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ARCHEOLOGIA | Metaponto (MT), la perla della Magna Grecia

Metaponto, antica città della Magna Grecia, fu probabilmente fondata nell’VIII secolo a.C. da gruppi di Achei provenienti dal Peloponneso. Secondo la tradizione tramandata da Strabone, pare che il centro sia stato inizialmente costituito dai reduci della guerra di Troia. I nuovi reduci, comunque, convissero e si scontrarono con le popolazioni locali degli Enotri. Nella fase più antica della zona c’era anche un abitato importante, ora designato come area archeologica dell'”Incoronata di San Teodoro”.

Storia della città

Il luogo, in un periodo remoto della sua storia, veniva chiamato Metabos, in riferimento a una leggenda, e da questo deriva la successiva evoluzione nella denominazione. Importanti furono, nella zona dell’antica Metaponto, le produzioni ceramiche. Fra gli antichi artisti vanno ricordati il “Pittore di Pisticci”. Ebbe, pure, rilievo la lavorazione di bronzi, talora figurati, rinvenuti in località “Incoronata”.

La città, nel periodo di massimo splendore, ebbe modo di ospitare Pitagora, fuggito da Crotone. In seguito alle vicende dei tempi, la città degli Achei si alleò spesso con la vicina Taranto, seguendone le sorti per molto tempo. Dopo essere stata coinvolta nelle guerre fra Romani e Cartaginesi, Metaponto entrò nell’orbita romana, prima come città federata, poi come municipio (I sec. a.C.).

Il parco archeologico

L’area sacra è marginata su due lati (ovest e sud) da un muro perimetrale (témenos), oltre che da ampie strade ortogonali. Il lato est, invece, è segnato solo da una simbolica teoria di pilastrini, che separa fisicamente l’area dall’altro spazio pubblico, l’agorà.

I due maggiori templi (Heraion e Apollonion) furono realizzati in stile dorico intorno alla metà del VI sec. a.C. Essi sono il risultato di un processo di monumentalizzazione del santuario, che sembra concludersi con la costruzione del tempio ionico (D) e con il rifacimento dell’edificio C, nei primi decenni del V sec. a.C. I resti più imponenti appartengono al tempio di Hera (A), di cui si propone la sequenza delle 8 colonne della fronte orientale con una parziale ricostruzione dell’elevato. L’intero ingombro planimetrico, invece, è suggerito dalla ordinata disposizione degli altri elementi architettonici residui.

A lato si sviluppa il tempio dedicato ad Apollo Lykaios (“Luminoso” o “Lupo”), di cui si apprezzano in fondazione alcune colonne monolitiche non scanalate relative ad un edificio precedente, mai realizzato. L’imponenza della struttura, la grande base, si deve alla necessità di reggere un grande peso, determinato dal tetto in marmo. L’edificio si caratterizza per la ripartizione centrale della cella e per il doppio colonnato sulla fronte orientale.

Questo edificio ed il tempio ionico dedicato ad Artemide mantengono un orientamento “arcaico”, differente da quello dei due templi maggiori, che si allineano, invece, perfettamente alle geometrie del reticolo urbano. Davanti ai templi si trovano gli altari, accompagnati da numerose basi, iscrizioni ed oggetti votivi.

Gli spazi pubblici

Nell’agorà, invece, si distingue nettamente l’imponenza architettonica del teatro, che nel corso della seconda metà del IV sec. a.C. sostituisce il precedente edificio circolare arcaico, indicato in modo convenzionale come ekklesiasterion. L’edificio ha ospitato di sicuro la massima assemblea cittadina (ekklesia), ma anche gare e spettacoli con grande partecipazione popolare. L’assenza, nell’area, di un pendio collinare ha imposto l’invenzione di un rilevato artificiale. Questo è trattenuto all’esterno da un muro di contenimento a grossi blocchi di calcare.

Nella sistemazione attuale è possibile notare lo sviluppo della prima struttura, seguendo il tracciato dei profilati metallici. Al centro è riconoscibile l’orchestra, di forma rettangolare, con due grandi ingressi contrapposti. Per rappresentare l’elevato del teatro, invece, è stata preferita la ricostruzione in muratura di un settore del muro di contenimento esterno, decorato con colonne e fregio dorico. Lungo questo muro si aprono anche gli ingressi, che dovevano consentire l’accesso degli spettatori alla parte alta della gradinata (cavea).

Sul lato opposto della moderna strada di accesso al parco, prima della linea ferroviaria, si sviluppa l’area del cosiddetto Castro Romano, realizzato tra l’agorà e la linea delle mura orientali, probabilmente per ospitare la guarnigione militare romana durante le vicende belliche del III sec. a.C., prima della sconfitta definitiva dell’esercito cartaginese guidato da Annibale. Di particolare rilievo risulta il grande porticato (stoà), probabilmente a due piani, con colonne e fregio dorico, che chiude il lato est dell’agorà.

Durante il periodo imperiale, Metaponto si contrae ulteriormente e si riduce ad un piccolo abitato all’interno dell’area del Castro. Esso vive in funzione del porto e della viabilità costiera. È significativo che lo spazio pubblico della città greca (agorà e santuario) ospiti un settore della necropoli, quasi a voler sottolineare la perdita di ogni rapporto culturale e topografico con le fasi di vita precedenti.

 

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NEWS | Testato un metodo innovativo per la classificazione di frammenti di ceramica antica

Pubblicato un metodo che unisce analisi chimiche e mineralogiche per la classificazione dei reperti ceramici

Un team multidisciplinare dell’Università di Valencia (UV) e del Museo Archeologico di Sagunto ha utilizzato una nuova metodologia per conoscere l’origine di frammenti ceramici. I frammenti appartengono ad anfore provenienti dal Museo di Sagunto. Questo nuovo metodo unisce alle tecniche di riconoscimento classiche analisi chimiche e fisiche, facilitando la classificazione dei reperti archeologici. 

Gianni Gallello, ricercatore e coordinatore dell’unità di ricerca multidisciplinare ArchaeChemis, ritiene che questo studio stabilisca un efficace metodo di classificazione per i reperti che, attraverso il metodo classico, non sarebbero classificabili. 

 

La problematica classificazione dei frammenti
Un’immagine pubblicata all’interno dello studio (in: Applied Clay Science Volume 198, 105857). .

