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NEWS | Il Foro di Traiano si “allarga”, terminati gli scavi di Via Alessandrina

È giunta al termine la campagna di scavo che ha coinvolto la Via Alessandrina nei Fori Imperiali. Gli scavi hanno riportato in luce una nuova porzione della piazza del Foro di Traiano e numerosi reperti di età imperiale.

L’obiettivo delle operazioni

Le indagini archeologiche, iniziate nel marzo 2018, si sono concentrate sul tratto settentrionale di Via Alessandrina che collegava il Foro di Traiano al Largo Corrado Ricci. L’obiettivo dei lavori era quello di studiare le fasi di abbandono dei Fori in età tardo antica e l’insediamento medievale che si era installato proprio sulla piazza del Foro di Traiano a partire dal X secolo d. C. Inoltre, la demolizione di questo tratto stradale di circa 60 metri, che copriva una porzione della piazza del foro di Traiano, ha reso più leggibili i resti del Foro stesso, permettendo di vedere la connessione tra i Mercati di Traiano e la piazza del Foro.

L’esito delle indagini

Durante gli scavi sono emersi preziosi reperti di età imperiale: due teste in marmo, una identificata con il dio Dioniso, l’altra appartenente all’imperatore Ottaviano Augusto raffigurato in giovane età. Sono stati trovati oltre sessanta frammenti appartenenti al Fregio d’Armi del Foro di Traiano. Il tratto stradale celava anche i resti di un insediamento medievale, con case piccole e di modesta fattura, che a loro volta coprivano la pavimentazione originale del Foro di Traiano. Queste abitazioni poggiavano direttamente sui resti della piazza, la cui pavimentazione in marmo non è più visibile, probabilmente in seguito alle operazioni di spoliazione che hanno caratterizzato tutto il Medioevo. Lo studio delle strutture e dei reperti ha permesso l’acquisizione di numerosi nuovi dati, significativi per la ricostruzione della storia del centro monumentale della città di Roma.

La mostra permanente nei Mercati di Traiano

Le due teste di età imperiale, i frammenti del Fregio d’Armi e gli altri ritrovamenti sono stati mostrati per la prima volta al pubblico durante una videoconferenza venerdì scorso, alla quale ha partecipato anche la sindaca Virginia Raggi. Faranno parte di una mostra permanente al Museo dei Mercati di Traiano, in stretta connessione con il luogo del loro ritrovamento e della loro originaria appartenenza.

Il Foro di Traiano è un capolavoro dell’urbanistica romana di cui finora non si coglieva appieno la grandiosità. Oggi è più facile capire perché la costruzione fosse definita ‘degna dell’ammirazione degli dei, dichiara Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente Capitolina ai Beni Culturali.

Un importante atto di mecenatismo dall’Azerbaigian

L’opera è stata resa possibile dall’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale, dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il TurismoParco Archeologico del Colosseo. Gli scavi sono stati realizzati grazie all’atto di mecenatismo della Repubblica dell’Azerbaigian, arrivato grazie all’azione dell’allora sindaco Ignazio Marino per un importo complessivo di 1.000.000, 00 ,  il quale non solo si adoperò per cercare i finanziamenti, ma diede anche un importante impulso all’avvio dei lavori. Infatti, nel 2013 Via Alessandrina si trovava nell’abbandono e fu grazie al suo interessamento che venne riaperta al pubblico.

L’Azerbaigian, che è un paese multietnico e multiculturale”, afferma Mammad Ahmadzada, Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian, “è sempre stato molto attento alle culture degli altri popoli e per noi è un dovere rispettare e tutelare i beni storico-architettonici e culturali in vari paesi del mondo. Il patrimonio di Roma appartiene all’umanità, e la città eterna, capitale dell’Italia, culla della civiltà, occupa un posto speciale nel cuore del mio paese”.

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NEWS | “Percorsi visivi” nella Valle del Belice, un museo a cielo aperto

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968, un violento terremoto ha colpito una vasta area della Sicilia occidentale, la Valle del Belice, compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo.

Nella zona già sorge il Grande Cretto, noto come Cretto di Ghibellina, di Alberto Burri, realizzato nel luogo in cui sorgeva la città di Ghibellina Vecchia, distrutta dal terremoto.

Montevago, nell’agrigentino, è un altro dei centri maggiormente colpiti. Interamente sventrato, Montevago Vecchio avrà adesso la possibilità di farsi portatore non solo della memoria, ma anche di cultura e rinascita

Tra i ruderi dell’antica città, sarà infatti inaugurato agli inizi del 2021 Percorsi Visivi, un museo a cielo aperto tra i luoghi del sisma. Il progetto porta la firma dell’Associazione culturale La Smania Addosso con il Comune di Montevago e l’Assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo della Regione Siciliana e sarà realizzato con il contributo della presidenza dell’ARS, della Regione Siciliana e del Comune.

Questo rappresenta un nuovo atto di recupero del vecchio centro, fortemente voluto dal sindaco Margherita La Rocca Ruvolo, che dal 2011 si impegna a prevenire l’abbandono di Montevago attraverso idee e attività di valorizzazione.

