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ARCHEOLOGIA | Stabiae, la città vesuviana dimenticata

L’antica Stabiae, antico nome di Castellammare di Stabia, è poco conosciuta ai più, oscurata dalla fama di Pompei ed Ercolano, eppure si tratta di una città molto importante per l’area vesuviana. Fu l’eccezione all’eruzione del 79 d.C.: infatti, diversamente dalle altre città dell’area, risorse dalle ceneri e continuò a essere un importante porto e punto di riferimento commerciale in quell’area.

Stabiae svolgeva un importante ruolo strategico e commerciale già in età arcaica (VIII secolo a.C.) prima di divenire nel IV secolo a.C. un centro d’interesse per i Greci, data la sua posizione sul mare.

I Greci trasformarono la cittadina preesistente in un loro emporion, una colonia commerciale. Successivamente subentrarono i Sanniti, a partire dal V secolo, che ebbero influenza su tutta l’area fino allo scontro con i Romani, che li vide vincitori.

Il centro, già importante per il porto e gli scambi commerciali, divenne poi, come le vicine città vesuviane, uno dei luoghi prediletti dai Romani per l’otium.

Le ville dell’otium

Il maggior addensamento abitativo va collocato tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e l’eruzione del Vesuvio (79 d.C.). In questo periodo, sul ciglio settentrionale del poggio di Varano, sorgono numerose ville in posizione panoramica, concepite prevalentemente a fini residenziali, con vasti quartieri abitativi, strutture termali, portici e ninfei splendidamente decorati.

L’impianto urbanistico dell’antico centro è ancora riconoscibile, vi sono tracce visibili delle strade e della divisione in quartieri. Vi era un’area agricola molto sviluppata, di cui rimangono le tracce di alcune ville rustiche: le due ville maggiori sono Villa Arianna e Villa San Marco.

Da Villa Arianna provengono alcuni degli affreschi in stile pompeiano più famosi, come la Flora e la Venditrice di amorini. Il nome stesso della villa deriva da un grande affresco che rappresenta il mito di Arianna; proprio i soggetti mitologici, in particolare le figure femminili, sono i soggetti predominanti in questa villa, in una decorazione colta e raffinatissima. A questi si aggiungono, poi, i mosaici sui pavimenti, a motivi geometrici in bianco e nero, a contrasto con i colori vivaci degli affreschi.

villa arianna
Dipinto, Villa Arianna

Villa San Marco, invece, si caratterizza in primo luogo per la struttura incredibilmente ben conservata, nei suoi ambienti interni e nei porticati aperti. Non mancano decorazioni ad affresco – con una minore varietà cromatica, prevalentemente sui toni del rosso, e una maggiore semplicità dei soggetti – e i mosaici, anche qui in bianco e nero.

La struttura presenta le tipiche caratteristiche delle ville romane: l’atrio è occupato dal cosiddetto impluvium, una vasca utilizzata per raccogliere l’acqua piovana; da qui si può accedere ai vari ambienti della villa, tra cui, ovviamente, non potevano mancare l’area termale e la palestra.

Nella parte fortificata della città sono riconoscibili il foro, alcuni degli edifici pubblici, tra cui i resti di un tempio con alto podio, e delle tabernae.

Una buona parte degli scavi sono stati effettuati in epoca borbonica, mentre quelli più recenti hanno portato alla luce altri ambienti, come la cucina e il peristilio, una specie di giardino interno, circondato da colonnati.

villa san marco
Peristilio di Villa San Marco
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TEATRO | Il Politeama di Palermo, prestigioso “teatro del popolo”

A Palermo, Piazza Ruggero Settimo è stata ribattezzata dai cittadini come Piazza Politeama. Qui, a metà tra la città vecchia e quella nuova, si trova il Teatro Politeama Garibaldi, tra i monumenti più amati della città. Una passeggiata a Palermo può iniziare sicuramente da questa piazza, dominata dall’imponente struttura che si ispira al Colosseo di Roma.

I lavori di costruzione del Politeama di Palermo

Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di un grande anfiteatro diurno all’aperto; perciò, nel 1865 fu stipulato il contratto con l’impresa Galland e i lavori iniziarono due anni più tardi. Nel 1868 arrivò l’idea di creare una copertura, in modo da trasformarlo in una sala teatrale per ampliare l’offerta anche con spettacoli di musica e prosa.
Il 7 giugno 1874 il Politeama venne inaugurato, sebbene fosse ancora sprovvisto della copertura, mettendo in scena I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Nel novembre del 1877 venne finalmente realizzata la copertura in metallo, ad opera della Fonderia Oretea. 

Nel 1882, dopo la morte di Garibaldi, il teatro cambiò il nome in Politeama Garibaldi. Il termine “politeama” indicava un teatro che offre una programmazione variegata, spaziando fra vari tipi di spettacoli. Infine, nel 1891 fu arricchito con ulteriori lavori, realizzati in occasione della grande “Esposizione Nazionale” che si teneva a Palermo. In quell’anno ci fu l’apertura ufficiale in presenza di re Umberto e della regina Margherita, che poterono assistere all'”Otello” di Verdi.

