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NEWS | San Felice Circeo (LT), al via le analisi del vino ritrovato in un’anfora romana

Sono iniziate le analisi del vino ritrovato in un’anfora romana recuperata dal fondale marino in zona San Felice Circeo. Si tratta di un’anfora tipo Dressel 1A ancora intatta (tappo compreso) datata al II – I sec. a. C. (età tardo – repubblicana), sulla quale sono anche presenti indicazioni in merito al contenuto,  alla produzione dell’anfora e del vino stesso. 

Il progetto

In seguito alla scoperta dell’anfora fatta nel mese di agosto sono adesso iniziati ulteriori approfondimenti. Infatti, toccherà ora a un epigrafista e a due botaniche del Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza di Roma fare ulteriore luce sull’interessante reperto. Tale ricerca permetterà di acquisire una maggiore comprensione sulla produzione e sul commercio di vino nella zona laziale. Questo lavoro si inserisce nel progetto più ampio di studio e catalogazione dei reperti rinvenuti sui fondali del Circeo. L’incarico è affidato alla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone, Latina e Rieti, sotto la direzione della Dottoressa Paola Refice. Le conclusioni della ricerca contribuiranno alla realizzazione di un nuovo progetto culturale. Infatti, il sindaco di San Felice Circeo, Giuseppe Schiboni, annuncia che si prospetta la creazione di un museo diffuso mirato alla valorizzazione del territorio attraverso percorsi di visita, passeggiate e spazi espositivi.

Già questa estate, da agosto a settembre 2020,  la mostra temporanea Le rotte di Circe – I rinvenimenti archeologici subacquei ha rappresentato la premessa fondamentale nella presentazione dei reperti rinvenuti nelle acque locali. 

Contenuto dell’anfora esposto alla mostra temporanea ‘Le rotte di Circe – I rinvenimenti archeologici subacquei’ (© 2020 Pro Loco San Felice Circeo).

 

I vini antichi

Fra le fonti antiche, autori come Catone, Columella, Varrone, Plinio il Vecchio e Marziale hanno lasciato importanti testimonianze sulle varietà dei vini prodotti in Italia. Plinio il Vecchio, in particolare, stilò una classifica dei vini migliori, posizionando primo il Cecubo, secondo il Falerno, terzi i vini dei colli Albani, di Sorrento e delle coste laziali e campane, e quarti i vini Mamertini della Sicilia (Naturalis Historia, XIV, 59-66). Sarà dunque interessante scoprire se il vino in questione appartiene a una delle tipologie preferite dal celebre scrittore romano.

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NEWS | Pompei tra cibo e botteghe: torna alla luce il Thermopolium (PHOTOGALLERY)

Pompei non smette di sorprendere nemmeno durante il lockdown natalizio. Infatti, la Regio V ha restituito un Thermopolium in buono stato di conservazione; si tratta di una struttura molto amata dai romani, un luogo di ristoro dove era possibile acquistare cibi pronti per il consumo: dal greco ϑερμός, «caldo» e πωλέω, «vendere».

Il Thermopolium è ubicato di fronte alla “Locanda dei Gladiatori”, quasi all’angolo tra il vicolo dei Balconi e la via della Casa delle Nozze d’Argento. Era già stato individuato nel 2019 nell’ambito del Grande Progetto Pompei; un timido inizio degli scavi aveva riportato in luce il dipinto di parte del bancone a L con una Nereide con cetra che cavalca un ippocampo

Il bancone a L del Thermopolium con dipinto di Nereide con cetra che cavalca un ippocampo

Cosa bolliva in pentola al momento dell’eruzione?

Dalle parole di Massimo Osanna, Direttore Generale dei Musei MiBACT, il Thermopolium sembra esser proprio una fotografia di quel giorno nefasto del 79 d.C. Il grande bancone a L contiene dei recipienti in terracotta, dolia, ricavati nel suo spessore che contengono interessanti e, all’epoca, prelibati resti di cibo al loro interno.

All’opera è un team interdisciplinare composto da un antropologo fisico, archeologi, un archeobotanico, un archeozoologo, un geologo e un vulcanologo. Alle analisi già effettuate in situ saranno affiancate ulteriori analisi chimiche in laboratorio per comprendere i contenuti dei dolia”, commenta Osanna.

Thermopolium
Lo studio dei resti nei dolia incassati nello spessore del bancone

Un grande team multidisciplinare ha permesso di scoprire molto in situ e tanto altro ci riserverà nei prossimi giorni di studio. L’archeozoologa Chiara Corbino ha individuato resti di una pietanza composta da mammiferi, uccelli, pesce e lumache. L’archeobotanica Chiara Comegna è intervenuta invece sul vino: doveva esser corretto con fave, che servivano per sbiancarlo e per correggerne il gusto; era infatti conservato in un dolium che aveva sul fondo una tegola: serviva a separare i legumi dalla bevanda senza contaminarla troppo. L’ambiente circostante al bancone doveva presentarsi così come in un altro dipinto, che ha come protagoniste delle galline appese e un gallo appollaiato vicino: questi e altri animali dovevano esser macellati e le loro carni cucinate e vendute nel locale.

