La grandezza di una civiltà è data non solo da chi si trova a governarla, ma è determinata, in buona misura, dal suo stesso popolo, che ne condivide i fasti e paga le disgrazie, abbracciando il destino incontro al quale viene guidato, nel buono come nel cattivo governo. Lo Stato egiziano, nelle sue due componenti, maschile e femminile, ha contribuito a rendere grandi i faraoni che l’hanno condotto nei sentieri delle diverse vicende storiche di cui è stato nei millenni protagonista.
Nell’antico Egitto, a differenza delle altre culture antiche, la nascita di una femmina non era considerata una disgrazia: qualunque fosse il sesso del neonato, in una società a elevata mortalità infantile, la nascita era ritenuta una benedizione degli dèi ed era accompagnata da cerimonie dedicate alle divinità protettrici della puerpera e del neonato. Il dio protettore della gravidanza era Bes, che veniva rappresentato come un nano deforme e barbuto.
Bes, dio nano protettore della gravidanza
Il ruolo della donna nella civiltà egizia
La donna egiziana, nei diversi livelli societari, è stata interprete capace e attiva delle scelte politiche e militari dei sovrani, consentendo il compimento dei disegni strategici di grandezza imperialistica di questi ultimi. Ella godeva di uno status sociale pari a quello dell’uomo, con un ruolo all’interno della società di vitale importanza e notevole rilevanza a qualunque livello, che fosse sacerdotessa, regina, operaia o semplice moglie.
Il suo ruolo era opposto a quello dell’uomo, non perché fosse ritenuta inferiore, ma poiché i due sessi si contrapponevano l’un l’altro, come il giorno si contrappone alla notte e la luce alle tenebre. Ognuno aveva funzioni specifiche, ugualmente rilevanti, senza prevaricare l’altro, ma entrambi contribuivano, senza antagonismi, a un giusto equilibro.
Dal punto di vista sociale, la donna aveva un ruolo attivo e la sua educazione era di egual livello rispetto a quella maschile. Se dotate, le ragazze avevano la possibilità di accedere alle scuole di palazzo e del tempio; ciò era consentito anche alle giovani di modesta origine, in possesso di notevoli capacità intellettuali. Nelle scuole potevano accedere a diversi gradi d’istruzione: da quella media a quella specialistica.
La “signora della casa”
La donna egizia aveva la stessa posizione giuridica dell’uomo ed esercitava le sue principali attività nella sfera privata, come “signora della casa“. Non si trattava solo di un formale titolo di cortesia, perché, a tutti gli effetti, la moglie organizzava la vita quotidiana e amministrava i beni comuni. Pertanto, si può parlare di una certa divisione del lavoro in base al sesso. Ciononostante, spesso le donne di estrazione più umile condividevano l’attività lavorativa del marito, oltre, naturalmente, a occuparsi delle faccende tipicamente femminili, come tessere, cucinare, tenere fornita la dispensa e preparare unguenti.
Già nell’Antico Regno la donna era, dal punta di vista giuridico, indipendente: poteva, cioè, far valere i propri diritti in tribunale ed esprimere liberamente la propria volontà nel disporre dei beni privati. Il matrimonio era sancito da un contratto che, alla morte del marito, assicurava alla vedova la sua parte di patrimonio.
Nella civiltà egiziana, dunque, la donna svolse sempre un ruolo considerevole, spesso assai più importante che nelle altre civiltà del Mediterraneo.
Tra il XIII e il XV secolo la Sicilia conobbe un lungo periodo di instabilità politica, durante il quale regnarono numerosi sovrani, tra cui gli Hohenstaufen di Svevia (1198-1266), gli Angioini (1266-1282), gli Aragonesi (fino al 1516) e gli Spagnoli (fino al 1713). Il loro punto in comune fu quello di accogliere, in una terra così lontana, grandi creazioni poco apprezzate nel resto della penisola. Ecco come si sviluppò il gotico in Sicilia.
Le costruzioni militari della famiglia Hohenstaufen
Sotto la dominazione di Enrico VI (1194-1197) e, soprattutto, di Federico II, che regnò più a lungo (1198-1250), furono conservati i numerosi edifici religiosi e palazzi ereditati dai Normanni. Questi sovrani segnarono la loro epoca con la costruzione di roccaforti, realizzate su progetti di architetti provenienti dal nord Europa: il gotico entrò, quindi, in Sicilia nel XIII secolo, sotto forma di architettura fortificata.
A tale periodo risalgono i castelli di Siracusa (Castello Maniace), quello di Catania (Castello Ursino) e quello di Augusta, così come le fortificazioni del castello di Enna, centro strategico dell’isola occupato a partire dall’epoca bizantina, di cui sussistono otto imponenti torri. Questi edifici si caratterizzavano per una pianta fortemente geometrica (struttura quadrata con torri angolari o mediane), portali o finestre ad arco a sesto acuto, muri spogli e austeri, dominati da feritoie e merloni; infine, si segnala anche la presenza di stanze con volte ogivali.
