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TEATRO | Alle origini del teatro: il mito e il rito

La storia del teatro coincide con la storia dell’uomo: parlare di teatro, infatti, significa parlare dell’essere umano, del suo mondo interiore e della sua forza immaginativa. Da sempre l’uomo si è posto domande sulla sua esistenza, sulla nascita e sulla morte e sulle forze che regolano tale ciclo e ha cercato nella creazione dei miti la spiegazione di tali manifestazioni.

Nelle civiltà primitive, come quella africana e precolombiana, le popolazioni assistevano ai rituali di celebrazione come momento di accomunamento sociale. La rappresentazione del mito attraverso il rito era per la comunità un aspetto culturale in cui riconoscersi.

Alcuni rituali sfociavano, infatti, in vere e proprie rappresentazioni; i riti propiziatori avevano lo scopo di venerare, pregare o ringraziare gli dèi per la stagione futura, ed erano allestiti con carattere di spettacolarità, tramite un narratore che accompagnava gli attori e il coro.

Stessa cosa avveniva per i riti sociali e le cerimonie iniziatiche, che segnavano, ad esempio, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, oppure per le nascite e le morti celebrate con caratteri drammatici e pubblici. Tutti questi riti sociali erano spesso accompagnati da danze e musica, in cui l’azione mimica rivestiva un ruolo fondamentale alla resa del rituale.

In alcune culture primitive, come quella dei Kono che vivevano nell’attuale Papa Nuova Guinea, durante la celebrazione di rituali magico-religiosi le personalità riconosciute importanti dalla comunità indossavano maschere per impersonare gli dèi, attribuendosi caratteri e poteri divini. Era questo il caso degli sciamani, che conducevano la celebrazione e la rappresentazione teatrale del rito.

Queste sono le radici da cui origina il teatro, che affondano nel bisogno umano di allacciare e rendere visibile e pubblica la relazione con il divino, attraverso la rappresentazione dei miti sacri nel rito. Un’altra funzione essenziale di tali cerimonie era quella di stabilire le gerarchie e intrattenere i rapporti sociali nella comunità, attraverso la festa e la forma del gioco della finzione e della spettacolarizzazione.

Grazie all’archeologia, attraverso il ritrovamento di un papiro egizio nel 1928, sappiamo che, già mille anni prima della nascita della tragedia greca, nell’antico Egitto la rappresentazione teatrale era usata per celebrare il culto dei “Misteri di Osiride”.

Anche la civiltà minoica praticava la danza, accompagnata dal suono di strumenti musicali come la cetra ed il flauto, per mimare scene di caccia o di guerra.

Queste forme di teatro primitivo ne costituiscono le basi, ma sono ovviamente distanti dal modo di far teatro come comunemente lo si intende nel mondo occidentale. Ad esempio, l’attore spesso giungeva ad immedesimarsi nel soggetto rappresentato, arrivando ad essere preda di trance o possessioni, che talvolta coinvolgevano anche gli spettatori, in un rituale catartico e primordiale. Nel teatro greco, fino ad arrivare alle pratiche teatrali odierne, l’attore ha a cuore il mantenere sempre la distanza tra la persona e il personaggio, senza mai perdere la propria soggettività e senza mai correre il rischio di subire una spersonalizzazione, anche a rappresentazione ultimata e al calare del sipario.

 

 

Osservo il volo di uno stormo di uccelli. Non tutti sono in grado di volare in gruppo. Il volo di un singolo uccello è bellissimo, ma il volo di uno stormo è magico. Il movimento sincronizzato di cento elementi sa incantarmi con la magia della sua armonia e dei suoi legami invisibili. Nessuno li ammaestra, nessuno li guida. Fanno tutto da soli. Ad Arte. Forse è proprio con una così perfetta intesa che dovrebbero comunicare le persone sulla terra e gli attori sulla scena.

