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DIETRO AL FASCISMO | L’E42, il rapporto tra regime e architettura

Il progetto dell’E42 rappresenta l’episodio più importante della volontà fascista con la cui costruzione viene data una svolta al rapporto tra regime e architettura. Il Duce identifica la “città mussoliniana” con l’architettura che richiama la classicità romana. Il progetto nasce dall’idea di Giuseppe Bottai, Governatore di Roma che prospettò nel 1935 a Mussolini l’intenzione di organizzare a Roma un’Esposizione Universale. L’intento era creare un’“Olimpiade delle Civiltà”, che avrebbe dovuto sancire l’approdo dell’Italia ad una pace e confrontarsi a livello culturale con le altre nazioni. L’Esposizione è denominata E42 poiché termine dei lavori è il 1942, ventennale della presa del potere da parte dei fascisti.

La sede dell’E42

L’ E42 è un progetto costituito da edifici permanenti, ad eccezione del Palazzo delle Acque, della Luce e del Turismo, che dovevano lasciare il posto ad un ulteriore espansione della città. Venne scelta un’area di circa 400 ettari, situata nella zona sud di Roma, in prossimità dell’abbazia delle Tre Fontane, intensificando così i collegamenti tra la città e il mare.

L’équipe del progetto

Mussolini nomina come commissario Vittorio Cini, uomo proveniente dall’ambito dell’industria e della finanza, e sceglie personalmente i sei architetti a cui affidare la realizzazione del progetto: Pagano, Piacentini, Piccinato, Muzio, Rossi e Vietti. La costruzione dell’E42 coinvolse tutti, non solo gli addetti ai lavori. Il Duce in quest’occasione parla di pace e di collaborazione tra le Nazioni, ma in realtà mira al successo economico per rinforzare le casse dello Stato e far fronte all’impegno bellico, previsto non prima del 1943-1944.

Il castrum romano

L’E42 fu concepito con lo schema tipico dei castra romani, con palazzi di vetro e acciaio, tutti riferibili ad un unico stile, lo “stile E42” della XX Era Fascista. Un’espressione che rivelava le tendenze di un’epoca, quindi sentimento classico, monumentalità e grandiosità.

progetto urbanistico E42
Progetto urbanistico dell’E42

Nella seconda versione del progetto, redatta nel 1938, Piacentini assunse il controllo diretto dell’operazione. L’architetto usò stilemi classici come l’arco, il colonnato e l’esedra. Ci si trovava di fronte ad un’atmosfera quasi sospesa, tendente alla solennità. Gran parte della superficie, poi, era occupata da parchi e giardini.

L’intero progetto era impostato sul sistema di cardo e decumano massimo: il cardo era la via dell’Impero, che avrebbe congiunto Roma al mare, mentre il decumano era l’asse che metteva in comunicazione il Palazzo dei Congressi con il Palazzo della Civiltà e del Lavoro. All’incrocio delle due strade, si innesta la Piazza Imperiale, cuore scenografico di tutto il progetto, con l’affaccio dei quattro palazzi simmetrici che dovevano ospitare i Musei delle Arti e delle Tradizioni Popolari e il Museo della Scienza. Questo tipo di sistema richiama l’acropoli di Selinunte e l’agorà di Mileto, mentre la forma pentagonale dell’impianto è ispirata alla pianta di Versailles di Blondel; infine, le aree verdi ricordano quelle di Villa Aldobrandini a Frascati.

La Porta imperiale e la Porta del Mare

Gli accessi monumentali erano la Porta Imperiale e la Porta del Mare, che conducevano agli ingressi dell’Esposizione. Per la Porta Imperiale, gli architetti inizialmente avevano pensato ad una sequenza allineata di torri, ma poi si optò per una fascia di fontane. Purtroppo, l’interruzione dei lavori a causa della guerra ne impedì la realizzazione. La Porta del Mare, invece, era un arco monumentale che avrebbe dovuto attraversare la Via Imperiale, a sud del lago artificiale. Tra i diversi progetti presentati fu approvato quello dell’ingegnere Covre, due archi in lega di alluminio di 200 e 320 m di luce. Il progetto definitivo venne completato nel marzo del 1941, troppo tardi per realizzare i lavori.

Porta del Mare
Progetto della Porta del Mare di Adalberto Libera, 1942
I Palazzi dell’INA e dell’INPS

La struttura definitiva dell’Esposizione comportò diverse modifiche nella sistemazione del primo piazzale d’ingresso, con l’introduzione delle due esedre contrapposte che davano forma ai due edifici dell’INA e dell’INPS, nella zona del grande bacino artificiale del lago, in cui si scorge un riferimento ai Mercati di Traiano. Il doppio colonnato delle esedre non aveva una funzione statica, ma solo decorativa ed era realizzato in marmo. Inoltre, i due palazzi erano ornati con quattro colossali bassorilievi di forma quadrata.

palazzo INA EUR
Palazzo dell’INA, EUR
L’EUR negli anni Cinquanta

Nel 1940, a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, molti monumenti dell’E42 non furono completati e l’immenso cantiere viene abbandonato, assumendo un aspetto quasi spettrale.
I lavori furono ripresi, sotto la guida di Virgilio Testa, Segretario generale del Governatorato di Roma, soltanto negli anni ’50. L’intera area, ribattezzata EUR, fu trasformata in un quartiere per uffici e residenze e divenne la sede delle Olimpiadi nel 1960.

