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ARCHITETTURA | L’arco di Augusto a Rimini, simbolo di una città

L’Arco di Augusto a Rimini è l’arco romano più antico esistente. Costruito nel 27 a.C. come porta onoraria, esprime la volontà del Senato di celebrare la figura dell’imperatore Ottaviano Augusto, così come manifestato dall’iscrizione posta sopra l’arcata. Il monumento si inseriva nella cinta muraria cittadina, della quale sono ancora visibili i resti, posti ai lati della struttura. Esso segnava la fine della Via Flaminia, che collegava l’antica città di Ariminum alla capitale dell’impero, confluendo poi nel decumano massimo, oggi corso d’Augusto, che portava all’imbocco di un’altra via, la via Emilia.

L’architettura è caratterizzata da un ricco apparato decorativo carico di significati politici e propagandistici: la sua struttura presenta un fornice, con un’apertura talmente ampia da non poter essere chiusa da porte. Questo elemento dell’edificio ricorda la pace raggiunta dopo un lungo periodo di guerre civili, la cosiddetta Pax Augustea; vi si affiancano semi-colonne con fusti scanalati e capitelli corinzi,  mentre su entrambe le facciate si trovano due teste di bue, simboli della potenza di Roma.

I quattro clipei posti a ridosso dei capitelli rappresentano altrettante divinità romane: rivolti verso Roma si trovano Giove e Apollo, invece nei clipei che guardano verso l’interno della città sono raffigurati Nettuno e la dea Roma. L’arco in origine era sormontato da un attico, che doveva completarsi con una statua dell’imperatore a cavallo o su di una quadriga.

La sommità, forse crollata a causa di terremoti, venne munita di una merlatura durante il Medioevo, donando all’arco la sua iconica immagine, che ancora oggi resta il simbolo più celebre della città.

L’Arco di Augusto, 27 a.C., visuale da fuori le mura, visibili ai lati dei capitelli delle semi-colonne i clipei,
che rappresentano Giove (a sinistra) e Apollo (a destra)
L’Arco di Augusto, visuale dal lato della città. Sezione dell’arco che ha subito il maggior numero di rifacimenti
durante il corso della sua storia. Rimangono però ancora visibili, nonostante il passare del tempo, i clipei che rappresentano Nettuno (a sinistra) e la dea Roma (a destra)

ARCHITECTURE | The arch of Augustus in Rimini, symbol of a city

The Arch of Augustus in Rimini is the oldest existing Roman arch. Built in 27 BD as an “honorary” town gate, it expresses the will of the Senate to celebrate the figure of the emperor Octavian Augustus, as manifested by the inscription placed above the arch. The monument was inserted in the city walls, of which the remains are still visible, placed on the sides of the structure. It marked the conclusion of the Flaminia road, which connected the ancient city of Ariminum to the capital of the empire, then merging into the decumanus maximus, now Corso d’Augusto, which led to the entrance of another road, the ViaEmilia.

 The architecture is characterized by a rich decorative apparatus full of political and propaganda meanings: its structure has a fornix, with such a wide opening that it cannot be closed by gates. This element of the building recalls the peace achieved after a long period of civil wars, the so-called Pax Augustea; flanked by semi-columns with fluted shafts and Corinthian capitals, while on both sides there are two ox heads, symbols of the power of Rome. The four clypei placed close to the capitals represent as many Roman divinities: facing Rome are Jupiter and Apollo, on the other hand, in the clypei facing right along the inner city, Neptune and the goddess Rome are depicted .The arch was originally surmounted by an attic, which was to be completed with a statue of the emperor on horseback or on a quadriga.

The summit, possibly collapsed due to earthquakes, was equipped with a battlements during the Middle Ages, giving the arch its iconic image, which still remains the most famous symbol of the city.

 

The Arch of Augustus, 27 BD, view from the outside the walls, visible on the sides of the capitals of the semi-columns the clypei,
representing Jupiter (left) and Apollo (right)

The Arch of Augustus, seen from the side of the city. Section of the arch that has undergone the greatest number of
 renovations during the course of its history. However, despite the passing of time, the clypei representing Neptune (left) and the goddess Rome (right) are still visible.
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DIETRO AL FASCISMO | Mussolini e il finto razzismo dei Romani

Mussolini credeva in una continuità tra il razzismo dell’antica Roma e quello dell’Italia contemporanea: uno dei casi più importanti di manipolazione della realtà storica operato dal regime. I Romani, parallelamente al loro espansionismo, effettuavano forme di integrazione e di accettazione dei culti stranieri contrariamente al regime. Le discriminazioni dei Romani non riguardavano i tratti somatici o il colore della pelle ma usi e costumi diversi dai loro. Queste discriminazioni ebbero fine con la “romanizzazione” dei popoli vinti e con la cittadinanza romana che l’imperatore Caracalla concesse a tutti gli abitanti dell’Impero.

Il pericolo di ibridazione

Inizialmente, il razzismo fascista si orientava verso i sudditi africani e contro il pericolo di ibridazione. La donna e l’uomo nero venivano denigrati attraverso la propaganda. Un esempio ne è la copertina de “La Difesa della Razza”, opera di Bebi Fabiano, dove era raffigurata una Eva “nera” che porge la mela a un Adamo “bianco”, separati da una lastra di vetro. L’immagine alludeva al divieto di meticciato imposto durante la campagna etiopica. Difatti, la donna africana era considerata un semplice oggetto sessuale, mentre l’uomo nero era costantemente denigrato.

Copertina de La Difesa della razza di Bebi Fabiano.

 

La sottomissione dei barbari: il confronto

Esempio dell’apparente continuità tra razzismo dell’antica Roma e fascismo è la Fotografia ricordo dell’Africa Orientale (1935-1936) del disegnatore e pittore catanese Enrico De Seta. La cartolina, che fa parte di una serie, raffigura un soldato italiano che, con aria soddisfatta, si lascia fotografare, mentre con il piede sinistro schiaccia la testa di uno dei tre Etiopi inermi a terra. Il modello ispiratore di De Seta era il tipo iconografico romano del “barbaro sottomesso”, rappresentato dalla statua loricata di Adriano esposta alla Mostra Augustea della Romanità. L’immagine dell’imperatore, nonostante rappresenti la sconfitta e la sottomissione dei barbari, non cedeva a quel sarcasmo che, invece, si ritrova nella scena disegnata da De Seta. L’unico scopo delle sue cartoline era evidenziare l’inferiorità biologica e spirituale degli Africani, identificati semplicemente come prede.

Enrico De Seta. Fotografia Ricordo dell’Africa orientale.

 

Statua loricata di Adriano.

BACK TO FASCISM | Mussolini and the Romans’ false racism

Mussolini believed in a common thread through ancient Roman and contemporary Italian racism: one of the regime’s most significant cases of manipulation of historical reality. The Romans as opposed to the regime had carried out forms of integration and tolerance of foreign cultures parallel to their expansionism. The discrimination practised by the Romans did not concern facial features or skin colour, but uses and customs that were different from theirs. These discriminations ended with the ‘Romanization’ of the conquered peoples and with the Roman citizenship granted by Emperor Caracalla to all inhabitants of the Empire.

The threat of hybridisation

Fascist racism was initially towards African subjects and the threat of hybridisation. Black women and men were denigrated by means of propaganda. An example is given by the cover of La Difesa della Razza (‘Defending the race’) by Bebi Fabiano, where a ‘black’ Eve was depicted handing the apple to a ‘white’ Adam, the two being separated by a sheet of glass. The image alluded to the ban on hybridisation imposed during the Ethiopian campaign. In fact, African women were considered a mere sexual object, whereas black men were constantly denigrated.