Jurij Alschitz

THEATRE | At the origins of the theatre: the myth and the rite

The history of theatre coincides with the history of man: speaking of theatre, in fact, means speaking of the human being, his inner world and his imaginative power. Man has always asked himself questions about his existence, about birth and death and about the forces that regulate this cycle and has sought the explanation of these manifestations in the creation of myths.

In primitive civilizations, such as the African and pre-Columbian ones, the populations attended the celebration rituals as a moment of social unification. The representation of the myth through the rite was for the community a cultural aspect in which to recognize itself.

Some rituals, in fact, resulted in real representations; the propitiatory rites were intended to venerate, pray or thank the gods for the future season, and were set up with a spectacular character, through a narrator who accompanied the actors and the choir.

The same thing happened for social rites and initiation ceremonies, which marked, for example, the passage from adolescence to adulthood, or for births and deaths celebrated with dramatic and public characters. All these social rites were often accompanied by dances and music, in which mimic action played a fundamental role in the rendering of the ritual.

In some primitive cultures, such as that of the Kono who lived in what is now Papua New Guinea, during the celebration of magical-religious rituals the personalities recognized as important by the community wore masks to impersonate the gods, attributing to themselves divine characters and powers. This was the case with the shamans, who conducted the celebration and theatrical representation of the rite.

These are the roots from which the theatre originates, which sink into the human need to connect and make visible and public the relationship with the divine, through the representation of sacred myths in the rite. Another essential function of these ceremonies was to establish hierarchies and maintain social relations in the community, through the festival and the form of the game of fiction and spectacle.

Thanks to archeology, through the discovery of an Egyptian papyrus in 1928, we know that, already a thousand years before the birth of the Greek tragedy, in ancient Egypt the theatrical representation was used to celebrate the cult of the ‘Mysteries of Osiris’.

The Minoan civilization also practiced dance, accompanied by the sound of musical instruments such as the zither and the flute, to mimic hunting or war scenes.

These forms of primitive theatre form the basis, but they are obviously distant from the way of making theatre as it is commonly understood in the Western world. For example, the actor often came to identify with the subject represented, coming to be prey to trance or possessions, which sometimes also involved the spectators, in a cathartic and primordial ritual. In the Greek theatre, right up to today’s theatrical practices, the actor always cares about maintaining the distance between the person and the character, without ever losing his subjectivity and without ever running the risk of undergoing a depersonalisation, even in representation completed and when the curtain falls.

Article translated and curated by Veronica Muscitto

 

I observe the flight of a flock of birds. Not everyone is able to fly in groups. The flight of a single bird is beautiful, but the flight of a flock is magical. The synchronized movement of one hundred elements knows how to enchant me with the magic of its harmony and its invisible bonds. Nobody teaches them, nobody guides them. They do it all by themselves. Artfully. Perhaps it is precisely with such a perfect understanding that the people on earth and the actors on stage should communicate.

                                                                                                                                                                                                                                       Jurij Alschitz

 

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ARCHEOLOGIA | Alla scoperta delle Isole Eolie: introduzione e cenni storici

Le Isole Eolie sono un arcipelago di origine vulcanica, amministrativamente compreso nel territorio della città metropolitana di Messina. L’arcipelago, la cui disposizione ha un’insolita forma a Y, è composto da sette isole vere e proprie, Lipari, Vulcano, Salina, Panarea, Stromboli, Filicudi e Alicudi, cui si aggiungono altri isolotti e scogli affioranti dal mare. Ben due delle sette isole, Vulcano e Stromboli, sono vulcani attivi e dal 2000 l’intero arcipelago è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità.

L’eccezionale posizione geografica, proiettata verso lo Stretto di Messina e visibile dalle coste tirreniche della penisola italiana, ha favorito la centralità delle Isole Eolie sulle rotte commerciali e strategiche del Mediterraneo di tutte le età e le ha rese adatte all’insediamento di numerose popolazioni nel corso del tempo. Le dinamiche insediative sono state influenzate dalla natura vulcanica dell’arcipelago e dalla presenza, come a Lipari, di roccaforti naturali.

