Pubblicabili da revisionare

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Lo scenario di una possibile sepoltura neandertaliana

Un ampio studio pluridisciplinare sui Neanderthal, condotto da un’equipe di stampo internazionale, ha restituito importanti avanzamenti sul sito archeologico di La Ferrassie (Savignac-de-Miremont, Dordogna), in Francia. Uno dei tanti di questo periodo.

I risultati delle ricerche, volte ad approfondire le conoscenze dello scheletro di un bambino di due anni e del contesto archeologico in cui è stato rinvenuto, hanno permesso agli autori di proporre come the most parsimonious scenario (lo scenario più frugale) quello di una sepoltura volontaria, di un bambino di Neanderthal vissuto circa 41.000 anni fa.

Nel grand abri (ampio riparo sottoroccia), del sito de La Ferrassie, sarebbe stato scavato un pozzo, in un sedimento sterile, cioè privo di altre evidenze archeologiche, in cui il corpo del bambino sarebbe stato volontariamente deposto.

Per lo svolgimento delle analisi sono state applicate tutte le tecniche di ricerca più avanzate: datazioni, sia al Carbonio 14 che con la tecnica della termoluminescenza (OSL) per datare il deposito circostante, l’applicazione della spettrometria di massa ZooMS e l’elaborazione di dati relativi al DNA antico. Il tutto è stato corredato da informazioni geologiche e stratigrafiche del contesto circostante, nonché dalla rielaborazione delle informazioni spaziali provenienti sia dagli scavi del 1968-1973 , sia delle più recenti analisi del 2014.

Il lontano rinvenimento di Neanderthal

Il riparo roccioso del grand abri ha restituito, per tutto l’intero sito di La Ferrassie, il maggior numero di scheletri di Neanderthal, sia completi che parziali. La maggior parte delle collezioni sono state rinvenute all’inizio del XX secolo,  mentre l’ultimo scheletro, rinvenuto tra il 1968 e il 1973, è stato proprio “LF 8” (La Ferrassie 8), uno scheletro parziale di Neanderthal (cranio, collo e ossa del tronco, bacino e quattro falangi delle mani) di un bambino di circa due anni. Il contesto del ritrovamento è stato sempre considerato come scarsamente documentato, ma in realtà i vecchi diari di scavo (conservati presso il Musée d’Archéologie nationale e Domaine national de Saint-Germain-en-Laye, di seguito indicato MAN) contenevano un’enorme quantità d’informazione, che doveva solo essere riscoperta e rielaborata, così come hanno fatto i ricercatori per lo svolgimento della ricerca.

Nei musei gli “scrigni” del passato vengono riaperti

Nel 2014 sono stati condotti ulteriori scavi, presso il luogo di ritrovamento, per riconsiderare il deposito archeologico e raccogliere nuovi dati per le analisi geologiche, stratigrafiche e geocronologiche.

L’indagine si è concentrata, inoltre, sullo studio delle collezioni dei reperti del Museo Archeologico Nazionale di Les Eyzies e del Museo Nazionale di Storia Naturale a Parigi, e negli archivi del Musée de l’Homme e dell’Institut de Paléontologie Humaine, sempre a Parigi. In questo modo è stato possibile reinterpretare diversi reperti, sia archeologici che antropologici, facendo emergere circa cinquanta nuovi frammenti di ossa di ominidi, di cui alcuni rinvenuti in una scatola degli scavi del 1973, riconducibili all’infante LF8.

Neandertal
Analisi dei reperti ossei dal sito di La Ferrassie

Uno dei più recenti Neanderthal datati direttamente

Di particolare importanza è l’identificazione nello stesso deposito, con una tecnica di spettrometria di massa chiamata ZooMS, di un osso di ominide che, attraverso lo studio del DNA mitocondriale, è stato associato ai Neanderthal. La successiva datazione al radiocarbonio ha fornito un’età compresa tra i 41.700 e i 40.800 anni fa.

Antoine Balzeau commenta come si tratti “di una datazione non solo più recente rispetto ai resti faunistici trovati nel livello archeologico soprastante, ma anche più recente dell’età ottenuta con il metodo della luminescenza per lo strato sedimentario che circonda il bambino”, confermando dunque che si tratti di una sepoltura scavata intenzionalmente.

Evidenza di pratiche funerarie oppure no?

L’elaborazione di pratiche funerarie complesse è unica nel linguaggio umano e l’emergere di questo comportamento può essere considerato l’evidenza di complesse capacità cognitive e simboliche.

La questione se i Neanderthaliani seppellissero o no i propri morti è da tempo oggetto di un ampio dibattito, e solleva altri interrogativi sulla possibile somiglianza tra le due specie nelle pratiche funerarie e sulla questione della possibile “acculturazione”,  o trasmissione culturale, tra gli Homo Sapiens e gli ultimi Neanderthaliani: il tutto sempre ammettendo la possibilità di considerare le sepolture, di per sé, come l’espressione di un comportamento simbolico, piuttosto che dettata da un’intenzione utilitaristica.

Di là da questioni delicate, che continueranno ad essere alla base delle discussioni tra i più grandi esponenti di paleoantropologia, i risultati “mostrano quanto l’approccio multidisciplinare con cui è stata realizzata questa ricerca sia essenziale per far progredire la nostra comprensione del comportamento dei Neanderthal, comprese le pratiche funerarie”, dice in conclusione Asier Gómez-Olivencia.

Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature, con il titolo “Pluridisciplinary evidence for burial for the La Ferrassie 8 Neanderthal child”. Le ricerche sono state guidate da Antoiene Balzau del CNRS e del Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, insieme ad Asier Gómez-Olivencia dell’Università dei Paesi Baschi (Spagna). Tra i membri, anche l’italiana Sahra Talamo, direttrice del nuovo laboratorio di radiocarbonio BRAVHO (Bologna Radiocarbon laboratory devoted to Human Evolution) presso l’Università di Bologna e dell’Istituto Max Planck di Antropologia Evolutiva (Germania), nonché Principal investigator del progetto di ricerca RESOLUTION (ERC Starting Grant N. 803147). Il progetto si basa sullo sviluppo di set di dati di calibrazione al radiocarbonio ad alta risoluzione, utilizzando alberi fossili per risolvere i periodi chiave nella preistoria europea, tra cui anche quello dell’arrivo dei Sapiens in Europa e dell’interazione con i Neanderthal.

Articolo a cura di Ilda Faiella

Pubblicabili da revisionare

ARCHEOLOGIA | Nora, l’incanto di un’antica città sarda

Nora sorge sulla penisola che chiude a sud-ovest il golfo di Cagliari e fu uno dei maggiori centri della Sardegna in età fenicia, punica e romana; a parte l’incanto suscitato dalla natura e dal paesaggio circostante, a stupire è la vista di reperti archeologici che testimoniano tremila anni di storia sarda.

Dalla fioritura al declino

Grazie alla sua posizione geografica privilegiata nell’ambito della rete commerciale del Mediterraneo antico, venne frequentata sin dall’età fenicia (VII-VI sec. a.C.) e visse un considerevole sviluppo nel corso della fase punica (V-II sec. a.C.). Durante il VI secolo a.C. la città conobbe, grazie al dominio dei Cartaginesi, un periodo di ricchezza economica dovuta agli scambi commerciali con l’Africa.

La Sardegna diventa romana nel 238 a.C.; entrata nell’orbita politica di Roma, la città di Nora ebbe una prima fase di fioritura nella seconda metà del I sec. a.C., quando divenne municipium; il momento di massima vitalità fu tra la fine del II sec. d.C. e il secolo successivo. Dall’età severiana la città assunse il suo definitivo assetto urbanistico, con la costruzione di buona parte dei monumenti che ancora oggi vediamo.

Il lento e progressivo abbandono avvenne a partire dal V sec. d.C., probabilmente a causa dell’invasione dei Vandali, che portò la popolazione a spostarsi nelle zone più sicure dell’entroterra, fino al completo abbandono in età medievale.

Attualmente nell’antico centro commerciale fenicio, punico e poi romano, possiamo osservare la necropoli fenicia, il complesso abitativo e il tophet punico.

Tra le antiche vie lastricate in andesite, si può ancora ammirare uno degli edifici meglio conservati di Nora, il bellissimo teatro, costruito agli inizi del I secolo a.C. Imponenti sono le strutture termali, spesso decorate da magnifici mosaici databili tra il II e il IV secolo d.C.

mosaici
Mosaici a Nora

Varie le strutture religiose, come il Tempio di Tanit del periodo punico, sito sul colle omonimo, ed il santuario di Esculapio del II-III secolo d.C.

Numerose sono anche le opere di edilizia abitativa privata, spesso provviste di cisterna per l’acqua, costruite con muri in opus caementicium e africanum (tecnica edilizia inventata dai Romani), talvolta particolarmente prestigiose, come la casa dell’atrio tetrastilo, con i suggestivi mosaici del III-IV secolo d.C. Vicino al mare si trova il foro, di forma regolare, che conserva basi di statue onorarie di personaggi famosi.

La Stele di Nora
stele
Stele di Nora

La presenza fenicia è testimoniata dal ritrovamento della Stele di Nora, il più importante e, per tanti aspetti, enigmatico documento epigrafico a caratteri fenici ritrovato in Sardegna, tra i più antichi del Mediterraneo occidentale.

Un documento di eccezionale importanza: se dopo 244 anni di studi ancora si dibatte sul contenuto delle otto righe incise nell’arenaria porosa è evidente che, dietro quei segni, la stele nasconde ancora la sua intima verità. Esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, è databile intorno all’VIII secolo a.C. e riporta un’iscrizione in alfabeto fenicio, sulla cui interpretazione gli studiosi ancora dibattono.

Per alcuni ricercatori i caratteri dell’alfabeto non sarebbero soltanto e puramente fenici, ma si tratterebbe di un alfabeto misto fenicio-sardo, ma sono dati ancora non del tutto attendibili. Nella stele, inoltre, è probabile che vi sia la più antica attestazione del nome della Sardegna.

 

Ai gentili lettori comunico che la rubrica Archeologa Italia passerà nella nuova rivista bimestrale ArcheoMe con inizio a febbraio 2021… A presto…

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Nuova scoperta durante i lavori sulla Catania – Palermo

Un insediamento rurale del I secolo d.C. , forse una villa rustica, riemerge dai lavori sulla linea ferrata Catania – Palermo, in località “Manca”.

