Il Parlamento si è espresso totalmente favorevole, ma tarda l’approvazione del Mibact.
Il Parlamento è sul punto di approvare finalmente il libero riutilizzo delle immagini di beni culturali nel pubblico dominio. Questo importante traguardo è la conseguenza delle pressioni e dell’opera di sensibilizzazione di Wikimedia Italia, di ANAI, Associazione Italiana Biblioteche – AIB e ICOM Italia. Finora, infatti, non era possibile scattare né pubblicare una foto di un bene pubblico fatta in un luogo d’arte. Ad impedirlo era l’articolo108 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.
Con il nuovo Decreto cultura, firmato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 22 maggio, viene ammessa la possibilità di effettuare liberamente foto all’interno dei musei con qualsiasi dispositivo elettronico.
Il Decreto Cultura rende libera la riproduzione di beni culturali. Questo è lecito, purché non ci sia contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose (flash o illuminazione artificiale), né l’uso di stativi o treppiedi. E’ libera anche la divulgazione, con qualsiasi mezzo, delle immagini di beni culturali. Tutto questo è possibile se e solo se viene fatto senza scopo di lucro. Questo decreto rende molto più facile la vita a tantissimi studenti, ricercatori, tesisti e amanti del sapere. La riproduzione e divulgazioni di beni culturali pubblici è, infatti, essenziale per lo studio e la ricerca, così come per la manifestazione del pensiero e la promozione della cultura.
Il Parco Archeologico di Contrada Diana si trova a Lipari, nell’area pianeggiante a sud del Vallone Ponte e a nord del Vallone S. Lucia. All’area del Parco appartengono l’ampia zona recintata nei pressi del Palazzo Vescovile, delimitata a sud dall’ex via Diana (ora via G. Marconi), e altre piccole aree archeologiche adiacenti. L’intera area archeologica è stata istituita nel 1971 dalla allora Soprintendenza delle Antichità della Sicilia Orientale. Nel 1987, invece, a seguito della nascita della Soprintendenza dei Beni Culturali a Messina, è diventata patrimonio archeologico della provincia di Messina.
Area del Parco Archeologico di Contrada Diana e Castello di Lipari
Scavi archeologici sistematici sono stati condotti fin dal 1948. Per circa un ventennio, a partire dal 1954, le indagini furono condotte da Luigi Bernabò Brea e Madeleine Cavalier, i quali contribuirono a fondare il Parco e, soprattutto, il Museo Archeologico. L’intera area del Parco conserva memoria di tutta la storia dell’isola e ha restituito testimonianze di età preistorica, greca e romana. Tra queste, di particolare interesse sono la necropoli greco-romana e i resti delle cinte murarie, cui si aggiungono due complessi termali.
La necropoli di Contrada Diana
Il cuore del Parco Archeologico di Contrada Diana è costituito dalla grande necropoli. Primo sito a essere scavato, in oltre sessant’anni di scavo ha restituito quasi 3000 sepolture. Le tombe erano disposte ordinatamente, in filari, e sovrappose su più ordini: le più recenti, infatti, si trovano al di sopra di quelle più antiche. Tutte le sepolture hanno orientamento N-S e ognuna di esse era accompagnata da un corredo interno e da uno esterno. Sono state identificate ben otto tipologie di sepoltura: si tratta, prevalentemente, di sepolture in sarcofagi, più raramente all’interno di anfore defunzionalizzate. Il corredo esterno, prima posto entro un grande vaso, a partire dalla metà del IV secolo a.C. viene inserito all’interno di un involucro di argilla cruda. In età imperiale, dal I al V secolo d.C., oltre al riutilizzo di vecchie sepolture greche le tombe assumono anche forma monumentale con recinti e ipogei familiari.