Cenni storici

La prima frequentazione delle Isole Eolie risale al Neolitico, precisamente al periodo tra il V e il IV millennio a.C., e si limita a piccoli abitati sorti a Lipari, nella piana di Castellaro, e a Salina, a Rinicedda (Leni), mentre sulle restanti isole si registrano solo insediamenti instabili. Le genti che vi si installavano dovevano provenire dalle vicine coste siciliane poiché la ceramica rinvenuta negli strati più antichi trova diretti confronti con le culture neolitiche della Sicilia Orientale. Il popolamento di queste due isole è legato all’agricoltura, con lo sfruttamento dei fertili suoli di origine vulcanica, e all’estrazione, lavorazione industriale e commercio di un tipico prodotto del vulcanismo: l’ossidiana.

Ossidiana: cos’è e a cosa serviva

L’ossidiana è una pietra vetrosa vulcanica, con sistema cristallino amorfo, la cui formazione è dovuta al rapidissimo raffreddamento della lava. Nel periodo in cui l’occidente non era a conoscenza della tecnica di fusione dei metalli, essa rappresentava il materiale più duro in assoluto, superando anche la selce. L’ossidiana grezza veniva prelevata a Lipari e portata a Salina via mare dove, poi, veniva lavorata per ricavarne strumenti da taglio e altri oggetti da usare o scambiare. Gli scambi più frequenti avvenivano con la selce, roccia sedimentaria, e l’argilla, elementi di cui le isole erano sprovviste e che venivano importati dalla Sicilia.

Storia degli studi

La storia delle ricerche e degli studi archeologici risale agli ultimi decenni del XVIII secolo e ai resoconti degli esploratori, primo fra tutti Jean Houel che, nel suo “Voyage Pittoresque des isles de Sicile, de Malte e de Lipari”, ha dedicato ampio spazio alle antichità eoliane. Nel XIX secolo iniziano le prime ricerche nell’area della necropoli di contrada Diana a Lipari, grazie all’ufficiale della marina britannica W.H. Smyth e al Barone Enrico Pirajno di Mandralisca. Negli ultimi decenni del secolo, Giuseppe Scolarici, su commissione dell’imprenditore scozzese James Stevenson, ha ripreso e ampliato questi primi scavi, i cui primi rinvenimenti hanno destato l’interesse scientifico anche nei confronti delle isole minori. Nel XX secolo si colloca la pubblicazione di Giudo Libertini sullo stato di conoscenza archeologica e storica delle Eolie, ma solo con Paolo Orsi si avrà il primo scavo archeologico scientificamente condotto e documentato. 

La vera svolta per la conoscenza archeologica delle Eolie si ha con Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, ai quali si devono numerose ricerche e scoperte, di fondamentale importanza nel quadro dell’archeologia mediterranea, e la creazione del Museo Archeologico Eoliano nel 1954, oggi regionale.

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NEWS | Si tornerà a scavare nell’anfiteatro romano di piazza Stesicoro (CT)

L’assessore Alberto Samonà annuncia un ampio progetto di riqualificazione voluto dal presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, insieme hanno fatto un primo sopralluogo nell’imponente struttura tra le viscere di piazza Stesicoro (CT).

Dubbi, abbandono e riscoperta

L’anfiteatro fu costruito durante i primi secoli di vita dell’impero: in assenza di scavi stratigrafici la datazione rimane incerta, la tecnica costruttiva suggerisce la metà del II secolo d.C.; un evidente ampliamento del III secolo d.C. potrebbe esserne la conferma.

Cassiodoro afferma che, già al tempo di Teodorico, il grande edificio, vetustate corruptum, veniva usato come cava per l’approvvigionamento e il riutilizzo dei blocchi di costruzione; secoli dopo Giovanni Gioieni non fece nulla di diverso per costruire abitazioni ed usare l’arena come giardino. Fu sepolto dal terremoto del 1693, le sue gallerie divennero fondamenta di nuove abitazioni, i fornici pozzi neri per gli scarichi della città.