EUR negli anni '50
La zona dell’EUR negli anni Cinquanta
L’architettura dell’E42

L’architettura dell’E42 si rivolge alle masse. Rappresentava uno strumento di educazione delle stesse in senso fascista e testimonianza della missione di civiltà. L’architettura dell’Impero simboleggiava il mito della romanità, cogliendo immediatamente il legame tra la modernità del presente e la tradizione romana antica. Nell’antica Roma il Duce vede il modello di un rapporto tra l’individuo-artista e la collettività, da riprendere e inquadrare nella concezione totalitaria dello Stato.

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NEWS | L’Università di Bologna fa una grande scoperta a Ostia

La più antica colonia della Città Eterna, nonché motivo della sua grande fortuna nei secoli, può sfoggiare nuovamente il suo quartiere marittimo. Il sito archeologico di Ostia era stato esplorato solo superficialmente prima degli scavi del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna.

L’ultima campagna di scavo guidata dall’Alma Mater ha insistito su una parte del “Caseggiato delle due scale”, un grande edificio in uno degli isolati della Regio IV, i “quartieri” in cui era divisa Ostia. Inoltre, gli studenti hanno portato avanti il restauro della “Caupona del dio Pan“, una taverna trasformata in mitreo nel IV secolo d.C.; l’ambiente è molto piccolo e ornato da bellissimi pavimenti musivi, tanto da meritare il nome di “Mitreo dei marmi colorati“.

Progetto “Ostia Marina”

Il Progetto “Ostia Marina” è una missione archeologica del Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna; è operativo dal 2007 per indagare il quartiere fuori porta Marina, un’area extraurbana posta tra il mare e le mura di Ostia antica. Porta Marina doveva distare veramente pochissimo dal mare quando venne costruita (I secolo a.C.), poi pian piano le acque si ritirarono sempre più, generando il quartiere che ne prese il nome. 

A partire dal 2009, il Progetto “Ostia Marina” ha iniziato le annuali campagne di scavo con la partecipazione di studenti provenienti da ogni parte del mondo. Grazie agli scavi di ben 13 anni sono stati individuati: la “Caupona del dio Pan” e il “Caseggiato delle due scale“, a cui sono associate le “Terme dello scheletro” e le “Terme del Sileno”. Inoltre, sono stati indagati edifici già noti e famosi, come le “Terme della Marciana” e le “Terme di Musiciolus”. Un nuovo archivio WebGIS già raccoglie buona parte della documentazione dell’area.

Pianta dello scavo dal Progetto “Ostia Marina”

“Le ricerche del Progetto “Ostia Marina” richiamano l’attenzione di studiosi impegnati su temi diversi: esperti del paleoambiente, storici dell’architettura, storici delle religioni, numismatici, medievisti e tanti altri. Tutti attratti da scoperte che stanno offrendo opportunità inattese per riuscire a ricostruire la vita di questa antica città, un centro di fondamentale importanza per l’antico spazio mediterraneo” – racconta Massimiliano David, professore dell’Università di Bologna che dirige gli scavi.

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NEWS | Gravina, dagli scavi emergono ricche sepolture del VI-IV secolo a.C.

L’area archeologica di Botromagno (Gravina, Puglia) è già nota agli archeologi per essere uno dei più importanti siti della Puglia preromana. Nell’ultima campagna di scavo, avviata nei giorni scorsi, i ricercatori hanno riportato alla luce alcune sepolture a semicamera databili tra il VI e il IV secolo a.C.

L’insediamento 

Il colle Petra Magna, sul quale sorge il sito archeologico, mostra tracce d’insediamento a partire dall’Età del ferro. I greci ne fecero una città, che prese il nome di Sidion. La quantità e la qualità dei reperti rinvenuti nelle varie campagne di scavo dimostrano come questo sito, proprio in epoca greca, facesse parte di una fitta rete di scambi tra Occidente e Oriente che comprendeva altre grandi città della Magna Grecia, come Taranto e Metaponto.

Sidion cambiò nome in Silvium in seguito alla conquista da parte dei romani. La città venne incendiata e gli abitanti furono fatti prigionieri. Data la vicinanza con la via Appia, il centro si trasformò in una stazione militare che l’esercito romano usava per rifornirsi. Il sito venne distrutto da un violento terremoto nel II secolo a.C.