Il rito funebre era misto e prevedeva sia l’inumazione che l’incinerazione, con una netta prevalenza della prima sulla seconda. I ricchi corredi funebri, conservati all’interno del Museo Archeologico Regionale Eoliano, erano composti di ceramica figurata e non, gioielli e oggetti in metallo, statuette e maschere in terracotta, che riproducono personaggi della commedia e della tragedia greche e romane.
La cinta muraria
Gli scavi archeologici hanno portato alla luce i resti di due cinte murarie, una risalente al periodo della prima fondazione e l’altra al rifacimento della metà del IV secolo a.C. Le mura più antiche sono state rinvenute nel 1954, sotto quella che oggi è piazza Luigi Salvatore d’Austria. Si tratta di mura in opera poligonale, con grandi blocchi di pietra lavica perfettamente sbozzati, costruite con l’intento di proteggere il nucleo abitativo greco, che si estendeva tra la collina della Civita e il Castello.
Ciò che è visibile a Contrada Diana è il rifacimento della prima metà del IV secolo a.C.: si tratta di un tratto lungo 50 m, che evidenzia la presenza di torri quadrate di protezione. La nuova e più ampia cortina si adattava all’espansione dell’abitato greco. Questa seconda tecnica di costruzione prevedeva un riempimento di pietrame compatto, foderato, su entrambe le facce, da blocchi isodomi in pietra proveniente dal Monte Rosa di Lipari.
Con l’arrivo dei Romani, la città greca viene distrutta e obliterata dai resti della rioccupazione di epoca romana. Nella seconda metà del I secolo a.C., i cittadini edificano una nuova parallela linea di fortificazione, che dista 6,50 m dalla precedente: si tratta dell’aggere di Sesto Pompeo, opera dalla forma irregolare, composta di solo pietrame a secco e blocchi di spoglio. Le nuove mura facevano parte delle fortificazioni volute da Sesto Pompeo in occasione della guerra civile del 36 a.C. contro Ottaviano. Le mura, così come la necropoli, sono impiantate in un’area che era stata sede del villaggio preistorico, afferente alla cultura di Capo Graziano: esse, infatti, tagliano i resti di antiche capanne a pianta ovale, costruite con la tecnica del muro a secco.
I complessi termali
A tutto questo si aggiungono i complessi termali di via Mons. Bernardino Re e di via Franza. Il primo si trova quasi di fronte al Palazzo Vescovile e mostra resti di ambienti a carattere pubblico, con mosaici pavimentali e canalette di scarico, databili all’età imperiale. Sono ben visibili, inoltre, i resti di una vasca a ferro di cavallo, il frigidarium, e alcuni spazi adiacenti interpretati come tepidarium e calidarium. In via Franza, incastonato in quello che gli studiosi interpretano come un quartiere lavorativo, vi è un più modesto edificio termale. Questo, risulta essere composto da tre vani, dotati di pavimento in cocciopesto, uno dei quali, per la presenza delle caratteristiche colonnine in mattonelle sotto il piano pavimentale, è stato riconosciuto come calidarium. Questo secondo edificio termale risale alla tarda età imperiale.
“Le Ateniesi” di Alessandro Barbero è un romanzo storico ambientato in un momento cruciale per la storia di Atene: l’inverno del 411 a.C., precisamente il giorno della prima rappresentazione della commedia di Aristofane, Lisistrata. Nel romanzo si intrecciano tre linee narrative differenti: la politica ateniese (che lo storico descrive con dovizia di particolari in tutta la sua vivacità, rendendo il lettore partecipe degli odi, degli intrighi e degli scontri della polis), un sanguinoso delitto ai danni di due ragazze e la rappresentazione di Lisistrata.
In un clima difficile per Atene, da anni in guerra con Sparta, un gruppo di aristocratici capitanati dal nobile Crizia complotta per rovesciare il regime democratico e instaurare l’oligarchia. Consci che il popolo non avrebbe accolto con favore il colpo di stato, i congiurati decidono di arrivare al cambiamento con gradualità, spargendo terrore attraverso la violenza sulle classi meno abbienti, affinché siano i cittadini stessi a dover rinunciare a parte della libertà per riacquistare la loro sicurezza.