Accogliente il Thermopolium, non tanto chi ci lavorava

Accanto al dipinto delle galline appese e del gallo appollaiato, protagonista di questa parte del bancone è un cane al guinzaglio. Desta stupore il ritrovamento di resti ossei di un cane a un passo di distanza dal dipinto; l’animale era adulto, ma di taglia piccola: sembra fosse attiva la selezione delle razze per gli animali da compagnia. Sembra quasi un monito alla maniera del Cave canem, ma sulla cornice dello stesso dipinto appare altro, un’iscrizione graffita: Nicia cinede cacator tradotto sulla pagina Facebook del MiBACT con Nicia cacatore, invertito; si tratta di un insulto rivolto al proprietario del locale o a chi ci lavorava, molto probabilmente un liberto. Le iscrizioni graffite erano vere e proprie forme di scrittura estemporanea realizzate attraverso strumenti casuali, anche trovati per strada; Pompei ne è piena: ci mettono a contatto con la vita quotidiana dell’epoca.

Thermopolium
Dipinto di cane al guinzaglio e iscrizione graffita sulla cornice

Vite intrappolate nel Thermopolium

La bottega sembra essere stata chiusa in tutta fretta e abbandonata dai proprietari, ma è possibile che qualcuno, forse l’uomo più anziano, sia rimasto al suo interno e sia morto nella prima fase dell’eruzione, schiacciato dal crollo del solaio. Il secondo potrebbe essere invece un ladro o un fuggiasco affamato, entrato per racimolare qualcosa da mangiare e sorpreso dai vapori ardenti con in mano il coperchio della pentola che aveva appena aperto”, commenta Osanna.

Nel Thermopolium sono stati rinvenuti anche dei resti umani relativi a due individui. Uno di loro doveva avere una cinquantina d’anni, stando all’ipotesi dell’antropologa Valeria Amoretti; al momento dell’eruzione si trovava su una branda e pare che sia stato schiacciato dal solaio. Mentre le ossa del presunto fuggiasco sono ancora da indagare.

Non solo le ossa, ma tutto il complesso è ancora da studiare meglio. L’idea è di aprire le visite al Thermpolium nel periodo pasquale, in primavera.

Thermopolium
Resti ossei dietro il bancone del Thermopolium
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NEWS | Gli ominidi di Atapuerca andavano in letargo come gli orsi?

Un nuovo studio sulle ossa fossili scavate a Sima de los Huesos, nella Sierra de Atapuerca (Spagna), sembra suggerire che i nostri “predecessori” ormai estinti, vissuti circa 430.000 anni fa, potrebbero aver affrontato il freddo estremo dormendo durante l’inverno. Ciò avrebbe permesso a questi ominidi di rallentare il metabolismo, ibernandosi per mesi, allo scopo di affrontare e, dunque, di sopravvivere ai rigidi inverni di migliaia di anni fa.

Sierra de Atapuerca, tesoro della paleoantropologia

La collina carsica della Sierra de Atapuerca si sviluppa a nord della penisola iberica, a pochi chilometri dalla città di Burgos e dalla sua cattedrale gotica. La Sierra, un vero e proprio scrigno paleontologico, racchiude un complesso di siti preistorici con importanti evidenze delle antiche forme umane, che raggiungono la profondità del tempo, fino a 1 milione di anni fa.

Geolocalizzazione del sito preistorico di Sima de los Huesos, Spagna

La Sima de los Huesos, letteralemente “pozzo delle ossa”, è un pozzo vertiginoso che ha restituito migliaia di ossa umane, appartenenti alla specie Homo heidelbergensis. La storia di quest’arcaico rappresentante del genere Homo si è sviluppata nel corso del Pleistocene Medio (780.000-126.000 anni fa ca.), portando all’affermazione della specie dell’Homo neanderthalensis.

Antichi Homo in letargo come gli orsi

Analizzando i resti fossili provenienti dal sito spagnolo, il team di ricercatori guidato da Juan Luis Arsuaga, paleoantropologo spagnolo e Antonis Bartsiokas, dell’Università Democrito della Tracia in Grecia, crede di aver identificato alcuni segni sulle ossa rivelatori d’ibernazione: queste tracce hanno permesso di ipotizzare che anche gli Homo heidelbergensis andassero in letargo, alla pari di altri animali, come gli orsi. Questi, andando in letargo, consumano minor quantità di energia, attivando dei meccanismi metabolici a basso consumo energetico, che gli permette di sopravvivere ai periodi più freddi dell’anno, in cui le quantità di cibo disponibili sono inferiori. L’attuazione di un torpore prolungato nel tempo, una sorta di sonno a basso consumo di energia, potrebbe aver aiutato anche gli antichi Homo heidelbergensis a fronteggiare il periodo glaciale nel quale vivevano 430.000 anni fa.

