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DIETRO AL FASCISMO | La Città universitaria, un’arte di Stato

Il progetto della Città universitaria era simbolo del fascismo e della Roma intera. Il complesso, inaugurato il 21 Aprile del 1935, rappresentò un’impresa importante per il regime perché Mussolini decise di concentrare gli edifici in un’unica zona, esaminare e modificare i diversi disegni e visitare spesso il cantiere. Il complesso diveniva un’opera creata per il popolo e dal popolo veniva in qualche modo santificata.

Una progettazione collettiva

Mussolini affidava a Marcello Piacentini, accademico d’Italia, il compito di realizzare questo grande complesso di edifici che doveva costituire non solo l’Università di Roma ma il più grande centro studi dell’Italia e del Mediterraneo. Insieme a Piacentini, molti altri erano gli architetti chiamati dal Duce a collaborare in modo che risultasse un’impresa di progettazione collettiva. Nonostante l’operato dei diversi architetti, viene realizzata un’unità di stile poiché si ricorre al tipo classico della basilica e ad elementi architettonici comuni, come l’uso delle stesse finestre e degli stessi materiali di rivestimento come il travertino e l’intonaco giallo o rosso.

L’impostazione architettonica

Il terreno scelto, a forma quadrangolare, è situato tra i Viali del Policlinico, dell’Università e della Regina. I diversi istituti si raggruppano intorno ad uno spazio vuoto centrale, centro del progetto. Un progetto essenziale, con visioni monumentali, viali e giardini. L’ingresso monumentale, formato da alti e solenni propilei, si apre verso il Viale del Policlinico, largo 60 m, delimitato dagli edifici delle diverse facoltà. Di fronte al Viale, sul suo asse e posto a chiudere il lato lungo del Foro, si erge l’edificio del Rettorato e della Biblioteca, che forma con gli edifici di Lettere e Giurisprudenza un complesso unitario. Il viale alberato confluisce in un ampio spazio trasversale, una piazza di 68 x 240 m, dimensioni simili a quelle di Piazza Navona. Alle due estremità si ergono gli Istituti di Matematica di Giò Ponti e l’Istituto di Mineralogia, Geologia e Paleontologia di Giovanni Michelucci. Nella parte posteriore, nei pressi dell’aula Magna, si apriva un vasto piazzale utilizzato per le adunate e le diverse cerimonie. Molte le zone destinate a parchi e giardini, come il quadriportico costruito sulla sinistra del viale. Il pronao, i pilastri di travertino, le grandi finestre incorniciate di marmo rosso, la statua della Minerva posta di fronte all’atrio rappresentano un’armonia di forma e di valori.

Planimetria generale

 

Il grande viale visto dall’edificio del Rettorato

 

Il portico d’ingresso visto dall’esterno

 

La tecnica costruttiva degli edifici

La costruzione degli edifici era ad ingabbiatura di cemento armato con le fondazioni costituite da pali di cemento. Le facciate esterne erano rivestite con cortina di litoceramica e travertino romano. Molte le applicazioni speciali, come rivestimenti di mattoni in vetro, solai leggeri in cemento armato o pensiline di vetro-cemento.

L’edificio del rettorato con la statua della Minerva

 

Architettura come stile di epoca fascista

La Città universitaria costituisce un esperimento di collaborazione e coordinamento ben riuscito che verrà riproposto con l’E42. L’architettura semplice non rinuncia alla modernità nata in un clima classico e mediterraneo. Un compromesso politico e artistico: il punto di equilibrio sarà poi trovato a seconda degli orientamenti e delle necessità che il Regime richiedeva alla realizzazione di un’architettura moderna come stile di un’epoca fascista, un’arte di Stato.

Veduta aerea della città universitaria

 

 

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NEWS | Gravina (BA), Silbion sulle rotte dell’antica Grecia

La Soprintendenza di Bari ha promosso nuovi scavi archeologici sulla collina di Botromagno (BA), l’altura che domina il torrente Gravina, sede dell’abitato peuceta dell’antica Silbion.

La campagna di scavo si sta svolgendo in un’area di proprietà comunale che ha già restituito splendidi vasi a figure rosse di produzione attica e italiota. L’interesse per Botromagno (BA) non è mai venuto meno, ora più che mai lo testimoniano le tombe a semicamera del V secolo a.C. rivestite da blocchi e sigillate da lastroni per segnare la presenza di importanti gruppi familiari. Nessuna di queste tombe è stata rinvenuta intatta nell’architettura e nei corredi: troppe sono state le manomissioni nel tempo.

