A qualche centinaio di metri fuori dalle mura nord dell’antica città di Pompei, luogo dell’anima dove il tempo è stato per natura “ibernato”, troviamo una villa suburbana, “la villa dei Misteri”, di epoca romana con carattere rustico – residenziale, sepolta dall’eruzione del 79 d.C. e riportata alla luce a partire dal 1909. La villa, chiamata in un primo momento “Villa Item”, deve il suo nome a uno straordinario ciclo di affreschi che adorna la sala del triclinio raffiguranti riti misterici, ben conservati che sono sostanzialmente a grandezza naturale e posti lungo tutto il perimetro interno della sala, avvolgendo il visitatore in un antico abbraccio.
Storia
La villa fu costruita nel II secolo a.C. ed ebbe il periodo di massimo splendore durante l’età augustea: nel corso del suo sviluppo fu notevolmente ampliata ed abbellita. Si trattava originariamente di una villa d’otium dotata di ampie sale e giardini pensili, in una posizione panoramica a pochi passi dal mare; ma in seguito al terremoto del 62 d.C. cadde in rovina, così come il resto della città, e fu trasformata in villa rustica con l’aggiunta di diversi ambienti ed attrezzi agricoli, come torchi per la spremitura dell’uva: la costruzione fu infatti adibita alla produzione e alla vendita del vino. Della villa non si conosce il proprietario, ma solo il nome del custode che l’ha abitata durante l’età augustea, Lucio Istacidio Zosimo, come testimoniato da un sigillo.
Pianta della Villa dei Misteri
La Villa dei Misteri è a pianta quadrata e si trova su una collinetta dalla quale si godeva una meravigliosa vista sull’odierno golfo di Napoli. Poggia in parte su un terrapieno e in parte è sostenuta da un criptoportico, formato da arcate cieche e utilizzato come deposito. L’ingresso principale, in parte ancora da scavare, si trova lungo una via secondaria, che forse si collegava alla via delle Tombe; nella zona dell’ingresso è posto il quartiere rustico e servile con diversi ambienti adibiti a panificio, cucine forno, torchio con il tronco a testa d’ariete e cella per i vini. Superato un piccolo ingresso, troviamo la zona signorile formata dal peristilio a sedici colonne, costruito tra il 90 e il 70 a.C., l’atrio maggiore, senza colonne e decorato con paesaggi nilotici, il tablino e una absidata con veranda vista mare, creata nel I secolo, da cui oggi si entra.
Il tablino è affrescato con pareti nere e decori in stile egittizzante, mentre le altre scene rappresentano il mito di Dioniso; in particolare, in uno di questi assistiamo all’iniziazione dionisiaca di una bambina, la quale dalla prima scena ci pare poco incline a prendere questa strada. Il ciclo continua portando avanti la narrazione dell’iniziazione di questa bambina, nel frattempo diventata fanciulla, che nolente manda avanti il rito (come si può percepire dall’incurvatura, spesso verso il basso, della bocca). In questo dipinto, dove troviamo sostanzialmente una repulsione per la vita dionisiaca e anche rassegnazione, nel contempo però ritroviamo una mirabilissima rappresentazione del II stile pittorico pompeiano, con i suoi accesi colori, che ci sono stati restituiti grazie al più recente restauro. Il colore viola è, inoltre, un altro dato importante per comprendere questo dipinto, in quanto rappresenta per eccellenza il colore del vino, ma è da questo dipinto che nasce il nome di questo gioiello architettonico pompeiano. Al pubblico lasciamo la possibilità di immergersi in quest’antichità lontana, seppur così vicino a noi.
ARCHAEOLOGY | Pompei and Villa Mysteries
A few hundred metres outside the north walls of the ancient city of Pompeii, a place of the soul where time has been stopped by nature, we find a suburban villa, “villa Mysteries”, from the Roman era with a rustic character – residential, buried by the eruption of 79 AD and brought to light starting from 1909. The villa, initially called “Villa Item”, owes its name to an extraordinary cycle of frescoes that adorn the triclinium room depicting mystery rites, well preserved which are substantially life-size and placed along the entire internal perimeter of the room, wrapping the visitor in an ancient embrace.
History
The villa was built in the second century BC and had the period of maximum splendour during the Augustan age: during its development it was considerably enlarged and embellished. It was originally a type of villa d’Otium with large rooms and hanging gardens, in a panoramic position just a few steps from the sea; but following the earthquake of 62 AD it fell into ruin, as did the rest of the city, and was transformed into a rustic villa with the addition of various rooms and agricultural tools, such as presses for pressing grapes: the building was in fact used to the production and sale of wine. The owner of the villa is unknown, but only the name of the caretaker who lived there during the Augustan age, Lucio Istacidio Zosimo, as evidenced by a seal.
The villa has a square plan and is located on a hill from which one enjoyed a wonderful view of the current Gulf of Naples. It rests partly on an embankment and is partly supported by a cryptoporticus, formed by blind arches and used as a deposit. The main entrance, partly still to be excavated, is located along a secondary road, which perhaps connected to via delle Tombe; in the entrance area there is the rustic and servile district with different rooms used as a bakery, oven kitchens, press with ram’s head and cell for wines. After a small entrance, we find the elegant area formed by the peristyle with sixteen columns, built between 90 and 70 BC, the main atrium, without columns and decorated with Nilotic landscapes, the tablinum and an apsidal veranda with sea view, created in 1st century, from which we enter today.
The tablinum is frescoed with black walls and Egyptian style decorations, while the other scenes represent the myth of Dionysus; in particular, in one of these we witness the Dionysian initiation of a little girl, who from the first scene seems unwilling to take this path. The cycle continues carrying on the narration of the initiation of this little girl, who in the meantime has become a girl, who unwillingly carries on the rite (as can be perceived from the bending, often downwards, of the mouth). In this painting, where we basically find a repulsion for the Dionysian life and also resignation, at the same time we find a wonderful representation of the second Pompeian painting style, with its bright colours, which have been returned to us thanks to the most recent restoration. The purple colour is also another important fact to understand this painting, as it represents the colour of wine par excellence, but it is from this painting that the name of this Pompeian architectural jewel was born. We leave the audience the opportunity to immerse itself in this distant antiquity, albeit so close to us.
La “romanità fascista” non era composta soltanto da riti o simboli ma era un vero e proprio stile di vita, che trovava una delle sue utopie più importanti nella creazione dell’“uomo nuovo”. Il mito repubblicano del cives virtuoso, fedele esecutore della suprema volontà dello Stato, si associava in maniera del tutto incoerente con l’ideale imperiale del princeps, dominatore incontrastato del mondo. I personaggi più importanti della storia, come Scipione l’Africano, Cesare, Augusto e Costantino, isolati dal loro contesto storico saranno associati alla figura di Mussolini, assunto a modello di un “puro tipo italico”. Sarà proprio questo modello a portare a una netta mutazione antropologica dell’italiano, destinato a diventare, quindi, il “nuovo uomo mussoliniano”.
Questo nuovo tipo di italiano “era in parte un uomo del passato, perché teneva vivo in sé lo spirito della romanità ma era soprattutto una creatura originale, che avrebbe reso possibile la lunghissima durata se non l’eternità, dell’era fascista”. Mussolini voleva fare degli Italiani i Romani della modernità, uomini destinati non a essere cittadini ma uomini forti, pronti a combattere, obbedire e vincere, un uomo che incarnava tutte le virtutes romane. Un uomo che si sarebbe allontanato per sempre dall’uomo borghese, tanto odiato dalla propaganda fascista. Sarebbe stato un uomo “duro, forte, volitivo, guerriero, una sorta di legionario di Cesare dei tempi moderni, per il quale nulla fosse impossibile”. Mussolini voleva annientare del tutto il carattere borghese di una certa tipologia di Italiano e già l’abolizione del “lei” e la sostituzione con il “voi” come formula di cortesia aveva nettamente deturpato lo stile di vita borghese.