Ricostruzione di vita in grotta degli Homo heidelbergensis nella Kent cavern a Torquey (Regno Unito)

I “testimoni” fossili dell’ibernazione 

Le evidenze di questa capacità d’ibernazione sono state individuate, ad esempio, nella carenza di vitamina D, legata alla mancata esposizione alla luce solare. Altri segni dell’utilizzo di questa possibile “tattica” sarebbero rilevabili in tracce paleopatologiche sulle ossa, soprattuto degli individui adolescenti, che mostrerebbero interruzioni stagionali nella crescita ossea e riassorbimento sottoperiostale (membrana esterna che riveste l’osso). Segni assimilabili a quelli che caratterizzano gli animali che vanno in letargo, suggerendo che i nostri predecessori potrebbero aver fatto lo stesso.

Inoltre, i paleoantropologi rilevano come mezzo milione di anni fa, nei periodi più rigidi, la quantità di cibo abbastanza “ricco di grassi” scarseggiasse particolarmente nell’area circostante il sito, dove sono stati trovati i reperti fossili. I ricercatori considerano possibile che una “strategia d’ibernazione” potrebbe essere stata adottata come unica soluzione per sopravvivere sia alle condizioni di congelamento in grotta, sia alla scarsità di cibo disponibile durante l’inverno. Se il riposo forzato, attuato da questo gruppo di ominidi, sia stato solo caratterizzato dall’abitudine a prolungare la propria permamenza all’interno della grotta, in una situazione di riposo, oppure da un vero e proprio stato letargico, al momento è difficile da capire.

Ricostruzione di un gruppo di Homo heidelbergensis in base ai resti rinvenuti nella Sima de los Huesos

Un letargo non così efficiente

Tuttavia, non sempre le ibernazioni sono state “salutari per gli uomini primitivi”, i quali, non riuscendo ad accumulare la giusta quantità di cibo per l’inverno, potevano soffrire di rachitismo, iperparatiroidismo e problemi ai reni, se non riuscivano ad accumulare riserve di grasso sufficienti, concludono gli autori.

I risultati raggiunti da Juan Luis Arsuaga e Antonis Bartsiokas sono stati pubblicati sulla rivista L’Anthropologie.

Un’interessante teoria da verificare

L’affascinante ipotesi è frutto di una ricerca preliminare e, prima di affermare con sicurezza che siano esistiti ominidi che andavano in letargo, bisognerà svolgere ulteriori ricerche. L’antropologo forense Patrick Randolph-Quinney della Northumbria University a Newcastle si è espresso al riguardo:

È un argomento molto interessante e sicuramente stimolerà il dibattito…Tuttavia, ci sono altre spiegazioni per le variazioni riscontrate nelle ossa trovate a Sima de los Huesos e queste devono essere affrontate in modo completo prima di poter giungere a conclusioni realistiche. Credo che questo non sia ancora stato fatto.

Articolo a cura di Ilda Faiella

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NEWS | Caraibi, DNA antico di migliaia di anni fa

Un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, ha analizzato il DNA di 174 individui che vivevano più di 2000 anni fa nei Caraibi, in quelli che oggi sono le isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela. Lo studio, pubblicato su Nature, ha messo in luce la storia delle popolazioni caraibiche prima dell’arrivo degli europei; non è il primo pubblicato dall’Ateneo romano di recente.

Chi e cosa c’era nei Caraibi di 6 mila anni fa

La prima colonizzazione dei Caraibi risale all’inizio dell’epoca arcaica, circa 6000 anni fa; dopo circa 3/4000 anni è iniziata l’Età della ceramica e 2000 anni dopo sono arrivati i primi navigatori europei. Molte sono le domande che riguardano le popolazioni originarie di queste terre, lavoratori della pietra prima e della ceramica dopo: se avessero o no la stessa discendenza; quanto numerose fossero al momento dell’arrivo dei colonizzatori europei e se gli abitanti moderni delle aree che oggi corrispondono alle isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela abbiano un DNA riconducibile alle antiche popolazioni.

Il più grande studio mai condotto sul DNA antico

Recenti scavi ai Caraibi

Lo studio ha analizzato il patrimonio genetico di 174 individui oltre ad altri 89 genomi sequenziati precedentemente. Questa mole di dati fa sì che oltre la metà delle informazioni da DNA antico oggi disponibili per le Americhe provenga dai Caraibi, con un livello di risoluzione fino a ora possibile solo in Eurasia occidentale. Di questi 174 genomi, l’80% sono stati studiati e messi a disposizione da ricercatori di Sapienza. I risultati del lavoro indicano che ci sono differenze importanti tra le popolazioni arcaiche preceramiche che lavoravano la pietra e quelle che lavoravano l’argilla, che la popolazione autoctona di queste aree era meno numerosa di quanto ritenuto fino a ora al momento dell’arrivo degli europei e, infine, che l’attuale popolazione di molte isole caraibiche discende da popoli che le abitavano prima dell’arrivo dei colonizzatori.