In memoria delle Grandi Panatenee

Le Panatenee (Παναθήναια) erano la massima solennità ateniese, celebrata in onore della dea Atena, che aveva dato il nome ad Atene e la teneva sotto la sua protezione. Avevano un’origine antichissima: si pensava che le avesse istituite il mitico re Erittonio e riguardavano tutti gli Ateniesi. La celebrazione si svolgeva ogni anno nel mese di Hekatombaiòn (luglio-agosto), il primo giorno del calendario attico, e culminavano il 28, giorno della nascita della dea.  Ad un certo punto le celebrazioni assunsero un carattere più solenne: si ebbero così le Grandi Panatenee (Παναθήναια τὰ μεγάλα). Queste ultime duravano almeno quattro giorni e, oltre ad agoni ginnici ed ippici, avevano in programma anche esibizioni musicali e altri sport particolari, come la corsa con le fiaccole (λαμπαδηδρομία).

Le anfore panatenaiche erano premi per i vincitori delle gare. Sul ventre dei vasi appare la figura di Atena armata di elmo, lancia e scudo, che sta tra due colonne sottili e sormontate da un gallo, simbolo di competizione. Dall’anfora panatenaica a figure nere dall’antica Silbion provengono i frammenti della canonica iscrizione τῶν Ἀθήνηθεν ἄθλων (“dalle gare di Atene”; sott. “sono”, col motivo dell’oggetto parlante). Si pensa che la vittoria fosse relativa ad una gara di corsa. Il grande vaso doveva trovarsi all’esterno della tomba e doveva servire come segnacolo del sepolcro dell’atleta vincitore che lo aveva portato in viaggio con sé. 

I frammenti dell’anfora da Silbion che recano l’iscrizione τῶν Ἀθήνηθεν ἄθλων

Il lusso greco di Silbion

Oltre all’anfora panatenaica, sono tornati alla luce altri frammenti di ceramica attica figurata a vernice nera nei corredi; alcuni hanno conservato addirittura le dorature tipiche dei vasi per le libagioni. La presenza del vasellame attico rivela una fitta rete di contatti con la Grecia tra il 450 e il 425 a. C.: tra i prodotti attici importati si ricordano i rytha (ῥυτά), vasi per il consumo del vino a forma di teste d’asino e di leone. Veri e propri prodotti di lusso.

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ARCHEOLOGIA | Le Terme di Caracalla, centro benessere dell’antichità

Le Terme di Caracalla o Antoniniane furono edificate dall’imperatore Caracalla sull’Aventino, tra il 212 e il 217 d.C., come dimostrano i bolli laterizi. Il recinto esterno fu, invece, opera di Elagabalo e Alessandro Severo. Grandiose e cariche di ornamenti preziosi, furono destinate al popolo dei vicini quartieri popolari della XII Regio e potevano contenere circa 1600 persone. Polemio Silvio, nel V secolo, le citava come una delle sette meraviglie di Roma.

Un complesso unico nel suo genere

Le terme erano uno dei luoghi d’intrattenimento preferiti dagli antichi Romani, dove curavano regolarmente la loro igiene e miglioravano le proprie relazioni sociali.

Dal punto di vista strutturale, esse si distinguevano dalle “grandi terme imperiali” (una tipologia edilizia assai diffusa, difatti, agli inizi del V secolo d.C., se ne contavano 856!) per una sostanziale novità: il nucleo termale vero e proprio è nettamente separato da tutti gli altri ambienti secondari e di servizio, cioè non balneari, che sono dislocati lungo tutto il recinto.

Nel vasto recinto occupato dalle Terme, i cittadini potevano non soltanto utilizzare i bagni pubblici, ma dedicare anche il loro tempo libero allo sport, alla lettura in biblioteca, a passeggiare fra i giardini o rendere omaggio al dio Mitra e ad altre divinità pagane visitando il tempio.

Le Terme di Caracalla sono una meraviglia architettonica e d’ingegneria, soprattutto se si valuta la loro data di costruzione, con il loro sistema di rifornimento d’acqua, così come di riscaldamento e di drenaggio. I forni a legna, alimentati dagli schiavi, servivano per riscaldare il suolo e le pareti delle terme, oltre all’acqua.