In questo clima tesissimo si svolge la vicenda drammatica di Charis e Glicera, due ragazze figlie di cittadini liberi ma di estrazione popolare. Glicera è attratta da Cimone, il giovane e ricco vicino di casa. Lo sfaccendato rampollo in compagnia di due amici della sua stessa condizione, Argiro e Cratippo, notata la propria influenza sulla giovane, la invita a portargli in casa dei fichi, una sera in cui tutti gli adulti si trovano a teatro. Glicera porta con sé l’amica Charis. Nella casa del ricco Cimone si consuma la tragedia: le due ragazze vengono violentate e seviziate dai tre aristocratici.
La descrizione del delitto, dichiara lo stesso Barbero, è ispirata al massacro del Circeo: l’autore ravvisa nel clima politico di Atene una similitudine con gli anni di piombo in Italia, anni in cui la cosiddetta “strategia della tensione” mirava a scardinare la democrazia. Proprio al centro di quel travagliato periodo storico, nel 1975, il delitto del Circeo, perpetrato da due esponenti dell’estrema destra romana ai danni di due giovani ragazze di estrazione popolare, sconvolse l’opinione pubblica per l’efferatezza degli aguzzini. Alessandro Barbero compie un’operazione affascinante e spregiudicata: porta indietro, nell’Atene classica, un dramma sinistramente attuale. Rappresenta una violenza che è al tempo stesso femminicidio, efferato atto politico e azione di prevaricazione dei potenti sui deboli.
Mentre a casa di Cimone si consuma la tragedia, nel teatro di Dioniso, ad Atene, sta andando in scena la più famosa commedia dell’antichità, Lisistrata, testo in cui le donne sono protagoniste attive e, attraverso numerosi stratagemmi (il più famoso è lo “sciopero del sesso”) riescono a riportare la pace in una Grecia martoriata dalla rivalità tra Sparta e Atene.
Commedia e tragedia, passato e presente si intersecano in questo romanzo complesso del grande storico piemontese, facendoci ridere, piangere e riflettere sui meccanismi della storia e dell’animo umano, così simili nel corso dei secoli, sui quali ancora oggi troppo poco si riflette.
Nascere e morire lo stesso giorno, tra l’altro nella commemorazione dei morti, è quasi ironico, proprio come lo era Gigi Proietti. Un personaggio davvero singolare, un’artista oltre ogni misura. Un mostro sacro dello spettacolo. Una carriera lunga, lunghissima, più di mezzo secolo in scena e sul set. Una escalation di successi: al teatro, al cinema, in televisione e nel doppiaggio. Sua la voce italiana di attori del calibro di Marlon Brando, Dustin Hoffman, Robert De Niro, Ian McKellen, il genio di Aladdin e Sylvester Stallone nel primo Rocky.
Una personalità istronica, una novità rispetto al teatro della tradizione e della prosa. Ricordiamo due dei suoi maggiori spettacoli teatrali: A me gli occhi please (1973), o Come mi piace (1983). E’ stata sua la decisione di costruire un Globe Theatre d’ispirazione shakespeariana nel 2003, all’interno dei giardini di Villa Borghese a Roma, per commuovere il pubblico attraverso la poesia e la tragedia del Bardo inglese.
Un uomo dalle mille sfaccettature che si propone anche in TV e al cinema. Magistrale lo spaventoso Mangiafuoco in Pinocchio (2019), il simpatico e arguto Maresciallo Rocca (1996-2005), l’irriverente Mandrake in Febbre da Cavallo (1976), o lo splendido Conte Duval nel più recente film Un’estate al mare (2008).
Una perdita immensa per la sua Roma, che tanto amava, e per la sua Italia, che tanto lo ammirava. La sua voce si spegne in un momento drammatico per il teatro, con i palchi costretti al silenzio dall’emergenza.
Il nostro piccolo omaggio al grande artista in questo video.