Nel 2000, per il G8 tenutosi in città, vennero restaurate le decorazioni policrome pompeiane dei loggiati. Dal 2001 il Politeama può vantarsi di essere sede dell’Orchestra Sinfonica Siciliana.

La struttura del Politeama

L’ingresso del Politeama è costituito da un arco di trionfo in stile neoclassico e da un colonnato su un doppio piano, che ricorda l’aspetto del Colosseo.  Sopra l’arco si erge il “Trionfo di Apollo ed Euterpe”, una quadriga in bronzo fiancheggiata da una coppia di cavalli e cavalieri che rappresentano i giochi olimpici. L’intero gruppo scultoreo è in bronzo.

Trionfo di Apollo ed Euterpe

A differenza del Teatro Massimo, caratterizzato da uno stile elegante e maestoso, nonchè destinato a un pubblico più aristocratico e alla rappresentazione prevalentemente di opere liriche, il Politeama possiede uno stile meno sfarzoso. Infatti, fu concepito per un pubblico più popolare, che non disdegna operette, concerti di musica contemporanea, leggera e spettacoli comici. A tal proposito, la sala presenta una forma a ferro di cavallo, che in origine aveva una capienza di 5.000 spettatori, un numero così elevato per esaltare la funzione sociale di “teatro del popolo” con la quale fu concepito.

Platea del Politeama

Dopo aver ammirato l’esterno, non rimane che assistere ad uno dei numerosi spettacoli in stagione o, in alternativa, ammirare gli interni delle sale e la platea attraverso una delle tante visite guidate organizzate e proposte durante tutto l’anno.

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ARCHEOLOGIA | La Grotta Sant’Angelo, la tomba infestata dal demonio

Tomba del Principe
Ingresso della Tomba del Principe

La Grotta Sant’Angelo è la più grande tomba a tholos protostorica di Sicilia. Nel 1931, Paolo Orsi scopre un gruppo di grandi tombe a tholos poste sulle pendici del colle di Sant’Angelo Muxaro, nella valle del Platani, in provincia di Agrigento. I ricchi corredi funebri impongono, fin da subito, il sito come uno dei più importanti e degni di attenzione della Sicilia protostorica. Tra di esse, la più grande è la cosiddetta “Tomba del Principe” o “Grotta Sant’Angelo”. Il secondo nome viene dal santo protettore che avrebbe scelto la grotta per il suo eremitaggio dopo averla liberata dal demonio. Secondo la tradizione, infatti, la grotta fu abbandonata a causa della forte umidità delle pareti e perché infestata da molteplici spiriti maligni. Un giorno, dal mare, giunse un sant’uomo, Angelo, che invocando un terremoto da Dio cacciò gli spiriti e vi si stabilì.

La struttura della Grotta Sant’Angelo

Grotta Sant'Angelo
La camera più interna della Grotta Sant’Angelo

La Grotta Sant’Angelo è costituita da due grandi camere pressoché circolari e comunicanti tra loro. La più ampia presenta un diametro di 8,8 metri e un’altezza di 3,5 metri ed è dotata di una banchina che gira tutt’intorno alle pareti. La camera più interna, invece, sebbene di dimensioni più ridotte, presenta una cupola a forma di calotta. L’ingresso, non in asse con quello precedente, conduce in uno spazio, al centro del quale si trova un lettuccio funebre intagliato nella roccia. All’interno della tomba si trova tutta una serie di petroglifi che Paolo Orsi attribuisce erroneamente al periodo Bizantino. In realtà, essi sono di origine sikana e testimoniano come l’intero gruppo di tombe sia da ascrivere al mondo sikano.

L’interpretazione

Questa tomba fu chiamata da Paolo Orsi “Tomba del Principe”, poiché doveva essere il “mausoleo del principe della anonima cittadina sicula di Muxaro. Secondo lo studioso, al principe, alla consorte e ai congiunti fu riservata la cella interna; mente, in quella esterna, sulla banchina che gira tutt’intorno alle pareti “erano disposti, in origine, a banchetto, gli addetti e i servi della casa del principe.

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PERSONAGGI | Fernanda Wittgens. Una “monument-woman” italiana

Fernanda Wittgens è stata una storica dell’arte e prima direttrice donna della Pinacoteca di Brera: a lei dobbiamo il salvataggio di gran parte delle opere pittoriche dei musei di Milano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Infanzia e giovinezza
Fernanda nacque a Milano il 3 aprile 1903 da Margherita Righini e Adolfo Wittgens. Il padre era solito portare lei e i fratelli ogni domenica a visitare i musei della città: questa abitudine, quasi sicuramente, instillò in Fernanda l’interesse e l’amore per l’arte.
Diplomata al liceo classico, nel 1925 la giovane si laurea in storia dell’arte presso l’Accademia scientifico-letteraria di Milano, sotto la guida di Paolo D’Ancona. Dopo un periodo come insegnate al liceo Parini e al Regio Liceo Manzoni, nel 1928 Fernanda Wittgens, attraverso l’amico Mario Salmi, ispettore alla pinacoteca di Brera, viene assunta come “operaia avventizia” a Brera. La grande cultura e sensibilità artistica permettono alla neo laureata di fare velocemente carriera diventando, nel 1931, assistente di Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca.