Abbiamo la consapevolezza di essere parte viva e propositiva di un progetto di crescita culturale – ha dichiarato Calogero Armato, assessore al Turismo, Sport e Spettacolo del comune di Montevago. Ora più che mai – prosegue – è importante creare le condizioni perché il paese assuma la connotazione di un luogo creativo e della memoria, felice connubio tra architettura storica, paesaggio ed espressione artistica.

Montevago distrutta dal terremoto della Valle del Belice: i resti del portale del Duomo.
 
Museo open air

Il progetto si propone di creare un vero e proprio tour tra i ruderi per far rivivere i luoghi del passato attraverso un linguaggio narrativo contemporaneo, con percorsi sensoriali alla scoperta degli odori e dei sapori di un tempo, riconvertendo i luoghi abbandonati in locations ospitanti, attraverso un nuovo racconto di rinascita.

Il recupero degli spazi occupati dalle macerie mira così a dare vita e voce a nuove forme espressive. I ruderi e le architetture dell’antico centro si trasformeranno in supporti naturali per opere pittoriche e fotografiche, anche di artisti di fama nazionale. 

È previsto un percorso che parte dai vicoli del vecchio centro, da Corso Umberto I, fermandosi poi ad ammirare uno scorcio della Valle del Belice dalla antica e storica Piazza Belvedere, ripulita e riqualificata, fino ad arrivare alla Piazza centrale con i resti della Chiesa Madre di Montevago.

I ruderi della Chiesa Madre di Montevago (AG)
 
L’identità che rinasce

Il viaggio partirà dai simboli del sisma che ha distrutto, tra le altre questa cittadina, trascinando tra le macerie i sogni, le tradizioni, l’identità di un popolo colpito dalla sofferenza e dall’inevitabile abbandono di terre, affetti e averi.

Ma il percorso si propone, soprattutto, di riportare alla memoria i bei ricordi che legano la popolazione a quel luogo, fatto anche di tradizione e di un forte senso di comunità.

 

Ruderi di Montevago

E, nonostante sia all’aperto, Percorsi Visivi è a tutti gli effetti un museo nel quale saranno proposte nell’arco dell’anno diverse attività come visite scolastiche, momenti di confronto culturale, eventi artistici, musicali e di promozione dell’antica gastronomia, presentata e valorizzata secondo una nuova prospettiva artistica. 

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NEWS | Baia (NA), nuova scoperta nell’Atlantide romana

Nonostante la chiusura, imposta nel rispetto delle norme anti-Covid, il Parco archeologico dei Campi Flegrei non si ferma. I lavori di progettazione nel Parco sommerso di Baia (NA) continuano per la stagione 2021 con tre nuovi ambienti appena scoperti.

Altre terme a Baia?

I tre nuovi ambienti sono stati individuati a sud di Punta dell’Epitaffio, nei pressi della cosiddetta via Piccola, poco lontano dal noto ninfeo di Claudio. L’indagine è partita da una pavimentazione in marmo già nota e ha rivelato le tre strutture sul tracciato stradale che proseguiva verso il lacus baianus.

Baia
Il corridoio di accesso dalla strada e la stanza absidata, collegate da un accesso in cui si è riconosciuto il foro per il cardine della porta.

Si pensa si tratti di un altro stabilimento termale di cui Baia, in età romana, era costellata; è stato riconosciuto il corridoio di accesso, una stanza absidata e una grande vasca. Inoltre, tutte le lastre di marmo utilizzate provenivano da altri edifici: il materiale di reimpiego era molto diffuso, perché gli effetti dei bradisismi si facevano sentire; alcuni elementi erano parte di un rivestimento parietale, come si può notare dalle modanature ancora ben conservate. Il pavimento originale della stanza era, quindi, almeno 50 cm più in basso di quello visibile attualmente. 

Il nuovo percorso di visita che ingloberà quest’area sarà fruibile dal 2021, aspettiamo presto altri aggiornamenti!

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PERSONAGGI | Gertrude Bell, la regina del deserto

Chiudiamo la rubrica settimanale Personaggi parlando di un’altra donna, questa volta inglese, che può essere considerata la prima archeologa ed esploratrice moderna e un esempio per tutti coloro che aspirano ad indagare il passato e a capire il presente. Ricordiamo ai lettori che Personaggi continuerà ogni due mesi sulla rivista ArcheoMe, disponibile da Febbraio 2021.

Gertrude Margareth Lowtian Bell nacque il 14 luglio 1868 a Washington Hall, in Inghilterra, figlia di una famiglia dell’alta borghesia inglese, proprietaria di numerose miniere di carbone nella contea di Durham.
Di indole curiosa e per nulla docile (al contrario di quanto ci si aspettava all’epoca da una fanciulla della sua estrazione sociale), dopo il diploma a Oxford in Storia Moderna, nel 1887, avrebbe voluto continuare gli studi di antichità e storia dell’arte nonostante la famiglia fosse contraria.

