Il Vulcano più alto d’Europa in eruzione è stato il protagonista indiscusso del lockdown natalizio. La sua potenza e la sua bellezza, però, non passano inosservate anche se in stato di quiete: lo dimostra il reportage della fotografa Giulia De Marchi. Il progetto della giovane trentenne esplora l’Etna in ogni suo piccolo scorcio e in tutti i suoi grandi panorami; le fotografie, digitali e analogiche, pongono tutto in risalto: dai sentieri più corti all’orizzonte più lontana.
La serie dal titolo “Vulcano” è stata pubblicata in diverse riviste di fotografia come another place e Fotoform Magazine.
Umani, sagome sulla nera terra rovente
Gli scatti in bianco e nero esaltano ancora di più la nera sabbia vulcanica che copre le depressioni della grande “Muntagna”. C’è quiete tutt’intorno, poche le figure umane che si intravedono. Non sono il soggetto delle fotografie e non pretendono di esserlo, ma solo “sagome“, “figure che gironzolano“, così le descrive la giovane fotografa. Come se fossero immersi nelle solite discussioni quotidiane ammirando il panorama: come sarà il tempo domani, cosa si mangerà a cena. Quasi quasi chi ammira le foto riesce a sentirli.
Le “sagome” umane
Il Vulcano tra le righe di Patrick Brydone
La fotografa ha ispirato il reportage ad alcune righe di A Tour Through Sicily and Malta: In a Series of Letters to William Beckforddel viaggiatore scozzese Patrick Brydone.
Ci sono dei luoghi che senza dubbio si possono dire di più incantevoli della terra; se l’Etna di dentro somiglia all’inferno, si può dire a ragione che di fuori somigli al paradiso. È curioso pensare che questo monte riunisce in sé tutte le bellezze e tutti gli orrori. Qui si può osservare una voragine che un tempo ha eruttato torrenti di fuoco verdeggiare ora delle piante più belle. Si possono cogliere i frutti più squisiti nati su quella che fino a poco fa non era che roccia arida e nera. Qui il suolo è ricoperto di tutti i fiori immaginabili, e noi stessi ci aggiriamo in un mondo di meraviglia e contempliamo questo intrico di dolcezza senza pensare che sotto i nostri piedi c’è l’inferno con tutti i suoi terrori, e che soltanto poche iarde ci separano da laghi di fuoco liquido e di zolfo”.
Al Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia arriva una nuova sezione espositiva dedicata al “dentino” di Homo heidelbergensis, reperto principale del sito archeologico preistorico di Isernia La Pineta.
La prima fase del progetto è terminata durante la chiusura dei luoghi della cultura a causa dell’emergenza sanitaria. I lavori di riallestimento del Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia si sono concentrati sull’esposizione del prezioso reperto archeologico del “dente da latte”, un incisivo superiore di un bambino di Homo heidelbergensis. La mostra permanente vede, inoltre, l’introduzione della scultura iperrealistica che ne ricostruisce le fattezze, insieme con quelle di alcuni esemplari della fauna rinvenuta nel giacimento preistorico.
Ricostruzione del bambino heidelbergensis e di un rinoceronte da Isernia “La Pineta”
Un lavoro sinergico e multidisciplinare
Si tratta della conclusione di un complesso cammino: cominciato nel 2017, ha visto “unire le forze”, sotto una veste multidisciplinare, Università, professionalità scientifiche, paleoartisti, scenografi ed esperti del settore. La nuova sezione espositiva si è avvalsa della partecipazione dell’Università degli Studi di Ferrara, nelle persone del prof. Carlo Peretto e prof. Benedetto Sala; l’idea originale è stata partorita e coordinata dall’arch. Pierangelo Izzo e dalla dott.ssa Annarosa Di Nucci della Direzione Regionale Musei Molise. Da ultimo, degno di nota è l’apporto della paleoartista di fama internazionale Elisabeth Daynes, per la scultura del bambino, e della società Prehistoric Minds, per le ricostruzioni a grandezza naturale degli animali.