Cover of La Difesa della Razza by Bebi Fabiano.

Subjugating the barbarians: a comparison

An example of the supposed common thread through ancient Roman and Fascist racism is Fotografia ricordo dell’Africa Orientale (‘Souvenir photograph of East Africa‘; 1935-1936) by designer and painter from Catania Enrico De Seta. This postcard, which is part of a series, depicts an Italian soldier with a satisfied air who lets himself be photographed while he crushes with his left foot the head of one of the three helpless Ethiopians lying on the ground. De Seta took inspiration from the Roman iconographic type of the ‘submissive barbarian’, represented by Hadrian’s statue with cuirass displayed at the ‘Augustan Exhibition of Romanism’. The Emperor’s image, despite representing the defeat and subjugation of the barbarians, did not yield to that sarcasm that is found in the scene drawn by De Seta. The sole purpose of his postcards was to highlight the biological and spiritual inferiority of African people, identified simply as prey.

Enrico De Seta. Fotografia ricordo dell’Africa Orientale.

 

Hadrian’s statue with cuirass.
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La diffusione del Cristianesimo in Sicilia

Con l’Editto di Milano del 313 d.C., l’imperatore Costantino proclamò la libertà di culto, equiparando la nascente religione, il Cristianesimo, ai restanti credi diffusi in tutto il mondo conosciuto. La tolleranza verso una nuova forma cultuale, nonché la regolarizzazione della stessa, diminuì la piaga interna che via via andava aprendosi nel cuore dell’Impero Romano, consolidando la struttura imperiale messa a dura prova dalle sempre più frequenti incursioni barbariche.

Una nuova religione

La nuova religione si basava sul concetto di “redenzione”, vera e propria innovazione culturale rispetto alle più antiche religioni politeiste e pagane. La nuova figura dell’unico Dio amorevole, che prende spunto dalla figura ebraica di YHWH (Yehowah – Geova), viene diffusa in tutto il Mediterraneo piuttosto rapidamente.
L’insurrezione degli Ebrei contro l’Impero Romano del 66 d.C., con la conseguente distruzione della città di Gerusalemme nel 70 d.C., avrebbe facilitato la diffusione della parola di Cristo (“evangelizzazione”) in tutto il bacino del Mediterraneo. Infatti, le comunità ebraiche presenti a Gerusalemme durante gli anni dell’assedio romano furono costrette a fuggire. Una seconda e fallimentare rivolta di poco successiva, sedata dal comando di Adriano (135 d.C.), portò alla cacciata degli Ebrei dal territorio di Palestina (diaspora).

La distruzione del Tempio di Salomone da parte dei Romani (Diaspora Museum – Tel Aviv)

L’arrivo in Sicilia

In Sicilia sono attestate già dal I secolo d.C. diverse comunità ebraiche in tutto il territorio isolano. La loro presenza, inizialmente vincolata alle zone costiere, avrebbe veicolato la diffusione di questa nuova cultura all’interno di un tessuto profondamente misto e omogeneo. Difatti, se nei grandi centri costieri la diffusione del Cristianesimo è resa più semplice dall’ondata migratoria di queste comunità, la cristianizzazione della Sicilia può reputarsi completa intorno al V secolo, cioè quando la presenza cristiana è documentata anche nei centri abitati interni, meglio difesi e meno accessibili.

Le prime menzioni agiografiche in Sicilia si hanno nel 251 d.C. sotto il breve comando dell’imperatore militare Decio, il quale, nel suo tentativo di riportare in auge la religione e i “mores” romani, brutalmente in contrapposizione con il nascente credo messianico, si macchiò di una delle prime persecuzioni a danno dei Cristiani. Il documento in questione, la lettera di Cipriano, lascia supporre la presenza di una comunità cristiana stanziale già a partire da questa data; la più antica epigrafe cristiana, l’epitaffio di Julia Florentina, è datata 296 d.C. ed è stata rinvenuta nel territorio catanese.

Epigrafe di Julia Florentina, 296 d.C.

I primi Santi siciliani

In questo contesto perse la vita Agata da Catina (Catania, da allora patrona della città etnea) per non avere mai tradito la professione della sua fede cristiana. Per lo stesso motivo, ma qualche anno più tardi, nel 304 d.C. perse la vita Lucia da Siracusa, il cui culto è dimostrato dal ritrovamento di un’iscrizione funeraria ad opera di Paolo Orsi. L’iscrizione, del IV secolo d.C. e di ovvio carattere votivo, raccontava della vita di una donna di nome Euschia che “morì nella festa della mia Santa Lucia”.

Anche Santa Lucia, al pari di Sant’Agata a Catania, è protettrice della città di Siracusa. Nella tradizione messinese, che trova riscontro soltanto in fonti di epoca tardo-medievale, si ricorda la visita di San Paolo nel 42 d.C. recante una missiva da parte di Maria madre di Cristo in persona (Vos et Ipsam Civitatem Benedicimus, queste alcune parole della lettera, oggi impresse a caratteri cubitali sulla base della statua votiva a lei dedicata situata presso il porto della città).

La conversione dall’Ebraismo

Situazione differente per quel che concerne la porzione più interna del territorio siciliano. I commerci e i contatti del popolo costiero basterebbero da soli a giustificare la diffusione del Cristianesimo più rapidamente nei porti di mare anziché nelle zone rurali. Definisce il quadro la reticenza da parte delle diverse etnie che occupavano le zone interne della Sicilia, ancora fortemente legate alla tradizione greco-ortodossa, nonché alla lingua greca, a discapito di lingua e tradizione latina, più diffuse nelle zone di mare. Ma non sarebbe una visione del tutto corretta.
La commistione di diverse etnie, difatti, avvenne in maniera abbastanza semplice anche nelle zone più interne. Il Cristianesimo penetrò attraverso le vie di comunicazione che dalla costa si spingevano all’interno dell’isola, come ad esempio la tratta Catania-Agrigento. Lungo tutto quest’asse viario, unica via interna che collega la Sicilia orientale con la porzione sud-occidentale dirimpetto alle coste africane, sono state rinvenute notevolissime tracce di edifici e necropoli ascrivibili al periodo paleocristiano, in località ad oggi disabitate ma floride in epoca tardoantica.
I rinvenimenti che si hanno nel territorio di Piazza Armerina e della Villa del Casale, Barrafranca, Riesi, Pietraperzia, Calloniana e Sofiana, tutti ascrivibili al periodo compreso tra III e IV secolo d.C. (monete, monili, lucerne, corredi funebri), sono testimonianze di una penetrazione del culto cristiano già dagli albori del III secolo, coesistendo con la più radicata cultura pagana e con quella ebraica.

Lastra lapidea con incisione IOUDAS SABANAS, rinvenuta in Contrada Sofiana (Mazzarino, CL – ADAMESTEANU 1963)
Unità religiosa e linguistica

La conversione diventa, così, un fattore anche linguistico, nonché culturale e cultuale, in grado di appiattire le differenze tra le varie popolazioni che abitavano la Sicilia di allora (Greci ed Ebrei). Dopo la definitiva cristianizzazione della Sicilia nel V secolo, si parlerà, infatti, di “popolazione sicula” per intendere tutti gli abitanti del territorio isolano e senza alcuna distinzione etnica.

 

 

The spread of Christianity in Sicily

With the Edict of Milan in 313 AD, the Emperor Constantine proclaimed freedom of worship, equating the nascent religion, Christianity, with the remaining creeds spread throughout the known world. Tolerance towards a new form of worship, as well as its regularization, the internal scourge diminished that was gradually opening up in the heart of the Roman Empire, consolidating the imperial structure put to a severe test by the increasingly frequent barbarian incursions.