L’alimentazione acquea fu ottenuta da un ramo dell’Acqua Marcia: l’Acqua Antoniniana, acquedotto appositamente costruito nel 212 d.C. e potenziato con una nuova sorgente. Al riscaldamento dell’acqua provvedevano i focolari nei piani inferiori, gli ipocausti, che diffondevano aria calda nelle intercapedini sotto il pavimento, sostenuto da corti pilastri di mattoni. Rivestite di marmo e decorate con eccellenti opere d’arte, quelle di Caracalla furono le terme più sontuose costruite nell’antichità.

Il percorso termale
pianta Terme di Caracalla
Pianta delle Terme di Caracalla

Si entrava nel corpo centrale dell’edificio da quattro porte sulla facciata nord-orientale. Sull’asse centrale si possono osservare in sequenza diversi ambienti: il calidarium, provvisto di una grande vasca circolare per immergersi nell’acqua calda; qui, per far assorbire dal corpo l’umidità dei vapori, ci si aspergeva la pelle con l’acqua e con un po’ di soda, utilizzata al posto del sapone, detergendosi con lo strigilis, un raschiatoio in metallo di forma arcuata adatto ad eliminare l’unto lasciato sulla pelle dalla combinazione di olii, unguenti e sudore.

Proseguendo vi era il tepidarium, dotato di vasche con acqua tiepida per abituare il corpo lentamente al cambio di temperatura, e il frigidarium. Questo salone basilicale (o sala fredda) è il punto focale del complesso. Qui si rinfrescava e rinvigoriva il corpo, immergendosi nelle quattro vasche di acqua fredda, poste agli angoli della sala, che doveva essere coperta. Infine, le natatio, dove si terminava il rito del bagno con un tuffo nella piscina d’acqua freddissima.

Ai lati di questo asse centrale sono disposti simmetricamente attorno alle due palestre altri ambienti. Tutte le sale erano particolarmente curate e gli spazi erano valorizzati con pavimentazioni in mosaico, pareti rivestite di stucchi, marmi policromi e, soprattutto, centinaia di statue che decoravano tutte le stanze. Talvolta si creavano anche effetti particolari. I mosaici, ad esempio, spesso rivestivano l’interno e il fondo delle vasche, magari con raffigurazioni di pesci e animali marini che il movimento dell’acqua faceva sembrare vivi!

ricostruzione
Ricostruzione delle Terme di Caracalla
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NEWS | Artemisia Gentileschi e la forza di essere donna, il docufilm

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ricorrenza mondiale istituita dall’Assemblea Generale dell’ONU. Ed è proprio questa la data scelta per l’uscita del docufilm Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera, prodotto da Delta Star e diretto da Jordan River. A vestire i panni di Artemisia è l’attrice Angela Curri, già nota per le sue interpretazioni in Braccialetti rossi 3, La mafia uccide solo d’estate 2 e Raffaello, il principe delle arti. Il film si avvale della collaborazione di tre storici dell’arte: Adriana Capriotti (Storica dell’Arte e direttrice della Galleria Spada, MiBACT), Alessandra Masu (Storica dell’Arte e collezionista) e Simon Gillespie (Conservatore e restauratore britannico).

Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera – Locandina (Distribuita da Delta Star Pictures)
Artemisia Gentileschi

Artista di stampo caravaggesco, Artemisia Gentileschi (Roma, 1593 – Napoli, 1653 circa) è stata la prima donna a essere ammessa a un’Accademia di Disegno, quella di Firenze. Il film parte proprio dall’ammissione in Accademia e ripercorre la vita dell’artista, considerata oggi un simbolo del femminismo mondiale e della lotta alla violenza sulle donne. La sua tenacia nella difesa della propria dignità professionale emerge con chiarezza dagli scambi epistolari con collezionisti e personalità di spicco dell’epoca, tra cui quella con Galileo Galilei, presente all’interno del film.

Tuttavia, Artemisia deve in parte la sua fama alla violenza subita dal collega pittore e amico del padre, Antonio Tassi. A seguito di un processo, terminato con la condanna di Tassi, Artemisia riuscì a riscattarsi dalla violenza e dallo scandalo come donna, in primis, e come artista grazie alla sua pittura che ancora oggi, a quattro secoli di distanza, è capace di colpire dritta al cuore e all’anima di chi la contempla.