Il Museo apre le porte a modernizzazione e rinnovamento
L’inaugurazione del moderno allestimento ha lo scopo di iniziare il Museo al rinnovamento e, con le successive implementazioni, a rendere la cultura di Isernia La Pineta maggiormente fruibile da parte del pubblico. Il lavoro compiuto fino a ora è stato reso possibile grazie ai contributi finanziari del MiBACT e della Regione Molise.
La nuova sezione espositiva, per ora non direttamente usufruibile a causa della chiusura dei luoghi della cultura, sarà visitabile a partire da oggi 16 gennaio 2021, salvo eventuali proroghe delle misure governative di contenimento della pandemia.
Le “archeo-meraviglie” del sito preistorico
Il sito di Isernia La Pineta si sviluppa nel territorio della città di Isernia, in Molise, ed è una delle più importanti località archeologiche del Pleistocene medio nell’Europa occidentale. Si tratta di un vasto sito all’aperto, da diversi anni oggetto di scavi e ricerche archeologiche da parte dell’Ateneo ferrarese (Unife), che ha restituito abbondante industria litica e resti faunistici. Questi costituiscono la testimonianza di una lunga frequentazione da parte di gruppi di ominidi, della piana d’Isernia, durante il Paleolitico inferiore, tra i 700.000 e i 500.000 anni fa. Il sito è considerato un “archivio” di documenti archeologici preistorici fondamentali per la comprensione dei modi di vita e delle dinamiche preistoriche di popolamento nell’area del Mediterraneo.
La storia del “dentino” di Homo heidelbergensis
L’ulteriore conferma dell’attività di caccia e sfruttamento di risorse animali a Isernia La Pineta, da parte dell’Homo, è arrivata nel 2014, con il ritrovamento di un dente umano.
L’”avventura” del dentino ha avuto inizio così. La scoperta e lo studio del reperto umano è stata pubblicata sulla rivista americana internazionale PLOS ONE; il gruppo di ricerca è stato coordinato dal Prof. Carlo Peretto dell’Università degli Studi di Ferrara, in collaborazione con prestigiose Università, tra cui La Sapienza di Roma nella figura del Prof. Giorgio Manzi, e con istituti di ricerca nazionali e internazionali. Questo ha permesso la datazione del piccolo incisivo mascellare intorno a 580.000 anni fa e la sua attribuzione ad un bambino, di età stimata tra i 5 e i 7 anni, appartenente alla specie dell’HomoHeidelbergensis.
L’incisivo dal giacimento “La Pineta”
Il giovane ominide “rinasce” con la scultura iperrealista
Il lavoro del team di scienziati non è finito qui: “Per mesi abbiamo eseguito calcoli di ordine morfologico, metrico e statistico, studiando i crani ritrovati, sia di bambini sia di adulti, risalenti ai Neanderthal e all’uomo moderno”, spiega Peretto. Lo studio pienamente scientifico ha permesso di tracciare le sembianze del proprietario del dente, per realizzarne una ricostruzione e la stampa tridimensionale. Questa, all’inizio del 2020, è stata affidata alla paleoartista francese Elisabeth Daynes, già autrice delle riproduzioni di Tutankhamon, dell’australopiteco Lucy e dell’hobbit Flores. Lo scorso 10 Giugno, dopo i rallentamenti dovuti alla pandemia, la scultura del “Bambino di Isernia” è finamente approdata, nel giubilo collettivo, al Museo del Paleolitico di Isernia.
Un “plus” immancabile
La presenza, al Museo del Paleolitico, della riproduzione del bambino costituisce “un complemento fondamentale del nuovo allestimento, che prevede una scenografica vetrina multimediale di grandi dimensioni, in cui il dentino sarà reso comprensibile grazie a un applicativo multimediale. Questo non solo consentirà di apprezzare visivamente il piccolo reperto, interagendo con la sua riproduzione in grandi dimensioni grazie a un sistema touch, ma fornirà le informazioni necessarie a comprenderne il significato“, dichiara la Direzione Regionale Musei del Molise.