Emilio Sommariva, Ritratto di Fernanda Wittgens, 1936. Milano, Biblioteca Nazionale Braidense, Fondo Emilio Sommariva
Emilio Sommariva, Ritratto di Fernanda Wittgens, 1936

Le leggi razziali e la guerra

Fernanda lavorò fianco a fianco con Modigliani fino al 1935, quando il direttore venne destituito dall’incarico perché antifascista (in seguito alle leggi razziali del 1938, Modigliani sarà condannato al confino nelle Marche ma Fernanda Wittgens continuerà ad aggiornarlo puntualmente sugli avvenimenti milanesi e sulla direzione della pinacoteca).

Nel 1940 Fernanda Wittgens vinse il concorso come direttrice della Pinacoteca di Brera diventando la prima donna in Italia a capo di un museo italiano (la seguirà, nel 1941, Palma Bucarelli PERSONAGGI | Palma Bucarelli, la Regina di Quadri).

Quando le ostilità belliche iniziarono a infuriare su Milano, il primo pensiero della direttrice fu mettere al sicuro i capolavori di Brera e degli altri musei milanesi. Nonostante l’organico ridotto all’osso, Wittgens riuscì a salvare tutti i capolavori di Brera e numerose opere del Museo dell’Ospedale Maggiore e del Museo Poldi Pezzoli, trasportandole in nascondigli sicuri e rifugi antiaerei. Lavorò al trasferimento dei dipinti fino al giugno del 1943. Il 7 e l’8 agosto la Pinacoteca di Brera fu bombardata degli alleati e andarono distrutte 24 sale su 36, fortunatamente tutte vuote.

Pinacoteca Brera
Il cortile della Pinacoteca di Brera nel 1942, con i camion che caricano le opere d’arte.

Il processo delle dame

Durante gli anni della guerra Fernanda Wittgens si era prodigata ininterrottamente per aiutare amici, familiari e persone di origine ebraica a espatriare oltre confine in modo da sfuggire alle persecuzioni razziali. Nel 1944, però, un giovane ebreo tedesco, di cui Fernanda stava organizzando l’espatrio, denunciò la donna ai Nazisti. La celebre storica dell’arte fu incarcerata prima a Como e poi a Milano, a San Vittore. Assieme ad Adele Cappelli,  Zina e Mariarosa Tresoldi, coinvolte anche loro negli aiuti agli ebrei e agli antifascisti, fu processata e condannata a 4 anni di reclusione in quello che i giornali dell’epoca chiamarono “il processo delle dame”.

Dal carcere Fernanda Wittgens scrisse ai familiari lettere piene di fierezza e sdegno da cui traspare l’immagine di una donna coraggiosa, affatto impaurita dalle dure condizioni carcerarie. Una donna che nonostante la drammaticità della situazione continuava a credere fermamente nei propri ideali e nelle proprie azioni.

La Grande Brera, Michelangelo e Leonardo

Scarcerata all’alba della liberazione d’Italia, pochi mesi dopo la Wittgens è di nuovo a Brera, al suo posto di direttrice, impegnata nella ricostruzione. Assieme a Modigliani, tornato dal confino, progetta l’idea della “Grande Brera”: un museo collegato con le altre grandi istituzioni artistiche milanesi quali l’Accademia di Belle Arti e l’osservatorio di astronomia. La pinacoteca, ingrandita e restaurata, viene infine inaugurata nel 1950.  La dott.ssa Wittgens inaugura un nuovo concetto di museo, un museo “vivente” in cui si svolgono anche eventi, concerti, sfilate di moda, vernissage, vero e proprio cuore culturale della città.

Nel 1950 la direttrice di Brera venne nominata soprintendente alla Gallerie della Lombardia. Due anni dopo riuscì a far sì che il comune di Milano acquistasse la Pietà Rondanini di Michelangelo, da poco sul mercato dell’arte.

Tra i successi di Fernanda Wittgens è da ricordare il salvataggio del Cenacolo di Leonardo. Nei primi anni ‘50, quando nessuno credeva che il grandioso dipinto murale potesse essere salvato dal suo stato di degrado (già deteriorato dal tempo, aveva subito ingentissimi danni con la guerra), la soprintendente volle comunque tentare e ne affidò il restauro a Mario Pelliccioli. Il dipinto fu infine riaperto al pubblico il 30 maggio del 1954.

Fernanda Wittgens
Fernanda Wittgens nel suo studio a Brera (1955)

Giusta tra le Nazioni

Fernanda Wittgens scomparve prematuramente nel 1957, a soli 54 anni.