Benito Mussolini
Il passo romano all’epoca di Cesare
Un attributo dell’”uomo nuovo” secondo Mussolini doveva essere la capacità, non scontata, di eseguire il passo romano. Questo passo, in realtà, non aveva alcuna origine romana, al contrario di quanto pretenderebbe di suggerire un’immagine pubblicata su “La Domenica del Corriere”, a corredo di un articolo di Floris Mormone, “Il passo romano all’epoca di Cesare”. Un legionario di Cesare che marcia al passo dell’oca, in cui l’autore, prendendo spunto da un tardo trattato militare di Vegezio (Epitoma rei militaris) pretenderebbe di legittimare storicamente il passo delle camicie nere:
“[…] le legioni usavano assumere un aspetto più rigido, più marziale, e vi riuscivano splendidamente tendendo i muscoli delle gambe le quali, così ritte, facevano battere poderosamente sul terreno i talloni dei calzari, anche i Romani avevano quindi il loro passo di parata, una marcia da forti e vittoriosi […]
L’interpretazione di Floris non ha alcun riscontro nella realtà storica, sia perché questo tipo di assetto di marcia sarebbe risultato inconcepibile rispetto al caratteristico abbigliamento militare legionario, sia per motivazioni di carattere culturale. L’ostentazione di stampo militaristico, propria del regime, non trovava ragione d’esistere in una società come quella romana, dove l’esercizio delle armi era un compito civico fondamentale, strutturato da una serie di riti di passaggio riservato agli iuvenes e legato al contesto religioso saliare.
Il legionario in parata. Da “Il passo romano all’epoca di Cesare” in La Domenica del Corriere
Il passo dell’oca adottato dall’esercito era simbolo di un nuovo spirito aggressivo. A quanti affermavano che era soltanto un’imitazione del passo adottato dal regime nazista, il Duce rispondeva dicendo che il passo di parata italiano era completamente diverso, perché era il passo di marcia delle antiche legioni romane. “L’oca è un animale romano; che un tempo, schiamazzando sul Campidoglio, aveva salvato l’antica Roma dall’attacco nemico”. Nonostante ciò, Mussolini il 25 ottobre associò ufficialmente quella marcia cadenzata alla storia romana, vedendo in essa un indizio di “forza morale” e come monito ai nemici dell’Italia. Tutto ciò dimostrava come la capacità di giudizio di Mussolini fosse alterata e come la sua decisione provocò una vasta irrisione.
BACK TO FASCISM | The pure Italic type and the goose step
The new kind of Mussolini man
The “fascist Romanism” was not composed only of rites or symbols but it was a real lifestyle, which found one of its most important utopias in the creation of the “new man”. The republican myth of the virtuous “cives ” or citizen, faithful executor of the supreme will of the state, was associated in a completely inconsistent way with the imperial ideal of the undisputed ruler of the world. The most important characters in history such as Scipio the African, Caesar, Augustus and Constantine, isolated from their historical context, will be associated with the figure of Mussolini, taken as a model of a “pure Italic type” (Giardina 2000, p.48). It will be precisely this model to lead to a clear anthropological mutation of Italian, destined to become, therefore, the “new Mussolini man”.
This new type of Italian “was partly a man of the past, because he kept the spirit of the Roman spirit alive in himself but was above all an original creature, which would have made possible the very long duration, if not eternity, of the fascist era”. Mussolini wanted to make Italians the Romans of modernity, men destined not to be citizens but strong men, ready to fight, obey and win, a man who embodied all the Roman virtues. A man who would have distanced himself forever from the bourgeois man, so hated by the fascist propaganda. He would have been a man “hard, strong, strong-willed, warrior, a sort of legionary of Caesar of modern times, for whom nothing was impossible”. Mussolini wanted to completely annihilate the bourgeois character of a certain type of Italian and already the abolition of “Lei” and the replacement with “voi” as a courtesy formula had clearly disfigured the bourgeois lifestyle.
The goose-step at the time of Caesar
According to Mussolini, an attribute of the “new man” had to be the not obvious ability to perform the goose-step. This passage, in reality, had no Roman origin, contrary to what an image published in “La Domenica del Corriere”, accompanying an article by Floris Mormone, ” The goose-step” would pretend to suggest. A legionnaire of Caesar marching at the goose step, in which the author, taking his cue from a late military treatise by Vegetio (Epitoma rei militaris) would claim to historically legitimize the step of the black shirts:
“[….] the legions used to assume a more rigid, more martial aspect, and they succeeded splendidly by tensing the muscles of their legs which, so upright, made the heels of their shoes beat powerfully on the ground, so even the Romans had their parade, a strong and victorious march […]
Floris’s interpretation has no comparison in historical reality, both because this type of march would have been inconceivable compared to the characteristic legionary military clothing, and for cultural reasons. The militaristic ostentation, typical of the regime, found no reason to exist in a society like the Roman one, where the exercise of arms was a fundamental civic task, structured by a series of rites of passage reserved for the young men and linked to the religious context rising.
The goose step adopted by the army was a symbol of a new aggressive spirit. To those who claimed that it was only an imitation of the step adopted by the Nazi regime, the Duce responded by saying that the Italian parade step was completely different, because it was the march step of the ancient Roman legions. “The goose is a Roman animal; that once, cackling on the Capitoline Hill, had saved ancient Rome from enemy attack “. Despite this, on 25 October Mussolini officially associated that rhythmic march with Roman history, seeing in it a hint of “moral strength” and as a warning to the enemies of Italy. All of this showed how Mussolini’s judgment was altered and how his decision provoked widespread mockery.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
Il teatro elisabettiano si colloca in Inghilterra tra il 1558 e il 1625, durante i regni di Elisabetta I e di Giacomo I. La regina, in particolare, era un’amante delle arti e del teatro e ne promosse, quindi, la diffusione.
Le playhouses
Nel 1576, venne costruito il primo teatro stabile a Londra, chiamato The Theatre.
La struttura dei teatri era essenzialmente circolare: in mezzo alla platea si ergeva il palcoscenico, circondato sui tre lati dalle balconate, dalle quali si affacciava il pubblico. Il fondale, invece, serviva agli attori per gli ingressi e le uscite dei personaggi. Di norma, erano presenti balconate anche sopra il palco, che gli attori usavano per esigenze di copione; basti pensare alla famigerata scena in cui Giuletta si affaccia dal balcone.
Le playhouses erano parzialmente coperte da un tetto, sorretto da due colonne, che lasciava scoperta la parte centrale, esponendo il pubblico in platea alle intemperie.
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Il tetto era dipinto di azzurro e trapunto di stelle dorate, a simboleggiare il cielo, heaven in inglese; gli ambienti sotto il palcoscenico, raggiungibili attraverso una botola, erano l’hell, l’inferno. Sia dal tetto che dalla botola, potevano essere introdotti sulla scena oggetti e personaggi magici che determinavano la svolta nella vicenda e che potevano essere assimilati al deus ex machina rinascimentale.
Le caratteristiche del teatro elisabettiano
La scenografia e gli oggetti di scena erano essenziali, perché la maggioranza del pubblico non godeva della visuale frontale, essendo disposto anche ai lati del palcoscenico. I cambi di scena, di luogo e di tempo venivano comunicati dagli attori con semplici espedienti:
Il fondale era neutro, dunque gli attori nominavano e descrivevano il luogo dell’azione nei dialoghi;
Il sipario era assente, così come le luci artificiali: si recitava alla luce del giorno che filtrava dal soffitto scoperto, perciò non era possibile ottenere il buio in scena; la fine dello spettacolo era comunicata con l’uscita di tutti i personaggi. L’unica illuminazione presente era data dalle luci delle candele, che venivano usate dagli attori per indicare che la scena si stava svolgendo di notte;
Le parti femminili erano affidate ad attori adolescenti maschi, poiché alle donne non era permesso recitare. Spesso i costumi di scena risultavano anacronistici rispetto al periodo storico della scena. Lo stesso attore interpretava più ruoli e il passaggio era ottenuto cambiando minimi dettagli del suo costume: bastava impugnare una spada per trasformare un contadino in un soldato.
Il pubblico
Il pubblico era disposto ad accettare questi compromessi, la fruizione dello spettacolo aveva la priorità. Lo spettatore sopperiva a queste carenze visive con l’immaginazione e con l’attento ascolto della parola recitata.
Gli spettatori potevano interagire con gli attori, commentavano ad alta voce le azioni della scena e ricevevano risposta.
Tutte le classi sociali potevano assistere agli spettacoli, nei teatri si incontravano nobili, contadini, donne e bambini. Il prezzo del biglietto era alla portata di tutti: i posti in piedi in platea costavano un penny, mentre gli spettatori più abbienti potevano sedersi nelle balconate al costo di due penny.