Gertrude Bell ritratto
Un ritratto giovanile di Gertrude Bell
Il primo viaggio in Iran

Non si sposò mai e rifiutò vari pretendenti quando, nel 1892, finalmente ottenne dal padre il permesso di trascorrere un periodo di tempo in Iran, ospite di suo zio materno, Sir. Frank Lascelles, ambasciatore britannico a Teheran. Descrisse il suo viaggio in Iran nel libro Persian Pictures: in Iran ebbe modo di visitare numerosi siti archeologici dell’antica Persia e imparò a leggere e scrivere in persiano.
Il persiano fu solo una delle lingue straniere padroneggiate da Gertrude Bell: difatti, nella sua vita ebbe modo di apprendere, oltre al francese, il turco, l’arabo e persino l’italiano.

Gli arabi del deserto

Rientrata in Europa, passò gli anni successivi ad approfondire gli studi di lingue e di archeologia ed a viaggiare per l’Europa e il Medio Oriente. Nel 1899 si recò in Palestina e in Siria e l’anno successivo si stabilì a Gerusalemme. Da lì, Bell passò molti anni viaggiando per la regione siro-palestinese e incontrando le numerose tribù arabe che vi risiedevano. Ebbe, quindi, modo di vivere fianco a fianco con le genti nomadi del deserto, imparandone nomi e usanze, conoscendo personalmente i capi tribali più influenti (con i quali era solita conversare di poesia islamica e scambiare doni).

Gertrude Bell Babilonia
Gertrude Bell davanti alla sua tenda a Babilonia, nel 1909

Nel suo libro Syria: the desert and the sown descrisse con foto e resoconti le sue spedizioni, contribuendo a far conoscere al pubblico europeo una civiltà fino ad allora considerata barbara e sfuggente. Dalle lettere che l’esploratrice scriveva alla famiglia sappiamo che era solita viaggiare con numerosi servitori e con un ricco bagaglio, che comprendeva, oltre ad una tenda con un letto da viaggio, una vasca da bagno portatile (che Gertrude usava quanto più possibile). 

Nel 1907 iniziò gli scavi con l’archeologo paleo-cristiano William Ramsay e due anni dopo visitò Karkemish, Babilonia e Najaf. A Karkemish conobbe un allievo di Sir Leonard Woolley, T.E. Lawrence, pochi anni prima che diventasse il leggendario Lawrence d’Arabia.

Ha’il

Fu il viaggio in Arabia del 1913, tuttavia, a consacrare definitivamente Gertrude Bell alla storia e alla leggenda: da sola, con la sua carovana questa volta ridotta al minimo, con pochi uomini fidati, Gertrude Bell attraversò il deserto arabo fino alla roccaforte di Ha’il, luogo inospitale per gli occidentali e raggiunto fino a quel momento solamente da un’altra donna, Lady Anne Blunt.

La Grande Guerra e la rivolta araba

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Bell chiese un posto operativo nei ranghi dell’intelligence britannica in Oriente, ma fu respinta. Si arruolò, quindi, come volontaria nella croce rossa.
L’anno successivo, tuttavia, fu convocata al Cairo, presso l’Arab Bureau, con il compito non ufficiale di fornire informazioni sulle tribù arabe di cui gli inglesi intendevano fomentare la rivolta in funzione anti-ottomana.
Nel 1916 Bell fu inviata a Bassora, attuale Iraq meridionale, occupata due anni prima dagli inglesi, come consigliera di Percy Cox, funzionario incaricato di gestire i domini britannici in Iraq: fu la sola donna ad aver assunto l’incarico di funzionario politico nelle forze armate britanniche e ricevette in seguito l’incarico di ufficiale di collegamento, presso l’Arab Bureau. Dopo la presa di Baghdad, nel 1917, Gertrude Bell si stabilì definitivamente in Iraq. Sappiamo dalla sua corrispondenza privata, che fu profondamente delusa dal comportamento avuto dagli inglesi a seguito della rivolta araba. Difatti, l’esercito britannico aveva sfruttato la sollevazione dei beduini, ma aveva in seguito disatteso la promessa dell’indipendenza di una grande nazione araba.

Bell e Lawrence
Gertrude Bell e Lawrence d’Arabia nel 1909
In Iraq

Fino al 1921 fu ancora attiva, insieme a Lawrence, nel cercare una sistemazione che portasse all’indipendenza degli stati in cui era stato diviso il Medio Oriente dopo gli accordi Sykes-Picot.
A Baghdad Gertrude Bell visse fino alla morte, in una splendida residenza affacciata sul Tigri. Gli iracheni la chiamavano al-khatun (femminile della parola khan, “capo”, “sovrano”) e qualcuno la appellava come “la regina senza corona dell’Iraq”. Amica e confidente di re Faysal I d’Egitto, nel 1926 fondò, su mandato del sovrano, l’Iraq Museum, uno dei più grandi musei archeologici del mondo arabo.