Gli ultimi ritrovamenti

Nei giorni scorsi gli archeologi hanno ritrovato delle sepolture risalenti alla frequentazione greca. Si tratta di tombe a semicamera. L’imponenza di queste strutture funerarie basterebbe a suggerire lo status sociale degli inumati. Si tratta probabilmente di famiglie facoltose, appartenenti all’alta società di Sidion. A confermarlo potrebbero essere anche i numerosi frammenti di oggetti preziosi e ceramiche di importazione rivenuti nel sito, a conferma del fiorente periodo che la città visse tra i secoli IV e VI a.C., forse proprio grazie ai rapporti commerciali con il resto della Magna Grecia e con la Grecia.

Le indagini sul sito

Purtroppo, i tombaroli sono stati i primi a capire l’enorme potenziale del Parco Archeologico di Botromagno. Fin dal XIX secolo, ma con maggior brutalità tra gli anni ’50 e ’70 del XX secolo, hanno saccheggiato quest’area e disperso testimonianze storiche di rilievo.

Dagli anni ’70 del secolo scorso il sito è stato scavato, con metodo, da prestigiosi istituti britannici e canadesi, restituendo così una grossa mole di informazioni storiche e di reperti archeologici di un periodo compreso tra il Neolitico e la dominazione romana.

Attualmente il sito è oggetto di indagine da parte della Soprintendenza Abap per la città metropolitana. La direzione dello scavo è affidata alla dottoressa Marisa Corrente. La responsabile dello scavo ha fatto presente la sua preoccupazione per lo scarso interesse mostrato per il sito di Botromagno e fa presente la necessità di una sinergia istituzionale per salvaguardare un tesoro senza eguali. La preoccupazione riguarda soprattutto le azioni illegali degli scavatori di frodo.

Anche negli ultimi ritrovamenti, infatti, sono visibili le tracce distruttive lasciate dai predoni nel tentativo di saccheggiare le sepolture senza tener conto del contesto storico o stratigrafico, con il solo scopo di trafugare elementi preziosi che fungevano da corredo nelle sepolture.

Entusiasmo per la nuova campagna di scavi da parte del primo cittadino Alesio Valente. «Ogni azione utile a far uscire dall’ombra il destino del parco archeologico di Botromagno non può che essere accolta e salutata con favore – riferisce il sindaco -. Ancor di più lo è la nuova campagna di scavi avviata dalla Soprintendenza. Il governo deve dedicare massima attenzione a questo patrimonio. Battaglia che portiamo avanti da sempre ma che ha portato risultati purtroppo parziali».

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ARCHEOLOGIA | La Scolacium di Cassiodoro

Scolacium, città di Cassiodoro, detta anche Scylletium, è un’antica città costiera del Bruzio, la cui fondazione risale alla metà del VI secolo a.C. ad opera di coloni greci provenienti forse da Atene o da Crotone. Ci si ritrova in un luogo scenografico, con vista mare sul golfo di Squillace, dove tra ulivi centenari spiccano i monumentali resti di una basilica bizantina. Ma Scolacium ha una storia molto più lontana nel tempo, quella della Magna Grecia e dell’antica Roma.

Storia dell’antica Skylletion

Per la sua posizione strategica sul mare ha avuto grande importanza all’interno degli equilibri della Magna Grecia, trovandosi tra Crotone e Locri Epizefiri, che si contendevano il primato dei commerci marittimi. In un primo momento legata a Crotone, passò poi sotto la dominazione di Locri nel IV secolo a.C. La città fu coinvolta anche nella Guerra del Peloponneso, alla fine del V secolo, e dunque, ebbe un ruolo non solo nelle vicende magno-greche, ma anche in un contesto più ampio che riguardava tutto il mondo greco.

I Romani recuperarono la città proprio per la sua posizione strategica e la trasformarono: l’imperatore Nerva la ribattezzò colonia Minerva Nervia Augusta Scolacium, e ne riformò l’assetto urbanistico ed il territorio agricolo circostante. La città prosperò in ricchezza in epoca romana e vide anche la nascita di Cassiodoro, uno dei più importanti autori della tarda romanità, personaggio importante per il recupero della cultura antica in questi anni di decadenza.

Ciò che resta della colonia romana

Il Teatro romano di Scolacium venne costruito sfruttando il pendio naturale e la cavità offerta da una collina argillosa posta a ridosso del foro romano; fu costruito intorno al I secolo d.C., una volta dedotta la colonia romana di Scolacium, che sostituì l’antica polis di Skylletion.

Nel corso del II secolo d.C. l’imperatore Nerva fece ristrutturare la colonia romana, nell’ambito della quale il teatro venne ampliato e dotato di una nuova scena, con rifacimenti protratti sino al IV secolo d.C.

Da quest’area proviene gran parte della decorazione marmorea e fittile della stessa struttura, tra cui capitelli, antefisse e colonne, che costituiscono elementi della scena, nonchè un’epigrafe della Fors Fortuna, tutto esposto nell’Antiquarium ospitato all’interno di Villa Mazza, in località Roccelletta di Borgia.

L’anfiteatro e il Foro
anfiteatro
L’anfiteatro romano di Scolacium

L’Anfiteatro, dell’epoca di Nerva, a pochi metri dal Teatro, è seguito da almeno tre impianti termali, necropoli e acquedotti. Si tratta dei resti dell’unico anfiteatro romano in Calabria: l’edificio sorge in un settore marginale della colonia, dove sono state reperite raffinate sculture, come la statua della Fortuna, il Genio di Augusto e un raro esemplare statuario di Germanico, il figlio adottivo dell’imperatore Tiberio.