Ogni dramma doveva incontrare gusti diversi, perciò comparivano personaggi di estrazione sociale differente e il linguaggio da loro usato variava di conseguenza: nella stessa opera c’erano la balia e la dama di corte, il cavaliere e il servo.
Questo periodo vede la nascita della figura del drammaturgo, un autore incaricato di scrivere le sceneggiature, che doveva avere un’ottima padronanza di vari registri linguistici. La sua produzione doveva essere abbondante, poiché raramente lo stesso dramma veniva rappresentato per due giorni consecutivi.
Il più famoso di tutti fu, senza dubbio, William Shakespeare, che nelle sue opere mescolava classi sociali e temi svariati come l’amore, la rivalità tra famiglie, la guerra e le scelte sofferte di principi e regnanti.
Il teatro elisabettiano era, dunque, un grande contenitore aperto a tutti, e il merito più grande da riconoscergli è l’essere stato il punto di incontro di una società variegata che, anche solo per la durata di un dramma, aveva la sensazione di appartenere alla stessa realtà e di condividere gli stessi sentimenti.
THEATRE | The Elizabethan theatre
The Elizabethan theatre is located in England between 1558 and 1625, during the reigns of Elizabeth I and James I. The queen, in particular, was a lover of arts and theatre and therefore promoted its diffusion.
The playhouses
In 1576, the first permanent theatre in London was built, called The Theatre.
The structure of the theatres was essentially circular: in the middle of the stalls stood the stage, surrounded on three sides by balconies, from which the public looked out. The backdrop, on the other hand, was used by the actors for the inputs and outputs of the characters. Normally, there were also balconies above the stage, which the actors used for script needs; just think of the infamous scene in which Giuletta looks out from the balcony.
The playhouses were partially covered by a roof, supported by two columns, which left the central part uncovered, exposing the audience in the stalls to the bad weather.
The roof was painted blue and studded with golden stars, symbolizing the heavens; the rooms under the stage, reachable through a trap door, were the hell. Both from the roof and from the trap door, magical objects and characters could be introduced onto the scene that determined the turning point in the story and that could be assimilated to the Renaissance deus ex machina.
The characteristics of the Elizabethan theatre
The scenography and props were essential, because the majority of the audience did not enjoy the front view, being also placed on the sides of the stage. The changes of scene, place and time were communicated by the actors with simple expedients:
The backdrop was neutral, so the actors named and described the place of the action in the dialogues;
The curtain was absent, as were the artificial lights: it was performed in the light of day that filtered through the uncovered ceiling, therefore it was not possible to obtain darkness on stage; the end of the show was communicated with the exit of all the characters. The only illumination was given by the lights of the candles, which were used by the actors to indicate that the scene was taking place at night;
The female parts were entrusted to male adolescent actors, as women were not allowed to act. Often the stage costumes were anachronistic compared to the historical period of the stage. The same actor played several roles and the transition was obtained by changing the smallest details of his costume: it was enough to hold a sword to transform a peasant into a soldier.
The audience
The audience was willing to accept these compromises, the enjoyment of the show had priority. The spectator compensated for these visual deficiencies with the imagination and attentive listening to the recited word.
Spectators could interact with the actors, comment out loud on the actions of the scene and receive feedback.
All social classes could attend the shows, nobles, peasants, women and children met in the theatres. The price of the ticket was affordable for everyone: standing seats in the stalls cost a penny, while the more affluent spectators could sit on the balconies for two pennies.
Each play had to meet different tastes, so characters from different social backgrounds appeared and the language they used varied accordingly: in the same work there were the nurse and the lady of the court, the knight and the servant.
This period sees the birth of the playwright, an author in charge of writing the screenplays, who must have had an excellent command of various linguistic registers. Its production must have been abundant, as the same play was rarely performed for two consecutive days.
The most famous of all was, without a doubt, William Shakespeare, who in his works mixed social classes and themes as varied as love, rivalry between families, war and the painful choices of princes and rulers.
The Elizabethan theatre was, therefore, a great container open to all, and the greatest merit to be recognized is that it was the meeting point of a varied society which, even if only for the duration of a play, had the feeling of belonging to the same reality and to share the same feelings.
Il villaggio preistorico di Thapsos occupa l’attuale penisola di Magnisi, nel golfo tra Augusta e Siracusa. Gli scavi archeologici, condotti nel ‘900, hanno portato Luigi Bernabò Brea a considerarlo quale principale emporio del Mediterraneo Occidentale. Infatti, sono state rinvenute numerose ceramiche micenee, cipriote, maltesi, nonché ceramica di imitazione egea e cicladica, che testimoniano i ricchi commerci di cui viveva questo villaggio nel momento di massima fioritura.
Thapsos è il più importante tra i villaggi preistorici siciliani in cui sia evidente il nuovo rapporto che le popolazioni locali hanno con le coste. Lo spostamento dalle grotte alla costa, infatti, ha significato l’apertura agli scambi commerciali e culturali con i grandi Micenei. Tali relazioni si sono poi, consolidate, fino a quando, nel XIII secolo a.C., le fiorenti civiltà preistoriche siciliane dell’antica e media Età del Bronzo scomparvero bruscamente. L’arrivo di genti guerriere, come gli Ausoni, ha costretto le popolazioni locali ad abbandonare i villaggi costieri e a rifugiarsi sulle impervie alture dell’entroterra siciliano.
L’abitato preistorico di Thapsos
Gli studiosi hanno individuato tre fasi dell’abitato, di cui solo le prime due appartengono alla cultura di Thapsos. Queste documentano il passaggio dalla capanna a un’abitazione dotata di più ambienti specializzati. Le capanne indigene della prima fase sono di tipo monocellulare, di forma circolare, sub-circolare, ovale o a ferro di cavallo. Esse si sono trasformate in vere e proprie case di forma rettangolare, disposte intorno ad ampi cortili e dotate di più stanze e pozzi. La cosa più interessante è rappresentata dal fatto che tali complessi abitativi siano fiancheggiati da strade, che sembrano organizzate in funzione dell’abitato. Tale organizzazione, che potremmo definire proto-urbana, sembra essere di ascendenza micenea: pare, infatti, che i Micenei, assieme alla cultura artistica, abbiano importato gli isolati e il sistema di collegamento stradale dal mondo egeo.
Ricostruzione di una capanna dell’insediamento di Thapsos
Le necropoli di Thapsos
Necropoli del villaggio di Thapsos
Il villaggio preistorico di Thapsos possiede ben tre necropoli. Queste si estendono intorno al faro, nella zona centro meridionale della penisola e a ridosso del muro di fortificazione. In generale, si tratta di tombe a grotticella artificiale, a forma di forno o, più raramente, di tholos, accessibili tramite un piccolo dromos o da un pozzetto che si apre sulla superficie. Le sepolture nella zona centrale della penisola sono ascrivibili a un tipo completamente diverso: si tratta di tombe a enchytrismos, caratterizzate, invece, da scheletri inumati entro grandi giare, privi di corredo e deposti orizzontalmente su piccole cavità naturali della roccia.
ARCHAEOLOGY | The prehistoric village of Thapsos
The prehistoric village of Thapsos occupies the current peninsula of Magnisi, in the gulf between Augusta and Syracuse. Archaeological excavations, conducted in the 1900s, led Luigi Bernabò Brea to consider it as the main emporium of the Western Mediterranean. In fact, numerous Mycenaean, Cypriot and Maltese ceramics have been found, as well as Aegean and Cycladic imitation ceramics, which testify to the rich trade that this village lived in at the moment of maximum flowering.
Thapsos is the most important of the Sicilian prehistoric villages where the new relationship that local populations have with the coasts is obvious. The move from the caves to the coast, in fact, meant the opening to commercial and cultural exchanges with the great Mycenaeans. These relations then consolidated until, in the 13th century BC, the flourishing Sicilian prehistoric civilizations of the ancient and middle Bronze Age abruptly disappeared. The arrival of warrior peoples, such as the Ausoni, forced the local populations to abandon the coastal villages and take refuge on the steep hills of the Sicilian hinterland.