A new religion

The new religion was based on the concept of ‘redemption’, a real cultural innovation with respect to the most ancient polytheistic and pagan religions. The new figure of the one loving God, inspired by the Jewish figure of YHWH (Yehowah – Jehovah), is spread across the Mediterranean rather quickly.The Jewish insurrection against the Roman Empire in 66 AD, resulting in the destruction of the city of Jerusalem in 70 AD, would have facilitated the spread of the word of Christ (‘evangelization’) throughout the Mediterranean basin. In fact, the Jewish communities present in Jerusalem during the years of the Roman siege were forced to flee. A second and unsuccessful revolt shortly after, quelled by the command of Hadrian (135 AD), led to the expulsion of the Jews from the territory of Palestine (diaspora).

 

The destruction of Solomon’s Temple by the Romans (Diaspora Museum – Tel Aviv)

 

The arrival in Sicily

In Sicily, several Jewish communities have been attested since the 1st century AD throughout the island. Their presence, initially linked to the coastal areas, would have conveyed the spread of this new culture within a deeply mixed and homogeneous fabric. In fact, if in the large coastal centres the spread of Christianity is made easier by the migratory wave of these communities, the Christianization of Sicily can be considered complete around the fifth century, that is when the Christian presence is also documented in the internal inhabited centres, better defended and less accessible.

The first hagiographic mentions in Sicily are in 251 AD under the brief command of the military emperor Decius, who , in his attempt to revive the religion and the Roman ‘mores’, brutally in contrast with the nascent messianic creed, was guilty of the first persecutions against Christians. The document in question, the letter of Cyprian, suggests the presence of a permanent Christian community already from this date; the oldest Christian epigraph, the epitaph of Julia Florentina, is dated 296 AD and was found in the Catania area.

 

 

Epigraph of Julia Florentina, 296 AD

 

The first Sicilian Saints

In this context, Agata da Catina (Catania, patron saint of the city since then) lost her life for never having betrayed the profession of her Christian faith. For the same reason, but a few years later, in 304 AD Lucia of Syracuse lost her life, whose cult is demonstrated by the discovery of a funerary inscription by Paolo Orsi. The inscription, from the 4th century AD and of obvious votive character, told of the life of a woman named Euskia who “died on the feast of my Saint Lucia”.

Even Saint Lucia, like Sant’Agata in Catania, is the protector of the city of Syracuse. In the Messina tradition, which is confirmed only in late medieval sources, we remember the visit of St. Paul in 42 AD bearing a letter from Mary, mother of Christ in person (Vos et Ipsam Civitatem Benedicimus, these are some words of the letter , today imprinted in large letters on the base of the votive statue dedicated to her located at the port of the city).

Conversion from Judaism

Situation is different with regard to the innermost portion of the Sicilian territory. The trade and contacts of the coastal people alone would be enough to justify the spread of Christianity more rapidly in seaports than in rural areas. The picture is defined by the reticence from the different ethnic groups that occupied the inland areas of Sicily, still strongly linked to the Greek Orthodox tradition, as well as to the Greek language, to the detriment of the Latin language and tradition, more widespread in the sea areas. But it would not be a completely correct view
: the mixture of different ethnic groups, in fact, took place quite simply even in the most internal areas. Christianity penetrated through the communication routes that went from the coast into the island, such as the Catania-Agrigento section. Along this entire road axis, the only internal road that connects eastern Sicily with the south-western portion opposite the African coasts, remarkable traces of buildings and necropolis attributable to the early Christian period have been found, in places that are currently uninhabited but flourishing in
 late antiquity.The findings that occur in the territory of Piazza Armerina and Villa del Casale, Barrafranca, Riesi, Pietraperzia, Calloniana and Sofiana, all attributable to the period between the third and fourth centuries AD (coins, jewels, lamps, funeral equipment), are evidence of a penetration of Christian worship since the dawn of the third century, coexisting with the more deeply rooted pagan and Jewish culture.

 

 

Stone slab with IOUDAS SABANAS engraving, found in Contrada Sofiana (Mazzarino, CL – ADAMESTEANU 1963)

 

Religious and linguistic unity

Conversion thus becomes a linguistic factor, as well as a cultural and religious one, capable of flattening the differences between the various populations living in Sicily at the time (Greeks and Jews). After the definitive Christianization of Sicily in the fifth century, we will speak, in fact, of ‘Sicilian population’ to mean all the inhabitants of the island and without any ethnic distinction.

Article translated and curated by Veronica Muscitto

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TEATRO | La maschera dalla preistoria al teatro classico

L’utilizzo della maschera risale alla preistoria, quando i cacciatori indossavano costumi zoomorfi per mimetizzarsi, come testimoniano le pitture rupestri sulle pareti delle Grotte dei TroisFrères, sui Pirenei francesi.

In antichità, la maschera rivestiva un ruolo misterioso e veniva utilizzata durante cerimonie sacre: colui che celebrava il rito la indossava per divenire altro da sé, per trasformarsi nel carattere o nella divinità rappresentati ed essere riconosciuto nel suo nuovo ruolo e volto dai partecipanti.

Non è un caso che la parola persona derivi dall’etrusco phersu, termine che indicava la maschera dell’attore, il personaggio, in greco pròsopon. Il concetto di persona è, inoltre, filosofico e sta a indicare l’individuo specifico all’interno della collettività e il ruolo sociale da costui rivestito.

Le maschere nell’antica Grecia

La nascita del teatro occidentale nell’antica Grecia coincide con l’ideazione e l’utilizzo delle prime maschere a scopo scenico, che avevano principalmente due funzioni: quella di rendere visibile l’attore anche per gli spettatori delle ultime file e quella di caratterizzare il personaggio, la cui mimica naturale del volto si sarebbe persa a causa delle dimensioni del teatro; inoltre, la maschera fungeva da cassa di risonanza, permettendo alla voce di venire amplificata e di raggiungere, in questo modo, tutta la platea.

Maschera teatrale

La tradizione attribuisce a Tespi l’invenzione della maschera, utilizzata nelle tragedie intorno al VI secolo a.C.. Inizialmente, essa consisteva in un telo di lino che, in seguito, venne dipinto di nero per i personaggi maschili e di bianco per quelli femminili: le compagnie teatrali, infatti, erano formate esclusivamente da uomini che dovevano interpretare personaggi di entrambi i sessi; la maschera li aiutava nei cambi rapidi di personaggio ed era corredata, spesso, da oggetti di scena e abiti differenti per ogni carattere rappresentato, così da permettere al pubblico di distinguere e di individuare all’istante il cambio di ruolo.

Inoltre, le maschere, a partire dal IV secolo a.C., iniziarono ad assumere caratteri fissi e prestabiliti per connotare i diversi archetipi di personaggi come il vecchio, il giovane, il padrone, il servo, il satiro, la donna, facilmente riconoscibili grazie anche all’utilizzo di espressioni, di accessori e di vestiario dai colori sempre uguali per lo stesso tipo di personaggio, gradualmente più definito nel corso del tempo. Questi accorgimenti servivano ad attribuire con sicurezza il carattere, la posizione sociale, il sesso e l’età dell’individuo interpretato.

I Mamuthones sardi

In Sardegna si sviluppò un altro tipo di tradizione, quella dei mamuthones, tra le più antiche maschere italiane. I performer indossavano pelli di capra e numerosi campanacci, che facevano risuonare mentre muovevano passi scanditi e decisi. La tradizione dei mamuthones era legata ai rituali, forse propiziatori, e gli attori sfilavano in processioni dal forte valore simbolico, ricche di pàthos.