Il XIV secolo e lo stile chiaramontano
Un apporto importante allo sviluppo dell’architettura gotica in Sicilia fu dato dai Chiaramonte. Costoro, potenti signori in Sicilia per quasi tutto il Trecento, affermatisi grazie all’indebolimento del potere reale, dimostrarono la loro influenza anche attraverso le numerose costruzioni di edifici civili e di culto; su questi, imposero come proprio sigillo artistico, divenuto, poi, marchio di famiglia, la modanatura a zig zag, applicata ai portali, alle colonne e alle bifore, mutuata dagli Arabi e adottata dai Normanni.
A partire dalla seconda metà del XIII secolo, quando la popolazione siciliana di origine araba si convertì al Cristianesimo, scomparve l’influenza architettonica araba nella costruzione di edifici religiosi e di abitazioni civili. I motivi decorativi a zig zag, importati dall’Oriente in Sicilia, furono applicati dai Normanni in molti edifici: a Palermo, nelle colonne della Cappella Palatina del Palazzo dei Normanni, nelle bifore del Monastero di San Salvatore a Cefalù e nella facciata superiore della Cattedrale.
Ad Agrigento e in parecchi centri della stessa provincia, questo stile, detto chiaramontano, ebbe una presenza maggiore rispetto agli altri siti siciliani; questo perché la città demaniale di Girgenti, per un certo periodo, si trovò sotto la giurisdizione diretta proprio della famiglia Chiaramonte, che la fece diventare la perla dell’architettura trecentesca.
Tra gli edifici ascrivibili al cosiddetto “stile chiaramontano” ricordiamo, in particolare, il Palazzo Chiaramonte, detto “lo Steri”, situato in piazza Marina a Palermo. Esso fu la dimora dell’importante famiglia siciliana; degna di nota risulta, inoltre, la sua facciata di raffinata bellezza, coronata da feritoie ed unicamente adorna di splendide finestre con archi a sesto acuto. Al suo interno sono presenti varie sale e cappelle con volte ogivali, un’ampia stanza e soffitti con affreschi, che rievocano scene bibliche e cavalleresche, attribuite ai tre pittori siciliani Simone da Corleone, Cecco di Naro e Darenu da Palermo.
Tutti i palazzi urbani successivi vennero realizzati sulla scorta di tali esempi, caratterizzati da bifore e trifore, sormontate da archi di scarico sia traforati che ornati da motivi geometrici policromi.
L’arte gotico-catalana del XV secolo
L’arte gotico catalana si sviluppò, in Sicilia, in seguito alla dominazione spagnola sull’isola, a partire dalla fine del XIV secolo, con il regno degli Aragonesi. Tale sviluppo, in netto ritardo rispetto agli altri paesi europei, fu avallato dalla confederazione catalano-aragonese, divenuta, a partire dal XIII secolo, una delle più grandi potenze del Mediterraneo. Per volere della confederazione si diffuse sull’isola l’interesse per un gotico relativamente sobrio, caratterizzato da figure affinate, senso delle proporzioni, ampiezza delle forme eampie vetrate, aperte su facciate lisce e spoglie.
A tale periodo appartengono i palazzi Santo Stefano e Corvaja, di Taormina, il portale della Cattedrale di Palermo e il palazzo Bellomo a Siracusa. Appare utile citare l’artista Matteo Carnelivari, il quale, verso la fine del XV secolo, disegnò i progetti dei palazzi Abatellis, Aiutami Cristo e, probabilmente, anche quelli della Chiesa di Santa Maria della Catena, a Palermo. Si tratta delle creazioni più rappresentative dell’arte gotico-catalana, caratterizzate da elementi bizantini, arabi e normanni derivanti dalla più antica tradizione locale.
Mussolini aveva utilizzato il mito di Roma per fornire una legittimazione storica al fascismo. Il richiamo al passato si riscontrava nelle spoliazioni eseguite dal Duce per riportare alla luce i fasti dell’antica Roma. Uno dei luoghi più importanti del regime fascista era il Foro di Mussolini. Progettato da Enrico Del Debbio, fu uno dei luoghi creati per durare nel tempo. Mantenne intatta la sua funzione originaria e simbolica per la qualità architettonica e per il nome stesso, Foro Italico, con cui era stato denominato a partire dall’agosto del 1943.
