Adagiato in corrispondenza di un antico villaggio dauno, il parco archeologico “Canne della Battaglia”, circondata da possenti mura, che per molti secoli hanno protetto le popolazioni locali da attacchi nemici, custodisce preziosi reperti di epoca romana, paleocristiana e medievale.
Storia del sito
Il luogo dello scontro tra Romani e Cartaginesi è oggi un’area archeologica che racchiude il colle occupato dalla città di Canne, abitata per molti secoli grazie alla sua posizione a metà strada tra Canosa di Puglia, l’antica Canusium, e Barletta.
Il sito archeologico di Canne è legato alla memoria della storica battaglia, combattuta durante la seconda guerrapunica (216 a.C.), che vide l’immane sconfitta dell’esercito romano ad opera delle schiere cartaginesi al comando del generale Annibale Barca. La vista dalla piana della battaglia, ove si verificò lo scontro tra le due grandi potenze, Roma e Cartagine, è tra le maggiori attrattive dell’area.
Area archeologica “Canne della Battaglia” vista dall’alto
Il percorso espositivo
Nell’Antiquarium, posto ai piedi della cittadella fortificata, oggi ha sede un museo che raccoglie preziose testimonianze, relative agli insediamenti umani nel territorio in epoca preistorica, classica e medievale. Ad arricchire l’esposizione vi sono plastici, grafici e pannelli didattici, i cui materiali spaziano dall’età eneolitica al Medioevo; si entra nella cittadella di epoca medievale da un’antica porta, oltrepassata la quale si percorre la via principale, delimitata da edifici ed ornata da colonne e cippi.
Veduta dell’Antiquarium
Il punto più alto del colle – da dove l’occhio spazia su tutta la valle dell’Ofanto – è occupato dall’impianto di due luoghi di culto cristiani, a cui si accede attraverso il decumano: la Basilica minore, a navata unica, e la Basilica maggiore, sotto la quale sono sepolti resti risalenti al IV secolo a.C., oltre a evidenze di epoca preistorica.
A sud-est della romana Canne è stato individuato, inoltre, un villaggio dauno, insieme ad un sepolcreto del V–III secolo a.C. che, per l’eccezionale quantitativo di ossa rinvenute, era stato interpretato come luogo dello scontro tra Romani e Cartaginesi. L’abitato in questione si sviluppò tra il VI ed il III secolo a.C., periodo in cui raggiunse il suo massimo splendore, sovrapponendosi a un più antico insediamento neolitico e ad uno dell’età del Bronzo. A tale epoca storica appartiene anche un menhir, alto 3 m circa, che è stato scoperto a sud-ovest del villaggio apulo.
ARCHAEOLOGY | Hannibal and the Battle of Canes
Nestled in an ancient Dauno village, the archaeological park “Canne della Battaglia”, surrounded by mighty walls, which for many centuries protected the local populations from enemy attacks, contains precious finds from Roman, early Christian and medieval times.
History of the site
The site of the clash between the Romans and the Carthaginians is today an archaeological area that encloses the hill occupied by the city of Canne, inhabited for many centuries thanks to its position between Canosa di Puglia, the ancient Canusium, and Barletta.
The archaeological site of Canne is linked to the memory of the historical battle, fought during the Second Punic War (216 BC), which saw the huge defeat of the Roman army by the Carthaginian armies under the command of General Hannibal Barca. The view from the battle plain, where the clash between the two great powers, Rome and Carthage, took place, is one of the main attractions of the area.
The exhibition route
In the Antiquarium, located at the foot of the fortified citadel, now houses a museum that collects valuable evidence of human settlements in the area in prehistoric, classical and medieval times. The exhibition is enriched by models, graphics and didactic panels, whose materials range from the Eneolithic age to the Middle Ages; you enter the medieval citadel through an ancient door, beyond which you walk along the main street, bordered by buildings and decorated with columns and memorial stones.
The highest point of the hill – from where the eye sweeps over the Ofanto valley – is occupied by the layout of two Christian places of worship, which can be accessed through the decumanus: the minor Basilica, with a single aisle, and the major Basilica, under which are buried remains dating back to the fourth century BC, as well as evidence of prehistoric times.
To the south-east of the Roman Canne there is also a Dauno village, together with a burial ground dating back to the V-III century BC which, due to the exceptional amounts of bones found, had been interpreted as the site of the clash between the Romans and the Carthaginians.
The settlement in question developed between the VI and the III century BC, a period in which it reached its maximum splendour, overlapping an older Neolithic settlement and one of the Bronze Age. To this historical period also belongs a menhir, about 3 m high, which was discovered south-west of the Apulo village.
Il Novecento è il secolo dei grandi cambiamenti, delle avanguardie, delle grandi personalità, delle sperimentazioni artistiche e delle rivoluzionarie scoperte scientifiche.
Gli assetti sociali, politici ed economici europei sono cambiati a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Il clima inquieto e di crisi porta alla nascita di nuove correnti artistiche, che possano dar voce alle fragilità dell’uomo moderno. Il teatro risente fortemente di questo movimento generale. L’individualismo prende il sopravvento a causa del clima di tensione che si respira e, in questo periodo, si inquadra la nascita della psicoanalisi e l’investigazione del materiale subconscio umano.
Il nuovo ruolo dell’attore e del regista
Come in tutte le forme d’arte, anche in campo teatrale la figura dell’individuo acquista valore: prende così piede il dramma psicologico, a svantaggio delle forme classiche della tragedia e della commedia. Ne consegue la riscoperta dell’importanza dell’attore, che non è più considerato mero esecutore di un testo scritto. La capacità espressiva acquista valore, diventando centrale lo studio del personaggio e il processo creativo che porta alla sua nascita e alla sua evoluzione. In questi anni si delinea anche la figura del regista, che dirige la messa in scena e applica il suo metodo personale al progetto teatrale.
Il metodo Stanislavskij
Kostantin Sergeevič Stanislavskij, nella Mosca dei primi del Novecento, getterà le basi per un nuova tecnica che cambierà l’approccio dei suoi allievi allo studio e all’interpretazione del ruolo. Il cosiddetto “Metodo Stanislavskij” si basa sullo studio approfondito, da parte dell’attore, del personaggio e della sua psicologia.
