. Questi gli propose di scegliere tra 7 anni di eremitaggio oppure la costruzione di un’abazia. E così iniziò la costruzione della Sacra, dedicata a San Michele, affidata inizialmente a 5 monaci benedettini.

Ben presto il monastero, grazie anche all’influenza del suo potente patrono francese, diventò un luogo di sosta per i ricchi e facoltosi pellegrini che percorrevano la strada del fondovalle, diretti a Roma o di ritorno a casa.

Alla seconda metà del XIV secolo risalirebbe, inesorabile, la decadenza del sito. Il conte Amedeo VI di Savoia prima e il cardinale Maurizio di Savoia dopo arrivarono a chiedere la soppressione del monastero, abitato ormai solamente da 3 monaci.

La Sacra di San Michele resterà così disabitata per oltre 200 anni, andando in rovina.

Bisogna aspettare il 1836 e il Re Carlo Alberto di Savoia perchè le autorità volgessero ancora una volta l’occhio a questo monumento dimenticato. Egli decise di restaurare il monastero e affidò il compito ad Antonio Rosmini, fondatore di un istituto di carità. Inoltre 27 salme di casa Savoia furono traslate nella chiesa alla sommità del monte e affidate alla cura spirituale dei Padri Rosminiani.

Questi riuscirono a resistere a tutto, anche alla legge di incamerazione dei beni ecclesiastici del 1867 e vi risiedono tutt’ora.

Oggi la Sacra di San Michele è meta non solo di pellegrinaggi religiosi, ma anche di tanti turisti, attratti dalla sua posizione, aggrappata sulla cima dello sperone di roccia, e dalla sua storia millenaria. Negli ultimi anni è stata visitata da Papa Giovanni Paolo II, utilizzata da Umberto Eco come ispirazione per il suo romanzo “Il Nome della Rosa” e, dal 1994, riconosciuta come “monumento simbolo del Piemonte”.

Chi volesse intraprendere la scalata verso la chiesa, culmine del percorso di visita, si deve preparare a percorrere a piedi un tratto di strada sterrata al temine del quale si può ammirare il bellissimo panorama che abbraccia tutta la valle di Susa. Su questo primo pianoro si trova il sepolcro dei monaci, un tempietto ottagonale del X secolo che oggi si ritiene più probabile essere una riproduzione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Questa chiesa venne abbandonata nel corso del ‘600 ed è oggi un rudere.

Proseguendo la visita, cominciano gli scalini. Bisognerà percorrerne più di 200 prima di giungere alla sommità del monastero. Durante la salita, si potrà ammirare il bellissimo Scalone dei Morti, nel quale, fino al 1936, erano custoditi gli scheletri di alcuni monaci, da cui appunto, prende il suo nome.

In cima allo scalone, per continuare la visita, si attraversa il Portale dello Zodiaco, opera romanica del XII secolo raffigurante i dodici segni zodiacali e le costellazioni boreali e australi.

Dopo un’ulteriore rampa di scale, si giunge infine alla chiesa, il cuore pulsante del complesso. La sua costruzione inizò nel XII secolo, ma poi venne rifatta e restaurata diverse volte, l’ultima nel 1936. Oggi al suo interno si possono riconoscere tre stili architettonici: romanico, romanico di transizione e gotico piacentino.

La torre della Bell’Alda

Infine, la visita prosegue nelle parte appartenente al monastero benedettino vero e proprio, ma che oggi è in rovina. Unica parte rimasta integra è quella che viene chiamata “la Torre della Bell’Alda”.

Vuole la leggenda (risalente al XVII secolo) che una giovane ragazza del posto, Alda, si sia recata alla Sacra per pregare contro i mali della guerra allora in corso. Purtroppo fu vista dai soldati nemici che iniziarono a inseguirla per catturarla. Giunta sul luogo della torre e non avendo altra via di fuga, la ragazza si gettò nel precipizio invocando San Michele e la Vergine Maria. Miracolosamente si salvò e rimase illesa al fondo del precipizio. La storia però non finisce qui. La giovane infatti, inorgoglita dal miracolo ricevuto, chiamò a raccolta i paesani per mostrare loro le sue capacità. Questa volta però il miracolo non avviene e Alda si schiantò sulle rocce, morendo.