Veduta aerea del Foro Mussolini
L’ubicazione del complesso
Il luogo scelto per la costruzione del Foro Mussolini è la piana della Farnesina, tra Ponte Milvio e i quartieri di Piazza D’Armi, cui fanno da corona le colline di Monte Mario e Macchia. Luogo in cui la vegetazione e il silenzio dei boschi contribuivano a creare una sorta di immaginario classico in cui di solito erano situati stadi e teatri. Un luogo non scelto a caso: infatti, la via Flaminia collega il Foro con il centro della città tramite il ponte Duca d’Aosta, che funge da direttrice. Un luogo, però, anche considerato malsano, fino al momento della costruzione del Foro, per il ristagno delle acque e per la difficoltà degli scoli verso il Tevere. Per questo motivo, tutta l’area fu rialzata di 5 metri.
Il richiamo all’antico
Per la costruzione del Foro viene ripreso il concetto dell’antico Gymnasium, ampliato e modernizzato. Del Debbio non crea un foro alla maniera classica, con colonnati, archi e mura scenografiche, ma edifici corrispondenti alla concezione moderna della loro funzione. Esempio di questo sono gli edifici centrali dell’Opera Nazionale Balilla, dove gli adolescenti italiani avevano a disposizione tutto ciò di cui avevano bisogno per l’addestramento e l’educazione fisica. Il Duce, come i grandi imperatori romani, si fece costruire il proprio foro richiamando il mito del “nuovo Cesare”. Il Foro Mussolini era, dunque, un insieme monumentale che si riallacciava, per ricchezza di marmi, opere d’arte e per grandiosità di linee, ai più solenni monumenti dell’antichità romana. Attraverso di esso si voleva celebrare la bellezza, creando un’opera immortale, grazie all’utilizzo del marmo di Carrara, di un bianco candido, che si adattava perfettamente al verde delle pendici del Monte Mario.
L’impianto architettonico del Foro
L’Accademia fascista di Educazione fisica
Il Foro di Mussolini aveva una funzione pedagogica, sportiva, politica, monumentale e simbolica. Era costituito da un nucleo centrale, l’Accademia fascista di Educazione fisica, composto da due blocchi simmetrici, congiunti tra loro da un blocco centrale trasversale. L’edificio era intonacato di rosso pompeiano, con finestre incorniciate da sottili colonne, sormontate da timpani spezzati di marmo bianco.
L’Accademia fascista di Educazione fisica
Lo Stadio dei Marmi
Attraverso un passaggio, si accedeva allo Stadio dei Marmi, costituito da 10 ordini di gradinate, ricavate grazie al dislivello derivato dai rinterri della zona. La capacità dello Stadio era di circa 200.000 persone. Le fondazioni dell’edificio erano in cemento armato, mentre l’ossatura di sostegno delle gradinate, in muratura di tufo e mattoni. Le gradinate erano in blocchi di marmo bianco di Carrara e ospitavano 60 statue, di 4 m di altezza, poste a coronamento, sopra basamenti alti 1,20 m e 2 m di diametro. Le statue rappresentavano degli atleti, intenti in varie azioni di gioco, e furono donate dalle Province italiane. A completamento della parte scultorea, in corrispondenza delle testate degli ingressi, vi erano due nicchie in cui erano poste due statue bronzee, mentre ai lati della tribuna d’onore si ergevano due gruppi di lottatori in bronzo.
Ingresso dello Stadio dei marmi
Le gradinate e le statue di marmo dello stadio
Il monolite di Mussolini
Il monolite di Mussolini
L’ingresso al Foro era caratterizzato dalla presenza di un grande obelisco in marmo di Carrara, eretto nel 1932. Realizzato a partire dai disegni di Costantino Costantini, è il più grande blocco di marmo mai estratto dalle Alpi Apuane. L’intero progetto descrive uno spazio solenne, il cuore dell’intero complesso del Foro, ulteriore dimostrazione di come Mussolini prendesse ispirazione dalle maestose architetture della Roma imperiale per manifestare il potere fascista. Inizialmente posto al centro del Foro, venne poi spostato all’ingresso.
Il Viale del Foro Italico
Posizionato tra il monolite e la Fontana della Sfera è il viale del Foro italico. Realizzato nel 1937, è decorato con mosaici in bianco e nero che, insieme con i simboli e le parole d’ordine del regime, illustrano le fasi storiche della conquista del potere, i Balilla, la sottomissione dell’Etiopia, le arti, le attività sportive e le realizzazioni del regime. I tasselli utilizzati sono gli stessi in uso nell’antica Roma, della dimensione di circa un centimetro.
Planimetria generale del Viale
Mosaici del Viale
La Fontana della Sfera
All’estremità occidentale del piazzale sorge la Fontana della Sfera. È costituita da un’ampia vasca circolare di 3 metri di diametro e da una grande sfera, realizzata da un unico blocco di marmo proveniente dalle cave di Carrara. Il bacino anulare della fontana è decorato con mosaico a tessere di marmo bianche e nere con soggetti marini.
