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NEWS | Alla scoperta dei ritrovamenti dell’Anfiteatro romano di Milano

In occasione delle “Giornate europee del patrimonio”, dedicate quest’anno al rapporto tra “Patrimonio ed Educazione”, apre eccezionalmente uno dei cantieri archeologici più estesi e ricchi di rinvenimenti degli ultimi anni: l’area dell’Anfiteatro romano dove è in corso la realizzazione di PAN – Parco Amphitheatrum naturae, il più vasto parco archeologico di Milano, situato nel cuore della città.

I lavori per la la realizzazione dell’area, promossi e diretti dalla Soprintendente Antonella Ranaldi in accordo con il Comune di Milano, sono realizzati con finanziamenti del MiBACT e, soprattutto, grazie ai contributi di sponsorizzazioni private (TMC pubblicità, Prelios SGR e per gli scavi archeologici “Italia Nostra”).

Nella visita si vedrà l’assetto dell’area che prefigura il nuovo parco e, per la prima volta, verranno mostrati gli straordinari rinvenimenti delle indagini archeologiche degli ultimi anni.

Gli scavi, infatti, hanno portato alla luce consistenti e spettacolari strutture di fondazione delle gradonate intorno all’arena: ben 14 setti radiali, la possibile Porta Triumphalis, l’orientamento, le dimensioni e il numero di arcate dell’Anfiteatro romano.

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DIETRO AL FASCISMO | Il falso mito del “saluto romano”

Il saluto romano nell’antichità

Il “saluto romano” consiste nello stendere il braccio destro teso alzato con le dita della mano unite. Quasi tutti ritengono che tale saluto derivi dall’antica Roma, ma in realtà di romano ha ben poco. Tra le legioni romane era in vigore la salutatio militaris, un saluto molto simile a quello militare moderno. Nessuna scultura, pittura o moneta di età romana mostra un saluto di questo tipo. La mano destra alzata nell’antichità era usata soltanto per rendere onore o esprimere fedeltà, amicizia e lealtà. Spesso era l’imperatore ad alzare leggermente il braccio, ma solo come gesto per indicare un augurio o un discorso rivolto ai legionari, con il palmo della mano verticale e le dita aperte. Basti pensare all’Augusto di Prima Porta, raffigurato come un generale vittorioso che si rivolge alla folla con il braccio leggermente alzato, oppure alla statua bronzea dell’Arringatore, che presenta lo stesso gesto del braccio nell’intento di attirare l’attenzione del pubblico prima di cominciare a parlare.

Augusto di Prima Porta, inizio I sec. d.C.

 

L’Arringatore, fine II-inizio I sec. a.C.

 

Il “saluto romano” in epoca contemporanea

Il gesto del braccio destro teso alzato sarà ripreso da D’Annunzio e dai legionari che lo seguirono nella provvisoria conquista della città istriana di Fiume. Il saluto romano fu reso popolare soprattutto dal cinema di epoca fascista e, in particolare, da “Cabiria”, kolossal diretto da Giovanni Pastrone nel 1914, di cui proprio lo stesso D’Annunzio scrisse parte della sceneggiatura e curò le didascalie; o “Scipione l’Africano” (1937) di Carmine Gallone, volto a esaltare la potenza imperiale di Roma, identificata con quella fascista, e a sovrapporre la figura di Mussolini vincitore sugli Etiopi a quella del condottiero romano. Mussolini rimase così folgorato da questo tipo di saluto da farlo diventare uno dei simboli più importanti del partito fascista e che, senza vere basi storiche, si è poi diffuso nell’arte, nel teatro e nella politica.

Manifesto del film “Cabiria”

 

Manifesto di “Scipione l’Africano”.

BEHIND FASCISM | The false myth of the “Roman salute”

The Roman salute in ancient times

The Roman salute is a gesture in which the arm is fully extended, facing forward, with palm down and fingers touching. Almost everyone believes that this salute originates from ancient Rome, but in fact it has nothing to do with Romans. The Roman legions were used to the salutatio militaris, a salute that was comparable to the modern military one. No sculpture, portrait or coin dating to the Roman era shows this kind of salute. Raising one’s right hand was a gesture used in ancient times only to honour or to show faithfulness, friendship and loyalty. Often the emperor himself slightly lifted his arm, but only as a gesture to greet or while giving a speech addressed to the legionnaires, with the palm of his hand standing vertically and the fingers opened. Just think about the Augustus of Prima Porta, portrayed as a victorious general addressing the crowd with the arm slightly raised, or the bronze statue of The Orator, who holds the same position of the arm aimed at drawing the attention before starting to speak.

The “Roman salute” in contemporary times

The gesture of the tense and raised right arm will be used again by D’Annunzio and by the legionnaires who followed him in the temporary conquest of the town of Fiume in Istria. The Roman salute became popular mainly thanks to the filmmaking during Fascism; in particular, “Cabiria”, a blockbuster movie directed by Giovanni Pastrone in 1914, with a portion of the screenplay and subtitles written by D’Annunzio himself, or “Scipio Africanus: The Defeat of Hannibal” (1937), directed by Carmine Gallone, aimed at glorifying the imperial strength of Rome, which was identified with the Fascist power, and to overlap Mussolini’s figure winning over the Ethiopians on the image of the Roman leader. Mussolini was so impressed by this gesture that he turned it into one of the most important symbols of the fascist party. This gesture then became widely used in art, politics and theatre, even without any historical foundations.          

Article translated and curated by Giorgia Greco          

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ARCHEOLOGIA | Forcello (MN): gioiello dimenticato di archeologia etrusca

Il Forcello di Bagnolo S. Vito è il principale abitato etrusco-padano di VI-V secolo a.C. finora conosciuto in Lombardia, nonché il più settentrionale dell’area di espansione etrusca a nord del Po in età arcaica. Le indagini finora condotte fanno risalire la sua fondazione a poco dopo la metà del VI secolo a.C., mentre il definitivo abbandono si colloca agli inizi del IV secolo a.C., in probabile concomitanza con le invasioni galliche dell’Italia settentrionale (388 a.C.). Il sito del Forcello è collocato pochi chilometri a sud-ovest di Mantova, fra il paleoterrazzo del Mincio ad ovest e le bassure della valle fluviale ad est. Sorgeva su un’isola, o più probabilmente una penisola, circondata dalle acque del Mincio, situazione ideale per sfruttare questa importante risorsa come elemento di difesa e come via di comunicazione e di traffici.

