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NEWS | Si è spento Philippe Daverio, docente e storico dell’arte

Si è spento all’età di 71 anni Philippe Daverio, storico dell’arte, saggista, docente alla IULM, al Politecnico di Milano e all’Università degli Studi di Palermo, ma anche noto personaggio televisivo.
Philippe Daverio lottava da anni contro un tumore. A diffondere la triste notizia è stata la regista e direttrice del Franco Parenti, Andree Ruth Shammah.
Colto e provocatorio, Philipe Daverio ha conquistato la popolarità arttraverso il programma televisivo Passepartout su Rai3, registrando più di un milione di ascolti. Una grande dote, quella di saper raccontare al pubblico l’arte e cultura con un linguaggio chiaro e arguto, ma anche un uomo che si dedicò al sociale, attraverso diverse manifestazioni contro la proposta di realizzazione di una discarica nelle immediate vicinanze di Villa Adriana, a Tivoli (Roma), e alla politica. Venne, difatti, nominato assessore all’Educazione e alla cultura dal primo sindaco leghista di Milano, Marco fromenteta.
Un personaggio istrionico, un animo dandy dal look eccentrico e bizzarro ma anche irriverente e protagonista di diverse critiche: ultima quella relativa al concorso il Borgo dei Borghi in cui Daverio ne fu giudice, decretando la vittoria della città di Bobbio (della quale ne era anche cittadino onorario) a discapito di Palazzolo Acreide in Sicilia. (per approfondire la vicenda vi rimandiamo al seguente link: https://archeome.it/primo-piano-daverio-in-combutta-con-la-sicilia/).
Queste le dure parole in un’intervista delle iene: “A me la Sicilia non piace. Sono terroni che rosicano”.
Parole che hanno scosso la Sicilia e che portarono, in seguito, alle scuse di Daverio.
Se ne va, così, un grande divulgatore di cultura.

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NEWS | Recuperato un antico rostro al largo delle Egadi nel giorno del compleanno di Sebastiano Tusa

Domenica 2 agosto, con partenza da Palermo, a bordo di un Guardacoste G. 119 Vitali della Guardia di Finanza, al largo delle Isole Egadi si è svolta un’operazione per recuperare un antico rostro che giaceva nei fondali a nord ovest dell’isola di Levanzo. L’operazione è stata condotta dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con il Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di Palermo, in collaborazione con i subacquei altofondalisti della GUE – Global Underwater Explorer guidati da Francesco Spaggiari e Mario Arena. In motovedetta l’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà, la Soprintendente del Mare Valeria Li Vigni, il gruppo subacqueo della Soprintendenza del Mare e i militari delle Fiamme Gialle, con in testa il comandante della Sezione unità navali di Palermo, Massimiliano Bonura e il capitano Daniele Bonanese della Sezione operativa navale di Trapani.

Il rostro era stato scoperto da Sebastiano Tusa e il recupero di oggi ha un significato doppiamente importante perché avviene il 2 agosto, giorno del compleanno di Sebastiano. Nel corso delle operazioni di recupero sono state anche portate in superficie una spada e diverse monete.

Al termine delle operazioni, il rostro è stato trasportato a Favignana, dove la delegazione, guidata dall’assessore Samonà, è stata accolta dal vicesindaco Lorenzo Ceraulo. Il rostro è adesso custodito presso l’ex Stabilimento Florio dell’isola.

“Il recupero di oggi – sottolinea l’assessore Alberto Samonà – conferma la volontà del Governo Musumeci di continuare la preziosa attività dell’indimenticabile Sebastiano Tusa e di dare la giusta rilevanza alle ricerche e alle indagini sul vasto patrimonio sommerso, di cui il nostro mare è custode. Grazie di cuore alla Guardia di Finanza!”