A lei è dedicata una via di Milano, nella centrale zona San Lorenzo. Nel 2014, per i suoi aiuti agli ebrei, è stata nominata “Giusta tra le Nazioni” e a suo nome è stato piantato un albero ed eretto un cippo commemorativo nel Giardino dei Giusti a Milano.

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NEWS | Gela (CL), ritrovati i resti di pire funebri della colonia greca

Il sottosuolo di Gela torna a sorprendere gli archeologi. L’antica colonia greca, fondata nel 689-688 a.C., è una vera miniera di informazioni che riguardano il suo passato più remoto. Informazioni che negli ultimi giorni si susseguono quasi senza sosta, come se la Città avesse deciso di raccontarsi senza più riserve.

Tra i più recenti, ricordiamo i rinvenimenti dal fondale marino di Gela, che riguardano reperti databili al VI sec. a.C.

Il ritrovamento delle pire funebri 

La scoperta, che sembra databile all’VIII secolo a.C., è avvenuta in un cantiere privato, durante i lavori di demolizione di un edificio del Novecento, per la costruzione di un nuovo immobile, sul lungomare Federico II, a poche centinaia di metri dall’area archeologica di Bosco Littorio, che ospita i resti dell’emporio di età arcaica della colonia di Gela. Sul posto erano già presenti la Soprintendenza di Caltanissetta con l’arch. Daniela Vullo e la dirigente archeologica Carla Guzzone, che dispongono sempre di controlli nei cantieri privati di una città che un tempo fu un’importante colonia greca.

Sotto uno strato di terra databile al VII secolo a.C. sono state rivenute tre strutture in terra, al cui interno si è conservato uno strato di cenere, legna carbonizzata e frammenti di ossa umane. Una di queste fu utilizzata per la cerimonia funebre di un neonato di pochi mesi, a giudicare dalle dimensioni dei resti del cranio e da un piccolo ciondolo a forma di corno ritrovato tra le ceneri. Sono visibili anche i fori nel terreno per l’installazione della pira in legno, sulla quale veniva adagiato il corpo del defunto per la cerimonia funebre.

La pira funebre nella storia e l’importanza della cerimonia funeraria per i greci

L’eccezionalità del ritrovamento risiede nell’importanza del cerimoniale che aveva il compito di purificare l’anima del defunto e accompagnarla nel regno di Ade, dio dei morti.

Tale importanza è riportata in moltissime forme, dalla rappresentazione dei roghi sulla ceramica dipinta, alle rappresentazioni teatrali, fino alla forma scritta. E proprio parlando di fonti scritte, già Omero nell’Iliade dedica moltissima importanza alla cerimonia funebre degli eroi nel suo poema. Grazie alla ricchezza di dettagli che riguardano la cerimonia funebre di Patroclo, sappiamo che il funerale per gli antichi greci era un momento molto importante per i parenti e cruciale per il defunto. In gioco c’era la salvezza della sua anima e il transito da questo mondo a quello dei morti, cosa che sarebbe avvenuta solo se tutti i passaggi della cerimonia fossero stati effettuati correttamente.

Dal lavaggio del corpo, ai lamenti delle donne, al banchetto in sua memoria procedendo con la processione che accompagnava il corpo al luogo dove le sue spoglie mortali sarebbero diventate ceneri alla sepoltura: tutto doveva svolgersi seguendo i rigidi canoni della tradizione, o il defunto non avrebbe raggiunto l’Ade e sarebbe rimasto a vagare sotto forma di spirito maligno.

Il ritrovamento di Gela rappresenta solo uno di questi passaggi, il più significativo forse, ma non l’ultimo. Dopo il rogo, infatti, le ceneri e le ossa, che resistevano al fuoco, venivano raccolte in un contenitore funerario e trasportate nella tomba che le avrebbe custodite in eterno.

L’area funebre più antica di Gela

Per avere una datazione certa bisognerà aspettare la fine dello scavo archeologico e le analisi effettuate in laboratorio. Se dovesse essere confermata la datazione all’VIII secolo a.C., questa diverrebbe l’area funebre più antica della storia greca di Gela. Ma su questo gli archeologi non si pronunciano ancora.

L’attenzione è tutta sullo scavo in corso, seguito da Antonio Catalano, ispettore onorario nominato dalla Regione, dal direttore dei lavori arch. Enzo Insalaco e dal proprietario del terreno Alessandro D’Arma, che si è dichiarato molto felice per la sensazionale scoperta. Le operazioni si stanno svolgendo in stretta relazione con la Soprintendenza di Caltanissetta. Dopo la necropoli dei primi coloni in via di Bartolo, portata alla luce su area pubblica dallo stesso archeologo Gianluca Calà e che sta per diventare museo all’aperto con i fondi di Open fiber, il sottosuolo gelese continua a restituire preziosi tasselli di storia.