Inoltre, i dati ottenuti hanno permesso escludere che le popolazioni caraibiche dell’Età arcaica abbiano avuto connessioni con quelle dell’America del Nord, come ritenuto fino a oggi, e di attribuire la loro discendenza da una singola popolazione originaria o dell’America Centrale o di quella Meridionale.

Popolazioni ceramiche verso i Caraibi

Le popolazioni dell’Età della ceramica presentavano un profilo genetico differente, più simile ai gruppi del nordest dell’America meridionale (di lingua Arawak), un dato congruente con le evidenze ottenute su basi archeologiche e linguistiche. Da quanto osservato sembrerebbe, infatti, che questi popoli abbiano migrato dal Sud America verso i Caraibi almeno 1700 anni fa, soppiantando le popolazioni che lavoravano la pietra, quasi completamente scomparse all’arrivo degli europei (restava una piccola percentuale nell’isola di Cuba). Ciò conferma che gli incroci tra queste due popolazioni erano estremamente rari.

Quanto alla lavorazione dell’argilla per la produzione di manufatti di ceramica, lo studio ha evidenziato che nel corso dei 2000 anni trascorsi dalla loro comparsa fino all’arrivo degli europei, si sono avute differenze tra i vari stili ritenute, negli anni passati, il risultato di flussi di popolazioni provenienti da fuori i Caraibi. In realtà è emerso che a tali varietà di manifestazioni artistiche non corrispondono cambiamenti genetici o evidenze di un contributo genetico sostanziale da parte di gruppi continentali. I risultati testimoniano invece la creatività e il dinamismo di queste antiche popolazioni che hanno sviluppato nel tempo questi stili artistici straordinariamente diversi tra loro. 

Il metodo e i risultati dello studio

I risultati genetici – spiega Alfredo Coppa – si allineano con il riscontro fatto nelle popolazioni dell’epoca arcaica che si differenziavano significativamente da quelle dell’epoca della ceramica. Tuttavia, rimangono ancora da spiegare queste differenze e occorreranno ulteriori studi per determinare se siano dovute a forze micro – evolutive che in qualche modo risultano essere rilevabili mediante la morfologia dentale, ma non alle analisi genetiche, o se invece queste possono essere conseguenza di abitudini diverse”.

L’elevato numero di campioni esaminati ha infine permesso una stima della dimensione della popolazione caraibica prima dell’arrivo degli europei: il metodo, sviluppato da David Reich, coautore dello studio e docente della Harvard Medical School e della Harvard University, usa campioni presi in modo casuale, valuta quanto siano imparentati tra loro ed estrapola dati sulla dimensione della popolazione di origine. Tanto più i campioni risultano essere imparentati, tanto più piccola sarà, plausibilmente, la popolazione di origine; meno risultano essere imparentati, tanto più grande dovrebbe essere stata la popolazione. 

Infine, una delle grandi domande a cui hanno cercato di rispondere i ricercatori riguarda il patrimonio genetico delle persone che oggi abitano nei Caraibi e la riconducibilità a quello delle popolazioni autoctone precolombiane. I risultati dello studio hanno dimostrato che ci sono ancora tracce di DNA delle popolazioni autoctone precolonizzazione nelle popolazioni moderne e, in particolare, che gli attuali abitanti dei Caraibi conservano DNA proveniente da tre fonti (in proporzioni diverse nelle diverse isole): quello degli abitanti autoctoni precolombiani, quello degli Europei immigrati e quello degli Africani portati nell’isola durante la tratta degli schiavi.

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NEWS | Anfora “a siluro”, un recupero eccezionale

I fondali di Porticello (PA) hanno restituito un’anfora “a siluro”. Si tratta di un’operazione coordinata, ancora una volta, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana con il gruppo subacqueo di Stefano Vinciguerra; sono però intervenute anche la Capitaneria di Porto di Porticello (PA), la Guardia di Finanza con il maresciallo del Nucleo sommozzatori, Riccardo Nobile.

“La collaborazione dei volontari e lo scrupoloso controllo della SopMare sul patrimonio sommerso hanno permesso di assicurare un prezioso reperto al patrimonio della Regione. L’importante operazione di recupero – dichiara l’assessore Alberto Samonà – è frutto di quella collaborazione costante tra le istituzioni e i cittadini. A tutti loro va il ringraziamento del Governo Regionale per la costante vigilanza e attenzione”.

Cos’è un’anfora “a siluro”?