Allorché, nel XVIII secolo, il principe di Biscari promosse i primi scavi per liberare dalla terra ciò che rimaneva del colosso; l’architetto Fichera tentò l’ultima grande impresa che riportò in luce i resti dell’ampliamento nei primi anni del ‘900, da allora si susseguirono solo rilievi tecnici.

La ricostruzione di ciò che era

L’anfiteatro di Catania è il più grande della Sicilia, sulla scia dei tre giganti italiani – il Colosseo e l’Arena di Verona – poteva contenere 15 mila spettatori seduti e quasi il doppio in piedi grazie all’aggiunta di impalcature lignee. Una maestosa struttura che si adagiava alla collina vicina e la vestiva di paramenti in pietra lavica dell’Etna, archi dalle ghiere rosse e podio di marmi, colori che si combinavano tra loro, che davano spettacolo.

La valorizzazione di ciò che è rimasto

La direttrice del Parco Archeologico di Catania, Gioconda Lamagna, annuncia nuove indagini sul sito: da quanto emerso durante il sopralluogo di Samonà e Musumeci, sono presenti dei percorsi già fruibili per cui si provvederà a garantire la totale sicurezza; sarà necessario un impianto di illuminazione artistica tale da restituire ad ogni angolo la sua antica bellezza e raccontarla ai visitatori anche attraverso strumenti multimediali: i simulatori in 3D sarebbero un sogno!

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PERSONAGGI ILLUSTRI | Giuseppe La Farina, patriota messinese e politico italiano

Giuseppe La Farina nasce il 20 Luglio 1815 a Messina da Carmelo e Anna Muratori. Si dedica agli studi letterari, laureandosi in Giurisprudenza, diviene patriota, politico e scrittore. Sulla sua formazione esercitò un peso fondamentale la temperie politico-culturale cittadina, da tempo sorda all’indirizzo separatista e più di recente apertasi alla predicazione unitaria mazziniana, oltre all’influenza del padre, professore di aritmetica e geometria nel Collegio Carolino che, nel 1828 era stato arrestato per la sua appartenenza alle sette e trasportato a Favignana, insieme al figlio tredicenne.

Nel 1833 La Farina esordì come pubblicista, prima collaborando a Lo Spettatore Zancleo, poi, dal 1835, scrivendo articoli, recensioni e rassegne di vario genere in un altro periodico, Il Faro, e pubblicando in particolare un Elogio del cavaliere Vincenzo Bellini (Messina 1836), letto in una seduta dell’Accademia Peloritana (26 nov. 1835) in occasione della morte del compositore.

La sfera patriottica e quella letteraria si fondono dopo i moti rivoluzionari del 1837 quando, costretto a rifugiarsi a Firenze, si dedica alla scrittura e pubblica diverse opere, tra le quali ricordiamo: L’Italia nei suoi monumenti, ricordanze e costumi; Studi storici sul secolo XIII e Storia d’Italia narrata dal popolo italiano. A Firenze diresse anche un giornale, L’Alba, il primo di stampo democratico-sociale.

Lo scoppio della rivoluzione in Sicilia lo riportò sull’isola per vederlo, nel 1848, deputato alla Camera dei Comuni.

Emigrato in Francia, scrisse Istoria documentata della rivoluzione siciliana e Storia d’Italia dal 1815 al 1850. Verso la fine del 1856 assieme a Daniele Manin e a Giorgio Pallavicino Trivulzio fondò la Società Nazionale Italiana, una associazione avente l’obiettivo di orientare l’opinione nazionale verso il Piemonte di Cavour. La Farina ebbe parte attiva alle annessioni del regno sabaudo e favorì la spedizione dei Mille in Sicilia.