Esso doveva rappresentare un punto di confluenza nodale per i traffici provenienti sia dai centri portuali adriatici di Spina e di Adria, sia da altri centri dell’Etruria padana, come Bologna e Marzabotto; ma era anche punto di partenza di quella via che, passando  per la valle del Mincio, attraverso Brescia e Bergamo, conduceva infine a Como, il centro principale della cultura di Golasecca durante il V secolo a.C. Le popolazioni golasecchiane, infatti, detenevano il controllo di alcuni dei più importanti passi alpini, come quello del San Bernardino, e, favoriti dalla loro origine celtica e dalla conoscenza dell’ambiente montano, mantenevano i contatti con i Celti d’oltralpe.
Nel sito sono stati rinvenuti, infatti, classi e tipi di manufatti non solo di produzione locale, ma anche di importazione provenienti dalle località più diverse. I primi attestano in modo indiscutibile che gli abitanti del Forcello erano di origine etrusca, mentre i secondi dimostrano che questo insediamento rappresentava un importante centro di traffici, punto nodale di comunicazione fra il mondo mediterraneo centro-orientale, egeo in particolare, e l’Europa centrale. La maggior parte delle merci provenienti dalla Grecia, dopo aver fatto scalo ad Adria e Spina, proseguiva il suo percorso su imbarcazioni adatte alla navigazione fluviale fino al Forcello. Le numerose anfore commerciali da trasporto rinvenute, di cui è stato finora possibile riconoscere almeno otto provenienze diverse, mostrano che i prodotti di scambio erano rappresentati prevalentemente da vino e da olio. L’origine e la quantità del prodotto era garantita proprio dalla forma delle anfore, che era peculiare di ogni singolo centro produttivo. Il consumo del vino viene adottato anche come costume tipicamente greco, già introdotto e apprezzato anche nell’Etruria propria, quello del banchetto.
Tra i prodotti esotici che giungevano al Forcello si ricordano anche due conchiglie cipree (Cypraea monetaria) originarie del Mar Rosso, una bambolina in terracotta prodotta a Corinto e una testina fittile appartenente ad una statuetta di probabile fabbricazione rodia. Costituisce, invece, un evento straordinario e isolato il rinvenimento, durante la campagna di scavi del 1999, di uno scarabeo in diaspro verde di produzione fenicio-cipriota. Proveniente dal livello di incendio di una casa, presso la parete sud-orientale dell’ambiente, si tratta di un sigillo che presenta una raffigurazione, intagliata sulla base, del dio egizio Bes in combattimento contro un leone. L’oggetto, prodotto forse attorno al 550-540 a.C., dovette rimanere in uso, come dimostrano le tracce di usura, per almeno due generazioni, fino a rimanere seppellito in seguito all’incendio che distrusse l’abitazione attorno al 500 a.C.

L’appartenenza degli abitanti del Forcello all’etnia etrusca è apparsa chiara, fin dalle prime ricerche, grazie ad alcuni precisi indizi, quali la presenza della caratteristica ceramica fine da tavola e la notevole quantità di materiale d’importazione dalla Grecia, mai così ben rappresentato rispetto agli altri centri padani non etruschi. A definire in modo inequivocabile la provenienza di questa comunità, tuttavia, sono stati i ritrovamenti di iscrizioni, impresse prima della cottura o incise sulla ceramica come graffiti in alfabeto e lingua etruschi. L’adozione dell’alfabeto greco da parte degli Etruschi si fa risalire al 700 a.C. circa. Dei 26 segni che ne facevano parte ne vengono selezionati inizialmente 22, poi solo 20, attestazione, quindi, di una scelta ragionata, data dall’esigenza di far corrispondere questi segni ai suoni di una lingua differente. Le iscrizioni del Forcello denotano peculiarità grafiche e onomastiche che trovano ampio riscontro nei centri adriatici di Adria e Spina, nel bolognese e nel reggiano. Esse rimandano, per grafia e norme ortografiche, all’Etruria settentrionale, ossia a città quali Volterra, Populonia e Chiusi. E’ dunque da questi luoghi, evidentemente, che ha avuto origine la colonizzazione etrusca della pianura padana.

 

ARCHAEOLOGY | Forcello: a forgotten jewel of Etruscan archaeology

Forcello di Bagnolo S. Vito is the main Etruscan-Po town of the 6th-5th century BC so far known in Lombardy, as well as the northernmost of the Etruscan expansion area north of the Po in the Archaic period. The investigations conducted so far trace its foundation until just after the middle of the sixth century BC, while the definitive abandonment takes place at the beginning of the fourth century BC, probably coinciding with the Gallic invasions of northern Italy (388 BC). The Forcello site is located a few kilometers south-west of Mantua, between the paleo terrace of the Mincio to the west and the lowlands of the river valley to the east. It stood on an island, or more likely a peninsula, surrounded by the waters of the Mincio, an ideal situation to exploit this important resource as an element of defense and as a means of communication and traffic. It was to represent a nodal point of confluence for the traffic coming both from the Adriatic port centres of Spina and Adria, and from other centres of the Etruria of the Po Valley, such as Bologna and Marzabotto; but it was also the starting point of the road which, passing from the Mincio valley, through Brescia and Bergamo, finally led to Como, the main centre of the culture of Golasecca during the 5th century BC. In fact, Golaseccans held control of the most important Alpine passes, such as that of San Bernardino, and, favoured by their Celtic origin and the knowledge of the mountain environment, they maintained contact with the Celts from across the Alps.
In fact, classes and types of artifacts were found not only of local production, but also imported from the most diverse locations. The former unquestionably attest that the inhabitants of Forcello were of Etruscan origin, while the latter demonstrate that this settlement represented an important centre of trade, a nodal point of communication between the central-eastern Mediterranean world, the Aegean in particular, and Central Europe.

Most of the goods coming from Greece, after having stopped in Adria and Spina, continued their journey on boats suitable for river navigation as far as the Forcello. The numerous commercial transport amphorae found, of which it has so far been possible to recognize at least eight different origins, show that the products of exchange were mainly represented by wine and oil. The origin and quantity of the product was guaranteed precisely by the shape of the amphorae, which was peculiar to each production centre. The consumption of wine is also adopted as a typically Greek custom, already introduced and appreciated also in Etruria, that of the banquet.

Among the exotic products that arrived there are also two cowry shells (Cypraea monetaria) originating from the Red Sea, a terracotta doll produced in Corinth and a clay head belonging to a statuette probably made in Rhodia. On the other hand, the discovery, during the excavation campaign of 1999, of a green jasper scarab of oriental Phoenician-Cypriot production constitutes an extraordinary and isolated event. Coming from the fire level of a house, near the south-eastern wall of the room, it is a seal with a representation of the Egyptian god Bes in battle against a lion carved on the base. Produced, perhaps, around 550-540 BC, it remained in use, as evidenced by the traces of wear, for at least two generations, until it was buried by the fire that destroyed the house around 500 BC .

The belonging of the inhabitants of Forcello to the Etruscan ethnic group appeared clear, right from the first researches, thanks to some precise indications, such as the presence of the characteristic fine tableware and the considerable amount of imported material from Greece, never so well represented compared to other Po valley centers. not Etruscans. To unequivocally define the origin of this community, however, were the findings of inscriptions, imprinted before firing or graffiti on ceramic, in the Etruscan alphabet and language. The adoption of the Greek alphabet by the Etruscans dates back to around 700 BC. Of the 26 signs that were part of it, 22 were initially selected, then only 20, proof, therefore, of a reasoned choice, given by the need to match these signs to the sounds of a different language. The Forcello inscriptions denote graphic and name-specific peculiarities that are widely reflected in the Adriatic centres of Adria and Spina, in the Bolognese and Reggio areas. In terms of spelling and orthographic norms, they refer to northern Etruria, that is to cities such as Volterra, Populonia and Chiusi. It is therefore from these places, clearly, that the Etruscan colonization of the Po valley originated.