L’anfora recuperata è stata datata alla seconda metà del IV secolo a.C. ed appartiene alla tipologia delle anfore “a siluro”; è stata classificata così per la sua particolare morfologia longilinea. Già a partire dal V secolo a.C. l’arcipelago maltese produceva anfore da trasporto con forme tipiche del repertorio fenicio-punico, quindi, molto probabilmente il nostro è proprio uno di questi casi. Tali contenitori sono caratterizzati, oltre che dal corpo a siluro, da assenza di collo e da anse ad orecchia impostate sul corpo. Inizialmente, nella loro fase arcaica, queste anfore presentavano un corpo ovoide ed un labbro arrotondato e leggermente estroflesso; poi subiscono un’evoluzione formale per cui il corpo tende ad affusolarsi. La produzione delle anfore a siluro sembra prolungarsi anche in età romana, almeno fino al II secolo a.C.: lo si deduce dal ritrovamento dei recipienti in contesti funerari.

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Le anfore punico-maltesi (Baldacchino 1951). Scala 1:10
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Corpo frammentario di un’anfora a siluro del IV sec. a.C. dal Museo dei Bretii e del Mare (CS)

Le anfore “a siluro” dovevano servire al contenimento e al trasporto del garum, la salsa di interiora di pesce amata prima dai Fenici e poi dai Romani. Informazioni riguardo la sua preparazione le riferisce Plinio il Vecchio nel XXXI Libro nella sua Naturalis Historia (v. 93 e seguenti); altra fonte importante, ma avversa al garum, è Seneca: in una lettera a Lucilio contro gli eccessi alimentari definisce il condimento “costosa poltiglia di pesci guasti”.

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NEWS | Antichi profumi, un dolce restauro a Paestum

Il Parco archeologico di Paestum&Velia comunica su Facebook il restauro conservativo di una grande pressa in marmo, strumento fondamentale di un’antica bottega che produceva profumi. La pressa dev’essere sottoposta a restauro ogni tre mesi poiché vi crescono piante e organismi che possono danneggiarne la superficie.

profumi
La pressa prima e dopo il restauro

Rose e altri profumi nell’aria di Paestum

Ad aprire questa dolce parentesi ben si presta un documento proveniente dall’archivio storico del Parco; si tratta di una lettera firmata dal Soprintendente Amedeo Maiuri che, nel 1938, comunicava l’arrivo di “400 piantine di rose di maggio debitamente imballate”, da piantare tutt’intorno al Tempio di Cerere.

Il legame tra Paestum e le rose è da sempre stato indissolubile, iniziato più di duemila anni fa quando nella colonia romana si coltivava un tipo di rosa nota per il suo irresistibile profumo. Virgilio, nelle Georgiche, cantava della rosa “bifera” di Paestum, famosa per la sua doppia fioritura in primavera e in autunno. Anche altri poeti e artisti, per lungo tempo, hanno esaltato le singolari proprietà di questo fiore: da Ovidio a Marziale, fino ai viaggiatori del Grand Tour.  L’essenza di rosa si lavorava in speciali torchi e l’estratto ottenuto era poi unito a dell’olio di oliva, per formare un balsamo detto rhodinon italikon. La pressa in marmo appena restaurata era strettamente connessa alle botteghe che producevano profumi; erano tante e molto rinomate le famiglie pestane di profumieri.

Uno studio di paleobotanica, condotto con il Parco del Cilento e del Vallo di Diano e degli Alburni, ha fatto rifiorire la rosa pestana nell’area archeologica; infatti, nel nuovo anno inebrierà per ben due volte i visitatori con il suo profumo.

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NEWS | I volti del passato nell’iperrealismo di Bas Uterwijk

Vi siete mai chiesti quale fosse il vero aspetto di alcuni personaggi del passato? Oppure che aspetto avesse realmente Van Gogh? O quale fosse il vero volto del modello usato  da Michelangelo per il suo David ? E quale fosse l’aspetto di Gesù?

Gesù (© Bas Uterwijk)

 

L’artista olandese Bas Uterwijk ha provata a dare una riposta a queste curiosità! Uterwijk, infatti, utilizzando l’intelligenza artificiale ha creato ritratti estremamente realistici, non solo di personaggi storici, come George Washington o Napoleone,  ma anche di monumenti come la Statua della Libertà.

Lady Liberty (© Bas Uterwijk)

Uterwijk è riuscito a realizzare una collezione di immagini simil – fotografiche di personaggi del passato grazie alla realtà virtuale. La serie conta più di 50 immagini, disponibili sul profilo Instagram dell’artista.

Iperrealismo e intelligenza artificiale

L’artista usa Artbreeder, un software in grado di realizzare un volto realistico partendo da alcune immagini. Poco importa, come in questo caso, che le immagini siano dipinti o statue, come nel caso del David o della Statua della libertà.