Autoritratto come allegoria della Pittura (1638-1639)
L’intento del regista Jordan River

Ho voluto realizzare quest’opera per raccontare anche la dimensione interiore di un’artista, finanche, in questo caso, una donna, – spiega il regista. Nei documentari d’arte la dimensione spirituale è quasi assente. Penso che un pittore ‘maturo’, quando realizza dei capolavori, non si limiti a come dare colore e abbellire i salotti dei regnanti, ma esprima anche, e soprattutto, una visione interiore dell’esistenza umana. Nel realizzare questo documentario volutamente un po’ didascalico (proprio per fornire agli spettatori gli strumenti utili per ogni livello di conoscenza, rendendolo accessibile a tutti), volevo ripercorrere tutta la vita dell’artista, senza però ridurlo a un mero racconto biografico. Penso che la vita di Artemisia e le sue opere – conclude Jordan River – possano oggi farci immergere nella potenza dell’arte sul piano emozionale e comprendere ciò che vive nell’animo di un artista a tratti oppresso da quelle circostanze quotidiane che a volte la vita può riservare a un essere umano.

Medea (1620 ca.)
Distribuzione

La pellicola è stata già presentata ad alcuni festival internazionali, ricevendo diversi riconoscimenti (Migliore Documentario al XXIV Terra di Siena International Film Festival 2020; Premio Best Docudrama al Global Nonviolent Film Festival 2020, USA; Festival Internazionale Visioni dal Mondo – Panorama Italiano 2020; finalista al Los Angeles Cinematography Awards 2020, USA). È adesso in concorso per il David di Donatello 2021.

Sono i capolavori di Artemisia il filo conduttore del film, attraverso i quali viene ripercorsa la sua vita. Per la prima volta in un documentario Ultra HD in 4K, sarà possibile ammirare diversi dipinti conservati in importanti musei internazionali (dal Detroit Institute of Arts al Columbus Museum of Art negli USA, dal Palazzo Reale di Madrid al Stiftung Preußische Schlösser und Gärten Berlin-Brandenburg di Berlino fino alla Galleria Spada di Roma) e collezioni private. Esempi sono l’Aurora (ca. 1627) e il Davide e Golia (1639): quest’ultimo è stato recentemente scoperto a Londra grazie allo studio di Simon Gillespie che, in un’esclusiva intervista per il documentario, spiega come sia stata la spada di David, dopo il restauro, a rivelare l’identità dell’autrice del dipinto.

L’uscita del film era prevista anche nelle sale ma la chiusura dei cinema, a causa della pandemia, ha costretto a rivisitare la sua distribuzione che avverrà sulle piattaforme Chili e Amazon Prime Video.

Annunciazione (Dettaglio, 1630)
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TEATRO | La perla greca di Taormina, il Teatro Antico

Il Teatro Antico di Taormina è il secondo teatro antico per dimensioni in Sicilia, dopo quello di Siracusa. 

Fu probabilmente edificato intorno al III secolo a.C., durante il governo di Ierone II, tiranno di Siracusa: ciò è testimoniato dall’incisione su alcuni gradini del nome di sua moglie, Filistide. Tutta la struttura fu successivamente ristrutturata e ampliata in epoca romana, più precisamente in età imperiale: infatti, nel II secolo d.C. furono aggiunte colonne, statue e le coperture.

La struttura del Teatro Antico

In origine il teatro era composto solo da una piccola struttura centrale, per poi raggiungere i 109 metri di diametro massimo; fu anche costruito lo spazio per l’orchestra del diametro di 35 metri. La cavea aveva una capienza di 10.000 spettatori (oggi 4.500) ed è divisa in 9 settori. Alla sommità delle gradinate è presente un doppio portico, sul muro del quale si aprono 36 nicchie, che probabilmente in passato avevano accolto alcune statue. In epoca tardo-antica venne costruito il portico dietro la scena con le tre grandi aperture, delimitate da alcune nicchie e colonne, riportate in situ nel XIX secolo dall’architetto Cavallari. 

Gli spettacoli greci e le venationes romane

Durante l’età tardo-imperiale, il teatro, nato per ospitare rappresentazioni di tragedie e commedie, fu destinato all’esibizione delle venationes. Si trattava di spettacoli di lotta tra gladiatori e animali feroci: l’arena prese il posto occupato dall’orchestra e le gradinate inferiori furono sostituite con un corridoio scenico a volta, che conduceva ad un ipogeo al centro dello spiazzo. Da qui venivano introdotti i gladiatori e venivano installate le macchine sceniche per gli effetti speciali durante il combattimento. 

Il Teatro Antico oggi

La conformazione del Teatro Antico di Taormina si presta a numerose destinazioni. A partire dagli anni ’50 ha ospitato varie forme di spettacolo, da quelle teatrali ai concerti, dalle cerimonie di premiazione (come quella del David di Donatello) all’opera lirica e al balletto. La sua stagione, essendo un teatro all’aperto, è principalmente estiva. Ha ospitato i concerti di molti artisti contemporanei come Elton John, Mika, i Duran Duran, Sting e Renato Zero, per citarne alcuni.