Nelle lettere degli ultimi anni la grande esploratrice si lamenta sempre di più dei malanni e del clima malsano dell’Iraq (probabilmente aveva contratto la malaria). Appare una donna sola, disillusa dall’aggressività coloniale degli inglesi, affaticata dagli anni di lavoro senza sosta.
Morì il 12 luglio 1926, forse per suicidio con un’overdose di sonniferi. Fu sepolta nel cimitero britannico di Baghdad, nel distretto di Bab al-Sharji. La Regina del Deserto, prima grande archeologa del Vicino Oriente, amica degli arabi, aveva avversato la divisione del Medio Oriente tra inglesi e francesi, si era opposta all’installazione dei conservatori salafiti Al-Saud come i custodi de La Mecca e rimaneva estremamente dubbiosa sul progetto sionista in Palestina, ma lasciava vita e lavoro troppo presto per sapere che la Storia le avrebbe dato ragione. 

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NEWS | Alla ricerca della chiesa scomparsa, gli scavi di San Dionigi (MI)

Il 17 dicembre 2020, alle ore 17, proseguirà il racconto degli scavi condotti dalla Soprintendenza alla ricerca della chiesa scomparsa di San Dionigi (MI) nella zona dei Giardini di Porta Venezia. La conferenza sarà curata da Tommaso Quirino e Luigi Pedrini, Soprintendente ABAP Milano.

La Soprintendenza ABAP della Città Metropolitana di Milano sta svolgendo, infatti. da alcuni anni un progetto di studio sulle Basiliche extra murarie fondate da Sant’Ambrogio. Le ricerche si sono concentrate sulla chiesa più misteriosa delle quattro: la basilica di San Dionigi, demolita nel 1783 per fare spazio alla realizzazione dei Giardini di Porta Venezia, a seguito delle soppressioni volute da Giuseppe II d’Asburgo.

Come partecipare

Data l’attuale situazione epidemiologica, gli incontri saranno tenuti via webinar. Si richiede la prenotazione

Durante la compilazione del form ci si deve assicurare di aver inserito correttamente l’indirizzo email. Riceverete una email di conferma dell’avvenuta registrazione; in caso contrario scrivete a: sabap-mi.eventi@beniculturali.it.

Il link per partecipare sarà inviato poco prima dell’evento. Ecco il programma degli incontri precedenti.

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NEWS | Tracce di leucemia su uno scheletro paleocristiano da Vaste (LE)

Il complesso paleocristiano di Fondo Giuliano nel parco archeologico di Vaste, frazione di Poggiardo (Lecce), è stato oggetto negli ultimi decenni di una notevole campagna di ricerca archeologica, sotto la direzione scientifica del Prof. Giovanni Mastronuzzi.

Il sito comprende una chiesa e un’ampia area cimiteriale databile tra il IV ed il VI sec. d.C. Da quest’area provengono numerosi materiali archeologici e i resti umani di circa 400 individui.

L’attività svolta dall’Università del Salento ha portato a un’interessante scoperta paleopatologica. Una collaborazione tra l’Università e l’Azienda Ospedaliera Papardo di Messina ha permesso di risalire alla possibile causa di morte di uno degli individui di circa 1500 anni fa.

L’analisi antropologica dei resti dell’area cimiteriale è stata affidata alla Dott.ssa Giorgia Tulumello dell’Università del Salento, osteoarcheologa messinese. I dati raccolti mostrerebbero una popolazione composta da numerosi adulti e bambini.

Le analisi antropologiche sono state condotte in collaborazione con la Dott.ssa Giulia Riccomi, osteoarcheologa della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Lo studio ha permesso di individuare le tracce paleopatologiche visibili su un individuo specifico recuperato e, a uno studio approfondito, è stato possibile identificare i segni di una neoplasia maligna, riferibile probabilmente a una forma di leucemia.

Il Prof. Giovanni Mastronuzzi con la Dott.ssa Valeria Melissano al lavoro sui resti antropici (© Lecce Prima)
Lo studio

Lo scheletro appartiene a un maschio adulto di circa 40 – 50 anni. Esso presenta numerose piccolissime aree di lesioni osteolitiche sulla superficie ossea (c. 1 –  3 mm) diffuse principalmente presso vertebre, coste, cinto scapolare e zona metafisaria delle ossa lunghe – dichiarano gli studiosi.

La possibile diagnosi di leucemia solitamente è piuttosto difficile nei resti scheletrici ed è stata effettuata macroscopicamente. L’analisi istologica del tessuto osseo è stata effettuata della Dott.ssa Marisa Falduto, anatomopatologa dell’Unità di Anatomia Patologica dell’Ospedale Papardo di Messina (dipartimento di Oncoematologia), nonché competente conoscitrice dell’emolinfopatologia, coadiuvata nella parte tecnica dalla Dott.ssa Ivana G. Verboso. Un simile studio si è dimostrato decisivo per chiarire l’origine patologica delle microscopiche erosioni, in modo da escludere fenomeni di erosione post – deposizionale.

