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NEWS | Campo Pianelli (RE) torna all’Età del Bronzo, nasce il parco archeologico

A Castelnovo ne’ Monti (RE), nell’Appennino Reggiano, nascerà un nuovo parco archeologico sull’Età del Bronzo, che interesserà il territorio di Campo Pianelli, sito che ha restituito importantissimi tesori.

Campo Pianelli tra i secoli

La primissima fase di vita di Campo Pianelli (RE) fu effimera e nella tarda età del Rame. Dopo secoli, per tutta l’età del Bronzo, spopolarono le terramare, gruppi di abitazioni su palafitte che le evidenze archeologiche hanno ben mostrato.

I primi ritrovamenti a Campo Pianelli risalgono alla metà del 1800 ad opera dei proprietari terrieri di allora; solo nel 1865 don Gaetano Chierici si recò personalmente sul luogo e, grazie ad un piccolo saggio, rinvenne due tombe. Dopo altri ritrovamenti fortuiti, gli scavi stratigrafici iniziarono negli anni ’70 del ‘900 e proseguirono fino al 2012, portando alla luce quasi 50 tombe ad incinerazione in ossuario interrato e circondato da schegge di pietre. Pavimenti in terra battuta, cotta dal calore del focolare, e lastre di arenaria, forse parte di ingressi, sono solo alcuni dei resti di abitazione rinvenuti.

Il progetto del Parco: Archeologia sperimentale al lavoro!

Il progetto prevede la ricostruzione di alcune tombe appositamente realizzate con gli strumenti disponibili a quel tempo. Sarà, quindi, un lavoro impegnativo per l’Archeologia sperimentale, in collaborazione con artisti e artigiani dell’Appennino, che replicheranno gli oggetti del corredo in osso, ambra e bronzo.

“L’obiettivo è dare valore a un luogo che è un unicum sull’Appennino e uno dei più importanti su tutto il territorio emiliano. Vorremmo emergesse in modo chiaro la storia della sua frequentazione umana, che rappresenta la nostra identità. Crediamo che questo parco potrà avere un richiamo forte anche oltre i confini provinciali” – commenta Chiara Borghi, Assessore al Turismo di Castelnovo ne’ Monti (RE).

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PERSONAGGI | Antonia Ciasca, il Mediterraneo tra Etruschi e Fenici

La rubrica di novembre
Vogliamo dedicare la rubrica Personaggi del mese di novembre alle donne che hanno fatto la storia dell’archeologia e della cultura in Italia iniziando da una archeologa che, senza dubbio, ha lasciato una traccia indelebile negli studi sul Mediterraneo fenicio e punico. 

Ritratto di Antonia Ciasca realizzato da Lorenzo Nigro (per gentile concessione dell’autore)

 

Antonia Ciasca
Antonia Ciasca è stata una delle archeologhe più in vista del panorama italiano e mediterraneo del secondo Novecento. Etruscologa e studiosa della civiltà Fenicia, allieva di giganti quali Massimo Pallottino e Sabatino Moscati, ha lasciato il segno nella storia degli scavi dell’isola di Mozia, in Sicilia.
Nacque a Melfi (PZ) il 21 Marzo 1930 da Raffaele Ciasca (storico e Senatore della Repubblica Italiana) e Carolina Rispoli (scrittrice, saggista e romanziera). A seguito dei trasferimenti del padre, docente universitario, frequentò le scuole prima a Genova e poi a Roma, dove conseguì la maturità classica.

Tra Etruschi e Fenici
A Roma si laureò presso l’Università La Sapienza, dove fu allieva di Massimo Pallottino e partecipò agli scavi del centro etrusco di Pyrgi (Santa Severa). Pyrgi, famosissimo centro in cui, pochi anni dopo verranno ritrovate le lamine d’oro con l’iscrizione bilingue in etrusco e fenicio, è un primo filo sottile che, unendo mondo etrusco e punico, avvicinò la neo-dottoressa Ciasca agli studi sui Fenici.
Divenne presto assistente di Sabatino Moscati, all’epoca docente di epigrafia semitica, e con lui iniziò il percorso che la porterà in Oriente, partecipando, nel 1959, alla missione archeologica a Ramat Rahel, in Israele.

MAM Missione archeologica a mozia
Un ritratto giovanile di Antonia Ciasca con la kefiya palestinese (dalla pagina http://www.lasapienzamozia.it )


Dal 1963, per sei anni consecutivi, diresse gli scavi della prima missione archeologica italiana a Tas Silg (Malta): qui identificò il santuario di Astarte, noto dalle fonti classiche (ne parla Cicerone) come un notissimo luogo di culto in cui approdavano fedeli da tutto il Mediterraneo.
L’anno successivo divenne direttrice della missione archeologica a Mozia (TP), sito al quale dedicherà gran parte della sua attività lavorativa. A Mozia Antonia Ciasca scelse di iniziare le sue ricerche da un luogo simbolo della civiltà fenicia e punica: il Tofet, luogo di sepoltura dei bambini e, secondo alcuni testi antichi, luogo dove gli infanti venivano sacrificati al dio Baal Hammon. Allo stesso tempo, però, cominciò a scavare in modo sistematico l’abitato della città punica, avviando le prime scoperte riguardanti l’urbanistica dell’isola. Archeologa brillante e metodica, Antonia Ciasca pubblicava annualmente i resoconti preliminari delle ricerche sul terreno, dimostrando di padroneggiare il metodo stratigrafico in maniera encomiabile.
La sua devozione al lavoro la portò, nel 1966, a soli 36 anni, ad assumere, prima in Italia, la neonata cattedra di Antichità Puniche all’Università La Sapienza.