Mamuthones sardo

THEATRE | The mask from prehistoric times to classical theatre

The use of the mask dates back to prehistoric times, when hunters wore zoomorphic costumes to camouflage themselves, as evidenced by the cave paintings on the walls of the caves of the deux frères, in the French Pyrenees.

In ancient times, the mask played a mysterious role and was used during sacred ceremonies: the one who celebrated the rite wore it to become other than himself, to transform himself into the character or divinity represented and be recognized in his new role and face by the participants.

It is no coincidence that the word ‘person’ derives from the Etruscan phersu, a term that indicated the actor’s mask, the character, in Greek pròsopon. The concept of ‘person’ is also philosophical and indicates the specific individual within the community and the social role played by him.

Masks in ancient Greece

The birth of western theatre in ancient Greece coincides with the conception and use of the first masks for scenic purposes, which had mainly two functions: that of making the actor visible also for the spectators of the last rows and that of characterizing the character, whose natural facial expression would have been lost due to the size of the theatre; moreover, the mask acted as a sounding board, allowing the voice to be amplified and thus to reach the entire audience.

 

Theatrical mask

Tradition attributes the invention of the mask to Thespis, used in tragedies around the sixth century BC; initially it consisted of a linen cloth which, later on, was painted black for the male characters and white for the female ones: the theatrical companies, in fact, were made up exclusively of men who had to play characters of both sexes; the mask helped them in rapid character changes and was often accompanied by props and different clothes for each character represented, so as to allow the public to distinguish and instantly identify the change of role. Furthermore, the masks, starting from the 4th century BC, began to assume fixed and pre-established characters to connote the different archetypes of characters such as the old, the young, the master, the servant, the satyr, the woman, easily recognizable thanks to the use of expressions, accessories and clothing in the same colors for the same type of character, gradually more defined over time. These measures served to confidently attribute the character, social position, sex and age of the individual being interpreted.

The Sardinian Mamuthones

In Sardinia another type of tradition developed, that of the mamuthones, one of the most ancient Italian masks. The performers wore goat skins and numerous cowbells, which they made ringing as they moved marked and decisive steps. The tradition of the mamuthones was linked to rituals, perhaps propitiatory, and the actors paraded in processions with a strong symbolic value, full of pàthos.

 

 

The Sardinian Mamuthones

Article translated and curated by Veronica Muscitto

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NEWS | Nuove scoperte dallo scavo archeologico di Palù di Livenza (PN)

E’ uscito ieri il comunicato stampa della Soprintendenza del Friuli Venzia Giulia relativo alle indagini archeologiche fatte a Palù di Livenza. Dagli scavi, durati un mese e mezzo, gli archeologi hanno riportato alla luce ben tre villaggi palafitticoli e interessanti manufatti neolitici.

L’area archeologica di Palù

Il Palù di Livenza si estende in un bacino naturale alle pendici dell’altopiano del Cansiglio. Nell’Ottocento, oltre agli interventi di bonifica, ci furono i primi rinvenimenti di pali lignei e, durante lo scavo del Canal Maggiore nel 1965, fu scoperto un insediamento preistorico di notevole rilevanza archeologica.

A partire dai primi anni ’80 iniziarono le ricerche sistematiche, che portarono alla luce una parte del villaggio palafitticolo. L’area è parte dei Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 27 giugno 2011. Dopo una lunga interruzione, gli archeologi hanno ripreso le indagini nel 2013,  proseguendo con due campagne nel 2016 e nel 2018, per poi continuare con l’attuale scavo.

Una panoramica di Palù di Livenza (Archivio fotograico SABAP FVG). Da MICHELI 2017.

I villaggi palafitticoli sono infatti monumenti importanti per la comprensione della più antica civiltà agricola europea e delle forme di adattamento alle aree umide della regione alpina praticate dai gruppi preistorici.         Michele Bassetti

Lo scavo archeologico del settore 3

Agli scavi ha partecipato la Società Archeologica CORA srl di Trento, sotto la direzione del Funzionario archeologo dott. Roberto Micheli. Per il progetto è stata essenziale la collaborazione dei Comuni di Caneva, Polcenigo e Aviano e il supporto del Gruppo Archeologico di Polcenigo.  L’obiettivo era quello di  scavare gli strati più antichi del Settore 3. Gli archeologi avevano ripreso le ricerche di questo settore già dal 2013, continuando anche nel 2018: la scelta dell’area è dovuta a un miglior stato di conservazione del deposito e alla vicinanza a strutture lignee dell’abitato neolitico. 

Scavo del settore 3 nel 2018. Da MICHELI 2017.
Settore 3 (2020).
Un ostacolo alla ricerca: la pioggia

L’area del Palù di Livenza è nota per le frequenti piogge e per l’umidità, ed è molto difficile prevedere gli improvvisi cambiamenti del tempo. Lo scavo è stato quindi rallentato molto dalle intense precipitazioni, che hanno interessato l’area dell’alto pordenonese. Spesso le indagini sono state sospese completamente, nonostante la presenza di un sistema di drenaggio.

I reperti archeologici

Negli scavi neolitici sono sempre numerosi i resti ossei di animali, i frammenti ceramici e gli strumenti di selce. Nel settore 3 si rilevano negli strati più profondi numerose mele selvatiche carbonizzate, oltre che abbondanti resti combusti di corniolo, ghiande di quercia e semi di farro, che suggeriscono la presenza di scorte alimentari bruciate.

A Palù gli archeologi, quest’anno, hanno raccolto due frammenti di asce in pietra levigata. Questi strumenti erano fondamentali per la trasformazione del legno e la produzione di manufatti in un periodo in cui non vi sono prove della lavorazione del metallo. Anche in questa campagna di scavo, così come negli scavi precedenti del settore 3, gli archeologi hanno scoperto numerse pintadere. Frequenti nelle culture neolitiche dei Balcani e dell’Europa centrale, sono stampi di terracotta che recano linee decorative incise o in rilievo, di vario genere: curvilinee, lineari, a zig zag e a reticolo.

Alcune pintadere rinvenute nel deposito tardoneolitico di Palù dallo scavo del 2016. Da MICHELI 2017.

  

Stupisce infine il ritrovamento di un cucchiaio di legno, perfettamente integro: questo dimostra le grandi capacità degli artigiani neolitici nella lavorazione del legno.

Il cucchiaio integro trovato nel settore 3 di Palù di Livenza.

 

Un grande progetto all’orizzonte

La campagna di scavo si conclude oggi, ma non finiscono le ricerche. Gli archeologi sperano di poter riprendere l’anno prossimo gli scavi e aspettano nuovi finanziamenti. L’obiettivo della Soprintendenza è quello di finire il prima possibile le indagini del settore 3, ultimo pezzo del puzzle. Tutti i dati raccolti dall’inizio delle indagini nel 2013 fino al completamento del settore 3 saranno poi oggetto di studio per ricostruire l’articolata storia dei diversi abitati individuati in questo sito.

 

Bibliografia

Micheli R. (ed.) 2017. Il Palù di Livenza e le palafitte del sito UNESCO: nuovi studi e ricerche, Pagine dall’ecomuseo 17 – Percorso acqua. Maniago (PN).

Micheli, R. et alii 2018. Nuove ricerche al Palù di Livenza: lo scavo del Settore 3. In Borgna, E., Cassola Guida, P. & S. Corazza (eds.), Preistoria e Protostoria del Caput Adriae, Studi di Preistoria e Protostoria 5: 481-490. Firenze: IIPP.