Durante i lavori per il raddoppio della linea ferrata Catania – Palermo, in località “Manca”, presso Vallelunga Pratameno (CL), emergono degli antichi resti romani. Gli archeologi hanno riportato alla luce un antico insediamento rurale del I secolo d.C. durante l’attività di sorveglianza preventiva della Soprintendenza dei Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta, diretta dalla Dott. essa Daniela Vullo. L’estensione dell’insediamento si stima comprendesse un’area di circa sei ettari e che dovesse essere una villa rustica. La struttura, posizionata in un luogo strategico per ambiente, esposizione e vicinanza al fiume Salicio, doveva essere focalizzata nella produzione cerealicola. Si inizia a ricostruire, quindi, la storia di un vasto appezzamento di terra, direttamente gestito da un ricco proprietario tra il I e il II secolo d.C. e dotato di un particolare tipo di villa, una “domus a peristilio”.

Foto dello scavo. Fonte: http://pti.regione.sicilia.it/ .
Lo scavo

Marina Congiu ha diretto lo scavo archeologico, iniziato a luglio, sotto la direzione scientifica della direttrice della sezione archeologica della Soprintendenza di Caltanissetta, Carla Guzzone. L’indagine archeologica attualmente è limitata a un saggio di 225 metri quadrati. Nonostante questo, già si attestano strutture murarie che non sembrano avere confronti nei rinvenimenti di Caltanissetta. Interessanti anche i ritrovamenti tra gli strati di crollo di alcune tegole col bollo. La presenza di alcuni elementi ceramici ipercotti e di scarti di lavorazione lascia pensare anche a una o più attività produttive all’interno della villa. La struttura doveva produrre in autonomia  alcuni beni necessari allo svolgimento della vita quotidiana.
Rimaneggiamenti e materiali di riutilizzo, così come l’abbondanza di ceramica, sembrano confermare inoltre che il complesso ebbe lunga vita e conobbe nel tempo diverse fasi d’uso. Tra i reperti ceramici trovati nello scavo si distinguono lucerne, anfore, vasellame da mensa in terra sigillata, un tipo di ceramica caratterizzata da una vernice rossa brillante e da ornamenti a stampo in rilievo, sia italica che africana, collocabili entro un arco cronologico compreso tra il I ed il IV secolo d.C.

 

Una prima ricostruzione della villa

Dalle prime analisi della villa è stato possibile identificare almeno 5 o 6 ambienti che si articolano a Est, a Nord e a Sud di un lungo e ampio portico a forma di L. Il portico era delimitato a Sud e a Ovest da muri esterni che inglobavano colonne fittili, create sovrapponendo dischi in terracotta legati tra loro da uno strato di malta. La copertura del portico era probabilmente una stretta tettoia a spiovente.
A Nord e a Est del portico si disponevano degli ambienti coperti e a pianta quadrangolare divisi da muri. I vani dovevano avere più e diversi utilizzi. Il ritrovamento di un dolio, un grande contenitore per la conservazione del cibo, in uno di questi ha fatto ipotizzare alla funzione di magazzino. 
A Sud il portico cingeva invece un atrio o un’ampia corte scoperta, anch’essa di forma quadrangolare. Si ricostruisce quindi una ricca e articolata villa dotata di un cortile a peristilio, vale a dire circondato da porticati.

 

Verso nuovi orizzonti di ricerca

È molto probabile che l’insediamento rurale si articolasse in due aree: una pars dominica, la zona residenziale del padrone e della sua famiglia, e una pars rustica, lo spazio in cui si lavorava e produceva. La prosecuzione dello scavo avrà come prima finalità la precisa identificazione di tali spazi funzionali . Non solo: sarà estremamente importante mettere in luce gli ambienti posti a Nord e a Ovest del portico, zone che al momento sono occultate sotto le pareti corrispondenti del saggio.

Pubblicabili da revisionare

TEATRO | Il Teatro Andromeda, specchio del cielo

A Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento, c’è un luogo speciale, sospeso tra terra e stelle: si tratta del Teatro Andromeda, uno specchio del cielo, ancora non molto conosciuto ai più, che regala alla vista uno spettacolo unico.

La storia del Teatro Andromeda

La storia è quella di un pastore, Lorenzo Reina, e del suo amore per l’arte e le stelle. Da ragazzo portava il suo gregge di pecore al pascolo e scolpiva alabastri per passare il tempo. Di notte usciva a respirare sotto le stelle e, durante una di queste notti, al chiaro di luna, chiese al cielo di “farlo incontentabile, mai sazio della sua arte”. Fu così che il cielo lo ascoltò. Lorenzo Reina, il pastore-scultore pose le prime pietre per creare il suo capolavoro. Nutriva intimamente il desiderio di creare qualcosa di grande. Lui racconta che su quelle terre, sui Monti Sicani, portava a pascolare il suo gregge alla fine degli anni Settanta e che le pecore, come prese da incantesimo, rimanevano a ruminare ferme come sassi bianchi. Ispirato da questa immagine, nei primi anni Novanta iniziò a realizzare la sua opera partendo dalle pietre.

La struttura del Teatro Andromeda

108 pietre bianche si stagliano sulla sabbia nerissima della cavea e sembrano sfiorare il cielo, a 1000 metri di altitudine. Ma perché proprio 108? In quegli anni Reina venne a conoscenza della scoperta secondo la quale la Galassia M31 della Costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra galassia tra circa due miliardi e mezzo di anni.