Questo suggestivo monumento, dunque, che racchiude una storia millenaria, panorami mozzafiato e leggende edificanti, vale sicuramente una visita.

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MESSINA | Palazzo Zanca, il simbolo della rinascita

Palazzo Zanca, sede del Municipio di Messina, prende questa denominazione dal suo progettista, l’architetto palermitano Antonio Zanca.
Dopo il terremoto del 1908, che distrusse una parte dell’ottocentesco Palazzo della Città, che sorgeva inglobato nella Palazzata progettata da Giacomo Minutoli, la sede municipale venne trasferita.
Così, dopo l’approvazione del progetto dell’architetto Zanca da parte dell’Amministrazione comunale, il 28 dicembre 1914 venne posta la prima pietra ed il palazzo ultimato e inaugurato il 26 luglio 1924.

Il frontone con la “Regina del Peloro”

Nella facciata sono inserite alcune sculture legate alla simbologia cittadina e numerose lapidi che ricordano gli eventi più importanti: nel timpano la Regina del Peloro raffigurata con un tridente in mano fra due sirene sdraiate, allegoria di una città fortemente votata al commercio e agli intensi traffici mercantili ad esso connessi.

La “Fontana senatoria”

Nel prospetto di via San Camillo sono collocati due bassorilievi raffiguranti Dina e Clarenza, mentre sul lato opposto, in via Consolato del Mare, un ingresso porticato con antistante la Fontana Senatoria del 1619. Il lato posteriore di Palazzo Zanca si affaccia su Corso Cavour e su piazza Antonello con un portico ornato da bassorilievi eseguiti da maestranze locali.

 

 

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ARCHEOLOGIA | Museo Egizio di Torino, riallestimento sale per i 200 anni

Il museo Egizio di Torino, il secondo al mondo per importanza e numero di reperti, compirà 200 anni nel 2024. Ed è proprio guardando a questa importante ricorrenza che lunedì 7 ottobre sono cominciati i lavori di riallestimento di alcune sale introduttive al percorso espositivo.

La parte storica del polo museale era stata già oggetto di una revisione terminata nel 2015, ma il costante ripensamento e rinnovamento del museo è parte dell’attività di studio e ricerca posta a fondamento del Museo stesso.

Non solo scienza, dunque, ma anche storia della scienza. Il progetto, infatti, sviluppato con la curatela scientifica di Beppe Moiso e Tommaso Montonati, è incentrato sulla storia degli studi egittologici in Italia e a Torino in particolare, tentando di rispondere alla domanda: perchè un museo egizio a Torino?

Il Dott. Christian Greco, direttore del Museo Egizio

Il riallestimento delle sale storiche rientra a pieno nelle linee guida del progetto scientifico del Museo: crediamo che la musealizzazione passi dalla ricerca e, quindi, dal rinnovamento degli spazi che ospitano la collezione permanente –dichiara Christian Greco, direttore del Museo Egizio – “Nei cinque anni trascorsi dall’inaugurazione del nuovo allestimento, in particolare, dalle ricerche condotte sugli archivi storico e fotografico sono emersi nuovi elementi, che rendono necessario un adeguamento del percorso museale e dei contenuti. Con questo intervento intendiamo dunque affermare il Museo come uno spazio in continua evoluzione, non solo sotto il profilo della ricerca, ma capace di fare di quest’ultima un motore di trasformazione e di rinnovamento dei suoi spazi”.

 

Agnese Picco

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MITI | Aci e Galatea

Aci, figlio del dio Pan, era un bellissimo pastore, che pascolava le sue pecore vicino al mare. Un giorno, proprio sulla riva, vide Galatea, una delle cinquanta Nereidi, figlie delle divinità marine Nereo e Doride.