Organizzazione
Un’immagine storica degli scavi del Tofet di Mozia

Mozia nel contesto del Mediterraneo occidentale
Gli studi e le ricerche a Mozia indussero la studiosa lucana a partecipare a scavi e ricerche in altri centri punici del Mediterraneo, onde poter avere una più ampia visione della cultura punica che l’isola siciliana andava restituendo. Nel 1975 Ciasca si recò a Tharros (Sardegna), negli anni ’80 in Algeria e Tunisia, a Cap Bon e Ras ed-Drek; infine, nel 1998 riprenderà, con immuntato vigore, le ricerche a Tas Silg.

Un’archeologa eccezionale
Antonia Ciasca pare fosse di carattere molto riservato. I suoi collaboratori la descrivono come una donna allegra ma silenziosa, che amava l’archeologia più di ogni cosa e trascorreva ore nel suo studio a catalogare e studiare i reperti.
L’archeologa melfitana concepiva la ricerca come un continuo lavoro di lima e cesello. Risultati evidenti della sua opera di archeologa sono centinaia di stele e di urne rinvenute nel Tofet di Mozia, oggi custodite sull’isola presso il Museo Whitaker, gli imponenti tratti di mura e le torri scavate nel tratto nord-est della cinta difensiva della città.
Antonia Ciasca si spense a Roma il 1° Marzo del 2001. A lei è dedicata un’aula nell’edificio della facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza. Per volere della famiglia, l’intero patrimonio librario della studiosa è stato donato al Dipartimento di Scienze dell’Antichità, dove, attualmente, costituisce il cosiddetto “Fondo Ciasca”, gestito direttamente dalla Missione Archeologica a Mozia dell’Università La Sapienza che, nel segno di Antonia Ciasca, continua brillantemente le ricerche ancora oggi.

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ANTICO EGITTO | Hatshepsut e la damnatio memoriae

Hatshepsut fu la donna-faraone che regnò sull’Egitto tra il 1473 e il 1458 a.C. Il suo nome è legato al programma edilizio culminato con la costruzione del grande Tempio di Deir el-Bahari a Tebe Ovest.

Deir el-Bahari
Deir el-Bahari, vista dall’alto

La vita

“Hatshepsut”, esclamò sua madre Ahmes dandola alla luce, ovvero “Ha il volto delle Nobili Dame”; figlia di Thutmosi I, sin da piccola si dimostrò più dotata dei suoi fratellastri, ma per accedere al trono dovette sposare il maggiore di loro Thutmosi II, debole di fisico e di mente, che la lasciò presto vedova. Assunse, allora, la reggenza al posto di Thutmosi III, ma via via andava acquistando sempre più le caratteristiche di un re: infatti, si faceva rappresentare con la barba posticcia tipica dei faraoni.

Per la sua incoronazione la regina fece scrivere un testo di carattere mitologico, nel quale giustificava il suo avvento al trono per volere degli déi; inoltre, in questo testo affermava di essere il risultato dell’unione tra sua madre e il dio Amon e che suo padre Thutmosis I l’avesse nominata suo successore prima della sua morte.

Nonostante l’apparente successo del suo regno e una sepoltura nella Valle dei Re, i monumenti a lei dedicati sono stati deturpati dopo la sua morte con una drastica damnatio memoriae, apparentemente voluta dal suo co-sovrano, nonché figliastro/nipote, Thutmosis III.

damnatio memoriae hatshepsut
Iscrizione dalla Cappella di Anubi, Deir el-Bahari: a sinistra, i nomi di Hatshepsut cancellati; a destra, quelli di Thutmosis III lasciati intatti.

Il fatto che una donna fosse divenuta faraone d’Egitto era molto insolito. Nella storia dell’Egitto, durante il periodo dinastico, ci sono state solo due o tre donne che riuscirono effettivamente a governare come faraoni, piuttosto che ad esercitare il potere come ”la grande moglie“ di un re.

Hatshepsut avviò una nuova corrente artistica, indisse una riforma teologica, amministrò, con rara efficacia, le finanze statali e organizzò spedizioni molto proficue, come quelle nella misteriosa terra di Punt, da cui le navi egizie tornavano piene di incensi e strani animali. Un attivismo che intaccava i già delicati equilibri politico-religiosi e che le procurò pericolosi nemici: il giovane pupillo, i sacerdoti di Osiride e tutti coloro che mal sopportavano l’influenza di Senenmut, il potente consigliere che, forse, fu qualcosa di più per la regina.

L’architettura

La regina operò nel tempio di Karnak, in cui fece costruire delle cappelle, un santuario per la barca sacra ed erigere due obelischi; Deir el-Bahari fu il sito prescelto dalla sovrana dove collocare il suo tempio funerario, mentre la sua tomba fu realizzata nella valle dei Re.

Il tempio funerario, noto anche come djeser-djeseru (“santo fra i santi”), è un tempio situato a ridosso delle alture rocciose di Deir el-Bahari, sulla riva occidentale del Nilo, vicino alla Valle dei Re. Esso è dedicato alla divinità solare Amon Ra e si trova vicino al tempio del faraone Montuhotep II.

Il complesso sfrutta una rivoluzionaria soluzione planimetrica di divisione della struttura su diversi livelli, in armonia con lo scenario roccioso sottostante. Il tempio è considerato il punto di maggior contatto tra l’architettura egizia e quella classica: esempio dell’architettura funeraria del Nuovo Regno, segna un punto di svolta, abbandonando la geometria megalitica dell’Antico Regno per passare ad un edificio che permetta il culto attivo.