La posizione delle pietre e il loro numero ricalcano la mappa delle 108 stelle della Costellazione di Andromeda. Lui la definì un’idea semplice; quel che è certo è che si rivelò geniale e di grande impatto visivo ed emotivo.

La posizione del Teatro Andromeda

Il luogo scelto per edificare questo teatro già di per sé offre un grande impatto emotivo, perché si fonde con l’opera umana e fornisce uno scenario suggestivo. Non è presente alcun fondale artificiale: infatti, alle spalle del palco si apre il panorama naturale sulle vallate incontaminate di Santo Stefano e su tramonti mozzafiato.

La struttura gode dell’illuminazione naturale, non c’è traccia di artificio né ausilio elettrico; tutto è stato pensato per fondersi con la natura. Salendo i gradini di pietra che conducono per lo stretto passaggio di ingresso, si apre alla vista la distesa di sedute bianche e l’apertura, dietro il palco, sul cielo. Sembra che il tempo sia sospeso in un’epoca indefinita tra presente, passato e futuro e solo la posizione del sole definisce l’ora, regalando sfumature cangianti durante l’arco della giornata. Regna un silenzio quasi religioso: non a caso molti si recano sul posto per meditare. La sospensione tra cielo e terra dà l’impressione di un paesaggio che non sembra essere di questa terra: infatti, il Teatro Adromeda è uno specchio della volta celeste.

Questa fusione tra cielo e terra rende il teatro stesso lo spettacolo, l’opera d’arte. In particolari giorni dell’anno vengono organizzati eventi che attirano decine di visitatori. Il giorno del solstizio d’estate, ad esempio, viene celebrato come un rito, in linea con le prime tradizioni della storia dell’uomo, che riconoscevano la sacralità del ciclo lunare e dell’alternarsi delle stagioni. L’atmosfera è compenetrata dalla connessione tra uomo e natura, la vera protagonista della scena. 

Un’opera work in progress

Se si parla con Lorenzo Reina, egli stesso definisce il suo teatro un “lavoro in corso”. Intorno alla struttura vera e propria del teatro, ha realizzato numerose sculture e installazioni artistiche. Alcune richiamano la mitologia classica – come l'”Icaro morente” precipitato al suolo, concessa da Giuseppe Agnello nel 2007 – e nascondono un messaggio rivolto all’uomo contemporaneo. Altre sono più concettuali e astratte, lasciando spazio all’interpretazione personale individuale. Il lavoro di Reina non si è ancora esaurito e l’area è in evoluzione. Si tratta a tutti gli effetti di un percorso artistico, lungo il quale vengono organizzati eventi e rappresentazioni teatrali che lo stesso Reina promuove.

Icaro morente

 

La rubrica “Teatro” si sposterà sulla rivista bimestrale ArcheoMe, che per il prossimo anno avrà una veste tutta nuova, con contenuti esclusivi ed interessanti. Grazie a tutti i lettori, ci vediamo sul prossimo numero della rivista ArcheoMe per continuare ad esplorare insieme, con occhi appassionati, l’universo teatrale.

Pubblicabili da revisionare

ARCHEOLOGIA | L’espressione della potenza di Akràgas, il Tempio della Concordia

L’espressione di potenza di Akràgas, il Tempio della Concordia, è il tempio greco più famoso della Sicilia. Gli abitanti dell’antica Agrigento edificarono ben 10 templi nel corso del V secolo a.C., in un’accanita sfida all’ultimo capitello contro Siracusa. Il cosiddetto Tempio della Concordia, in particolare, fu costruito nel 430 a.C. e oggi si trova all’interno della famosa Valle dei Templi di Agrigento. Il monumento deve il nome Concordia all’interpretazione che lo storico Tommaso Fazello fece di una epigrafe latina rinvenuta nelle vicinanze, ma che, in realtà, nulla ha a che fare con il tempio.

Pianta del Tempio della Concordia

Si tratta di un periptero esastilo in stile dorico: un quadrilatero con sei colonne sulla fronte e tredici sui lati lunghi (segue, dunque, il canone classico, che vuole che le colonne dei lati lunghi siano il doppio più uno rispetto a quelle sulla fronte). La peristasi perfettamente conservata poggia direttamente su un crepidoma composto di quattro gradini e si compone di sole colonne doriche: fusto non particolarmente slanciato e terminante in un capitello dalla forma semplice. Ogni colonna è dotata di venti scanalature e, verso i 2/3 dell’altezza, presenta un’armoniosa entasi. La peristasi sostiene una trabeazione composta da architrave, fregio decorato a metope e triglifi e un timpano non scolpito.

Pianta, prospetto e foto del tempio della Concordia

Il naos interno (la cella), accessibile attraverso un gradino, è preceduto da un pronao in antis (inquadrato tra due colonne) ed è seguito da un altro vestibolo. Questo secondo spazio, denominato opistodomo, era solitamente adibito alla custodia del tesoro, dei donativi e dell’archivio del tempio. Di notevole interesse è la presenza, ai lati del pronao, di piloni con scale d’accesso al tetto. Allo stesso modo, sulla sommità delle pareti della cella e nei blocchi della trabeazione della peristasi, sono ben visibili gli incassi per la travatura lignea di copertura. Gli studi hanno dimostrato che l’esterno e l’interno del tempio erano rivestiti di stucco policromo. L’ipotesi cromatica fatta dagli esperti ha ipotizzato un rivestimento in stucco bianco candido per tutta la struttura, a eccezione del fregio e del timpano che, invece, dovevano essere colorati di rosso e blu.