Fonte: Regione Siciliana

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NEWS | Parco Paestum e Velia: riaperta Porta Rosa

Ha il nome di una donna ed è il monumento simbolo dell’antica città di Velia: Porta Rosa, da oggi riaperta al pubblico dopo l’incendio del 2017 che ne ha determinato la chiusura. Un evento altamente simbolico che coinvolge l’intero territorio velino e che ribadisce la volontà del Parco di migliorare l’accessibilità e la fruizione del sito archeologico e di potenziare gli interventi di manutenzione, restauro e ricerca.

Porta Rosa fu scoperta nel 1964 dall’archeologo e allora Soprintendente Mario Napoli che scelse il nome di sua moglie per indicare il più antico esempio di arco a tutto sesto d’Italia; più che una porta, in realtà, si tratta di un viadotto che collega le due sommità naturali dell’acropoli di Velia e che da oggi diventa di nuovo visitabile con accesso dal lato nord. A sud, invece, i lavori sono tuttora in corso e si concluderanno con il ripristino di tutto il percorso di visita chiamato “Sentiero degli dei” che conduce dall’acropoli alla fortezza del Castelluccio attraverso le terrazze sacre.

La riapertura di Porta Rosa si inserisce in un programma più ampio di riqualificazione e valorizzazione del sito che è stato recentemente ufficializzato dall’istituto autonomo del Parco Archeologico di Paestum e Velia. Dopo l’accorpamento del sito velino all’autonomia di Paestum, la direzione del Parco con i suoi funzionari e collaboratori ha svolto tanto lavoro per il rilancio dell’antica città magno-greca con lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria dei monumenti e con la creazione di nuovi percorsi di visita per garantire una maggiore fruibilità del sito. Inoltre, sono in fase di svolgimento interventi di restauro delle strutture archeologiche danneggiate, in particolare nelle insulae abitative, e i lavori di risistemazione della galleria ferroviaria adibita a deposito e l’estensione dell’impianto di illuminazione nell’area archeologica.

Contemporaneamente si stanno realizzando due importanti interventi di manutenzione, messa in sicurezza, riqualificazione e valorizzazione dell’area archeologica di Velia diretti da altri enti del MiBACT: i lavori del Segretariato Regionale della Campania con il progetto “Velia città delle acque”, finanziato con fondi PON, e l’intervento del Direzione Regionale Musei Campania che hanno per oggetto il costone lato sud di Porta Rosa.

Intensa anche la rete di collaborazione che si sta creando con gli altri Enti attivi sul territorio, come la Comunità Montana Bussento, Lambro e Mingardo che si è occupata del taglio della vegetazione infestante.

Al via questa sera la rassegna “Velia Musica&Parole” con il concerto del maestro Nicola Piovani in “La musica è pericolosa”: l’ingresso è incluso nel biglietto di accesso al Parco.

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NEWS | Rinvenuto il relitto di un’antica nave a Siracusa

Eccezionale rinvenimento da parte della Soprintendenza del Mare di un sito archeologico sommerso nel fondale marino antistante Ognina, a Siracusa. Si tratta di una nave oneraria, ovvero di un’imbarcazione adibita a traffici commerciali, contenente un ingente carico di ceramiche da mensa di epoca tardo antica. L’importante scoperta è avvenuta nel corso di alcune immersioni subacquee di esplorazione e documentazione storica autorizzate e coordinate dalla Sopmare ed effettuate dai subacquei altofondalisti Fabio Portella e Stefano Gualtieri, con il contributo dell’associazione Capo Murro Diving Center di Siracusa. Il relitto – che è stato rinvenuto al largo di Ognina ad una profondità di circa 75 metri – si trova posizionato in un vasto areale caratterizzato da un fondale prevalentemente pianeggiante costituito da sabbia mista a fanghiglia. “Abbiamo disposto e coordinato il recupero di due reperti individuati dall’archeologo della Soprintendenza del Mare, Fabrizio Sgroi – dice la Soprintendente Valeria Li Vigni – quali elementi diagnostici del carico del relitto sulla scorta di una sommaria descrizione degli scopritori. I due reperti, che presentano notevoli incrostazioni, consistono in una ciotola a doppio manico con coperchio e in una brocca a forma di campana. La Sopmare – dichiara la dott. Valeria Li Vigni – svolge da anni un lavoro capillare di sensibilizzazione e di collaborazione con i diving che ha fornito risultati sempre più incoraggianti e in costante evoluzione. A breve procederemo con la definizione di un rilievo sistematico del relitto per studiarlo più approfonditamente”.