È fondamentale l’approccio della ricerca in senso multidimensionale per spingere oltre la nostra ricerca della verità – commenta il Direttore Generale del Papardo – e in tal senso la nostra unità di Anatomia Patologica vanta professionisti in grado di dare contributi importanti come questo che ci rendono molto fieri del nostro organico.

Inoltre, l’analisi al microscopio elettronico (Sem), effettuato dalla Prof. Alessandra Genga e dalla Dott.ssa Tiziana Siciliano dell’Università del Salento, ha costituito un contributo prezioso per la diagnosi effettuata in team.

L’importanza della scoperta

Il possibile caso di leucemia di Vaste potrebbe rappresentare una delle più antiche evidenze di tale patologia in Italia. Sono noti e maggiormente diffusi casi osteoarcheologici di leucemia infantile; mentre, a oggi, i casi di questa patologia nei resti ossei di soggetti adulti risultano essere piuttosto rari. Lo studio è stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale The Lancet Oncology di dicembre. Esso fornisce importanti nuovi dati sulla storia delle neoplasie nei tempi antichi, dimostrando quanto sia efficace il lavoro congiunto e coordinato di enti universitari differenti.

Una delle sepolture rinvenute a Vaste nel 2003 (© Lecce Sette)

Sono molto felice di avere partecipato a uno studio così interessante ed affascinante – ha dichiarato la Dott.ssa Falduto – condotto in assoluta sinergia con l’università del Salento e di Pisa, basato sulla collaborazione tra esponenti di ambiti scientifici certamente diversi ma solo apparentemente lontani. Mi auguro che l’interesse che ci ha accomunati possa far sì che possiamo ritrovarci per altre stimolanti ricerche.

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RICOSTRUZIONE | Riscoprire il centro Italia partendo da Amatrice

rendere evidente la devastazione del post-sisma
Il centro storico di Amatrice dopo il terremoto

L’elevato numero di terremoti del 2016 è collegato irreparabilmente alla sequenza sismica iniziata il 24 agosto con una scossa di magnitudo 6.0, che ha devastato i centri storici di Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto, provocando 299 vittime e danni incalcolabili al patrimonio culturale e artistico del Centro Italia. Con il terremoto delle ore 3:36 è iniziato uno sciame sismico in un’area molto estesa, che ha interessato 4 regioni (Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche) e 7 province (Rieti, L’Aquila, Perugia, Terni, Macerata, Ascoli e Teramo).

Molte sono state le problematiche che gli operatori del MiBACT hanno dovuto affrontare, in un vasto territorio tra la valle del fiume Tronto, i monti Sibillini, i Monti della Laga e i monti dell’Alto Aterno, zone caratterizzate da condizioni climatiche rigide e spesso carenti di infrastrutture adeguate.

A quattro anni dalla prima scossa non è scomparso il dolore per le vittime, né il vuoto lasciato dagli ingenti danni inflitti all’eredità culturale di questi paesi, che hanno visto crollare le loro chiese, i loro palazzi storici, le loro torri campanarie e tutti i simboli di una memoria storica gelosamente custodita. Il panorama di questi luoghi è stato modificato per sempre, con conseguenze non solo nel paesaggio artistico, ma anche in quello ambientale, economico e sociale. Nonostante le scosse abbiano raso al suolo i luoghi fisici, non sono state in grado di azzerare la tenacia delle popolazioni autoctone, che hanno imparato a rialzarsi e a resistere alle ricorrenti calamità naturali, testimoniando resilienza e attaccamento alla propria terra.

Il patrimonio culturale di Amatrice 

Amatrice merita di essere ricordata per le sue evidenze archeologiche e per la florida produzione artistica e architettonica che arricchiva ogni scorcio del paese, entrato a far parte dei Borghi più belli d’Italia nel 2015. La conca amatriciana si pone in una zona strategica, in quanto attraversata dalla via Salaria, che collega la zona adriatica con la Sabina e il Lazio. Anticamente l’alta valle del fiume Tronto, in cui rientrano gli attuali comuni di Amatrice e Accumoli, era parte integrante della Regio V augustea, chiamata Picenum.

Le evidenze archeologiche documentano un massiccio sfruttamento di questo territorio, soprattutto in età romana, e l’insediamento antico di maggiore importanza è rappresentato dal complesso sito in località Torrita. I primi scavi che interessarono l’area archeologica si ebbero tra il 1954 e il 1956; inizialmente le strutture furono interpretate come pertinenti al vicus Phalacrinae, luogo natale dell’imperatore Vespasiano, in seguito individuato presso il Comune di Cittareale (RI). Recentemente, il complesso di Torrita è stato interpretato come parte di una villa rustica o, data la sua ubicazione nel punto di valico tra le valli del Velino e del Tronto, come una stazione di posta (mansio), che doveva trovarsi a poca distanza dal tracciato della Salaria. Sulla base delle tecniche edilizie la struttura è stata datata tra l’inizio del I sec a.C. e il III-IV sec. d.C.