Resti delle pire funebri da “La Sicilia”

 

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NEWS | È scomparsa Edda Bresciani, stimata egittologa italiana

Edda Bresciani è scomparsa ieri, 29 novembre 2020, in seguito a un ricovero nella clinica Barbantini di Lucca. La grande egittologa ed archeologa è stata ricordata con affetto dalle parole dei colleghi dell’Università di Pisa, dove insegnava, e dal sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini.

La nostra Redazione, addolorata per la grande perdita, vuole ricordare la Professoressa e la sua splendida carriera

Chi era Edda Bresciani

Edda Bresciani è stata archeologa ed egittologa, professoressa dell’Università di Pisa, nonché vero e proprio “mito” dell’Egittologia italiana.
Nata a Lucca il 23 settembre del 1930, dopo gli studi classici si iscrisse alla Facoltà di Lettere a Pisa. La Facoltà di Lettere, ricordava la Bresciani, era, all’epoca, l’unica considerata davvero adatta ad una donna, perché si riteneva fosse poco impegnativa intellettualmente. Tuttavia, la giovanissima Edda riuscì fin da subito a sovvertire l’ordine costituito, preparando la propria tesi di laurea su una materia che in Italia, negli anni ’50, era quasi sconosciuta: l’Egittologia, di cui all’epoca c’erano in Italia solo due cattedre, una a Milano, l’altra a Pisa, entrambe affidate a Sergio Donadoni.

Edda Bresciani
Edda Bresciani in un ritratto degli anni ’60

Medinet Madi e il Fayyum

La vita di Edda Bresciani non si legava soltanto alla cattedra pisana di Egittologia, ma anche, e forse soprattutto, alla regione del Fayyum, dove ha lavorato fino al 2011. Qui, dalla metà degli anni ’60 erano riprese le attività di scavo, dapprima con l’università di Milano, fino al 1969, poi con quella di Pisa. Già dal 1966 Bresciani era Direttrice responsabile della missione a Medinet Madi, il grande sito della regione del Fayyum, già investigato da Achille Vogliano negli anni ’30.
Medinet Madi è stato protagonista anche di una serie di progetti di cooperazione internazionale con l’Egitto per il  restauro e la musealizzazione. Negli anni 2000, oltre alle ricerche sul terreno, sono stati avviati due progetti: la realizzazione di un grande Centro visitatori e un progetto di restauro finalizzato alla creazione del Parco archeologico (progetto ISSEMM, in collaborazione con il Consiglio supremo delle Antichità egiziano e con il Ministero degli Esteri italiano). Dal 2011 Medinet Madi è un Parco archeologico amministrato dal governo egiziano.

Edda Bresciani
Edda Bresciani a Medinet Madi

Cercando un altro Egitto

Nel 1974 Edda ottenne per l’Università di Pisa la concessione di scavo alla necropoli di Saqqara, scavando la tomba di Bakenrenef, visir di Psammetico I – fondatore della XXVI dinastia saitica (664-624 a.C.) – che, nonostante fosse stata depredata già nel 1800, ha restituito splendidi reperti e pitture murali. Notevole il ritrovamento di una grande tela dipinta a tempera, risalente ad epoca romana, attualmente esposta al Museo del Cairo.
Dal 1978 diresse poi anche gli scavi a Gurna, presso Tebe, dove gli operai le regalarono una statuina, che la raffigura come un Faraone, con il suo nome scritto in geroglifici. Nello stesso anno fondò la rivista Egitto e Vicino Oriente, di cui era direttrice.  La sua personalità e la spontaneità con la quale si rapportava a colleghi e operai le valsero, nel Fayyum, l’appellativo di Mudira (dall’arabo mudir, “capo”), parola che, al femminile, fino ad allora non esisteva.

Archeologia e primavere arabe

Sebbene Edda Bresciani non avesse mai preso ufficialmente posizione nei riguardi dei vari rivolgimenti politici seguiti alla cosiddetta “stagione delle primavere arabe” dal 2011 in poi, l’archeologa toscana aveva continuato a gestire i rapporti bilaterali in ambito culturale lavorando per la conservazione e la tutela dei beni archeologici che aveva contribuito a riscoprire per quasi mezzo secolo. Numerose sono le onorificenze di cui l’egittologa è stata insignita: dalla Medaglia del Presidente della Repubblica ai benemeriti per la Scienza e la Cultura nel 1996, al “Campano d’Oro” dell’Università di Pisa nel 2012.

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NEWS | Scoperta sepoltura gentilizia a Sirolo (AN), la tomba del Guerriero piceno

Il ritrovamento è avvenuto durante gli scavi di archeologia preventiva, guidati dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche in accordo con l’Amministrazione comunale di Sirolo (AN). 

Le indagini, dirette dall’archeologo Stefano Finocchi e condotte dalla cooperativa ArcheoLab, sono state effettuate in un terreno di proprietà comunale. In vista di un cambiamento di destinazione d’uso del terreno, i lavori di archeologia preventiva erano finalizzati alla verifica di eventuali interferenze di origine archeologica. La necessità di queste indagini era data dalla vicinanza di quest’area con la “necropoli dei Pini” e della cosiddetta “Tomba della Regina”. Queste sepolture di epoca picena, risalenti al VI secolo a.C., hanno restituito numerosissimi esempi della ricchezza dei corredi con cui le famiglie aristocratiche seppellivano i propri morti.