The prehistoric settlement of Thapsos
Scholars have identified three phases of the town, of which only the first two belong to the culture of Thapsos. These document the transition from the hut to a house with several specialized environments. The indigenous huts of the first phase are single-celled, circular, sub-circular, oval or horseshoe-shaped. They have been transformed into real rectangular houses, arranged around large courtyards and equipped with several rooms and wells. The most interesting thing is represented by the fact that these housing complexes are flanked by roads, which seem to be organized according to the inhabited area. This organization, which we could define as proto-urban, seems to be of Mycenaean ancestry: it seems, in fact, that the Mycenaeans, together with the artistic culture, imported the blocks and the road connection system from the Aegean world.
Reconstruction of a hut of the settlement of Thapsos
The necropolis of Thapsos
The prehistoric village of Thapsos has three necropolises. These extend around the lighthouse, in the central southern area of the peninsula and close to the fortification wall. In general, these are artificial cave tombs, in the shape of an oven or, more rarely, of tholos, accessible via a small dromos or from a well that opens onto the surface. The burials in the central area of the peninsula can be ascribed to a completely different type: they are enchytrismos tombs, characterized, on the other hand, by skeletons buried in large jars, without equipment and placed horizontally on small natural cavities in the rock.
L’artista Marco Divitini esplora il mondo dell’archeologia di Paestum (SA) ed espone ventisette immagini realizzate con la tecnica dell’infrarosso. La mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini”, a cura di Dora Celeste Amato, verrà inaugurata il 16 ottobre 2020 nel Museo Archeologico Nazionale di Paestum.
La mostra offre ai visitatori l’opportunità di esplorare i monumenti dell’area archeologica, andando oltre il visibile e toccando il punto in cui lo spettro dei colori è oramai cessato: infatti, l’infrarosso dà luce ai templi di Paestum attraverso la scenografia della natura circostante. La maggior parte degli scatti è avvenuta nel giorno del solstizio d’estate, tanto che alcune immagini ritraggono i grandi alberi del Santuario meridionale (pini, cipressi, lecci).
“È un grande onore per me – commenta il maestro Marco Divitini – poter varcare la soglia di Paestum e Velia, siti di unico valore da un punto di vista storico, artistico e architettonico. Ho potuto immortalare gli angoli nascosti e le prospettive più belle, provandone a svelare il lato onirico. Ringrazio pertanto il direttore Gabriel Zuchtriegel, per aver creduto nella mia arte, per averne apprezzato il valore e, dunque, per avermi dato la possibilità di realizzare le mie opere. E un ringraziamento va alla curatrice della mostra, la dottoressa Dora Celeste Amato, per il supporto, l’impegno e la profonda competenza che ha profuso dedicandomi tempo ed energie”.
Una delle foto ad infrarosso esposta nella mostra di Marco Divitini a Paestum (SA)
La mostra “Paestum. Fotografie di Marco Divitini” sarà racchiusa in un catalogo anch’esso curato dalla giornalista e scrittrice Dora Celeste Amato. Tra le pagine del volume, Divitini racconta la sua arte: guarda, vede, narra un mondo passato e interiore di cui ognuno potrà sentirsi partecipe. “Un faro di luce onirica, le fotografie di Marco Divitini, un tempo orizzontale che racchiude passato, presente, futuro”, sintetizza la curatrice Dora Celeste Amato.
Palma Bucarelli è stata una delle figure più influenti nell’ambiente artistico italiano del XX secolo, nonché la prima donna a dirigere un museo pubblico, la Galleria d’Arte Moderna di Roma, alla quale legherà il suo nome per oltre 30 anni.
Ghitta Carell. Ritratto di Palma Bucarelli, 1938
Una giovane donna intelligente Nata nel 1910 a Roma da una famiglia della media borghesia, Palma ebbe modo di laurearsi in Storia dell’Arte alla Sapienza, dove fu allieva di Adolfo Venturi e Pietro Toesca. Tra i suoi compagni di corso vi fu anche Giulio Carlo Argan, cui Palma restò sempre legata da una profonda amicizia. Nel 1933, a soli 23 anni, vinse il concorso al Ministero per l’Educazione Nazionale come funzionaria per le Belle Arti e venne assegnata alla Galleria Borghese di Roma. Nel 1936 fu trasferita per un breve periodo a Napoli, dove, a casa di Benedetto Croce, conobbe Paolo Monelli, giornalista e grande amore della vita di Palma, che sposerà nel 1963.
La Galleria d’Arte Moderna e la guerra Tornata a Roma già nel 1937 e assegnata alla Soprintendenza del Lazio, dall’anno successivo iniziò a lavorare alla Galleria d’Arte Moderna, diventandone direttrice nel 1941, in piena guerra mondiale. Primo compito fu pertanto quello di preservare l’integrità delle opere d’arte della Galleria dai rischi generati dal conflitto mondiale: nel suo “Cronaca di sei mesi” la Soprintendente Bucarelli racconta come, già nell’autunno del 1941, la maggior parte delle opere (672 pezzi della collezione) venne trasferita nei magazzini di Palazzo Farnese a Caprarola. Con la salita del fronte verso nord e l’approssimarsi delle rappresaglie tedesche sul Lazio, Palma Bucarelli, coadiuvata da alcuni validi collaboratori e da Rodolfo Siviero, predispose un nuovo trasferimento delle opere nei sotterranei di Castel Sant’Angelo, considerati inviolabili in quanto territorio vaticano. Dopo i tragici mesi dell’inverno del 1944, la liberazione di Roma, avvenuta a giugno, venne celebrata da una serie di iniziative artistiche tra cui una nuova mostra alla GNAM, inaugurata il 10 Dicembre.
Palma Bucarelli nel suo studio
Gli anni ’50 e ’60: una direttrice rivoluzionaria Sotto la direzione Bucarelli le esposizioni della GNAM iniziarono a privilegiare le correnti dell’avanguardia e dell’astrattismo, aprendosi al panorama artistico internazionale: negli anni ’50 e ’60 vennero allestite grandi mostre, dedicate ad artisti internazionali quali Picasso (1953), Mondrian (1956) e Pollock (1959). Con l’apertura all’arte contemporanea internazionale iniziò, non senza polemiche, un processo di revisione nell’organizzazione del museo, avviato a diventare un’istituzione di ampio respiro, non più mero contenitore ma punto d’incontro tra le varie arti, nonché centro didattico aperto a tutti. In particolar modo la Bucarelli cambiò radicalmente il contenuto del museo e il modo di presentare le opere al grande pubblico: dotata di un grande intuito per le avanguardie, la direttrice della GNAM non esiterà a fare scelte controverse, acquistando quadri di Fontana, Burri, Vedova e Manzoni. Proprio l’acquisizione dell’opera “Sacco Grande” di Burri fece esplodere la polemica astrattismo-realismo. Furono anni difficili, in cui Palma, difesa da una generazione di artisti e di critici a lei affini (soprattutto Argan e Venturi), era costantemente attaccata sia sul piano culturale che su quello gestionale, con accuse piuttosto pesanti riguardo alla gestione finanziaria del museo.
Alberto Savinio. Ritratto di Palma Bucarelli, 1945
La Regina di Quadri La dedizione al lavoro era tale che nel 1952 Palma Bucarelli era arrivata a trasferirsi in un appartamento ricavato all’interno della stessa Galleria. Donna di grande fascino e di grande carisma, immortalata da pittori celebri come Alberto Savinio e Carlo Levi, coltissima, intelligente e dotata di un’innata eleganza nel parlare e nel vestire, difese inflessibilmente le sue idee innovative – tanto che Marino Mazzacurati la chiamava “Palma e sangue freddo” – in un settore in cui le donne erano poche e, raramente, ricoprivano ruoli di primo piano. Rachele Ferrario, autrice della biografia di Palma Bucarelli, l’ha definita, per tutte queste sue doti, la “Regina di Quadri”. A lei si deve, sicuramente, il merito di aver portato l’Italia del dopoguerra fuori da quel provincialismo artistico che era stato tipico del ventennio fascista. Nel 1975 lascia la direzione della Galleria, probabilmente ormai stanca delle infinite polemiche sul suo operato e dei pettegolezzi sulla sua vita privata. Dopo la sua morte, avvenuta il 25 luglio 1998, 58 opere della collezione personale di Palma Bucarelli sono state donate alla GNAM e sono tutt’ora contrassegnate da un cartellino con una palmetta disegnata.
EMINENT FIGURES | Palma Bucarelli, the Queen of Paintings
Palma Bucarelli was one of the most influential figures in the Italian artistic environment of the twentieth century, as well as the first woman to direct a public museum, the National Gallery of Modern Art, to which she will link her name for over 30 years.