Da Tempio a Chiesa

Alla fine del VI secolo d.C., il Tempio della Concordia fu trasformato in una basilica cristiana dal vescovo Gregorio II e dedicata ai santi Pietro e Paolo. Tale metamorfosi comportò una serie di cambiamenti, che contribuirono alla sopravvivenza della struttura fino ai giorni nostri: il rovesciamento dell’orientamento antico, l’abbattimento del muro dell’opistodomo, la chiusura degli intercolumni e la realizzazione di dodici aperture arcuate nelle pareti della cella; tutto ciò permise di costituire le tre navate canoniche. Le fosse, invece, che si trovano all’interno e all’esterno della chiesa, si riferiscono a sepolture alto-medievali. Nel 1748 il tempio tornò alle sue forme antiche, con la riapertura del colonnato, e smise di essere utilizzato per il culto.

Con uno dei simboli dell’arte classica di Sicilia si chiude la prima fase di vita di questa rubrica dal sapore siculo. Dal 2021, infatti, la rubrica Archeologia Sicilia cambierà “location” e verrà pubblicata sulla rivista di ArcheoMe. Non potevamo certo ridurre la storia della nostra terra a poche righe: l’archeologia siciliana ha ancora tanto da raccontare e io continueró a essere la sua umile portavoce. 
A presto!

Pubblicabili da revisionare

PERSONAGGI | Timèo da Taormina, lo storico che suscitò l’invidia di Polibio

Storico greco siciliano, Timèo nacque verosimilmente nel 356 a.C. da Andromaco, tiranno fondatore di Tauromenio, antico nome di Taormina. Nel 316 a.C., quando la città fu conquistata da Agatocle, tiranno di Siracusa, Timèo fu esiliato e visse dapprima ad Agrigento e poi ad Atene, dove stette per circa cinquant’anni e dove seguì le lezioni di retorica di un allievo di Isocrate. Nonostante le scarse notizie biografiche, con molta probabilità Timèo tornò a Siracusa dopo la morte di Agatocle (269 a.C.) e passò gli ultimi anni della sua lunga vita (circa 96 anni) sotto il tiranno Gerone II: morì a Siracusa intorno al 260 a.C.

Fu il primo ad elaborare e utilizzare una cronologia universale basata sulla comparazione fra cronologia olimpica, liste di magistrati eponimi e altre liste locali.

Timèo, nonostante la lontananza dalla terra natia, non si dimenticò mai di essa e sempre si tenne aggiornato sugli avvenimenti, tanto che fu autore di un’opera storiografica che aveva per protagonisti siciliani e italioti. L’opera, intitolata Storie Siciliane o Sikelikà, di cui ci restano circa 160 frammenti, era divisa in 38 libri e trattava dell’Occidente greco, delineandone una storia dalle origini mitiche alla morte del suo nemico Agatocle, avvenuta nel 289 a.C.

Dallo studio dei frammenti rimasti si ricava che l’opera si componeva di un’introduzione generale di 5 libri, in cui Timèo offre una descrizione geografica dell’isola ed introduce la complessa storia mitologica delle fondazioni di città per mano di celebri eroi, come gli Argonauti, Eracle o i guerrieri dell’impresa troiana. A questi seguivano i libri narranti la storia siciliana fino al 406 a.C., anno dell’ascesa al potere di Dioniso I di Siracusa, per poi proseguire fino alla morte di Agatocle. Solo in un secondo momento, Timèo aggiunse un’appendice di altri 5 libri, in cui narra le vicende storiche dalle guerre di Pirro contro Roma fino al 264 a.C., data d’inizio della prima guerra punica.

L’accuratezza delle notizie valse allo storico siciliano una grandissima popolarità, che durò fino al III secolo d.C.; infatti, sebbene l’opera trattasse dei Greci che avevano colonizzato l’Italia, essa riscosse un maggiore interesse tra i Romani che non tra i Greci, grazie alle notizie che offriva sia su Roma e su tutte le altre città dell’Italia, sia sui Cartaginesi e sull’Occidente barbaro.

Lo storico siciliano fu considerato il continuatore della storiografia politico-retorica iniziata da Isocrate e la sua opera venne largamente utilizzata da altri scrittori, tra cui i famosi Diodoro Siculo e Polibio. Quest’ultimo, che pure asseriva di voler continuare l’opera di Timèo, non perse l’occasione di criticare l’interesse etnografico del predecessore; nella sua polemica, tuttavia, si dovranno riconoscere anche motivi di gelosia verso un altro storico, la cui eco risuonava a Roma persino tanto tempo dopo la sua morte.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Timeo di Tauromenio, Testimonianze e Frammenti, a cura di Ignazio Concordia, Storiografia Siceliota Frammentaria IV, Youcanprint, Tricase (Lecce) 2017.
 
Bertini, G. 1829, “Giudizi degli Antichi intorno alle opere di Timeo da Taormina, storico del III secolo innanzi l’Era Volgare colle Notizie biografiche e i frammenti della Storia del medesimo“, in Giornale di Scienze, Lettere e Arti per la Sicilia, VII/t. 27.
 