L’arrivo al Museo della scultura iperrealista del Bambino heidelbergensis
L’avvenuta ultimazione dei lavori è stata comunicata dalla Direzione Regionale Musei Molise, nella persona della Dirigente, Maria Giulia Picchione, dal progettista e direttore dei lavori, Pierangelo Izzo e dalla Direttrice del museo, Enza Zullo.
Salvo altri scomodi rinvii, aspettiamo a breve l’apertura delle porte, per essere catapultati nell’Italia di 600.000 anni fa.
L’immancabile riproduzione del giovane ominide al centro della nuova sezione
La casa editrice Argolibri ha pubblicato recentemente un testo dal titolo “Tacete, o maschi. Le poetesse marchigiane del Trecento”. Il volume racchiude i componimenti di quattro poetesse vissute nel territorio fabrianese nel 1300: Leonora della Genga, Ortensia di Guglielmo, Livia da Chiavello ed Elisabetta Trebbiani. Nel volume, i loro versi sono accompagnati dalle liriche di tre scrittrici contemporanee (Franca Mancinelli, Mariangela Gualtieri e Antonella Anedda) e dalle immagini simboliche e ancestrali del disegnatore Simone Pellegrini. Si crea così un ponte tra passato e presente: il filo conduttore è rappresentato dall’eternità della poesia.
Copertina del Libro “Tacete o maschi!”
Le poetesse
Nel saggio introduttivo, i filologi spagnoli Mercedes Arriaga Flórez e Daniele Cerrato sostengono che le poetesse marchigiane avessero creato uno dei primi gruppi unitari formati da scrittrici donne nella storia della Letteratura italiana. Esse partecipavano attivamente alle dinamiche culturali del tempo e non accettavano che “essere donna”, in poesia, significasse essere solo un oggetto del desiderio maschile; questa volontà emerge chiaramente nel sonetto attribuito a Leonora, che irrompe con l’esclamazione “Tacete, o maschi!” e che lascia immaginare un tono quasi bellicoso.
Il giallo letterario
Altri temi, come quello della parità dei sessi, trapela dai versi di Ortensia “Io vorrei pur drizzar queste mie piume”. Proprio quest’ultime righe rivelano una somiglianza “sospetta” con il VII sonetto del Canzoniere di Petrarca, conosciuto come “La gola, e il sonno, e l’oziose piume”.
Si apre così un altro argomento: le poetesse fabrianesi sono state al centro di un vero e proprio “giallo” all’interno della storia della Letteratura Italiana. Risultano, infatti, discordanti i pareri tra gli studiosi: alcuni definiscono le poesie delle donne “costruzioni erudite degli intellettuali del Rinascimento”. Infatti, verso la fine del 1500, due intellettuali di Fabriano, Giovanni Domenico Scevolini e Andrea Gilio avevano pubblicato all’interno delle loro opere di erudizione proprio i sonetti di Ortensia e Leonora, definendole loro concittadine vissute due secoli prima. Questa pubblicazione ha inaugurato un dibattito tra i critici: da una parte, coloro che considerano i testi dei falsi e, dall’altra, quelli che non mettono in dubbio la loro veridicità.
In un articolo del 2013 (“PRESENZA/ASSENZA DELLE PETRARCHISTE MARCHIGIANE”) Daniele Cerrato ha analizzato minuziosamente il caso, riportando diverse testimonianze storiche.
In Italia “più di 37.500 siti culturali sono soggetti a fenomeni franosi e circa 30.000 sono a rischio alluvioni”: questo il messaggio d’allarme molto chiaro lanciato da Rosario Santanastasio, presidente dell’organizzazione “Archeoclub Italia”. Una delle principali minacce ai Beni culturali è quella idrogeologica. È necessario porsi come obiettivo fondamentale non solo quello della salvaguardia, ma anche della valorizzazione e promozione dei Beni culturali.
Il Centro di documentazione archeologica “Archeoclub Italia” opera, infatti, su tutto il territorio nazionale, allo scopo di limitare i danni connessi al dissesto idrogeologico, attuando gli approcci di salvaguardia ritenuti più idonei.