David di Michelangelo (© Bas Uterwijk)

Le ricostruzioni sono particolarmente suggestive e variegate: dagli occhi chiari e dalla barba rossa di Van Gogh, elementi estrapolati dall’autoritratto dell’artista, fino all’uomo di Neanderthal, ricostruito grazie a una serie di rielaborazioni grafiche fatte dalle ricerche scientifiche.

Uomo di Neanderthal (© Bas Uterwijk)

Ma sono presenti ricostruzioni anche di Sandro BotticelliNiccolò Machiavelli, la regina Elisabetta I, Caracalla e perfino di uno dei volti delle mummie del Fayum.

Caracalla, busto romano degli inizi del III sec. d.C. e ricostruzione iperrealistica di © Bas Uterwijk

Cerco di guidare il software verso un risultato credibile. Penso al mio lavoro più come a interpretazioni artistiche che a immagini scientificamente o storicamente accurate. – ha spiegato l’artista al Daily Mail – L’obiettivo del progetto è quello di raggiungere un fotorealismo quasi perfetto pur rimanendo fedele alla somiglianza della persona.

In copertina Fayum Mummy, © Bas Uterwijk.

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NEWS | Qual è il segreto delle antiche mummie egizie?

Le antiche mummie egizie hanno molte storie da raccontare, ma svelare i loro segreti senza distruggere resti delicati è una sfida; finalmente, grazie a una nuova metodologia non invasiva, si potrebbero svelare i segreti della tecnica millenaria di conservazione dei corpi, attraverso un’analisi non distruttiva dei balsami di mummificazione dell’Antico Egitto, basati su componenti organici di bitume.

Svelati i misteri?

Un team di ricercatori ha pubblicato, sulla rivista Analytical Chemistry dell’American Chemical Society, uno studio su un metodo non distruttivo per analizzare il bitume, il composto che conferisce alle mummie il loro colore scuro, presente tra i materiali per la mummificazione dei corpi nell’antico Egitto.

Il metodo fornisce indizi anche sull’origine geografica del bitume e ha rivelato che una mummia conservata in un museo francese potrebbe essere stata parzialmente restaurata, probabilmente da collezionisti.

Il materiale per la mummificazione mediante l’imbalsamazione utilizzato dagli antichi Egizi era una miscela complessa di composti naturali come gomme-resine da zucchero, cera d’api, grassi, resine di conifere e quantità variabili di bitume.

Il bitume è una miscela di idrocarburi solidi o semisolidi, di colore nerastro, ottenuta da rocce asfaltiche o da petroli naturali.

I ricercatori hanno utilizzato varie tecniche per analizzare i materiali per l’imbalsamazione usati nell’antico Egitto, ma in genere richiedono passaggi di preparazione e separazione che distruggono il campione.

EPR
Metodo EPR

Charles Dutoit, Didier Gourier e colleghi si sono chiesti se potevano usare una tecnica non distruttiva chiamata “risonanza paramagnetica elettronica (EPR)” per rilevare due componenti del bitume formatisi durante la decomposizione della vita fotosintetica: le porfirine vanadiliche e i radicali carboniosi, che potrebbero fornire informazioni sulla presenza, origine e lavorazione del bitume nel materiale da imbalsamazione.

I ricercatori hanno ottenuto campioni di materia nera da un sarcofago, da due mummie umane e da quattro mummie animali (tutte dal 744 al 30 a.C.), che hanno analizzato con l’EPR e confrontato con campioni di bitume di riferimento. Il team ha scoperto che le quantità relative dei vari composti potrebbero differenziare tra bitume di origine marina (come quello del Mar Morto) e origine vegetale terrestre (da una fossa di catrame). Inoltre, hanno rilevato composti vanadilici che probabilmente si sono formati dalle reazioni tra le vanadil porfirine e altri componenti dell’imbalsamazione. Curiosamente, la materia nera presa da una mummia umana acquistata da un museo francese nel 1837 non conteneva nessuno di questi composti ed era molto ricca di bitume. Questa mummia avrebbe potuto essere parzialmente restaurata con bitume puro.

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NEWS | Il Mausoleo di Augusto riapre al pubblico

Il 1 marzo 2021 la tomba del Pater Patriae, Ottaviano Augusto, riaprirà le porte ai visitatori, dopo un restauro lungo 14 anni.

“Dal 1 marzo, giorno della riapertura, fino al 21 aprile, Natale di Roma, la visita sarà gratuita per tutti – ha detto la sindaca Virginia Raggi – e per tutto il 2021 sarà gratis per i romani. È un regalo che faccio ai miei concittadini. Invito tutti a prenotarsi”.

Dal 21 dicembre si potrà effettuare la prenotazione online, obbligatoria per visitare il monumento, sul sito mausoleodiaugusto.it. Le visite, della durata di 50 minuti, saranno effettuate dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle ore 16 (ultimo ingresso alle 15).