Nel settore orientale si aggiunse un settore «a struttura cava», con elementi relativi ad almeno due livelli, con arcate e volte in concrezione di laterizi e pietrame. Quella più bassa, che si sviluppa lungo l’asse maggiore dell’anfiteatro, fungeva anche da entrata all’arena (Vomitorium). Ai suoi lati vi erano altri due vomitoria minori, che permettevano agli spettatori di raggiungere i settori superiori della cavea.

ricostruzione foro
Ricostruzione digitale del Foro romano

Il Foro, con la sua particolare pavimentazione in laterizio, che non ha confronti in tutto il mondo romano, insieme ai resti di alcuni edifici, tra cui la Curia, il Cesareum e il Capitolium, è costituito da un’area rettangolare pavimentata con mattoni, circondata da portici, un tempietto, una fontana ed infine il tribunale. Qui vennero rinvenute statue e ritratti che oggi sono conservati nell’Antiquarium.

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TEATRO | Alla scoperta del Massimo di Palermo, il più grande d’Italia

Palermo, capoluogo della Sicilia, offre alla vista del viaggiatore numerose meraviglie dell’architettura, dall’arabo-normanna alla bizantina, e non mancano capolavori evolutisi nel tempo, in una fusione di correnti stilistiche differenti.

Ogni angolo ha qualcosa da offrire, ma di certo il centro storico custodisce gioielli architettonici di interesse culturale e artistico, come il Teatro Massimo Vittorio Emanuele, meglio conosciuto semplicemente come Teatro Massimo.

La struttura del Teatro Massimo

Il Massimo è l’edificio teatrale più grande d’Italia ed è il terzo per dimensioni in Europa, dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna. 

L’intera struttura esterna presenta elementi dal gusto neoclassico, con richiami all’architettura religiosa greca e romana: la facciata frontale è costituita da un pronao di sei colonne corinzie, elevato su una scalinata, ai lati della quale sono presenti due sculture bronzee a forma di leone, allegorie della Tragedia e della Lirica. Anche la volta con l’enorme cupola emisferica è di gusto neoclassico e un sistema di rulli permette di regolare la temperatura dell’interno.

Facciata del Massimo

Le dimensioni colossali del teatro sono dovute, oltre che dall’imponente facciata monumentale, anche dal corredo di sale, gallerie e ambienti di rappresentanza che circondano e completano il teatro vero e proprio.

Le sale del Massimo

La sala principale, o Sala Grande, ha una forma a ferro di cavallo e contiene cinque ordini di 31 palchi ciascuno, oltre al loggione. La capienza è di 1247 posti e la sala vanta un’acustica perfetta. La platea è sovrastata dalla Ruota Simbolica, uno speciale soffitto composto da undici pannelli lignei affrescati a forma di petalo che raffigurano il “Trionfo della Musica”, opera di Luigi Di Giovanni. I petali sono mobili: un meccanismo ne modula l’apertura verso l’alto, così da permettere all’aria calda di uscire e garantire un’ottima ventilazione del teatro in maniera naturale.

Pannelli in movimento

Al centro del secondo ordine di palchi c’è il cosiddetto Palco Reale, progettato da Ernesto Basile, dotato di 27 posti e di un foyer privato: il “Salone del Sovrano”, impreziosito da rivestimenti in mogano e uno sfarzoso lampadario di Murano; poltrone e divani di broccato rosso completano l’arredamento e sulle pareti sono fissati 9 specchi. Sulle porte e sui capitelli è affisso lo stemma reale sabaudo. 

La visita guidata all’interno degli ambienti del teatro conduce il visitatore anche all’interno della Sala Pompeiana: l’intera stanza è progettata seguendo proporzionalità legate al numero 7 e ai suoi multipli. La simbologia del 7 rimanda alle note musicali, alle corde della lira, ai giorni della settimana e ai peccati capitali e virtù cristiane.

Tra gli altri ambienti del teatro si trovano ancora il Palco Bellini, un tempo ritrovo e circolo culturale, la Sala degli Stemmi, il Foyer e la Sala del Caffè.

Cenni storici

I lavori iniziano nel 1875 e sono guidati dall’architetto Giovan Battista Filippo Basile, vincitore del bando indetto nel 1864. Alla sua morte, subentra il figlio Ernesto Basile, che ultima il progetto del padre su richiesta del Comune di Palermo.

Finalmente arriva l’apertura ufficiale del Teatro il 16 maggio 1897 con Falstaff di Giuseppe Verdi, prima assoluta a Palermo. Seguono anni di splendore e grandi rappresentazioni, specialmente liriche. Nel 1974 il teatro chiude per lavori di restauro: rimane abbandonato per un lunghissimo periodo, sino al 1997, quando viene finalmente riaperto.