Come chiarisce lo studio pubblicato sulla rivista Applied Clay Science, oggetto dello studio sono stati venti frammenti di anfore romane provenienti da una collezione del Museo Archeologico di Sagunto (Spagna). Se queste appartengono a diverse tipologie conosciute, altri ventisette frammenti di anfora non sono classificati. La classificazione dei reperti ceramici, in particolare quelli anforacei, è essenziale per la ricerca archeologica: il riconoscimento morfologico dei vari tipi di anfore è lo strumento principale per conoscere la provenienza dei reperti anforacei e, di conseguenza, per ricostruire le varie rotte commerciali dell’antichità.

Il metodo innovativo

Lo studio è stato fatto tramite studi multidisciplinari basati su analisi mineralologiche e chimiche, quali spettroscopia a fluorescenza a raggi X, spettrometria di massa e l’analisi chemiometrica. Le analisi hanno permesso di conoscere aspetti importantissimi dei reperti ceramici, come il processo di elaborazione, il materiale e la sua origine. Ecco che è stato possibile identificare la maggior parte dei campioni non originariamente classificati. Si dimostra così l’importanza e l’affidabilità dell’approccio metodologico sviluppato per le attività di classificazione della ceramica.

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TEATRO | Come cambia il modo di fare teatro nel secondo dopoguerra

La ricerca teatrale in Europa, negli anni ’60 e’ 70 del Novecento, ha riportato in primo piano il gesto scenico, l’azione fisica dell’attore. Nasce, così, il training attoriale, propedeutico alla preparazione dello spettacolo. Il laboratorio assume via via sempre più importanza, diventando fondamentale per la messa in scena finale, che è solo l’ultima parte di un percorso molto più lungo. Lo spettacolo è solo una porzione del lavoro, non la più importante.

Le contaminazioni artistiche

Il teatro, nella sua sperimentazione, si lascia contaminare da altre forme d’arte, specialmente quelle orientali come lo yoga, la meditazione e le arti marziali, dalle quali prende in prestito la filosofia spirituale e l’armonia della creazione.

L’attore lavora sull’equilibrio interiore e sulla “pulizia” in scena, per trovare la verità del personaggio. Sempre più spesso il regista sceglie di impostare il lavoro “per sottrazione”, diminuendo il più possibile tutti gli ornamenti e i supporti: la scenografia si riduce all’essenziale e all’attore viene chiesto di “asciugare” il più possibile la recitazione.

Il Teatro Povero di Grotowski

Il regista polacco Grotowski portò avanti questa filosofia e la definì “Teatro Povero”: l’allestimento scenico fu ridotto al minimo, per spostare il focus sulla preparazione degli attori, che sottoponeva a un rigido training fisico e vocale per intensificare le loro capacità espressive.

Il momento fondamentale per Grotowski, infatti, non era lo spettacolo, bensì le prove, durante le quali si instaurava uno stretto rapporto tra il regista e l’attore.

L’Odin Teatret di Eugenio Barba

Eugenio Barba è un regista italiano ed è stato allievo del maestro Grotowski. Nel 1964 ha fondato a Oslo, in Norvegia, l’Odin Teatret, una compagnia teatrale multiculturale.
Punto cruciale della ricerca del gruppo è l’approfondimento del lavoro dell’attore per mezzo del training. Il laboratorio di preparazione può durare anche anni e non può essere vincolato ai tempi stretti della produzione di spettacoli.

Compare, per la prima volta nel loro lavoro, l’approccio pedagogico, tramite il quale gli attori si auto-preparano, confrontandosi tra loro. Essi sono spinti dal regista ad acquisire da sé i mezzi espressivi più adatti. È favorito lo studio personale, attingendo da diverse culture e tradizioni performative. La compagnia e il regista compiono numerosi viaggi per informarsi, al fine di arricchire il loro bagaglio culturale e artistico, entrando in contatto con altri stili e tecniche.
Il training diventa finalmente strumento di crescita personale, per formare un attore preparato e reattivo a ogni stimolo fornito dal testo e dal regista. Il direttore della compagnia dà l’input, ma la ricerca è tutta dell’attore, libero di riportare, in fase di laboratorio, le suggestioni più simili al vero.

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ARCHEOLOGIA | L’Acropoli di Lipari e il Castello a picco sul Mediterraneo

L’Acropoli di Lipari corrisponde al promontorio sul quale sorge il Castello. Posto in un’ampia baia tra le insenature di Marina Corta e Marina Lunga, si è formato meno di 40.000 anni fa. Si tratta di una vera e propria rocca di lava vulcanica, alta circa 50 m. Le sue ripide pareti e la sua superficie pianeggiante forniscono una naturale protezione. Tale caratteristica ha fatto sì che il sito fosse abitato sin dal Neolitico. Le testimonianze degli insediamenti che si sono succeduti nel tempo hanno creato un notevole innalzamento del promontorio; inoltre, la rocca è oggetto di un interessante fenomeno naturale inverso: il vento, invece di erodere le pareti, ha contribuito all’accumulo di ceneri vulcaniche, favorendo l’accrescimento dei depositi degli strati terrosi. Gli scavi archeologici, infatti, a testimonianza di tale accumulo, hanno messo in luce una lunga sequenza stratigrafica di abitati sovrapposti alta più di 10 metri.  

Il Castello di Lipari

Il Castello di Lipari rappresenta uno dei centri più importanti della vita culturale delle Isole Eolie ed è depositario di una storia millenaria. Il suo aspetto attuale deriva dalla ricostruzione, voluta dallo spagnolo Carlo V, intorno al 1560. Tale ricostruzione si è resa necessaria in seguito all’attacco del pirata tunisino Khayr ad-Din Barbarossa che nel 1544 aveva conquistato e distrutto la città, deportando parte degli abitanti come schiavi.

Torre greca integrata nelle mura del Castello

Le possenti fortificazioni spagnole rivestivano il costone roccioso fino alla base ed erano provviste di numerose postazioni per l’artiglieria e i cannoni. Quest’ultime sono oggi chiuse da murature. Le mura spagnole hanno inglobato le precedenti torri normanne, risalenti al XII secolo. Tra queste, vi è una torre-porta, che costituiva l’ingresso antico alla Civita e che oggi è l’accesso al Castello. Di notevole interesse è la presenza di una torre di età greca (IV secolo a.C.), costituita da 23 filari di blocchi squadrati di pietra del Monte Rosa, inglobati nelle mura.