Con “arte amarniana” si intende la produzione artistica dell’Egitto legata alle vicende di Akhenaton, sovrano appartenente alla XVIII dinastia. Akhenaton: rivoluzionario, eretico, monoteista, deforme… sicuramente un innovatore, che neanche la damnatio memoriae cui fu sottoposto riuscì a cancellare dalle pagine della storia; anzi, oggi è uno dei più famosi faraoni d’Egitto, insieme a Tutankhamon.
In Egitto, nel corso del Nuovo Regno, ci fu un radicale mutamento in campo religioso. Amenofi IV, faraone della XVIII dinastia, attuò una riforma allo scopo di diminuire il potere del dio Amon e dei suoi sacerdoti, poiché essi, grazie al prestigio e alla ricchezza guadagnati, erano diventati un’inammissibile alternativa al potere faraonico. Questo portò Amenofi IV a preferire Aton, il disco solare; in suo onore, quindi, cambiò nome in Akhenaton, “Colui che è gradito ad Aton”, e fondò ex novo a Tell el-Amarna, lontano da Tebe, una nuova capitale, chiamata Akhetaton, l’“Orizzonte di Aton”.
I nuovi canoni dell’arte amarniana
Busto di Nefertiti (Neues Museum, Berlino)
La sua riforma investì anche il campo artistico: si imposero nuove forme espressive, lontane dalla tradizione, volte al realismo (esempio ne è il Busto della regina Nefertiti, la cui serena bellezza risplende da secoli, conservato a Berlino) e alla rappresentazione di scene di vita domestica della famiglia reale (come la stele in calcare, anch’essa a Berlino, raffigurante Akhenaton, la moglie e le tre figlie). Queste scene furono una vera e propria novità: fino ad allora, infatti, erano state giudicate fin troppo intime per essere riprodotte sulle mura degli edifici pubblici.
Statua colossale di Akhenaton (Museo Egizio, Il Cairo)
Col passare del tempo, il realismo dello stile amarniano si esasperò, spingendo i tratti fisionomici fino alla deformità. La statua colossale di Akhenaton, proveniente dal tempio dedicato ad Aton a Karnak e attualmente conservata al Museo Egizio del Cairo ben esemplifica il nuovo canone artistico: essa presenta la testa dall’innaturale forma allungata su un lungo collo sottile, il viso con labbra carnose, occhi a mandorla, guance infossate, zigomi, naso e mento pronunciati; infine, il corpo dal torso stretto, ventre rilassato, fianchi e cosce ampi e polpacci sottili.
Alcuni studiosi, ipotizzando che gli artisti, nella realizzazione delle loro opere, si fossero basati sul reale aspetto di Akhenaton, avevano supposto che questi soffrisse di problemi patologici e di deformità congenite, riscontrabili, per l’appunto, nell’allungamento degli arti e del cranio.
L’alterazione delle forme e delle linee testimonia l’intento innovatore di Akhenaton; tuttavia, questo non ebbe effetti devastanti sulla resa della figura, che, pur apparendo squilibrata, traeva ispirazione da una feconda creatività e da soluzioni stilistiche inusuali, che non dipendevano da alcun canone. La libertà di espressione che ebbe l’artista amarniano portò ad allargare i percorsi stilistici e le tematiche di rappresentazione, includendo riferimenti alla regalità, oltre a momenti di vita quotidiana e di intimità della famiglia reale.
Il mese di ottobre ci lascia con un’incredibile notizia: riapre HerMA, il Museo Archeologico di Herdonia, l’antica città romana scoperta nel secolo scorso su una collina a sud-ovest dell’attuale Ordona (FG).
Il Museo riparte con l’aiuto dell’Associazione di promozione sociale Mira, giovani professionisti nel settore dei Beni Culturali che da sempre si impegnano a valorizzare il patrimonio storico, archeologico e naturalistico dell’affascinante provincia pugliese.