Giuseppe La Farina

Ritorna in Italia per fondare la Rivista contemporanea e scrive un romanzo storico. Nel 1856 aderisce alla monarchia, divenendo fidato collaboratore di Cavour, la cui politica appoggiò la Società Nazionale Italiana precedentemente fondata. Eletto deputato al primo parlamento italiano, nel 1860 fu nominato Consigliere di Stato, successivamente Ministro dell’istruzione, dei lavori pubblici dell’interno e della guerra.

Inoltre, fu membro di alcune Logge massoniche di Torino, tra cui: “Ausonia”,“Il Progresso” “Osiride”. Sempre nel 1860, si recò in Sicilia per affrettarne l’annessione al Piemonte, ma Garibaldi lo espulse clamorosamente. Non riuscì più a ritornare in Sicilia per via dell’ostilità delle fazioni autonomista e repubblicana. Dopo la morte di Cavour, passò all’opposizione. Morì nel 1863, tumulato a Torino tra le tombe di Vincenzo Gioberti e Gugliemo Pepe, le sue ceneri furono trasferite a Messina nel 1872 per l’inaugurazione del Gran Camposanto per giacere nel Famedio degli uomini illustri. Un illustre messinese che ha saputo dare lustro alle proprie origini peloritane e ad una intera nazione, venendo celebrato e ricordato in diverse città.

Nella sua terra natale Messina, gli venne intitolata infatti un Liceo; a Torino, invece, nella centralissima Piazza Solferino, è stato eretto in suo onore un monumento in marmo bianco che lo effigia nell’atto di leggere un documento; a Firenze, sul lato nord del chiostro della Basilica di Santa Croce, è presente un monumento a lui dedicato con un’iscrizione che racchiude l’essenza di questa incredibile figura: «A Giuseppe La Farina – messinese – Amò il vero gli uomini la patria – patì dolori disinganni esili – operò con fede costante alle sorti nuove dell’Italia combattendo col braccio e coll’ingegno – soldato poeta istorico sostegno dell’italica gloria moriva il 5 settembre 1863 di anni 47 – alle vegnenti generazioni esempio imitabile».

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NEWS | Scoperta un’enorme vasca antica sulla via Ostiense: risale al IV a.C.

Nuove scoperte archeologiche sulla via Ostiense, più precisamente nel contesto di Malafede. Una vasca monumentale lunga oltre 40 metri, un’articolata stratificazione di edifici e costruzioni, due ettari di terreno, oltre otto secoli di storia e sofisticate tecniche di scavo che hanno permesso la scoperta e lo studio dello straordinario contesto tra via Ostiense e via di Malafede. Il ritrovamento è avvenuto a partire dal giugno 2019, grazie alle indagini di archeologia preventiva dirette dalla Soprintendenza Speciale di Roma, in una porzione di territorio molto ampia. Il distretto in cui è compreso il fosso di Malafede, abitato fin dall’età preistorica, è stato soggetto a numerose trasformazioni nel corso del tempo, come testimoniano i preziosi reperti recuperati durante le indagini archeologiche. Lo scavo, in tutta la sua grandezza, parla di un luogo importante che ha avuto vita per oltre otto secoli come dimostrano la quantità e soprattutto la qualità delle costruzioni ritrovate, come la vasca monumentale del IV secolo avanti Cristo rinvenuta in tutta la sua ampiezza. L’approfondito studio del gran numero di materiali che questa indagine ha restituito – legni, terrecotte, oggetti metallici, iscrizioni –potrà svelare i segreti di questo straordinario angolo  di Roma. 

Fonte: La Repubblica 

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NEWS | Un nuovo strumento webGIS per l’archeologia e la divulgazione scientifica

Il Parco archeologico di Ostia antica ha messo online la piattaforma NADIS – Nuovo Archivio Disegni, una risorsa digitale che raccoglie tutti i rilievi, piante, sezioni, prospetti, dei monumenti dell’area archeologica di Ostia antica.