Teatro Antico Taormina
Concerto al Teatro Antico

Merita una menzione il “Taormina Film Fest“, festival internazionale di cinematografia che richiama vip da tutto il mondo.

Una curiosità: nel 2017 fu sede della sfilata del G7, l’organizzazione economica intergovernativa internazionale, composta dalle sette maggiori potenze economiche mondiali.

I punti di forza

Perché il Teatro Antico di Taormina è il più conosciuto al mondo e il più ammirato?

Etna
 Etna in eruzione

Lo si può definire una perla incastonata in uno scenario mozzafiato: dietro la scena la natura crea un fondale spettacolare con il suoi colori; l’azzurro del mare si incontra con il massiccio dell’Etna, che non di rado regala scenari suggestivi con i suoi rivoli di lava; dall’altro lato si può scorgere Giardini Naxos, che d’estate si anima di luci e colori. Visitarlo durante la bella stagione, al tramonto, è un’esperienza che vale la pena di essere vissuta.

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ARCHEOLOGIA | Panarea, la più antica fra le Eolie

Panarea, l’antica Euònymos, dal punto di vista geologico, è la più antica tra le Eolie. È anche l’isola più piccola e la meno elevata dell’arcipelago eoliano. Comprende tutta una serie di isolotti (Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera e gli scogli dei Panarelli e delle Formiche) che, insieme, costituiscono un micro-arcipelago posto fra le isole di Lipari e Stromboli.

La storia di Panarea

Le più antiche testimonianze di vita su quest’isola risalgono alla fine del Neolitico. I reperti appartengono alla cultura di Diana (fine IV millennio a.C.) e si trovano in località Calcara e su Piano Cardosi, nonché su Lisca Bianca. È solo durante l’Eneolitico che ha sede il primo villaggio, a Piano Quartara, località da cui prende il nome la cultura che caratterizza il periodo finale dell’Eneolitico eoliano.

L’età del Bronzo Antico, rappresentata dalla cultura di Capo Graziano, ha lasciato le sue tracce in una serie di pozzi scavati nella zona fumarolica: si tratta di pozzetti votivi, relativi al culto per una divinità legata al potere salutare delle fumarole. Recentemente, grazie a sporadici rinvenimenti sulla punta di Peppa Maria, gli archeologi hanno pensato che qui ci fosse un piccolo insediamento stabile. Tuttavia, il più importante intervento preistorico è sicuramente il villaggio del Bronzo Medio di Punta Milazzese. Gli abitanti di questo villaggio, come dei villaggi coevi sulle altre isole, erano dediti al controllo delle rotte marittime commerciali. Dopo il decadimento della cultura di Thapsos-Milazzese, l’isola diventa meta di scorrerie etrusche ma rimane disabitata fino al V secolo a.C.

Della Panarea di età classica si conosce poco. L’unica notizia certa è che, durante l’età imperiale, l’isolotto di Basiluzzo fu scelto come sede di una villa. Sempre a questo periodo appartiene il molo che, a causa di fenomeni geologici, oggi si trova quattro metri sotto il livello del mare. Come testimoniato da un frammento di mensa di altare cristiana, Panarea, deve essere stata abitata almeno fino al periodo bizantino.     

Il Museo

Panarea è sede di una sezione distaccata del Museo Archeologico Regionale Eoliano. Inaugurato nel 2006, ha sede in due locali contigui appartenenti alla Chiesa di S. Pietro. La prima sala presenta la vita dell’isola sotto diversi aspetti: geologici, vulcanici e naturalistici. Inoltre, sono esposte le testimonianze della cultura materiale databili tra il Neolitico Superiore e il Bronzo Antico. La seconda sala, invece, espone i materiali di età classica. Per lo più, si tratta di frammenti ceramici a vernice nera e in terra sigillata africana, provenienti dai contesti funerari di Drautto. L’esposizione è completata da una serie di reperti provenienti dai contesti subacquei: anfore greco-italiche, Dressel e Cretesi, nonché ceramica a vernice nera appartenuti ai carichi del Relitto di Dattilo e del Relitto Alberti.

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NEWS | Ebla e gli archivi storici nella Siria del III millennio a.C.

