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NEWS | Il Viaggio del Meschino al Parco Archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato (PA)

Un viaggio, non solo fisico e geografico, è al centro del progetto ispirato alla celebre opera di Andrea da Barberino Guerrino detto il Meschino, ripresa da Gesualdo Bufalino all’inizio degli anni ’90, che verrà presentato l’8 ottobre a Solunto, il 9 ottobre a Himera e il 10, infine, presso le Case D’Alia a Monte Iato; lo spettacolo, per canto, teatro e musica – ideato e interpretato dalla talentuosa artista palermitana Miriam Palma, accompagnata dalla chitarra di Nino Giannotta, è il “viaggio” che diviene metafora dell’esistenza, grazie alla musicalità della parola narrante, la cui cadenza rimanda all’ostinato ritmo del Cunto siciliano. Il vecchio puparo protagonista, nonostante la vecchiaia e la rigidità del corpo, viene preso dal fuoco dell’arte e rinvigorito dalle sue stesse parole, grazie alla forza del racconto e al potere taumaturgico del canto; così, all’amara riflessione sulla caducità dell’umano il racconto risponde con un inno alla bellezza, un invito a coltivare le passioni che rendono dolce la condizione esistenziale.

“Poter lavorare al Parco Archeologico di Himera, Solunto e Monte Iato, a conclusione della stagione estiva dei Teatri di Pietra, assume – quest’anno – un significato particolare, di prospettiva” commenta Aurelio Gatti, direttore artistico di Teatri di Pietra. “In una stagione segnata da grandi incertezze e  numerose difficoltà, sebbene felice e sorprendente nei risultati, poter operare in collaborazione con il nuovo Parco, che di per sé rappresenta una “rete” di siti straordinari, significa progettare il futuro e a questa mission cultura e teatro sono tenuti a contribuire… Per questa si è pensato ad un’opera che ha al centro il tema del viaggio come metafora di vita, proprio qui, in luoghi in cui la storia ha portato genti lontane, di cui leggiamo tracce che ci parlano ancora oggi, attraverso i secoli. Sono questi i luoghi dai quali prendiamo ispirazione e nei quali amiamo portare vita con il teatro, la musica e la danza; ci auguriamo che questa conclusione della stagione estiva sia di buon augurio per una positiva collaborazione con il Parco per l’anno a venire”.  L’iniziativa dei Teatri di Pietra si inserisce in un articolato programma di manifestazioni organizzato e promosso dal Parco sotto la direzione dell’Architetto Stefano Zangara.

Orario: 18:30

Biglietto: € 5 / convenzioni e studenti € 3

Area Archeologica e Antiquarium di Solunto 8 ottobre, Via Collegio Romano, Solunto, Santa Flavia (PA)

Area Archeologica e Antiquarium di Himera 9 ottobre, Tempio della Vittoria e Museo Pirro Marconi, SS113,  Buonfornello (PA )

Antiquarium Case D’Alia 10 ottobre, Contrada Perciana ( PA )

Obbligatoria la prenotazione: whatsapp al 351 907 2781 o mail teatridipietra@gmail.com.

Ingresso in osservanza dell’attuale normativa di prevenzione e contenimento COVID19

Informazioni: teatridipietra@gmail.com, tel. 351 9072781

Ufficio Stampa: Marilena D’Asdia marilenadasdia@gmail.com, tel. 342 318666

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NEWS | IL GIALLO DI SETI I, PADRE DEL GRANDE RAMESSE

La Dott.ssa Giuseppina Capriotti, responsabile del Centro Culturale Italiano presso Il Cairo, nella giornata di oggi, mercoledì 7 ottobre, alle ore 18.00 ci porterà “Alla ricerca di Seti I: un giallo archeologico tra Egitto e Roma Capitale”. Il giallo nasce dal ritrovamento di una bella testa, attribuita tradizionalmente al famoso Ramesse II e conservata al Museo Barracco di Roma (Musei Capitolini), arrivata sul suolo italiano insieme ad altre antichità egizie già in epoche remote e soprattutto durante l’Impero Romano.

Sullo sfondo delle vicende storiche dell’Unità d’Italia e alla luce di nuovi studi, tra Egitto e Italia, tra mercati antiquari e archeologia, una nuova intrigante e misteriosa avventura può essere raccontata. L’accurata osservazione, visiva e pure tattile, di una raffinata testa egizia, può condurre a una nuova comprensione dell’opera, del suo significato originario e di quello attribuitogli successivamente. Sarà l’eterno Ramesse II o Seti I suo padre appartenente alla XIX dinastia, che regnò intorno al 1294 a.C., che diede il via alla costruzione di un grande regno, impegnandosi in politica estera e dando il via alla costruzione di grandi opere, lasciando in eredità al suo famoso figlio un regno già prospero.

Seti I al cospetto del dio Osiride sul frammento di un pilastro dalla tomba KV17 del faraone. Neues Museum, Berlino

 

Il ciclo di incontri online del Museo Tattile Statale Omero di Ancona (AN)

L’incontro, che fa parte del ciclo di conferenze online “Uno zoom sull’arte”, si terrà presso il Museo Tattile Statale Omero di Ancona e sarà disponibile tramite piattaforma web Zoom. Per partecipare occorre prenotarsi via mail all’indirizzo conferenze@museoomero.it.

I prossimi incontri si terranno sempre di mercoledì, dalle 18 alle 19.30:

  • 21 Ottobre – “Brera: ripensare un museo”, a cura di James Bradburne, direttore generale della Pinacoteca di Brera;
  • 4 Novembre – “Rivoluzione digitale e umanesimo”, a cura di Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino;
  • 18 Novembre – “Reggia di Caserta museo verde: il patrimonio storico-artistico e paesaggistico per lo sviluppo sostenibile della società”, a cura di Tiziana Maffei, direttrice della Reggia di Caserta.
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TEATRO | La maschera dalla commedia dell’arte ai giorni nostri

Il tipo di teatro che più di tutti si è servito della maschera è senz’altro la commedia dell’arte, diffusasi in Italia e diventata popolare nel corso del Cinquecento, tanto che i suoi “tipi” sono entrati nell’immaginario collettivo e sono arrivati fino ai giorni nostri. Come nel teatro classico, anche nella commedia dell’arte le maschere e i costumi servivano a rendere ben riconoscibili al pubblico i personaggi. E così abbiamo i servi Arlecchino e Pulcinella, Pantalone, Colombina e una miriade di altre maschere, create secondo i prototipi della società del tempo.