Herdonia, una Pompei dimenticata
Herdonia fu teatro di due cruciali battaglie della seconda guerra punica: Annibale lì vinse i romani nel 212 e nel 210 a.C. Livio racconta, non a cuor leggero, che la speranza e il timore degli eventi, avvertiti non soltanto dai Romani, si rinnovavano vicendevolmente, quasi senza pietà.
Anche da parte dei Cartaginesi la presa di Taranto si contrapponeva alla perdita di Capua e, se da un lato motivo di gloria era l’esser giunti fin sotto le mura di Roma senza che nessuno li fermasse, sentivano d’altro canto il rammarico dell’impresa vana e la vergogna, poiché da un’altra porta un esercito romano si incamminava per la Spagna. Livio, XXVI, 37
Herdonia raggiunse il suo massimo splendore in età imperiale, grazie alla vicinanza alla via Traiana, un’importantissima arteria di collegamento da Benevento a Brindisi. La città, sopravvissuta alle invasioni barbariche, ospitò uno dei castelli di Federico di Svevia, ma fu abbandonata circa cent’anni dopo; il vero reinsediamento cominciò tra XVII e XVIII secolo, in una zona vicina all’antico sito.
Gli scavi
Gli scavi stratigrafici hanno riportato in luce elementi significativi dell’antica Herdonia: resti di mura perimetrali e della porta principale con torri in opus reticulatum a base quadrata; in un grande complesso di costruzioni sono riconoscibili: due templi, la basilica, il foro, il mercato, le terme e, a nord-est, un piccolo anfiteatro. All’esterno delle mura si estende una grande necropoli, che ha restituito diversi esempi di ceramica dauna conservati nei musei di Foggia, Bari e Taranto.
Nel 2000 gli scavi sono stati interrotti per un contenzioso tra il MiBACT e i proprietari dei terreni su cui sorge Herdonia. Nel 2014, poi, il Ministero è riuscito ad acquisire parte della proprietà e tutt’oggi sta cercando di ottenere il resto del terreno per continuare gli scavi. Ma, nonostante l’impegno dei piani alti, la vegetazione si è riappropriata del luogo, danneggiando gravemente le strutture liberate dalla terra.
Dopo un periodo di inattività, il Museo ha riaperto con un ricco programma di eventi per tutti i weekend del mese di Novembre e successivi, tra visite guidate con esperti archeologi e laboratori didattici per bambini. Il calendario è in continuo aggiornamento!
Un team di ricercatori della Sapienza, Università di Roma, in collaborazione con l’Università TAU di Tel Aviv, ha scoperto il metodo di conservazione del cibo usato circa 300.000 anni fa.
Cristina Lemorini, responsabile del Laboratorio di analisi tecnologica e funzionale dei manufatti preistorici (LTFAPA) del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, in collaborazione con il laboratorio DANTE (Sapienza) e con l’Università di Tel Aviv, ha diretto la ricerca. L’articolo, pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne, dimostra come, già dal Paleolitico Inferiore, una comunità di ominidi vissuti a Qesem Cave (Israele) conservassero cibo e altri materiali deperibili. Utilizzavano una sostanza naturale con un altissimo potenziale antibatterico: la cenere di legna.
“L’eccezionale scoperta retrodata l’utilizzo di tecniche di conservazione di materiali deperibili, finora mai individuate in periodi cronologici così antichi, e ridisegna l’immagine dei nostri antenati mettendo in luce una complessità cognitiva e culturale già a partire dal Paleolitico Inferiore” – spiega Cristina Lemorini.
Le micro-tracce sulle lame litiche osservate al microscopio
La testimonianza dell’uso della cenere di legna per conservare cibo e la pelle delle prede uccise, posponendone così la lavorazione, è data da particolari modificazioni microscopiche dei margini d’uso delle lame litiche a cui sono associati dei micro-residui. I risultati sono supportati da una sperimentazione ad hoc, che ha riprodotto lo stesso tipo di evidenze utilizzando repliche di lame litiche per manipolare materiali organici trattati con cenere di legna.