Curiosità sul Teatro Massimo

Si narra che Umberto I, in visita a Palermo, non volle entrare a teatro durante l’inaugurazione, perché trovò inopportuna la presenza di un edificio così sfarzoso in una città da lui ritenuta non di primo piano come Palermo.

Il Teatro Massimo era stato costruito abbattendo la chiesa di San Francesco delle Stimmate e il convento di San Giuliano. Durante i lavori di abbattimento, però, sarebbe stata profanata la tomba della prima Madre Superiora del convento.

Leggenda vuole che l’anima inquieta della suora, detta la Monachella, si aggiri ancora per le sale del teatro, lanciando maledizioni. In molti hanno sostenuto di aver visto l’ombra di una suora aggirarsi dietro le quinte o nei sotterranei. Inoltre, c’è un particolare gradino, entrando a teatro, chiamato “il gradino della suora”, nel quale si dice che inciampino tutti coloro i quali non dovessero credere alla leggenda.

La Sala Pompeiana, detta anche “Rotonda del Mezzogiorno”, era un tempo riservata ai soli uomini. Se ci si pone al centro della sala a parlare si può udire la propria voce amplificata a dismisura; ma a coloro i quali si trovano nel resto della stanza, il suono arriva distorto, al punto da rendere le parole incomprensibili. Ciò che viene detto al centro della Rotonda del Mezzogiorno, è impossibile da comprendere per chi si trova all’esterno. Questo particolare effetto di risonanza, è dovuto a una leggera asimmetria della sala, appositamente voluta.

Il Massimo è molto vicino alle cause della comunità LGBT: ogni anno, durante la settimana delle celebrazioni del Pride, le colonne della sua facciata vengono illuminate dai colori della bandiera arcobaleno.

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NEWS | Palmira rinasce grazie all’accordo tra Russia e Siria

Firmato un patto d’intesa per la collaborazione nella ricerca e nel restauro dell’Arco di Trionfo di Palmira

La Direzione Generale delle Antichità e dei Musei siriana e l’Associazione dell’Industria della Pietra della Federazione Russa hanno da poco firmato un memorandum d’intesa (memorandum of understanding, MOU) per la ricostruzione dell’antica città di Palmira. L’obiettivo è quello di cercare i massimi esperti e specialisti di nazionalità russa per avviare un progetto di restauro dell‘arco di trionfo di Palmira. Questo, infatti, è uno dei monumenti storici distrutti dall’ISIS nell’ottobre 2015. L’Arco di Trionfo, costruito durante il regno dell’imperatore romano Settimio Severo (193-211 d.C.), si trova all’ingresso delle rovine di Palmira e presenta tre ingressi coperti da un arco decorato con motivi geometrici.

Il Memorandum d’intesa

Il Memorandum è stato firmato lo scorso venerdì 13 novembre dal Vicedirettore delle Antichità e dei Musei Nazeer Awad e dal Presidente dell’Associazione dell’Industria Russa della Pietra, Dmitriy Mediyantsev. Il patto prevede la cooperazione tra le due parti in tutti gli aspetti relativi al restauro dell’Arco di Trionfo di Palmira e al completamento degli studi archeologici e dei lavori di documentazione necessari prima di iniziare i lavori di restauro, in conformità con le norme internazionali. È in cantiere anche un progetto di modellazione tridimensionale dei resti archeologici siriani, realizzato in collaborazione con la Repubblica della Federazione Russa.

Un progetto in cantiere da tempo

La ricostruzione di Palmira è da tempo una questione molto cara anche all’UNESCO e a tutti gli operatori culturali del Medio Oriente. Fu proprio la Russia, nell’aprile 2016, a presentare all’UNESCO una proposta di partecipazione ai lavori di restauro e tutela del sito archeologico siriano. Il direttore dell’Hermitage di San PietroburgoMikhail Borisovich Piotrovsky, il 25 novembre 2019, aveva annunciato un protocollo d’intesa per il restauro di alcuni siti presso Palmira e Damasco. Anche se a molti l’interesse della Russia verso la Siria sembrerebbe sottendere altri scopi, i due Paesi oggi sottolineano con forza la volontà di rafforzare le relazioni culturali tra di loro.

Un luogo segnato dalla violenza

L’accordo tra Russia e Siria vuole essere un tentativo di ricostruire ciò che Palmira era prima dell’attacco terroristico dell’ISIS. La distruzione del sito è stata vissuta da tutti come un dramma di enorme portata e molti hanno cercato di ostacolare l’atto di violenza. Uno tra questi è stato senz’altro Khaled al-Asaad, ex direttore del sito archeologico di Palmira. Egli ha diretto il sito archeologico per oltre mezzo secolo, con passione e devozione. All’arrivo dell’ISIS, nascose alcuni reperti di inestimabile valore che i terroristi volevano prendere per finanziare la loro guerra ideologica e religiosa. Nel maggio 2015 Palmira passò definitivamente sotto il controllo del sedicente Stato Islamico. Khaled al-Asaad fu catturato e, dopo un mese di prigionia e torture di ogni tipo, venne pubblicamente giustiziato per non aver consegnato i manufatti. 