In seguito all’evento sismico e grazie agli interventi di archeologia preventiva voluti dalla Soprintendenza competente, sono state registrate delle notevoli scoperte archeologiche presso la località Palazzo, nelle strette vicinanze della zona di Grisciano, frazione di Accumoli. Le indagini, iniziate il 20 giugno 2018, hanno portato alla luce strutture murarie, che coprono un’area di 1000 mq e che costituiscono una fondamentale evidenza monumentale di età romana del territorio. L’auspicio è che il patrimonio ritrovato possa essere valorizzato per dare nuova forza all’identità culturale di queste zone.

Area archeologica di Torrita (Amatrice)

La devastazione e il volto della cittadina dopo il sisma

Fin dalle prime ore del 24 agosto 2016 la cittadina di Amatrice diviene l’emblema della devastazione: il centro storico, così come le frazioni del paese, appaiono completamente distrutte. La priorità è quella di salvare più vite umane possibili. In un secondo momento si iniziano a studiare anche i piani per salvaguardare le radici storiche e culturali delle zone terremotate.

Nella prima settimana di settembre ci sono stati i primi salvataggi: sono state estratte dalle macerie le opere custodite nel Museo Civico ‘Nicola Filotesio’ di Amatrice e conservate inizialmente all’interno di un TIR dagli ambienti climatizzati. Intorno al 30 agosto 2016 l’Unità Depositi individua ed allestisce un deposito temporaneo in un capannone industriale di proprietà della Scuola Allievi del Corpo Forestale dello Stato di Cittaducale (RI), zona a pochi chilometri dai luoghi del sisma. Prende così vita uno spazio estremamente funzionale, presidiato con continuità dal Ministero. Parallelamente ne viene ristrutturato il seminterrato, per l’allestimento di un laboratorio di pronto intervento e restauro delle opere.

rendere evidente la distruzione post sisma
Complesso della Chiesa di S. Francesco ad Amatrice dopo l’evento sismico
Deposito di Cittaducale (RI)

Nel maggio 2019 viene sottoscritto un accordo quadro dall’Ufficio del Soprintendente Speciale per le aree colpite dal sisma del 24 agosto 2016 del MiBACT, insieme alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle provincie di Rieti, Latina e Frosinone, alla Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Lazio, alla Fondazione Varrone, ai Comuni di Rieti, Amatrice, Accumoli e Cittaducale e alla Diocesi di Rieti, per la promozione delle attività di ricostruzione e restauro. Lo scopo è quello di giungere ad una nuova fruibilità dei beni culturali colpiti duramente dal terremoto e allo stesso tempo trasmettere un messaggio di speranza, impegno e rinascita.

Il 13 gennaio 2020 presso Palazzo Dosi, nella città di Rieti, è stato inaugurato il Varrone Lab: si tratta di un laboratorio dedicato al restauro di opere recuperate da Accumoli ed Amatrice. Un evento molto importante per il processo di riscoperta e valorizzazione del patrimonio culturale di queste aree. La Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Rieti, Latina e Frosinone ha individuato 48 beni, custoditi nel deposito interno di Cittaducale, che richiedevano interventi di restauro particolarmente incisivi. Per altre, che presentavano un buono stato di conservazione, si è invece optato per operazioni di manutenzione e ripulitura. Questo percorso troverà il suo “lieto fine” nella mostra che presto sarà inaugurata a Palazzo Dosi.

Ad Amatrice, nel frattempo, è stato creato un museo molto particolare, che cerca di colmare l’assenza materiale delle opere, sfruttando le infinite possibilità della realtà virtuale, la realtà aumentata e il videomapping. Si tratta di un padiglione multimediale che restituisce riproduzioni digitali di vari oggetti di interesse storico e artistico, che possono essere guardati grazie all’applicazione MuDA AR.  L’augurio è che le zone colpite dal terremoto siano riscoperte per le loro bellezze, e tornino al centro dell’attenzione non solo per gli eventi tragici da cui sono state sconvolte. Questo sarà lo scopo della rubrica  che inizierà nella nuova rivista di ArcheoMe da Febbraio 2021 che, a cadenza bimestrale, ci racconterà di Amatrice e delle altre terre colpite da tragici terremoti. 

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NEWS | Scoperta una sepoltura nell’Arena di Verona

La scoperta è avvenuta durante i lavori di restauro nell’arcovolo 31 dell’Arena. Si tratta di una sepoltura in fossa semplice contenente uno scheletro in ottime condizioni di conservazione.

Dalle analisi preliminari effettuate sullo scavo, gli archeologi hanno stabilito che si tratta dello scheletro di una donna, deposta con le braccia conserte sul petto. Le ossa verranno portate in laboratorio, dove analisi più dettagliate potranno stabilire l’età della donna al momento della morte, le sue condizioni di salute e stile di vita. La datazione stratigrafica colloca la sepoltura tra il III e VI secolo d. C.