 

 

 

Galatea, bellissima ninfa dalla pelle color latte, fece innamorare perdutamente Aci e, a sua volta, se ne innamorò; tuttavia già Polifemo, il mostruoso gigante, ardeva d’amore per la splendida Nereide. 

 

 

 

 

 

Ma Galatea non poteva avere occhi per l’orrendo Polifemo: al suo cuore importava soltanto trascorrere il tempo con il dolce Aci.

 

 

 


Una notte, Polifemo vide i due giovani, illuminati dalla luna, intenti a baciarsi in riva al mare; accecato dalla gelosia, non appena, alla fine dell’incontro, Galatea si tuffò in mare, prese un grosso masso di lava e lo scagliò contro il povero Aci che, schiacciato, morì. La Nereide, appresa la notizia, corse dal suo amato, ormai senza vita: pianse tutte le sue lacrime.
Zeus e le altre divinità, commossi dal dolore della fanciulla, trasformarono il sangue di Aci in un fiume che, nascendo sull’Etna, sfociava proprio nel tratto di mare in cui i due giovani si incontravano.
Ancora oggi, esiste un piccolo fiumiciattolo, vicino al mare, in località Capo Molini (Catania), che, per il suo colore rossastro, prende il nome de “U sangu di Jaci”.

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ARCHEOLOGIA | Finanziati nuovi scavi nel quartiere abitativo di Paestum

Ripartono gli scavi stratigrafici nel quartiere abitativo di Paestum. L’obiettivo è di indagare meglio l’architettura domestica e la vita quotidiana all’ombra dei tre templi dorici di VI e V sec. a.C., emblemi della Magna Grecia.

Lo scavo di una struttura in grandi blocchi, presumibilmente una suntuosa dimora appartenente all’epoca tardo-arcaica (intorno al 500 a.C.), fu avviato tre anni fa dal direttore del sito, Gabriel Zuchtriegel, nominato nell’ambito dell’autonomia concessa al Parco Archeologico di Paestum dall’allora (e attuale) ministro Dario Franceschini. Nel frattempo, le indagini si sono allargate a un’abitazione adiacente, costruita in maniera più modesta.

Come sottolinea il direttore, Desta interesse proprio la varietà economica e sociale in questo periodo cruciale per la città. Vogliamo comprendere meglio le dinamiche sociali e il tessuto economico che hanno permesso la realizzazione di opere come i templi dorici di Paestum e la Tomba del Tuffatore. Al tempo stesso, vogliamo rendere i visitatori e le scuole partecipi: come ogni anno, potranno seguire le attività di scavo durante visite quotidiane e sui social del Parco.

Anche quest’anno, lo scavo beneficia di due borse di studio finanziate dal Pastificio G. Di Martino – proprietario del marchio Antonio Amato. Due giovani archeologi, Rachele Cava e Guglielmo Strapazzon, sono stati selezionati sulla base di un bando nazionale e seguono le operazioni sul posto.

Il progetto #ilgustodellascoperta è stato avviato nel 2016 con una sponsorizzazione del Pastificio Antonio Amato che aveva destinato un contributo di 45mila euro per finanziare due borse di ricerca per tre anni.

“Il Parco Archeologico di Paestum è un’eccellenza italiana, patrimonio mondiale dell’UNESCO, e quando un prodotto si muove in armonia con il territorio i passi che si fanno insieme verso la crescita sono più saldi – afferma Giuseppe Di Martino, Amministratore Delegato del Pastificio Di Martino – Siamo lieti di contribuire, per il terzo anno consecutivo, all’attività di scavo sugli ambienti domestici a Poseidonia nei secoli VI e V a. C., e sugli aspetti della vita quotidiana, finora ancora troppo poco conosciuti. E’ importante per noi, in quanto da sempre sostenitori delle biodiversità del territorio, poter prendere parte alla ricerca, dando la possibilità ad altri due giovani archeologi di approfondire i loro studi direttamente sul campo.