Per ottenere la credibilità scenica, il maestro proponeva ai suoi allievi del tempo una serie di esercizi, mirati alla resa delle emozioni del personaggio, attraverso la stimolazione di emozioni che gli attori avrebbero dovuto provare realmente. Un metodo controverso e, per certi versi, pericoloso a causa della possibilità di un coinvolgimento personale eccessivo, ma sicuramente innovativo. Il mondo intimo dell’attore viene portato in scena e sublimato dietro la maschera del personaggio. Il materiale emotivo dell’artista è esposto e lo rende vulnerabile, ma al contempo la performance artistica ne guadagna in credibilità e risulta autentica e sincera.
Si tratta, dunque, di un teatro naturalistico, che risente molto delle correnti veriste di fine Ottocento, il cui massimo esponente letterario in Italia è Verga. Ciò che importa è osservare la vita intima e privata dei personaggi. Stanislavskij ha perfezionato il suo metodo applicandolo ai testi del drammaturgo russo Anton Čechov. Egli, nelle sue opere, poneva l’accento sui complessi stati d’animo dei personaggi, apparentemente quotidiani, ma portatori di emozioni tipiche di ogni essere umano.
Il dramma psicologico di Pirandello
Lo studio della psicoanalisi di Freud spinge gli artisti e i registi a indagare il mondo umano interiore, che si cela dietro la realtà tangibile. La massima espressione sulle scene teatrali italiane è il dramma psicologico di Luigi Pirandello. Come la contemporanea metafisica in pittura rivela il mondo immaginifico e fantastico, nascosto dietro la manifestazione fisica del reale, così il “meta-teatro” racconta una scena nella scena, la vita del personaggio al di fuori del copione, consapevole della finzione scenica. Pirandello raccoglie le sue brillanti intuizioni nella trilogia del “Teatro nel teatro”, che comprende “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Questa sera si recita a soggetto” e “Ciascuno a suo modo”.
THE THEATRE | The turning point of the twentieth century, emotions on stage
The twentieth century is the century of great changes, avant-garde movements, great personalities, artistic experimentation and revolutionary scientific discoveries.
European social, political and economic structures changed between the end of the 19th and the beginning of the 20th century. The restless climate of crisis led to the birth of new artistic currents, which could give voice to the fragilities of modern man. The theatre is strongly affected by this general movement. Individualism gain the upper hand because of the climate of tension prevailing and, at this time, the birth of psychoanalysis and the investigation of the human subconscious material took place.
The new role of actor and director
As in all forms of art, also in the theatrical field the figure of the individual acquires value: thus, psychological drama became popular, to the detriment of the classical forms of tragedy and comedy. The result is the rediscovery of the importance of the actor, who is no longer considered a mere executor of a written text. The expressive capacity acquires value, becoming central the study of the character and the creative process that leads to his birth and evolution. In these years the figure of the director also emerges, who directs the staging and applies his personal method to the theatrical project.
The Stanislavsky method
Kostantin Sergeevič Stanislavsky, in Moscow in the early 20th century, will lay the foundations for a new technique that will change his students’ approach to the study and interpretation of the role. The so-called “Stanislavsky Method” is based on the in-depth study by the actor of the character and his psychology.
In order to obtain scenic credibility, the master proposed to his students of the time a series of exercises, aimed at rendering the character’s emotions, through the stimulation of emotions that the actors would really feel. A controversial and, in some ways, dangerous method due to the possibility of excessive personal involvement, but certainly innovative. The intimate world of the actor is brought on stage and sublimated behind the character’s mask. The emotional material of the artist is exposed and makes him vulnerable, but at the same time the artistic performance gains credibility and is authentic and sincere.
It is, therefore, a naturalistic theatre, which suffers greatly from the verist currents of the late nineteenth century, whose greatest literary exponent in Italy is Verga. What is important is to observe the intimate and private life of the characters. Stanislavsky perfected his method by applying it to the texts of the Russian playwright Anton Chekhov. In his works, he emphasized the complex moods of the characters, apparently daily, but carrying the emotions typical of every human being.
The psychological drama of Pirandello
Freud’s study of psychoanalysis pushes artists and directors to investigate the inner human world behind tangible reality. The ultimate expression on Italian theatrical scenes is Luigi Pirandello’s psychological drama.
Just as contemporary metaphysics in painting reveals the imaginative and fantastic world, hidden behind the physical manifestation of reality, so the “meta-theatre” recounts a scene within the scene, the life of the character outside the script, aware of the scenic fiction. Pirandello collects his brilliant intuitions in the trilogy of “Teatro nel teatro”, which includes “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Questa sera si recita a soggetto” and “Ciascuno a sua modo”.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
Il catalogo digitale del Parco Archeologico di Paestum e Velia (SA) è online da ieri, 20 ottobre 2020. Si tratta di un sistema elaborato in GIS (Geographic Information System) che prende il nome di “Sistema Hera”, sviluppato da Visivalab, una società specializzata in soluzioni tecnologiche.
Lo “spartiacque”
Così Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco, definisce il Sistema Hera: tale ingegno è capace di mettere online collezioni, monumenti, archivi, processi di studio e monitoraggio. A questa moderna gestione del patrimonio archeologico consegue inevitabilmente – e fortunatamente – un livello di tutela a 360 gradi, che riguarda rinvenimenti, restauri, prestiti e studi forniti da relazioni di scavo e cartografie.
Il Sistema in GIS permette di ricreare in digitale il legame tra i reperti archeologici e il loro contesto di ritrovamento, dal quale sono stati spesso ed inutilmente strappati. Il GIS è un sistema interrogabile: ogni elemento è georeferenziato – ha delle coordinate – e mappato attraverso geometrie puntuali, lineari e areali. Tutti i dati presenti in Hera parlano tra loro mediante relazioni topografiche e possono essere utilizzati per finalità amministrative, progettuali e di fruizione, come integrare i sistemi di catalogazione nazionali adottati dal Ministero per i Beni Culturali e per il Turismo.
Public Archaeology
Il patrimonio è accessibile a tutti attraverso il Sistema Hera: utenti da tutto il mondo possono visionare il catalogo dal sito del Parco. Inoltre, da poco più di un anno, il Parco di Paestum e Velia ha un’apposita app per garantire ai visitatori una permanenza unica. L’app è disponibile in ben sei lingue e contiene testi, audio, immagini e video di approfondimento; con l’emergenza Covid si è rivelata particolarmente utile anche per la gestione dei flussi turistici tramite la geolocalizzazione in situ dei visitatori.