Maschere della commedia dell’arte

I comici italiani interpretavano la maschera estendendo l’espressione facciale al resto dei muscoli del corpo: essi si muovevano e assumevano postura, incedere e gestualità come conseguenza naturale dell’espressione del volto. Ed è così che divennero artisti della mimica, pionieri di un tipo di teatro fisico molto in voga oggi, che, pur non facendo uso della maschera, fa del “cuore pulsante” del personaggio, individuato in un punto specifico del corpo, il motore per ogni suo gesto scenico.

L’utilizzo della maschera in scena costringe l’attore a fare una ricerca minuziosa sulle sue capacità espressive, esplorando canali di comunicazione meno convenzionali ma ugualmente potenti. Il gesto diventa ampio per essere visibile da qualsiasi angolo della platea e la mimica diventa tanto scultorea quanto fluida e mutevole. 

Il Teatro Nō in Giappone

In Giappone la maschera è da sempre stata protagonista nel “Teatro Nō”. In questo ambito diventa quasi più importante dell’attore stesso, che all’inizio di ogni spettacolo arriva a venerare l’oggetto prima di indossarlo per poter interpretare al meglio il suo personaggio.

Maschera del Teatro Nō

La peculiarità che la rende diversa dalle altre maschere ed estremamente interessante è che quella del Teatro Nō è scolpita in modo da mutare l’espressione a seconda della posizione della testa dell’attore e dell’illuminazione che riceve. 

La maschera neutra

Nel teatro moderno occidentale la maschera è stata ripresa grazie agli studi dell’attore e mimo francese Jacques Lecoq in collaborazione con lo scultore Amleto Sartori. Essi formularono una nuova idea per questo straordinario e antico elemento comunicativo: concepirono la maschera come strumento per neutralizzare ogni espressione sul volto dell’attore.

Maschera neutra

Nacque così la “maschera neutra”, che influenzò moltissimi artisti europei e diede vita a una nuova corrente artistica e un nuovo modo di fare teatro, in uso ancora oggi.

 

 

THEATRE | The mask from Commedia dell’Arte to the present day

The type of theatre that most of all made use of the mask is undoubtedly Commedia dell’Arte, which spread in Italy and became so popular during the sixteenth century, that its ‘types’ entered the collective imagination and arrived up to the present day. As in classical theatre, even in Commedia dell’Arte the masks and costumes were used to make the characters easily recognizable to the public. And so we have the servants Arlecchino and Pulcinella, Pantalone, Colombina and a myriad of other masks, created according to the prototypes of the society of the time.

 

 

Masks of Commedia dell’Arte

The Italian comedians interpreted the mask by extending the facial expression to the rest of the muscles of the body: they moved and assumed posture, pace and gestures as a natural consequence of the expression of the face. And this is how they became mimic artists, pioneers of a type of physical theatre very popular today, which, while not using the mask, makes the “beating heart” of the character, identified in a specific point of the body, the engine for every stage gesture.

The use of the mask on stage forces the actor to do a meticulous research on his expressive abilities, exploring less conventional but equally powerful communication channels. The gesture becomes large to be visible from any corner of the audience and the pantomime becomes as sculptural as it is fluid and changeable.

The Noh Theatre in Japan

In Japan, the mask has always been the protagonist in the “Noh Theatre”. In this context it becomes almost more important than the actor himself, who at the beginning of each show comes to venerate the object before wearing it in order to best interpret his character.

 

 

Mask of the Noh Theatre

The peculiarity that makes it different from other masks and extremely interesting is that of the Noh Theatre is sculpted in such a way as to change the expression according to the position of the actor’s head and the lighting it receives.

The neutral mask

In modern western theatre the mask has been revived thanks to the studies of the French actor and mime Jacques Lecoq in collaboration with the sculptor Amleto Sartori. They formulated a new idea for this extraordinary and ancient communicative element: they conceived the mask as a tool to neutralize any expression on the actor’s face.

 

The Neutral Mask

Thus was born the ‘neutral mask’, which influenced many European artists and gave birth to a new artistic current and a new way of doing theatre, still in use today.

Article translated and curated by Veronica Muscitto

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DIETRO AL FASCISMO | Archeologia e Fascismo

Il rapporto tra Romanitas e Fascismo

“Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia romana cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale. Molto di quello che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e coraggio: civis romanus sum

Le parole pronunciate da Benito Mussolini il 21 aprile 1922 esprimevano il rapporto di continuità tra romanitas e fascismo, tra la Roma antica e quella moderna. Una parte consistente dell’impalcatura della propaganda fascista fu costruita sul mito di Roma. Nel complesso di simboli e rituali che il Fascismo impose all’Italia dopo la presa del potere, non si faceva riferimento soltanto al fascio littorio o al passo romano ma al potere delle immagini e, in particolare, all’architettura.

Il rapporto tra archeologia e città

La retorica fascista dei discorsi di Mussolini modifica il rapporto tra archeologia e città, fino al totale stravolgimento della topografia urbana, operato attraverso demolizioni e sventramenti. Il Duce desiderava creare un nuovo spazio politico e liberare l’antica urbs dalle “brutture”, dalle “incrostazioni parassitarie accumulate in secoli d’abbandono” e creare una nuova Roma, potente, ordinata come lo era stata al tempo di Augusto. Le vestigia della Roma antica venivano riportate alla luce e inserite in un nuovo spazio pubblico, “inventato” appositamente dal regime. Fu creata una vera e propria scenografia, che poteva essere vista da lontano o percorrendo i grandi assi viari.
Nel 1930 Mussolini approva il Piano regolatore di Marcello Piacentini. Il nuovo centro urbano fu ottenuto grazie al trasferimento della stazione ferroviaria a Termini; furono isolati l’Augusteo, il teatro di Marcello e il Campidoglio. Questo piano regolatore venne presentato come il piano di Mussolini: il documento della civiltà fascista. Dopo la Roma di Augusto, dopo la Roma di Sisto V, si edificava la Roma di Mussolini. Il tessuto urbano della Capitale viene completamente manipolato e distrutto, soltanto per attualizzare il mito fascista dell’Urbe.