Pasta Antonio Amato ha a cuore lo sviluppo del territorio e si pone l’obiettivo di mostrare al mondo intero i luoghi e i prodotti che un’eccellenza italiana, come la provincia di Salerno, ha da offrire. Continueremo il racconto digitale di questo bellissimo progetto – prosegue Di Martino – e anche quest’anno organizzeremo le dirette live con le scuole, interessate a conoscere il fantastico mondo dell’archeologia, permettendo ai più giovani e non solo, di poter interagire direttamente con gli archeologi, incentivando così la cultura della ricerca e della scoperta”.

Tutti potranno seguire costantemente l’aggiornamento delle indagini in corso: l’appuntamento è dal lunedì al venerdì, alle ore 11:45, presso l’area archeologica di Paestum dove gli archeologi accompagneranno il pubblico in una visita guidata allo scavo. Inoltre lo scavo può essere seguito anche sui canali social del Parco Archeologico di Paestum e di Pasta Antonio Amato, seguendo l’hashtag #ilgustodellascoperta su Facebook, Instagram, Twitter e YouTube e anche su Repubblica Web Tv, dove saranno trasmessi dei video con gli approfondimenti sul lavoro degli archeologi e sui metodi e sugli strumenti propri della ricerca.

E questa la nostra missione – conclude il direttore – raccontare a tutti la ricerca archeologica in ogni suo aspetto; l’archeologia vera non ha nulla a vedere con i ‘tesori’, ma con la ricostruzione della vita, anche dei poveri. Visto così, un coccio di ceramica comune è importante quanto un anello d’oro; sono tutti documenti storici.

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NEWS | Lo storico “Palio delle Corti” fa il suo ritorno a Ceprano (FR)

Ceprano, piccola, ma importante città che dista 20 km da Frosinone e soltanto 106 km dalla capitale, si trova nella Valle Latina a 105 m s.l.m. ed è attraversata dal fiume Liri. 

La città nasce dai romani che ne fanno una loro colonia nel 328 a.C. sulla riva sinistra del fiume Liri, è il luogo di fondazione di “Fregellae”. Viene distrutta nel 316 a.C. a seguito della sconfitta romana delle Forche Caudine ma ricostruita a partire dal 124 a.C. A causa però dell’interdizione derivata dalla pratica della devotio, i suoi sopravvissuti sono costretti a dare un nuovo nome alla città che viene chiamata così “Fregellanum”. Questa antica città viene utilizzata come cantiere per il recupero di materiali edili. Fregellanum si può quasi certamente identificare con la moderna Ceprano il cui nome latino deriva da un nome di persona Ceparius con l’aggiunta del suffisso –anus ed era posta secondo gli antichi itinerari a 14 miglia dalla città di Frusino, attuale Frosinone.

La storia 

Sul ponte di Ceprano, che allora veniva definito il passo in quanto rappresentava un luogo obbligato di passaggio per le carovane che si spostavano da Roma a Napoli, il Papa Innocenzo IV  e il Principe Manfredi di Sveviasi trovano uno di fronte l’altro, il Papa che siede su di una mula bianca aspetta che il Principe Manfredi si prostri ad esso riconoscendo così la sua autorità spirituale su quella temporale e in segno di sottomissione verrà costretto quest’ultimo ad attraversare tutto il ponte reggendo le briglie del cavallo del Papa.

Il Torneo dei Feudi

Per la prima volta si terrà a Ceprano, grazie al Consiglio dei Giovani in collaborazione con Damiano Capobianco, Giuseppe Martini e Luca Gallina il “Torneo dei Feudi”. Le contrade della città sono state chiamate “Feudi” per restare nel contesto storico nel quale è ambientato l’evento, il Palio delle Corti giunto alla sua XXIV edizione e la rievocazione storica dell’incontro avvenuto sul ponte del fiume Liri tra Manfredi di Svevia e Papa Innocenzo IV. 