La sepoltura del Guerriero

L’oggetto della sensazionale scoperta effettuata a Sirolo è proprio un’altra sepoltura gentilizia. La fossa, di forma rettangolare, contiene un individuo armato di elmo, lancia, spada lunga, pugnale con fodero e un’ascia. Una serie di oggetti che lasciano pochi dubbi su quale sia stato il ruolo dell’uomo. Il Guerriero è stato deposto in posizione rannicchiata, sul fianco destro. Sul suo petto sono state trovate due fibule in bronzo, ambra e osso, probabilmente attaccate alla veste con cui era avvolto il corpo.

Ai suoi piedi si trova parte del ricchissimo corredo funerario, costituito per la maggior parte da reperti ceramici. Lo status di prestigio del defunto è testimoniato da alcuni particolari oggetti bronzei tra cui una brocca di tipo rodio (oinochoe), da attribuire forse a una produzione etrusca e connessa al consumo del vino. La presenza di due spiedi e di altri strumenti in ferro per la cottura delle carni sono importanti riferimenti alla pratica del banchetto.

Lo sgabello portatile, il simbolo più eloquente dello status sociale del Guerriero

Oltre agli spiedi, al ricco corredo ceramico e alle armi, un altro elemento ritrovato nella sepoltura racconta qualcosa in più sulla storia del Guerriero e sulle cariche che può aver ricoperto durante la sua vita: uno sgabello pieghevole. Si tratta del reperto più affascinante e rappresenta lo status e la magnificenza del personaggio qui sepolto. L’oggetto è stato realizzato con elementi e sottili aste di ferro con terminazione a borchie di bronzo inserite entro un disco d’avorio, che reggevano il piano di seduta originariamente in stoffa o cuoio.

La Soprintendenza ci viene in aiuto spiegandoci il significato dello sgabello:

«Nel mondo etrusco (e poi anche romano) lo sgabello è simbolo di alte cariche pubbliche nella vita politica della città: la presenza di questo oggetto in questa ricca deposizione potrebbe far ipotizzare che il defunto possa aver ricoperto una carica pubblica/politica nell’ambito della comunità picena di età arcaica di Sirolo/Numana.»

Questa nuova e importante scoperta è frutto della collaborazione tra la Soprintendenza e l’Amministrazione comunale che si era già concretizzata nel sostegno logistico ed economico delle nuove ricerche avviate nella necropoli “dei Pini” dalla soprintendenza delle Marche, assieme all’Università di Bologna.

Per approfondimenti sulla necropoli “dei pini” di Sirolo clicca QUI

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ANTICO EGITTO | La divina Karnak

A pochi km da Luxor, camminando tra le strade impolverate di sabbia e costeggiando il fiume Nilo, ecco svettare d’innanzi ai nostri occhi il maestoso complesso templare di Karnak, risalente al Nuovo Regno, centro della diffusione del culto dell’Alto Egitto. Il “Tempio dei Templi” non è stato costruito a misura degli uomini ma degli dèi. È l’occhio sacro del signore dell’universo, Amon l’inconoscibile, che guida l’umanità, l’Uno che rimane l’Unico, Amon l’Infinito di potenza, misterioso d’origini nel suo splendore.  

Architettura meditativa

Il complesso è dedicato al culto del dio Amon-Ra, supremo dio del cielo e della fecondità, e costituisce una parte dell’imponente complesso templare di Karnak, che occupa un’area di circa 48 ettari. La sua costruzione si è sviluppata nell’arco di oltre mezzo millennio, dal XVI all’XI secolo a.C., ma in sostanza non è mai stata terminata. Nella grande impresa s’impegnarono vari faraoni, desiderosi di ampliarlo, arricchirlo e renderlo sempre più maestoso.

Il complesso di Karnak prende il nome da un termine arabo che significa “borgo fortificato”, che sostituisce il vecchio nome egiziano di Ipet-sut, “Quella che conta le sedi”, prima riservato alla parte centrale dell’insieme e poi esteso alla sua totalità. Questo enorme complesso templare fu il centro dell’antico culto religioso, mentre il potere amministrativo si concentrava a Tebe (l’attuale Luxor).

Al di là della funzione religiosa, il sito è stato anche centro amministrativo e sede per i faraoni durante l’epoca del Nuovo Regno. Karnak è probabilmente il più grande complesso monumentale mai costruito al mondo, sviluppatosi di generazione in generazione e risultante da una composizione di templi, santuari ed elementi architettonici unica in Egitto.

Karnak è divisa in tre sezioni: il precinto di Amon, quello di Mut e quello di Montu. La sua complessa disposizione sminuisce, dal punto di vista delle dimensioni, qualunque altro sito monumentale in Egitto. Il precinto di Amon contiene tutte le sezioni più famose del complesso di Karnak, compresa la vertiginosa Grande Sala ipostila.