Piano regolatore di Roma. 1930.

La riscoperta e la rimodulazione dell’antica Roma in chiave fascista si espresse con la realizzazione di Via dell’Impero, oggi Via dei Fori Imperiali. Il primo colpo di piccone per la realizzazione della strada fu dato nell’agosto del 1931. La prima vera moderna via della Capitale legava indissolubilmente il cuore della romanità imperiale con la nuova Roma incarnata dal duce, con Palazzo Venezia e il Vittoriano. Per la sua costruzione furono demoliti il palazzo tra il monumento dedicato a Vittorio Emanuele II e il palazzo delle Assicurazioni, le case in via Cremona e quelle di fronte al Foro di Traiano, l’intero quartiere di via Alessandrina, il Compitum Acilium, ed infine, il sacello dei Lares fu smontato e trasferito nei magazzini comunali. 

Via dell’Impero. Roma.

Il piccone demolitore fascista

Tutti gli sventramenti, le demolizioni, le asportazioni dimostravano quanto il regime volgesse ben poco rispetto a quel patrimonio archeologico che pretendeva di valorizzare, interessato piuttosto a servirsene al fine dell’ideologia e della propaganda di regime: il fitto tessuto urbano scomparve definitivamente. Nonostante ciò, Mussolini era considerato dalla popolazione come colui che aveva reso bella l’Italia, come un costruttore. Ed è per questo motivo che il Duce si faceva rappresentare con la pala o il piccone. Sicuramente una delle immagini più famose è la copertina della Domenica del Corriere del 3 marzo del 1935, dedicata a un avvenimento accaduto giorni prima, presentato così dalla didascalia:

“Il Duce vibra il primo colpo di piccone per liberare l’area destinata alla Mole Littoria che, fra quattro anni, di fronte alle glorie monumentali dell’urbe simboleggerà la potenza dell’Italia fascista”

Achille Beltrame raffigurava Mussolini, con divisa e fez, sul tetto di una casa, con all’orizzonte via dell’Impero, mentre impugnava un piccone pronto a scagliare il primo colpo contro quell’edificio da eliminare. L’immagine del piccone, demolitore e risanatore allo stesso tempo, evidenziava il rinnovamento della città e della società operato dal fascismo. L’immagine del Duce con il piccone diviene iconica e riassume, in un gesto, anni di politiche urbanistiche, culturali e propagandistiche.

Copertina a colori de La Domenica del Corriere del 3 marzo 1935 di Achille Beltrame

La copertina di Achille Beltrame deriva da una fotografia in bianco e nero, scattata il 19 febbraio 1935. Nel passaggio da fotografia a copertina a colori, il movimento rimane lo stesso, ma il Duce risulta meno impacciato, più snello e con la luce che gli illumina il viso. Sparisce Achille Starace, poiché Mussolini doveva essere il solo protagonista della scena. Restano i due operai, forse a voler ribadire come il Duce fosse un lavoratore come gli altri. Il paesaggio circostante è idealizzato: sono abbattuti tutti gli edifici che a quel tempo ancora esistevano verso i Mercati traianei, perché, alle spalle del Duce, gli unici edifici che dovevano svettare erano i due luoghi simbolo della romanità e della Patria: la colonna Traiana e il Vittoriano.

Fotografia in bianco e nero. Mussolini inaugura con il piccone i lavori per la realizzazione della Mole Littoria. 12 Febbraio 1935.

La locuzione “piccone demolitore” esisteva già nel 1880, riferendosi alla Roma umbertina e ai piccoli sventramenti attuati, ma l’apice si registra agli albori del regime fascista, quando Giacomo Boni stava lavorando al recupero delle antiche vestigia di Roma e, in particolare, all’individuazione e alla scoperta del Lupercale. Importante testimonianza sono gli appunti dell’archeologo, in cui è presentata una scena abbastanza evocativa e propiziatoria:

“A proposito delle esplorazioni del Lupercale, la culla della civiltà romana, non sarebbe male che un giorno S. E. il Presidente Mussolini, in maniche di camicia nera, desse il primo colpo di piccone o scavasse la prima palata di terra”

Sembra quasi che dalle parole di Boni sia nato quell’atto tipicamente mussoliniano.

La nuova Roma di Mussolini

La nuova Roma di Mussolini era una metropoli di dimensioni europee costituita non soltanto da strade, monumenti ed edifici pubblici, ma da un’anima, un cervello e un centro spirituale. Con Mussolini, Roma non era più soltanto capitale politica ma diventava capitale morale e intellettuale, riprendendo molteplici elementi del passato. L’ideale di Mussolini si può sintetizzare in queste poche parole:

Ho ordinato che siano raccolte in grandi album moltissime fotografie degli esterni e degli interni da demolire, fotografie da dedicare a qualche eroe superstite nostalgico del cosiddetto “colore locale” […] Ed ora cedo la parola al piccone!”

 

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NEWS | Tesori dentro casa sull’Aventino (RM)

La scoperta di un complesso urbano sull’Aventino ha portato alla luce, ben cinque anni fa, strutture murarie e ambienti con incredibili mosaici, che da novembre 2020 potranno essere ammirati da tutti.

L’incredibile scoperta

Nel 2015 Bnp-Paribas Real Estate ha chiesto dei sopralluoghi alla Soprintendenza Archeologica di Roma per poter intervenire su alcuni uffici, che sarebbero diventati degli appartamenti lussuosi: le agenzie che facevano visitare gli appartamenti ai possibili compratori si guardavano bene dal dire cosa era apparso pochi metri sotto i garage. Il tutto ha destato non poca curiosità, infatti il cantiere è stato subito fermato dalla società che ha dato il via libera agli scavi, condotti dalla cooperativa scelta dalla stessa, ma diretti dall’archeologa della Soprintendenza, Alessandra Capodiferro, responsabile sull’Aventino da più di vent’anni.

“Io non credo che allora sapessero cosa stavano distruggendo – ammette Capodiferro – tanto che un pilone poggia su un muro romano. Il fatto è che ci troviamo di fronte a un contesto ad alta presenza archeologica, in un arco di tempo compreso tra l’età arcaica e il terzo secolo, fino al sesto. E noi abbiamo scavato solo dove la proprietà, che ha fatto di tutto per agevolare il nostro lavoro, aveva bisogno di avere il nulla osta per impiantare i micropali antisismici”.