Il Torneo offrirà sei feudi: Torre, Ponterotto, Sentiero Ferrato, Sant’Antonio, Guardaluna e Portone; saranno scrupolosamente divisi dall’organizzazione i feudi che avranno quindi l’occasione di mettersi alla prova in sfide diverse: lancio del ferro di cavallo, moglie piena botte ubriaca, assedio alla torre, scacchi giganti, corsa con i sacchi, vesti il cavaliere, taglio dell’albero usando lo “stroncone”, costruisci il muro di cinta e l’immancabile tiro alla fune. Si inizia dalle ore 15.00 del sabato con l’inizio del “Torneo dei Feudi” ovvero le contrade storiche del paese che cercheranno di qualificarsi e successivamente l’apertura dei banchi medievali e del percorso Enograstronomico, per concludere alla sera con la proclamazione del Feudo vincitore. Nella domenica seguente ci sarà di nuovo l’apertura dei banchi medievali e il percorso Enograstronomico aspettando il primo pomeriggio dove andrà in scena la rievocazione storica, la sfilata dei  Cortei. 

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ARCHEOLOGIA | Taormina, “VI Convegno nazionale di archeologia subacquea” alla memoria di Sebastiano Tusa

Per tre giorni, dal 10 al 12 ottobre, Taormina ospita a Palazzo Ciampoli il VI Convegno nazionale di Archeologia Subacquea insieme alla XV rassegna internazionale di Giardini Naxos, storica manifestazione della cittadina jonica che torna a distanza di ben diciotto anni dall’ultima edizione del 2001. Il meeting è organizzato dalla Soprintendenza del Mare, diretta da Valeria Li Vigni, e dal Parco Archeologico Naxos Taormina, diretto da Gabriella Tigano, e giunge in Sicilia, dopo la tappa di tre anni fa a Udine, per volere di Sebastiano Tusa, l’insigne archeologo scomparso prematuramente nel marzo scorso.

Sulla destra il compianto archeologo Sebastiano Tusa

Obiettivo dello studioso era infatti quello di riorganizzare nella Baia di Naxos, prima colonia greca in Sicilia – e una delle aree che, insieme alle Eolie, è stata la più battuta dai pionieri dell’archeologia subacquea degli anni Sessanta – lo storico appuntamento internazionale con docenti e ricercatori universitari, tecnici subacquei, esperti delle Soprintendenze regionali, del Mibac (Ministero dei Beni Culturali), dell’INGV di Roma (Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia), dirigenti di poli museali e centri di restauro e conservazione.

Oltre un centinaio di studiosi, ricercatori, archeologi e tecnici subacquei da tutta Italia e da Malta, cinque sezioni di studio, circa 70 relazioni sulle ultime scoperte e sugli scavi in corso, 30 contributi da Università e centri di ricerca per la sezione poster, il focus sulla “Carta di Udine” con il decano degli archeologi subacquei, Luigi Fozzati; tre mostre destinate al grande pubblico con reperti unici e l’esperienza immersiva con visori hi-tech per sperimentare dal vivo una vera esplorazione subacquea.

Il “visore 3D” utilizzato per la ricostruzione grafica

Fra tante presenze, emerge un’unica immensa e manifesta assenza: quella di Sebastiano Tusa, l’ideatore della Soprintendenza del Mare che un anno fa aveva progettato questo grande appuntamento in Sicilia con la comunità scientifica per un confronto corale sul tema dei tesori sommersi e della loro valorizzazione. Tusa sarà tuttavia idealmente presente a Taormina con
il libro postumo sulla “Battaglia delle Egadi” (editore L’Erma di Bretschneider) presentato agli ospiti e alla città mercoledì 9 ottobre, alle ore 19, a Palazzo Ciampoli: 300 pagine in inglese in cui lo studioso, nei mesi che precedettero la sua scomparsa a causa dell’incidente aereo in Etiopia, ripercorre insieme al collega Jeffrey Royal le tappe del ritrovamento del monumentale rostro al largo dell’isola di Levanzo, a 80 metri di profondità. L’indomani, alle 9.30, l’apertura del convegno.