An intelligent young woman Born in 1910 in Rome into a middle-class family, Palma was able to graduate in History of Art at La Sapienza, where she was a pupil of Adolfo Venturi and Pietro Toesca. Among his classmates there was also Giulio Carlo Argan, to whom Palma always remained tied by a deep friendship. In 1933, at the age of 23, she won the competition at the Ministry for National Education as an official for the Fine Arts and was assigned to the Galleria Borghese in Rome. In 1936 she was transferred for a short time to Naples, where, at the home of Benedetto Croce, she met Paolo Monelli, a journalist and great love of Palma’s life, whom she married in 1963.
The National Gallery of Modern Art and the war Returned to Rome in 1937 and assigned to the Superintendency of Lazio, the following year she began working at the National Gallery of Modern Art, becoming its director in 1941, in the middle of the World War. The first task was therefore to preserve the integrity of the works of art in the Gallery from the risks generated by the world war: in her “Cronaca di sei mesi” the Superintendent Bucarelli tells how, in the autumn of 1941, most of the works (672 pieces from the collection) were transferred to the warehouses of Palazzo Farnese in Caprarola. With the rise of the front to the north and the approach of German reprisals on Lazio, Palma Bucarelli, assisted by some valid collaborators and Rodolfo Siviero, arranged a new transfer of the works in the basement of Castel Sant’Angelo, considered inviolable as Vatican territory. After the tragic months of the winter of 1944, the liberation of Rome, which took place in June, was celebrated by a series of artistic initiatives including a new exhibition at the GNAM, inaugurated on December 10th.
The 1950s and 1960s: a revolutionary director Under the Bucarelli direction, the GNAM exhibitions began to favor avant-garde and abstract art currents, opening up to the international art scene: in the 1950s and 1960s large exhibitions were set up, dedicated to international artists such as Picasso (1953), Mondrian (1956) and Pollock (1959). With the opening to international contemporary art, a process of revision in the organization of the museum began, not without controversy, to become a wide-ranging institution, no longer a mere container but a meeting point between the various arts, as well as educational centre open to all. In particular, Bucarelli radically changed the content of the museum and the way of presenting the works to the large public: endowed with a great intuition for the avant-garde, the director of GNAM will not hesitate to make controversial choices, buying paintings by Fontana, Burri, Vedova and Manzoni. The acquisition of Burri’s work “Sacco Grande” caused the abstraction-realism controversy to explode. These were difficult years, in which Palma, defended by a generation of artists and critics similar to her (especially Argan and Venturi), was constantly attacked both on a cultural and managerial level, with rather heavy accusations regarding the financial management of the museum.
The Queen of Paintings The dedication to work was such that in 1952 Palma Bucarelli had moved into an apartment in the same Gallery, a woman of great charm and charisma, immortalized by famous painters such as Alberto Savinio and Carlo Levi , intelligent and gifted with an innate elegance in speaking and dressing, inflexibly defended her innovative ideas – so much so that Marino Mazzacurati called her “Palm with cool head” – in a field in which women were few and, rarely, they held prominent roles. Rachele Ferrario, author of the biography of Palma Bucarelli, defined her, for all these qualities, the “Queen of Paintings”. Certainly we owe the credit to her for having brought post-war Italy out of that artistic provincialism that had been typical of the Fascist period. In 1975 she left the direction of the Gallery, probably by now tired of the endless controversies about her work and the gossip about her private life. After her death on 25 July 1998, 58 works from Palma Bucarelli’s personal collection were donated to GNAM and they are still marked by a tag with a drawn palmette.
Posto in cima a verdi colline, l’Eremo di Monte Giove domina dall’alto la città di Fano, con una splendida vista sul mare. Costruito nel 1628, il monastero è tutt’ora occupato dai monaci camaldolesi, che lo edificarono e che lo custodiscono da oltre 400 anni. L’eremo fu da subito oggetto di grande interesse, tanto da richiamare anche “turisti illustri”, come la regina di Svezia, Cristina Alessandra Maria. Nel 1741, a causa di danni dovuti all’instabilità del terreno, il complesso fu completamente ristrutturato dall’architetto riminese Gian Francesco Buonamici. Per chi volesse provare l’esperienza unica di fuggire dal mondo e ritrovare se stesso in un eremo può farlo qui a Monte Giove: infatti, nel complesso monastico è presente una foresteria aperta al pubblico.
HISTORY | Monte Giove (PU), a pagan name for a Christian place
Located on top of green hills, the Hermitage of Monte Giove overlooks the city of Fano and enjoys a splendid view of the sea. The Monastery is still occupied by the Camaldolese monks, who built it in 1628 and kept it for over 400 years. The Hermitage immediately aroused such a great interest that it also attracted ‘eminent tourists’, such as Queen Christina of Sweden. In 1741, due to the damage caused by instability of the ground, the complex was completely renovated by architect from Rimini Gian Francesco Buonamici. For those wishing to try the unique experience of escaping from the world and finding themselves in a hermitage, you can do it here in Monte Giove: in fact, there is a guesthouse in the monastic complex that is open to the public.
La data di oggi, 9 ottobre, è stata designata, dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea, come Giornata Europea dedicata all’Arte Rupestre (European Day of Rock Art), come tributo all’anniversario del riconoscimento da parte della comunità scientifica internazionale dell’autenticità dell’arte magdaleniana raffigurata nella grotta di Altamira. Per celebrare quest’occasione, oggi vi parliamo di quella che è stata considerata e premiata come la scoperta archeologica più importante del 2019: la scoperta di dieci imponenti bassorilievi rupestri raffiguranti un sovrano e i grandi dei d’Assiria nel sito archeologico di Faida (20 km a sud della città di Duhok e 50 km da Mosul, nel Kurdistan iracheno settentrionale), nell’ambito del Kurdish-Italian Faida Archaeological Project condotto dall’Università di Udine e dalla Direzione delle Antichità di Duhok, che ha vinto il premio mondiale per l’archeologia intitolato a Khaled al-Asaad.
L’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”
Il premio, intitolato all’archeologo siriano che nel 2015 ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale del sito di Palmira, è l’unico riconoscimento mondiale dedicato agli archeologi che affrontano quotidianamente il loro compito nella doppia veste di studiosi del passato e di professionisti al servizio della protezione del patrimonio culturale a rischio. Il premio è assegnato in collaborazione con le testate giornalistiche internazionali media partner della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: Archeo (Italia), Antike Welt (Germania), Archéologia (Francia), Archäologie der Schweiz (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia), British Archaeology (Regno Unito).
Daniele Morandi Bonacossi, professore del Dipartimento di studi umanistici e del patrimonio culturale dell’Università di Udine, ritirerà l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad” 2020 il 20 novembre prossimo a Paestum, in occasione della XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.
Con i rilievi di Faida, le altre quattro scoperte archeologiche del 2019 candidate per la vittoria nella sesta edizione del premio sono state: la città perduta di Mahendraparvata capitale dell’impero Khmer nella foresta sulle colline di Phnom Kulen, a nord-est di Angkor (Cambogia); Motza (Israele), 5 km a nord-ovest di Gerusalemme, una metropoli neolitica di 9.000 anni fa; a Roma la Domus Aurea ha svelato un nuovo tesoro: la Sala della Sfinge; ancora in Italia, nell’antica città di Vulci, è stata portata alla luce una statua etrusca raffigurante un leone alato del VI secolo a.C.
Il Kurdish-Italian Faida Archaeological Project (KIFAP)
Il progetto, co-diretto da Daniele Morandi Bonacossi (Università di Udine) e da Hasan Ahmed Qasim (Direzione delle Antichità di Duhok – Regione del Kurdistan iracheno) è un progetto archeologico congiunto che lavora dal 2019 nella regione di Duhok nel nord del Kurdistan iracheno. Nei mesi di settembre e ottobre 2019, il team di archeologi ha individuato dieci imponenti rilievi rupestri di epoca assira (VIII-VII secolo a.C.) scolpiti nella roccia, lungo un antico canale d’irrigazione di quasi 8,4 km di lunghezza. Il canale di Faida fu fatto probabilmente scavare dal sovrano assiro Sargon (721-705 a.C.) alla base di una collina. Lungo il canale, il sovrano assiro fece scolpire grandi pannelli, di quasi 5 m di larghezza e 2 m di altezza, rappresentanti il sovrano assiro ai due lati di una serie di divinità stanti sui loro animali simbolo.