Pearson, L. 1987,The Greek Historians of the West. Timaeus and His Predecessors, Atlanta.
Pubblicabili da revisionare

ANTICO EGITTO | Senenmut, l’ombra della regina

La vita di Senenmut è indissolubilmente legata a quella della regina Hatshepsut. Solo citare il suo nome evoca inevitabilmente il nome della regina che ha servito. Ma chi era quest’uomo? In che modo una regina con titolo di re, gli diede il controllo assoluto del paese?

L’ascesa di Senenmut

Senenmut, secondo studi recenti, era figlio di gente comune, come risulta dalla titolatura dei genitori trovata nella loro tomba, non lontana dalla TT71, tomba del figlio, nel 1927: suo padre Ramose è infatti ricordato come ‘Degno’, mentre sua madre Hatneferu viene indicata come ‘Donna di casa’.

Erano originari del Sud, al di là della prima cataratta. La famiglia, dai tempi di Thutmosi I, si era stabilita ad Armant, vicino a Luxor. Il giovane Senenmut aveva partecipato alle spedizioni militari in Nubia ed era stato ricompensato con il braccialetto “menefert” (“colui che abbellisce”). Alla morte della madre, avvenuta poco tempo dopo l’incoronazione di Hatshepsut, il figlio trasportò il padre vicino alla madre.

L’influenza di Senenmut è dimostrata dal corredo funebre della madre, che comprendeva anche una maschera dorata e uno scarabeo sul cuore, fatto con serpentina e incastonato in un quadrato d’oro.

Poco distante dal Djeser-Djeseru, è stata portata alla luce la cappella funeraria di Senenmut, iniziata due mesi dopo la morte dei genitori. In questa cappella sono iscritti, in inchiostro rosso e nero, i titoli di cui si fregiava.

Fatto eccezionale per un egiziano, Senenmut non sembra essersi mai sposato, tanto che il suo culto funerario fu affidato al fratello maggiore, Minhotep.

Le magnifiche pitture murali, purtroppo mal conservate, permettono di vedere sei portatori di offerte, probabilmente Egei; difatti, nel loro aspetto ricordano i portatori di offerte di Knossos.
Il sarcofago, probabilmente di quarzite rossa (pietra reale per eccellenza), era ornato da divinità funerarie, affiancate da Iside e Nefti e conteneva l’intero capitolo 125 del Libro dei Morti (quello delle giustificazioni negative).  

Nonostante queste origini, Senenmut fece una brillante carriera come funzionario del regno e, percorrendo rapidamente tutto il cursus honorum, raggiunse le più alte cariche dello Stato. Tra i tanti incarichi che ebbe, ricordiamo quello di “intendente del tempio di Amon, direttore dei campi, dei giardini e delle greggi del doppio granaio di Karnak”. Questa posizione gli permetteva di controllare le grandi ricchezze di Karnak.

Fu molto intimo della regina, tanto da dar voce all’ipotesi di una sua storia d’amore con lei, di cui, tuttavia, non si hanno documentazioni. Hatshepsut lo scelse anche come architetto per il grande tempio di Deir el-Bahari, la cui progettazione, fuori dai normali canoni egiziani, dimostra la genialità sia dell’architetto sia della regina. Tuttavia, recenti studi sembrano diminuire l’importanza di Senenmut nella costruzione del tempio della regina.

Tomba TT353
tomba Senenmut
Tomba di Senenmut TT 353

Senenmut ordinò lo scavo della tomba TT 353 di Deir el-Bahari intorno al 7° anno di regno della sua regina, nello stesso momento in cui iniziarono i lavori di scavo del tempio.

Fu scavato in profondità nella roccia, in modo tale che tutto l’insieme funerario di Senenmut rimase integrato all’interno del complesso del sovrano, cioè nel sottosuolo della prima terrazza.

falsa-porta
Pannello della falsa-porta in cui Senenmut è rappresentato
con il padre Ramose e la madre Hatnefer

La lunga e ripida galleria discendente, di cinquantatre metri, termina in una piccolissima camera, brillantemente decorata con il Libro dei Morti, una falsa-porta stele e coronata da un eccezionale soffitto astronomico, unico e splendido, magnificamente conservato attualmente. Detto soffitto astronomico è il più antico conosciuto nella storia dell’antico Egitto.

In esso sono riprodotti i dodici mesi del calendario lunare, così come le stelle e le costellazioni dell’emisfero settentrionale. Un’altra galleria discendente ci conduce a una seconda camera senza decorazione e da questa alla terza con pozzo, anch’essa senza decorazione.

Divenne, infine, tutore della figlia di Hatshepsut, Neferu-Ra, che era la seconda erede al trono dopo Thutmosis III, dimostrando così la grande considerazione in cui era tenuto a corte.

Senenmut e Neferure
Senenmut era il tutore reale, e il monumento di lui che regge una piccola Neferu-Ra lo mostra (British Museum / CC BY-SA 3.0)

Improvvisamente però Senenmut, come spesso succede, cadde in disgrazia, fu sollevato dai suoi incarichi e sparì dalla storia egiziana.

Pubblicabili da revisionare

NEWS | Venafro (IS), scoperta villa tardo imperiale durante i lavori per la rete elettrica

Durante gli scavi per la realizzazione delle fondazioni di un traliccio elettrico nella piana di Venafro (IS) sono emerse quattro sepolture e numerose strutture, che facevano parte di una grande villa romana.