Archeologia sperimentale su materiali organici trattati con cenere di legna
Conosciuta con il nome di Zona Falcata per via della sua forma, la penisola di San Raineri, a Messina, racconta una storia più che millenaria, di secoli più antica rispetto alla canonica fondazione della colonia Zancle a opera dei Calcidesi.
La Zona Falcata custode di relitti
Quel tratto del mar Ionio che bagna la penisola fu lo scenario di numerose battaglie. I suoi fondali e le sue coste diventarono cimiteri per imbarcazioni, che, con il passare del tempo, furono dimenticate. Ma qualcosa ancora fa capolino dal passato, come promemoria di un tempo in cui Messina era il crocevia delle principali rotte commerciali e di collegamento tra l’isola, la penisola italiana e il resto del Mediterraneo.
Il Rigoletto
Lungo la parte sud della zona Falcata giace, indisturbato, il relitto di una storico traghetto: il Rigoletto. Il relitto deve la sua fama alla prua che fuoriesce dall’acqua, chiaramente visibile a pochi metri dalla riva e poco distante dalla Cittadella spagnola. Mentre la poppa sprofondava, appoggiata sul fondale, è divenuta habitat di diverse specie di pesci, unici nel mar Mediterraneo (pesci trombetta e castagnole rosa e nere). Nel 1968 la nave fu venduta all’Italia e, col nome “Maddalena Lofaro”, effettuò numerosi viaggi. Il primo luglio del 1980, sulla nave, mentre questa trasportava automobili usate da Antwerp (Belgio) a Beirut in Libano, scoppiò un incendio. L’equipaggio fu costretto ad abbandonare l’imbarcazione, che dal Mediterraneo fu rimorchiata nel porto di Messina.
Ormai troppo danneggiata per riprendere a viaggiare per mare, fu abbandonata nella zona della Real Cittadella, dove, in acque poco profonde, ha trovato il suo ultimo porto. Il Rigoletto non è l’unico relitto presente lungo la zona Falcata, come, del resto, non è l’unico che si trova nei fondali delle coste siciliane.
Altri relitti moderni: il traghetto Cariddi
Un altro relitto che si può ammirare nei fondali della zona Falcata è quello del traghetto Cariddi, storica imbarcazione risalente ai primi anni ’30 del XX secolo. Questa permetteva il collegamento ferroviario tra le coste calabresi e quelle siciliane attraverso lo Stretto di Messina. Il Cariddi era simbolo di grande innovazione e fu la prima nave ad avere un sistema di propulsione diesel. Fu affondata durante la seconda guerra mondiale, riemersa negli anni successivi e riqualificata con un allungamento dello scafo, per poi esser dismessa nel 1990. Infine, ormai dimenticata lungo la costa, affondò in silenzio negli anni 2000. La nave, meta prediletta per le immersioni subacquee, dà riparo e vita a innumerevoli specie marine animali (gamberi, spigole, cernie, ecc.), adagiata sul fondale roccioso calcareo.
In antico
Durante una campagna di ricerca, effettuata con scansioni, verifiche Rov e immersioni subacquee, sono stati scoperti, in fondo allo Stretto di Messina, due relitti perfettamente integri di navi mercantili, risalenti al II-IV secolo d.C. L’area interessata alla campagna archeo-subacquea abbraccia un tratto di mare di 49 km2, poco distante rispetto alla zona Falcata. In questa operazione hanno lavorato in sinergia istituti pubblici e privati: Aurora Trust, la Soprintendenza ai Beni Culturali del Mare di Palermo, Oloturia Sub, Bimaris edizioni. La campagna di ricerca fa parte del progetto “Atlantis”, un piano biennale di mappatura dei fondali dello Stretto di Messina. Durante la campagna svoltasi dal 13 al 19 giugno del 2011, sono state ritrovate nel primo relitto anfore nord-africane ben conservate, nel secondo macine intere, lingotti di piombo con timbro, fondamentale per individuarne la provenienza, e tre ancore in ferro, oggi conservate nei magazzini di Palazzo Zanca a Messina.