La riapertura del sito, un messaggio di speranza

“Il cammino per arrivare fino a qui è stato lungo”, ha detto la sindaca, “dalle fasi progettuali ai lavori di restauro vero e proprio fino agli interventi di musealizzazione che sta facendo Fondazione Tim. È un lavoro di squadra che in questi anni è andato avanti per restituire questo monumento ai romani e al mondo intero. È un grande regalo che vogliamo fare in un momento difficile. È un messaggio di speranza“.

La tomba dei Cesari

Anche noto come Augusteo, è un monumento funebre che ha custodito le spoglie del primo imperatore di Roma, della sua famiglia e di molti altri imperatori successivi. Fu fatto costruire da Ottaviano Augusto nel 29 d. C., all’indomani della battaglia di Azio, nella quale Ottaviano sconfisse Marco Antonio. Ci si chiede spesso cosa sarebbe successo se al posto di Augusto fosse stato Marco Antonio a ereditare il ruolo di Cesare. Marco Antonio, che era rimasto folgorato dall’Egitto e che aveva fatto di Alessandria la sua dimora e la capitale ideale del suo regno, avrebbe forse trasformato Roma in una città secondaria? Il centro del mondo si sarebbe forse trasferito in Oriente? Probabilmente è una domanda che anche i romani dell’epoca si posero. Augusto, appena tornato a Roma dopo la grande vittoria, ordinò subito la costruzione del luogo che un giorno avrebbe conservato i suoi resti. La costruzione della sua tomba, infatti, era proprio la risposta a queste domande: Roma era ancora la caput mundi e lo sarebbe rimasta. Con questa mossa Ottaviano sentiva l’esigenza di rassicurare il suo popolo, mettendo in chiaro fin da subito quale sarebbe stato il posto di Roma nel mondo.

Un monumento ispirato ai grandi mausolei d’Oriente

Tuttavia, forse, anche Augusto restò affascinato dal lontano Oriente ed è lo stesso mausoleo a dircelo. Lo storico Svetonio scrive che, durante la sua permanenza ad Alessandria d’Egitto, Ottaviano Augusto vide con i suoi occhi il mausoleo ellenistico di Alessandro magno, costruito a pianta circolare, dal quale prese ispirazione per il proprio mausoleo. Un altro monumento che potrebbe aver influenzato la scelta architettonica dell’Augusteo, è il mausoleo di Alicarnasso, fatto erigere da Artemisia per il re Mausolo, suo consorte. Inoltre, due obelischi furono posizionati davanti la porta d’ingresso, sui quali furono scritte le Res Gestae, affinché “le imprese del Divino Augusto” continuassero a vivere nella memoria dei cittadini dell’Impero.

La storia del Mausoleo nei secoli fino a oggi

Il primo ad essere sepolto all’interno del Mausoleo fu Marcello, nipote di Augusto, nel 23 a. C., quando il mausoleo non era ancora completamente finito. Seguirono poi Marco Vespasiano Agrippa, Druso maggiore, Lucio e Gaio Cesare. Augusto vi fu sepolto nel 14 d. C., seguito da Druso minore, Germanico, Livia e Tiberio. L’ultimo a esservi sepolto fu Nerva, nel 98 d. C.

Successivamente, Il monumento venne danneggiato nel 409, durante il sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico. Nel Medioevo, il Mausoleo subì la stessa sorte di molti altri monumenti di epoca romana ormai abbandonati: venne spoliato dei preziosi marmi che lo rivestivano e la statua dell’imperatore, che sovrastava il monumento, venne fusa per fare delle monete; divenne una fortezza nel 1200 e fu trasformato in giardino pensile nel 1500; nel XVIII secolo divenne un teatro, un’arena per la corrida e un auditorium. Nel 1908 divenne una sala per concerti e, poi, nel 1932 tutte le modifiche strutturali subite nel corso dei secoli furono demolite. In questo modo il Mausoleo originale tornava alla luce: un monumento silenzioso e abbandonato nel cuore di Roma.

Non ci resta che attendere il 1 marzo 2021, giorno in cui si riapriranno le porte dell’ultima dimora del grande Princeps.

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NEWS | Archeoastronomia, il Convegno sul cielo dei primi uomini

Oggi, 18 dicembre 2020, si svolge il Convegno internazionale di Archeoastronomia in Sardegna, arrivato ormai alla nona edizione; il Convegno dal titolo “La misura del tempo” si tiene ogni anno nel mese di dicembre a Sassari. Astronomia e Archeologia si incontrano nello studio dei monumenti più famosi dell’Isola, per risalire alla conoscenza e all’osservazione del mondo così come lo vedevano gli antichi.

Il Convegno di Archeoastronomia è in streaming a partire dalle ore 9 su Facebook; ed è accompagnato dal corollario “Divulgare la scienza”, un focus sulle corrette modalità di comunicazione in ambito scientifico, quest’anno indirizzato alle tematiche archeologiche.

Cos’è l’Archeoastronomia? 