Piazza della Fontana della sfera in asse con il monolite
Lo Stadio dei Cipressi
Alle spalle dell’Accademia c’è lo Stadio dei Cipressi, formato da terrazze tagliate nel fianco della collina, con una capienza di centomila spettatori. Durante la guerra il cantiere fu abbandonato e venne utilizzato come autoparco dalle truppe alleate fino al 1949. Poi, il CONI, suo proprietario, affidò il progetto di completamento ad Annibale Vitellozzi, che lo ultimò nel 1953. Dopo la riapertura era noto come “Stadio dei Centomila”, vista la sua capienza, ma fu ribattezzato “Stadio Olimpico” quando, nel 1960, vennero assegnati a Roma i giochi della XVII Olimpiade.
Lo Stadio dei Centomila
La parte meridionale del Foro
In posizione simmetrica rispetto all’Accademia Fascista si colloca l’edificio destinato alle Terme e all’Accademia di musica, realizzato nel 1937. Ci sono poi gli impianti sportivi dedicati al tennis, che consistevano nel monumentale Stadio Olimpionico, uno stadio contenente 6 campi di allenamento ed una palazzina adibita agli ambienti di servizio dei due campi. Il lato meridionale del Foro si concludeva con la Casa delle Armi, assegnata alla disciplina della scherma, e le foresterie usate per ospitare gli atleti.
Lo Stadio Olimpionico
Veduta della Casa delle Armi
Il Foro di Mussolini è uno dei maggiori interventi urbanistici realizzati durante il regime e tutte le sue opere devono essere valutate dal punto di vista architettonico. Nato inizialmente come Foro dello Sport diverrà uno dei luoghi di mobilitazione di massa assumendo una grande valenza politica e simbolica. Anche lo sport viene utilizzato come strumento di propaganda, capace di far presa sugli uomini. Il coraggio, il sacrificio, la volontà, la forza, aspetti tipici dello sport diventano caratteri identificativi della razza italiana e costituenti del nuovo uomo mussoliniano
Aveva quarant’anni la signora di Bietikow, che prende il nome dal luogo del suo rinvenimento. Ritrovamento fortuito, avvenuto durante i lavori per la costruzione di turbine eoliche, nella regione di Brandeburgo, in Germania.
L’analisi dei resti
Le ossa di Lady Bietikow raccontano molto agli archeologi: i suoi resti sono stati trovati in posizione fetale, una delle più antiche forme di sepoltura dei morti. Oltre alle ossa, si sono conservati anche gli indumenti, che permettono di ricostruire il modo di vestire di uomini e donne nel Neolitico. La datazione delle ossa fa risalire la mummia a 5.000 anni fa (3.400-3.300 a.C.). Le analisi sui denti, invece, permettono di ricostruirne la dieta, ricca di cereali e fibre.
“Normalmente c’è dello smalto sulla superficie dei denti – aggiunge l’archeologa Bettina Jungklaus, descrivendo in dettaglio la mascella dello scheletro. Qui, però, è completamente assente e questo ci permette di trarre conclusioni sull’alimentazione: il cibo che consumava abitualmente era indubbiamente molto ricco di fibre, molto duro”.
I cereali, infatti, potevano essere conservati molto meglio della carne animale e utilizzati più facilmente come mezzo di pagamento.
Il confronto con Ötzi
Gli studiosi hanno voluto comparare i due soggetti, per via del loro ritrovamento in un’area geografica abbastanza vicina e per il fatto che vissero nella stessa epoca preistorica.
«E’ possibile confrontare Ötzi e la signora di Bietikow in termini di età. Ma la scoperta dell’uomo di Tisenjoch, cioè Ötzi, è stata molto più spettacolare in termini di stato di conservazione», spiega l’archeologo Philipp Roskoschinsky, che si occupa della mummia di Bietikow.
La mummia di Ötzi, ritrovata nel 1991 su un ghiacciaio alpino, al confine tra Italia ed Austria, è una vera rock star del museo di Bolzano, costruito appositamente per ospitarlo: in quasi trent’anni ha visto più di cinque milioni di visitatori, arrivati da tutto il mondo per conoscere da vicino l’uomo tatuato vissuto 5.000 anni fa.
Ma se la morte di Ötzi resta un cold case ed è avvenuta in circostanze violente, quella di Lady Bietikow ci racconta una storia ricca di tenerezza e cura dei defunti, che meglio ci aiuta a comprendere l’evoluzione del rapporto che l’uomo ha da sempre con la morte stessa.
Esempio di una sepoltura neolitica proveniente dal Museo di Archeologia Ligure, Genova.
Veleia Romana (460 m s.l.m), nella valle del Chero, antica città il cui nome deriva dalla tribù ligure chiamata Veleiates, fu fondata nel 158 a.C., dopo la definitiva sottomissione dei Liguri a Roma. Prospero municipio romano e importante capoluogo amministrativo, governò su una vasta area collinare e montana collocata tra Parma, Piacenza, Libarna (Serravalle Scrivia) e Lucca.