I resti archeologici

Percorrendo la via di accesso di età romana e oltrepassando la porta d’ingresso, ci si trova davanti una breve galleria con volte a botte. Qui si conserva la caditoia in cui alloggiava la saracinesca in ferro. La galleria conduce a un secondo passaggio all’aperto, successivamente coperto da volte ogivali nel XIX secolo. Si arriva dinnanzi ad un imponente portone, sulla cui sommità è presente uno stemma raffigurante un’aquila, simbolo dei Borbone. L’area cinta del Castello, fino al XVIII secolo, ospitava parte della città. Ciò che rimane sono varie strutture religiose, tra cui la ormai dimessa chiesa di Santa Caterina, la Chiesa dell’Addolorata del XVI secolo, caratterizzata da una facciata in stile barocco, e la Cattedrale di San Bartolomeo, al centro del pianoro.

Villaggio preistorico visibile all’interno dell’area del Castello

Camminando lungo quello che è stato identificato come il decumanus maximus, è possibile intercettare i resti dell’età del Bonzo e del quartiere ellenistico-romano del II secolo a.C. L’unico documento che appartiene al periodo della fondazione cnidia del 580 a.C. è la fossa votiva denominata bòthros di Eolo, profonda più di 7 m e chiusa da un coperchio di pietra lavica sormontato da un leone, simbolo cnidio per eccellenza. Sotto il livello greco, si collocano i resti delle capanne di ben quattro villaggi dell’età del Bronzo, assimilabili alle culture di Capo Graziano, Milazzese, Ausonio I e Ausonio II.  

Nei primi anni del 1900, l’abitato interno al Castello è abbandonato e gli abitanti si trasferiscono nella città sorta nella piana sottostante. Allora il vescovo, per non passare attraverso le tristi case distrutte, decide di costruire una grande scalinata di accesso di fronte la Cattedrale. Così facendo, però, taglia un ampio tratto delle fortificazioni spagnole e distrugge i resti degli insediamenti più antichi. Oggi, l’acropoli di Lipari è sede del Castello, che ospita, al suo interno, il Museo Archeologico Regionale “L. Bernabò Brea”.

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PERSONAGGI | Padre Michele Piccirillo, il frate che costruiva la pace con pietre e mosaici

Padre Michele Piccirillo
Padre Michele Piccirillo

Padre Michele Piccirillo è stato frate francescano della Custodia di Terra Santa, archeologo e professore presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. Ha legato indissolubilmente il suo nome all’archeologia cristiana in Medio Oriente e alle attività di archeologia pubblica, dialogo e costruzione della pace in Palestina e Israele.

La giovinezza e la “chiamata”

Nato a Carinola, un paese in provincia di Caserta, il 18 Novembre del 1944, fin da giovanissimo sentì la vocazione religiosa. A soli 16 anni si trasferì in Palestina, presso la Custodia di Terra Santa, dove intraprese il noviziato nell’ordine dei Frati minori: già durante gli anni del ginnasio Michele aveva sentito la vocazione religiosa ma, soprattutto, il profondo interesse per la Palestina, la terra di Gesù, ricca di testimonianze archeologiche cui il giovane novizio si interessò da subito.

Padre Michele terminò gli studi liceali a Betlemme nel 1965 e frequentò poi la Facoltà di Teologia allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, dove conseguì la licenza nel 1969. Nel giugno del 1967 aveva proferito i voti presso la chiesa del Cenacolo di Gerusalemme. Pochi mesi dopo, la “Guerra dei sei giorni” portò l’esercito israeliano ad occupare Gerusalemme est, fino ad allora sotto sovranità giordana. Durante i combattimenti Padre Piccirillo portò soccorso, assieme ai suoi confratelli, alle vittime del conflitto a Gerusalemme, Hebron, Jenin e altri luoghi della Palestina.

Tornato a Roma, nel 1969 fu ordinato sacerdote, conseguì la laurea in Sacra scrittura al Pontificio Istituto Biblico nel 1973 e quella in Archeologia alla Sapienza, con relatore Paolo Matthiae, nel 1975. Già nel 1974 era tornato a Gerusalemme, dove aveva assunto la docenza presso lo Studium Biblicum Franciscanum, ruolo che ricoprirà per tutta la vita diventando, nel 1984, Professore ordinario.

mosaico monte Nebo
Il mosaico del diakonicon nella basilica del monte Nebo, 530 d.C.
I primi scavi e la scoperta del Monte Nebo

All’inizio degli anni ’70 il francescano aveva condotto i primi scavi archeologici presso alcuni edifici proto-cristiani in Giordania, alle pendici del monte Nebo, la montagna dalla quale, secondo la Bibbia, Mosè avrebbe visto la Terra Promessa e sulla quale sarebbe stato sepolto.

Il monte Nebo, da allora, rimase sempre un luogo molto importante nella vita di Padre Piccirillo: nel 1976 assunse la direzione degli scavi al memoriale di Mosè sul monte Nebo, portando alla luce l’importante mosaico del battistero. Da quell’anno, non si contano i restauri e i ritrovamenti compiuti da padre Michele e dai suoi collaboratori: l’identificazione di Umm ar-Rasas – la biblica Kastron Mefa’a – nell’‘86; l’avvio della Scuola di Mosaico a Madaba nel ‘92; la pubblicazione del volume “The Mosaics of Jordan”, con la prefazione di re Hussein di Giordania nel ’93; il lavoro sull’area dell’antico santuario del Battesimo di Gesù a Betania, al di là del Giordano, nel ’96; l’organizzazione del Congresso internazionale per il centenario della Carta di Madaba nel ’97.

Mappa di Madaba
Il mosaico della “Mappa di Madaba” dalla chiesa di San Giorgio (Madaba), VI sec.
I mosaici di pace

Sebbene fosse eccellente epigrafista, storico e teologo, Padre Michele ebbe sicuramente una predilezione per lo studio e il restauro dei mosaici bizantini e paleocristiani in Giordania e Palestina. Dal 1976 non abbandonò mai le ricerche sul monte Nebo, dove volle realizzare anche una nuova foresteria per i pellegrini, nonché il suo “quartier generale” per le ricerche in Giordania.