Sono tante le anticipazioni riguardo il rapidissimo avanzamento tecnologico del Parco, gli ultimi progetti hanno avuto molto successo tra i visitatori e i seguaci online: fotografie con la tecnica ad infrarosso e moto sensori sul Tempio di Nettuno. Modelli in 3D, realtà aumentata ed esperienze di gaming sembrano essere i prossimi in lista!
Interfaccia del Sistema Hera per il Parco Archeologico di Paestum e Velia (SA)
Nella giornata di ieri, 19 ottobre, è stato inaugurato il Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia (M.A.FRA) nelle sale dello storico Palazzo Cagnone (ME); presenti il governatore Musumeci, l’assessore ai Beni Culturali Samonà, il sindaco di Francavilla Pulizzi, il sindaco di Messina Cateno De Luca e i direttori dei parchi archeologici di Siracusa e di Naxos e Taormina, Staffile e Tigano.
Da sinistra: la direttrice Tigano, il governatore Musumeci, l’assessore Samonà e il sindaco Pulizzi all’inaugurazione del M.A.FRA (ME)
L’eleganza espositiva del Museo
Musumeci utilizza queste parole per esprimere la bellezza dell’esposizione del M.A.FRA, che segue un criterio cronologico e topografico lungo cinque sale e attraverso 200 reperti, arrivati dai musei Paolo Orsi di Siracusa, di Naxos e Taormina (ME) e dall’Antiquarium di Francavilla (ME).
L’ordinamento scientifico dei reperti, la stesura dei testi dei pannelli informativi e i contenuti multimediali sono stati curati da Gabriella Tigano, direttrice del Parco di Naxos e Taormina (ME), e dalla funzionaria archeologa Maria Grazia Vanaria. Il concept museale, l’allestimento degli spazi espositivi e la definizione del logo sono stati progettati, invece, da Diego Cavallaro; mentre interessanti e puntuali illustrazioni di disegnatori archeologi permettono ai più piccoli di avvicinarsi all’archeologia, alla storia e ai miti.
Il percorso museale si apre e si chiude con due sale multimediali: la prima dà il benvenuto ai visitatori in ben 13 lingue e introduce il polo museale con un video bilingue (italiano-inglese); l’ultima è la sala immersiva, che permette agli spettatori di ammirare a volo d’uccello il Parco Fluviale dell’Alcantara (ME), centro di ricerca, formazione ed educazione ambientale che sorge tra cascate, gole di roccia vulcanica e incantevoli spiaggette.
Una delle sale espositive e la sala immersiva del M.A.FRA (ME)
Gli esperti al lavoro sul concept museale del M.A.FRA (ME)
Lipari, con i suoi 37 km², è l’isola più grande dell’Arcipelago delle Eolie. Il Comune di Lipari comprende ben sei delle sette isole eoliane, alle quali si aggiungono numerosi isolotti e scogli disabitati: solo Salina è un comune a sé. L’etimologia del nome è ancora fonte di discussione: secondo alcuni studiosi, si connetterebbe al termine greco λιπαρός (liparós), nel senso di “fertile”, rimandando quindi alla fertilità agricola del suo territorio; secondo altri, invece, esso potrebbe derivare dal linguaggio di una popolazione siciliana neolitica ed essere legato alla radice libe-, “blocco di pietra”, e rimandare ai depositi minerari di cui è ricca l’isola. Infine, secondo la mitologia greca l’isola prenderebbe il nome da Liparo, figlio di Ausone (a sua volta figlio di Ulisse), mitico colonizzatore dell’isola.
Il Neolitico a Lipari
Lipari, insieme a Salina, è il luogo del più antico stanziamento umano che abbia popolato l’arcipelago eoliano. L’arrivo dei primi abitanti si data tra il V e il IV millennio a.C. e si lega allo sfruttamento minerario (ossidiana e selce) e alla fertilità dei suoli di origine vulcanica. Questo lungo periodo è stato diviso in quattro fasi, cronologicamente legate al Neolitico Medio e al Neolitico Tardo. Il primo insediamento stabile si individua nella zona di Castellaro Vecchio, nella parte occidentale dell’isola. Questo sembra opera di genti appartenenti alla cultura di Stentinello e provenienti dalla Sicilia. Alla seconda fase risale una produzione di ceramica con decorazione tricroma. La terza è dominata, invece, dalla cultura di Serra d’Alto, il cui insediamento si trova nella zona del Castello. Alla fase finale appartiene la più fiorente e conosciuta cultura di Diana, la quale sembra essere diffusa in tutta la Sicilia orientale e nell’Italia meridionale. Essa prende il nome dalla contrada della località liparese dove sono stati riconosciuti il maggior numero di resti.
L’Età del Bronzo
Per quasi tutto il III millennio a.C., le isole attraversano un periodo di forte recessione economica e demografica. A Lipari, le culture che si susseguono non sono certo le più fiorenti: prima la cultura di Diana-Spatarella, poi quella di Piano Conte, infine la cultura di Piano Quartara. Con l’avvento della fiorente cultura di Capo Graziano, alla fine del III millennio a.C., le isole escono dall’oblio in cui erano cadute. Questa popolazione prende il nome dall’omonimo promontorio di Filicudi e, secondo Luigi Bernabò Brea, sarebbe da identificare con i protogreci Eoli, il cui dio, Eolo, è citato nel canto X dell’Odissea. A Lipari, si individuano due insediamenti: uno più antico, presso la contrada Diana, e uno più recente, sulla rocca del Castello. Quest’ultima continua ad essere abitata per tutta la restante età del Bronzo, fino al XIII secolo. L’arrivo degli Ausoni, infatti, spazza via tutte le precedenti culture.
La Lipàra greca
Nel VI secolo a.C., precisamente intorno al 580-576 a.C., un gruppo di coloni Cnidi fonda la Lipàra greca. A causa della particolare posizione strategica delle Eolie, quasi all’imbocco dello Stretto di Messina, la storia più antica di Lipàra è segnata dalla rivalità marittima con gli Etruschi. Nonostante le numerose vittorie, quella definitiva e, con essa, il controllo commerciale del Basso Tirreno, arrivano solo nel 474 a.C., grazie all’intervento di Ierone di Siracusa. Nel 397-396 a.C., durante la guerra tra Siracusa e Cartagine, Lipari viene conquistata dalla flotta cartaginese di Imilcone e liberata solo dopo il pagamento di ben 30 talenti. Dopo la sconfitta di Cartagine, Lipàra gode per anni di stabilità politica, fino all’aggressione del tiranno Agatocle nel 303 a.C. Nonostante ciò, il IV e il III secolo a.C. rappresentano il periodo di massimo splendore dell’isola, testimoniato dalla ricchezza delle produzioni artistiche e dei corredi sepolcrali.