Karnak 1789
Il tempio di Amon-Ra nel complesso di Karnak, come apparve alla spedizione napoleonica del 1789

Il primo nucleo del tempio risale al Medio Regno, con la costruzione della “Cappella Bianca” da parte di Sesostri I, piccolo vano cultuale atto a contenere la barca sacra. L’edificio di Amon-Ra richiese molte complesse fasi costruttive, iniziando con Tuthmosi I, che racchiuse il santuario con una cinta muraria. Hatshepsut eresse degli obelischi vicino il muro orientale, mentre con Tuthmosi III vennero aggiunti degli altri piloni.

Con quest’ultimo sovrano venne costruita la “Sala delle feste”, destinata alla celebrazione della festa sed; un’altra importante realizzazione fu la costruzione di un vano nel complesso chiamato “Sala degli Annali”, ove fu fatto incidere il resoconto delle vittoriose battaglie in Siria e Canaan.

Da soli di fronte al dio

Nella “Grande Sala Ipostila”, voluta da Sethi I e Ramesse II, troviamo il luogo in cui lo spirito circola nella foresta dell’inconscio, il vero labirinto, il luogo in cui l’adepto attende l’ispirazione che scenderà dall’alto dei capitelli delle innumerevoli colonne.

colonne sala ipostila
Colonne della grande Sala Ipostila

Le colonne sono l’immagine stessa dell’inizio del mondo. Esse difendono e dissimulano l’entrata del santuario e contribuiscono, grazie al magnetismo che irradiano, ad attirare la divinità sensibile alla bellezza delle origini. Le dimensioni della sala ipostila sono colossali: 134 gigantesche colonne, che schiudono i loro capitelli verso il cielo, sostengono architravi di 70 tonnellate sulle quali sono posti, con portate fino a sette metri, i pesanti lastroni di pietra del tetto.

Nella Sala Ipostila si attende e si medita: una tensione, una presenza inafferrabile riempie lo spazio, la luce cambia e conduce di fronte alle porte della misteriosa dimora, dopo le quali ci si ritroverà da soli con il dio e si potrà pregare alla sua purezza, alla sua legittimità. L’uomo attuale diviene uomo cosmico, supera i vari stadi e raggiunge la perfezione.

 

 

 

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ANCIENT EGYPT | The divine Karnak

A few kilometers from Luxor, walking through the dusty streets of sand along the river Nile, here stands before our eyes the majestic Karnak temple complex, dating from the New Kingdom, the center of the spread of the cult of Upper Egypt. The “Temple of Temples” was not built on a human scale but for the gods. It is the sacred eye of the lord of the universe, Amon the Unknowable, who guides humanity, the One who remains the One, Amon the Infinite power, with mysterious origins in its splendor.  

Meditative architecture

The complex is dedicated to the worship of the god Amon-Ra, supreme god of heaven and fertility, and it is a part of the impressive temple complex of Karnak, which occupies an area of about 48 hectares. Its construction developed over more than half a millennium, from the sixteenth to the eleventh century BC, but in fact it has never been completed. Various pharaohs were involved in the great enterprise, eager to enlarge it, enrich it and make it more and more majestic.

The complex of Karnak takes its name from an Arabic term meaning “fortified village”, replacing the old Egyptian name of Ipet-sut, “The one that counts the seats”, first reserved to the central part and then extended to its totality. This huge temple complex was the center of the ancient religious cult, while the administrative power was concentrated in Thebes (today’s Luxor).

Beyond the religious function, the site was also the administrative center and seat for the pharaohs during the New Kingdom. Karnak is probably the largest monumental complex ever built in the world, developed from generation to generation and resulting from a composition of temples, shrines and architectural elements unique in Egypt.

Karnak is divided into three sections: the precinct of Amon, Mut and Montu. Its complex layout throws a shade, in terms of size, on any other monumental site in Egypt. The precinct of Amon contains all the most famous sections of the Karnak complex, including the dizzying Great Hypostyle Hall.

Karnak 1789
The temple of Amon-Ra in the complex of Karnak, as it appeared to the Napoleonic expedition in 1789

The first nucleus of the temple dates back to the Middle Kingdom, with the construction of the “White Chapel” by Sesostris I, a small cultic chamber designed to contain the sacred boat. The building of Amon-Ra required many complex construction phases, starting with Tuthmosis I, who enclosed the sanctuary with a wall. Hatshepsut erected obelisks near the eastern wall, while with Tuthmosis III other pillars were added.

With this last sovereign the “Hall of the Feasts” was built, destined to the celebration of the sed feast; another important realization was the construction of a room in the complex called “Hall of the Annals“, where the account of the victorious battles in Syria and Canaan was engraved.