“La collaborazione dei diving nell’individuazione del relitto – sottolinea l’Assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà – testimonia la bontà e l’efficacia di una politica di costante sensibilizzazione e promozione verso il territorio e l’enorme ricchezza sommersa. Occorre sempre più lavorare perché vi sia una presa di coscienza, sempre più generalizzata e diffusa, della necessità di tutelare il patrimonio identitario e valorizzare le nostre ricchezze che sono alla base di uno sviluppo culturale ed economico capace di contribuire a far crescere, peraltro, un’offerta sempre più qualificata e in crescita”.

I due reperti che rappresentano espressione di una ceramica da mensa priva di colore (acroma), farebbero pensare ad un insieme di ceramiche di origine africana databili intorno al IV sec d.C.; va valutata, però, la possibilità che si tratti di una produzione locale di ceramiche da mensa, cosa che sarebbe attestata da fornaci presenti nel siracusano intorno al VI sec d.C. La brocchetta monoansata rappresentava un bollitore a forma di campana e fondo convesso da posizionare sulla brace con la funzione di riscaldare i liquidi; un centro di fabbricazione di questa particolare forma, che presenta forti influssi bizantini, è stato riscontrato in Africa del Nord, in Tripolitania e in Tunisia. La ciotola con coperchio ha forma emisferica e un piccolo piede sul quale si innestano due anse probabilmente decorate ma fortemente corrose dalla lunga permanenza a mare. Il coperchio presenta una presa a bottone piuttosto rozza. La localizzazione pone il relitto lungo la direttrice di uno dei due cavi elettrici che, nel 1912, sono stati messi in posa sul fondale dalla ditta Pirelli su commissione del Governo italiano per collegare la Sicilia alla Libia con i due rispettivi approdi finali a Tripoli e Bengasi.

Fonte: Regione Siciliana

 

 

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NEWS | Gela, rinvenuto un capitello ionico

Secondo quanto riportato sul sito della Regione Siciliana, è stato effettuato un eccezionale ritrovamento di un capitello ionico di grandi dimensioni all’interno di un pozzo circolare nell’area urbana di Gela. Il capitello, realizzato in pietra arenaria, è stato rinvenuto in via Sabello durante i lavori di scavo per la posa di cavi elettrici condotto sotto la sorveglianza archeologica della soprintendenza dei Beni culturali di Caltanissetta.
«Ancora una volta gli scavi in ambito urbano a Gela – dichiara l’assessore dei Beni culturali e dell’identità siciliana, Alberto Samonà – restituiscono frammenti di storia di uno dei più importanti insediamenti greci del Mediterraneo . E’ proprio il caso di dire che in Sicilia ogni pietra racconta una terra generosa e ricca di testimonianze antiche. Dovremmo apprezzare ancora di più la nostra storia e testimoniarne con orgoglio l’appartenenza. Sono molto grato alla soprintendenze per lo scrupoloso lavoro di vigilanza e invito i siciliani, e non solo loro, a visitare maggiormente i musei e i Parchi archeologici che sono miniere di testimonianze anche approfittando delle prime domeniche del mese in cui i luoghi della cultura della Sicilia resteranno aperti al pubblico gratuitamente per favorire la valorizzazione e la conoscenza del patrimonio dei beni culturali regionale».
Il capitello è uno straordinario esemplare in stile ionico delle dimensioni di 60 centimetri di lunghezza per 51 di profondità e 34 di altezza, decorato sul versante frontale dalla caratteristica coppia di volute contrapposte, legate tra loro da un cordoncino ricurvo a rilievo. Due cordoncini alla base del capitello segnano il raccordo con la sottostante colonna verosimilmente caratterizzata da scanalature verticali che è attualmente in fase di estrazione dal suolo. Il ritrovamento è stato rilevato grazie alla presenza di un archeologo che il Codice degli appalti impone quando si effettuano opere di interesse pubblico.
Durante i giorni scorsi nella stessa cavità sono state rinvenute sette grandi lastre in pietra pietra arenaria dello spessore medio di 25 centimetri e dimensioni approssimativamente comprese tra 40 e 105 centimetri di lunghezza per una profondità compresa fra i 30 e 40 centimetri.
Da un primo tentativo di inquadramento cronologico e culturale, sembra possibile ipotizzare che si tratti di un unico manufatto di cui le lastre costituivano verosimilmente parte della trabeazione, mentre il capitello avrà costituito una decorazione anteriore dell’edificio con collocazione storica tra la fine del VI e il V secolo avanti Cristo.
Per il decoro e l’accuratezza degli elementi architettonici impiegati potrebbe trattarsi di un edificio pubblico.
La soprintendente Daniela Vullo evidenzia che «il ritrovamento è eccezionale sia per l’integrità dei manufatti lapidei che per la presenza dell’ordine ionico nel capitello vista la rarità degli esemplari documentati in ambito gelese e cioè gli unici due rinvenuti negli anni ’50 all’interno di una cisterna nell’area dell’Acropoli oggi custoditi presso il locale Museo archeologico regionale”.
Lo scavo è stato diretto dall’archeologa incaricata da E-Distribuzione Marina Congiuche ha operato con la supervisione della direttrice della sezione Archeologica della soprintendenza di Caltanissetta, Carla Guzzone