Il Bòthros Cnidio di Lipari
L’Età Romana
L’alleanza con Cartagine, durante il III secolo a.C., porta Lipàra a combattere a fianco della flotta cartaginese contro quella romana. La vittoria della flotta romana al comando di C. Duilio, nel 260 a.C., segna la fine della libertà dell’isola che, dopo un lungo assedio, viene conquistata nel 252-251 a.C. a opera del console Cn. Aurelio Cotta. Da questo momento, l’isola passa sotto il controllo di Roma e, nel 69 a.C., viene dichiarata civitas decumana, cioè città con l’obbligo di versare la decima. Durante la guerra civile tra Ottaviano e Sesto Pompeo, Lipàra è favorevole a quest’ultimo. Nel 36 a.C., Agrippa, comandante della flotta di Ottaviano, riporta un’importante vittoria su Sesto Pompeo, sconfitto, poi, definitivamente nello stesso anno a Nauloco, nelle acque tra Lipari e Milazzo. Sotto il potere di Ottaviano, Lipàra diviene oppidum civium romanorum: un municipium i cui abitanti godono della cittadinanza romana e dell’autonomia amministrativa. In età tardo-imperiale, l’isola, insieme al resto dell’Arcipelago, diventa luogo di detenzione e pena.
Dai Bizantini ai Normanni
Le notizie delle età successive sono veramente scarse. Nel VI secolo, precisamente nel 543 d.C., i Goti stabiliscono una base navale nelle Eolie e Lipari diventa sede vescovile. Altre notizie sulla chiesa di Lipari si hanno per mano di papa Gregorio Magno. Alla fine del VI secolo d.C. è già documentato il culto di San Bartolomeo apostolo, le cui reliquie, secondo la tradizione, sarebbero giunte dall’Armenia sulle coste liparesi in una cassa miracolosamente galleggiante sul mare. Nell’838 d.C., Lipari è devastata dagli Arabi e le reliquie del Santo vengono salvate e trasferite a Benevento. Il periodo successivo è oscuro: ritroviamo tracce di insediamenti solamente a seguito della cacciata degli Arabi ad opera dei Normanni. Nel 1083, il Conte Ruggero invia a Lipari un gruppo di monaci benedettini, ai quali si deve il ripopolamento di tutte le isole Eolie. All’abate Ambrogio si deve, invece, la fondazione sul Castello di un monastero e dell’annessa Cattedrale di San Bartolomeo, i cui resti sono ancora ben visibili.
ARCHEOLOGY | Lipari, history of the largest of the Aeolian Islands
Lipari, with its 37 km², is the largest island of the Aeolian Archipelago. The Municipality of Lipari includes six of the seven Aeolian islands, to which are added numerous small islands and uninhabited rocks: only Salina is a municipality in itself. The etymology of the name is still a source of discussion: according to some scholars, it is connected to the Greek term λιπαρός (<g id=”1″>liparós), in the sense of “fertile”, thus referring to the agricultural fertility of its territory; according to others, however, it could derive from the language of a Neolithic Sicilian population and be linked to the root <g id=”2″>libe-</g>, “block of stone”, and refer to the mineral deposits of which the island is rich. Finally, according to Greek mythology, the island would take its name from Liparo, son of Ausone (in turn son of Ulysses), the mythical colonizer of the island.
The Neolithic in Lipari
Lipari, together with Salina, is the place of the oldest human settlement that populated the Aeolian archipelago. The arrival of the first inhabitants dates back to the fifth and fourth millennium BC and is linked to the mining exploitation (obsidian and flint) and the fertility of the volcanic soils. This long period was divided into four phases, chronologically linked to the Middle Neolithic and the Late Neolithic. The first permanent settlement is located in the Castellaro Vecchio area, in the western part of the island. This seems to be the work of people belonging to the Stentinello culture and coming from Sicily. The second phase dates back to a production of ceramics with trichrome decoration. The third is dominated, however, by the Serra d’Alto culture, whose settlement is located in the Castle area. The most flourishing and well-known culture of Diana belongs to the final phase, which seems to be widespread throughout Eastern Sicily and Southern Italy. It takes its name from the district of the Lipari area where the greatest number of ruins have been recognized.
The Bronze Age
For almost the entire third millennium BC, the islands went through a period of severe economic and demographic recession. In Lipari, the cultures that follow one another are certainly not the most flourishing: first the culture of Diana-Spatarella, then that of Piano Conte, finally the culture of Piano Quartara. With the advent of the flourishing culture of Capo Graziano, at the end of the third millennium BC, the islands emerge from the oblivion into which they had fallen. This population takes its name from the homonymous promontory of Filicudi and, according to Luigi Bernabò Brea, it should be identified with the Protogenic Aeolians, whose god, Aeolus, is mentioned in poem X of the Odyssey. In Lipari, two settlements can be identified: an older one, in the Diana district, and a more recent one, on the fortress of the Castle. The latter continues to be inhabited throughout the remaining Bronze Age, up to the 13th century. The arrival of the Ausoni, in fact, swept away all previous cultures.
The Greek Lipàra
In the 6th century BC, precisely around 580-576 BC, a group of Cnidian settlers founded the Greek Lipàra. Due to the particular strategic position of the Aeolian Islands, almost at the entrance to the Strait of Messina, the oldest history of Lipàra is marked by maritime rivalry with the Etruscans. Despite the numerous victories, the definitive one and, with it, the commercial control of the Lower Tyrrhenian, they arrived only in 474 BC, thanks to the intervention of Hieron of Syracuse. In 397-396 BC, during the war between Syracuse and Carthage, Lipari was conquered by the Carthaginian fleet of Imilcone and freed only after the payment of 30 talents. After the defeat of Carthage, Lipàra enjoyed political stability for years, until the aggression of the tyrant Agatocle in 303 BC. Despite this, the IV and III centuries BC represent the period of maximum splendor of the island, testified by the wealth of artistic productions and grave goods.