Il nome di Ebla è entrato nella storia dell’archeologia orientale quando, nel 1975, undici anni dopo l’inizio degli scavi nel sito di Tell Mardikh, l’archeologo Paolo Matthiae e il suo team portarono alla luce i resti degli Archivi della antica città siriana, situata a circa 60 km a sud-ovest di Aleppo, nella Siria settentrionale.

La scoperta di migliaia di tavolette cuneiformi, risalenti agli anni compresi tra il 2350 e il 2300 a.C., stupì il mondo scientifico internazionale, colpendo fortemente l’opinione pubblica mondiale. Queste tavolette costituiscono un patrimonio inestimabile di informazioni sulla struttura economica, le relazioni internazionali, le credenze religiose, l’amministrazione statale e la cultura letteraria della antica città di Ebla.

La professoressa Maria Giovanna Biga – docente di Storia e Religioni del Vicino Oriente Antico all’Università di Roma La Sapienza – terrà una conferenza online dal titolo Ebla 1975-2020: gli studi eblaiti 45 anni dopo la scoperta del Grande Archivio. La conferenza potrà essere seguita attraverso la piattaforma Google Meet a questo link, martedì 24 novembre dalle 13 alle 14.30.

Storica, filologa e orientalista, Maria Giovanna Biga è specialista di scrittura cuneiforme e delle lingue sumerica, accadica ed eblaita. Ha contribuito negli anni al notevole lavoro filologico di ricostruzione dei testi eblaiti insieme ad altri studiosi.

Dalle tavolette in argilla al database virtuale

Recentemente è stato sviluppato un progetto di digitalizzazione di questi antichi testi con gli Ebla Digital Archives (EbDA), database in cui sono conservati e digitalizzati i testi degli archivi eblaiti.

ebla digital archives
Foto del sito di Tell Mardikh, antica Ebla, vista dall’alto (da http://ebda.cnr.it)

Basato su una partnership con la Missione Archeologica di Ebla, il progetto mira a fornire un’edizione digitale dell’intero corpus di testi di Ebla. Esso comprende tutti i documenti pubblicati finora nella collana ARET (“Archivi Reali di Ebla – Testi”) e in altre monografie e riviste.

Il progetto degli Archivi Digitali di Ebla fornisce a studiosi e studenti uno strumento di ricerca facile da usare per lo studio dei testi eblaiti. Gli utenti possono consultare i documenti individualmente o interrogare il database in modo semplice, grazie alla rappresentazione digitale dei documenti cuneiformi. Una bibliografia ampia, ricercabile e aggiornata di tutto il materiale pubblicato finora, completa la piattaforma.

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Edda Bresciani, la “Signora del Fayyum”


Edda Bresciani è stata un’archeologa italiana, Professoressa dell’Università di Pisa, nonché pietra miliare dell’Egittologia italiana.

Chi era Edda Bresciani

Nata a Lucca il 23 settembre del 1930, dopo gli studi classici si iscrisse alla Facoltà di Lettere a Pisa che, come ricordava la stessa Bresciani, era, all’epoca, l’unica considerata davvero adatta ad una donna, in quanto si riteneva fosse poco impegnativa intellettualmente. Tuttavia, la giovanissima Edda riuscì fin da subito a sovvertire l’ordine costituito, preparando la propria tesi di laurea su una materia che in Italia, negli anni ’50, era quasi sconosciuta: l’Egittologia, di cui all’epoca c’erano in Italia solo due cattedre, una a Milano, l’altra a Pisa, entrambe affidate a Sergio Donadoni.

La prima Egittologa

Edda Bresciani è stata, nel 1955, la prima laureata italiana in Egittologia. Seguirono tre anni all’estero, durante i quali la giovane egittologa si spostò tra Copenhagen, Parigi e Il Cairo, per approfondire le sue conoscenze in lingua (demotico e ieratico), epigrafia, filologia e archeologia. Difatti, raccontava la Professoressa, fin dalla laurea il suo approccio alla materia è sempre stato interdisciplinare. Lo scopo era quello di trovare una sintesi tra archeologia, storia e filologia, comprendendo, tuttavia, anche le civiltà geograficamente vicine all’Egitto.
Nel 1968, con l’istituzione di una cattedra a Pisa, Edda Bresciani divenne la prima professoressa di Egittologia in Italia (erano già di ruolo dal 1958 soltanto Sergio Donadoni a Milano e Giuseppe Botti a Roma).