                                                                                                                                            Article translated and curated by Veronica Muscitto

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TEATRO | Il teatro classico nell’antica Grecia

L’origine del teatro occidentale, così come lo conosciamo e lo intendiamo oggi, è riconducibile senza dubbio alcuno alla forma drammatica nata nell’antica Grecia e più precisamente ad Atene attorno al V secolo a.C. La rappresentazione teatrale antica greca, assieme a quella romana, costituisce il fondamento del teatro classico.

Tespi dall’Icaria e l’introduzione delle maschere sceniche

Secondo testimonianze storiche e in base a quanto ritrovato in documenti letterari e poetici, sono arrivate a noi notizie riguardanti Tespi dall’Icaria, che giunse ad Atene verso la metà del VI secolo a.C., trasportando sul suo carro i primi attrezzi di scena tra cui arredi scenografici e costumi. Egli introdusse la maschera, elemento già presente nelle rappresentazioni sacrali e rituali delle società primitive, realizzata però in lino. Tespi svolse la sua attività di attore e drammaturgo ad Atene e a lui è attribuita l’invenzione del prologo e della rhesis, la parte parlata della tragedia affidata all’attore, che rispondeva al coro.

Si ritrova il suo nome in un’iscrizione risalente al III secolo a.C., il Marmor Parium, che attribuisce a lui la prima rappresentazione tragica nel 534 a.C., messa in scena nell’ambito delle feste Dionisie, istituite da Pisistrato. Fu il vincitore del concorso drammatico che in quell’anno si celebrava per la prima volta.

L’istituzione degli agoni

Da quel momento, ad Atene in primis e nel resto della Grecia successivamente, nacque la tradizione di organizzare eventi agonistici che spaziavano in vari ambiti, dall’atletica all’arte, i cosiddetti agoni. Negli agoni comici e tragici i maggiori autori di testi teatrali dell’epoca gareggiavano per accaparrarsi il favore degli spettatori. Il teatro era tenuto in grande considerazione dai Greci e rivestiva un ruolo di fondamentale interesse per la vita della polis, tanto che lo Stato pagava il biglietto a coloro i quali non potevano permetterselo. Gli agoni tragici si tenevano durante le feste in onore di Dionisio, le Dionisie, mentre gli agoni comici durante le Lenee, celebrazioni dedicate al dio Dionisio Leneo.

Le Grandi Dionisie duravano complessivamente sette giorni: nei primi tre si svolgevano i riti sacri, i seguenti tre erano dedicati alla rappresentazione delle tragedie e l’ultimo alla commedia. I concorrenti arrivavano a migliaia, secondo le testimonianze di Aristofane, e al termine della gara venivano assegnati dei premi per le diverse categorie: miglior attore, miglior autore e miglior coro, che trasmetteva i temi principali che l’autore voleva trattare e i concetti più importanti da trasmettere al pubblico.

La funzione della tragedia, il genere preferito dai Greci

La forma di arte considerata più elevata era la tragedia, che trattava motivi strettamente connessi al mito e toccava tematiche drammatiche universali in cui ogni individuo potesse riconoscersi, perché proprie della condizione umana, quali: il conflitto interiore morale tra bene e male, il problema etico, il rapporto con la sfera divina, il dolore, il delitto, il sacrificio per onore e la morte. In tutte le produzioni tragiche un personaggio eroico affrontava gli eventi e pagava le conseguenze delle sue azioni, generalmente risolte con la morte dei protagonisti, descritta per la sua natura catartica tipica del sacrificio.

Lo scopo della tragedia era educativo, così come quello della commedia, che si differenziava principalmente per il carattere leggero e divertente con cui trattava temi quotidiani, fungendo spesso da intermezzo tra le tragedie, e per l’aspetto di denuncia dei vizi umani, prendendo di mira archetipi di uomini e personalità pubbliche e politiche del tempo. I personaggi erano spesso comuni e vivevano in ambienti del ceto medio–alto, come il servo e il padrone, interpretati mettendo in risalto i lati più deboli e ridicoli, per accentuarne il carattere comico.

Ecco. Ora la molla è carica. Non deve far altro che scaricarsi da sola.

È questo che è comodo nella tragedia. Si dà una spintarella perché prenda il via, un niente.

Uno sguardo di un secondo su una ragazza che passa e alza le braccia per la strada…

Un desiderio di onore un bel giorno, al risveglio, come di qualcosa da mangiare…

Una domanda di troppo che ci si pone la sera…

E’ tutto. Dopo, non c’è altro se non lasciar fare.

La cosa gira da sola. È minuzioso, ben oliato da sempre.

 La morte, il tradimento, la disperazione sono là, vicinissimi,

E gli scoppi, e le tempeste, e i silenzi, tutti i silenzi.

Il silenzio quando alla fine il braccio del boia si alza,

Il silenzio al principio quando due amanti sono nudi uno di fronte all’altro per la prima volta,

Il silenzio quando le grida della folla scoppiano attorno al vincitore.

È pulita, la tragedia. È riposante, certo, perché si sa che non c’è più speranza. Si sa che si viene presi, che alla fine si viene presi come un topo, con tutto il cielo sopra di noi.

 E che non resta che gridare, urlare a piena voce quel che si aveva da dire, che non si era mai detto e che forse non si sapeva ancora. E tutto questo per niente: per dirlo a se stessi, per impararlo da sé.

Jean Anouilh – Antigone.

THEATRE | Classical theatre in ancient Greece

The origin of western theatre, as we know it and understand it today, is undoubtedly attributable to the dramatic form born in ancient Greece and more precisely in Athens around the fifth century BC. The ancient Greek theatrical representation, together with the Roman one, forms the foundation of classical theatre.

 

Thespis from Icaria and the introduction of stage masks

According to historical evidence and on the basis of what has been found in literary and poetic documents, news has come to us regarding Thespis from Icaria, who arrived in Athens in the mid-sixth century BC, carrying on his chariot the first props including scenographic furnishings and costumes. He introduced the mask, an element already present in the sacral and ritual representations of primitive societies, but made of linen. Thespis carried out his activity as an actor and playwright in Athens and is credited with inventing the prologue and the rhesis, the spoken part of the tragedy entrusted to the actor, who answered the chorus.

His name is found in an inscription dating back to the third century BC, the Marmor Parium, which attributes the first tragic representation to him in 534 BC, staged as part of the Dionysian feasts, established by Pisistrato. He was the winner of the dramatic contest that was being celebrated for the first time that year.

 

The institution of the agons

From that moment, in Athens first and in the rest of Greece subsequently, the tradition of organizing competitive events was born that ranged in various fields, from athletics to art, the so-called agoni. In the comic and tragic agony the major authors of theatrical texts of the time competed to win the favor of the spectators. The theatre was held in great esteem by the Greeks and played a role of fundamental interest in the life of the polis, so much that the state paid the ticket to those who could not afford it. The tragic agons were held during the feasts in honor of Dionysius, the Dionysias, while the comic agons during the Lenee,celebrations dedicated to the god Dionysius Leneo.