Questo complesso di opere d’arte rupestri è però oggi fortemente minacciato dal vandalismo, da scavi clandestini e dall’espansione del vicino villaggio e delle sue attività produttive, che lo hanno già gravemente danneggiato. Negli anni fra la nascita dello Stato Islamico come auto-proclamata entità statale nel 2014 e la sua sconfitta nel 2017, inoltre, i rilievi di Faida si sono trovati ad essere ubicati a soli 25 km dalla linea del fronte. Il progetto congiunto italo-curdo è dunque un intervento di salvataggio, che mira non solo a portare alla luce questi importantissimi rilievi assiri (dieci sono già stati scavati, ma molti altri attendono ancora di essere individuati ed esposti), ma anche a documentarli con tecnologie innovative e restaurarli.
Il contributo della ALIPH Foundation
Lo scorso luglio, la ALIPH Foundation, una prestigiosa fondazione internazionale per la protezione del patrimonio culturale in aree di conflitto, ha stabilito una collaborazione con l’Ateneo udinese per finanziare la documentazione dei rilievi assiri di Faida e l’elaborazione di un progetto di restauro e protezione di questo monumentale complesso di arte rupestre gravemente minacciato da vandalismo e dall’espansione delle attività produttive del vicino villaggio. L’Università di Udine e ALIPH hanno firmato un accordo di durata annuale che ha permesso l’erogazione di un Emergency Relief Grant da parte della fondazione al “Faida Salvage Project” condotto dall’ateneo.
Il progetto è inoltre sostenuto da:
Governo Regionale del Kurdistan – Iraq;
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale;
Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca;
Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia;
Fondazione Friuli;
ArcheoCrowd;
Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.
La Torre degli Asinelli e la Garisenda si possono considerare, senza ombra di dubbio, il cuore della città di Bologna. Entrambi gli edifici, risalenti all’XI-XII secolo, sono stati realizzati in selenite, un gesso crudo, estratto dalle cave del Monte Donato. Le due torri svettano nel centro storico, dove vi era l’ingresso dell’antica via Emilia, che collegava direttamente la città di Ravenna con la città di Bologna.
La Torre degli Asinelli, di 97,20 metri, è la torre medievale più alta d’Italia! Probabilmente venne edificata a scopo difensivo, per volere imperiale, e in seguito passò alla famiglia Asinelli. Questa torre è l’unica della città di Bologna aperta regolarmente al pubblico: per raggiungerne la sommità si devono percorrere 498 gradini e alla loro conclusione è possibile ammirare l’intera città, dal centro storico fino ai colli.
La Garisenda, invece, è alta 47,50 metri e pende in direzione est-sud-est di 3,22 metri. Questa inclinazione avvenne a causa di un cedimento del terreno e delle fondamenta, tanto che Dante la inserì nel XXXI Canto dell’Inferno. La torre venne paragonata al gigante Anteo, figlio di Poseidone, che si piegò per favorire il passaggio di Dante e Virgilio verso il lago ghiacciato di Cocito. Nel XIV secolo, per evitare un futuro crollo, il Comune decise di “mozzarla”, in origine però doveva essere alta 60 metri.
Le due torri, Torre degli Asinelli e Torre della Garisenda, XI-XII sec. d.C., viste da Via Rizzoli. Le torri espletavano funzioni sia militari che di celebrazione del potere della famiglia che le aveva edificate. Interno della Torre degli Asinelli, unica torre regolarmente visitabile dal pubblico a Bologna. La scalinata interna è costituita da 498 scalini Vista sul Palazzo della Mercanzia dalla sommità della Torre degli Asinelli.Dalla sommità della Torre degli Asinelli si può godere di un’ottima visuale del territorio circostante, non a caso lo scopo principale dietro la sua costruzione era quello di punto di osservazione e di difesa.
ARCHITECTURE | The two towers symbol of Bologna
The Asinelli Tower and the Garisenda can be considered, undoubtedly, the heart of the city of Bologna. Both buildings, dating back to the 11th-12th century, were made of selenite, a raw gypsum extracted from the quarries of Monte Donato. The two towers stand out in the historic centre, where there was the entrance to the ancient Via Emilia – Aemilian way – which directly connected the city of Ravenna with the city of Bologna.
The Asinelli Tower, 97.20 metres high, is the tallest medieval tower in Italy! It was probably built for defensive purposes, by royal command, and later passed to the Asinelli family. This tower is the only one in the city of Bologna that is regularly open to the public: to reach the top you have to walk 498 steps and at their conclusion you can admire the entire city, from the historic centre to the hills.
The Garisenda, on the other hand, is 47.50 meters high and leans in an east-south-east direction by 3.22 metres. This inclination occurred due to a subsidence of the ground and of the foundations, so much so that Dante featured it in Canto XXXI of the Inferno. The tower was compared to the giant Antaeus, son of Poseidon, who bent to facilitate the passage of Dante and Virgil towards the frozen lake of Cocito. In the fourteenth century, to avoid a future collapse, the Municipality decided to cut it, but originally it had to be 60 metres high.
The two towers, The Asinelli Tower and The Garisenda, 11th-12th century. AD, seen from Via Rizzoli. The towers carried out both military functions and celebrations of the power of the family that had built them.
Inside of the Asinelli Tower, the only tower that can be visited regularly by the public in Bologna. The internal staircase consists of 498 steps
View on the Palazzo della Mercanzia from the top of the Asinelli Tower.
From the top of the Asinelli Tower you can enjoy an excellent view of the surrounding area, it is no coincidence that the main purpose behind its construction was that of an observation and defense point.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
I principali riferimenti storici alla nascita di Alba sono contenuti nella stessa denominazione della città romana, Alba Pompeia. “Alba” nel mondo ligure indica il centro principale di una tribù, facendo pertanto presupporre il ruolo di capoluogo, forse di un sottogruppo dei Bagienni, popolazione celto-ligure insediatasi prima dell’arrivo dei Romani nella città.
E’ da collegarsi con la figura di Gneo Pompeo Stradone, uomo politico e generale romano, che nell’89 a.C., tramite la Lex Pompeia, concedette il diritto latino alle comunità transpadane, che non corrisponde all’immediata creazione di una struttura urbana, quanto piuttosto alla costituzione di un luogo di raccolta della comunità preurbana, di “mercato” e di approdo alla confluenza tra il fiume Tanaro e il torrente Cherasca. In effetti, Alba conosce il periodo di maggiore sviluppo economico ed urbano nel I sec. d.C., nel corso del quale si definisce l’impianto monumentale cittadino, a seguito della romanizzazione della Valle del Tanaro, cruciale punto di collegamento tra la pianura padana, i valichi alpini ed i centri della Liguria. L’insediamento si inserisce rapidamente nei flussi commerciali, favoriti sia dal sistema di comunicazione fluviale dell’area sia da una fitta rete stradale terrestre, come testimoniato dalla dislocazione del suo porto nella zona nord-ovest della città, in collegamento con l’asse viario che conduceva alla costa ligure e, in particolare, a Vada Sabatia/Vado Ligure attraverso il valico di Cadibona. Inoltre, forma, insieme alle altre due città del bacino del Tanaro – Pollenzo e Benevagienna – il cosidetto “triangolo produttivo”, che occupa una posizione economica primaria nel Piemonte romano: viticoltura, allevamento ovino e suino, agricoltura e sfruttamento del legname delle aree boschive si configurano come le sue principali attività.
Un primo elemento di particolare interesse è rappresentato dalla forma ottagonale della cinta muraria: tale soluzione appare dettata soprattutto da esigenze pratiche e ambientali, in quanto “si lega ottimamente al raccordo con il territorio rurale circostante, messo in relazione da una fitta rete stradale radiale che converge nel nucleo cittadino”; inoltre, “permetteva […] un’accentuata difendibilità militare del sito e una maggiore protezione dalle frequenti esondazioni dei limitrofi corsi d’acqua” (Alessandro Mandolesi 2013). Del circuito murario sono archeologicamente documentati cinque lati: possedeva fondazioni in opus caementicium ed elevato in opus vittatum mixtum (struttura mista di pietra e laterizio con elementi disposti secondo piani orizzontali) a doppi ricorsi di mattoni e originario rivestimento laterizio, sia sul fronte esterno che su quello interno. Era inoltre dotata di torri quadrangolari, di cui restano tracce sul lato nord, collocate in corrispondenza dei principali percorsi viari interni.