Il messinese, zona rossa della Sicilia orientale
Nella terra siciliana, ricca di realtà archeologiche e culturali, l’area del messinese costituirebbe la “zona rossa” della Sicilia orientale.
Il geologo e rappresentante siciliano di Archeoclub, Salvatore Caruso, sottolinea i rischi connessi a questa zona, che è stata soggetta, in passato, a forti alluvioni, di cui quella del 2009 ne costituisce una drammatica prova. In quell’occasione il fango, ricoprendo per oltre 500 metri il comune di Scaletta Zanclea (ME), oltre a distruggere le abitazioni, provocò ingenti danni al Castello Rufo Ruffo, voluto da Federico II di Svevia nel XIII secolo e arroccato sul punto più alto del paese.
Colate di fango e detriti, Tripi (ME)
L’area di Tripi e le trasformazioni geologiche
Ad oggi, sono ancora le aree del territorio messinese a essere più a rischio nel sottile equilibrio idrogeologico dell’isola. Non sfuggono, alla triste problematica, quelle dell’entroterra: “L’area di Tripi e le limitrofe sono soggette a trasformazioni metamorfiche d’indebolimento, causate dall’azione dell’acqua nel corso degli anni”, afferma Caruso. Proprio a Tripi, in contrada Cardusa, il sito archeologico maggiormente a rischio è la necropoli monumentale risalente al IV-III secolo a.C., di quella che un tempo era la città di Abakainon.
Fondata dai Siculi, forse già nel 1100 a.C., raggiunse l’apice con i Greci. La necropoli, per la bellezza e finezza architettonica dei monumenti funebri – sormontati da una stele epitymbion di forma rettangolare (segnacoli tombali, posizionati sopra le sepolture, in pietra arenaria) – e per la preziosità dei reperti rinvenuti nelle tombe, è stata definita dagli archeologi come il luogo di sepoltura riservato ai cittadini più facoltosi della città. Inoltre, gli studiosi hanno rilevato l’impianto dell’area urbana, delimitata da un muro di terrazzamento, nelle cui vicinanze correva un largo canale per il defluire delle acque. Il muro serviva a delimitare una grande piazza, probabilmente il foro dell’antica Abakainon.
Tripi, necropoli di C/da Cardusa, stele epitymbion e resti di colonne
Il triste “lancio della moneta” per la salvaguardia dei siti archeologici siciliani
A complicare la già infelice situazione delle realtà culturali siciliane, sottoposte ad un alto rischio di dissesto idrogeologico, vi sono le norme che regolano “la scelta” nei confronti dei siti archeologici da salvaguardare. È il rapporto tra grado di rischio del dissesto e la percentuale d’insediamento umano a giocare il ruolo principale in questa partita. La Regione Siciliana destina i fondi necessari per la messa in sicurezza prevalentemente ad aree a rischio elevato, ma che siano densamente abitate (cosiddette R4 come indicate dal P.A.I., il Piano Stralcio per l’Assetto Idrogeologico). Questo va a scapito di piccoli comuni, come nel caso di Tripi.
Il piccolo centro dell’entroterra tirrenico in provincia di Messina, sebbene conti all’incirca solo 800 abitanti, nasconde evidenze culturali molto importanti. È necessario, dunque, trovare un altro modo per salvaguardare il patrimonio culturale, oltre che naturale e umano, anche di piccole realtà come questa. Il geologo Caruso afferma come costituisca un obbligo da parte di tutte le amministrazioni, che operano in aree a rischio, dimostrarsi “sensibile agli interessi ed alle esigenze territoriali”, come attualmente quella di Tripi sta facendo.
Valorizzazione, salvaguardia, promozione
In Sicilia, la Onlus Archeoclub si è interessata anche di fare il punto sulla delicata questione dei problemi di staticità del Castello Svevo di Augusta, in provincia di Siracusa. Il castello, risalente al XIII secolo, sebbene assurga a simbolo della città, si trova in completo stato di abbandono e da anni ormai è chiuso al pubblico per rischio crolli. Solo nel maggio scorso ha preso il via un bando di gara per il consolidamento e il restauro dell’edificio, nonché per la sua futura fruizione. “Occorre agire in fretta, perché salvaguardare un bene significa renderlo fruibile valorizzandolo”, spiega Santanastasio.