The Great Dionysias lasted a total of seven days: in the first three days sacred rites were held, the following three were dedicated to the representation of tragedies and the last to comedy. The competitors came in by the thousands, according to Aristophanes’ testimonies, and at the end of the competition prizes were awarded for the different categories: best actor, best author and best chorus, which conveyed the main themes that the author wanted to deal with and the most important concepts to be transmitted to the public.

The function of tragedy, the favourite genre of the Greeks

The form of art considered the highest was tragedy, which dealt with motifs strictly connected to the myth and touched upon universal dramatic themes in which each individual could recognize himself, because they belong to the human condition, such as: the inner moral conflict between good and evil, the ethical problem, the relationship with the divine sphere, pain, crime, sacrifice for honor and death. In all tragic productions a heroic character faced the events and paid the consequences of his actions, generally resolved with the death of the protagonists, described for his cathartic nature typical of sacrifice.

The purpose of the tragedy was educational, as well as that of the comedy, which was distinguished mainly by the light and funny character with which it dealt with everyday issues, often acting as an interlude between tragedies, and for the aspect of denunciation of human vices, taking it aims at archetypes of men and public and political personalities of the time. The characters were often common and lived in upper-middle class environments, such as the servant and the master, interpreted by highlighting the weaker and ridiculous sides, to accentuate the comic character.

So there it is. The spring is now loaded. All she has to do is discharge herself.

This is what is convenient in tragedy. It gives a little nudge to get it off, a nothing.

A glance for a second on a girl walking by and raising her arms in the street …

A desire for honor one day, when you wake up, like something to eat …

One question too many that arises in the evening …

So he just walked out, and that’s it. After that, there is nothing but letting it go.

The thing turns by itself. It is meticulous, always well oiled.

Death, betrayal, despair are there, very close,

And the bursts, and the storms, and the silences, all the silences.

Silence when the hangman’s arm finally rises,

Silence in the beginning when two lovers are naked facing each other for the first time,

Silence when the shouts of the crowd erupt around the winner.

It’s clean, the tragedy. It is restful, of course, because we know that there is no more hope. We know that we are caught, that in the end we are caught like a mouse, with all the sky above us.

And all that remains is to shout, to scream out loud what you had to say, that you had never said and that perhaps you didn’t know yet. And all this for nothing: to tell yourself, to learn it for yourself.

 

Jean Anouilh – Antigone.

                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                            Article translated and curated by Veronica Muscitto

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NEWS | Un omaggio a Sebastiano Tusa splende nel Teatro Antico di Taormina (ME)

“Frammenti del tempio d’oro” è il titolo della scultura realizzata dall’artista Paola D’Amore in omaggio all’archeologo Sebastiano Tusa. L’opera sarà esposta al Teatro Antico di Taormina fino alla fine di ottobre.

In ricordo del grande archeologo siciliano

Tre colonne in metallo accese dai raggi del sole su un fondale panneggiato alla greca curato dalla stilista d’interni Mira Tasic. L’opera di Paola D’Amore è abbinata al Premio Tusa assegnato a Massimo Osanna, già Direttore del Parco Archeologico di Pompei e dei Musei del MiBACT. All’inaugurazione, insieme alla Direttrice del Parco Naxos Taormina, Gabriella Tigano, era presente Valeria Li Vigni, Soprintendente del Mare e moglie di Tusa.

L’autrice di un saggio che illustra l’opera della D’Amore si esprime in ricordo dell’archeologo: “Tusa ci ha lasciato un tesoro di insegnamenti e di scoperte, le cui implicazioni devono ancora essere interamente disvelate; tra le più importanti c’è la scoperta della relazione virtuosa tra la natura, l’umanità e l’arte, relazione che è stata sempre presente nella storia culturale dell’Occidente”.

Scorcio dell’opera di Paola D’Amore

 

 

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ARCHEOLOGIA | Vulcano: l’Isola dei Morti, dello zolfo e dell’allume

Il nostro viaggio alla scoperta delle Eolie comincia con l’isola più vicina alla Sicilia, Vulcano, che, tra tutte, è quella che più rimanda a un ideale rapporto dell’uomo col primordiale: qui, infatti, è possibile sentirsi perfettamente parte di una natura che ha in sé tutto ciò che serve per il benessere psicofisico. A testimonianza di tale equilibrio, nel corso dei secoli, gli interventi dell’uomo si sono, infatti, limitati a plasmare ciò che la natura offriva, senza danneggiare in alcun modo flora e fauna locali, e a sfruttarne le materie prime.

Geografia

Vulcano (20,87 km² di superficie) ha avuto origine da una serie di attività vulcaniche, che hanno portato, tra gli altri fenomeni, alla nascita della Caldera del Piano (80.000 anni fa circa), alla formazione del settore sud della caldera, La Fossa (50.000 anni fa), e a una grande esplosione (15.000 anni fa) che ha determinato il collasso della parte occidentale della caldera La Fossa, all’interno della quale si è accresciuto, a partire da 6.000 anni fa, l’attuale centro eruttivo, il Cono di La Fossa. La genesi dell’isolotto di Vulcanello è iniziata, invece, intorno al II secolo a.C.: la formazione si è, poi, collegata a Vulcano intorno al 1550 d.C. Vulcano è caratterizzata da un particolare stile eruttivo che, legato all’incontro del magma con le acque freatiche, genera esplosioni a moderata magnitudo. Queste, a loro volta, generano modeste colonne eruttive con emissione di lave a elevata viscosità e lanci di blocchi e bombe. Sebbene l’ultima eruzione sia avvenuta nel 1888 – 1890, il vulcano non ha mai cessato di dare prova della propria vitalità e, ancora oggi, è possibile osservare diversi fenomeni che testimoniano il suo stato di quiescenza.

Cenni storici

Nessuna fra le fonti storiche a noi pervenute riporta notizie di insediamenti stabili e duraturi su quest’isola. Sappiamo, però, con certezza che sia divenuta base navale cartaginese nel 218 a.C. e, in seguito, nel 36 a.C., base romana.  Essa, inoltre, dopo la parentesi proto-imperiale, a causa della sua intensa attività vulcanica, sarebbe rimasta disabitata per secoli, fino al 510 d.C., quando re Teodorico vi relegò, per punizione, il curiale Iovino. Un secondo salto cronologico ci porta fino al normanno Ruggero I, conte di Sicilia che, intorno all’anno 1083, fece donazione dell’Isola, insieme ad altre dell’arcipelago, al Monastero di San Bartolomeo dei monaci benedettini di Lipari tramite il suo Abate Ambrogio. A seguito di ciò, per secoli, i pochi abitanti di quest’isola rimasero sotto il dominio della Chiesa di Lipari. All’inizio del 1800, per i meriti conseguiti nelle battaglie contro Napoleone, Ferdinando I, re delle Due Sicilie, diede come feudo l’isola di Vulcano al generale Don Vito Nunziante, sottraendola al potere religioso. Nel 1878 gli eredi del generale Nunziante cedettero i loro diritti agli scozzesi Stevenson, che già controllavano a Lipari l’industria della pomice. Nel centro abitato dell’isola è ancora visibile il loro palazzo con torri e merli (il “Piccolo Castello” o il “Castello Scozzese”), che fu parzialmente distrutto dall’eruzione del 1888. Gli Stevenson, durante la loro permanenza alle Eolie, misero insieme un’importante collezione di antichità eoliane, tra cui un tesoretto di monete in argento, interrato alla metà del III secolo a.C., con monete di Taranto e Reggio, oggi conservate tra il Museo del Parco di Kelvingrove di Glasgow e l’Ashmolean Museum di Oxford.