Alla città, la cui superficie era di circa 33 ettari, si accedeva mediante tre principali vie di ingresso, in corrispondenza delle tre porte urbiche, situate una all’estremità del cardine massimo, sul lato meridionale delle mura (probabilmente all’incrocio tra le attuali via Mazzini e via Vittorio Emanuele II), e le altre due alle estremità del decumano massimo, sui lati occidentale ed orientale (di difficile identificazione). Il lato settentrionale, invece, probabilmente non ospitava nessuna via di accesso se non un’apertura di secondaria importanza, a causa dello spazio ridotto che intercorreva tra le mura e il Tanaro.
All’interno della cinta muraria, l’intersezione tra cardine massimo (asse principale nord-sud, lungo l’odierna via Vittorio Emanuele II) e decumano massimo (asse principale est-ovest, oggi via Vida-piazza Risorgimento-piazza Pertinace) generava una serie di strade ortogonali, che articolavano lo spazio urbano in 52 isolati, dei quali 34 di forma quadrata, con lato di 71 m, 10 rettangolari (71 x 58 m) nel settore occidentale, 8 grossomodo triangolari, in corrispondenza dei lati diagonali delle mura. La minor estensione del settore occidentale, in cui si trovavano le insulae di minor ampiezza, era causata dalle limitazioni imposte dal Tanaro, che lambiva le mura a ovest, e dall’esigenza di collegare il cardine massimo con la strada suburbana principale. Il ritrovamento di tratti di selciato e di condotti della rete fognaria ha consentito di ricomporre archeologicamente tutti gli assi viari. Tutte le strade rinvenute sono risultate larghe 5,50 m e dotate di ampi marciapiedi in terra battuta, di circa 3 m, per un totale di 11,50 m di sede stradale. L’ampiezza dei marciapiedi presuppone l’esistenza di portici, probabilmente costituiti da spioventi su pilastri in laterizi o in legno, di cui vi sono tracce rappresentate da basi quadrangolari, disposte a intervalli regolari di 3 metri, ritrovate in vari punti.
Una delle prime infrastrutture di cui Alba si dotò fu l’acquedotto: lo testimonierebbero le analogie costruttive dei suoi resti con i 29 tratti di condotti fognari emersi, risalenti alla prima metà del I sec. d.C. Si tratterebbe di un impianto posteriore al primo sistema idrico, di età repubblicana, nato in relazione all’espansione della città e, pertanto, ad un accresciuto fabbisogno idrico. Si ritiene che fosse basato su più direttrici idriche, o almeno su di un condotto primario correlato con bracci secondari; prevalentemente interrato, avrebbe tuttavia presentato alcuni tratti impostati su arcate, come attestato da alcuni basamenti di piloni rinvenuti, ad esempio, tra piazza Savona e via Vittorio Emanuele II e anche in corso Italia.
Si hanno, inoltre, indizi di altre strutture a carattere pubblico, come il foro, il teatro e un complesso monumentale, forse a carattere religioso, mentre a oggi mancano dati su altri edifici (basilica, curia…) e sull’anfiteatro. Nel 1839, in occasione degli scavi per la costruzione di due case alle spalle del Duomo, in piazza Rossetti (angolo via Vida), area corrispondente all’antica insula XXI e a nord del decumano massimo, si registra il ritrovamento di quello che è considerato come uno dei più importanti documenti artistici romani dell’Italia settentrionale: si tratta di una grande testa femminile in marmo, oggi custodita nel Museo Archeologico di Torino, internamente cava ed appartenente ad una statua cultuale della fine del II sec. a. C., realizzata in materiali diversi e posta all’interno di un tempio, di cui si ignora la localizzazione. Tale ritrovamento costituirebbe anche un indizio dell’ubicazione dell’area forense, proprio in quanto proveniente da una zona connessa alla presunta area del foro, di circa 71 m, dove peraltro è affiorato un piano in mattoni forse pertinente alla pavimentazione della piazza pubblica. L’ipotesi sarebbe avvalorata, oltre che da elementi della cartografia antica, anche dalla presenza, in epoca medievale, del mercato cittadino proprio in un’area adiacente a questa.
Testimonianze architettoniche provenienti dall’insula XI (strutture ritrovate al di sotto di via Manzoni, che proseguono in muri individuati in coincidenza della chiesa di S. Giuseppe) appartengono ad un complesso pubblico riferibile al teatro, come testimoniato, in particolare, dalla presenza di due pilastri in mattoni collegati a un muro curvilineo, che disegna uno spazio semicircolare con una fronte di circa 45 m. In effetti, il suo andamento curvo sembrerebbe ancora ripreso in alcuni allineamenti dei fabbricati esistenti; risulta, inoltre, che, proprio in questa zona, tra via Manzoni e via Como, accanto alla chiesa di S. Giuseppe, si trovasse il teatro settecentesco di Alba, poi divenuto Teatro Perucca, facendo ipotizzare una suggestiva continuità d’uso della zona. Altri indizi di rilievo sono rappresentati da resti di pavimentazione in opus sectile, un’antica tecnica artistica che impiega marmi diversi, lastre di rivestimento in marmo, cornici, fregi, frammenti di capitelli e di una statua, bassorilievi, un’erma. La presenza, nel limitrofo isolato a sud (insula XIX), di strutture, presumibilmente attinenti alla porticus post scaenam (l’area porticata retrostante la scena), suggerisce una stretta connessione tra area forense e area per gli spettacoli, che trova confronti in molti progetti urbanistici della prima età imperiale, quali Augusta Bagiennorum (Benevagienna) e, ancora in area cisalpina, Brixia (Brescia). Alla fine del I sec. d.C. lo spazio pubblico viene ampliato, con l’inserimento, nei pressi di via Cerrato, di un nuovo complesso forense-religioso, che, prendendo il posto di una dimora privata, testimonia una successiva fase di monumentalizzazione della città. Tale complesso avrebbe occupato pressoché tutta l’insula X, in collegamento con la zona del foro e con quella del teatro, dalla quale è separato dal cardine massimo. Si articola in un’area quadrangolare di 49 x 50 m ca., delimitata da un porticato e caratterizzata da una sequenza di esedre quadrangolari e semicircolari. Si è supposta in proposito l’identificazione con un templum Pacis, forse ispirato a quello voluto da Vespasiano per Roma a celebrazione della fine delle guerre civili e della guerra giudaica (71 d.C.), che presentava su un lato un tempio rettangolare affacciato su un giardino circondato da portici.
Per quanto concerne l’edilizia privata, a fronte delle scarse attestazioni, la presenza nelle domus indagate di ambienti riscaldati (in qualche caso, forse, riferibili a terme private), di numerosi frammenti di pavimentazioni musive o in opus signinum (tecnica che usava il cocciopesto come impermeabilizzante) e di intonaci parietali riconducibili ai cosiddetti III e IV stile pompeiano, testimoniano il tenore di vita raggiunto dalla città nei primi secoli dell’Impero. Di particolare interesse, la decorazione parietale dell’“ambiente B”, pertinente alla domus di via Acqui, dove compare una scena figurata con un cervide marino tra due delfini. Il riconoscimento di botteghe sulla fronte di una casa, individuata in via Gioberti, induce ad ipotizzare che nel settore meridionale della città prevalessero le attività commerciali e artigianali, in contrasto con la zona settentrionale, dove sembra fossero concentrate le residenze di maggior pregio. La motivazione è stata individuata nello stretto collegamento della zona meridionale con le aree agricole e con le colline delle Langhe, mentre la situazione della zona settentrionale, che costituisce una sorta di “spalto” sulla valle del Tanaro, potrebbe aver favorito “l’insediamento dei ceti più ricchi per le caratteristiche di maggior tranquillità, ma anche di un’agevole collegamento con i servizi della zona pubblica” (Fedora Filippi 1997). Altri importanti ritrovamenti consistono nei corredi funerari provenienti dalle necropoli suburbane, fra cui quelle di via Rossini e S. Cassiano, poste in corrispondenza degli accessi principali alla città.