Nota sin dall’Ottocento una grande galleria sotterranea che occupa lo spazio tra il tempio c.d. di Nettuno, già teatro di importanti interventi, e il tempio noto come “Basilica” nel santuario meridionale del Parco Archeologico di Paestum (SA).
Per la prima volta è stato realizzato un rilievo dettagliato del monumento sotterraneo: la galleria ha una lunghezza di quasi cinquanta metri! La malta idraulica che riveste interamente le pareti della struttura lascia ipotizzare la presenza di una grande cisterna.
Il problema dell’acqua
“A Paestum l’approvvigionamento delle acque rappresentava una criticità. L’acqua del Capodifiume era malsana e i pozzi non risolvevano il problema perché l’acqua di falda tendeva a essere salmastra vista la vicinanza della città al mare. Così, raccogliere l’acqua piovana che scorreva dai tetti dei due templi più grandi della città in una grande cisterna poteva essere una buona idea” – spiega il direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel.
Come sottolinea il funzionario archeologo del Parco, Francesco Scelza, la posizione della cisterna all’interno del grande santuario urbano della città antica non è casuale. Nei riti antichi l’acqua giocava un ruolo fondamentale, anche se spesso non è facile distinguerne un uso cultuale da un uso corrente.
Paestum fa grandi progetti: la galleria sarà visitabile
Intanto, si sta già pensando al futuro: “Sarebbe bellissimo poter far visitare un giorno Paestum sotterranea a tutti – dichiara il direttore – ovviamente solo dopo un restauro attento della struttura e con tutte le misure di sicurezza. È un monumento che come pochi altri illustra come i templi fossero parte di una società, di un’economia e di una vita quotidiana nella quale la gestione delle acque rivestiva un ruolo centrale, dalla bonifica della piana da parte dei coloni greci fino all’impaludamento nell’Alto Medioevo. La storia di Poseidonia, come abbiamo raccontato in una mostra recente su archeologia e cambiamenti climatici, è anche la storia del rapporto tra la comunità e l’acqua”.
Il sopralluogo nella cisterna tra i due templi ha rivelato anche testimonianze molto più recenti: graffiti che viaggiatori dell’Otto- e del Novecento hanno lasciato sulle pareti della galleria sotterranea, a volte datandoli; il più antico finora riscontrato risale al 1855, il più recente al 1965.
I graffiti dell’Otto-Novecento nella galleria sotterranea di Paestum (SA)
Il processo di identificazione tra Augusto e Mussolini e il richiamo all’antico toccò l’apice con la grande Mostra Augustea della Romanità del 1937. Diretta da Giulio Quirino Giglioli, fu inaugurata al Palazzo delle Esposizioni per celebrare il bimillenario della nascita di Augusto.
Manifesto della Mostra Augustea della Romanità
Il Palazzo delle Esposizioni
La facciata del Palazzo, realizzata da Alfredo Scalpelli, presentava delle “scritte lungo tutta la facciata, che ammonivano i visitatori e i passanti sulla potenza indistruttibile di Roma, sulle doti della gente italica e sulla universalità della politica romana, con le parole di grandi scrittori classici e cristiani”. Era decorata con copie di statue romane di barbari prigionieri, i cui originali (II sec. d.C.) si ritrovavano nelle collezioni del Palazzo dei Conservatori.
L’intero prospetto della facciata era un netto richiamo all’impianto tripartito dell’arco di Costantino, con i calchi delle statue a imitare le statue di epoca traianea poste sulla sommità dell’antico monumento. Sulla chiave di volta dell’ingresso centrale della Mostra c’era un calco della statua della Vittoria di Metz, rimando alle Vittorie trofeofore collocate nel fornice mediano dell’arco di Costantino. Già dalla sola realizzazione della facciata, si concepiva il voler riutilizzare elementi classici e la volontà di connettere l’impero fascista con quello romano.