L’Archivio Disegni
L’Archivio Disegni di Ostia Antica, conserva circa 14.000 disegni, frutto dell’intensa attività di documentazione grafica raccolta sin dal XIX secolo durante le prime campagne di scavo condotte ad Ostia Antica. I disegni, eseguiti con varie tecniche (matita, china, acquarello e tempera) e su molteplici supporti, illustrano le trasformazioni avvenute nelle tecniche di rappresentazione del disegno archeologico dall’Ottocento ai giorni nostri.

WebGIS
Questo webGIS è stato concepito per permettere all’utente di accedere ai contenuti dell’Archivio Disegni esplorando la pianta del parco archeologico. L’elenco degli edifici i cui disegni sono presenti nell’archivio, sulla sinistra della pagina, si aggiorna in base alla porzione di mappa visualizzata. Nella casella di ricerca è possibile inserire il nome di un luogo specifico o di una tipologia per filtrare i risultati. Nei menu a destra è possibile selezionare la cartografia di riferimento (base topografica o satellitare, pianta degli scavi, regiones ostiensi ed edifici) e compiere alcune operazioni, quali effettuare una misura o attivare la geolocalizzazione (qualora si stesse consultando il webGIS su un dispositivo mobile all’interno dell’area archeologica). Ciascun sito è accessibile sia cliccando sulla pianta che dall’elenco edifici. In quest’ultimo caso, il colore a sinistra del nome indica la Regio cui il sito appartiene, mentre un cerchio rosso evidenzia la localizzazione del sito selezionato sulla pianta. All’apertura verranno visualizzate le anteprime delle immagini presenti nell’archivio per quel sito. Cliccando su un’anteprima, viene visualizzata l’immagine a bassa risoluzione. Da questa finestra è possibile ingrandire l’immagine, ruotarla o visualizzarla a tutto schermo. Non è possibile salvare o scaricare l’immagine. Per avere accesso alle immagini ad alta risoluzione, visitare la sezione “Richiesta immagini”.

Webgis NADIS è consultabile a questo link: https://gisnadis.parcoarcheologicostiantica.it/

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ARCHITETTURA | Palazzo Pianetti (Jesi, AN), un esempio di stile Rococò in Italia

Splendido esempio di stile Rococò di influsso mitteleuropeo in Italia, l’odierna pinacoteca civica di Jesi era in realtà un palazzo nobiliare, sede della famiglia dei marchesi Pianetti.

Il disegno originale si deve al Marchese Cardolo Maria Pianetti, appassionato d’alchimia e già architetto di Carlo VI d’Asburgo, il quale volle costruire una residenza di gusto affine allo stile austriaco. La realizzazione del palazzo venne, però, affidata al pittore e architetto jesino Domenico Luigi Valeri, che ne avviò la costruzione a partire dal 1748.

La magnificenza dell’edificio è data dal grande giardino all’italiana, protetto da mura terrazzate, che fa da sfondo al corpo centrale. Gioiello indiscusso di questo palazzo è la sua Galleria degli stucchi, che era certamente capace di impressionare, oggi come allora, tutti i suoi visitatori.

La galleria settecentesca (in foto) con i suoi 76 metri di lunghezza è la più lunga d’Italia dopo quella di Diana della Reggia di Venaria Reale.

La galleria settecentesca / The eighteenth-century gallery

🇬🇧 English version

A splendid example of the Rococo style of Central European influence in Italy, today’s civic art gallery of Jesi was once a noble palace, home of the Pianetti family.

The original design belongs to the Marquis Cardolo Maria Pianetti, alchemy enthusiast and architect at the court of Charles VI of Habsburg, who wanted a residence that displayed a taste similar to the Austrian style. However, the construction of the building was entrusted to the painter and architect from Jesi Domenico Luigi Valeri, who started the project in 1748.