Le indagini archeologiche

Sul posto erano già presenti gli archeologi per l’assistenza al cantiere, che hanno subito avviato le indagini. Per prima cosa, lo scavo ha riguardato le quattro sepolture di età successiva all’abbandono della villa. La lettura stratigrafica ha attribuito a queste sepolture una datazione all’Alto Medioevo, che potrebbe essere confermata da future analisi antropologiche. Al di sotto dello strato destinato a uso funerario, si trovano le strutture e gli ambienti di quella che è stata identificata come la pars rustica della villa.

Per comprendere la natura e l’estensione delle strutture intercettate, l’indagine archeologica si è estesa a un’area di 900 metri quadri. Lo scavo di queste strutture ha permesso di ricostruire la loro finalità d’uso: si tratta della parte produttiva di un’importante villa romana. Il rilevamento di diverse opere di risistemazione edilizia ha permesso agli studiosi di distinguere due fasi di costruzione della villa: una di età tardo repubblicana e una di età tardo imperiale.

“La parte produttiva, spiega il dottor Luca Coppola, presenta una serie di ambienti con fornaci per la lavorazione del materiale, magazzini e ambienti di stoccaggio per le derrate alimentari. Conosciamo l’ultima fase di vita della villa grazie ad uno degli oggetti più belli che abbiamo ritrovato: un anello sigillo in bronzo che reca il nome di Maecius Felix, databile al IV secolo d.C”.

Oltre all’esame delle tecniche costruttive, la datazione delle fasi abitative della villa è stata resa possibile dai reperti rinvenuti durate gli scavi. Il ritrovamento di due tegole, bollate con il nome di M. Clodio, colloca nel I secolo d.C. l’utilizzo della fornace, ritrovata in uno degli ambienti indagati, per la produzione proprio di tegole e mattoni. L’anello con sigillo appartenuto a Maecius Felix, invece, appartiene all’ultima fase della villa, cioè tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.C., periodo in cui Maecius Felix era patrono di Venafro e governatore della provincia del Sannio.

Archeologia preventiva, un iter perfettamente seguito con Terna

Dal 2018, nella piana di Venafro sono in corso i lavori per il rinnovo della rete elettrica Capriati-Presenzano. La società Terna, che cura i lavori di rinnovo della rete elettrica in quest’area, si è interfacciata con i vari enti per avere i nulla osta necessari ai lavori, tra cui la Soprintendenza per le valutazioni sull’impatto archeologico dei lavori. La tempestiva indagine archeologica del sito è stata resa possibile dalla corretta sinergia tra Terna e la Soprintendenza, come spiega la dottoressa Maria Diletta Colombo della Sabap Molise:

In questo caso, con Terna è stato eseguito perfettamente l’iter di archeologia preventiva prevista dalla normativa. Nello specifico, dopo la trasmissione dei documenti di valutazione d’impatto preliminare, si è proceduto all’assistenza archeologica per lo scavo dei sostegni del traliccio”.

Durante i lavori per la rete elettrica nella piana di Venafro, sono state trovate due ville rustiche, di cui questa rinvenuta recentemente risulta la meglio conservata.

 

Pubblicabili da revisionare

NEWS | L’Uomo di Altamura, ricerche sempre più impegnative

Una ricerca degli Atenei di Firenze, Pisa e Roma – la Sapienza – approfondisce la conoscenza dello scheletro più completo di Neanderthal mai ritrovato: l’Uomo di Altamura. La difficile collocazione del reperto nella grotta di Lamalunga ha richiesto l’uso di sonde videoscopiche e di un apparecchio a raggi X portatile.

Chi è l’Uomo di Altamura

Rinvenuto nel 1993 in Puglia, nelle profondità della grotta carsica di Lamalunga in Alta Murgia, è tuttora imprigionato nella roccia a diversi metri di profondità, coperto di incrostazioni calcaree che ne rendono difficile l’osservazione. Si tratta di un uomo preistorico precipitato in un pozzo naturale dove morì di stenti, di fondamentale importanza per i ricercatori. È stato oggetto di un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MIUR) e autorizzato dalla Soprintendenza Archeologica, che ha avviato indagini scientifiche negli ultimi anni (2017-2020).

Gli studi precedenti

Lo studio appena pubblicato su PLOS ONE riguarda i denti del Neanderthal di Altamura e il suo “apparato di masticazione” (mascella e mandibola); una ricerca di simile argomento era già stata pubblicata di recente, realizzata insieme dall’Università di Firenze, la Sapienza – Università di Roma e l’Università di Pisa con il titolo: “In situ observations on the dentition and the oral cavity of the Neanderthal skeleton from Altamura (Italy)”. I responsabili delle unità operative – che hanno operato in condizioni molto difficili – sono stati Jacopo Moggi Cecchi, antropologo dell’Ateneo fiorentino, Damiano Marchi (Università di Pisa) e Giorgio Manzi (Sapienza – Università di Roma), che è anche il coordinatore del progetto complessivo del MIUR.

Il gruppo di ricerca ha condotto una serie di osservazioni e rilevamenti sul posto, calandosi all’interno della grotta.

“Grazie all’ausilio di sonde videoscopiche ad alta risoluzione – spiega Jacopo Moggi Cecchi – siamo riusciti a osservare le caratteristiche della dentatura e delle ossa mascellari, ottenendo nuove informazioni sull’età e lo stato di salute e confermando la presenza di caratteri tipici dei Neanderthal”.