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NEWS | Scoperto relitto carico di anfore nel mare di Ustica

Nelle acque antistanti l’isola di Ustica (PA) è stato scoperto un relitto a una profondità di circa 70 metri, il cui carico è composto da anfore databili tra il II e il I sec. a.C.  Il ritrovamento è stato effettuato dalla Sovrintendenza del Mare durante un’operazione di monitoraggio e rimessa in ordine dell’itinerario subacqueo. Le indagini preliminari sono state condotte con il supporto tecnico-logistico della Guardia di Finanza.

“Abbiamo ripreso le attività di ricerca e di manutenzione degli itinerari sommersi – dice la Soprintendente del Mare, Valeria Li Vigni – grazie all’Assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, che ha manifestato la volontà di rimettere al centro dell’attenzione la Sopmare, che rappresenta tutt’oggi un organo di ricerca, tutela e valorizzazione unico in Europa e che prosegue la propria attività in tutti i mari di Sicilia”.

Le immersioni sono state effettuate dal segnalatore e altofondalista Riccardo Cingillo. Durante le tre giornate di lavoro sono state portate a termine ricerche strumentali tramite ecoscandaglio, ROV e Rebreather. Le ricerche poi proseguiranno con saggi, rilievi video-fotografici, e analisi diagnostiche sui reperti recuperati.

“Proseguire e potenziare le ricerche in mare ispirate dall’entusiasmo ancora vivido di Sebastiano Tusa – sottolinea l’assessore, Alberto Samonà – non è solo un atto di rispettosa memoria verso un uomo che ha investito gran parte della propria vita a valorizzare la Sicilia e il mondo sommerso, ma è soprattutto un investimento in termini di capacità di generare valore, attraverso il potenziamento di un segmento dell’offerta culturale connessa al patrimonio storico-archeologico sottomarino, in linea con i principi dettati dalla Convenzione UNESCO sulla fruizione del patrimonio culturale. Ho dato un preciso imput alla Soprintendenza del Mare – prosegue l’assessore Samonà – perché prosegua nella ricerca sottomarina e possano ampliarsi le occasioni di conoscenza e divulgazione del patrimonio storico e archeologico custodito dal mare. Un ringraziamento doveroso alla Guardia di Finanza che ci ha accompagnato anche in quest’ultima scoperta”.