Il “frate archeologo” ebbe la ventura di vivere gran parte della sua vita nella Palestina occupata, una terra di conflitto, eppure fu capace di intrattenere ottime relazioni culturali e diplomatiche con tutte le parti in causa, tanto da essere uno dei pochi ai quali era concesso di muoversi liberamente tra Siria, Giordania, Palestina e Israele.

Per Padre Michele lo studio scientifico dell’archeologia era veicolo di fede: l’archeologia gli permetteva di conoscere il passato, ma anche, e soprattutto, di essere testimone di un presente complesso e travagliato. La ricerca archeologica era un’importante mezzo per restituire il monumento alle comunità locali, creare itinerari turistici che potessero incentivare lo sviluppo sostenibile, creare consapevolezza e orgoglio verso un passato troppo spesso reso distante dall’archeologia coloniale, condotta per quasi un secolo su entrambe le sponde del Giordano. Nei progetti della Custodia di Terra Santa l’archeologo francescano introdusse laboratori per i giovani, corsi professionali per il restauro del mosaico (a Madaba e a Gerico) e visite guidate per le scuole.

In questo senso, l’archeologia fu per Padre Piccirillo un modo per costruire la pace. In uno dei suoi ultimi diari scrive: «Tra i modi per contribuire all’intesa e alla pace tra le popolazioni del Medio Oriente, al monte Nebo abbiamo scelto quello che è più congeniale con il nostro lavoro di archeologi (…), e ne siamo stati ampiamente ripagati non soltanto sul piano professionale, ma anche come frati minori seguaci di Francesco, che in Egitto andò a parlare pacificamente con il sultano Malik al-Kamil, nipote di Saladino. Il restauro dei mosaici, in gran parte pavimenti delle chiese costruite nella regione dal V all’VIII secolo, ci ha dato la possibilità di conservare un patrimonio d’arte e di fede e di sviluppare parallelamente un’opera di dialogo e di amicizia che sono i fondamenti della pace».

memoriale di Mosè sul monte Nebo
Il memoriale di Mosè sul monte Nebo, presso il quale Padre Piccirillo è sepolto
La morte

Nel 2008 Padre Piccirillo dovette rientrare in Italia a causa di una malattia incurabile. Morì il 26 Ottobre del 2008, a Livorno, dove si stava curando. Alle esequie parteciparono tantissimi colleghi archeologi, architetti, storici, restauratori. La salma fu seppellita presso il santuario del monte Nebo, da dove immaginiamo che la sua anima guardi la valle del Giordano, nell’attesa di vedere una Terra Santa che risplenda di una pace giusta e libera.


 

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NEWS | Padi-Iset e la sua rinascita tra le sabbie di Tuna el-Gebel

La tomba di Padi-Iset, il supervisore della tomba reale della XXVI dinastia, ha visto la luce a Tuna el-Gebel nel governatorato di Minya, a circa 240 km a sud del Cairo, grazie alla missione archeologica guidata dal dott. Mostafa Waziri, Segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità in Egitto.

Tuna el-Gebel

La zona del ritrovamento interessa la città di Tuna el-Gebel, antica necropoli sacra al Dio Thot ed è qui che si trova la tomba del sommo sacerdote di Thot, dio della luna, della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria.

Situata ad una profondità di circa dieci metri, nel fondo di un pozzo funerario, il ritrovamento consiste in un grande vano con nicchie scavate nella roccia, circondate da pareti rivestite con lastre di forma rettangolare tagliate in modo regolare nella pietra.

La tomba ospita altri sei membri della famiglia del supervisore del tesoro reale Padi-Iset, inumati con il proprio corredo funerario composto da diversi gruppi di vasi canopi in pietra calcarea e alabastro, amuleti e scarabei e 1000 statuine ushabti in faience, un impasto di sabbia, silice, ossido di calcio e alcali monovalenti, che mescolati e cotti a una determinata temperatura sprigionano quel meraviglioso blu cobalto che ci lascia stupiti.

I magici ushabti

Il termine ushabti, ovvero “colui che risponde” (dal verbo usheb, “rispondere”), indica una categoria di statuette funerarie che gli antichi Egizi collocavano nelle tombe dal Medio Regno sino all’epoca Tolemaica.

Le statuette venivano animate magicamente grazie al capitolo VI del Libro dei Morti, che portavano, quasi sempre, iscritto o dipinto sul corpo: “O ushabti! se io sarò chiamato, e se io sarò numerato per eseguire ogni sorta di lavori che sono eseguiti nel mondo sotterraneo… e sarò numerato in qualunque tempo per fare prosperare i campi, per irrigare le rive, per trasportare le sabbie dall’oriente ad occidente, “eccomi”, dici tu allora”.
L’ushabti può, così, contribuire alla sopravvivenza eterna del defunto, sostituendolo nei lavori agricoli nell’oltretomba e utilizzando a tale scopo gli strumenti agricoli, la zappa e l’aratro, oggetti che stringe nelle mani, mentre sulla schiena tiene il sacchetto per le sementi.

All’interno della tomba sono state trovate due statue litiche (una di donna e l’altra del toro Api, animale sacro nell’antico Egitto, considerato l’incarnazione di Osiride o di Ptah), oltre ad amuleti e vasi in ceramica del periodo saitico (XXVI-XXX dinastia), 400 statuette ushabti in faience blu e verde, recanti il nome del defunto e, infine, meravigliosi vasi canopi in alabastro, definiti dallo stesso Waziri “tra i più belli mai trovati”. I vasi rappresentano i quattro figli di Horus – Imseti, Hapi, Duamutef e Qebehsenuef, rispettivamente protettori di fegato, polmoni, stomaco e intestino – e recano incisi il nome e i titoli del proprietario.

Gli scavi continuano e altre sorprese potrebbero ancora incantarci…

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ANTICO EGITTO | Deir el-Medina e gli artisti dell’Aldilà

Tutti conoscono la Valle dei Re, che ospita le sepolture dei faraoni della XVIII, XIX e XX dinastia; non tutti, però, conoscono Deir el-Medina, il villaggio dove vivevano gli operai e gli artigiani preposti alla realizzazione delle tombe reali. Questo villaggio è una fonte documentale molto importante per quanto riguarda l’urbanistica, le abitudini sociali, funerarie, e la letteratura nell’antico Egitto.

Villaggio nascosto in una piccola valle, tra i contrafforti della montagna tebana e la collina di Gurnet Murai, Deir el-Medina deve il nome odierno a un piccolo monastero, sorto non lontano dal tempio tolemaico consacrato ad Hathor-Maat. Il toponimo arabo che indica questo luogo, infatti, significa “monastero della città”.