Il rostro rinvenuto da Tusa e oggetto del suo studio

«La Sicilia – commenta il Presidente della regione, Nello Musumeci – ospita il Convegno nazionale di archeologia subacquea che riunisce i grandi nomi di un settore che tanto lustro ha dato alla nostra regione. E’ per noi motivo di orgoglio e soddisfazione questo segno tangibile tracciato da
Sebastiano Tusa, che dopo la rassegna nazionale di Udine del 2016 ha fortemente voluto questa edizione in Sicilia. In questa tre giorni si metteranno a confronto le migliori esperienze scientifiche del nostro Paese: è la conferma che la Sicilia svolge un ruolo internazionale nel campo dell’archeologia subacquea».

Ospitato per ragioni logistiche nelle sale polifunzionali di Palazzo Ciampoli – edificio storico di Taormina, di recente annesso fra i beni posti sotto la tutela del Parco Naxos Taormina – il VI Convegno nazionale di Archeologia Subacquea non si limita al serrato cronoprogramma con le
sessioni di studio e dibattiti fra gli addetti ai lavori, ma è l’occasione per raccontare il mondo delle esplorazioni subacquee anche al pubblico dei “profani”, grandi e piccoli curiosi del mestiere dell’archeologo “sottomarino”. Tre le interessanti mostre (due delle quali in italiano e una in inglese) allestite nei due piani dello storico palazzo e visitabili fino al 1° dicembre, con ingresso gratuito e idealmente collegate – per contenuti e contesto narrativo – alla sezione di archeologia subacquea del Museo di Naxos, ospitato nella Torre cinquecentesca recentemente ristrutturata.

Il VI Convegno nazionale di Archeologica Subacquea (Taormina 2019) – i cui atti saranno pubblicati nei prossimi mesi – sarà diretto da un Comitato scientifico costituito da Marco Anzidei, Lorenz E. Baumer, Massimo Capulli, Luigi Fozzati, Adriana Fresina, Tim Gambin, Roberto La Rocca, Valeria Li Vigni, Domenico Marino, N. Martinelli, Giovanni Mastronuzzi, Franco Marzatico, Pier Giorgio Spanu, Gabriella Tigano, Edoardo Tortorici, Annalisa Zarattini

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MESSINA | La Chiesa di San Francesco all’Immacolata

Il 4 Ottobre è il giorno del Santo Patrono d’Italia, San Francesco. Migliaia i templi e le chiese a lui dedicate, la più famosa ad Assisi, città natale del sant’uomo.

Anche Messina omaggia il Patrono con la chiesa San Francesco all’Immacolata, seconda per dimensioni solo alla Cattedrale tra le chiese di Messina, sorge sul torrente Boccetta fronte Palacultura (dal quale è stata scattata la foto)

Le sue possenti absidi merlate sono raffigurate nel dipinto “La Pietà con tre angeli” di Antonello da Messina (museo Correr, Venezia). Primo tempio dell’ordine francescano in Sicilia, edificato nel 1254 in onore di San Francesco d’Assisi ad appena 28 anni dalla sua morte.

Dettaglio con la Chiesa di San Francesco all’Immacolata nel dipinto di Antonello da Messina, “Cristo in pietà con tre angeli”, 1475, Museo Correr, Venezia.

L’incendio del 1884 ne rovina gli interni lignei (tetto e rifiniture), il terremoto del 1908 distrugge quasi del tutto le mura perimetrali. Restano in piedi le 3 absidi merlate, le porte e lo splendido rosone romanico che affaccia sulla piazza antistante, nonché tre statue di culto (una di queste, quella di Sant’Antonio da Padova, si trova proprio nel giardino) e le finestre-feritoie.

L’interno della Chiesa dopo il terremoto del 1908

La chiesa è stata ricostruita seguendo il prospetto originale nel 1923 dall’allora ingegnere Savoja.