La facciata del Palazzo delle Esposizioni
Le sale espositive della Mostra
Giglioli aveva allestito ventisei sale dedicate alla storia di Roma, dai primi re alla formazione dell’Impero, considerato uno spazio che i Romani avevano conquistato perché superiori da un punto di vista culturale. I visitatori, attraverso la mostra, potevano conoscere gli usi, i costumi, le tecniche e l’economia dell’intero mondo romano.
Ingresso della Mostra Augustea della Romanità
Una delle sale più importanti era sicuramente la sala dell’Impero, con i calchi di monumenti a carattere trionfale, come il rilievo di un sacrificio compiuto probabilmente da Traiano, dinanzi a un grande tempio. Il sacrario della Mostra era la sala dedicata ad Augusto (sala X), dove, sormontata dal brano di Svetonio che ne esaltava la nascita, compariva la statua dell’Augusto di Prima Porta.
Frammento del brano di Svetonio
La croce di vetro nella Sala di Augusto
L’analogia mistica tra Augusto e Mussolini troverà traduzione iconografica in una croce di vetro recante impresse le parole di S. Luca. La croce faceva riferimento al censimento imperiale indetto da Augusto e alla nascita di Cristo. Netta diventava l’identificazione tra Augusto, “cooperatore della Divina Provvidenza” e Mussolini, che, dopo i Patti Lateranensi, sarà considerato come l’uomo della Provvidenza.
La croce di vetro
Il Giglioli recuperò centinaia di calchi, modelli di monumenti, macchine, plastici di città, carte geografiche e topografiche che mettevano in risalto la potenza e la grandezza dell’Impero. Difatti, la mostra aveva lo scopo di “educare le masse”, di parlare al grande pubblico ed esaltare le similitudini tra l’antico impero di Augusto e il nuovo impero di Mussolini.
L’immagine di Costantino
Nelle sale XXIV e XXV emergeva l’immagine “fascistizzata” di Costantino. Le sale erano poste in comunicazione tra loro dall’architettura, che suggeriva la continuità ideale tra gli obelischi e gli archi di trionfo del presente e del passato. Si pensi all’arco di trionfo di Costantino «eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 d.C., che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, dando inizio all’Era dei Fasci».
Il salvatore della pace
Di ritorno da Monaco, reduce dalla chiusura della Mostra Augustea della Romanità, Mussolini, almeno in patria, poté presentarsi romanamente nelle vesti del “salvatore della pace”. Se quelle vesti non trassero in inganno Pio XI, altrettanto non si potè dire per la stampa cattolica. Il 5 novembre 1938 La Civiltà Cattolica inneggiava a Mussolini come novello Augusto, ritornato da oltralpe con la pace. Una pace che voleva somigliare alla Pax Augustea, che durò ben quattro secoli, ma, quando si allontanò dall’Europa, non vi restò che disordine e barbarie, che, da lì ad un anno, distrussero il mito della romanità.
Mussolini come Augusto e Costantino
Il Duce personificava il modello di Costantino, imperatore cristiano, e quello di Augusto, princeps fondatore dell’impero: una fusione di due modelli imperiali. Ciò avvenne attraverso il recupero della leggenda circa la “cristianizzazione” di Augusto, la cui testimonianza emergeva dai pannelli della Mostra augustea in cui era rappresentato. Un Augusto “cristianizzato” e consapevole della sua missione terrena, illuminata dalla luce della provvidenza, coincidente con la missione redentrice di Cristo. Mussolini, dunque, rivendicava al fascismo il merito di aver restituito a Roma l’autorità e il prestigio di capitale d’Italia; inoltre, aveva utilizzato il mito di Roma e, in particolare gli elementi classici, per fornire una legittimazione storica e una consistenza ideologica al fascismo.
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