The Roman Age
The alliance with Carthage, during the third century BC, led Lipàra to fight alongside the Carthaginian fleet against the Roman one. The victory of the Roman fleet under the command of C. Duilio, in 260 BC, marks the end of freedom of the island which, after a long siege, was conquered in 252-251 BC by the consul Cn. Aurelio Cotta. From this moment, the island passed under the control of Rome and, in 69 BC, it was declared civitas decumana, that is a city with the obligation to pay the tithe. During the civil war between Octavian and Sextus Pompey, Lipàra was in favor of the latter. In 36 BC, Agrippa, commander of Octavian’s fleet, achieved an important victory over Sextus Pompey, who was defeated, then, definitively in the same year at Nauloco, in the waters between Lipari and Milazzo. Under the power of Octavian, Lipàra became oppidum civium romanorum: a municipium whose inhabitants benefit Roman citizenship and administrative autonomy. In the late imperial age, the island, together with the rest of the archipelago, became a place of detention and punishment.
From the Byzantines to the Normans
The news of later ages are very lacking. In the sixth century, precisely in 543 AC, the Goths established a naval base in the Aeolian Islands and Lipari became a bishopric. Another information about the church of Lipari comes thanks to Pope Gregory the Great. At the end of the sixth century AC, the cult of St. Bartholomew the Apostle is already documented, whose relics, according to tradition, would have arrived from Armenia to the Lipari shores in a miraculously floating chest on the sea. In 838 AC, Lipari was destroyed by the Arabs and the relics of the Saint were saved and moved to Benevento. The following period is obscure: we find traces of settlements just after the expulsion of the Arabs by the Normans. In 1083, Count Roger sent a group of Benedictine monks to Lipari, to whom we owe the repopulation of all the Aeolian islands. Abbot Ambrogio was responsible for the foundation on the Castle of a monastery and the adjoining Cathedral of Saint Bartholomew, whose ruins are still visible.
Fabio Maniscalco, archeologo, professore e tenente dell’Esercito italiano è stato senza dubbio la figura di maggior rilievo per quanto riguarda la tutela dei Beni Culturali nell’area mediterranea.
L’archeologo Fabio Maniscalco
La giovinezza a Napoli
Maniscalco nasce a Napoli il 1° Agosto 1965. Si laurea in Lettere classiche all’Università Federico II di Napoli, specializzandosi poi in Archeologia Subacquea ad Aix en Provence. Nel 1993 diviene Ispettore onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, collaborando con la Procura della Repubblica di Napoli a casi riguardanti la tutela del patrimonio e le cosiddette “archeomafie”. Nel frattempo sposa Mariarosaria Ruggiero, storica dell’arte, che affiancherà il lavoro del marito fino alla fine, ricordandolo anche in numerose pubblicazioni di alto livello scientifico.
I Balcani: Bosnia, Albania, Kosovo
Dal 1995 al 1998 è tenente dell’Esercito italiano nella Brigata Garibaldi, nell’ambito delle varie missioni di peacekeeping che si susseguono negli anni ’90 al fine di pacificare l’area dell’ex Yugoslavia.
In Bosnia chiede e ottiene dai suoi superiori di dirigere una squadra di ricognizione e monitoraggio dei Beni Culturali: è il primo tentativo effettivo di applicare, all’interno di un esercito, le raccomandazioni della “Convenzione UNESCO per la protezione dei Beni Culturali durante i conflitti armati” (Convenzione dell’Aja, 1954). Nel 1997 in Albania dirige ancora una volta una squadra appositamente creata per monitorare lo stato del patrimonio culturale albanese durante l’operazione “Alba”. Proprio durante quegli anni nei Balcani il “tenente archeologo” inizia ad elaborare un metodo pionieristico nell’osservazione dei danni al patrimonio in area di guerra, che sarà poi pietra miliare per tutti coloro che, sul campo, continuano ad occuparsi di tutela e salvaguardia. L’esperienza in Bosnia e quella successiva in Kosovo (nel 2000) permisero a Maniscalco di pubblicare numerosi volumi, sia di taglio scientifico che di taglio divulgativo.
Nel 1999 fonda l’Isform (Istituto per lo sviluppo, la formazione e la ricerca nel Mediterraneo) il quale ne diventerà Direttore nel 2001 e l’Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali e ambientali in area di crisi. Infine, nel 2000 il Governo Italiano impiega il tenente in Kosovo al fine di continuare a svolgere l’opera di tutela e salvaguardia nell’ambito dell’ultimo conflitto interetnico dei Balcani.
Fabio Maniscalco nel 1996 a Sarajevo
La Palestina: lo “scudo blu” per dare voce a chi non ne aveva
Durante i primi anni del nuovo secolo il viaggio di Fabio Maniscalco, diventato nel frattempo docente di Archeologia subacquea presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, prosegue instancabilmente tra Italia e Palestina, realizzando tre progetti in collaborazione con l’Università al-Quds di Gerusalemme. Le azioni in Palestina si pongono come obiettivo, oltre alla tutela e al restauro di alcuni edifici storici a Hebron e Nablus, l’apposizione del simbolo dello scudo blu, il segno di riconoscimento stabilito dalla Convenzione dell’Aja per i Beni Culturali. I beni su cui campeggia lo “scudo blu” non possono essere usati per scopi militari e le forze in conflitto sono tenute al rispetto di essi, a meno che cause di forza maggiore non impongano altrimenti. L’apposizione dello scudo blu sugli edifici storici palestinesi ha avuto più che altro un forte valore simbolico: per la prima volta un team di palestinesi e italiani dichiarava a gran voce che il patrimonio culturale palestinese era importante e andava protetto dai nefasti effetti dell’occupazione e del conflitto che in Terra Santa si protrae da oltre 50 anni. Alla fine della sua esistenza Maniscalco aveva condotto anche un progetto pilota sui danni causati dal Separation Wall (il muro costruito per separare Israele dai Territori Palestinesi) sui Beni Culturali, constatando come la barriera di cemento abbia avuto effetti pesantemente negativi non solo dal punto di vista politico-economico, ma anche dal punto di vista dei numerosi siti archeologici da esso danneggiati.
Fabio Maniscalco e l’architetto Osama Hamdan a Hebron
Le azioni di Maniscalco in Palestina erano volte a ribadire, ancora una volta, che l’uso dei Beni Culturali, la loro appropriazione per scopi nazionalistici o la loro distruzione non sono più, dopo la catastrofe del Balcani, tollerabili in qualsiasi parte del mondo.