 

 

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ARCHEOLOGIA | L’antichissima Salina, fertile isola delle Eolie

Salina, con i suoi 26,4 km², è la seconda isola più grande delle Eolie, dopo Lipari. Essa è morfologicamente composta da due montagne gemelle, Monte Fossa delle Felci e Monte dei Porri: proprio per questa sua particolare caratteristica, gli antichi Greci la chiamavano Didyme, ossia “gemello”. L’isola è formata da ben sei antichi vulcani spenti: due, le montagne gemelle, sono ben visibili e rappresentano il primo e il terzo rilievo più alto dell’arcipelago. Salina, con i suoi tre comuni, Santa Marina Salina, Malfa e Leni, è l’unica tra le isole Eolie a non rientrare nell’amministrazione del Comune di Lipari: appartiene, infatti, a quella di Messina. L’attuale nome deriva da un laghetto, situato nella frazione di Lingua, nel Comune di Santa Marina Salina, dal quale si estraeva il sale. A Salina, isola fertile e ricca d’acqua, si coltivano uve pregiate, dalle quali si ricava la Malvasia delle Lipari, un vino dal sapore dolce, e capperi, esportati in tutto il mondo.

L’isola durante la Preistoria

L’isola di Salina, assieme a Lipari, fu la sede dei primi abitanti che popolarono le Eolie. Al primissimo insediamento, risalente alle fasi centrali del Neolitico e, cioè, agli ultimi secoli del V millennio, fanno riferimento alcuni rinvenimenti ceramici nella zona di Rinicedda, località presso Rinella, collegati alla cultura di Stentinello. Anche per quest’isola, i criteri insediativi si basano sullo sfruttamento del fertile terreno e sul commercio dell’ossidiana. La continuità abitativa durante il periodo Eneolitico (fase finale del Neolitico) ha poche testimonianze, che si localizzano nella zona di Serro Brigadiere. Nella stessa zona, sono stati rinvenuti frammenti di materiali appartenenti alla cultura di Piano Conte e alla successiva cultura di Piano Quartara. Durante l’età del Bronzo Medio (metà del II millennio a.C.), l’isola venne abitata dalle genti della cultura di Thapsos-Milazzese, che costruirono i loro villaggi in posizioni dominanti e ben difesi naturalmente. Tra gli insediamenti, conosciamo quello su Serro Brigadiere, dove permangono i resti mal conservati delle abitazioni, distruttesi nel tempo; su Serro dei Cianfi, invece, si è dedotta la presenza di tale cultura dalla scoperta di una stratificazione dovuta al dilavamento di materiale archeologico, che si è accumulato in una piccola valle; da ultimo, quello sulla cresta di Portella si presenta in ottimo stato di conservazione. Nel XIII secolo a.C., a causa delle devastazioni provocate dagli Ausoni, anche Salina rimase disabitata, fino all’arrivo degli Cnidii a Lipari.

L’età greca

Dagli inizi del IV secolo a.C. Didyme fu stabilmente abitata. Sappiamo per certo che anche questi nuovi abitanti greci si dedicavano alle attività agricole ed estrattive: ce lo testimonia Tucidide, riferendo che “di là recandovisi, coltivano le altre isole e cioè Didyme, Strongyle e Hiera” (antichi nomi, rispettivamente, di Salina, Stromboli e Vulcano). Probabilmente, fin dal IV secolo a.C., sorgeva un santuario sul sito che è oggi quello della Madonna del Terzito a Valdichiesa: qui, infatti, sono stati rivenuti manufatti che testimoniano il primo abitato greco, come le terrecotte figurate, riferibili al culto di Demetra e Kore. L’esistenza di una necropoli collegata a questo primo nucleo abitativo greco è, al momento, documentata solo da vasetti di corredo, raccolti sporadicamente a Valdichiesa, a Leni, a Malfa e da alcune tombe e stele funerarie.

Il periodo romano

Le fonti ci dicono che l’isola di Salina, così come le Eolie, continuò a essere abitata tra il I secolo a.C. e il I d.C. Gli abitati, sicuramente, sorgevano nella località Valdichiesa, il cui territorio fertile consentiva di mantenere attiva la pratica dell’agricoltura. Un agglomerato urbano di età romana tardo-imperiale è presente anche a Santa Marina Salina. Inoltre, in età romana era ancora attivo il commercio del sale, grazie alla presenza delle saline di Lingua, sfruttate già nel periodo greco. Al commercio del sale era collegata l’attività della salagione del pesce, all’interno della fabbrica tardo-romana rinvenuta a Punta Lamie e che sorgeva su un complesso termale di età imperiale.

L’età bizantina e medievale

In età bizantina e altomedievale l’isola continuò a essere abitata, come documentano l’abitato di Vallone del Castagno, la ceramica di Valdichiesa e le tracce di frequentazione, rinvenute a Rinicedda e Punta Megna. Non bisogna dimenticare, infatti, che, durante i lavori per la banchina portuale, sono state rinvenute alcune monete di Costantino e dei suoi figli, insieme a una moneta di Teodosio. Queste poche testimonianze sono di fondamentale importanza, in quanto provano la continuità abitativa di Salina, anche oltre l’ultimo livello di vita accertato a Lipari dagli scavi archeologici.

Dagli arabi a oggi

Le invasioni arabe resero Salina deserta fino alla fine del 1500, quando tornò a popolarsi. Grazie alle concessioni enfiteutiche del Vescovo di Lipari, famiglie provenienti da tutto il basso Tirreno confluirono sull’isola, attratte dall’illusione di ottenere una piccola proprietà. Questa comunità, priva di tradizioni comuni, era economicamente dipendente dalla più grande e organizzata Lipari. Tale dipendenza ebbe fine solo agli inizi del XIX secolo, quando un’improvvisa domanda di Malvasia permise agli abitanti di Salina di affermarsi finalmente nei mezzi di scambio: per 10 anni i commissari per gli approvvigionamenti dell’armata britannica, giunta a Messina per fronteggiare la possibile avanzata di Napoleone in Sicilia, richiesero il noto “passito eoliano”, sulle tavole dei loro ufficiali. Si innescò, così, un processo di sviluppo locale, tale da permettere il distaccamento economico e amministrativo dall’isola da Lipari. Era il 1867 e Salina veniva dichiarata Comune a sé.  

Oggi, Salina continua a vivere della coltivazione e produzione di Malvasia e, grazie ai suoi numerosi siti di interesse archeologico, di turismo. 

ARCHAEOLOGY | The ancient Salina, fertile Aeolian island

With an area of 26.4 km², Salina is the second largest island of the Aeolian archipelago after Lipari. It is morphologically composed of two twin mountains, Monte Fossa delle Felci and Monte dei Porri: for this particular characteristic, the ancient Greeks called it Didyme, meaning ‘twin’. The island is composed of six ancient extinct volcanoes: two, the twin mountains, are clearly visible and represent the first and third highest peaks of the archipelago. Salina together with its three Municipalities of Santa Marina Salina, Malfa and Leni is the only Aeolian island that is not administered by the Municipality of Lipari: it belongs, in fact, to Messina. Its current name is taken from a small lake located in the small village of Lingua, in the Municipality of Santa Marina Salina, from which salt was extracted (i.e., ‘salina’ is also the Italian word for ‘salt mine’). The fine grapes that are grown in Salina, a fertile island rich in water, are used to obtain Malvasia delle Lipari, a sweet-tasting wine, whereas its capers are exported all over the world.