Struttura del villaggio

Il complesso comprende circa 120 abitazioni ed è circondato da una cinta muraria, mentre all’interno vi sono muri che separano i diversi quartieri; dal punto di vista delle dimensioni è piuttosto modesto, ma ciò che colpisce è proprio l’accurata pianificazione degli spazi, adibiti alle abitazioni e ad uso pubblico, divisione che garantiva l’isolamento della comunità dall’esterno, fondamentale per la protezione della necropoli reale.

Deir el-Medina era abitato da circa 500 persone, suddiviso nel quartiere di “destra” e di “sinistra” attraverso una via principale che corre da nord a sud; in loco si trovavano le squadre degli “operai”, ma che tali non erano, poiché erano composte da scribi, pittori, incisori, scultori, disegnatori, che oggi chiameremmo “artisti”, affiancati dalla forza lavoro composta da manovali, cavapietre, cementisti e minatori, che si avvicendavano periodicamente.

deir el-medina
Sezione (in alto) e pianta parziale (in basso) di una casa a Deir el-Medina

Le case erano realizzate in mattoni crudi (mattoni il cui impasto di argilla e paglia tritata veniva lasciato essiccare al sole), su un basamento di pietra grezza che poggiava direttamente sul terreno, senza fondamenta, e sono tutte molto simili.

Quelle degli operai, pur essendo piccole e semplici, sono composte da un vano d’ingresso, dove era situato un altare per le offerte domestiche, quale luogo di accoglienza e di preghiera. Proseguendo nell’esplorazione, troviamo una sala principale con un soffitto alto, sorretto da una colonna centrale e dotato di una finestra con grata per l’illuminazione, poi un vano soggiorno, una cucina con cantina sottostante e, infine, il terrazzo, luogo di incontro e di rinfresco.

La religione entra nelle case

Il culto domestico degli antenati era molto importante, e, in generale, lo era la religione; abbiamo i culti di Osiride, dio dei morti e principe dell’eternità in quanto incarnazione del ciclo vitale; Ptah, dio demiurgo e patrono degli artigiani; Thot, dio-ibis patrono degli scribi; Hathor, la vacca celeste che al tramonto inghiotte il sole per ridargli vita al mattino, nonché “signora della necropoli”, che accoglie i morti nell’aldilà, oltre ovviamente ad Amon-Ra, re di tutti gli dèi del pantheon egizio. La devozione a queste divinità era manifestata attraverso alcune stele, in cui compaiono vari inni e preghiere: si chiede perdono per i peccati, oltre che protezione e salute.

Una scuola a Deir el-Medina

Oltre alle stele, Deir el-Medina ci ha lasciato molte altre testimonianze, documenti non solo amministrativi, ma anche privati, sotto forma soprattutto di ostraca (cocci di ceramica). Ci sono ostraca scolastici, che attestano, quindi, la presenza di una scuola (per pittori e scribi) in questo villaggio, e che riportano brani della Kemit, un testo che contiene modelli di lettere, consigli e regole di vita, utili ai futuri scribi.

Fra i testi letterari riprodotti in questi ostraca, sono presenti soprattutto brani della “Satira dei mestieri” e dell’”Insegnamento di Amenemhat”. La Satira dei mestieri comprende scritti che esaltano le virtù della propria professione, lo scriba, rispetto ad altri mestieri, descritti in termini spesso sarcastici; viene, quindi, esaltata questa professione, in quanto un funzionario del genere è considerato un vero e proprio maestro di vita. Gli “Insegnamenti”, invece, sono una tipologia molto diffusa di testi, in cui si danno consigli di vita, istruzioni e insegnamenti, appunto, di padre in figlio.

La democratizzazione dell’architettura funeraria 
deir el-medina
Schema di una sepoltura del Villaggio Operaio di Deir el-Medina:
a. Pilone; b. Cortile; c. Pozzo; d. Ipogeo che ospitava la/e mummia/e
e. Cappella; f. Piramide “eliopolitana”; g. Finestra “abbaino”

La massima espressività artistica però, va ricercata nelle tombe degli operai: si assiste, in questo periodo, alla nascita di una vera e propria necropoli operaia, in cui le sepolture nulla hanno da invidiare alle tombe nobiliari, quanto a decorazione. Originariamente, non esisteva un piano di insieme prestabilito, solo con la XIX dinastia le tombe di famiglia si concentreranno sul lato nord-occidentale della necropoli.

Si tratta di tombe ad architettura cosiddetta “composita”: la sovrastruttura è costituita da una piccola piramide (da cui la definizione di “tomba a piramide”), costruita in materiale povero e deperibile, che dimostra il processo di democratizzazione iniziato con la trascrizione, su papiro, del “Libro dei morti; vi è, poi, un ipogeo con un vano sotterraneo, coperto da una volta in mattoni. I rilievi e le opere pittoriche presenti sulle pareti sono spesso di altissima qualità e, caso raro in Egitto, si assiste all’impiego di pittura “a fresco” su “pisé” (argilla mista a fango su cui viene applicato l’intonaco, che serve da base per la pittura).

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NEWS | Relitti a Porto Torres (SS), i navicularii tra ieri e oggi

Pochi giorni fa dei relitti ed altri beni sommersi nel Golfo dell’Asinara sono stati individuati dall’ingegnere Guido Gay. La Capitaneria di Porto Torres (SS) ha emanato un’apposita ordinanza, ma la scoperta ha generato brutti sospetti.

Pelagus è un sistema informatico in grado di effettuare registrazioni e acquisizioni di dati che forniscano prove nei casi di attività illecita in mare. La Capitaneria di Porto Torres e la Soprintendenza archeologica per le province di Sassari e Nuoro hanno deciso di installare il sistema informatico nella Sala Operativa di Comando del Porto. Un passo importantissimo, che permette al Golfo dell’Asinara di allinearsi con la convenzione UNESCO del 2001 riguardante la tutela dei beni archeologici rinvenuti nella fascia di 12 miglia dal limite esterno del mare territoriale.