L’oro dentro
Fabio Maniscalco è stato vittima del suo stesso senso del dovere: nei Balcani, infatti, era stato pesantemente esposto ai metalli pesanti impiegati nelle munizioni. Un cancro al pancreas lo ha ucciso a Napoli il 1° febbraio del 2008, a soli 43 anni. Nella bellissima biografia, scritta da Laura Sudiro e Giovanni Rispoli, si dice che tra i metalli che i medici trovarono nel sangue dell’archeologo, oltre ad uranio e piombo, ci fosse anche l’oro.
Maniscalco conosceva l’importanza dei Beni Culturali, ostaggio troppo spesso delle ideologie delle comunità nel cui territorio essi si trovano, grazie alle operazioni svolte come ufficiale ma anche grazie ai suoi molteplici studi. Ancora oggi, assieme alla precisione e al metodo rigoroso propri di uno studioso brillante, dai suoi scritti traspare la grande passione e la grande coscienza civile di un uomo che alla cultura e alla pace ha donato anni di lavoro, studio e, alla fine, anche la propria vita.
EMINENT FIGURES | Fabio Maniscalco, the archaeologist in the trenches
Fabio Maniscalco, archaeologist, professor and Lieutenant in the Italian Army was undoubtedly the most important figure with regard to the protection of Cultural Heritage in the Mediterranean area.
Youth in Naples
Maniscalco was born in Naples on 1 August 1965. He graduated in Classics at the Federico II University of Naples, then specializing in Underwater Archeology in Aix en Provence.In 1993 he became Honorary Inspector of the Ministry for the underwater archaeology (Ministero per i beni e le attività culturali), collaborating with the Naples Public Prosecutor’s Office on cases concerning the protection of heritage and the so-called “archeomafia”.In the meantime he marries Mariarosaria Ruggiero, art historian, who will support her husband’s work until the end, also remembering him in numerous publications of high scientific level.
The Balkans: Bosnia, Albania, Kosovo
From 1995 to 1998 he was a lieutenant of the Italian Army in the Garibaldi Brigade, as part of the various peacekeeping missions that followed one another in the 1990s in order to pacify the area of the former Yugoslavia.
In Bosnia he asked and obtained from his superiors to direct a reconnaissance and monitoring team of Cultural Heritage: it is the first effective attempt to apply, within an army, the recommendations of the “UNESCO Convention for the protection of cultural patrimony during conflicts armed “(The Hague Convention, 1954).In 1997 in Albania he once again directed a team specifically created to monitor the state of the Albanian cultural patrimony during the “Alba” operation.Precisely during those years in the Balkans, he begins to develop a pioneering method in the observation of damage to the patrimony in the war area, which will then be a milestone for all those who, in the field, continue to deal with protection and safeguard.The experience in Bosnia and the subsequent one in Kosovo in 2000 allowed Maniscalco to publish numerous volumes, both scientific and popular.
In 1999 he founded I.S.FO.R.M (Istituto per lo sviluppo, la Formazione e la Ricerca nel Mediterraneo) became then Scientific Director in 2001and OBPC (Safeguard of Cultural Patrimony) in crisis areas. Finally, in 2000 the Italian government employed the lieutenant in Kosovo in order to continue to carry out the work of protection and safeguarding in the context of the last inter-ethnic conflict in the Balkans.
Palestine: the “blue shield” to give voice to those who did not have one
During the first years of the new century, the journey of Fabio Maniscalco, who in the meantime became professor of underwater archeology at the University of Naples “L’Orientale”, continued tirelessly between Italy and Palestine, carrying out three projects in collaboration with the University of Quds of Jerusalem.The actions in Palestine aim, in addition to the protection and restoration of some historic buildings in Hebron and Nablus, to affix the blue shield symbol, the sign of recognition established by the Hague Convention for Cultural Heritage. The goods bearing the “blue shield” cannot be used for military purposes and the forces in conflict are required to respect them, unless cases of force majeure requires otherwise. The affixing of the blue shield to Palestinian historic buildings had more than anything else a strong symbolic value: for the first time a team of Palestinians and Italians loudly declared that Palestinian cultural heritage was important and should be protected from the harmful effects of the occupation and the conflict that has been going on in the Holy Land for over 50 years. At the end of his existence, Maniscalco had also conducted a pilot project on the damage caused by the Separation Wall (the wall built to separate Israel from the Palestinian Territories) on Cultural Heritage, noting how the concrete barrier had heavily negative effects not only from the political and economic point of view, but also with regard to the numerous archaeological sites it has damaged.
Maniscalco’s actions in Palestine were aimed at reiterating, once again, that the use of Cultural Patrimony, their appropriation for nationalistic purposes or their destruction are no longer tolerable in any part of the world after the Balkan catastrophe.
The gold inside
Fabio Maniscalco was the victim of his own sense of duty: in the Balkans, in fact, he had been heavily exposed to the heavy metals used in ammunition. A pancreatic cancer killed him in Naples on 1 February 2008, at the age of only 43. In the beautiful biography, written by Laura Sudiro and Giovanni Rispoli, it is said that among the metals that the doctors found in the archaeologist’s blood, in addition to uranium and lead, there was also gold.
Maniscalco knew the importance of Cultural Patrimony, too often victim of the ideologies of the communities in which they are located, thanks to the operations carried out as an officer but also thanks to his multiple studies. Even today, together with the precision and rigorous method of a brilliant scholar, his writings reveal the great passion and great civil conscience of a man who gave so many years of work, research,and in the end, his own life to culture and peace.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
Agrigento riporta in luce nuovi reperti che chiariscono le fasi storico-architettoniche del Santuario e del Tempio D. Gli scavi sono stati condotti dalla Scuola Normale di Pisa e dall’Università di Palermo in accordo con il Parco Archeologico di Agrigento.
Ceramica, ipotesi e ricostruzione
Dalla collina meridionale della Valle dei Templi emerge ceramica per la prima volta: si tratta di frammenti di produzione attica e ionica databili alla prima fase dell’antica Akragas, che è stata fondata intorno al 581 a.C. La polis, seppur non ancora completamente consolidata, era già meta culturale per i coloni.
“Stiamo vivendo una stagione archeologica molto interessante, alcuni reperti aprono nuove ipotesi di studio e portano attenzione sull’enorme patrimonio inesplorato che la nostra isola custodisce. Le collaborazioni con le Università italiane e straniere sono necessarie per potenziare gli scavi, ampliare il patrimonio e stipulare alleanze utili al turismo culturale”, commenta l’assessore ai Beni Culturali Alberto Samonà.