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NEWS | La più antica bottiglia d’olio del mondo è a Napoli

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) conserva un reperto unico al mondo: la più antica bottiglia d’olio d’oliva, restituita dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Si tratta dell’ultima scoperta del Parco Archeologico di Ercolano, dopo quella dei neuroni vetrificati.

La bottiglia d’olio dai depositi del Museo ai riflettori

La bottiglia d’olio aveva già fatto capolino vicino ad una pagnotta coeva in Res Rustica. Archeologia botanica e cibo nel 79 d.C., una mostra del 2018 al MANN. La visibilità che merita la raggiunse poco dopo, grazie al sopralluogo di Alberto Angela nei depositi del Museo; alla puntata di Stanotte a Pompei lì girata bisognava aggiungere più informazioni in merito alla bottiglia.

Quando e cosa ci avevano messo dentro?

La datazione al radiocarbonio (C14) non ha tardato a confermare la datazione al I secolo d.C. Restava incerto il contenuto, una sostanza che riempie a metà la bottiglia, solidificata dalla cera. Uno studio ad hoc è stato frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Agraria dell’Università di Napoli Federico II e il MANN; i risultati sono stati pubblicati dalla rivista NPJ Science of Foods del gruppo Nature.

“La bottiglia d’olio più vecchia al mondo ci regala una prova inconfutabile dell’importanza di questa sostanza nell’alimentazione quotidiana delle popolazioni del bacino mediterraneo, in particolare dei Romani nella Campania Felix”

Raffaele Sacchi, professore del Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli

La bottiglia d’olio di ieri e di oggi

Le pochissime molecole d’olio d’oliva superstiti hanno consentito uno studio approfondito sulla composizione della sostanza. Le elevate temperature a cui la bottiglia d’olio è stata sottoposta hanno permesso la scissione dei trigliceridi negli acidi grassi costitutivi; il tutto, ossidandosi, ha favorito la condensazione. Il profilo degli acidi grassi ha rivelato la natura completamente vegetale della sostanza.

Foto per l’analisi del contenuto dalla rivista NPJ Science of Foods
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STORIA | Sua Maestà, l’Etna

“La vetta superba dell’Etna che si slancia verso il cielo, e le sue vallate che sono già tutte nere, e le sue nevi che risplendono degli ultimi raggi del sole, e i suoi boschi che fremono, che mormorano, che si agitano.” G. Verga, Storia di una capinera

Così Verga descrive l’Etna, il vulcano attivo più alto d’Europa con i suoi 3326 mt. Dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2013, il Mongibello (altro nome del vulcano siciliano), si erge maestoso e prorompente sulla costa ionica. Dalla sua cima si può ammirare un meraviglioso panorama, che comprende non solo la costa ionica e il mare, ma anche la Calabria, i monti Nebrodi, la dorsale montuosa delle Madonie e le zone interne della Sicilia.

Chiamato dai Greci Αἴτνη (Aítnē), dai Romani Aetna, e dagli Arabi Mongibello, l’Etna ha ispirato leggende, miti, storie e racconti in chiunque lo vedesse.

Alquanto ardua risulta la ricostruzione dell’etimologia del nome, che sembrerebbe risalire dal toponimo greco Aitna (Aἴτνα-ας, nome attribuito anche al centro di Catania), che deriverebbe dal verbo αἴθω (aitho, “bruciare”). Altra possibile origine è dal sostantivo “sicano” aith-na (“ardente”). La denominazione più evocativa forse è quella degli autori arabi che lo definivano Jebel al-burkān (“montagna del vulcano”), Jebel Aṭma Ṣiqilliya (“montagna somma della Sicilia”) o Jebel an-Nār (“montagna di fuoco”). Da queste espressioni è possibile fare risalire il nome dialettale “Mongibello”, che sembrerebbe risalire dalla fusione del termine latino Mons (“montagna”) e di quello arabo Jebel, con lo stesso significato. Oggi, invece, spesso i siciliani si riferiscono al vulcano con l’appellativo “a Muntagna”.

L’Etna (geologicamente uno strato-vulcano) ripone le sue origini intorno a 570 000 anni fa, nel periodo Quaternario (durante il Pleistocene medio), quando si verificarono processi di costruzione e distruzione, che diedero l’avvio a violente attività eruttive. Oggi l’Etna è uno dei principali luoghi per gli studi di geologia: infatti, a Catania è presente l’importante Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia che ne monitora le attività. A tal proposito non può non essere ricordata, inoltre, la presenza dell’Osservatorio Astronomico posto a 2900 mt. di altezza. Questo, oggi non più in funzione, è uno dei più antichi d’Italia.

A ispirare maggiormente le opere di scrittori antichi e moderni, poeti e registi è proprio la sua imponenza ed il suo comportamento imprevedibile.

Particolarmente suggestive sono le spiegazioni dell’attività eruttiva del vulcano, descritte da autori antichi come Tucidide, Diodoro Siculo e Pindaro. Ad esempio viene tramandato che il dio dei venti Eolo avesse recluso, dopo un aspro combattimento, alcuni venti nelle caverne al di sotto dell’Etna.

Esiodo, Eschilo e Virgilio, invece, raccontano che il motivo delle eruzioni è legato alle ribellioni di alcuni giganti come Encelado. Questo, sconfitto dagli déi dopo una guerra, venne sepolto sotto un enorme cumulo di terra, l’isola di Sicilia. Sotto l’Etna si troverebbe, quindi, la sua testa e il cratere coinciderebbe con la sua bocca. Le eruzioni sarebbero le grida di dolore del gigante sconfitto. Gli antichi però pensavano anche che nella pancia della Montagna si trovasse l’officina di Efesto (o Vulcano), dio del fuoco, della metallurgia e fabbro degli déi.