Porto Torres tra storia e archeologia

Porto Torres è un suggestivo borgo marittimo; si adagia su un promontorio calcareo ed è uno dei porti più importanti della Sardegna settentrionale. Le prime presenze umane sul territorio risalgono al Neolitico, mentre la città odierna sorge sui resti della romana Turris Libisonis, fondata nel 46 a.C. da Giulio Cesare. Difatti, il record epigrafico conferma lo status di colonia Iulia: Iulius è il gentilizio più attestato nell’onomastica di Turris. Cesare la scelse per la sua posizione, affinché le navi romane di passaggio tra Sardegna e Corsica potessero trovare riparo tra le sue insenature. Inoltre, Plinio ricorda che Turris era seconda nell’isola soltanto a Caralis per numero d’abitanti, magnificenza e traffici commerciali.

Gli scavi e le rotte commerciali di Turris

Secondo alcuni studiosi, il nome Turris deriverebbe dalla presenza di una torre nuragica. Dagli scavi per la realizzazione del nuovo porto, iniziati nel 2006, è emersa una struttura in calce, malta, conci di calcare e lastre di trachite, ma anche monete in bronzo, frammenti di anfore da trasporto, porzioni di colonne, ceramica ed epigrafi latine di epoca romana.

Il porto dell’odierna Porto Torres si basa in gran parte su fondamenta romane. Tra le evidenze più remote appaiono le anfore, sia vinarie che olearie ed altre, che dovevano forse contenere frutta essiccata e sostanze varie. Chiari, quindi, i contatti con la penisola iberica: con l’antica Tarragona (nell’attuale regione della Catalogna) per i carichi di vino e con la provincia della Betica (attuale Andalusia) per l’olio. La Sardegna era anche uno dei più importanti granai di Roma: gli intensi rapporti con la madrepatria li testimonia degnamente il mosaico dei Navicularii Turritani, rinvenuto a Ostia nel Piazzale delle Corporazioni. Tale reperto indica il luogo esatto della statio, l’ufficio di rappresentanza degli abitanti di Turris Libisonis sulle coste della penisola.

Molti reperti provenienti dagli sterri del XIX secolo e dagli scavi stratigrafici recenti sono esposti nel Museo Nazionale G. A. Sanna di Sassari e nell’Antiquarium Turritano di Porto Torres (SS).

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NEWS | Il Carro “celeste” di Populonia in mostra al Museo delle Navi Antiche di Pisa

Il Carro cerimoniale trovato a Populonia è eccezionalmente esposto al Museo fino al 1 novembre

Il museo delle Navi Antiche di Pisa, fiore all’occhiello della città toscana, lo ospiterà dal 15 ottobre al 1 novembre. Successivamente il reperto verrà trasferito nella sua sede definitiva, presso il Museo Archeologico del Territorio di Populonia a Piombino.

La scoperta

Nel 1955 a Populonia gli archeologi scoprirono una fossa, contenente gli scheletri di due cavalli, i loro finimenti metallici e un carro cerimoniale etrusco. Dalla foto a sinistra (A. CAMMILLI, M. MAIOLI 2020) è ben chiara la ricostruzione degli avvenimenti: la rimozione delle scorie che coprivano il tumulo lo ha fatto collassare. Successivamente, del sito monumentale è rimasta solo la fossa.

Il carro celeste: la ricostruzione del manufatto

Lo studio degli elementi metallici del rivestimento del carro cerimoniale è andato di pari passo con il loro restauro. Il funzionario Alfredo De Agostino aveva interpretato il carro cerimoniale come biga; da allora in poi il luogo di rinvenimento venne ribattezzato “fossa della biga”.

“Iniziato lo scavo archeologico, vennero scoperti, assieme alle ossa di due cavalli, le parti metalliche, in ferro e in bronzo, di una biga. ” (A. De Agostino, 1955) 

Un attento riesame dell’iconografia antica ha portato oggi a ricostruire la forma originaria del carro. Il carro era caratterizzato da una cassa semplice, decorata da placche e terminali in bronzo applicati direttamente sul legno. Se il legno non si è conservato, gli elementi in metallo sì.

Gli elementi bronzei applicati sulla riproduzione del carro sono molti, tra cui diverse piastre e lamine, collegate tra loro mediante chiodi ribattuti. Di altissima qualità è il timone a forma di testa di ariete. Il timone unisce la praticità all’estetica, ma il carro cerimoniale, che appartiene alla tipologia delle carrozze monoposto, è strettamente connesso all’aldilà, e per questo può definirsi «celeste»: le piastre a forma “semilunata” del carro rimandano all’ideologia del viaggio nell’aldilà. 

BIBLIOGRAFIA

A. CAMMILLI, M. MAIOLI (a cura di), Il carro “celeste” di Populonia, Pisa 2020.

 

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DIETRO AL FASCISMO | Il richiamo al concetto di “romanitas”

Mussolini si ispirava alla Roma dell’antichità formata dai “romani puri”. Credeva in una nuova romanità, autoritaria ed imperiale. All’inizio della Grande Guerra, abbandonò il socialismo per convertirsi all’interventismo e al mito di Roma. Soltanto nel 1921 la romanità divenne la principale fisionomia simbolica del fascismo, che adottò per definire la sua individualità politica, il suo stile di vita e di lotta. Mussolini elaborò l’idea di una nuova “romanità fascista”, che si concentrava sul recupero di alcuni elementi della Roma antica: non solo i più famosi “passo romano” o “fascio littorio”, ma tanto altro.

Il bassorilievo di Publio Morbiducci

La corrispondenza della romanità fascista col modello storico romano era in molti casi arbitraria, immaginaria ed inesistente. La propaganda fascista eseguì una vera e propria distorsione della storia, concentrandosi, in particolare, solo sul recupero di elementi importanti della classicità, come si evince in maniera emblematica dal bassorilievo, realizzato da Publio Morbiducci nel 1939, nell’atrio del Palazzo degli Uffici dell’Eur. Quest’opera, realizzata in lastre di travertino, illustrava attraverso una serie di edifici rappresentativi la storia di Roma, dalle origini mitiche fino ad arrivare alla rappresentazione di Mussolini a cavallo acclamato da due fanciulli. L’intento propagandistico era evidente, poiché l’autore, ispirandosi al modello della Colonna Traiana, rappresentava i fasti del regime come il momento culminante cui tutta la storia di Roma era profeticamente tesa.