Come se dicesse: chissà quanti ambienti si troverebbero se si ampliasse il raggio d’azione della ricerca! Fa sicuramente ben sperare in un futuro intervento…

La “scatola archeologica”

Dallo scavo sono emersi tre ambienti, appartenenti a una o più domus di II-III secolo d.C., con bellissimi mosaici in tessere di pasta vitrea e un muro fortificato, scavato nel costone di tufo, con il basamento di una torre del VI secolo a.C.. Agli archeologi si è posto innanzi un arco cronologico amplissimo: i tre ambienti, appartenenti ad una sontuosa residenza di età tardo repubblicana, hanno avuto una lunga continuità abitativa.

“Non è un museo, è una scatola archeologica”, sottolinea la soprintendente Daniela Porro; difatti, le opere murarie e i mosaici di epoca antonina ed adrianea sono stati ricollocati nell’esatta posizione in cui erano stati trovati sulla base di rapporti stratigrafici, orientamento e deformazioni. Il risultato è stato un allestimento unico, arricchito da luci, proiezioni e dalla voce narrante di Piero Angela.

Un caso unico e, purtroppo, raro di collaborazione tra pubblico e privato, che speriamo dia il buon esempio!

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ARCHEOLOGIA | I siti archeologici di Salina

L’insediamento neolitico di Rinicedda (Rinella)

Il sito neolitico di Rinella a Salina, insieme a quello di Castellaro a Lipari, è il più antico insediamento umano rinvenuto nelle Isole Eolie. Risale al V millennio a.C., momento in cui si colloca la sedentarizzazione dell’uomo. Del sito ci resta un’unica capanna, dalla quale ci pervengono numerosi manufatti ceramici e utensili in ossidiana. Per costruire tali oggetti, gli abitanti raccoglievano l’ossidiana a Lipari e la trasportavano a Rinella, dove poi era lavorata mediante scheggiatura. Il vasellame si divideva in ceramica a impasto, dello stile di Stentinello, e ceramica depurata, dipinta con bande rosse su fondo crema, forse di importazione. I vasi di produzione locale erano fatti a mano, senza l’uso del tornio, e comprendevano sia forme semplici, per lo più sferiche, sia forme più articolate, come i vasi a fiasco. Le decorazioni di tipo geometrico erano eseguite per impressione, usando mani, punteruoli in osso o in legno, bordi di conchiglie, stampi o punzoni in argilla.

L’insediamento di Serro Brigadiere

Nel 1990, a Salina, in località Serro Brigadiere, vennero ritrovate numerose testimonianze archeologiche pertinenti a un insediamento databile tra il III e il II millennio a.C. Su di una dorsale, che dalla Fossa delle Felci scende verso il mare, sono state scoperte alcune capanne. Queste sono risultate essere semi-interrate, in quanto il piano di calpestio interno era alquanto più basso rispetto a quello esterno. Mediante lo studio delle fosse di fondazione è stato possibile ricostruirne la planimetria: ogni capanna aveva pianta quadrangolare con angoli arrotondati e alzato interamente ligneo; non sembra, inoltre, presentare muretti in pietra. Nel sito, è stata anche rinvenuta un’importante quantità di ceramica modellata a mano. I diversi stili e tipologie sono da riferire alle culture di Diana-Spatarella, di Piano Conte, di Piano Quartara, di Capo Graziano e di Thapsos-Milazzese. Tale successione suggerisce che il sito fosse frequentato dall’Eneolitico iniziale al Bronzo Medio. Diversamente dagli altri siti contemporanei, quello di Serro Brigadiere sembra essere più povero, poiché non adotta il modello della casa ovale con muro perimetrale.    

Punta Megna (Rinella)

Sul fianco sud-orientale del ripido pendio di Contrada Megna, nel luogo oggi occupato da un esteso uliveto a terrazzamenti, si era sviluppato un insediamento risalente al Bronzo Antico (II millennio a.C.) e appartenente alla cultura di Capo Graziano. Questo villaggio, scoperto nel 1989, era composto da capanne appoggiate direttamente sulla roccia naturale. Alcuni setti lapidei sono stati adattati e inseriti nel perimetro degli ambienti. La vicina pianura di Rinicedda doveva rappresentare, inoltre, una delle risorse agricole del sito. A causa delle cattive condizioni di conservazione, non è possibile fruire di questo sito archeologico, invisibile agli occhi degli escursionisti che percorrano il sentiero che conduce alla scogliera di Punta Megna.

Il villaggio di Portella

Il villaggio di Portella di Salina è databile al Bronzo Medio. Le genti che lo abitavano appartenevano alla cultura di Thapsos-Milazzese. Fu scoperto nel 1954 e fu oggetto di scavi fino al 2008. Portella si trova tra Santa Marina e Capo Faro, su una cresta le cui pareti sono state rese ripide e inaccessibili dalla forte erosione. Il villaggio è composto di circa 25 ambienti a pianta ovale o circolare, scavati interamente nel lapillo vulcanico e, alle volte, dotati di un perimetro fatto a muro a secco. Le capanne sono distribuite su delle terrazze larghe quanto le strutture. Di quest’ultime era visibile solo il tetto, essendo il resto interrato. Il villaggio era munito di aree all’aperto, cintate, che avevano funzione di spazi di lavoro. All’interno degli ambienti sono rimasti arredi e oggetti di uso quotidiano: focolari, mensole e lastre di pietra, vasellame a impasto modellato a mano e utensili in pietra. Questo villaggio era specializzato nella raccolta e conservazione dell’acqua piovana: internamente, gli ambienti erano organizzati in base alla presenza di uno o più pithoi. Ne sono stati rinvenuti 25 esemplari, di cui molti integri. Gli abitanti raccoglievano l’acqua piovana mediante un sistema di vasche, canali e canalette, rinvenuti sul versante sud e conservati in questi grandi contenitori. Gli studi eseguiti hanno rivelato che ogni ambiente doveva avere un diverso uso e che più ambienti appartenevano a un gruppo familiare. Uno strato uniforme di incendio testimonia la fine violenta del villaggio, probabilmente a causa dell’arrivo degli Ausoni.