Il territorio e le sue risorse
La presenza di acque saline, che i Romani hanno sempre saputo sfruttare con ingegno, aiutò senz’altro lo sviluppo urbano, in cui è possibile individuare vari edifici termali. Questa risorsa naturale, insieme alla tranquillità del luogo, fece di Veleia una meta prediletta di villeggiatura per vari consoli e proconsoli provenienti da Roma, che si illudevano, forse, di poter allungare la loro vita. Infatti, era noto che tra la popolazione di Veleia, come è confermato dall’ultimo censimento dell’imperatore Vespasiano (72 d.C.), vivevano sei persone di 110 anni e quattro addirittura di 120!
Resti dell’edificio termale
Il settore urbano della città di Veleia è distribuito su una serie di terrazze lungo il “pendio boreale del poggio” dei monti Moria e Rovinasso. I toponimi di queste due cime, che anticamente sembra fossero stati un solo monte, allude ad un evento catastrofico la cui memoria è purtroppo andata persa nella foschia dei tempi. Questa zona appenninica, come d’altronde tantissime altre dell’Appennino, è conosciuta geologicamente per la sua tendenza a movimenti franosi: molti esperti sostengono, difatti, che il declino e la fine di Veleia sia stata causata da una grande frana o da una serie di smottamenti lungo la costa del monte sovrastante.
L’area archeologica di Veleia
Veduta degli scavi di Veleia
Il foro, d’età augusteo-giulio claudia, si estende su un piano ottenuto artificialmente per mezzo di un massiccio sbancamento, come rivela la stratificazione leggibile sotto la scalinata posta sul lato orientale. Ne è ben conservato il lastricato, a quattro pioventi, drenati da una cunetta perimetrale con pozzetti di decantazione agli angoli. Lo circonda su tre lati un portico, dilatato in antico illusionisticamente da pitture murali, su cui si aprono botteghe e ambienti a destinazione pubblica, quasi tutti dotati d’impianti di riscaldamento.
Il tutto è completato dalla più bassa delle terrazze, formata dall’accumulo dei materiali provenienti dallo sbancamento del pendio soprastante, contenuti da robuste sostruzioni, ancora ben visibili nel Settecento. Raccordata a quella superiore da un imponente ingresso a duplice prospetto tetrastilo, inserito nel colonnato del foro, la terrazza era forse riservata alle funzioni religiose.
Meta ultima di un percorso ascensionale che proviene dal fondovalle appare la basilica che chiude a sud il complesso: edificio a navata unica, con esedre rettangolari presso le testate, era la sede del culto imperiale; infatti, addossate alla parete di fondo, si levavano le dodici grandi statue in marmo lunense raffiguranti i membri della famiglia giulio-claudia.
A ovest del foro scavi recenti hanno riportato nuovamente in luce resti di costruzioni, riconosciute come anteriori alla sua creazione, nonché tracce del suo originario ingresso, sostituito dopo la metà del I sec. d.C. da quello, monumentale, ubicato sul lato settentrionale. A monte del foro sorgono, invece, quartieri d’abitazione.
La terrazza su cui si leva sin dal Medioevo una pieve dedicata a S. Antonino ospitava, probabilmente, un edificio di culto già nell’antichità. Più in alto è situata una costruzione, identificata, già all’atto della scoperta, come un serbatoio d’acqua, più tardi erroneamente interpretata – e, di conseguenza, ricostruita – come anfiteatro.
All’interno dell’area archeologica è stato allestito un Antiquarium, dove sono conservati calchi della Tabula Alimentaria traianea e della tavola bronzea contenente la lex de Gallia Cisalpina, come pure corredi relativi alle sepolture a cremazione romane, elementi architettonici e d’arredo.
Il sipario è calato prima del loro inizio su molti degli spettacoli di prosa e balletto in programma nella stagione artistica 2019/2020 del Vittorio Emanuele di Messina. Come tutti gli altri teatri nazionali, anche quello storico della città dello Stretto ha chiuso i battenti per la seconda volta in quest’anno, in ottemperanza al nuovo DPCM che stabilisce le restrizioni per contenere il contagio da Covid19. La stagione di prosa era partita alla grande nell’ottobre dello scorso anno con il “Dracula” di Bram Stoker, per la regia di Sergio Rubini e con Luigi Lo Cascio: pienone in sala e grande accoglienza di pubblico.
Prima della chiusura dei teatri dello scorso marzo, il brillante e spassoso “Massimo Lopez e Tullio Solenghi Show”, per due ore e senza sosta, ha divertito, intrattenuto e anche commosso gli affezionati dell’ex trio, ora duo, di comici italiani. Poi, di fatto, è calato il sipario ma non la voglia di tornare a sedere sulle poltrone rosse, gustare il buio in platea negli attimi prima dell’inizio di uno spettacolo, che sia prosa, balletto o lirica, per poi assistere alla magia che solo il palco di un teatro sa regalare agli appassionati del genere. Gli spettacoli, in programmazione per la stagione 2020/2021, sono per ora sospesi e rinviati a data da destinarsi. C’è da augurarsi che sia il prima possibile.