The island during the Prehistoric Age

The island of Salina together with Lipari was the seat of the first populations that inhabited the Aeolian Islands. Some ceramic finds in the area of Rinicedda, a locality near Rinella linked to the Stentinello culture, are related to the very first settlement in the island, dating back to the central phases of the Neolithic period, that is, to the last centuries of the fifth millennium. Also, settlements were based on the exploitation of the fertile soil and on the obsidian trade. During the Eneolithic period (final phase of the Neolithic), evidences of uninterrupted settlement are few and located in the Serro Brigadiere area. In the same area, fragments of materials belonging to the Piano Conte and the subsequent Piano Quartara cultures were found. During the Middle Bronze Age (mid-second millennium BC), the island was inhabited by the Thapsos-Milazzese civilization, who built villages in dominant and naturally well-defended positions. Among these settlements, there is that on Serro Brigadiere, where it is possible to find the poorly-preserved remains of houses destroyed over time; that on Serro dei Cianfi, where evidence of such culture was given by the discovery of a stratification resulting from the washing away of archaeological material accumulated in a small valley; and last but not least, that on the Portella crest, which is in excellent condition. In the thirteenth century BC, due to the devastation caused by the Ausones, Salina had remained abandoned until the Cnidii arrived in Lipari.

The Greek period

Didyme has been permanently populated since the beginning of the fourth century BC. It is a well-known fact that the new inhabitants from Greece engaged themselves in agriculture and mining: this is attested by Thucydides, who reported that “once they got there, they cultivated the other islands, namely Didyme, Strongyle and Hiera” (ancient names of respectively Salina, Stromboli and Vulcano). Since the fourth century BC, there might have been a sanctuary on today’s site of Madonna del Terzito in Valdichiesa: here, in fact, artifacts have been found that testify to the first Greek settlement, such as illustrated terracotta, which may refer to the cult of Demeter and Kore. The existence of a necropolis connected to this first Greek settlement is, at the moment, only attested by funerary vases, sporadically collected from Valdichiesa, Leni, Malfa, and by some tombs and funerary stelae.

The Roman period

According to the sources, the island of Salina as well as the other Aeolian Islands were still inhabited between the first century BC and the first century AD. The populated areas were certainly located in the Valdichiesa locality, whose fertile territory allowed agriculture. In Santa Marina Salina there was also an urban settlement of the late Imperial period. Furthermore, in Roman times the salt trade was still active thanks to the presence of salt mines in Lingua, already exploited in the Greek period. Linked to the salt trade was the practice of curing fish with salt, found inside the late Roman factory in Punta Lamie, standing on a thermal complex of the Imperial period.

The Byzantine period and the Middle Ages

During the Byzantine period and the Early Middle Ages, the island continued to be inhabited, as proven by the town of Vallone del Castagno, by the ceramics of Valdichiesa and the traces of occupation found in Rinicedda and Punta Megna. In fact, it is worth mentioning that, during the construction work on the wharf, some coins depicting Constantine and his sons were found together with a coin of Theodosius. These few evidences are of fundamental importance, as they prove Salina’s uninterrupted settlement, even beyond the last level of life ascertained in Lipari by archaeological excavations.

After the Arabs until today

The Arab invasions had turned Salina into a wasteland until the end of 1500, when it began to be repopulated. Thanks to the usufructuary concessions granted by the Bishop of Lipari, families from all over the lower Tyrrhenian area came to the island, attracted by the illusion of getting hold of a small property. This community, lacking in common traditions, was economically dependent on the larger and more organised Lipari. This dependency had only ended at the beginning of the nineteenth century, when a sudden demand for Malvasia allowed the inhabitants of Salina to stand their ground in the market: the supply commissioners of the British army, arrived in Messina to face the possible advance of Napoleon in Sicily, had been requesting the well-known “Aeolian passito” on their officers’ tables for ten years. This triggered local development, so as to allow the economic and administrative detachment of the island from Lipari. It was 1867 when Salina was declared a Municipality of its own.

Today Salina keeps living off agriculture, the production of Malvasia and tourism, thanks to its numerous archaeological sites.

Article translated by Cristina Carloni.

Pubblicabili da revisionare

PERSONAGGI ILLUSTRI | Sabatino Moscati, lo sguardo a Oriente e la “scoperta” dei Fenici

È un privilegio irrinunziabile, infatti,
quello di rivedere le proprie idee senza aggrapparsi a esse.

S. Moscati, L’enigma dei Fenici, 1982

Dagli studi di arabistica alla cattedra di lingue semitiche

La figura di Sabatino Moscati, orientalista, semitista ed esperto di civiltà mediterranea, ha avuto un peso determinante per lo sviluppo degli studi italiani sulle civiltà del Vicino Oriente, in particolare sui Fenici.

Moscati nacque a Roma il 24 Novembre del 1922 da una famiglia di origine ebraica. Proprio a causa delle sue origini (l’Italia era in pieno periodo fascista) gli fu vietato di iscriversi all’Università pubblica. Desideroso di continuare gli studi, si iscrisse alla facoltà orientalistica del Pontificio Istituto Biblico dove conseguì la licenza nel 1943. Finalmente, nel 1945, potè conseguire anche la laurea in Arabistica presso l’Università La Sapienza con una tesi sul califfato di al-Mahdi, terzo califfo della dinastia abbaside. F. Gabrieli, che di Moscati fu uno dei maestri, già alla fine degli anni ’40 parlava dell’allievo come di uno studioso “esperto nel trattare di storia politica e religiosa, preciso e sagace nella valutazione e utilizzazione delle fonti, prudente nelle ipotesi e penetrante nei giudizi onde è da rimpiangere, dal punto di vista della storia arabo-islamica, che dopo appena un decennio questa così promettente energia si sia per intero dedicata a un diverso settore degli studi orientali” (La storiografia arabo-islamica in Italia, 1975, p. 84).

Nella produzione scientifica di Moscati possiamo distinguere tre fasi: una fase giovanile, in cui il filologo si impegnò ad approfondire gli studi sulla civiltà araba, da lui vista come importante fattore di diffusione della cultura orientale nel Mediterraneo. Nella seconda fase della sua vita Moscati si dedicò in special modo agli studi comparati di lingue semitiche, mentre negli ultimi trent’anni della sua carriera fondò e promosse gli studi sulla civiltà fenicia.

Dopo vari incarichi di insegnamento come assistente alla cattedra e professore incaricato, nel 1954, a soli 32 anni, vinse il concorso da professore per la cattedra di ebraico e lingue semitiche comparate alla Sapienza, cattedra che reggerà fino al 1982, quando si trasferirà a Tor Vergata.
Fondatore e direttore dell’Istituto di Studi sul Vicino Oriente del CNR, accademico dei Lincei, le sue pubblicazioni ammontano a circa 600 scritti, che spaziano dalla filologia all’archeologia.

La grammatica comparata delle lingue semitiche

L’incontro con Giorgio Levi della Vida e l’impegno nell’insegnamento della cattedra di Lingue Semitiche portarono Moscati, durante gli anni ’50 e ‘60, a impegnarsi sempre di più nel campo della filologia. Nel 1964, in collaborazione con numerosi ricercatori (semitisti, assiriologi, epigrafisti), pubblica An introduction to the comparative grammar of the Semitic languages, testo fondamentale ancora oggi per chi si accosta alle lingue semitiche.
Nel 1958 il volume Le antiche civiltà semitiche riscuoteva enorme successo: Moscati era riuscito a superare la barriera dello studio della storia come mera successione di eventi, per concentrarsi sui problemi e i fenomeni complessi che avevano portato le civiltà del Levante mediterraneo a fiorire ed espandersi, fino a influenzare, anche pesantemente, la cultura greca e quella del Mediterraneo occidentale.

Il Mediterraneo davanti al sito fenicio di Akhziv (foto dell’autrice).