The magnificence of Palazzo Pianetti lies in its large Italian-style garden, protected by terraced walls, which provides the backdrop for the main building. But the undisputed jewel of this palace is its stucco gallery, which is certainly capable of impressing all its visitors now as then.

The eighteenth-century gallery (in the picture), with its 76-metre length, is the longest in Italy after the Great Gallery of the Royal Palace of Venaria.

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Si è spento Paolo Chillè, un pensiero dalla nostra redazione

Il nostro grande eroe Paolo è volato in cielo ❤️

Non ce l’ha fatta alla fine il giovane messinese Paolo Chillè, dal 2015 alle prese con un sarcoma fibromixoide. A darne l’annuncio, intorno alle 23 del 6 settembre, la pagina “Raccolta fondi per Paolo – L’EROE”, messa in piedi dai familiari per affrontare, con l’aiuto di tutti, le ingenti spese per le sue cure. E infatti il giovane si era recato in America grazie al contributo di tanti, raggiunti da questa e da diverse iniziative anche a carattere nazionale.

La nostra redazione si era impegnata direttamente con Paolo e, successivamente, con la sua famiglia per dar voce alla sua sofferenza, contribuendo alla raccolta fondi non soltanto economicamente ma realizzando video e post. L’intervento di FanPage ha “bloccato” la nostra iniziativa, certi del fatto che la nota pagina nazionale avrebbe dato un contributo sicuramente più importante (clicca qui per il video) rispetto a quanto saremmo riusciti a fare noi nel nostro piccolo.

Ma da lì in poi è nata una buona amicizia, a cui hanno avuto seguito diverse chiamate e messaggi di conforto e di vicinanza. E Paolo ha dato dimostrazione di una forza straordinaria, provando a vincere il brutto male che però, alla fine, non gli ha lasciato scampo.

A lui vanno le nostre preghiere, alla famiglia un caloroso abbraccio.

Adesso starà sicuramente meglio.
Ciao Paolo!

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NEWS | Domani 6 settembre il Museo archeologico Salinas apre gratuitamente

Domani (6 settembre) il Salinas apriràle porte gratuitamente al pubblico in occasione di #DomenicalMuseo, in programma ogni prima domenica del mese. E CoopCulture è pronta a riproporre le sue visite guidate, peraltro seguitissime da sempre. Un operatore specializzato condurrà il pubblico nelle diverse sale, soffermandosi sui reperti più importanti, dalla famosa “Pietra di Palermo” con i nomi dei faraoni alle gronde leonine dei Templi di Selinunte ospitate nell’ariosa Agorà (visita guidata 5 euro). Il tutto in piena sicurezza, con grande rispetto delle norme anticovid. Dalle 12, inoltre, si potrà scegliere la formula che include brunch al CafèCulture e visita guidata al museo (15 euro): seduti ai tavolini (distanziati) nell’ampio atrio

seicentesco, proprio di fronte alla fontana dove “abitano” le tartarughe, si potrà consumare un light lunch a forte “impatto ambientale” visto che la Sicilia
sarà l’esclusiva protagonista gastronomica (solo brunch, 10 euro): un calice di vino per accompagnare salumi e formaggi del territorio, un crostone di pani cunzatu e una porzione di anellettial forno. “Con la ripresa delle attività realizzate da Coopculture a partire da questa prima domenica del mese di settembre ci auguriamo un definitivo ritorno alla normalità per il Museo, in vista della ricca serie di eventi che stiamo programmando in autunno”, commenta la direttrice del Salinas, Caterina Greco. Aperto anche il CultureConcept Store, il famoso bookshop di ultima generazione dove trovare, oltre alle pubblicazioni più interessanti legate al mondo dell’arte, anche i lavori delle case editrici locali; pezzi particolarissimi di artigianato locale, merchandising originale, e prodotti di Libera Terra provenienti dai terreni confiscati alla mafia.

Per partecipare al brunch è consigliata la prenotazione ai numeri 345.776 5493 e 091
7489995.