Il Vulcano

Quattro sono oggi i versanti visitabili dell’Etna, ma quelli più facilmente raggiungibili sono il versante nord (Linguaglossa) e quello sud (Nicolosi).

Caratterizzato oggi da una variegata flora e da una fauna molto ricca, l’Etna rappresenta un luogo unico al mondo. Soddisfa, infatti, l’interesse degli appassionati della montagna e degli sport invernali (sci alpino, sci di fondo, scialpinismo, snowboard), degli amanti della natura e dell’escursionismo (parco dell’Etna). Inoltre, i “palati” più esigenti possono assaporare pietanze uniche e gustare il famoso vino “Nero dell’Etna”, sia durante feste locali (Sagra del Pistacchio di Bronte, ecc.) sia in locali molto caratteristici. Per i cultori dell’arte è possibile acquistare opere del tipico artigianato etneo ed ammirare presso i paesi etnei (Bronte, Randazzo, Maletto, Milò, Paternò, Adrano, solo per citarne alcuni), numerosi santuari, chiese, fontane o gli stupendi edifici costruiti in pietra lavica.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI 

– Patanè, S. La Delfa, J. Tanguy, L’Etna e il mondo dei vulcani’, Catania, Giuseppe Maimone editore, 2004.

– AA VV, Etna, mito d’Europa, Catania, Giuseppe Maimone editore, 2000.

– Etna Cooperativa Etna Sud – Ambiente, storia, tradizioni, 1990, Tringale Editore.

– Carlo Gemmellaro, La vulcanologia dell’Etna (ristampa anastatica a cura di Salvatore Cucuzza Silvestri), Catania, Giuseppe Maimone Editore, 1989.

– Pierre Grimal, Mitologia, Garzanti, 2005.

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DIETRO AL FASCISMO | Scipione l’Africano, il colosso d’argilla

Durante il ventennio fascista il teatro e, in particolare il cinema, dovevano adattarsi ad una nuova mentalità, quella del regime di massa. Uno degli esempi più importanti è sicuramente la produzione di “Scipione l’Africano”. Il film kolossal del 1936-1937, diretto da Carmine Gallone, esaltava la potenza imperiale di Roma identificata con quella fascista e sovrapponeva la figura di Mussolini vincitore sugli Etiopi a quella del condottiero romano.

Locandina di “Scipione l’Africano” (1936-1937)

Carmine Gallone, regista cosmopolita

Carmine Gallone fu definito dalla critica “regista cosmopolita” per i suoi lavori all’estero, svolti tra il 1926 e il 1935. Girò centinaia di film tra muto e sonoro. Ebbe grande padronanza delle innovazioni tecniche come il lungometraggio, il sonoro, il playback nei film d’opera, l’introduzione del colore e i cambiamenti di stile dai film veristi ai film storici.

Il regista Carmine Gallone

La trama di “Scipione l’Africano”

“Scipione l’Africano” ricostruiva le vicende della seconda guerra punica, dalla partenza di Scipione per l’Africa nel 207 a.C. alla battaglia di Zama del 202 a.C. Il console Scipione, adorato dal popolo romano, ottiene dal Senato il controllo della provincia di Sicilia e prepara la campagna militare contro l’esercito cartaginese. I veterani della battaglia di Canne raggiungono le truppe in partenza mentre un gran numero di volontari accorre da ogni parte. Nel frattempo, Annibale è bloccato nel Bruttium a causa della mancanza di viveri, così le sue truppe saccheggiano villaggi e raccolti. I soldati fanno irruzione nella villa di Velia, una nobile romana e la fanno prigioniera insieme al fidanzato Arunte e alla servitù. A Cirta, Sofonisba, la figlia di Asdrubale, spinge il marito Siface ad allearsi con i Cartaginesi. Scipione, dopo aver assediato Utica e sconfitto l’esercito di Asdrubale e Siface, si prepara ad affrontare Annibale, che lascia l’Italia per difendere Cartagine. Velia e Arunte riescono a fuggire e a raggiungere l’accampamento di Scipione. I due condottieri si affrontano, Scipione su un cavallo bianco, Annibale su di uno nero. Gli elefanti ostacolano i soldati romani, ma l’unione tra cavalleria e fanteria garantisce la vittoria. Annibale fugge insieme a pochi altri sopravvissuti mentre Scipione, avendo così vendicato la disfatta di Canne, fa ritorno a Roma, dove viene celebrato con una festa notturna.

Scena tratta da “Scipione l’Africano” (1937)

Il giudizio della critica

Scipione l’Africano” fu realizzato in dieci mesi di lavoro e costò circa otto milioni di lire. Costituiva il maggior sforzo organizzativo realizzato dall’industria cinematografica per l’impiego di masse, per la fastosità degli interni e per le imponenti ricostruzioni. Nonostante ciò, fu considerato dalla critica dell’epoca un totale fallimento per diversi motivi: rappresentava un film d’opera sia per la costruzione drammaturgica e le comparse (come il coro) che per la musica e la recitazione teatrale; non esisteva collaborazione tra i vari, anzi troppi, aiuto-registi; altri puntavano il dito contro la produzione e non il regista, considerato soltanto un coordinatore. Negativa era considerata l’interpretazione di Annibale Ninchi nel ruolo di Scipione, non amato dalla folla, poco carismatico. Non riusciva a trasportare sullo schermo la figura forte e audace del condottiero romano, al contrario del personaggio di Annibale interpretato da Camillo Pilotto.
La cattiva interpretazione della figura di Scipione accentuò di conseguenza il carattere melodrammatico del film. Si leggeva chiaramente la differenza con i kolossal americani, che erano basati su regole ferree e divisioni di compiti supervisionati dal produttore. Giudizi abbastanza duri su “Scipione l’Africano” si riscontravano anche nella critica moderna. Carlo Lizzani scriveva:

Scipione l’Africano è il classico colosso d’argilla che vorrebbe glorificare impossibili parentele fra fascismo e romanità. Tanto è ridondante il film, quanto provinciale e penosa l’illusione di Mussolini di rassomigliare ai Cesari.