Cenni storici
Il Teatro Vittorio Emanuele di Messina venne commissionato da Ferdinando II di Borbone nel 1842 e vide la sua inaugurazione dieci anni dopo. A causa del devastante terremoto del 1908, venne seriamente compromesso e subì ingenti interventi di restauro, che lo ricostruirono quasi interamente e che terminarono solo nel 1980. Venne inaugurato nuovamente nel 1985 e la prima opera rappresentata fu l'”Aida”, che fu anche l’ultima ad essere rappresentata prima del terremoto.
La struttura del Vittorio Emanuele
L’ingresso del teatro è caratterizzato da un portico a tre arcate, sovrastato dal gruppo scultoreo in marmo “Il tempo che scopre la Verità e Messina”, realizzato dallo scultore messinese Saro Zagari. Il soffitto interno è decorato da un’enorme opera di Renato Guttuso, raffigurante il mito di “Colapesce”, che si tuffa nelle acque dello Stretto, circondato da sirene. L’affresco sovrasta la platea e offre uno scorcio, con toni fiabeschi, sulle profondità del mare e sulla leggenda che vuole l’eroico nuotatore sorreggere ancora oggi la punta messinese dell’isola.
Giugno 1931. Il Prefetto di Salerno invita gli amministratori della provincia alla conferenza sui “Nuovi scavi di Paestum“, tenuta dall’allora Soprintendente Amedeo Maiuri.
È quello che si legge nel documento custodito dalla famiglia Soprani da circa 90 anni, la figlia Enrica lo ha voluto condividere con Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Paestum e Velia.
“Durante il periodo di lockdown, io e mio fratello Leopoldo abbiamo deciso di fare ordine in un deposito dove da anni accumuliamo cose. In una cassa metallica ben chiusa abbiamo trovato alcuni documenti degli anni ’30 e ’40 conservati da nostro papà Antonio, classe 1909, nato a Ravenna, ma trasferitosi definitivamente a Salerno per amore di nostra madre. Con estremo piacere ho pensato di consegnare al direttore di Paestum l’originale dell’invito del Prefetto per l’incontro con il prof. Maiuri nella certezza che avrebbe saputo valorizzare un ricordo di famiglia per noi così importante” – ricorda la giornalista Enrica Soprani.
Maiuri e Paestum, l’inizio di tutto
L’invito ha aperto una finestra temporale sulla prima stagione degli scavi archeologici a Paestum, la grande scoperta dei primi anni Trenta riguardò la grecità con il rinvenimento del Santuario di Hera e delle sue spettacolari metope. Alcuni anni dopo iniziò la progettazione del nuovo museo di Paestum, interrotta dallo scoppio del secondo conflitto mondiale.
Oggi continuano gli scavi al Parco Archeologico, mentre il sito resta per ora chiuso al pubblico per il contenimento dei contagi da COVID-19. A Paestum, i lavori si stanno concentrando sull’altare e sulle fondazioni del tempio c.d. di Nettuno, la cui storia si sta rilevando molto complessa.
Il Museo Archeologico Regionale Eoliano Luigi Bernabò Brea, nato da un precedente Antiquarium e posto sull’altopiano conosciuto come “il Castello”, fu inaugurato nel 1954. La sua sistemazione fu fortemente voluta dallo studioso Bernabò Brea, a cui è stato successivamente dedicato, e dalla celebre Madeleine Cavalier. Quest’ultima, dopo aver condotto scavi e ricerche di stampo preistorico sul territorio ligure, fu sua collaboratrice fin dal 1951, quando assunse la direzione scientifica degli scavi a Lipari e di tutta l’attività archeologica nelle isole Eolie. La collaborazione tra i due ha significativamente ampliato la precedente collezione museale, tanto che si è resa necessaria l’apertura di nuovi poli. Oggi il Museo Archeologico di Lipari si articola in ben 6 sezioni – Preistoria, Epigrafia, Isole Minori, Età Classica, Vulcanologia e Paleontologia del Quaternario – che hanno sede in altrettanti edifici. L’esposizione si avvale di un esaustivo apparato didattico, composto da pannelli nelle lingue italiano e inglese. Essa documenta lo sviluppo degli insediamenti umani e delle civiltà che si sono succedute nel tempo nell’Arcipelago Eoliano.