Ipotesi di ricostruzione di Alba Pompeia (disegno di F. Corni)
Particolare dell’affresco della domus di via Acqui
Ricostruzione dell’atrio della domus del Teatro Sociale
ARCHAEOLOGY | Alba (CN), the city beneath your feet
The main historical references to the birth of Alba can be found in the name itself of the Roman city, Alba Pompeia. ‘Alba’ in the Ligurian world indicates the main centre of a tribe, thus suggesting the role of the capital, perhaps of a subgroup of the Bagienni, a Celtic-Ligurian population that settled before the arrival of the Romans in the city.
The name is also connected with the figure of Gneus Pompeus Strabo, a Roman politician and general, who in 89 BC granted Latin Rights to the communities in Transpadania through the Lex Pompeia de Transpadanis, which did not correspond to the immediate creation of an urban structure, but rather to the establishment of a place of gathering for the pre-urban community, of ‘market’ and of landing at the confluence of the Tanaro river and the Cherasca. In fact, Alba had its greatest economic and urban development in the first century AD, during which the city monumental layout was defined following the Romanization of the Tanaro Valley, a crucial point of connection between the Po Valley, the Alpine passes and the centres of Liguria. The settlement quickly adapted to the commercial flows, favoured both by the river communication system and by a dense land road network, as evidenced by the location of its port in the north-west of the city connected with the road axis which led to the Ligurian coast and, in particular, to Vada Sabatia/Vado Ligure through the Cadibona pass. Furthermore, together with the other two cities in the Tanaro basin, Pollenzo and Benevagienna, it formed the so-called ‘productive triangle’, which occupies a primary economic position in the Roman Piedmont: its main activities were viticulture, sheep and pig breeding, agriculture and timber exploitation of wooded areas.
A first element of particular interest is represented by the octagonal shape of the walls: this solution appears to be dictated, first of all, by practical and environmental needs, as it binds it well to the surrounding rural territory, connected by a dense radial road network that converges in the city core; moreover, it allowed an accentuated military defensibility of the site and greater protection from the frequent flooding of the neighbouring watercourses (Mandolesi, 2013). Five sides of the wall circuit are archaeologically documented: it had foundations in opus caementicium and elevated in opus vittatum mixtum (mixed structure of stone and brick with elements arranged according to horizontal planes) with double brick applications and original brick cladding, both on the external and internal front. It was also equipped with quadrangular towers, of which traces remain on the north side, located in correspondence with the main internal roads.
The city, whose surface was about 33 hectares, was accessed via three main entrance routes, corresponding to the three city gates, located one at the end of the maximum hinge, on the southern side of the walls (probably at the intersection of today’s Via Mazzini and Via Vittorio Emanuele II), and the other two at the ends of the maximum decumanus, on the western and eastern sides (difficult to identify). The northern side, on the other hand, probably did not host any access road if not an opening of secondary importance, due to the limited space that existed between the walls and the Tanaro.
Inside the walls, the intersection between the maximum hinge (main north-south axis, along today’s Via Vittorio Emanuele II) and decumanus maximum (main east-west axis, today’s Via Vida, Piazza Risorgiment, Piazza Pertinace) generated a series of orthogonal streets, which divided the urban space into 52 blocks, of which 34 square, with a side of 71 metres, 10 rectangular (71×58 m) in the western sector, 8 roughly triangular, corresponding to the diagonal sides of the walls. The smallest extension of the western sector, in which the insulae of smaller width, it was caused by the limitations imposed by the Tanaro, which lapped the walls to the west, and by the need to connect the maximum hinge with the main suburban road. The discovery of stretches of pavement and sewer network ducts made it possible to archaeologically recompose all the roads. All the roads found were 5.50 metres wide and equipped with wide gravel pavements of about 3 metres, for a total of 11.50 metres of roadway. The width of the sidewalks indicates the presence of arcades, probably consisting of slopes on brick or wooden pillars, of which there are traces represented by quadrangular bases, arranged at regular intervals of 3 metres, found in various points.
One of the first infrastructures that Alba was equipped with was the aqueduct: the constructive similarities of its remains with the 29 sections of emerged sewer pipes, dating back to the first half of the first century AD, testify to this. This would be a system after the first water system, of the Republican age, born in relation to the expansion of the city and, therefore, to an increased water requirement. It is believed that it was based on several water lines, or at least on a primary conduit correlated with secondary branches; mainly buried, however, it would have presented some sections set on arches, as evidenced by some pillars found, for example, between Piazza Savona and Via Vittorio Emanuele II and also in Corso Italia.
There are also indications of other public structures, such as the forum, the theater and a monumental complex, perhaps of a religious nature, while today there is no data on other buildings (basilica, curia) and on the amphitheater. In 1839, on the occasion of the excavations for the construction of two houses behind the Duomo, in piazza Rossetti (corner of via Vida), an area corresponding to the ancient insula XXI and to the north of the decumanus maximus, the discovery of what is considered as one of the most important Roman artistic documents of northern Italy is recorded: it is a large female head in marble, now kept in the Archaeological Museum of Turin, internally quarried and belonging to a cult statue of the end of the second century BC, made of different materials and placed inside a temple, the location of which is unknown. This discovery would also constitute an indication of the location of the forensic area, precisely as it comes from an area connected to the alleged area of the forum, of about 71 metres, where a brick floor perhaps pertaining to the pavement of the public square has emerged. The hypothesis would be supported not only by elements of ancient cartography, but also by the presence, in medieval times, of the city market in an area adjacent to it.
Architectural evidence from the insula XI (structures found below via Manzoni, which continue in walls identified coinciding with the church of S. Giuseppe) belong to a public complex referable to the theater, as evidenced, in particular, by the presence of two brick pillars connected to a wall curvilinear, which draws a semicircular space with a front of about 45 m. In fact, its curved shape would still seem to be taken up in some alignments of existing buildings; it also appears that in this area, between via Manzoni and via Como, next to the church of S. Giuseppe, there was the eighteenth-century theater of Alba, which later became the Perucca Theatre, suggesting a suggestive continuity of use in the area. Other important clues are represented by remains of paving in opus sectile, an ancient artistic technique that uses different marbles, marble cladding slabs, frames, friezes, fragments of capitals and a statue, bas-reliefs, a herm. The presence, in the neighbouring block to the south (insula XIX), of structures, presumably related to the porticus post scaenam (the arcaded area behind the scene), suggests a close connection between the forensic area and the entertainment area, which finds comparisons in many urban projects of the early imperial age, such as Augusta Bagiennorum (Benevagienna) and, still in the Cisalpine area, Brixia (Brescia). At the end of the first century AD the public space was enlarged with the insertion of a new forensic-religious complex near Via Cerrato, which, taking the place of a private residence, testifies to a subsequent phase of monumentalization of the city. This complex would have occupied almost the entire insula X, in connection with the area of the forum and with that of the theatre, from which it is separated by the maximum hinge. It is divided into a quadrangular area of approximately 49×50 m, bordered by a portico and characterized by a sequence of quadrangular and semicircular exedras. Identification with a templum Pacis, perhaps inspired by the one wanted by Vespasian for Rome to celebrate the end of the civil wars and the Jewish war (71 AD), which featured on one side a rectangular temple overlooking a garden surrounded by arcades.
As far as private construction is concerned, in the face of scarce attestations, the presence in the domus investigated heated rooms (in some cases, perhaps, referable to private baths), numerous fragments of mosaic flooring or in opus signinum (a technique that used cocciopesto as a waterproofing agent) and wall plasters attributable to the so-called III and IV Pompeian style, testify to the standard of living reached by the city in the first centuries of the Empire. Of particular interest is the wall decoration of ‘room B’, pertaining to the domus in via Acqui, where there is a figurative scene with a sea deer between two dolphins. The recognition of shops on the front of a house, located in via Gioberti, leads us to hypothesize that commercial and artisanal activities prevailed in the southern sector of the city, in contrast to the northern area, where the most prestigious residences seem to have been concentrated. The reason was identified in the close connection of the southern area with the agricultural areas and with the hills of the Langhe, while the situation in the northern area, which constitutes a sort of ‘rampart’; on the Tanaro valley, could have favored the settlement of richer classes due to the characteristics of greater tranquility, but also of an easy connection with the services of the public area (Filippi, 1997). Other important findings consist of funerary objects from the suburban necropolis, including those in via Rossini and S. Cassiano, located at the main entrances to the city.
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