Scipione l’Africano (1937). Carlo Nicchi, Fosco Giachetti, Francesca Bragiotti

Un progetto di stampo politico

Il film, voluto da Mussolini, doveva essere una sfida produttiva e spettacolare, in competizione con la cinematografia americana, e fu l’occasione per mettere in risalto la conquista d’Etiopia e l’impero coloniale nato ad opera del Duce. Scipione non doveva essere solo un film, ma un kolossal in grado di essere superiore a tutte le altre pellicole girate fino a quel momento. Il progetto Scipione era semplicemente un progetto a stampo politico, non era stato creato per lo spettacolo e Gallone, ingenuamente, accettò consigli e suggerimenti da tutti, soprattutto da coloro i quali vedevano il mondo del cinema e, in generale, dello spettacolo solo come un mezzo di propaganda per il consenso politico. Ciò spiegava il motivo per il quale Mussolini scelse come regista proprio Gallone: regista con esperienza, soprattutto estera, capace di adattarsi ad ogni circostanza e soprattutto politicamente accondiscendente.

Mussolini sul set del film

Mussolini come Scipione l’Africano

“Scipione l’Africano” era un film realizzato per celebrare i fasti dell’antica e della nuova Roma e due importanti personalità Scipione e Mussolini che, nonostante il divario cronologico, avevano compiuto la medesima impresa. Mentre Scipione aveva sconfitto una delle massime potenze della propria epoca, Mussolini aveva usato tecnologie avanzate per distruggere un esercito, sotto quel punto di vista, arretrato. Dopo la vittoriosa impresa africana, il fascismo si presentava come una nuova potenza imperiale. Una potenza che aveva cambiato le sorti dell’Italia, che da paese arretrato diveniva potenza economica e militare. L’impresa africana soddisfaceva le masse, perché in quelle regioni subalterne avrebbero trovato il lavoro e la terra che da tempo cercavano. Il continente africano era visto come un mito sognato da molto tempo e ottenuto solo grazie a Benito Mussolini. La vittoria africana risollevò il morale nazionalistico, ma sul piano storico ci furono esiti negativi in merito ai rapporti internazionali. L’Italia si andava allontanando dalle democrazie occidentali avvicinandosi sempre più alla Germania nazista di Hitler; la seconda guerra mondiale spazzerà via il ricordo delle conquiste coloniali, che erano state fin da subito paragonate alle conquiste dell’Impero Romano. Scipione era considerato un film che univa gli Italiani e che spronava al consenso politico nei confronti del fascismo e del Duce.

27 ottobre 1937. Il pubblico in attesa di assistere alla visione del film davanti al teatro Barberini di Roma

La contrapposizione tra società romana e cartaginese

La realizzazione di Scipione l’Africano portava inevitabilmente al lancio della figura del condottiero romano e, di conseguenza, Mussolini diveniva il massimo protagonista. La figura del Duce si caricava di un alone mistico, quasi di una luce divina. Il film inseriva al suo interno una notevole quantità di simboli e metteva anche in contrapposizione la società romana con quella cartaginese: i Romani erano presentati come modello di disciplina, mentre i cartaginesi come persone “odiose” che non rispettavano la tregua e feroci con le donne. La società cartaginese era priva di principi morali e dominata soltanto dal dio denaro, come al tempo di Mussolini era considerata l’Inghilterra. Al contrario, la società romana, dopo la presa del potere da parte di Scipione, era compatta e costruttiva, basata sul consenso popolare. Scipione come Mussolini, era considerato un predestinato, un capo naturale che aveva un rapporto privilegiato con il popolo.

Una classicità fasulla

Scipione fu un insuccesso su più fronti. Il film rappresentava la fine del filone dei “film di massa” e Garrone, nonostante la lunga e soddisfacente carriera rimarrà etichettato, per sempre, come il regista di Scipione l’Africano. La produzione di Scipione mostra come il mito di Roma antica sia stato largamente utilizzato dalla propaganda fascista e come sia stato modificato e plasmato secondo le sole idee di Mussolini. Un uso del passato, però, che rischiava di ridurre la storia a mito, che conduceva a una classicità fasulla, svuotata di contenuto e ridotta a semplice estetica celebrativa.

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ARCHEOLOGIA | L’area archeologica di Fiesole (FI)

Gli scavi nell’area archeologica di Fiesole comprendono un teatro romano, le terme, un tempio etrusco-romano e un museo archeologico, che custodisce reperti datati dal III sec. a.C. al II sec. a.C.

L’area archeologica, delimitata a nord dalle mura etrusche, conserva le tracce della storia fiesolana: sul tempio etrusco di IV secolo a.C. i Romani, dopo aver conquistato la città nel I secolo a.C., costruirono un altro tempio e arricchirono l’area con il teatro e le terme. Presso la zona sacra del tempio, una necropoli testimonia il successivo utilizzo dell’area.