Edda Bresciani
Edda Bresciani in un ritratto degli anni ’60

Medinet Madi e il Fayyum

La vita di Edda Bresciani non si lega soltanto alla cattedra pisana di Egittologia, ma anche, e forse soprattutto, alla regione del Fayyum, dove ha lavorato fino al 2011.
Qui, dalla metà degli anni ’60 erano riprese le attività di scavo, dapprima con l’università di Milano, fino al 1969, poi con quella di Pisa. Già dal 1966 Bresciani era direttrice responsabile della missione a Medinet Madi, il grande sito della regione del Fayyum, già investigato da Achille Vogliano negli anni ’30.
Medinet Madi è stato interessato da una serie di progetti di cooperazione internazionale con l’Egitto per il  restauro e la musealizzazione. Negli anni 2000, oltre alle ricerche sul territorio, sono stati avviati altri due progetti: la realizzazione di un grande centro visitatori e un progetto di restauro finalizzato alla creazione del parco archeologico (progetto ISSEMM, in collaborazione con il Consiglio supremo delle Antichità egiziano e con il Ministero degli Esteri italiano). Dal 2011 Medinet Madi è un Parco archeologico amministrato dal governo egiziano.

Edda Bresciani
Edda Bresciani a Medinet Madi

Cercando un altro Egitto

Nel 1974 Edda ottenne per l’Università di Pisa la concessione di scavo alla necropoli di Saqqara, scavando la tomba di Bakenrenef, visir di Psammetico I – fondatore della XXVI dinastia saitica (664-624 a.C.) – che, nonostante fosse stata depredata già nel 1800, ha restituito splendidi reperti e pitture murali. Notevole il ritrovamento di una grande tela dipinta a tempera, risalente ad epoca romana, attualmente esposta al Museo del Cairo.
Dal 1978 diresse poi anche gli scavi a Gurna, presso Tebe, dove gli operai le regalarono una statuina, che la raffigura come un Faraone, con il suo nome scritto in geroglifici. Nello stesso anno fondò la rivista Egitto e Vicino Oriente.
La sua personalità e la spontaneità con la quale si rapporta a colleghi e operai le valsero, nel Fayyum, l’appellativo di Mudira (dall’arabo mudir, “capo”), parola che, al femminile, fino ad allora non esisteva.

Archeologia e primavere arabe

Sebbene Edda Bresciani non abbia mai preso ufficialmente posizione nei riguardi dei vari rivolgimenti politici seguiti alla cosiddetta “stagione delle primavere arabe” dal 2011 in poi, l’archeologa toscana ha continuato a gestire i rapporti bilaterali in ambito culturale lavorando per la conservazione e la tutela dei beni archeologici che aveva contribuito a riscoprire per quasi mezzo secolo.
Numerose sono le onorificenze di cui l’egittologa è stata insignita: dalla Medaglia del Presidente della Repubblica ai benemeriti per la Scienza e la Cultura nel 1996, al “Campano d’Oro” dell’Università di Pisa nel 2012.
Edda Bresciani si è spenta a Lucca il 29 Novembre 2020. Ha continuato a lavorare alle sue ricerche fino alla fine.

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NEWS | La pandemia al tempo dei faraoni raccontata dal Museo Egizio di Torino

Continua il ciclo di conferenze organizzate dal Museo Egizio di Torino per la stagione 2020/2021, con un programma di alto profilo incentrato sui temi di ricerca e di indagine egittologica, museale e archivistica.

Martedì 24 novembre alle ore 18 sarà trasmessa in streaming sui canali social del museo la conferenza dal titolo “Cause, conseguenze e memoria della pandemia che colpì l’Egitto e il regno ittita nel XIV secolo a.C.”.

Un tema dunque incredibilmente attuale, trattato dal professor Stefano de Martino (Università di Torino, Dipartimento di studi storici) e dal direttore del Museo Egizio Christian Greco.

Una pandemia lunga 20 anni

Durante gli ultimi anni di regno del Faraone Amenhotep IV, la regione corrispondente all’attuale Libano, sotto il dominio egiziano, subì due incursioni militari da parte del re ittita Šuppiluliuma I. Secondo le fonti ittite, i soldati dell’esercito di Šuppluliuma I furono contagiati dalle truppe egiziane e contrassero una grave malattia epidemica.

Anche le lettere di Tell el-Amarna testimoniano la diffusione di un’epidemia nell’area levantina durante il regno di Amenhotep IV. La pandemia, diffusasi in tutto il regno ittita, sembra essere durata circa un ventennio.

Analizzando le fonti ittite disponibili e in particolare le preghiere innalzate alle divinità dal re Muršili II per scongiurare la fine della pandemia, il relatore, in dialogo con il direttore del Museo Egizio, cercherà di comprendere che malattia fosse stata, quali fossero stati i provvedimenti presi dal re ittita e quali ricadute a livello politico ed economico questa grave pandemia avesse avuto (Museo Egizio).