Fonte: sito web blogsicilia.it

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ARCHEOLOGIA | La moda nell’Antico Egitto: il meraviglioso ritrovamento

Questo meraviglioso capo di abbigliamento si trovava sepolto in una tomba, e rappresenta un po’ la moda dell’Antico Egitto. Risale ad un periodo che va dai 5.100 ed i 5.500 anni fa e viene considerato il vestito più antico fino ad ora mai ritrovato.

L’indumento è noto con il nome di “Tarkhan dress”, per il nome della necropoli in cui è stato trovato. Doveva essere un abito di alta moda nel periodo in cui, per la prima volta, Alto e Basso Egitto venivano riuniti in un’unica corona. 
Si tratta di una sorta di camicia di colore chiaro, in lino, che, all’origine, doveva arrivare fin sotto le ginocchia e realizzata, molto probabilmente, con notevole maestria, da un artigiano di corte.

Le piccole pieghe sotto le ascelle e sotto i gomiti mostrano come il vestito sia stato realmente utilizzato. Non era un ornamento di una sepoltura ma un oggetto di uso quotidiano.
Le dimensioni permettono di ipotizzare che appartenesse ad un adolescente oppure ad una donna dalla corporatura snella.
Fino a ora, raccontano gli esperti, ben pochi indumenti dell’epoca sono giunti intatti ai giorni nostri: si tratta di manufatti di piccole dimensioni come i mantelli. Mai era emerso un abito. 

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EATME | 19 Marzo, San Giuseppe: le tavole imbandite in suo onore

Il 19 marzo la Chiesa cattolica ricorda San Giuseppe con solennità. Non solo la Chiesa ma anche i credenti. Immaginate delle enormi assi di legno che ogni anno, esattamente dal 18 al 19 marzo, vengono magistralmente preparate e imbandite di ogni leccornia tipica regionale: stiamo parlando delle tavole e tavolate di San Giuseppe. Tradizionalmente chiamate “taule” nel Salento e “tavuli’ri’ in Sicilia, le zone d’Italia dove tale usanza è nata e, ancora oggi, celebrata e attesa.

Le tavole imbandite per San Giuseppe in Salento

Nel Salento le tavole, la cui preparazione inizia una settimana prima, sono allestite con tovaglie bianche ricamate a mano e con al centro l’immagine del Santo, dei pani a forma di ciambella, un finocchio, un’arancia. Ciò avviene in particolare nei comuni di San Cassiano, Lizzano, Faggiano, Torchiarolo, San Pietro Vernotico, San Donaci e Giurdignano. Si susseguono poi una serie di nove portate, ciascuna con un proprio significato. Si parte dalle pasta e ceci (“ciceri e tria”) che rappresenta i colori del Narciso; lampagioni sott’olio (“pampasciuli”), ovvero il simbolo del passaggio dall’inverno alla primavera; il cavolfiore che rappresenta il bastone fiorito di San Giuseppe; sino alle cartellate (“ncarteddhate”), simbolo delle fasce con cui venne avvolto il Bambin Gesù. E, infine, le tanto blasonate “zeppole”, dolci di origine napoletana fritti e ripieni di crema pasticcera.

A onor del vero, in questa zona tale rito non nacque come segno di devozione al padre putativo del Messia ma piuttosto, come occasione per dar da mangiare alla classe più povera che spesso, non aveva i mezzi sufficienti per garantirsi ogni giorno un pasto caldo. Ai giorni nostri, invece, i devoti preparano queste portate luculliane per ringraziare San Giuseppe di una qualche grazia ricevuta, rinnovando la speranza che egli esaudisca i desideri più reconditi.