Le mappe marmoree di Antonio Munõz

Ulteriore recupero di elementi classici erano le mappe marmoree, affisse per iniziativa di Antonio Munõz, Ispettore Generale delle Antichità, sul muro settentrionale della Basilica di Massenzio, ispirate senz’ombra di dubbio alla Forma Urbis Romae. Nel 1934 vi vennero collocate quattro mappe, che rappresentavano le varie fasi dell’espansionismo romano, dalla fondazione dell’Urbe al principato di Traiano. Nel 1936 se ne aggiunse una quinta, sulla quale erano riportati i nuovi confini dell’Impero fascista all’indomani della conquista d’Etiopia.

La quinta mappa di Antonio Munõz

Il Natalis Urbis – 21 Aprile

Esemplificativo recupero di elementi classici del glorioso passato romano era la commemorazione del Natale di Roma, associato all’atto di nascita della civiltà italiana, il 21 aprile. In realtà, il significato del 21 aprile venne modificato radicalmente dal fascismo, che lo adattò alle proprie necessità ideologiche, eliminandone del tutto il contesto storico. Come ricordava Aulo Persio Flacco, scrittore dell’età di Nerone, il 21 aprile era una festa della natura, consacrata ai Pales, divinità protettrice degli allevatori e del bestiame. Soltanto nel 121 d.C. sarà elevata da Adriano a Natalis Urbis, con la trasformazione della festa dei Parilia (o Palilia) in Romaia, connessa alla fondazione della città di Roma da parte di Romolo nel 753 a.C.

Il regime fascista non tenne minimamente conto della complessità sottesa in antico al 21 aprile e Mussolini finirà per dare a una delle feste più antiche di Roma una connotazione razzista. Sulla famigerata Difesa della Razza, venne pubblicato un fotomontaggio, rappresentante un’immagine tripartita che ritraeva sul lato sinistro un “legionario romano del tempo di Giulio Cesare” e su quello destro un “legionario romano del tempo di Mussolini”. Al centro era posta la lupa capitolina che, circondata da insegne romane e dai gonfaloni dei fasci di combattimento, campeggiava sulla mappa dell’Impero fascista di Munõz; sul registro superiore si trovava la legenda: “Natale di Roma Festa della razza italica”. Nasceva così una comparazione inconsistente tra il legionario romano e il soldato italiano e indirettamente la sovrapposizione tra Cesare e il Duce.

Natale di Roma, Festa della Razza italica. Da La Difesa della Razza, III, 12, 1940

La modifica del calendario e il sulcus primigenius

Mussolini iniziò anche ad incarnare alcune consuetudini tipiche degli eroi e dei capi del passato. Dal 1926, considerato il fondatore della Terza Roma, modificò il calendario, così come avevano fatto prima di lui Romolo e Augusto. Iniziò a segnare con un aratro meccanico i confini delle nuove colonie fasciste dell’Agro pontino, tracciando un moderno pomerium, che faceva sicuramente riferimento al sulcus primigenius.

Queste posizioni prese dal regime erano alquanto estreme e trovarono il loro culmine nella fondazione della Scuola mistica nel 1930 ad opera di Niccolò Giani. Motto della Scuola era “Per orbis unionem sub Lictorii signo”, il cui scopo era forgiare la futura classe dirigente del Partito Nazionale Fascista facendo rivivere il fascismo dei primi anni, quello della trincea. La mistica rappresentava per i fascisti un vero e proprio anelito verso una vita alta e piena. Era un’ispirazione a migliorarsi, a progredire e costituiva la forza stessa della giovinezza fascista.

La distorsione del concetto di romanitas giunse a dei livelli grotteschi con la traduzione in latino dei discorsi del Duce, come quelli etiopici raccolti da Nicola Festa. Era la triplice invocazione agli Italiani, che ad ogni inizio suonava alle nostre orecchie come tre squilli attenti: “Camicie nere della Rivoluzione! Uomini e donne di tutta Italia! Italiani sparsi pel mondo, oltre i monti e oltre i mari: ascoltate!”, che diviene in latino “Nigra subucula induti vos novi rerum ordinis auctores! Italiae universae cives utriusque sexus! Itali per terram orbem trans montes trans maria dispersi: audite!”

La campagna di Etiopia e il tema del cittadino-soldato

Il rapporto tra romanità e fascismo era utilizzato anche come giustificazione ideologica della politica coloniale e, in particolar modo, della vittoriosa campagna di Etiopia del 1911. L’impresa coincideva con l’anno in cui in Italia si commemorava il primo cinquantenario dell’unità, celebrato in maniera solenne con la Mostra Archeologica alle Terme di Diocleziano. La mostra, organizzata da Rodolfo Lanciani, forniva una panoramica delle antiche province create da Roma e ad ognuno dei rispettivi stati moderni si chiedeva testimonianza del loro passato romano; inoltre, intendeva mostrare un quadro, pur se sintetico, dei progressi raggiunti dall’Italia in campo archeologico.

Per la dottrina fascista, il colonialismo diventava un’esigenza vitale, che creava posti di lavoro ed evitava l’emigrazione in terra straniera. Mussolini potenziò il richiamo all’idea romana di “impero”, permettendo alla pubblicistica di distinguere un imperialismo “sconveniente”, rivolto solo allo sfruttamento delle regioni, da un imperialismo “giusto”, come quello fascista, che aveva la sola necessità di acquisire terre da affidare alla popolazione italiana in eccesso. Soggetto principale della propaganda coloniale fascista era il tema del cittadino-soldato. Mussolini cercò di sovrapporre la tematica guerriera a quella rurale, la politica agraria di Roma antica su quella della sua Italia. In realtà, come ben sappiamo, nella Roma antica si elaborò un sistema religioso-rituale che facesse in modo che nessuno dei due piani interferisse con l’altro; invece, il regime fascista considerava la dimensione agraria strettamente connessa a quella militare.

Esempio significativo ne è la cartolina “Pane per la vittoria”, realizzata da Luigi Martinati per il Ministero dell’Agricoltura e delle Risorse, ispirata proprio a questo modello. In primo piano era raffigurato un contadino intento nella semina e, sullo sfondo, un soldato che lanciava una granata, mentre in alto campeggiava la dicitura: “Il dovere dei rurali, seminare molto e bene”.

Cartolina “Pane per la vittoria”, 1940

Il fascismo aveva “fascistizzato” la Roma antica, la sua storia e il suo mito, in sostanza le sue vestigia fondamentali, utilizzandole secondo le esigenze della nuova Roma fascista.