Le Terme romane

A nord del lungomare di Santa Marina di Salina, in Contrada Barone, si trova un complesso termale di età romana. Esso, pur con un cambio di destinazione, fu in uso dai primi secoli dell’età imperiale, fino agli inizi del VI secolo d.C. La posizione, a ridosso del mare e ai piedi del Monte Fossa delle Felci, ha danneggiato il sito che, nel corso del tempo, è stato eroso dagli agenti atmosferici e dalle mareggiate. Dell’edificio termale sono visibili il muro frontale esterno e brevi setti murari perpendicolari degli ambienti interni. Questi ultimi sono costruiti con ciottoli e malta e, come mostrato da tracce in un unico ambiente, dovevano essere rivestiti di intonaco dipinto. Sul lato meridionale, si conservano i resti del calidarium e del tepidarium con l’ipocausto. Questo era un sistema di riscaldamento costituito da pilastrini litici e mattoni in terracotta dove circolava l’aria calda destinata a riscaldare l’acqua della vasca soprastante. Nella zona centrale è visibile parte della vasca, accessibile tramite tre scalini, destinata ai bagni di acqua fredda: il frigidarium.   

La fabbrica del pesce

In età tardo-romana, l’edificio termale è stato trasformato e adibito a fabbrica per la lavorazione del pesce. Rispetto all’originaria planimetria, sono stati aggiunti nuovi muri, gli ambienti superiori sono stati obliterati, riempiti di terra e pietre, mentre il pavimento di lastre in terracotta e tegole è stato rialzato. Al fine di lavorare il pesce, oltre alle precedenti vasche, ne vennero installate numerose altre, di varia forma e grandezza. A questa fase appartiene anche il pozzo addossato al muro frontale delle terme. Data la vicinanza, gli studiosi hanno ipotizzato che la fabbrica fosse collegata all’impianto delle saline di Lingua.  

Le Grotte Saracene

A Salina, il sentiero che, partendo da Serro dell’Acqua giunge al Vallone Castagno, è costellato da numerose grotte, alcune comunicanti tra loro tramite passaggi interni. Si tratta delle grotte, in parte naturali e in parte artificiali, dove pare si siano rifugiati gli abitanti di Lipari a seguito dell’eruzione del Monte Pelato, nell’VIII secolo d.C. Inoltre, furono utilizzate come abitazioni al tempo delle incursioni arabe: ciò fece guadagnare loro il nome di Grotte Saracene. Una di esse dovette essere sfruttata come chiesa, in quanto, sulle sue pareti, è incisa una serie di croci.

ARCHAEOLOGY | The archaeological sites of Salina

The Neolithic settlement of Rinicedda (Rinella)

The Neolithic site of Rinella in Salina, together with that of Castellaro in Lipari, is the oldest human settlement found in the Aeolian Islands. It dates back to the fifth millennium BC, when anthropological sedentism took place. Only a hut remains on the site, in which numerous ceramic artefacts and obsidian tools were discovered. To build these objects, the inhabitants collected obsidian in Lipari and transported it to Rinella, where it was later worked by means of knapping. Ceramics were divided into course earthenware, of the Stentinello type, and refined earthenware, painted with red bands on a cream background, perhaps imported. The locally-produced vases were handmade without the use of a wheel, and included both simple shapes, mostly spherical, and more articulated ones, such as flask vases. Geometric decorations were made by impression, using hands, bone or wooden awls, edges of shells, moulds or clay stamps.

The settlement of Serro Brigadiere

In 1990 numerous archaeological remains relating to a settlement dating back to between the third and second millennium BC were found in Salina, in the locality of Serro Brigadiere. Some huts were discovered on a ridge that descends from the Fossa delle Felci towards the sea. These turned out to be semi-buried, as the internal floor was somewhat lower than the external one. A reconstruction of the plan was possible thanks to a study on the foundations: each hut had a quadrangular plan with rounded corners and an entirely wooden elevation; furthermore, the site does not appear to have stone walls. A significant amount of hand-modelled pottery was also found there. The different styles and types refer to the cultures of Diana-Spatarella, Piano Conte, Piano Quartara, Capo Graziano and Thapsos-Milazzese. This succession suggests that the site had been dwelt from the early Eneolithic to the Middle Bronze Age. Unlike other contemporary sites, that of Serro Brigadiere appears to be poorer, since it does not adopt the model of oval house with perimetral wall.

Punta Megna (Rinella)

A settlement dating back to the Ancient Bronze Age (second millennium BC) and belonging to the Capo Graziano culture had developed on the south-eastern side of the steep slope of Contrada Megna, in the place now occupied by an extensive terraced olive grove. This village, discovered in 1989, was made up of huts directly built on the living rock. Some stone walls had been adapted and inserted in the perimeter of the rooms. The nearby plain of Rinicedda also represented one of the agricultural resources of the site. Due to poor preservation conditions, it is not possible to make use of this archaeological site, invisible to the eyes of hikers who follow the path that leads to the Punta Megna cliff.

The village of Portella

The village of Portella di Salina can be dated to the Middle Bronze Age. Its inhabitants belonged to the Thapsos-Milazzese culture. It was discovered in 1954 and excavated until 2008. Portella is located between Santa Marina and Capo Faro, on a ridge whose walls have been made steep and inaccessible by severe erosion. The village is composed of about twenty-five rooms with an oval or circular plan, entirely carved out of the volcanic lapillus and, at times, with a drywall perimeter. Huts are spread over terraces as wide as the structures themselves. Of the latter, only the roof was visible, whereas the rest was underground. The village was equipped with fenced areas, which served as work spaces. Furnishings and objects of daily use were left inside the rooms: hearths, shelves and stone slabs, hand-molded pottery and stone tools. This village was specialised in the collection and conservation of rainwater: internally, the rooms were organised according to the presence of one or more pithoi. They have been found twenty-five of them, many of which are intact. The inhabitants collected rainwater by means of a system of tanks, canals and channels found on the south side, and stored in these large containers. Studies have revealed that each room had to have a different use and that several rooms belonged to a family group. A uniform layer of fire testifies to the violent end of the village, probably due to the arrival of the Ausones.