L’allume

Comune a tutti i “proprietari” dell’isola è lo sfruttamento dei giacimenti di zolfo e allume. Il generale Nunziante, ad esempio, impiegò come operai i “coatti”, gente relegata sulle Eolie dal governo borbonico, che abitava le piccole spelonche adiacenti alla Grotta dell’Allume. Si trattava di una cavità artificiale molto ampia, profonda 34m e provvista di quattro aperture, da cui si estraeva ogni giorno il sale alluminoso sericeo, staccandolo dalle pareti della grotta stessa, entro cui ribolliva acqua sulfurea. Dalla combinazione dei vapori umidi e solforosi dell’acqua con la base argillosa delle lave, che ricoprivano la grotta, nasceva, infatti, l’allume. Fin dall’antichità, questo materiale ha costituito una vera e propria fonte di ricchezza per tutte le isole dell’arcipelago e, come testimoniato da Plinio, veniva utilizzato per tingere le lane e pulire l’oro. I Romani, inoltre, estraevano l’allume e, tramite anfore fabbricate a Lipari, lo trasportavano insieme a zolfo e capperi.

L’Isola dei Morti

Alcuni studi archeologici e antropologici portano a identificare il sito come Isola dei Morti: sembra, infatti, che qui confluissero numerosi defunti provenienti dalle altre isole e, considerata la presenza di ushabti all’interno di diverse sepolture, addirittura dall’Egitto; scopo di tale viaggio era quello di sottoporre la salma a una serie di riti di purificazione. Gli archeologi, in verità, analizzando le fonti a proposito di questa pratica, si sarebbero aspettati un numero molto maggiore di sepolture, rispetto alle 130 effettivamente rinvenute. Il mancato ritrovamento di cadaveri ha fatto supporre che, alla fine dei riti, gran parte di essi venisse nuovamente trasportata e sepolta nei luoghi di provenienza. Diversamente, altri sostengono che i cadaveri venissero seppelliti sull’isola, ma che la natura vulcanica del terreno abbia cancellato molte tracce al riguardo, sebbene, morfologicamente, le numerose e antichissime grotte artificiali dell’isola, richiamando il tipo delle tombe a grotticella adibite a sepolture in Sicilia durante l’età preistorica, sembrerebbero essere legate ai suddetti riti funerari; tuttavia, nessuna testimonianza archeologica è stata rinvenuta all’interno di esse, né nei dintorni.

ARCHAEOLOGY | Vulcano: the Island of the Dead, of sulphur and alum

Our journey to discover the Aeolian Islands begins with the island closest to Sicily, Vulcano, which is among all the one that most refers to an ideal relationship between man and the primordial: here, in fact, it is possible to feel perfectly part of a nature that offers everything you need for psychophysical well-being. As evidence of this balance, over the centuries human interventions have, in fact, limited themselves to shaping what nature offered, without damaging in any way the local flora and fauna, and to exploiting raw materials.

Geography

Vulcano (20.87 km² in area) was originated from a series of volcanic activities, which led, among other phenomena, to the creation of the Piano caldera (approximately 80,000 years ago), to the formation of the southern sector of the caldera, the Fossa (50,000 years ago), and to a large explosion (15,000 years ago) which resulted in the collapse of the western part of the caldera, within which, starting 6,000 years ago, the current eruptive centre of the Fossa, the Cone, has grown. The genesis of the islet of Vulcanello began, however, around the second century BC: this was later connected to Vulcano around 1550 AD. Vulcano is characterized by a particular eruptive style which, linked to the encounter of magma with groundwater, generates explosions of moderate magnitude. These, in turn, generate modest eruptive columns emitting highly viscous lavas and hurling blocks and bombs. Although the last eruption took place in 1888-1890, the volcano has never ceased to prove its vitality, and even today it is possible to observe various phenomena that confirm its dormant state.

Historical background

None of the historical sources survived up to this day reports news of stable and lasting settlements on this island. However, it is known for a fact that it became a Carthaginian naval base in 218 BC and later, in 36 BC, a Roman base. Moreover, after the proto-imperial interlude, due to its intense volcanic activity it would have stayed uninhabited for centuries, until in 510 AD King Theodoric sent there the curial Iovino as a punishment. A second chronological gap takes us to approximately 1083, when Roger I, Norman count of Sicily, donated this island and others of the archipelago to the Benedictine monastery of San Bartolomeo of Lipari through his Abbot Ambrose. As a result, the few inhabitants of this island had remained for centuries under the dominion of the Church of Lipari. At the beginning of 1800, Ferdinand I, king of the Two Sicilies, gave the island of Vulcano as a fiefdom to the general Don Vito Nunziante for the merits he achieved in the battles against Napoleon, withdrawing it from the Church domain. In 1878 the heirs of general Nunziante gave up their rights to the Scottish Stevensons, who already controlled the pumice industry in Lipari. In the inhabited centre of the island you can still see their palace with its towers and battlements (the ‘Little Castle’ or ‘Scottish Castle’), which was partially destroyed by the eruption of 1888. During their stay in the Aeolian Islands, the Stevensons put together an important collection of Aeolian antiquities, including a treasure trove of silver coins, buried in the middle of the third century BC with coins from Taranto and Reggio, which are now preserved in the Kelvingrove Art Gallery and Museum in Glasgow and in the Ashmolean Museum in Oxford.

The alum

The exploitation of sulphur and alum deposits is common to all the ‘owners’ of the island. General Nunziante, for example, employed as labourers the coatti, people who were banished to the Aeolian Islands by the Bourbon government and lived in the small caves adjacent to the Alum cave. It was a very large artificial cavity, 34 metres deep and provided with four openings, from which the sericeous aluminium salt was extracted every day, detaching it from the walls of the cave itself, within which sulphurous water boiled. In fact, alum was born combining the moist and sulphurous vapours of the water with the clayey base of the lavas that covered the cave. Since ancient times this material has been a real source of wealth for every island of the archipelago and, as witnessed by Pliny, it was used to dye wool and clean gold. Also, the Romans extracted alum and transported it together with sulphur and capers using amphorae manufactured in Lipari.