Le absidi e la Chiesa nel XIX secolo
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ARCHEOLOGIA | Il Pollino protagonista delle Giornate Internazionali di Archeologia

È nella splendida cornice naturale dell’alta valle del torrente Raganello, sul massiccio del Pollino, a San Lorenzo Bellizzi (CS), che si terranno le Giornate internazionali di archeologia “Dal Pollino all’Orsomarso. Ricerche archeologiche tra Ionio e Tirreno”. L’inizio dell’intensa tre giorni, ricca di interventi e personalità del mondo accademico internazionale, è previsto per domani, 4 Ottobre, e si concluderà giorno 6 Ottobre.  

“Dal Pollino all’Orsomarso” costituisce la seconda parte di un progetto incentrato sulla ricostruzione della storia e dell’archeologia di un territorio che oggi, per la maggior parte, coincide con l’area protetta del Parco Nazionale del Pollino. La prima e introduttiva parte si data all’aprile del 2016, quando, proprio a San Lorenzo Bellizzi, è stato organizzato il convegno “Il Pollino. Barriera naturale e crocevia di culture”, cui è seguita la pubblicazione di un interessante volume degli atti. Sulla scorta di questo primo appuntamento, nasce ora “Dal Pollino all’Orsomarso. Ricerche archeologiche tra Ionio e Tirreno”, che amplia notevolmente l’area oggetto di studio. Anche questa seconda manifestazione tende a favorire la comunicazione di novità e lo scambio di dati e informazioni, intendo essere un’occasione di incontro per gli studiosi e i ricercatori che operano su questo vasto territorio.

Tra i relatori spiccano i nomi del Dott. Marco Sfacteria e del Prof. Fabrizio Mollo, esponenti dell’Università degli studi di Messina, che interverranno rispettivamente su “Archeologia nella Valle del Mercure: nuovi dati sulla viabilità romana tra Basilicata meridionale e Calabria settentrionale” e “Nuove ricerche archeologiche a Laino Borgo e nella Valle del Lao-Mercure”; mentre, tra i nomi di chi si è occupato di progettare i poster espositivi, sempre per l’Università di Messina, segnaliamo quelli di Valentina Casella e Antonella Laino che hanno curato il poster dal titolo “Ricognizione nel territorio di Laino Borgo (CS): i materiali delle arre di Santa Gada e San Primo.

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MITI | Scilla, la ninfa delle acque zanclee

Scilla era una bellissima ninfa che viveva sulle coste calabresi.
La fanciulla adorava il mare siciliano ed era solita recarsi sulle sponde di Zancle per bagnare le sue membra in quelle acque.

Jacopo Chimenti – Glauco e Scilla (1620 ca.)

La vide, un giorno, Glauco, figlio di Poseidone che, con passato di mortale, era, adesso, un mostro marino, metà uomo e metà pesce: se ne innamorò perdutamente.
Scilla, tuttavia, provando repulsione per il nuovo pretendente, scappò in cima a una montagna.

 John William Waterhouse, Circe offre la coppa a Odisseo (1891)

Disperato, Glauco chiese aiuto a Circe affinché, con un suo filtro, lei lo aiutasse a conquistare il cuore dell’amata.
Circe, tuttavia, essendo lei stessa innamorata di Glauco, si offrì a lui; il mostro, prontamente, la rifiutò.

Circe Invidiosa – John William Waterhouse (1892)

La strega, accecata dalla gelosia, preparò una pozione malefica e la gettò nelle acque zanclee.

Subito dopo, Scilla si recò presso le coste siciliane a fare il suo consueto bagno, ma, appena il suo corpo toccò l’acqua, subì una tremenda trasformazione: accanto alle sue gambe, ne crebbero molte altre, dalla forma di serpenti; dal suo collo spuntarono sei teste di cane, con tre file di denti ognuna.

Fountain of Scylla – Castle of Champs sur Marne


Specchiandosi sulla superficie del mare, Scilla si vide: disgustata e impaurita dalla sua nuova foggia, andò a nascondersi per sempre nella cavità di uno scoglio, nella costa calabra.