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ARCHEOLOGIA | Il Monte Sabucina (CL), simbolo dell’antica Sikania

Il Monte Sabucina si trova a circa 10 Km a nord-est di Caltanissetta. Dichiarato ufficialmente Parco Archeologico Regionale mediante decreto del 2001, insieme al vicino Monte di Capodarso, la montagna costituisce un unico sistema che domina, sulla vallata del fiume Salso, l’antica Himera. Il suo pianoro, a 720 m s.l.m., ha costituito nel tempo un importante punto di controllo e di dominio delle vie commerciali che si insinuano nel territorio dell’antica Sikania. Questa sua caratteristica non è sfuggita alle popolazioni che hanno abitato questo territorio dal Bronzo Antico fino all’età romana. Le prime indagini archeologiche risalgono agli anni ’60 del secolo scorso a opera di Piero Orlandini.  

L’Età del Bronzo

Il primissimo sito del Bronzo Antico, ai piedi del Monte Sabucina, è composto da diversi villaggi corrispondenti alla cultura preistorica di Castelluccio. Successivamente, intorno al XIII secolo a.C., l’abitato si sposta sui pendii collinari, probabilmente per motivi difensivi. Tra il XIII e il X secolo l’abitato, ascrivibile alla facies di Pentalica Nord, si evolve. Questo unico grande abitato è costituito da capanne circolari, poste sia sulla piattaforma sia sul pendio del colle. Tra le capanne, inoltre, vi sono degli ipogei scavati nella roccia, utilizzati come luoghi di sepoltura, come depositi o ricoveri per animali. Infine, alcune capanne restituiscono matrici e oggetti ceramici che indicano la loro funzione come officine metallurgiche e botteghe ceramiche. Durante il X e il IX secolo a.C., le capanne vengono costruite con muri a secco e l’abitato è di più modeste dimensioni. Inoltre, il sito, dotato di terrazzamenti e canalette, rientra nell’orizzonte culturale di Cassibile.  

Il Monte Sabucina nell’Età del Ferro

Tra l’VIII e il VII secolo a.C. un nuovo abitato si impianta sulla sommità e sulle pendici del Monte Sabucina. Le abitazioni sono a pianta rettangolare e l’abitato sembra organizzato in aree specializzate. Nell’area di culto si individuano due sacelli, forse dedicati alle divinità ctonie, che sono stati ampliati e modificati nel corso del tempo. Di notevole interesse è una delle celle, la quale si presenta orientata a Est. Si tratta di una cella circolare, costruita con pietre irregolari e rinforzata alla base da un secondo anello che ne raddoppia lo spessore murario. I resti ci dicono che si tratta di una struttura in antis (due colonne sulla fronte): questo testimonia i contatti tra il mondo indigeno e quello greco. Dall’area sacra proviene anche il famoso Sacello di Sabucina: un modellino fittile su alto piede di tempietto in antis a pianta rettangolare, il cui tetto spiovente è sormontato da figure di cavalieri e ornato in fronte da due gorgoni.

Il volto classico di Sabucina

Area archeologica di Sabucina

Il processo di ellenizzazione, testimoniato dal Sacello di Sabucina, termina intorno al VI secolo a.C., con l’arrivo di coloni rodio-cretesi da Gela. L’abitato, seppur dotato di mura di fortificazione alla maniera greca, manca di un impianto urbanistico regolare. Esso, infatti, si presenta come un agglomerato di strade e stradine irregolari. Questa polis viene violentemente distrutta da Ducezio nel V secolo a.C., nell’ambito della rivolta delle città sicule contro i Greci. Nel corso del IV secolo, così come tante altre città dell’Isola, anche Sabucina si ripopola con nuovi coloni per opera di Timoleonte. La città viene anche ricostruita e protetta con possenti mura fortificate e dotate di torri rettangolari e semicircolari. Dopo il 310 a. C. il sito è stato abbandonato e la popolazione ritorna ad abitare i piedi della montagna.

Durante l’epoca romana, soprattutto in età imperiale, gli abitanti continuano a vivere in ville e abitazioni che si estendono ai piedi del Monte Sabucina. Il centro abitativo di Piano della Clesia e la necropoli in contrada Lannari, dove è stato ritrovato il busto in marmo dell’imperatore Geta (209 – 212 d. C.), testimoniano la continuità di vita del sito.

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NEWS | Lunga vita alla conservazione dei beni culturali

Un particolare composto sembra rallentare l’erosione dei beni culturali, garantendo una migliore conservazione

Un gruppo di ricerca, composto dall’Instituto Universitario de Investigación en Química Fina y Nanoquímica dell’Università di Cordoba e dall’Instituto de Recursos Naturales y Agrobiología de Sevilla, ha da poco pubblicato uno studio sulla rivista Science Direct, in merito alla conservazione dei beni culturali.