La Sezione Preistorica
La Sezione Preistorica si trova in un edificio del XVIII secolo che, sorto sui ruderi del monastero normanno, fu sede del Palazzo Vescovile. I reperti in esso conservati mostrano il susseguirsi delle culture dall’età Neolitica (fine V millennio a.C.) al Tardo Bronzo (XI-X secolo a.C.). I materiali provengono dagli scavi condotti nell’area del Castello e nelle zone che hanno dato nome alle culture susseguitesi. Da Piano Conte, ad esempio, ci arrivano le ceramiche tipiche dell’omonima cultura dell’Eneolitico Medio; da Castellaro Vecchio, invece, provengono le tracce dei più antichi insediamenti neolitici. A questi, si aggiungono i manufatti rinvenuti a Contrada Diana e Spatarella. In tale sezione, per l’Età del Bronzo, sono esposti anche i reperti provenienti dagli insediamenti della cultura di Capo Graziano (Filicudi) e della cultura del Milazzese (Panarea).
Il percorso espositivo della Sezione Preistorica del Museo continua con le testimonianze dell’Ausonio I e dell’Ausonio II, i cui tipi ceramici sembrano analoghi a quelli del Tardo-Appenninico e alla cultura Protovillanoviana della penisola italiana. Infine, il percorso termina con le interessanti offerte votive, rinvenute all’interno del bòthros dedicato a Eolo, risalenti alla fondazione cnidia di Lipàra (580/576 a.C.).
La Sezione Epigrafica del Museo
La Sezione Epigrafica del Museo Archeologico di Lipari trova anch’essa posto nell’ex Palazzo Vescovile, all’interno della Sala X. Questa espone numerosi cippi e stele funerarie di età greca e romana, rinvenuti nell’area archeologica di Contrada Diana. Le iscrizioni recano i nomi dei defunti a cui, alle volte, si aggiungono formule dedicatorie o benauguranti. Il grande numero di reperti ha reso necessario la collocazione delle numerose stele anche nell’attiguo giardino, dove sono accompagnate da numerosi sarcofagi provenienti dalla stessa necropoli.
La Sezione delle Isole Minori
La Sezione delle Isole Minori del Museo Archeologico di Lipari, invece, è ubicata in un piccolo edificio di fronte alla Sezione Preistorica. All’interno delle sue vetrine, trovano posto numerosi reperti, provenienti dai contesti archeologici delle isole minori e databili tra il Neolitico Superiore e il Bronzo Medio. Punto saliente di questo percorso espositivo è la ricostruzione di una capanna dell’Età del Bronzo. Tale riproduzione, che occupa la zona centrale del padiglione dedicato all’Archeologia delle isole minori, è stata possibile mediante lo studio congiunto da parte di archeologi e archeobotanici.
La Sezione Classica del Museo
Sala XIX con ricostruzione della trincea di scavo della necropoli dell’età del Bronzo
La Sezione Classica è, sicuramente, la più corposa e occupa il maggior numero di stanze all’interno del principale edificio novecentesco del Museo. Attraverso i tre piani a essa dedicati, i reperti sono esposti in modo da ricostruire il ricco quadro storico-culturale della città greco-romana. Oltre la Sala XX, in cui sono esemplificati i diversi tipi di sepoltura (sarcofagi e vasi di medie e grosse dimensioni), si segnala la Sala XIX, che propone una fedele ricostruzione della trincea di scavo della necropoli dell’Età del Bronzo, posta al di sotto dell’ex Piazza Monfalcone. Ai piani superiori si trovano esposti i numerosi reperti provenienti dai ricchi corredi funebri, tra i quali figurano le magnifiche maschere, suddivise per epoca e per tipo: si tratta di maschere della commedia e della tragedia greca e romana. Altri spazi espositivi sono dedicati alla collezione numismatica e agli oggetti di oreficeria.
La grande piramide delle anfore del Relitto A Roghi esposta nella sala XXVII
Da ultimo, fa parte della grande Sezione Classica l’ampia sala dedicata all’Archeologia subacquea. In questa sala troviamo esposti i carichi delle navi greche e romane disgraziatamente naufragate nelle acque dell’Arcipelago, nonché materiali di varie epoche, provenienti da discariche portuali in aree d’approdo oggi scomparse. Il visitatore è subito attratto dall’esposizione a piramide delle anfore del Relitto A Roghi di Capo Graziano, che occupa il centro della Sala XXVII. Successivamente, il visitatore prosegue il percorso espositivo attraverso i reperti di diverse epoche, magistralmente esposti in ordine cronologico.
La Sezione Vulcanologica
La Sezione Vulcanologica ha sede in un edificio del XIV secolo, accanto alla Sezione delle Isole Minori, che fu successivamente ampliato nel XVII secolo. La collezione è intitolata al grande vulcanologo Alfred Rittmann e mette in mostra la geomorfologia di origine vulcanica dell’arcipelago eoliano. Il percorso espositivo porta il visitatore ad osservare una serie di campioni geologici – tra cui la famosa ossidiana – e le ricostruzioni plastiche, che hanno lo scopo didattico di metterlo in contatto con gli aspetti produttivi ed economici dei diversi insediamenti umani che si sono succeduti sulle isole.