“Abbiamo anche effettuato – spiega Damiano Marchi – una radiografia dei denti anteriori, utilizzando per la prima volta a questo scopo un apparecchio a raggi X portatile KaVo NOMAD Pro 2. In questo modo abbiamo così individuato una lesione nell’osso, alla base di un incisivo, che potrebbe essere dovuta a una forte stress non riconducibile all’alimentazione”. 

Pubblicabili da revisionare

DIETRO AL FASCISMO | La Difesa della Razza, uno strumento di propaganda

La Rivista Interlandiana

La Difesa della Razza era una rivista quindicinale, pubblicata il 6 agosto 1938 e diretta da Telesio Interlandi. Uomo da sempre aderente alle posizioni estreme del fascismo, era considerato il giornalista di fiducia del Duce, ricordato per la sua ferocia nelle campagne antisemite e razziste. La copertina del primo numero riportava la data del giorno precedente, il 5 agosto 1938. In quel giorno, il Ministro dell’Educazione Nazionale, Giuseppe Bottai, emetteva quattro circolari riguardanti la diffusione della rivista, indirizzate ai rettori e ai direttori degli Istituti superiori, ai presidenti degli Istituti d’arte, al presidente della Giunta centrale per gli studi storici e ai presidenti delle accademie e delle associazioni culturali. L’8 agosto, la Commissione ministeriale per gli acquisti delle pubblicazioni varava l’acquisto e la distribuzione di mille copie.

copertina
Copertina de La Difesa della Razza

I sostenitori della Rivista

La rivista non era solo sostenuta da Bottai ma anche da Dino Alfieri, Ministro della Cultura popolare e da Achille Starace, Segretario del Partito Nazionale Fascista. La rivista era rivolta ai ceti medi ed era stata pensata come vetrina del razzismo italiano, che avrebbe dovuto propagandare la superiorità della razza italiana in un momento focale della storia del fascismo, considerato che il 14 luglio 1938 era stato pubblicato il Manifesto degli scienziati razzisti.

La sede della redazione

Inizialmente la redazione della rivista era situata in Largo Cavalleggeri a Roma, per poi trovare, nel novembre del 1938, la sua sede definitiva a Palazzo Wedekind in Piazza Colonna. Questa sede era un punto importante, poiché crocevia di diversi simbolismi. Si ritrovava nel cuore della Roma degli Antonini e nei pressi della colonna di Marco Aurelio. Inoltre, le colonne del porticato provenivano dagli scavi archeologici di Veio. Da ciò, risulta ben chiaro come già la sola sede evocasse gli antichi fasti della romanità.

La prestigiosa sede della Rivista

Una grafica d’avanguardia

La rivista aveva una grafica curata e d’avanguardia, con una tiratura iniziale di circa 150.000 copie, distribuite nella quasi totalità dei casi a titolo gratuito con un prezzo di copertina basso, di appena una lira. Fondamentale risultava essere l’organicità della rivista, nel quadro della campagna razziale messa in atto dal fascismo. Ben presto però, il costo alto della tiratura, il basso prezzo di vendita e la prestigiosa sede porteranno i costi di produzione alle stelle, producendo saldi passivi coperti dal Ministero della Cultura Popolare. Nel secondo semestre del 1940 la tiratura si ridusse, attestandosi a circa 20.000 copie, ma il saldo passivo continuava ad essere alto. Così, a partire dal 1º dicembre 1940, Mussolini incaricava il ministero di ridurre le spese e, con i nuovi accordi, la gestione della rivista veniva direttamente assunta dall’Istituto di arti grafiche Tumminelli e il numero delle pagine veniva ridotto.

Alcune copertine de La Difesa della Razza

Lo strumento del regime

La Difesa della Razza rimase in vita durante gli anni della guerra, rappresentando un ausilio importante e strategico per la propaganda di regime. Cessò le pubblicazioni con la caduta del fascismo nel giugno-luglio del 1943. I membri più importanti del comitato di redazione furono Guido Landra, Lidio Cipriani, Lino Businco, Leone Franzì e Marcello Ricci, che esaltavano lo stretto legame esistente tra la genesi della rivista e le vicende del Manifesto della Razza del 14 luglio 1938.

Il Manifesto della Razza, 14 luglio 1938

Scienza, Documentazione e Politica

La Difesa della Razza era caratterizzata dall’uso spregiudicato delle immagini, rivolte sempre a contrapporre la razza ariana a quelle “imbastardite”. Si articolava in tre sezioni, di cui la prima incentrata sulla Scienza: «Dimostreremo che la scienza è con noi; perché noi siamo con la vita e la scienza non è che la sistemazione di concetti e di nozioni nascenti dal perenne fluire della vita dell’uomo». Alla Scienza seguiva la Documentazione, tesa a dimostrare «quali sono le forze che si oppongono all’affermazione d’un razzismo italiano, perché si oppongono, da chi sono mosse, che cosa valgono, come possono esser distrutte e come saranno distrutte». Infine, la Polemica, ovvero la battaglia «contro le menzogne, le insinuazioni, le deformazioni, le falsità, le stupidità che accompagneranno questa affermazione fascista dell’orgoglio razziale».

Per Interlandi la polemica sarà il “sale nel pane della scienza, quindicinalmente spezzato”.