I festeggiamenti in Sicilia

Anche nella soleggiata Trinacria si usa imbandire delle tavolate per onorare il patrono dei falegnami. Lo si fa con il meglio della tradizione culinaria siciliana: pasta con le sarde e finocchi, salsicce, formaggi, broccoli, cardi, altre verdure fritte e in ultimo dolci come i cannoli e le cassate. In particolare, in alcuni paesi della Sicilia occidentale, nelle case degli abitanti vengono preparati alcuni spazi con le pareti addobbate di quadri antichi che ritraggono San Giuseppe e la Sacra famiglia; gli altari sono impreziositi con tovaglie di lino ricamate dalle donne di casa. I piatti sono un centinaio e al centro della mensa c’è un tavolo decorato con porcellane, cristalli e argenti che ospiterà i tre bambini che rappresentano Gesù, Giuseppe e Maria. Inoltre, viene messo a disposizione uno spazio raccolta spesa per chi desidera donare del cibo alle famiglie più povere.
I padroni di casa fanno preparare del pane di forma rotonda, di varie misure, con sesamo. Questo viene tagliato nella parte sovrastante con una croce, viene benedetto e donato a tutti coloro che visitano la mensa. La giornata è generalmente vissuta pregando e cantando antiche novene al Santo.
È doveroso ricordare che il 19 marzo ricorre anche la “festa del papà”. Celebrata in vari paesi del mondo, è accompagnata da un regalo da porgere al proprio padre, da sempre simbolo, per ogni famiglia, di vigilanza, provvidenza e armonia familiare.

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UNA PESCARESE A MESSINA | E voi, siete mai stati al MuMe?

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Prosegue il viaggio all’interno del MuMe di Messina. Durante il percorso, non si può non notare il Crocifisso ligneo di maestro ignoto risalente al Trecento o Quattrocento. Cattura l’attenzione del visitatore per le sue dimensioni e per il realismo, in grado di rendere al corpo del Cristo e all’opera una solennità essenziale.

Altro reperto perfettamente conservato è la Carrozza senatoria, em­ble­ma del­la Mes­si­na pro­ta­go­ni­sta del­la sto­ria del Me­di­ter­ra­neo, quan­do la po­ten­za spa­gno­la era ege­mo­ne, so­prat­tut­to nel­l’I­ta­lia me­ri­dio­na­le. Lo sfarzo estetico della carrozza sembra infatti riprodurre l’eccesso del potere dell’epoca.

L’i­ti­ne­ra­rio archeologico, me­dioe­va­le e mo­der­no, espo­ne numerosissime ope­re: s’i­ni­zia con le iscri­zio­ni ara­bo nor­man­ne. Si pro­se­gue con i mo­sai­ci tre­cen­te­schi, passando poi per i grandi maestri citati da me sopra. Per raccontare e descrivere tutte le opere, anche le cosiddette minori, conservate al MuMe, non basterebbe un catalogo dettagliato. Ed è impresa impossibile per un articolo giornalistico.

D’altronde il mio intento non è quello di stilare un catalogo di tutti i capolavori e reperti presenti. Questo vuole essere il racconto di una giornata piacevole trascorsa in un luogo di straordinaria importanza culturale ed artistica per la città di Messina; anche per invogliare chi non lo ha visitato. Come mi hanno, infatti, riportato nel confronto alcune persone che seguono la mia rubrica sono in molti ancora a non averlo visto.

D’altro canto, aggiungendo altri particolari, toglierei gran parte del piacere della scoperta a chi, dopo aver letto questo mio racconto, si è magari sentito invogliato a visitare il MuMe. Il museo è un’imperdibile chicca per gli amanti dell’arte e per gli amanti di Messina. Vi assicuro che ne vale veramente la pena.

E voi, siete mai stati al MuMe di Messina?

Continua la prossima settimana!

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IL MARE | I LAGHI DI GANZIRRI E TORRE FARO

Nella zona a Nord di Messina, in uno dei punti più incantevoli della città, ritroviamo la presenza dei laghi di Ganzirri e di Torre Faro. Questi due bacini presentano caratteristiche idrologiche e ambientali uniche, principalmente dovute a picchi costanti di temperatura, durante specifici momenti dell’anno (11 C° a Gennaio e 31 C° ad Agosto), e alla presenza di una flora e di una fauna ricche e particolari.