Il Teatro romano

Costruito tra l’inizio del I secolo a.C. e gli inizi del I d.C., è stato il primo edificio dell’area a destare interesse e ad essere scavato: le sue rovine devono essere sempre state visibili, se nel Medioevo e nei secoli successivi il luogo veniva indicato dai paesani come “Buca delle Fate”, a testimonianza dei suggestivi racconti che volevano che le Fate Fiesolane, simbolo di un tempo felice, si fossero nascoste in oscure cavità sottoterra, per non vedere l’orribile scempio che fecero i Fiorentini dopo aver conquistato la città nel 1125.

Nel 1809 il Barone prussiano Friedman von Shellersheim, scavando alla ricerca di oggetti preziosi, sostenne di aver trovato presso le antiche strutture del teatro due ricchi corredi, ma la notizia rimane difficilmente verificabile. Gli scavi per la messa in luce del teatro furono ripresi in modo sistematico nel 1870 e si conclusero tra il 1882 e il 1900, con la ricostruzione della parte sinistra delle gradinate (cavea), anche in vista della fruizione da parte del pubblico.

L’edificio si presentava con un’ampia cavea semicircolare, ricavata in parte nella roccia della collina, e quattro vomitoria, da cui si accedeva alla galleria crypta coperta, che doveva sostenere un porticato o un altro ordine di posti, del quale, però, non rimangono tracce. La cavea era divisa in quattro settori per mezzo di strette scalette, che permettevano al pubblico di prendere posto più facilmente. In basso si trova l’orchestra e, di fronte, lo spazio dedicato alla rappresentazione teatrale; un muro con nicchia centrale, il pulpitum, delimitava frontalmente il palcoscenico, proscenium, dietro al quale si ergeva la scaena frons, di cui non rimangono strutture architettoniche, ma solo la fondazione e alcune decorazioni marmoree.

Le Terme

Dietro al teatro vi sono i ruderi delle terme, risalenti ai tempi di Silla (I secolo a.C.), restaurate ed ingrandite in epoca adrianea. Furono scoperte nel 1891, quando, finalmente, si poté dare una funzione alle tre arcate da sempre visibili: esse, difatti, costituivano la terrazza delle terme verso valle.

Le terme si trovano lungo le mura e sono costituite dai tre classici ambienti del calidarium, tepidarium e frigidarium, più altre vasche e stanze. Una piscina rettangolare e due vasche (una delle quali a immersione) servivano per i bagni pubblici: sul loro fondo furono trovate molte anfore, usate per depurare l’acqua, raccogliendo le impurità che andavano a fondo.

Si trovano i resti di locali per il riscaldamento dell’acqua e la produzione di vapore, che, a mezzo di condutture di piombo o di terracotta, si distribuiva nei vari locali. Nel calidarium, caratterizzato dal pavimento in cocciopesto, arrivava acqua bollente, mentre nel tepidarium (costituito da tre vasche) era raccolta l’acqua tiepida e, infine, nel frigidarium si trovava acqua fredda; il frigidarium è suddiviso da una struttura ad archi (che è stata ricostruita) che ha una forma semicircolare e si trova accanto alle latrine. Forse esisteva anche un criptortico che separava le vasche. Alcune delle strutture sono state ricostruite in seguito agli scavi.

Il Tempio

Il tempio etrusco-romano venne costruito tra la seconda metà del IV secolo a.C. e il II sec. a.C., sebbene l’area fosse in uso per rituali sacri almeno dal VII secolo a.C. Fu scavato all’inizio del Novecento e molto probabilmente corrisponde all’antico Capitolium fiesolano.

La cella è la parte più antica ed è divisa in tre parti: ciò ha fatto supporre che il tempio fosse dedicato a Giove, Giunone e a Minerva (quest’ultima attribuzione quasi certa, come suggerirebbe un bronzetto ellenistico raffigurante un gufo trovato nei paraggi e ora esposto nel museo). Davanti al tempio c’è una piccola ara in pietra arenaria decorata (IV secolo a.C. – III secolo a.C.). In epoca repubblicana il tempio venne ricostruito, innalzato e ingrandito sia sulle ali che sulla parte frontale, in parte riutilizzando le murature dell’edificio precedente. La gradinata, ben conservata, ha sette scalini e giunge allo stilobate su cui sorgevano le colonne del portico, sormontato dal frontone del tempio. La parte più lunga dello stilobate fa supporre che il porticato allacciasse il tempio al Collegium.

A sinistra si vedono le basi di tre colonne residue del porticato che circondava la cella. Fra questi ruderi sono state ritrovate monete di bronzo e d’argento (III secolo a.C. – X secolo d.C.). In questo luogo, inoltre, sono stati ritrovati i resti di un sepolcreto barbarico di epoca longobarda (VII-VIII secolo d.C.), costruito su un’area della cella, e i ruderi di un tempio cristiano, sorto sui resti di quello pagano intorno al III secolo d.C.

 

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NEWS | Nuove ipotesi per la lettura del complesso di Iulia Felix a Pompei

Risale al periodo ellenistico (III-II sec. a.C.) l’urbanizzazione nell’enigmatica area dei Praedia di Iulia Felix
I praedia di Iulia Felix

I Praedia di Iulia Felix sono un complesso situato nella Regio II a Pompei, da alcuni anni oggetto di ricerche archeologiche dell’Università di Pisa e della Scuola IMT Alti Studi di Lucca. I Praedia sono composti da un’abitazione privata (domus), un giardino con fontane, terme e un vasto parco. Il sito è molto importante: infatti, è collocato in un settore delimitato da una porta urbica, dalla necropoli di Porta Nocera, dall’Anfiteatro e dall’arteria stradale più importante della città, via dell’Abbondanza.