La Sezione Paleontologia del Quaternario
La Sezione di Paleontologia del Quaternario, infine, occupa attualmente una saletta posta nel settore sud-occidentale del Castello. La collezione prevede una serie di sedimenti e di fossili che dovevano essere presenti sulle diverse isole dell’Arcipelago Eoliano nel corso del Quaternario. Di notevole interesse è un frammento dello scudo di una tartaruga terrestre, inglobato nelle piroclasti di Valle Pera di Lipari e risalente a un periodo temporale compreso fra i 127.000 e i 104.000 anni fa.
Un vino ben invecchiato allieta il cuore dell’uomo. Lo sanno i buongustai e i buoni intenditori. E potrebbero essere d’accordo anche gli archeologi dell’Università di Padova che dal 2016 si occupano dello scavo della Terramara di Pilastri, un sito dell’età del Bronzo (circa 1600-1300 a.C) presso Bondeno (FE). Durante lo scavo, diretto dal professor Massimo Vidale del Dipartimento di Beni Culturali, sono emerse tracce di quello che potrebbe essere il consumo di vino più antico d’Italia, che risalirebbe a 3500 anni fa.
Le analisi gas-cromatografiche, effettuate da Alessandra Pecci (Università di Barcellona), hanno rivelato che un terzo dei frammenti di vasi presi in esame contiene tracce dei biomarcatori del vino, quali acido tartarico, succinico e maleico. Inoltre, sono presenti anche tracce di zolfo e resina di pino, le cui proprietà sarebbero riconducibili ad una funzione sterilizzante o antifermentativa per il primo; la seconda aveva una funzione impermeabilizzante per la superficie interna dei vasi.
Per bere il vino erano utilizzate delle tazze, ma il ritrovamento di grandi bacini, dotati di capacità fino a quaranta litri, fa ipotizzare una vinicoltura organizzata e abituale.
I resti di una donna trovati in un sito preistorico sulle Ande hanno dimostrato che anche le donne praticavano la caccia
Sin dai primi anni di scuola siamo abituati a sentirci dire che le comunità preistoriche si dividevano i compiti quotidiani a seconda del genere: i maschi, forti e robusti, erano dediti alla caccia, mentre le donne, fisiologicamente più deboli, alla raccolta di piante e frutti.
A rimescolare le carte in tavola e a confutare la tradizionale ricostruzione, a lungo ritenuta vera, è stato uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Science Advances. Questa rivista è una costola dell’autorevole rivista scientifica Science, è open access e fruibile online. Lo studio si intitola Cacciatrici delle antiche Americhe e descrive il ritrovamento di una sepoltura di 9.000 anni fa. Il luogo del ritrovamento è Wilamaya Patjxa, un sito archeologico nel sud del Perù.
La sepoltura della cacciatrice
La sepoltura di Wilamaya Patjxa, nel sud del Perù. Fonte: Science Advances/Randall Haas, University of California, Davis.
Nella sepoltura gli archeologi hanno trovato ossa umane. Queste, grazie alle analisi del laboratorio, sono state poi attribuite ad una donna. Dallo studio dei resti i ricercatori hanno, quindi, scoperto che la donna aveva un’età compresa tra i 17 e i 19 anni.
Nella sepoltura c’erano una ventina di punte di lancia, nonché altri strumenti in pietra per la caccia. Intorno ai resti della cacciatrice vi erano resti di un coltello e varie altre lame, strumenti usati per tagliare la carne e conciare la pelle degli animali. Alcuni di questi oggetti si trovavano vicini e ammassati accanto ad una delle gambe della donna: secondo gli archeologi, in origine avrebbero dovuto essere contenuti in un porta-oggetti di pelle, che con il tempo si è disintegrato.
Una vecchia ipotesi a lungo ritenuta infondata
Questo non è il primo studio relativo all’argomento. Nel 1966 a Chicago si tenne un importante convegno di antropologia: si intitolava “Man the Hunter”, cioè “L’uomo cacciatore”. Durante l’evento gli studiosi si convinsero che, tra i nostri antenati, le donne si dedicassero alla raccolta di frutti e piante commestibili, mentre gli uomini alla caccia. La caccia, inoltre, all’epoca venne enfatizzata come l’attività più importante, non solo per la sopravvivenza delle comunità, ma anche per lo sviluppo socio-culturale degli ominidi. Secondo i relatori del convegno, cacciando, gli uomini sarebbero stati spinti a cooperare e comunicare tra loro: si sarebbe sviluppato, dunque, il linguaggio e la tecnologia per costruire nuove armi più efficaci.
Oggi sappiamo, invece, che il merito del progresso del genere homo è dato dalla caccia, attività non solo propria dell’uomo, ma anche della donna: possiamo, dunque, confermare che entrambi i sessi sono stati equamente essenziali al progresso del genere umano.
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