L’archeologia fenicio-punica e la civiltà Mediterranea

Negli stessi anni il filologo partecipa agli scavi della cittadella fortificata di Ramath Rahel, a sud di Gerusalemme (1958), e di Akhziv (1960), importante centro fenicio sulla costa settentrionale di Israele.
Moscati promuove e dirige missioni archeologiche in Siria, Tunisia e a Malta. Queste esperienze lo portano a concentrarsi sempre di più sull’archeologia fenicio-punica: obiettivo dei progetti di scavo era spostare l’attenzione degli studi orientali in Italia dal campo della filologia e dell’epigrafia a quello, fino ad allora poco sviluppato nel nostro paese, dell’archeologia nei paesi del Mediterraneo.

Nel 1966 usciva la prima edizione de Il mondo dei Fenici, poderoso lavoro che, più tardi, avrebbe portato Moscati e i suoi allievi ad approfondire le ricerche in Tunisia, Sicilia e Sardegna, inaugurando la grande stagione degli studi fenicio-punici in Italia.
Sarebbe impossibile elencare in questa sede le numerosissime pubblicazioni, gli studi, le missioni archeologiche: riassumendo, possiamo senza dubbio affermare che le ricerche di Moscati furono sempre finalizzate a sottolineare l’importanza di interrelazioni e connessioni tra le sponde del Mare Nostrum, restituendo all’Oriente l’importantissimo ruolo storico avuto dall’antichità al Medioevo, in quella che lo studioso vedeva come “l’altra faccia della storia, la storia che non va da noi agli altri ma dagli altri a noi” (da L’enigma dei Fenici, 1982).

Copertina della prima edizione de Il mondo dei Fenici (Mondadori, 1966)

Sabatino Moscati si spense a Roma l’8 settembre del 1997.
Il suo lascito al mondo degli studi sul Vicino Oriente antico risiede ancora oggi in una impostazione metodologica moderna e pluridisciplinare, che richiede allo studioso di padroneggiare al meglio discipline diverse come l’epigrafia, l’archeologia, la storia e la filologia.

 

ILLUSTRIOUS FIGURES | Sabatino Moscati: a glimpse at the Orient and the ‘discovery’ of the Phoenicians

It is an indispensable privilege, in fact,
to review one’s ideas without clinging to them.

Moscati, L’enigma dei Fenici, 1982

From Arabic studies to the chair of Semitic languages

The figure of Sabatino Moscati, orientalist, semitist and expert in Mediterranean civilization, had a decisive weight for the development of Italian studies on the civilizations of the Near Eastern, in particular on the Phoenicians.

Moscati was born in Rome on November 24, 1922 from a family of Jewish origin. Precisely because of his origins (Italy was in the midst of the Fascist period) he was forbidden to enroll at the public university. Eager to continue his studies, he enrolled in the orientalist faculty of the Pontifical Biblical Institute where he obtained his license in 1943. Finally, in 1945, he was also able to obtain a degree in Arabistics at the La Sapienza University with a thesis on the caliphate of al-Mahdi, the third caliph of the Abbasid dynasty. F. Gabrieli, who was one of Moscati’s masters, already at the end of the 1940s spoke of the pupil as a scholar “expert in dealing with political and religious history, precise and sagacious in the evaluation and use of sources, prudent in hypotheses and penetrating in the judgments from which it is to be regretted, from the point of view of Arab-Islamic history, that after just a decade this promising energy has entirely dedicated itself to a different field of oriental studies “(La storiografia arabo-islamica in Italia, 1975, p. 84).

In the scientific production of Moscati we can distinguish three phases: a juvenile phase, in which the philologist undertook to deepen his studies on the Arab civilization, which he saw as an important factor in the diffusion of oriental culture in the Mediterranean. In the second phase of his life Moscati devoted himself especially to comparative studies of Semitic languages, while in the last thirty years of his career he founded and promoted studies on the Phoenician civilization.

 After various teaching positions as assistant to the chair and professor in charge, in 1954, at the age of 32, he won the competition as professor for the chair of Hebrew and Semitic languages compared at Sapienza, a chair that he will hold until 1982, when he will move to Tor Vergata.
Founder and director of the Institute of Studies on the Near East of the CNR, academic of the Lincei, his publications amount to about 600 writings, ranging from philology to archaeology.

The comparative grammar of Semitic languages

The meeting with Giorgio Levi della Vida and the commitment to teaching the chair of Semitic Languages led Moscati, during the 1950s and 1960s, to become increasingly involved in the field of philology. In 1964, in collaboration with numerous researchers (Semitists, Assyriologists, epigraphists), he published An introduction to the comparative grammar of the Semitic languages, a fundamental text still today for those who approach Semitic languages.
 In 1958 the volume Le antiche civiltà semitiche was a big success: Moscati had managed to overcome the barrier of the study of history as a mere succession of events, to focus on the problems and complex phenomena that had led the civilizations of the Eastern Mediterranean  to flourish and expand, to the point of influencing, even heavily, Greek culture and that of the Western Mediterranean.

 

The Mediterranean in front of Akhziv (Photo by the author)




Phoenician-Punic archaeology and Mediterranean civilization

In the same years the philologist participated in the Excavations at Ramath Rahel, south of Jerusalem (1958), and of Akhziv (1960), an important Phoenician centre on the northern coast of Israel.
Moscati promotes and directs archaeological missions in Syria, Tunisia and Malta. These experiences led him to focus more and more on Phoenician-Punic archaeology: the aim of the excavation projects was to shift the attention of oriental studies in Italy from the field of philology and epigraphy to that, until then little developed in our country , of archaeology in the Mediterranean countries.

In 1966 the first edition of The World of Phoenicians was released, a powerful work that, later on, would lead Moscati and his students to deepen their research in Tunisia, Sicily and Sardinia, inaugurating the great season of Phoenician-Punic studies in Italy.
It would be impossible to list here the numerous publications, studies, archaeological missions: summing up, we can undoubtedly affirm that Moscati’s research was always aimed at underlining the importance of interrelationships and connections between the shores of the Mare Nostrum, giving back to the East the very important historical role played from antiquity to the Middle Ages, in what the scholar saw as “the other side of history, the history that does not go from us to others but from others to us” (from L’enigma dei Fenici, 1982).

 

 

 

Cover of the first edition of The World of Phoenicians (Mondadori, 1966)












Sabatino Moscati died in Rome on 8 September 1997.
His legacy to the world of ancient Near Eastern studies still resides today in a modern and multidisciplinary methodological approach, which requires the scholar to master different disciplines such as epigraphy, archaeology, history and philology.

Article translated and curated by Veronica Muscitto

 

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NEWS | Un progetto inseguito da anni: apre il Museo Archeologico dell’antica Stabia (NA)

Il Museo Archeologico a Castellammare di Stabia (NA) è un omaggio a Libero D’orsi, l’archeologo che ha riportato in luce le ville romane dell’antica Stabia che avevano già ammaliato i Borboni.

Il Museo sorge nella Reggia di Quisisana, la residenza di caccia del Re Carlo di Borbone, e accoglie per il momento 15 sale espositive che sono suddivise in sezioni, posto d’onore ai ritrovamenti di Libero D’Orsi: meravigliosi affreschi e pavimenti in opus sectile, sculture, vasellame da mensa, oggetti in metallo.

L’Antiquarium stabiano: cosa è cambiato 

Gli straordinari reperti erano già stati sistemati decenni prima nelle vetrine dell’Antiquarium stabiano, allestito nel centro storico da Libero D’Orsi, ma chiuso al pubblico nel 1997. Il tavolo delle trattative per l’apertura del Museo era attivo da ben cinque anni con discussioni, proposte, problemi ed idee sempre nuove; ad un anno dall’apertura la collaborazione tra il Comune di Castellammare e il Parco archeologico di Pompei ha concretizzato il grande e bellissimo progetto che oggi possiamo ammirare.