Le ultime scoperte

Durante la terza campagna di scavo, che si è conclusa pochi giorni fa, gli archeologi hanno fatto più chiarezza sul sito. Se gli scavi precedenti avevano portato alla luce la fase di prima età imperiale, quest’ultimo scavo ha aperto diversi orizzonti di indagine. Nella zona settentrionale del parco si è rinvenuta traccia di una più antica lottizzazione dell’area, certamente databile al periodo ellenistico. Questo dà la conferma che, prima dei praedia, ci fosse un più articolato assetto urbano. Il recupero di materiali votivi di età arcaica e classica impone anche una riflessione relativa ai luoghi di culto nelle fasi più antiche di Pompei.

Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito del progetto, la pagina Instagram e Twitter.

PraediaProject: un prezioso contributo all’edilizia domestica di Pompei

Dal 2016 l’Università di Pisa ha avviato lo scavo dell’area dei Praedia di Giulia Felice. Il progetto Praedia, acronimo di Pompeian Residential Architecture Enviromental, Digital and Interdisciplinary Archive, si è svolto in collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, il Laboratorio Smart della Scuola Normale Superiore di Pisa (Sns) e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Lo scopo è quello di indagare il settore dell’edilizia domestica di Pompei con un approccio multidisciplinare. Coordinatori del progetto sono Riccardo Olivito, ricercatore presso gli Alti Studi di Lucca, e Anna Anguissola, professoressa presso l’Università di Pisa e collaboratrice col laboratorio LARTTE nell’ambito del progetto “Solone”.

BIBLIOGRAFIA

Paesaggi domestici. L’esperienza della natura nelle case e nelle ville romane Pompei, Ercolano e l’area vesuviana, a cura di A. Anguissola, M. Iadanza, R. Olivito, Roma, L’Erma di Bretschneider 2020, Studi e Ricerche del Parco Archeologico di Pompei, 42

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TEATRO | Il teatro contemporaneo e la pedagogia teatrale. Omaggio a Gigi Proietti

Le sperimentazioni del Novecento hanno portato all’evoluzione del mezzo teatrale, da allestimento di uno spettacolo a potente strumento di formazione personale, in primis per l’attore.
La potenza educativa del teatro è stata oggetto di studio e, ad oggi, viene applicata sempre più in ambito pedagogico e scolastico.

La peculiarità dell’arte teatrale è quella di coinvolgere l’individuo nella sua interezza come persona: la sua fisicità e la plasticità, la sua sfera emotiva, necessaria per impregnare il gesto scenico di verità e, non ultima, la sua sfera morale e la scala di valori in cui crede.
L’attore è prima di tutto essere umano, messo a nudo sul palco, che comunica con altri esseri umani in platea. Ha qualcosa da raccontare, che accomuna tutti nella condizione di uomini: il conflitto e le emozioni che si vivono nel quotidiano.

Il Teatro – Educazione

In questo senso diventa fondamentale e cresce in importanza la fase dedicata al laboratorio.
L’allestimento dello spettacolo non è il fine.
Lo scopo del teatro è condurre l’attore, bambino o adulto che sia, alla scoperta di sé, delle proprie capacità e dei propri limiti, e comunicare ed esprimere sé stesso davanti ad altri.

Durante il Novecento la figura dell’attore è diventata centrale, è soggetto tanto quanto il testo. Ciò che interessa è lo studio sulla persona e sulla sfera delle emozioni. Dalla psicoanalisi di Freud, ai training di Stanislavskij e Barba, tutto ha spostato il fuoco dell’attenzione sull’uomo in quanto tale.

La pedagogia teatrale

Il teatro si mescola con le scienze umane, con le quali si compenetra.
La pedagogia pone al centro dei suoi studi l’essere umano, con il fine di portarlo a una crescita per esprimere tutte le sue capacità.
La convinzione della ricerca pedagogica è che ogni persona abbia un suo potenziale, del quale non è sempre cosciente, e compito del pedagogo è lavorare per portare alla luce le possibilità del singolo, in un percorso volto alla conoscenza e alla conquista di sé.

In ambito teatrale, l’attore, con l’aiuto del regista e del training, è incoraggiato a esprimere la sua personalità e a crescere attivando i propri mezzi espressivi e creativi, in un percorso individuale, ma inserito in un gruppo. L’obiettivo è l’individuo, ma il cammino avviene nella relazione con l’altro, diverso nella sua unicità.

Spesso l’identità del gruppo si rafforza, in un clima di rispetto e ascolto reciproco, il cui percorso è comune; esso si comporta come uno stormo di uccelli che si muove in armonia secondo natura e, al cui interno, ogni esemplare è unico e occupa il suo posto, libero di spostarsi nel volo: tutti insieme contribuiscono all’incanto della danza nel cielo.

La compagnia di attori, o meglio l’ensemble del gruppo, è stimolato alla conoscenza reciproca, alla cooperazione e alla condivisione. È un percorso entusiasmante, altamente formativo e creativo. L’eterogeneità non è debolezza, ma punto di forza: per questo viene valorizzata. Il regista muove le fila e conduce l’ensemble nella giusta direzione.
In tal senso, passa da mero direttore di uno spettacolo a figura di insegnante. È necessario che il regista-insegnante sia anche pedagogista teatrale, per ascoltare gli allievi e condurli al massimo delle loro potenzialità.