Roman baths

North of the seafront of Santa Marina di Salina, in Contrada Barone, there is a Roman bath complex. Although with a change of destination, it had been used from the first centuries of the imperial age until the beginning of the sixth century AD. It is due to its position, close to the sea and at the foot of Monte Fossa delle Felci, that the site was damaged, being gradually eroded by atmospheric agents and storm surges. The external front wall and short perpendicular walls of the internal rooms are visible from the bath building. The latter were built with pebbles and mortar and, as shown by traces found in a single room, had to be coated with painted plaster. The remains of the calidarium and tepidarium with their hypocaust were preserved in the southern side. This was a heating system consisting of lithic pillars and terracotta bricks where hot air circulated to heat the water in the pool above. Part of the pool is visible in the central area, and is accessible via three steps, intended for cold water baths: the frigidarium.

The fish factory

In the late Roman period, the bath building was transformed and became a fish processing factory. Compared to the original plan, new walls were added, the upper rooms were obliterated, filled with earth and stones, while the terracotta slabs and tiles floor was raised. In order to process the fish, numerous tanks of various shapes and sizes were installed in addition to the previous ones. The well leaning against the front wall of the baths also belongs to this phase. Given the proximity, scholars have hypothesised that the factory was connected to the salt pans of Lingua.

The Saracen Caves

The path in Salina that starts from Serro dell’Acqua and reaches Vallone Castagno is dotted with numerous caves, some communicating with others through internal passages. These are the caves, partly natural and partly artificial, where the inhabitants of Lipari apparently took refuge following the eruption of Monte Pelato in the eighth century AD. Moreover, they were used as dwellings during the Arab raids: hence the name ‘Saracen Caves’. One of them must have been used as a church, as a series of crosses were found engraved on its walls.

Article translated by Cristina Carloni.

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ARCHEOME BOOKS | Paolo Matthiae – Distruzioni, saccheggi e rinascite. Gli attacchi al patrimonio artistico dall’antichità all’Isis (2015)

Matthiae, Paolo | Accademia Nazionale dei Lincei
L’archeologo Paolo Matthiae

Paolo Matthiae in questo scritto affronta con lucidità e lungimiranza un tema vasto, angosciante e potenzialmente sterminato, un tema che – confessa lo stesso autore – durante la sua carriera di archeologo egli non avrebbe mai immaginato potesse tornare di così scottante attualità.
Nei vari capitoli l’illustre archeologo mira a fornire una chiave di lettura delle diverse cause di decadimento del patrimonio storico-artistico, da quello naturale, proprio del passare del tempo, a quello dovuto a saccheggi, appropriazioni e distruzioni intenzionali. In questo sentito e ambizioso libro Matthiae ci ricorda che le distruzioni colpiscono, oggi come nel passato, il patrimonio culturale di ogni civiltà e che, quando intenzionali, la distruzione e il saccheggio di opere d’arte hanno avuto da sempre un preciso significato ideologico e politico di negazione e annientamento della civiltà dei vinti.
Nello scorrere dei capitoli il presente e il passato si fondono e si compenetrano, non per dar vita a una “cronaca delle distruzioni” ma per riflettere sulle violazioni degli uomini nei confronti del proprio passato e della cultura di tutti.
In chiusura l’autore si concentra sulle “rinascite”, sul concetto di conservazione e salvaguardia, sull’esaltazione della memoria, a patto che essa resti plurale e aperta, come elemento fondante di un futuro di uguaglianza.
Un testo scritto con lo sdegno dell’accademico, che ha visto sotto i suoi occhi sgretolarsi le testimonianze di un passato amato, curato, studiato per oltre 60 anni della sua vita; dell’archeologo e dell’uomo che ha sofferto per la morte del collega Khaled al-Asaad, conservatore di Palmira, cui il libro è dedicato.
Un libro che è anche un monito affinché, come chiosa Matthiae, “il Passato sia conservato nel Presente e sia consegnato integro al Futuro”.   

 

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Ricercatori italiani partecipano a un progetto sull’analisi del patrimonio genetico dei Vichinghi

L’Università di Foggia, in particolare il Dipartimento di Studi Umanistici e la Cattedra di Archeologia Medievale, rappresentata dal prof. Pasquale Favia, è stata fra i promotori dello studio europeo incentrato sull’analisi dei dati genetici di 442 individui di etnia scandinava, i cui resti risalgono al periodo compreso tra l’Età del Bronzo (2400 a.C.) e l’epoca moderna (1600 d.C.). I campioni sono stati raccolti da oltre 80 siti archeologici, per lo più dal Nord Europa (Groenlandia, Islanda, Russia, Norvegia), ma sorprendentemente anche in Italia.

Una buona parte dei resti umani analizzati, infatti, derivano da scavi di età medievale localizzati nella Puglia settentrionale: tali reperti sono conservati nei laboratori di Archeologia del Dipartimento di Studi Umanistici dell’UniFg e della Soprintendenza Archeologia Belle Arti-Paesaggio per le Province BAT e FG, sotto la direzione del funzionario archeologo Italo Muntoni. Sono stati sottoposti a estrazione del DNA reperti provenienti dal sito di San Lorenzo in Carmignano, alle porte di Foggia, rinvenuti nel corso degli scavi condotti dall’Università di Foggia e diretti dal prof. Favia, nonché dalla necropoli della chiesa rurale di Cancarro, non lontano dalla città di Troia (FG), sito archeologico scavato dalla SABAP FG-BAT, con la direzione della dott.ssa Corrente e la collaborazione  di ArcheLogica srl, ex spin-off di UniFg.

La diaspora dei Vichinghi

Scopo della ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, è di indagare l’ampiezza dell’espansione marittima delle popolazioni scandinave durante l’era vichinga (750-1050 d.C.), dimostrando che la “diaspora” dei Vichinghi coinvolse diverse aree e che popolazioni distinte influenzarono il patrimonio genetico di varie regioni europee. Inoltre, le analisi fatte sui campioni pugliesi testimonierebbero che un gruppo di questa popolazione, di ceppo etnico vichingo, nel corso dell’XI secolo si trasferì nel Mezzogiorno d’Italia.

Mappa dei dataset genomici analizzati nello studio (da Margaryan, A., Lawson, D.J., Sikora, M. et al. Population genomics of the Viking world. Nature 585, 390–396, 2020).