The Island of the Dead

Some archaeological and anthropological studies have resulted in identifying the site as Island of the Dead: it seems, in fact, that numerous corpses coming from other islands and even from Egypt, considering the presence of the ushabti inside various burials, converged there; the purpose of this expedition was to go through a series of body purification rituals. Actually, in analysing the sources of this practice, archaeologists would have expected a much greater number of burials, compared to the 130 that were actually found. This lack of corpses has led to the assumption, on the one hand, that at the end of the rituals most of them were transported back and buried in their places of origin; on the other, that corpses were buried on the island, but that the volcanic nature of the soil has erased many of these traces, although, morphologically speaking, the numerous ancient artificial caves of the island, which recall the type of Sicilian rock-cut tombs of the Prehistoric age, seem to be linked to the aforementioned funerary rites; however, no archaeological evidence has been found inside them, nor in the surroundings.

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Ranuccio Bianchi Bandinelli, tra politica e archeologia

Ranuccio Bianchi Bandinelli è stato un archeologo e storico dell’arte tra i più influenti del XX secolo. Si spense a Roma il 17 Gennaio del 1975. I suoi manuali di Storia dell’arte romana restano una lettura essenziale per tutti gli studenti di archeologia.

La formazione 

Nato a Siena il 19 febbraio 1900, da una famiglia appartenente all’antica nobiltà toscana, Ranuccio ebbe un’educazione tesa a sviluppare in lui l’amore per la cultura umanistica. Dopo aver passato gli anni del liceo classico nel pieno della prima guerra mondiale e frequentato per un anno e mezzo l’Accademia militare a Torino, nel 1919 si iscrisse alla Facoltà di Lettere classiche a Roma. Qui, da subito, dimostrò un grandissimo interesse per la storia dell’arte greca e romana. Tuttavia conseguì la laurea in Archeologia etrusca con una tesi su “Chiusi e il suo territorio” discussa nel 1923, di cui fu relatore il professor G.Q. Giglioli. Iniziò, quindi, il suo percorso di insegnamento dapprima nella scuola superiore, poi in varie facoltà di Lettere classiche tra il 1929 e il 1938: Cagliari, Groeningen, Pisa.

Ranuccio Bianchi Bandinelli - Wikipedia
Un ritratto giovanile di Bianchi Bandinelli

 

Tra archeologia e Fascismo

Nonostante nel 1938 avesse pronunciato il giuramento di fedeltà al fascismo, Bandinelli rifiutò l’incarico di direttore della Scuola Archeologica di Atene (incarico resosi disponibile a seguito delle leggi razziali e della destituzione del precedente direttore, Della Seta, di origine ebraica). 

Il 1938 fu un anno cruciale per Bandinelli, stretto tra il desiderio di continuare a fare ricerca e la mentalità democratica e antifascista che, come apprendiamo dai suoi diari, proprio in quegli anni iniziò a farsi strada nelle sue riflessioni politiche: già alla fine degli anni ’30, Ranuccio era tra i maggiori storici dell’arte antica in Italia e, proprio per questo, venne scelto per fare da guida durante la visita di Hitler in Italia.
Bandinelli nei suoi diari (raccolti, poi, nel libro autobiografico “Dal diario di un borghese”) ci descrive tutta l’angoscia di un simile compito, che, pare, fino all’ultimo cercò di risparmiarsi. Apprendiamo infatti che, una volta appurata l’ineluttabilità del compito, in lui si insinuò l’idea di compiere un attentato e uccidere i due dittatori. Scrisse nei suoi appunti che avrebbe avuto l’opportunità e i mezzi ma che non ne fu capace. Nel racconto di quei giorni, disincantato e ironico, Bandinelli traccia il ritratto di Hitler, appassionato d’arte ma incapace di una qualsiasi riflessione su di essa, e di Mussolini, disinteressato, ignorante e arrogante.

Bianchi Bandinelli (a dx) con Hitler e Mussolini


La didattica di Bianchi Bandinelli

Dal 1939 al 1944 tornò ad insegnare all’Università di Firenze. Nel 1944, al centro della catastrofe bellica, scrisse “A che serve la storia dell’arte antica?”, testo in cui si poneva la questione dell’utilità degli studi classici in un momento così drammatico e in cui si ribadisce la necessità di spendersi per la conservazione del passato.

Dopo una parentesi come direttore delle antichità e belle arti, tornò all’insegnamento universitario prima a Cagliari, poi a Firenze e, infine, dal 1957 a Roma, dove fu mentore di alcuni dei maggiori archeologi contemporanei, quali Andrea Carandini, Filippo Coarelli, Mario Torelli, Adriano La Regina.
Come scrive Ida Baldassarre nel Dizionario biografico degli italiani: “La sua intensa attività di ricerca scientifica, di pubblicistica, di promozione culturale e di lotte civili contro la degradazione del patrimonio artistico nazionale e, soprattutto, di fecondo scambio con i giovani, studenti e studiosi, non conobbe soste, anche dopo l’abbandono dell’insegnamento universitario.”


L’iscrizione al PCI

Iscritto al PCI (ndc. Partito Comunista Italiano) fin dal 1944, Bandinelli riuscì a dare agli studi di storia dell’arte classica una svolta in senso moderno, introducendo l’interpretazione marxista dei fenomeni artistici quali risultato della struttura ideologica del potere delle classi dominanti.

La grandezza di Ranuccio Bianchi Bandinelli, a parere di chi scrive, fu infatti proprio di passare, dalla ricerca storico-artistica di carattere filologico, imperante in Italia nei primi decenni del XX secolo, ad una visione dell’oggetto antico come testimonianza sociologica e storica. La visione del reperto, quindi, non più come mero oggetto d’arte ma come testimonianza della temperie culturale e politica che quell’oggetto aveva contribuito a creare.

 

I lavori di Bianchi Bandinelli

Innumerevoli i suoi scritti. Ricordiamo solamente la fondazione di due riviste scientifiche, La critica d’arte (1935) e Dialoghi di Archeologia nel1967.
Ideò e diresse l’Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale, collaborò a importanti pubblicazioni politiche quali Rinascita, Il Contemporaneo e l’Unità.
Il ricordo che di Ranuccio Bianchi Bandinelli ha scritto il suo amico e contemporaneo Giulio Carlo Argan ci sembra il miglior modo di tratteggiare una figura complessa sia per il mondo della ricerca archeologica sia per quello della cultura italiana in generale.

Lo ammirai soprattutto perché, davanti al disastro e senza soldi in cassa, riusciva a trovarne abbastanza per finanziare qualche scavo. Pensava che soprattutto era importante mantenere vivo lo spirito della ricerca: per conservare le cose bisogna conservare la mentalità che vuole conservate le cose. L’importante era non rompere l’unità teorico-pragmatica della scienza. Il teorico deve sapere discendere alle cose se vuole che poi dalle cose si possa risalire al grande disegno storico e alla teoresi, magari alla filosofia dell’arte.