In ricordo dell’Antiquarium sono state riutilizzate le vetrine degli anni ’50, che ospitano solo i reperti più significativi degli 8000 allora contenuti nella vecchia struttura: una nuova sezione del Museo è già stata annunciata da Massimo Osanna, direttore generale dei musei del MiBACT e del Parco Archeologico di Pompei, possibile grazie a una futura collaborazione con le Università della Regione.

Dentro la Reggia

I reperti esposti all’interno delle sale allestite nella storica cornice della Reggia di Quisisana attraversano 11 sezioni tematiche. Le prime sono cronologicamente più vicine a noi, dedicate alla storia della Reggia e ai primi scavi borbonici in Italia che hanno portato luce sull’antica Stabia. Si continua seguendo le tracce di Opici e Osci, Romani e Sanniti fino all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.; questa lunga sosta permette di ammirare ciò che resta delle ville d’otium romane, incantevoli oasi di riposo dalla frenetica quotidianità antica: il percorso inizia con Villa San Marco, segue Villa del Petraro con i resti degli impianti termali, e infine Villa di Carmiano, che sfoggia incredibili affreschi a tema dionisiaco.  

Porzione di pavimento in opus sectile marmoreo, Castellammare di Stabia (NA), Villa San Marco, I sec. d.C.
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ARCHEOLOGIA | La leggenda del lago di Pilato (AP), un tesoro nascosto nel Parco Naturale dei Monti Sibillini

All’interno del Parco Nazionale dei monti Sibillini, ad una quota di quasi 2000 metri, si trova il Lago di Pilato. Situato all’interno di un circolo glaciale, questo lago è da sempre considerato luogo di mistero e magia. Le sue placide acque hanno alimentato molte leggende e miti e, la più curiosa, è sicuramente quella da cui prende il nome. Secondo la leggenda, il fondo del lago conserva i resti di Ponzio Pilato, il celebre governatore romano della Giudea che si “lavò le mani” di fronte alla possibilità di salvare Gesù. Secondo la tradizione, come punizione per la sua ignavia, l’imperatore Tiberio lo condannò a morte. Pilato, di fronte alla certezza del suo destino, chiese all’imperatore un ultimo desiderio: una volta morto, il suo corpo sarebbe dovuto essere posto sopra un carro trainato da bufali, che poi sarebbero stati lasciati liberi di vagabondare a loro piacimento. L’imperatore, mosso dalla curiosità di una tale richiesta, acconsentì e mantenne la parola. Una volta giustiziato Pilato, ne pose le spoglie su di un carro e lo fece seguire. I bufali, una volta lasciati andare, si misero a correre all’impazzata, giungendo fino alle rive del lago, ove si gettarono con tutto il carro.

Oggi è possibile arrivare al lago da più sentieri.

Per approfondire: http://www.sibillini.net/

ARCHAEOLOGY | The legend of the Lake of Pilate (AP), a hidden treasure in the Monti Sibillini National Park

In the Monti Sibillini National Park, at an altitude of almost 2000 metres, you can find the Lake of Pilate. Located within a glacial valley, this lake has always been considered a place of mystery and magic. Its placid waters have fuelled many legends and myths, and the most curious is certainly the one after which the lake is named. According to the legend, the bottom of the lake preserves the remains of Pontius Pilate, the famous Roman governor of Judea who “washed his hands” at the possibility of saving Jesus. Tradition has it that Emperor Tiberius sentenced him to death as a punishment for his indolence. Faced with the inevitability of his fate, Pilate asked the Emperor one last wish: once he died, his body would have to be placed on a chariot pulled by buffaloes, which had to be later left to roam freely. The emperor agreed, intrigued by such a request, and kept his word. After Pilate’s execution, the Emperor had his remains put on a chariot and tracked it. Once the buffaloes were released, they began to run wildly to reach the shores of the lake, and throwed themselves onto it with the whole chariot.

Today it is possible to reach the lake by several paths.

For more info: http://www.sibillini.net/

Article translated by Cristina Carloni.

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ARCHITETTURA | La storia degli “Antichi portici” di Bologna

La costruzione dei portici nacque dall’esigenza dei cittadini bolognesi di ampliare lo spazio dell’abitazione non potendone modificare le caratteristiche strutturali. Si pensò, dunque, a un modo ingegnoso per “prolungare” verso la strada il solaio del primo piano della propria casa.

I portici: settecento anni di storia

Per realizzare queste prime strutture vennero utilizzate forme di sostegno con travi diagonali infisse al muro, supporti in muratura e, infine, tronchi di legno appoggiati a blocchi di selenite o di pietra. Il Comune approvò la costruzione dei portici ed emanò regole di realizzazione e manutenzione delle case con portico fino al 1250. La prima legislazione cercò di introdurre il concetto di “suolo pubblico”: anche se il portico veniva costruito da privati, doveva essere usato come spazio pubblico. Questa normativa, nonostante siano passati 700 anni è ancora in vigore. Nel XV secolo, per evitare gli incendi, venne emanato un decreto che imponeva la costruzione dei supporti per i portici in pietra e non più in legno. La legge non venne pienamente rispettata, infatti ancora oggi si possono osservare alcuni esemplari in legno, come Casa Isolani in Strada Maggiore. Il portico veniva utilizzato dagli artigiani come bottega, in questo modo si poteva sfruttare al meglio la luce naturale. I commercianti mostravano le merci protetti dalle intemperie e i mendicanti, o gli studenti, la usavano come dormitorio provvisorio. Complessivamente, oggi la lunghezza dei portici del centro e nella periferia è di 53 chilometri: la più lunga del mondo! Per la loro importanza artistico-culturale nel 2006 sono entrati nella Tentative List italiana dei siti candidati a diventare Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Casa Isolani, Strada Maggiore (BO), XIII sec. d.C., portico sostenuto da alte travi in quercia, esempio di portico medievale.

ARCHITECTURE | The history of the ancient porticos in Bologna 

The construction of the porticos was born from the need of the Bolognese citizens to expand the space of the house, not being able to change the structural characteristics. An ingenious way was therefore thought of to ‘extend’ the attic of the first floor of one’s home towards the street.

Porticos: seven hundred years of history

To create these first structures, forms of support were used with diagonal beams fixed to the wall, masonry supports and, finally, wooden logs resting on blocks of selenite or stone. The Municipality approved the construction of porticos and issued rules for the construction and maintenance of houses with porticos until 1250. The first legislation tried to introduce the concept of ‘public land’: even if the portico was built by private individuals, it had to be used as a public space. This legislation, despite having passed 700 years is still in force. In the fifteenth century, to avoid fires, a decree was issued that required the construction of supports for the porticos in stone and no longer in wood. The law was not fully respected, in fact, some wooden examples can still be seen today, such as Casa Isolani in Strada Maggiore. The portico was used by artisans as a workshop, in this way it was possible to make the most of natural light. Traders displayed the goods protected from the bad weather and beggars, or students, used it as a temporary dormitory. Overall, today the length of the porticos in the centre and in the suburbs is 53 kilometers: the longest in the world! Due to their artistic and cultural importance in 2006 they entered the Italian Tentative List of candidate sites to become a UNESCO World Heritage Site.

 

Casa Isolani, Strada Maggiore (BO) , 13th century.AD, portico supported by high oak beams, an example of a medieval portico.

Article translated and curated by Veronica Muscitto