“Le analisi effettuate sui reperti campionati non hanno offerto tracce marcate di un’eredità genetica di origine vichinga – ha spiegato il prof. Pasquale Favia – Questo dato tende a confermare, allo stato attuale delle ricerche, il quadro prefigurato sulla base delle fonti storico-documentarie, che portano a ipotizzare una presenza normanna nel Mezzogiorno d’Italia, rilevante sul piano istituzionale e culturale ma contenuta dal punto di vista demografico. Ciò non sminuisce assolutamente l’importanza di essere stati coinvolti in una ricerca internazionale estremamente complessa e di alto profilo che apre una nuova stagione di ricerche in Capitanata. Ci si pone, infatti, in prospettiva, l’obiettivo di fare di queste prime analisi del DNA dedicate alla popolazione medievale daunia, un punto di partenza per più sistematiche e intensive indagini sul patrimonio genetico regionale”.

Pubblicabili da revisionare

PERSONAGGI | Rodolfo Siviero, lo 007 italiano al servizio delle opere d’arte

Le novità della rubrica
Da ottobre la rubrica “Personaggi” sarà dedicata, ogni mese, a un tema diverso.
Iniziamo con uno degli argomenti più affascinanti per chi si interessa di archeologia e storia dell’arte, ossia i personaggi che si sono dedicati, a vario titolo, alla difesa e alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico italiano e internazionale.
Ci sembra doveroso iniziare da una figura poliedrica e interessante come quella di Rodolfo Siviero, storico dell’arte e agente segreto.

Rodolfo Siviero
Rodolfo Siviero nasce a Guardistallo, in provincia di Pisa, il 24 Dicembre 1911. Nel 1924 la famiglia si trasferisce a Firenze al seguito del padre Giovanni, maresciallo dei carabinieri. Qui il giovane compie la sua formazione, tra studi umanistici e vanterie per l’appartenenza alla gioventù fascista. Sappiamo, infatti, che già nel 1929 Siviero era iscritto al partito Fascista. Dai diari apprendiamo anche la sua passione per le donne e il suo successo con loro, oltre che l’ambizione di farsi strada nell’ambiente letterario di Firenze (nel 1936 pubblicherà una raccolta di poesie intitolata “La selva oscura”).

Rodolfo Siviero: Lo 007 dell'Arte italiano
Il giovane Rodolfo a cavallo

Dal Fascismo alla Resistenza
Dal 1935 al 1938 le notizie su Siviero si fanno scarse e contraddittorie: è probabile che proprio in quegli anni, grazie alle numerose amicizie coltivate con politici e diplomatici fascisti (tra cui ci sarebbe stato addirittura Ciano), abbia iniziato a collaborare con i servizi segreti. Sicuramente nel 1937 è in Germania, con la copertura di una borsa di studio in storia dell’arte.
L’anno successivo rientra in Italia, dove pare inizi ad abbandonare le simpatie totalitarie: il passaggio di Rodolfo Siviero da fervente fascista a membro della resistenza (dopo il 1943 collaborerà attivamente con il comando militare alleato) è uno dei punti maggiormente controversi della sua vita.
Sicuramente un ruolo determinante fu giocato dall’ingente trafugamento di opere d’arte che i nazisti compirono in Italia ben prima dell’8 settembre 1943, con la compiacenza del governo di Mussolini.
Dal 1943 in poi la vita lavorativa di Rodolfo Siviero fu quasi totalmente dedicata alla ricerca e al rimpatrio dei capolavori italiani portati via dai Tedeschi. A lui dobbiamo il recupero di opere famosissime come L’Annunciazione di Beato Angelico, la Danae di Tiziano e il Discobolo Lancellotti, ma anche, assieme a Palma Bucarelli, il salvataggio di numerose tele della Galleria d’Arte Moderna di Roma (di cui Bucarelli era all’epoca direttrice), trasportate rocambolescamente in auto nei rifugi antiaerei del Vaticano.

Rodolfo Siviero, 007 dell'arte, e i recuperi dei capolavori rubati
Rodolfo Siviero con la Danae di Tiziano

Il dopoguerra
Tra il 1946 e il 1953 Siviero, in qualità di capo dell’Ufficio Interministeriale per il recupero delle opere d’arte, svolge un’intensa attività diplomatica, trattando prima con il comando alleato in Germania e poi con la Repubblica Federale Tedesca, per favorire il rientro in patria delle opere trafugate e anche di quelle acquistate dai gerarchi nazisti ma illegalmente esportate.
Nel frattempo Siviero dà la caccia ai capolavori di cui si era persa ogni traccia nei concitati anni del conflitto mondiale e alle opere che in vario modo continuavano a essere rubate ed esportate illegalmente dal nostro paese: nasce la leggenda dello 007 italiano dell’arte.
Complici i suoi metodi non sempre ortodossi, l’efficiente rete di informatori che fu in grado di creare in tutta Europa e la grande disinvoltura con cui era solito muoversi nei meandri della diplomazia europea. Nel privato pare che Siviero fosse un uomo estremamente raffinato: amante dell’arte, della bella vita e delle donne, tutte caratteristiche che lo resero molto popolare nell’ambiente culturale degli anni ’50 e ’60.

Gli ultimi anni
L’opera di recupero dei capolavori trafugati (in Italia il commercio illegale di opere d’arte continua a essere fiorente ancora oggi) porterà Siviero a denunciare, nei suoi scritti, la disattenzione del Governo italiano per il proprio patrimonio culturale e a chiedere ininterrottamente che le istituzioni si occupino con solerzia non solo della conservazione ma anche della tutela e della salvaguardia.
Siviero continua il suo lavoro fino alla morte, avvenuta il 26 ottobre del 1983. In mancanza di eredi, lascia la sua casa fiorentina e la sua collezione privata alla Regione Toscana, con la disposizione, esaudita nel 1998, di trasformarla in museo aperto al pubblico.

 

EMINENT FIGURES | Rodolfo Siviero, the Italian 007 at the service of works of art

The news of the column

From October, the ” Eminent Figures” column will be dedicated, every month, to a different theme.
Let’s start with one of the most fascinating topics for those interested in archaeology and art history, namely the characters who have dedicated themselves, in various ways, to the defense and safeguarding of the Italian and international historical-artistic heritage. Particularly, we are going to analyze the multifaceted and interesting figure of Rodolfo Siviero, art historian and secret agent.