Alone in front of God

In the “Great Hypostyle Hall“, commissioned by Sethi I and Ramses II, we find the place where the spirit circulates in the forest of the unconscious, the true labyrinth, the place where the adept awaits the inspiration that will come down from the capitals of the countless columns.

colonne sala ipostila
Columns of the great hypostyle hall

The columns are the very image of the beginning of the world. They defend and conceal the entrance to the sanctuary and contribute, thanks to the magnetism they radiate, to attract the divinity, sensitive to the beauty of the origins. The dimensions of the hypostyle hall are colossal: 134 gigantic columns, which open their capitals towards the sky, support 70-ton lintels on which the heavy stone slabs of the roof are placed, with a capacity of up to seven meters.

In the Hypostyle Hall one waits and meditates: a tension, an elusive presence fills the space, the light changes and leads in front of the doors of the mysterious dwelling, after which one will find oneself alone with the god and can pray for his purity, his legitimacy. Today’s man becomes a cosmic man, goes through the various stages and reaches perfection.

Tradotto da : https://archeome.it/antico-egitto-la-divina-karnak/

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NEWS | San Severino (SA), gli scavi restituiscono le tombe di sei bambini

Centola (SA). Durante gli scavi effettuati nel castello di epoca longobarda, gli archeologi hanno messo in luce le mura della fortezza e le sepolture di sei bambini.

“Siamo ancora in una prima fase di scavo – spiega Maria Tommasa Granese, funzionaria – archeologa della Soprintendenza – ma, grazie a questi primi interventi, è già possibile osservare alcuni ambienti del castello: la cappella, la cisterna e altre aree ancora oggetto di studio. Gli archeologi – continua la Granese – stanno elaborando dati e relazioni per ricostruire con esattezza la storia del castello. Per quanto riguarda le sepolture ritrovate – aggiunge l’esperta – stiamo analizzando i reperti per risalire all’esatta datazione”. 

I ritrovamenti fatti dagli archeologi sono stati portati via dal sito per uno studio più approfondito in laboratorio.

Il borgo fantasma di San Severino, dai Longobardi all’abbandono agli inizi del ‘900

Da ciò che si evince dalle stratificazioni archeologiche, dallo studio dei resti visibili e dalle fonti storiografiche, la prima fase di frequentazione del sito risale al X secolo, durante l’occupazione longobarda. Sempre all’epoca longobarda risale anche il nome del Borgo: i Sanseverino erano la più ricca e potente famiglia del Principato longobardo di Salerno. Uno tra i primi edifici a essere costruiti fu senza dubbio proprio il loro castello. La fortezza sorge sulla roccia che domina la sottostante Valle del Mingardo: da questo punto, infatti, era possibile avere il pieno controllo della così detta Gola del Diavolo, da cui si accedeva al borgo di San Severino. Alle prime fasi di vita dell’abitato risale anche una cappella e una torre di avvistamento.

Nonostante le successive dominazioni, quella normanna e sveva, la famiglia Sanseverino mantenne il controllo sul borgo, tramandandolo di generazione in generazione, dal X al XIV secolo. Fu solo a causa di aspri contrasti con il re spagnolo Carlo V, che nel 1552 la famiglia perse il potere e fu esiliata fuori dal Regno di Napoli.

Nel corso dei secoli, il borgo si è ingrandito, sono sorti altri palazzi e altri edifici religiosi oltre a quelli della prima fase longobarda. Lo stesso castello ha subito numerose modifiche: oggi ritroviamo degli archi a sesto acuto, una sala dai cui resti si vedono alcune finestre e una nicchia. Troviamo anche parte della cappella palatina, dell’abside e della navata.

Nel 1624 un’epidemia di peste decimò la popolazione di San Severino; proprio a questo periodo sembra appartenere la consacrazione della chiesa di Santa Maria degli Angeli, protettrice contro il morbo.

La storia del borgo arriva al capolinea nel 1888, in seguito alla costruzione della linea ferroviaria Pisciotta-Castrocucco. Agli inizi del ‘900, la popolazione era quasi tutta scesa a valle, lasciando il borgo completamente abbandonato.

Gli scavi archeologici e la rinascita del borgo di San Severino

 “Abbiamo sempre creduto nella valenza artistica e culturale del borgo e del castello di San Severino – spiega il sindaco Carmelo Stanziola – e fin dal primo giorno del nostro insediamento ci siamo attivati per reperire risorse per gli scavi e la messa in sicurezza dell’intera area. E oggi, finalmente, raccogliamo i primi risultati, le prime soddisfazioni. Faremo in modo che si continui a scavare e a studiare – continua il primo cittadino – ma soprattutto cercheremo di rendere fruibile ai turisti gli scavi e il borgo già per la prossima primavera”.

Gli scavi sono stati commissionati dal comune di Centola e finanziati dal Ministero dell’Interno. La direzione è stata affidata alla Soprintendenza “Archeologia, belle arti e paesaggio” delle province di Salerno e Avellino. La speranza del primo cittadino di Centola e degli studiosi è quella di rendere il borgo già visitabile in primavera. Il progetto di riqualificazione riguarda anche l’allestimento di un padiglione museale per contenere i resti della cultura materiale provenienti dagli scavi.