Il teatro scende dal palco ed entra nelle scuole

Negli ultimi anni il MIUR ha riconosciuto al teatro il suo potente valore educativo, pedagogico e didattico, inserendolo a tutti gli effetti tra le attività da proporre a scuola.
Oltre ad inserire un laboratorio a scuola, questo si traduce nel portare le scolaresche a teatro, per sperimentare in prima persona il laboratorio in cui ogni bambino può dire la sua e dar voce alle proprie emozioni.

I benefici sono su più livelli, poiché abbracciano la sfera intellettiva, razionale ed emotiva del bambino, il suo pensiero logico, simbolico e creativo. Il tutto inserito in un contesto di gruppo, con le regole da seguire per il rispetto dell’altro, imparando, così, a vivere in socialità. 

Il bambino si sente accolto, accettato nella sua unicità e stimolato a pensare fuori dagli schemi. Ognuno si sente al sicuro nel poter dire la propria senza il timore di essere giudicato.

Coltivare un tale ambiente inclusivo ed assertivo porta enormi benefici alla crescita e alla formazione degli adulti di domani, in una società dove l’omologazione la fa da padrona, in cui gli adulti di oggi molto spesso hanno smesso di comunicare faccia a faccia e le emozioni vengono censurate e le diversità emarginate o messe al bando.

“Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso”: omaggio a Gigi Proietti

Il mondo del teatro piange la scomparsa di un mostro sacro del palcoscenico: Gigi Proietti è venuto a mancare nel giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni, oltre 50 dei quali trascorsi sulle scene italiane.

Proietti ha segnato profondamente la storia del teatro contemporaneo nazionale. Un artista poliedrico, ha spaziato dal teatro, suo primo e inarrivabile amore, al cinema, la tv e il doppiaggio, prestando la voce a numerosi personaggi straordinariamente diversi tra loro. A lui bisogna riconoscere il talento di cimentarsi in canali espressivi variegati, mantenendo sempre alto il suo stile: comico, drammatico, originale e mai volgare. Si è saputo distinguere per la raffinatezza e, al contempo, la sincerità del suo recitare, perché, come ha detto una volta: “A teatro tutto è finto ma niente è falso”. Grazie Gigi.

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NEWS | Neonati oggi come 70mila anni fa, lo studio rivoluzionario sui Neanderthal

I Neanderthal iniziavano lo svezzamento dei loro neonati intorno al quinto o sesto mese d’età, un periodo del tutto simile a quanto avviene per l’uomo moderno. Ciò emerge dall’analisi di tre denti da latte appartenuti a bambini vissuti tra 70.000 e 45.000 anni fa nell’Italia nord-orientale, teatro di altre recenti scoperte sui Neanderthal.

I tempi dello svezzamento

Le linee di accrescimento sui tre denti digitalizzati

In modo simile a quanto avviene negli alberi, infatti, il processo di crescita dei denti produce delle linee di accrescimento dalle quali è possibile ottenere informazioni attraverso analisi istologiche. Combinando queste informazioni con i dati sulla composizione chimica, gli studiosi sono riusciti a stabilire che i bambini a cui sono appartenuti i denti hanno iniziato a mangiare cibo solido tra i cinque e i sei mesi d’età.

“Se facciamo un confronto con altri primati è molto probabile che l’alto livello di risorse energetiche richiesto per il processo di crescita del cervello umano porti alla necessità di una precoce introduzione di cibi solidi nella dieta dei neonati” Federico Lugli, ricercatore dell’Università di Bologna e co-autore dello studio

Neanderthal e Sapiens, non così diversi

Queste nuove informazioni permettono di escludere che il numero ridotto della popolazione dei Neanderthal potesse essere legato a tempi di svezzamento più lunghi rispetto a quelli dell’Homo Sapiens.

“I risultati di questo studio mostrano che i Neanderthal e l’Homo Sapiens condividono una richiesta energetica simile nel corso della prima infanzia e un simile ritmo di crescita. Questi elementi suggeriscono che i neonati di Neanderthal dovevano avere un peso simile a quello dei nostri neonati: ciò indicherebbe anche una simile storia gestazionale, un simile processo di sviluppo nelle prime fasi di vita e forse anche un possibile intervallo tra le gravidanze più breve di quanto si è pensato finora” Stefano Benazzi, professore dell’Università di Bologna, tra i coordinatori dello studio

I Neanderthal non erano, poi, grandi viaggiatori…

Insieme alle informazioni sulla dieta e sul processo di crescita dei bambini, l’analisi dei reperti ha permesso di ottenere anche indicazioni sugli spostamenti dei gruppi di Neanderthal che abitavano tra le attuali provincie di Vicenza e Verona presso il Riparo del Broion.

L’analisi degli isotopi dello stronzio presenti nei denti studiati indica, infatti, che questi bambini hanno passato gran parte del tempo nelle vicinanze del loro luogo di origine: un comportamento che denota una mentalità moderna, collegata probabilmente ad un utilizzo attento delle risorse che avevano a disposizione in quella ricca regione, nonostante l’abbassamento generalizzato delle temperature in quel periodo.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PNAS con il titolo Early life of Neanderthals. Vi hanno partecipato studiosi di diversi enti ed istituti: Università di Bologna, University of Kent (Regno Unito), Goethe University Frankfurt (Germania), Università di Ferrara, Università di Modena e Reggio Emilia, Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (IGAG–CNR), Centro Internazionale di Fisica Teorica “Abdus Salam”, Università di Firenze, Sapienza Università di Roma, Natural History Museum of London (Regno Unito).