“Questa prima campagna di scavo-scuola è stata particolarmente fruttuosa e i promettenti risultati ci sollecitano a investigare l’area con più attenzione. Abbiamo rinvenuto sulla collina meridionale numerose statuette votive, deposte ritualmente insieme a ceramica e ossa combuste; questi ex voto, con cospicui frammenti di tegole in terracotta, sono chiari indizi di un culto e di un possibile edificio sacro di età tardo-arcaica (non ancora individuato), esistente prima della monumentalizzazione dell’area sacra e del Tempio, avvenuta intorno alla metà del V secolo a.C.”, commenta Gianfranco Adornato, direttore scientifico degli scavi di Agrigento e professore di Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana alla Normale di Pisa.
La Grotta del Romito si trova nel comune calabrese di Papasidero, in provincia di Cosenza. Le testimonianze al suo interno, datate al Paleolitico superiore, sono tra le più antiche dell’arte preistorica in Italia. La continuità cronologica, invece, ha reso questa grotta una delle più importanti a livello europeo. Strutturalmente, essa è divisa in due parti: la cavità e il riparo. La grotta vera e propria si addentra per circa venti metri nella formazione calcarea per mezzo di un cunicolo stretto. Il riparo, invece, si estende per circa 34 m in direzione est-ovest. Le numerose scoperte archeologiche hanno offerto elementi utili alla ricostruzione paleo-ecologica e storica della vita delle comunità di cacciatori-raccoglitori che abitarono il sito.
La scoperta della grotta
La grotta del Romito è stata scoperta nel 1961 dal paleontologo Paolo Graziosi dell’Università di Firenze. Il più antico abitante della grotta sembra essere stato l’homo sapiens appartenente alla razza di Cro-Magnon. Tale razza, qui vissuta circa 20.000 anni fa, non sapeva ancora allevare animali, né tantomeno era in grado di selezionare le piante per coltivarle. Successivamente, durante il Neolitico ceramico, intorno al quinto millennio a.C., la grotta sembra essere divenuta un deposito di ossidiana. Questo pone il sito all’interno di un percorso commerciale che, partendo dalle Isole Eolie, giungeva fino allo Ionio.
Durante le sue frequentazioni, l’uomo non ha fatto altro che reimpostarsi sui crolli geologici naturali avvenuti all’interno della grotta e adattarsi ad essi: egli riempiva di pietre le cavità tra i grossi massi crollati, creando, così, un nuovo piano di calpestio. Gli scavi hanno evidenziato come dentro la grotta scorresse un corso d’acqua, che si ingrossava e prosciugava a fasi alterne, permettendo all’uomo di approfittare delle fasi asciutte.
I rinvenimenti
Ciò che oggi resta dei 10.000 anni di frequentazione umana sono quattro sepolture, contenenti ognuna una coppia di inumati, strumenti litici e ossei ed incisioni rupestri. Due delle quattro sepolture sono state rinvenute nel riparo e due all’interno della grotta. Tra queste ultime, quella scoperta più di recente è anche la più antica, databile a 20.000 anni fa. Tale sepoltura colma il gap cronologico esistente tra essa stessa e le altre tre, collocate cronologicamente intorno a 12.000 anni fa.
Il rinvenimento più famoso è sicuramente l’incisione rupestre che ritirae un bovide: si tratta di un Bosprimigenius, un Uro, l’antenato ormai estinto dei nostri tori. La figura zoomorfa è lunga circa 1,20 m ed è incisa, con tratto molto sicuro, su un masso di circa 2,30 metri di lunghezza. La precisione dei dettagli indica l’importanza che l’uomo del Romito dava a queste creature: le corna sono viste di lato, proiettate in avanti, l’occhio è appena accennato, le narici, la bocca, l’orecchio e ogni altra parte dell’animale sono tracciati in perfetta proporzione col resto. Al di sotto della grande figura dell’Uro ve n’è una seconda, più sottile, di cui sono raffigurati soltanto il petto, la testa e la schiena. Di fronte al bovide, una seconda incisione mostra dei segni lineari, il cui significato non è ancora stato chiarito.
Grazie all’azione sinergica dell’Istituto Italiano di Archeologia Sperimentale, della Soprintendenza Archeologica della Calabria e del Comune di Papasidero, la Grotta del Romito è attualmente visitabile. Il sito è dotato di passerelle e impianti di illuminazione, che ne garantiscono l’intera fruizione, e la visita si conclude con un antiquarium, all’interno del quale sono esposti alcuni reperti.
ARCHAEOLOGY | The Romito Cave – COSENZA – 10,000 years of history
The Romito Cave is located in the Calabrian town of Papasidero, in the province of Cosenza. The examples inside, dated back to Upper Paleolithic, are among the oldest of prehistoric art in Italy. The chronological continuity, on the other hand, made this cave one of the most important in Europe. It is structurally divided into two parts: the cavity and the shelter. The cave itself enters the limestone formation for about twenty metres by means of a narrow tunnel. The shelter, on the other hand, extends for about 34 m in an east-west direction. The numerous archaeological discoveries have offered useful elements for the paleo-ecological and historical reconstruction of the life of the hunter-gatherer communities who inhabited the site.
The discovery of the cave
The Romito cave was discovered in 1961 by the paleontologist Paolo Graziosi of the University of Florence. The oldest inhabitant of the cave appears to have been Cro-MagnonMan. This species, which lived here about 20,000 years ago, did not yet know how to breed animals, nor was it able to select plants to cultivate them. Subsequently, during the Neolithic Age, around the fifth millennium BC, the cave seems to have become an obsidian deposit. This places the site within a commercial route that, starting from the Aeolian Islands, reached the Ionian Sea.
During his visits, Man did nothing but reset himself on the natural geological collapses that occurred inside the cave and adapt to them: he filled the cavities between the large collapsed boulders with stones, thus creating a new floor. The excavations have shown how a stream flowed inside the cave, which swelled and dried up in alternating phases, allowing man to take advantage of the dry phases.
The findings
What remains today of the 10,000 years of human presence are four burials, each containing a pair of buried, lithic and bone tools and rock carvings. Two of the four burials were found in the shelter and two inside the cave. Among the latter, the most recently discovered is also the oldest, dating back to 20,000 years ago. This burial bridges the chronological gap existing between itself and the other three, located chronologically around 12,000 years ago.