Giulio Carlo Argan

 

Amazon.it: Roma. L'arte romana nel centro del potere - Bianchi Bandinelli,  Ranuccio - Libri
Copertina del libro “Roma. L’arte romana nel centro del potere”
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ARCHEOLOGIA | Sepolture picene: l’area archeologica “I Pini” di Sirolo (AN)

Nel cuore del Parco del Conero (AN), si trova l’unica necropoli picena a circoli musealizzata delle Marche: l’area archeologica I Pini di Sirolo. L’area è una delle quattro necropoli a circoli dell’antica Numana ad aver restituito sepolture entro fossati circolari.

 A partire dal 1980 furono scavate le prime tombe, ma solo a partire dal 1989 vennero messe in luce le tracce dei circoli funerari piceni (visibili in foto), assieme ad una tomba a inumazione di bambino (inizi V secolo a.C.) e a tracce di altre inumazioni.

Elemento peculiare della necropoli sono i tre fossati circolari, il maggiore dei quali di diametro 40 m, che racchiudevano sepolture riconducibili a gruppi familiari gentilizi piceni. Al centro del circolo più grande, la cosiddetta “Tomba della Regina”, sono riemersi vari reperti riconducibili per l’appunto a un corredo regale, datato al VI secolo a.C. Tra gli oltre 1700 elementi rinvenuti del corredo della cosiddetta ”Regina” spiccano sicuramente due carri smontati (un calesse e una biga), gli scheletri di due mule, oltre al ricco corredo di oggetti relativi a suppellettile domestica e corredo simposiaco.

Apertura: su prenotazione

Indirizzo: Via Molini Seconda, Sirolo (AN)

Telefono: 071.9330572 (Comune di Sirolo)

Per approfondire: https://sabapmarche.beniculturali.it/luoghi_cultura/area-archeologica-i-pini-di-sirolo-an/http://musan.regione.marche.it/nuovo/index.php?option=com_content&view=article&id=125:area-archeologica-i-pini&catid=46&Itemid=165

Fonte immagini in evidenza: https://www.fondoambiente.it/luoghi/i-pini?ldc

ARCHAEOLOGY|Picene burials: the archaeological area “I Pini” of Sirolo (AN)

In the heart of the Conero Park (AN), there is the only Piceno circle necropolis, in the Marche region that has been transformed into an open air museum: the archaeological area I Pini of Sirolo. The area is one of the four circle necropolis of ancient town of Numana to have returned burials in circular moats.

The first graves were excavated in 1980, but it was not until 1989 that traces of the Picenian funerary circles (visible in the photo) were brought to light, together with a child burial tomb (early 5th century BC) and traces of other burials.

A peculiar element of the necropolis are the three circular ditches, the largest of which has a diameter of 40 m which enclosed graves related to noble Picene family groups. At the centre of the largest circle, the so-called ‘Tomb of the Queen’, various artifacts have re-emerged which can be traced back to a royal trousseau dating back to the 6th century BC. Among the more than 1700 items found in the so-called ‘Queen trousseau’ certainly two disassembled wagons (a buggy and a chariot) and the skeletons of two mules stand out, in addition to the rich set of objects related to household furnishings and symposium trousseau.

Opening times: by reservation

Address: Via Molini Seconda, Sirolo (AN)

Phone number: 071.9330572 (Municipality of Sirolo)

For further info: https://sabapmarche.beniculturali.it/luoghi_cultura/area-archeologica-i-pini-di-sirolo-an/http://musan.regione.marche.it/nuovo/index.php?option=com_content&view=article&id=125:area-archeologica-i-pini&catid=46&Itemid=165  

Article translated and curated by Veronica Muscitto                                                      

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ARCHEOLOGIA | Sigismondo Pandolfo Malatesta “DIVO”, le medaglie come glorificazione del Signore di Rimini (RN).

A partire dalla loro origine le monete, così come le medaglie, hanno avuto un ruolo fondamentale per evidenziare lo status di un personaggio potente, come avveniva per gli imperatori romani. Le medaglie, in particolare, avevano questo scopo celebrativo e, prima di cadere in disuso, andando a identificare delle monete fuori circolazione, il termine “metalla” o “medaglia” veniva utilizzato ancora nel Medioevo per indicare il “mezzo denaro” o “l’obolo”.

Le medaglie malatestiane

Nel 1438, in Italia, il Pisanello riprende la produzione di questi oggetti ma come medaglie commemorative, realizzandone una per Giovanni VIII. Vicino al Pisanello vi era anche Mattia de’ Pasti da Verona, attivo a Rimini (Rn) fin dal 1446 presso la Corte dei Malatesta. Celebri sono le Medaglie Malatestiane, uniche nel loro genere, che rappresentano Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini, a mezzo busto, o sempre nello stesso modo ma con testa laureata alla maniera degli imperatori romani.

Mattia de’ Pasti, medaglia malatestiana, Sigismondo Pandolfo Malatesta a mezzo busto rivolto a sinistra, Museo “L. Tonini”, Rimini. (fotografia di libero utilizzo da internet)

Non casualmente Sigismondo fu autore anche di un’altra opera a Rimini: il cosiddetto “Tempio Malatestiano”, Duomo della città. La dicitura “Tempio” deriva dall’architettura progettata dal Leon Battista Alberti, che ricorda in tutto un tempio della classicità. Ad avvalorare l’immagine da imperatore del Malatesta, il Signore di Rimini si fa commemorare sul suo sarcofago monumentale entro il Duomo (insieme alla sua amata Isotta) come “DIVO”, andando contro ai canoni imposti dalla Chiesa in quei tempi. Il Duomo venne rappresentato anche sulle medaglie di Sigismondo, ma in un disegno che non rispecchiava la struttura originale. Infatti, questa prevedeva una cupola sulla sua sommità che non fu mai realizzata, probabilmente per mancanza di fondi.

Mattia de’ Pasti, medaglia malatestiana, Tempio Malatestiano con cupola, Museo “L. Tonini”, Rimini. (fotografia di libero utilizzo da internet)

ARCHAEOLOGY | Sigismondo Pandolfo Malatesta “DIVO”, medals as glorification of the Lord of Rimini.

Since their origins, coins as well as medals have played a fundamental role in highlighting the status of a powerful person, as was the case for Roman emperors. Medals, in particular, had a celebratory purpose, and before they fell into disuse and were identified as obsolete coins, the term metalla or ‘medal’ was still used in the Middle Ages to indicate ‘half money’ or an offering.

Malatesta’s medals

In 1438, in Italy, Pisanello resumed the production of these objects as commemorative medals, and made one for John VIII Palaeologus. Alongside Pisanello there was also Matteo de’ Pasti from Verona, active in Rimini at the House of Malatesta since 1446. Famous are the unique Malatesta Medals, where Sigismondo Pandolfo Malatesta, Lord of Rimini, is depicted half-length, often with a laurel-crowned head as the like of Roman emperors.

Matteo de’ Pasti, Malatesta medal, Sigismondo Pandolfo Malatesta depicted half-length facing to the left, Museum ‘L. Tonini’, Rimini.