Sul posto anche il Sindaco di Verona

Il primo cittadino, Federico Sboarina, ha mostrato grande entusiasmo e interesse per il ritrovamento, che ha subito voluto visitarlo di persona. Ad accompagnarlo, l’archeologa Brunella Bruno, l’assessore ai lavori pubblici Luca Zanotto, il soprintendente Vincenzo Tinè e l’antropologa Irene Dori.  

Ora è il tempo delle analisi approfondite – dice il sindaco –  dopodiché sarà valutata la modalità migliore per valorizzare questo reperto e la sua collocazione, che potrebbe arricchire il percorso museale all’interno dell’anfiteatro che prenderà forma alla fine del cantiere.

Una scoperta eccezionale, ma non l’unica

Già nel 2014, proprio l’Arena di Verona aveva  restituito altre sepolture, sempre collocate negli arcovoli di accesso all’arena. Si tratta di sepolture altomedievali, datate tra il VII e il IX secolo. La presenza di sepolture nei monumenti e nelle strutture pubbliche in disuso, fra l’età tardoantica e altomedioevale, è un fenomeno ormai ben noto in numerosi centri urbani e nella stessa Verona. «Basti pensare alle sepolture impiantatesi alla metà del IV secolo nell’area del Teatro Romano e in molti altri siti. L’occupazione funeraria, in questo arco di tempo, caratterizzò anche altri anfiteatri, tra cui il Colosseo», dice la dottoressa Brunella Bruno, che dopo le sepolture del 2014 è tornata a occuparsi anche di quella scoperta nei giorni scorsi.

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ANTICO EGITTO | La Valle della Bellezza

La Valle delle Regine, la più meridionale delle necropoli tebane, è il luogo dove, a partire dalla XVIII Dinastia, vennero inumati dapprima i principi e le principesse di sangue reale, insieme a personaggi che vivevano nell’ambiente di corte; in seguito, a partire dall’epoca di Ramesse II, anche le regine alle quali era dato il titolo di “spose reali”. Successivamente, durante la XX Dinastia, Ramesse III ripristinò la tradizione e fece allestire nella valle le tombe di alcuni dei suoi figli.

La Necropoli delle Regine

In origine, gli Egiziani la indicavano come ta set neferu, espressione che si presta a svariate interpretazioni, ma che verosimilmente può essere tradotta “il luogo della bellezza”, interpretazione generalmente più diffusa.

La necropoli sorge in fondo ad una valle, circondata da ripide alture, situata dietro la collina dell’attuale villaggio di Qurna. In essa si trovano circa 70 tombe, depredate nell’antichità e poi riutilizzate dalle comunità locali.

Il sito fu scelto perché ritenuto sacro e, quindi, adatto alla sua funzione di necropoli reale, sia per la sua vicinanza con la cima tebana, sia per la presenza sul fondovalle di una grotta-cascata la cui forma e i fenomeni naturali a essa connessi potevano suggerire un concetto religioso e funerario. La grotta avrebbe, infatti, rappresentato il ventre o l’utero della Vacca Celeste, una delle raffigurazioni della dea Hathor, dal quale sgorgavano le acque che annunciavano l’imminente rinascita dei defunti sepolti in questo luogo privilegiato.

Champollion nell’800, durante un suo viaggio, ne documentò circa una decina, le uniche disponibili in quel tempo.

Nel 1904, un italiano scopriva nella Valle delle Regine, a Tebe Ovest, quella che probabilmente è la tomba più bella d’Egitto. L’italiano era Ernesto Schiaparelli, l’allora direttore del Museo Egizio di Torino, mentre la tomba apparteneva alla celeberrima Nefertari, la Grande Sposa Reale di Ramesse II (1279-1212 a.C.).

Schiaparelli
Ernesto Schiaparelli

Nonostante l’opera dei saccheggiatori, che lasciarono ben poco del corredo originario, la QV66 resta un gioiello per la sua struttura architettonica, paragonabile a quelle che si trovano nella Valle dei Re, e, soprattutto, per il magnifico ciclo pittorico che abbellisce le pareti e il soffitto.

Nefertari
Decorazione pittorica dalla Tomba di Nefertari (QV66)

La planimetria della tomba è piuttosto articolata, perché ha molte similitudini con quella di Ramesse nella Valle dei Re. Ha una lunga scalinata d’entrata, una grande camera centrale e una scala di accesso attraverso la quale si accede alla sala del sarcofago, dotata di quattro piloni e di quattro stanze annesse.

Fu solo nel 1970 che nella Valle ebbe inizio una serie di missioni annuali effettuate dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) di Parigi, dal Museo del Louvre, dal Centre d’Études et Documentation sur l’Ancienne Egypte (CEDAE) e dall’Egyptian Antiquities Organization, oggi Supreme Council of Antiquities.

Agli scavi di Schiaparelli si deve la scoperta di tutte le più importanti tombe del sito, come quelle appartenenti ai figli di Ramesse III, Seth-her-khepshef (QV 43), Kha-em-waset  (la QV 44), Amon-(her)-khepshef (QV 55).