BACK TO FASCISM | The reference to the concept of “romanitas”

Mussolini was inspired by the Rome of antiquity formed by the “pure Romans”. He believed in a new authoritarian and imperial Romanity. At the beginning of the Great War, he abandoned socialism to convert to interventionism and the myth of Rome. Only in 1921 Romanity become the main symbolic physiognomy of Fascism, which it adopted to define its political individuality, its way of life and struggle. Mussolini elaborated the idea of a new “fascist Romanity”, which focused on the recovery of some elements of ancient Rome: not only the most famous “Roman step” or “fascio littorio”, but much more.

The bas-relief of Publio Morbiducci

The correspondence of Fascist Romanity with the Roman historical model was in many cases arbitrary, imaginary and non-existent. Fascist propaganda carried out a real distortion of history, concentrating, in particular, only on the recovery of important elements of classicism, as can be seen in an emblematic way from the bas-relief, made by Publio Morbiducci in 1939, in the atrium of the Eur Office Palace. This work, made of travertine slabs, illustrated through a series of buildings representing the history of Rome, from its mythical origins to the representation of Mussolini on horseback acclaimed by two children. The propaganda aim was evident, since the author, inspired by the model of the Trajan Column, represented the splendour of the regime as the culminating moment to which the whole history of Rome was prophetically strained.

The marble maps by Antonio Munõz

Further recovery of classical elements were the marble maps, posted by Antonio Munõz, General Inspector of Antiquities, on the northern wall of the Basilica of Maxentius, inspired by the Forma Urbis Romae. In 1934 four maps were placed there, representing the various phases of Roman expansionism, from the foundation of the city to the principality of Trajan. In 1936, a fifth map was added, showing the new borders of the Fascist Empire in the aftermath of the conquest of Ethiopia.

The Natalis Urbis – April 21st

Recovery model of classical elements of the glorious Roman past was the commemoration of Christmas in Rome, associated with the birth of Italian civilization on 21st April. Actually, the meaning of 21 April radically changed by Fascism, which adapted it to its own ideological needs, completely deleting its historical context. As Aulus Persio Flacco, a writer of Nero’s age, recalled, April 21st was a feast of nature, consecrated to the Pales, gods protector of breeders and cattle. Only in 121 A.C. i twill be elevated from Hadrian to Natalis Urbis, thanks to the transformation of the feast of the Parilia (or Palilia) into Romaia, linked to the foundation of the city of Rome by Romulus in 753 B.C.

The Fascist regime did not take into account the complexity underlying the ancient 21 April and Mussolini ended up giving a racist connotation  to one of the the oldest festivals in Rome. A photomontage of the infamous Defense of Race has been published, representing a tripartite image depicting on the left side a “Roman legionary of Julius Caesar’s time” and on the right side a “Roman legionary of Mussolini’s time”. In the centre there is the Capitoline she-wolf which, surrounded by Roman insignia and the gonfalons of the fighting beams, stood out on the map of the Fascist Empire of Munõz; on the upper register there was the legend: “Christmas of Rome Feast of the Italic race”. This gave rise to an inconsistent comparison between the Roman legionnaire and the Italian soldier and indirectly on the overlap between Caesar and the Duce.

Calendar modification and the sulcus primigenius

Mussolini also began to embody some customs typical of the heroes and leaders of the past. From 1926, considered the founder of the Third Rome, he changed the calendar, just as Romulus and Augustus had done before him. He began to mark the boundaries of the new fascist colonies of the Pontine Agro with a mechanical plough, tracing a modern pomerium, which certainly referred to the sulcus primigenius.

These positions taken by the regime were rather extreme and found their climax in the foundation of the Mystic School in 1930 by Niccolò Giani. Motto of the School was “Per orbis unionem sub Lictorii signo”, whose aim was to forge the future ruling class of the National Fascist Part by let reviving the fascism of the early years, that of the trenches. Mysticism represented a real yearning for a high and full life for the fascists. It was an inspiration to improve, to progress and it was the very strength of the Fascist youth.

The distortion of the concept of romanitas reached grotesque levels through the translation into Latin of the Duce’s speeches, like the Ethiopian ones collected by Nicola Festa. It was the triple invocation to the Italians, which at each beginning sounded to our ears like three attentive rings: “Black shirts of the Revolution! Men and women from all over Italy! Italians scattered throughout the world, beyond the mountains and beyond the seas: listen!”, which became in Latin “Nigra subucula induti vos novi rerum ordinis auctores! Italiae universae cives utriusque sexus! Italians per terram orbem trans montes trans maria dispersi: audite!”

Ethiopia’s campaign and the citizen-soldier theme

The relationship between Romanity and Fascism was also used as an ideological justification for colonial politics and, in particular, for the victorious campaign of Ethiopia in 1911. The enterprise coincided with the year in which the first fiftieth anniversary of unity was commemorated in Italy, solemnly celebrated with the Archaeological Exhibition at the Baths of Diocletian. The exhibition, organised by Rodolfo Lanciani, provided an overview of the ancient provinces created by Rome and each of the respective modern states were asked to bear witness to their Roman past; moreover, it was intended to show a picture,altough concise, of the progress achieved by Italy in the archaeological field.

For the Fascist doctrine, colonialism became a vital necessity, creating jobs and avoiding emigration to foreign lands. Mussolini reinforced the reference to the Roman idea of “empire”, allowing the public to distinguish an “unseemly” imperialism,  whose aim was just the exploitation of the regions, from “fair” imperialism, like the fascist one, which only needed to acquire lands to be entrusted to the redundant Italian population. The main subject of fascist colonial propaganda was the theme of the citizen-soldier. Mussolini tried to superimpose the warrior theme on the rural one, the agricultural policy of ancient Rome on that of his Italy. Actually, as we well know, in ancient Rome the religious-ritual system was elaborated in such a way that neither plan interfered with the other; instead, the Fascist regime considered the agrarian dimension strictly connected to the military one.

A significant example is the postcard “Bread for the victory”, created by Luigi Martinati for the Minister of Agriculture and Resources, inspired by this precise model. In the foreground there was a farmer sowing and, in the background, a soldier throwing a grenade, while at the top there was the inscription: “The duty of the rural people, sow much and well”.

Fascism had “fascistized” ancient Rome, its history and myth, essentially its fundamental vestiges, using them according to the needs of the new fascist Rome.

Translated and curated by Tamara Giudice