Rodolfo Siviero

Rodolfo Siviero was born in Guardistallo, in the province of Pisa, on December 24th 1911. In 1924 the family moved to Florence following his father Giovanni, a marshal of the carabinieri. Here the young man completed his training, including humanistic studies and boasting of belonging to the fascist youth. We know, in fact, that already in 1929 Siviero was a member of the Fascist party. From his diaries we also learn his passion for women and his success with them, as well as his ambition to make his way in the literary environment of Florence (in 1936 he will publish a collection of poems entitled “La selva oscura”).

 

 

The young Rodolfo on horseback

From Fascism to the Resistance
From 1935 to 1938 news about Siviero became scarce and contradictory: it is likely that in those years, thanks to the numerous friendships cultivated with fascist politicians and diplomats (including Ciano), he began to collaborate with the secret services. Surely in 1937 he is in Germany, with the coverage of a scholarship in art history.
The following year he returned to Italy, where he apparently began to abandon totalitarian sympathies: the passage of Rodolfo Siviero from a fervent fascist to a member of the resistance (after 1943 he will actively collaborate with the allied military command) is one of the most controversial points of his life .
Certainly a decisive role was played by the massive theft of works of art that the Nazis carried out in Italy well before 8 September 1943, with the complacency of Mussolini’s government.
From 1943 onwards, Rodolfo Siviero’s working life was almost totally dedicated to the search for and repatriation of Italian masterpieces taken away by the Germans. To him we owe the recovery of famous works such as The Annunciation by Beato Angelico, the Danae by Titian and the Discobolus Lancellotti, but also, together with Palma Bucarelli, the rescue of numerous paintings from the Gallery of Modern Art in Rome (of which Bucarelli was the director at the time), transported daringly by car to the Vatican air raid shelters.

 

Rodolfo Siniero with the Danae by Titian

The Post-war period

Between 1946 and 1953 Siviero, as head of the Interministerial Office for the recovery of works of art, carried out an intense diplomatic activity, dealing first with the allied command in Germany and then with the Federal Republic of Germany, to favor the return home of stolen works and also of those purchased by the Nazi hierarchs but illegally exported.
In the meantime Siviero hunts for the masterpieces of which all traces had been lost in the agitated years of the world conflict and for the works that in various ways continued to be stolen and illegally exported from our country: the legend of the Italian 007 of art was born.
His methods not always orthodox , the efficient network of informants he was able to create throughout Europe and the great ease with which he used to move in the maze of European diplomacy are complicit. In private it seems that Siviero was an extremely refined man: a lover of art, the good life and women, all characteristics that made him very popular in the cultural environment of the 50s and 60s.

The last years
The work of recovering the stolen masterpieces (in Italy the illegal trade in works of art continues to flourish even today) will lead Siviero to denounce, in his writings, the inattention of the Italian government for his own cultural heritage and to ask without interruption that the institutions take care not only of conservation but also of protection and safeguarding.
Siviero continued his work until his death on October 26, 1983. In the absence of heirs, he left his Florentine home and his private collection to the Tuscany Region, with the provision, fulfilled in 1998, to transform it into a museum open to the public.

Translated and curated by Veronica Muscitto

 

Pubblicabili da revisionare

ARCHEOLOGIA | La Gola dell’Infernaccio (FM), un nome oscuro per un luogo di fede

SANTUARIO DI S. LEONARDO (FM) – La Gola dell’Infernaccio (FM), sovrastante l’abitato di Montefortino, è uno dei canyon più suggestivi tra quelli che si susseguono lungo l’Appennino Marchigiano e soprattutto, tra quelli dei Monti Sibillini. Un luogo carico di storia che per secoli è stato un luogo di passaggio tra il litorale adriatico e la via per Roma, situato nella vicina Valnerina: un percorso storico che in un tratto toccava anche l’eremo di San Leonardo, santuario benedettino fondato nell’VIII secolo.

Questo bellissimo esempio di architettura sacra, che poi ha finito per influenzare anche la toponomastica dei luoghi vicini come il monte Priora, ha però conosciuto un progressivo abbandono a partire dalla fine del Medioevo, essendo un luogo troppo isolato e soggetto a frequenti saccheggi. Nel 1971 il padre francescano Armando Lavini (padre Pietro) gettò le basi per una ricostruzione dell’eremo. Il francescano, partendo dai resti della struttura, ricostruì in stile neogotico il complesso. Elementi neogotici sono visibili ad esempio nelle finestre ogivali, nell’ingresso laterale sotto un portico composto da tre archi a sesto acuto.

Purtroppo, il recente terremoto che ha sconvolto il centro Italia, ha arrecato diversi danni all’eremo, costringendolo a rimanere chiuso fino all’aprile del 2018. Visitate questi bellissimi luoghi per scoprirne la storia nascosta e per aiutare questi borghi colpiti dal terremoto a risorgere!

https://www.turismo.marche.it/Cosa-vedere/Attrazioni/Montefortino-Eremo-di-San-Leonardo/3416

ARCHAEOLOGY | The Gola dell’Infernaccio (FM), a dark name for a place of faith

SANCTUARY OF SAINT LEONARD (FM) – The Gola dell’Infernaccio (literally, ‘gorge of hell’), which overlooks the town of Montefortino, is one of the most suggestive gorges among those that stretch along the Apennines in the Marche region and, above all, among those in the Sibillini Mountains. A place full of history that has been for centuries the passage between the Adriatic coast and the road leading to Rome, located in the nearby Valnerina: a historical path that also led to the hermitage of Saint Leonard, a Benedictine sanctuary founded in the eight century AD.

However, this beautiful example of sacred architecture, which eventually ended up influencing the toponymy of nearby places such as Monte Priora, suffered progressive neglect starting from the end of the Middle Ages, being a place too isolated and subject to frequent looting. In 1971 the Franciscan friar Armando Lavini (father Pietro) laid the foundations for a reconstruction of the hermitage. He rebuilt the complex in neo-Gothic style starting with the remains of the structure. Neo-Gothic elements can be found, for example, in the ogival windows, and in the side entrance under a portico consisting of three pointed arches.

Unfortunately, the recent earthquake that hit central Italy caused various damage to the hermitage, forcing it to remain closed until April 2018. Visit these beautiful places to discover their hidden history and to help these earthquake-struck villages to get back on their feet!

Article translated by Cristina Carloni.