Le malte per il restauro

La pubblicazione, in lingua inglese, potrebbe davvero cambiare le sorti di molte opere d’arte. I ricercatori, tra cui Adrián Pastor, Beatriz Gámiz e Manuel Cruz-Yusta, hanno lavorato per cercare di migliorare la conservazione dei beni culturali. I microrganismi sono, infatti, responsabili del deterioramento del nostro patrimonio artistico e i restauratori devono applicare delle malte per proteggere antichi rivestimenti. Solitamente si utilizzano malte di calce mista a calcare o marmo, che meglio si raccordano al rivestimento originario.  

Una possibile soluzione

Spesso l’utilizzo delle malte non è garanzia di lunga conservazione. Questi composti perdono spesso efficacia a causa di radiazioni e agenti atmosferici. Lo scopo dello studio è quello di ottimizzare la preparazione di un particolare additivo biocida per creare delle malte ancora più efficaci. I ricercatori hanno dimostrato che il composto di argilla e carbendazima (CBZ), se aggiunto nella malta idraulica, ha un’elevata attività antimicrobica. Il composto potrebbe essere applicato nelle malte da restauro e garantire una più lunga conservazione del nostro patrimonio culturale. Dopo numerosi test, i ricercatori hanno notato come il lento e graduale rilascio della sostanza nella malta offra un risultato migliore rispetto a un rilascio veloce.

Verso nuovi orizzonti di studio

Va ricordato che questo è uno studio preliminare: ciò significa che dovranno essere fatte ulteriori ricerche prima di applicare il composto alle malte in commercio. E’ necessario, quindi, uno studio su scala più ampia, che indaghi sulle proprietà fisiche del materiale e che ne verifichi la conformità alle normative, per poi rendere il prodotto completamente affidabile.

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NEWS | I colori di Esna ritornano a splendere dopo 2000 anni

Secondo una dichiarazione dell’Università di Tübingen, un team di ricercatori tedeschi ed egiziani ha riportato alla luce i colori originali delle iscrizioni e delle decorazioni del tempio di Esna, in Egitto. I lavori di recupero sono frutto della cooperazione tra l’Institute for Ancient Near Eastern Studies (IANES) dell’Università di Tübingen e il Ministero Egiziano del Turismo e delle Antichità.

Il tempio di Esna

Esna si trova sulla riva Occidentale del Nilo, a circa 60 km a sud di Luxor. Del tempio rimane solamente il vestibolo, o pronao, che si è salvato dallo smembramento per il recupero di materiali, durante l’industrializzazione dell’Egitto, grazie alla sua posizione al centro della città.

Facciata del vestibolo, o pronao, di Esna, inserito nel profilo della moderna città (fonte Wikimedia Commons)

Fatto costruire di fronte alla struttura templare originale dall’imperatore Claudio tra il 41 e il 54 d.C., il pronao in arenaria misura 37 m di lunghezza, 20 m di larghezza e 15 m di altezza. Il tetto è sorretto da 24 colonne e i capitelli di 18 colonne indipendenti sono decorati con motivi vegetali.

Capitello restaurato, Esna 2019 (credit Ahmed Amin, fonte Phys.org)

I ricercatori stimano attorno ai 200 anni il tempo per la realizzazione di tutte le decorazioni e iscrizioni. Il cartiglio più recente inscritto sulle pareti del tempio è quello dell’imperatore romano Decio del 249 d.C.

Il tempio è famoso per il suo corpus di iscrizioni geroglifiche, considerato il più recente e coerente fino a ora pervenuto, e per la grandiosa decorazione del soffitto astronomico.

Il progetto di restauro

Il progetto, guidato dal professor Christian Leitz, aveva riportato alla luce una nuova iscrizione, comprendente i nomi egiziani delle costellazioni presenti sul soffitto. L’iscrizione era stata impressa sulle pareti con inchiostro, invece di essere stata cesellata nella pietra.

Costellazione egiziana, iscrizione inedita. A destra, lo scarabeo alato con testa di ariete. Sono due manifestazioni del dio sole fuse insieme che arrivano sulla terra, all’alba, trasportate dal vento dell’Est (Credit Ahmed Amin, fonte Phys.org)

Liberati da strati di sporco e fuliggine di circa 2000 anni, i colori potranno adesso essere ammirati in tutta la loro brillantezza e vivacità. Inoltre, è importante la nuova prospettiva di ricerca per gli studiosi, poiché, sostiene Leitz, “i geroglifici indagati da Sauneron erano spesso scolpiti solo in modo molto approssimativo e i dettagli venivano applicati solo dipingendoli a colori. Ciò significa che sono state studiate solo le versioni preliminari delle iscrizioni. Solo ora possiamo avere un’immagine della versione finale.”

Un abaco di colonna prima del restauro, Esna (credit Ahmed Amin, fonte Phys.org)
Un abaco di colonna dopo il restauro, Esna (Credit Ahmed Amin, fonte Phys.org)

Dal 2018, i ricercatori dell’Università di Tübingen collaborano con le autorità egiziane per scoprire, preservare e documentare gli strati della pittura. I lavori continuano nonostante la pandemia da Coronavirus, grazie a un team di 15 restauratori guidato da uno dei capi conservatori del Ministero Egiziano. I risultati vengono documentati fotograficamente e all’Università di Tübingen le scoperte sono rese disponibili attraverso le pubblicazioni.