Pietre ben allineate o disposte secondo forme geometriche ben definite hanno da sempre suscitato interesse nel mondo dell’Archeologia. Dagli anni ’50 del secolo scorso diverse strutture sono state lette in virtù del rapporto tra la loro costruzione e gli astri. Ma l’osservazione del cielo non poteva riguardare soltanto il campo dell’edilizia: tutte le teorie astronomiche degli antichi dovevano riflettersi inevitabilmente sulla società. Lo sguardo al cielo curioso dei primi uomini era sicuramente anche timoroso: approfondendo le ricerche ci si accorge che la sopravvivenza stessa di una comunità protostorica poteva essere strettamente legata alla conoscenza che gli antichi sacerdoti avevano del cielo e dei suoi elementi. In proseguo di tempo persino le più interessanti mitologie del mondo greco e romano sono state incastonate per sempre nel firmamento.

Oggi, numerosi siti, avendo chiara la loro posizione nel pensiero astronomico degli antichi, puntano dunque su questi aspetti. Le visite di alcune aree archeologiche sono aumentate negli ultimi anni facendo leva proprio sulla curiosità e sulla voglia di saperne di più del pubblico.

Cosa prevede il Convegno

In mattinata

Ad aprire il Convegno di Archeoastronomia sarà Elio Antonello dell’Osservatorio Astronomico di Brera – Inaf, con un intervento sul “Legame tra Astronomia e Geologia”. Tra gli interventi della mattinata seguiranno Paolo Colona dell’Accademia delle stelle di Roma, che esporrà la relazione dal titolo “The astronomical content of the Myth of Phaethon”. Dall’INAF di Roma, Giangiacomo Gandolfi presenterà “Thema Mundi: Breve Storia dell’Oroscopo del Mondo”; Alberto Cora dell’Inaf Torino argomenterà sui “Calendari paleolitici e la venere di Laussel: in memoria di Alexander Marshack”. Nicoletta Lanciano della Sapienza di Roma esporrà “L’orologio solare catottrico del Convento di Trinità dei Monti a Roma”. Isabella Leone e Nicolás Balbi della Siac – Sociedad Interamericana de Astronomía en la Cultura, daranno un contributo sul “Cromlech di Mezora: un aggiornamento archeoastronomico nel tentativo di identificare un culto solare”.

Dei “Menhir di Cerami (Enna)” parleranno Ferdinando Maurici, Alfio Bonanno dell’INAF di Catania, Nicola Bruno, Andrea Polcaro dell’Università di Perugia e Alberto Scuderi dei Gruppi Archeologici d’Italia. Polcaro esporrà “Il giorno più lungo e il dio morente: Baal e il Solstizio d’Estate nel pantheon levantino dell’Età del Bronzo”. Dunque l’archeologa Marina De Franceschini e Giuseppe Veneziano dell’Osservatorio astronomico di Genova illustreranno “La Grotta di Tiberio a Sperlonga ed il suo orientamento astronomico”. Flavio Carnevale e Marzia Monaco della Sapienza concluderanno quindi la sessione con “Misurare dal cielo: una proposta metodologica per il calcolo degli errori associati ai rilevamenti da immagini satellitari”. Si prosegue con il dibattito.

Nel pomeriggio

ArcheoastronomiaSi riprende alle 15:30 con l’intervento di Gianfranca Salis della SABAP di Cagliari, Oristano e Sud Sardegna, che presenta “Comunicare il sacro. Riflessioni sul culto in età nuragica”. Subito dopo Simonetta Castia e Michele Forteleoni di Aristeo e SAT presentano “Orientamenti archeoastronomici nel complesso archeologico di età nuragica di Serra Orrios (Dorgali)”. L. Doro, M. Forteleoni, G. Gasperetti, P.L. Tomassetti per la SABAP di Sassari e Nuoro, Aristeo e SAT, proporranno alcune “Riflessioni preliminari sugli orientamenti astronomici presenti nel nuraghe Palmavera di Alghero alla luce delle nuove scoperte architettoniche”. Quindi Michele Forteleoni e l’archeologa Paola Basoli esporranno gli “Allineamenti astronomici nell’area cultuale di Sos Nurattolos (Alà dei Sardi)”.

Alle 17 prende quindi il via il focus “Divulgare la scienza”, con il soprintendente Bruno Billeci della SAPAB di Sassari e Nuoro e Maria Dessì del Dadu che interverranno con una trattazione sulla “Diagnostica strumentale per la conoscenza e la conservazione dell’architettura medievale nel mediterraneo”. Nadia Canu e Giuseppe Melosu della SABAP di Sassari e Nuoro esporranno la relazione “Comunicare i Beni Culturali in tempo di Covid: le iniziative della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Sassari e Nuoro”. L’ultimo intervento di Stefania Bagella del Muniss presenterà “Modi e mode nella comunicazione della Sardegna nuragica”.