It comes as no surprise that Sigismondo became the author of another work in Rimini: the so-called ‘Tempio Malatestiano’, the city’s Cathedral. The word Tempio (i.e., temple) derives from the architecture designed by Leon Battista Alberti, which is reminiscent of a classical temple. In order to corroborate the image of Malatesta as an emperor, the Lord of Rimini is commemorated on his monumental sarcophagus inside the Cathedral (together with his beloved Isotta) as ‘DIVO’, going against the Church canons of the time. The Cathedral was also depicted on Sigismondo’s medals, though in a design that did not reflect its original structure. In fact, this included a dome on its top which was never built, probably due to lack of funds.

Matteo de’ Pasti, Malatesta medal, the Tempio Malatestiano with a dome, ‘L. Tonini ‘, Rimini.

Traduzione a cura di Cristina Carloni

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DIETRO AL FASCISMO | Le donne come custodi del focolare

Il mito di Roma era stato decisamente utilizzato dal fascismo e, in particolar modo, il richiamo al mondo classico si focalizzava sulla sovrapposizione tra Augusto e Mussolini.
Le riforme augustee e i temi della sua politica, dal ruralismo al mos maiorum, ben si adattavano alla politica del regime. Così come l’antico imperatore aveva promulgato una serie di leggi che frenavano il diffondersi del celibato e favorivano la natalità, Mussolini in Italia diede un posto preminente alla politica demografica. Emanò una serie di provvidenze legislative contro la propaganda neo-malthusiana, vietando l’uso di anticoncezionali e il ricorso all’aborto per accrescere e difendere la natalità; impose oneri fiscali ai celibi, favorendo in questo modo il costruirsi di sane e numerose famiglie.

 

“Una madre nuova per figli nuovi”

L’atteggiamento del fascismo, quindi, nei confronti delle donne fu da sempre caratterizzato da un duplice aspetto. Da un lato il regime continuò a relegarle ad un ruolo secondario rispetto all’uomo, dall’altro, però, le coinvolse in tutta una serie di attività, “arruolandole” nelle proprie organizzazioni e, in particolare, nell’ambito della politica riproduttiva.
Mentre nel 1919 la Legge Sacchi, pur con molte eccezioni, aveva riconosciuto le donne idonee alla maggior parte degli impieghi statali, il fascismo, impossibilitato ad escludere completamente il lavoro femminile, mise in atto tutta una serie di atteggiamenti discriminatori. Fu attuata una legislazione restrittiva che aveva, di fatto, l’obiettivo di evitare che il lavoro fosse considerato dalle donne un mezzo per l’emancipazione. Il compito delle donne era la maternità: una “madre nuova per figli nuovi”.

Pagina de “Il popolo di Romagna“, 17 dicembre 1928.

Come “custodi del focolare” la loro vocazione primaria era quella di procreare, allevare i figli e amministrare le funzioni familiari nell’interesse dello Stato. Ma, per poter eseguire questi doveri, occorreva che fossero coscienti delle aspettative della società. Durante il periodo fascista, la via che conduceva fuori dal focolare domestico non portò all’emancipazione ma a nuovi doveri nei confronti della famiglia e dello Stato.

La mitica fecondità romana

All’indomani del varo delle leggi razziali, il fascismo costruì una delle iconografie più importanti della politica fascista: la presunta e mitica fecondità romana. Immagini estraniate dal mondo antico, sono sfruttate dalla propaganda fascista come il rilievo dedicato “alle nutrici Auguste” del II-III sec. d.C., nutrici che spesso si sostituivano al ruolo delle madri ed erano considerate delle prestatrici d’opera, oppure le Mater Matuta, cioè delle madri con uno o più bambini in grembo, auspicio di fecondità come la Mater Matuta di Villa Giulia (IV-III a.C.).

Mater Matuta, Villa Giulia (IV-III sec. a.C).

 

Rilievo delle Nutrici Auguste (II-III sec. d.C.).

La Mater Matuta diveniva la Saturnia Tellus, di cui l’esempio più importante era il rilievo dell’Ara Pacis. Saturnia con i due infanti tra le braccia si trasformava nella figura della Madonna con Gesù in grembo, che a sua volta rappresentava la donna fascista rurale e prolifica, affiancata da un giovane Giovanni Battista.
Le donne furono quindi relegate al ruolo di madri, allontanandosi sempre più dalla sfera pubblica. La donna veniva premiata quando aveva tanti figli e discriminata qualora volesse impegnarsi in attività professionali.

Fregio della Madonna con il bambino.

BACK TO FASCISM | Women as hearth keepers

The myth of Rome and, in particular, the reference to the classical world focused on identifying Augustus with Mussolini had been significantly used by Fascism. The Augustan reforms and their political themes, from ruralism to mos maiorum, were perfectly suitable for the policy of the regime. Just as the ancient emperor had promulgated a series of laws that curbed the spread of celibacy and favored the birth rate, in Italy Mussolini gave great importance to policies on demographics. He issued a series of legislative provisions against the neo-Malthusian propaganda, banning the use of contraceptives and of abortion to increase and defend the birth rate; he imposed tax burdens on celibates, thus favoring the starting of healthy and numerous families.

 

“A new mother for new children”

Therefore, the attitude of Fascism towards women has always been characterized by a dual approach. On the one hand, the regime continued to relegate them to a secondary role compared to men; on the other, however, it involved them in a whole series of activities, ‘enlisting’ them in its own organizations and, in particular, in policies on reproduction. While in 1919 the Sacchi Law, albeit with many exceptions, had recognized women suitable for most of the state jobs, fascism, unable to exclude completely female labour, adopted a whole series of discriminatory attitudes. A restrictive legislation was implemented which had, in fact, the aim of preventing women from considering work as a means for emancipation. Women’s task was motherhood: a “new mother for new children”.

Newspaper page from “Il popolo di Romagna”, December 17, 1928.

As ‘hearth keepers’ their primary vocation had to be procreating, raising children and administering family functions in the interest of the State. But, in order to perform these duties, they needed to be aware of social expectations. During the Fascist period, the path that led outside the hearth did not lead to emancipation, but to new duties towards the family and the State.

The mythical Roman fecundity

Following the adoption of the racial laws, Fascism created one of the most important iconographies of its politics: the so-called mythical Roman fecundity. Images from the ancient world were decontextualized and exploited by the Fascist propaganda, such as the relief dedicated to ‘the Augustan nurses’ of the second-third century AD, nurses who often replaced the mother’s role and were considered workers, or the Mater Matuta, that is, mothers with one or more children in their wombs as a good omen for fertility, such as the Mater Matuta of Villa Giulia (fourth-third century BC).

Mater Matuta, Villa Giulia (fourth-third century BC).
Bas-relief portraying the ‘Augustan nurses’ (second-third century AD).

The Mater Matuta became the Saturnia Tellus, whose relief in the Ara Pacis represents its most important example. Saturnia with two infants in her arms was transformed into the image of the Madonna with Jesus in her womb, which in turn represented the rural and prolific Fascist woman, flanked by a young John the Baptist. Women were therefore relegated to the role of mothers, moved further and further away from the public sphere. A woman was rewarded when she had many children and discriminated against if she wanted to engage in professional activities.

Frieze depicting the Madonna with child.

Traduzione a cura di Cristina Carloni.