Pubblicabili da revisionare

Sarah Belzoni, amore e avventura all’ombra delle piramidi

I coniugi Belzoni ritratti in abiti orientali

Sarah Belzoni è stata artista, archeologa ed esploratrice. Moglie dell’eclettico antiquario ed esploratore padovano Giovan Battista Belzoni, continuò a condurre ricerche e a curare pubblicazioni anche dopo la prematura morte del marito.

Un colpo di fulmine con il bell’italiano

Della giovinezza di Sarah Belzoni, nata Sarah Banne a Bristol nel 1783, si sa abbastanza poco. Probabilmente non aveva fatto studi classici, ma era una donna di discreta cultura.

Nel 1803 conobbe Giovan Battista, all’epoca da poco trasferitosi in Inghilterra. Qui l’eclettico viaggiatore italiano si esibiva in un circo, sfruttando il suo poderoso aspetto fisico (era alto più di due metri). Sembra che fu un colpo di fulmine e che Sarah, descritta da Charles Dickens come una donna “delicata e di bell’aspetto”, in alcune occasioni si esibì assieme al marito: i primi anni di matrimonio furono vissuti dalla coppia in Inghilterra, al seguito di spettacoli itineranti.

Tuttavia, Belzoni, che aveva studiato archeologia e ingegneria a Roma, voleva essere ben altro che un circense e, sicuramente, Sarah lo incoraggiò a riprendere le sue aspirazioni e a diventare un esploratore e un antiquario.

Finalmente l’Egitto

Nel 1815 i coniugi raggiunsero l’Egitto, dove Giovan Battista trovò impiego come ingegnere idraulico al servizio del governatore Alì Pasha. Presto, però, l’italiano fu assunto dal console inglese Henry Salt per recuperare antichità egiziane da destinare al British Museum. Iniziarono, a questo punto, una serie di viaggi e spedizioni che, tuttavia, non inclusero la presenza di Sarah, puntualmente lasciata nella grande città più vicina (Cairo, Rosetta, Aswan).

In assenza del marito, la giovane inglese si dedicò ad approfondire usi e costumi del paese che la ospitava, in special modo per quanto riguardava le donne. Ne è testimonianza uno dei pochissimi scritti che ci è rimasto di Sarah Belzoni, un capitolo intitolato “Mrs. Belzoni’s trifling account of the women of Egypt, Nubia, and Syria”, pubblicato all’interno dell’opera di Giovan Battista “Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia”.

Sarah, nei mesi di permanenza in Egitto, dimostrò grande sagacia, intelligenza e spirito di adattamento, oltre ad essere un’acuta osservatrice della civiltà che le era intorno. I rapporti coltivati con le donne egiziane, arabe e nubiane ci vengono raccontati con perspicacia e arguzia dalla stessa Mrs Belzoni. Interessante il racconto di come Sarah avesse iniziato a scambiare manufatti e bigiotteria inglese, soprattutto perline, con grani di collana antichi che le abitanti locali le portavano in dono.

In prima linea, da sola

Stanca di rimanere ai margini della scena, all’inizio del 1818 partì da sola, vestita da uomo, per la Palestina e visitò, prima donna europea a farlo, la spianata delle moschee a Gerusalemme. Accompagnata solo da una guida locale, sempre in abiti da giovane uomo turco, Sarah viaggiò lungo la valle del Giordano fino a Gerico.

Tornata in Egitto, contribuì a salvare le pitture murali della tomba di Sethi I, minacciata da un’alluvione, e, nei primi mesi del 1819, rimase bloccata per un periodo di tempo a Rosetta, mentre il marito si trovava in Libia, a causa di un’epidemia di peste. Qui passò il tempo della quarantena allevando camaleonti, ai quali pare volesse molto bene, arrivando a tenerli come animali da compagnia.

Sarah Belzoni
Sarah Belzoni in età avanzata

Ritorno amaro

Nel 1919 i Belzoni rientrarono in Inghilterra, dove due anni più tardi allestirono la grande esposizione all’Egyptian Hall, a Londra, con i calchi della tomba di Sethi I, alcuni modelli in scala delle piramidi e del tempio di Abu Simbel e una nutrita collezione di mummie e reperti di piccole dimensioni.

Nel 1823 Giovan Battista Belzoni tornò in Africa, dove trovò la morte, probabilmente in Benin, mentre cercava Timbuktu e le sorgenti del Niger. Sarah, rimasta in Inghilterra, continuò a curare i lavori del marito, cercando di esporre le sue scoperte in una mostra, nel 1925, che tuttavia ebbe scarsissimo successo.

Passò gli ultimi anni della sua vita prima a Bruxelles poi nelle Channel Island, dove morì nel 1870. Dal 1851 il Parlamento inglese le concesse una modesta pensione per i meriti culturali del marito.