The most famous finding is certainly the rock engraving that withdraws a bovine figure: it is the Bosprimigenius, an aurochs, the now extinct ancestor of our bulls. The zoomorphic figure is about 1.20 m long and is engraved, with a very sure line, on a boulder about 2.30 metres long. The precision of the details indicates the importance that the Romito Man gave to these creatures: the horns are seen on the side, projected forward, the eye is barely mentioned, the nostrils, the mouth, the ear and every other part of the animal are drawn in perfect proportion to the rest. Below the great figure of the Uro there is a second, more subtle one, of which only the chest, the head and the back are sketched. Opposite the bovine figure, a second incision shows linear signs, the meaning of which has not yet been clarified.
Thanks to the synergistic action of the Italian Institute of Experimental Archeology, the Archaeological Superintendence of Calabria and the Municipality of Papasidero, the Romito Cave can currently be visited. The site is equipped with walkways and lighting systems, which guarantee the entire use, and the visit ends with a museum, inside which some finds are exhibited.
Article translated and curated by Veronica Muscitto
Lunedì 19 ottobre s’inaugura alle 18 il M.A.FRA, il nuovo Museo Archeologico di Francavilla di Sicilia (ME), progettato e allestito nelle sale di Palazzo Cagnone dal Parco Archeologico Naxos e Taormina, che dal 2010 ha la gestione degli scavi, in collaborazione con il Comune.
La cerimonia inaugurale sarà a numero chiuso per via delle limitazioni anti-Covid19 e vedrà la partecipazione del Presidente della Regione, Nello Musumeci, di Alberto Samonà, Assessore Regionale ai Beni Culturali, Gabriella Tigano, direttrice del Parco Archeologico Naxos e Taormina, Carlo Staffile, direttore del Parco Archeologico di Siracusa, e infine del sindaco di Francavilla di Sicilia, Vincenzo Pulizzi.
L’esposizione
In mostra al M.A.FRA ci sono oltre duecento straordinari reperti, statuette votive dai bellissimi volti femminili riconducibili a Demetra e Kore, corredi funerari, strumenti di uso domestico e celebri pinakes. Si riuniscono così per la prima volta le collezioni sinora distribuite fra l’Antiquarium di Francavilla, il Museo Paolo Orsi di Siracusa e il Museo Archeologico di Naxos e Taormina. Ad arricchire la visita del M.A.FRA. è, a fine percorso, una sala immersiva con contenuti multimediali, animazioni 3D e immagini aeree, per un’esperienza avvolgente e innovativa che appassionerà piccoli e grandi visitatori.
Foto di alcune esposizioni e della sala multimediale al M.A.FRA di Francavilla di Sicilia (ME)
Dopo una fase di co-progettazione tra Parco archeologico e Dipartimento di Ingegneria Civile dell’Università di Salerno, seguita da una campagna di raccolta fondi sul portale “Artbonus”, i 18 sensori di tecnologia avanzata posizionati sul tempio di Nettuno a Paestum danno i primi risultati. Per ora si tratta di test eseguiti da un team di esperti coordinati dal direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, e dal Prof. Luigi Petti dell’Università di Salerno.
Il progetto mira a monitorare il comportamento dinamico del monumento per comprendere meglio come esso potrà essere tutelato in futuro – non solo in caso di sisma, ma anche da agenti atmosferici e condizioni meteorologiche nel contesto più ampio dei cambiamenti climatici. L’intervento, incentrato sul meglio conservato e più famoso monumento dell’antica Poseidonia-Paestum, costruito nel V sec. a.C., è stato finanziato con l’aiuto di sostenitori privati attraverso la piattaforma Artbonus del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Dopo la fase test, ora si lavora a una rete di controllo con l’installazione di altri sensori lungo il basamento del tempio. Il sistema è in grado di misurare movimenti, anche minimi, del monumento, come per esempio vibrazioni create dal vento o dal traffico stradale e ferroviario. Oltre allo studio dell’effetto immediato delle condizioni meteorologiche, antropiche, geologiche e sismiche sul tempio, i dati serviranno a elaborare un modello che aiuterà a prevenire possibili deterioramenti strutturali. Il montaggio del sistema è affiancato da attività di scavo stratigrafico volte a rispondere ad alcuni punti interrogativi che ancora oggi riguardano il monumento più emblematico dell’antica Paestum.
“Una volta completato il sistema – annuncia il direttore – i dati saranno messi a disposizione di tutti sulla rete. Da qualsiasi posto nel mondo, con un pc o uno smartphone si potranno seguire in tempo reale i micro-movimenti e vibrazioni del tempio di Nettuno. Si tratta di un esempio di integrazione virtuosa tra tutela, ricerca, fruizione e partecipazione di donatori e sostenitori. Tutto ciò è stato possibile grazie a un lavoro a più mani che ha coinvolto, oltre ai funzionari del Parco, anche Università italiane e straniere, istituti di ricerca e imprenditori locali che hanno finanziato buona parte del progetto e a cui va il nostro ringraziamento”.
Il successo e i nuovi scavi
Lo scorso 8 ottobre il progetto di raccolta fondi è stato premiato alla XVI edizione di LuBeC – Lucca Beni Culturali 2020, rientrando nella top ten dei progetti Artbonus più votati su scala nazionale.
“Il progetto è anche un’occasione per tornare sulla storia complessa del tempio nell’antichità, in particolare riguardo eventuali presenze più antiche – commenta il direttore. L’ultimo saggio stratigrafico sulle fondazioni del tempio risale a più di 60 anni fa e all’epoca non è stato documentato secondo gli standard di oggi. I nuovi scavi sono pertanto fondamentali per approfondire la nostra conoscenza del monumento, anche alla luce di recenti riletture dell’alzato, che suggeriscono l’esistenza di un più antico progetto architettonico, che pare sia stato cambiato in corso d’opera. Ma sono ipotesi che attendono una precisazione attraverso indagini stratigrafiche”.
Nuovi scavi sono in programma anche per il sito di Velia, che nel mese di febbraio 2020 è stato accorpato all’autonomia di Paestum. A Velia, come si apprende dal Parco Archeologico, gli interventi saranno concentrati sull’acropoli per indagare il rapporto tra strutture d’epoca greca, romana e medievale con la finalità di ampliare la conoscenza del sito e di migliorare fruibilità e accessibilità.
Geolocalizzazione dei sensori di movimento sul Tempio di Nettuno a Paestum (SA)
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.