 

Stele dal tempio di Aton, Museo Egizio di Torino (fonte Wikimedia Commons)

Il Museo ha come obiettivo quello di porre la ricerca al primo posto. A questo proposito intende, dunque, diffondere e divulgare le varie attività di ricerca e di studio, anche tramite conferenze in streaming. L’evento è organizzato in collaborazione con ACME, associazione degli Amici Collaboratori del Museo Egizio.

Sarà possibile seguire la diretta sulla pagina Facebook del Museo e sul canale Youtube.

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ANTICO EGITTO | La metamorfosi della piramide egizia

L’architettura funeraria egizia si sviluppa in monumentalità durante l’Antico Regno con Djoser, faraone della III dinastia. Grazie a questo sovrano, ma soprattutto all’ingegno del suo architetto Imhotep, abbiamo il passaggio dalla mastaba (termine arabo che significa letteralmente “panca”) alla piramide, che diventa sepoltura reale o tempio funerario.

La prima piramide

Djoser fece costruire la mastaba all’interno del suo complesso funerario a Saqqara, su pianta quadrata; in un secondo tempo fece aggiungere una sovrastruttura a gradoni, innalzando il monumento via via con altri livelli, fino a raggiungere un’altezza di circa 60 metri. Per questo motivo, per costruire la piramide era stato necessario scegliere un luogo con un terreno roccioso solido, che fosse in grado di sostenere il peso della costruzione.

Altri faraoni seguirono l’esempio di Djoser, facendo costruire altre piramidi a gradoni, ma con Snefru, fondatore della IV dinastia, vi fu la svolta: da struttura a gradoni, la piramide venne trasformata con facce lisce.

Con il successore di Snefru, il faraone Cheope, si raggiunse la perfezione: le dimensioni del monumento, difatti, sono il risultato di complessi calcoli geometrici e astronomici. Lo storico greco Erodoto (V secolo a.C.) afferma che per costruirla ci vollero trent’anni, impegnando centomila uomini (cifre attendibili, secondo gli storici moderni) per taglio, trasporto e posa delle pietre.

Cosa nascondeva la piramide
piramide interno
Interno della piramide di Cheope

Come le altre piramidi, quella fatta costruire da Cheope non era accessibile dall’esterno, mentre all’interno conteneva alcune stanze funerarie. La cella per la sepoltura del faraone, generalmente collocata alla base della costruzione, si trova qui eccezionalmente quasi al centro, sormontata da 9 monoliti di granito. Essa era interamente ricoperta da lastre di calcare bianco, sulle quali erano scolpiti dei geroglifici. Infine, sulla sommità dell’imponente struttura spiccava il piramydion, la punta della piramide, costituita da un blocco unico di granito ricoperto di elettro – una lega di oro e argento – che rifletteva la luce del sole fino a lunga distanza.

Gli architetti egizi idearono una sorta di labirinto per cercare di rendere inaccessibile la camera funeraria del faraone. Nonostante queste precauzioni, però, la piramide è stata a più riprese violata da “tombaroli”, che, penetrati all’interno, hanno portato via tutto ciò che di prezioso vi era custodito. La tecnica costruttiva fu realizzata attraverso il metodo della rampa avvolgente, costruita attorno alla piramide e realizzata con vari strati di mattoni, facilmente rimovibili al termine dei lavori.

I complessi funerari della IV dinastia

Le piramidi di Chefren e Menkaura (più comunemente noto col nome di Micerino) a Giza riproducono, in scala minore, le fattezze di quella di Cheope, ma con un valore estetico più ricco, giocando sul contrasto di colore fra il granito impiegato alla base della struttura e lo strato di calcare soprastante.

complesso funerario Chefren
Riproduzione del complesso funerario di Chefren; in basso a destra, il tempio a valle

I successori di Djoser, inoltre, aggiunsero una rampa d’accesso e il cosiddetto “tempio a valle” o “tempio basso” (noto anche come “tempio di accoglienza”), che divenne parte integrante del complesso funerario; questo era un edificio che aveva come funzione principale la preparazione del sovrano defunto al viaggio verso l’aldilà. Per rendere più semplice l’accesso, veniva spesso scavato un canale artificiale, che collegava il Nilo al tempio, sulla cui banchina approdavano il corteo funebre o le barche sacre per celebrare il culto del sovrano.