La bellezza di questa valle, la assapori al tramonto, seduta su una pietra, attendendo che il sole scenda attraverso le spaccature rocciose, che dal color ocra passano attraverso le varietà del color rosa, ma dal silenzio sacro ai faraoni ecco apparire sul mio capo il volteggiare del Dio Falco…

 

Ai gentili lettori diamo appuntamento con la rubrica sull’Antico Egitto nella nuova rivista bimestrale di Archeome da febbraio 2021.

Pubblicabili da revisionare

ARCHEO-ANTROPOLOGIA | Ricostruire la vita attraverso la morte

Nell’Alegoría de la Muerte, un dipinto a olio dell’artista Tomás Mondragón del 1856, la scena rappresentata è suddivisa in due parti simmetriche: a sinistra vi è una donna ricca, ben vestita, accompagnata dagli usi e costumi del suo tempo, a destra, invece, nella sua immagine riflessa allo specchio, quello che ci accomuna tutti, uno scheletro. La vita e la morte sono sempre state concepite come due realtà distinte. Cio è manifesto nella separazione dei cimiteri dalle città, del mondo dei vivi da quello dei morti.

Alegoría de la Muerte, dipinto a olio dell’artista Tomás Mondragón del 1856

Il grande archeotanatologo (archeologo che studia la morte e le modificazioni del corpo che avvengono dopo la sepoltura) Henry Duday utilizza la potente immagine del dipinto – slegandola dal contesto messicano della sua realizzazione –  per sottolineare il concetto di come l’Archeoantropologia possa “ribaltare le prospettive”: si parte dalla morte, ossia dall’analisi degli scheletri, per ricostruire la storia, la vita delle persone del passato, per comprendere meglio il nostro presente.

Che cos’è l’Archeo-antropologia?

Quando si parla di un contesto funerario antico, nel quale la tomba costituisce l’elemento centrale di uno scavo archeologico, ciò a cui si pensa, e che si incontra con maggiore facilità, sono i reperti ossei. Questi materiali sono, a pieno titolo, da considerarsi alla pari degli altri oggetti che caratterizzano una sepoltura. I manufatti, le strutture architettoniche e quelle funerarie sono una manifestazione materiale dell’uomo; i resti umani sono gli unici rappresentati dell’”artefice”, ossia di chi ha realizzato questi manufatti. Essi costituiscono l’ultimo collegamento biologico con i nostri antenati, nonché un’ulteriore e complementare fonte d’informazione sulla vita delle comunità antiche.  

L’Archeoantropologia altro non è che la branca dell’Archeologia che si occupa dell’analisi e del recupero delle ossa umane, seguendo criteri d’applicazione specifici. Questo costituisce il punto d’inizio di un lavoro che continua in laboratorio.

Come possiamo ascoltare ciò che le ossa umane hanno da dirci?

Si cercherà di rispondere a questa e ad altre domande, osservando gli studi, le ricerche, le analisi che nel tempo si sono sviluppate attorno ai resti umani,  durante il ritrovamento e dopo il recupero, e di illustrare il modo in cui hanno portato alla luce aspetti significativi del nostro passato. 

Un Neanderthal regge un cranio

Sepolture stravaganti e insolite credenze

Ci si focalizzerà su casi “singolari”, espressione di curiose credenze funerarie; casi che indicano la presenza di diverse modalità o luoghi di seppellimento in relazione alle diverse classi d’età dei defunti o del loro livello sociale; il ruolo e l’esplicazione nella morte degli intimi rapporti madre-figlio, donna-uomo o tra fratelli; un focus particolare sarà riposto sugli studi più recenti. Ci si concentrerà sulle pratiche funerarie, sulle scelte di sepoltura e il substrato di credenze a esse connesso. Tutto ciò sempre partendo dallo scheletro, vero protagonista delle storie e delle vicende che saranno raccontate, che è in grado di “reincarnare” la vita del passato, anche dopo la morte.

Uno scheletro allo specchio

Il principale obiettivo della rubrica vuole essere quello di spingere il lettore ad approcciare agli scheletri con un nuovo sguardo, per comprendere l’importanza degli stessi in ambito archeologico. Allontanare l’idea che essi siano solo semplici cumuli di ossa, o la macabra espressione del passato, invece che i principali testimoni del tempo che fu. Il lettore sarà invogliato a ricostruire, nella propria mente, partendo dalle carni, poi dalle vesti, dalle credenze, dalle usanze, la vita di questi uomini sepolti da tempo. 

Sarà proprio come capovolgere il quadro di Mondragón: partire dall’immagine riflessa dello scheletro, per giungere dall’altro lato dello specchio e vedere ciò che esso era per ricostruire l’uomo, gli uomini e le loro storie, provenienti dal passato, dalla preistoria e dalla protostoria, fino a giungere ai periodi più vicini a noi.

 

La rubrica Archeo-antropologia inizierà nella nuova rivista di ArcheoMe da Febbraio 2021 che, a cadenza bimestrale, ci accompagnerà per tutto l’anno….a presto.

Articolo a cura di Ilda Faiella