I due laghi, denominati rispettivamente, per il lago di Ganzirri, pantano Grande, e per il lago di Torre Faro, pantano Piccolo, si differenziano principalmente per profondità e dimensione. Il lago di Ganzirri ha una dimensione di circa 400.000 metri quadrati, si estende da Nord a Sud con una lunghezza di 2 km e una larghezza di poco più di 200 m, con una profondità di 8 m. Il lago di Torre Faro, pantano piccolo, che risulta di minori dimensioni, ha un diametro di 665 m, una superficie di 263.600 metri quadrati, ma un volume di quasi 2.600.000 metri cubi. Il maggior volume di acqua è dovuto alla profondità del lago stesso, ossia 28 m circa.

A differenza del Lago di Ganzirri, qui è modesta l’immissione di acqua. L’apporto idrico è dovuto dalla presenza di piccoli canali, falde e torrenti che si collegano al mare. Alcuni di questi canali, di origine artificiale, risalenti alla metà dell’800, permettono l’ingresso dell’acqua marina e quindi un maggiore o minore apporto di salinità a seconda delle esigenze di ossigenazione del lago.

La particolarità del lago di Ganzirri è la profondità, la quale si discosta repentinamente, su pochi metri, rispetto al fondale costante, questo perché, il lago di Ganzirri nasce dall’unione con un altro bacino idrico più piccolo e di un altro situato a Nord/Est. Nel punto di congiunzione tra i due non si ha uno scambio idrico di grandi masse di acqua, e ciò porta alla creazione di due ambienti distinti e separati, sia sul piano fisico e chimico. Il lago di Ganzirri e il lago di Torre Faro sono in comunicazione tra loro e con il mare, grazie alla presenza di cinque canali: il canale Margi, che collega i due laghi, e i canali degli Inglesi, Faro, Due Torri, Catuso. Questi permettono il ricambio idrico con il mar Tirreno e Ionio.

FLORA E FAUNA

La flora e la fauna dei due laghi sono molto varie. Oltre ai mitili (cozze, fasolari, ostriche e vongole), che da secoli rappresentano una delle principali attività di coltivazione nei laghi, vivono molte specie di pesci, tra cui piccoli cefali, anguille e orate. I quali, immettendosi all’interno dei laghi attraverso i canali di collegamento ai due pantani, si ritrovano, così, nel proprio habitat naturale. Intorno ai laghi, si possono osservare diverse specie di volatili, tra cui aironi, gru, oche, anatre, falchi pescatori e gabbiani, che stazionano, durante i processi migratori, alla ricerca di cibo. Sempre attorno ai laghi troviamo una ricca vegetazione, di specie spontanee, tra cui palme, oleandri, cipressi e canne.

Nelle profondità, prevalentemente sabbiose, di entrambi i laghi, si ritrovano, invece, molte specie di alghe. Queste ultime in primavera subiscono una forte decomposizione dovuta alla poca ossigenazione, derivante dal poco apporto idrico attraverso i canali, che provoca agglomerati visibili in superficie. Una particolarità, davvero insolita e oggetto di studio, per quanto riguarda il lago di Torre Faro, ad esempio, è la presenza di un gas, l’idrogeno solforato. Questo gas sale alle superfici e causa morie di organismi marini. Alla particolare distribuzione del gas è legato il fenomeno dell’acqua rossa, più volte riscontrata nel lago stesso.

L’INQUINAMENTO DEI LAGHI DI GANZIRRI E DI TORRE FARO

I laghi, purtroppo, a causa dell’inquinamento e dell’incuria umana, hanno subito negli anni gravi alterazioni, ritrovandosi in condizioni disastrose. Con il tempo, e con la coscienza, si è tentato di riqualificare entrambe le aree, tramite percorsi naturalistici (bird watching ed escursioni intorno ai laghi). Purtroppo la poca attenzione rivolta, principalmente alle operazioni di manutenzione poco costanti, lascia in stand by la reale bonifica di queste meravigliose zone.