Il Castello Svevo di Augusta
Inoltre, non vanno dimenticate le parole di Sebastiano Tusa, ex assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, tragicamente scomparso nell’incidente aereo di Bishoftu, in Etiopia, nel marzo 2019, su come “la salvaguardia di un bene prescinde dalla sua valorizzazione, che non può che coincidere con la sua promozione attiva e partecipe di quello che non può, anzi non deve, essere dimenticato”.
Nei pressi del villaggio di Deir-el-Medina, il “villaggio degli operai”, durante una delle missioni di scavo, Ernesto Schiaparelli riportò alla luce, nel 1906, una piccola sepoltura, caratterizzata da una ricca decorazione e dalla presenza di un importante corredo con 467 oggetti; è la Tomba di Kha, responsabile dei lavori delle sepolture reali nella XVIII Dinastia, e di sua moglie Merit.
Il corredo della sepoltura è oggi un pezzo di spicco della collezione del Museo Egizio di Torino, giunto al museo, sotto la direzione di Schiaparelli. L’importanza della sepoltura dell’architetto Kha e di sua moglie Merit risiede nella presenza dell’intero corredo funerario intatto. Oltre sulle mummie dei proprietari, sono stati condotti diversi studi su molti dei reperti rinvenuti nella tomba.
È possibile approfondire l’argomento seguendo il Direttore del Museo Egizio, Christian Greco, in alcune delle sue Passeggiate del Direttore (qui i link alla prima parte e alla seconda parte).
La Tomba di Kha e Merit nelle Passeggiate del Direttore (Museo Egizio di Torino)
Nuovi studi
Negli ultimi tempi sono iniziate nuove indagini su un singolo oggetto rinvenuto nella tomba: si tratta di un vasetto in alabastro alto poco più di 20 cm. Alcune analisi precedenti, non invasive o distruttive, avevano portato gli studiosi a ritenere che il contenuto fosse di natura organica – un mix di grassi e cere. Di recente, un nuovo studio è stato svolto dalla Dottoressa Giulia Festa in collaborazione con M. L. Saladino, V. Mollica Nardo, F. Armetta, V. Renda, G. Nasillo, R. Pitonzo, A. Spinella, M. Borla, E. Ferraris, V. Turina, e R.C. Ponterio. Il lavoro prende il titolo di Identifying the Unknown Content of an Ancient Egyptian Sealed Alabaster Vase from Kha and Merit’s Tomb Using Multiple Techniques and Multicomponent Sample Analysis in an Interdisciplinary Applied Chemistry Course.
Indagini archeometriche sul vasetto in alabastro (ACS Publications)
L’analisi diretta del contenuto è avvenuta sul lino che ricopriva il tappo del vaso, su cui sono presenti alcune tracce di un materiale liquido, ormai solidificato. Per l’indagine, il team di studiosi si è avvalso dell’uso di diverse tecniche diagnostiche: fluorescenza di raggi X, microscopia elettronica a trasmissione, spettroscopia di raggi X, gascromatografia-spettrometria di massa e spettroscopia di risonanza magnetica nucleare. In base ai risultati delle analisi, il team ha ipotizzato che il materiale contenuto nel vaso potrebbe essere un grasso di origine vegetale, nel dettaglio un olio. Tuttavia, è solo un’ipotesi, considerato l’elevato grado di invecchiamento e l’esigua quantità di campione analizzabile.
Un progetto particolare
In questo studio è stato eccezionale l’approccio archeometrico applicato all’indagine e il gruppo di ricerca; infatti, l’archeometria prevede l’applicazione di diverse tecniche d’analisi, appartenenti spesso a campi differenti. Pertanto, alcuni studenti universitari del corso di Chimica Applicata ai Beni Culturali dell’Università di Palermo hanno avuto la possibilità di essere introdotti alle metodologie che normalmente sono messe in atto dai ricercatori, durante lo studio di un campione di pregio e interesse archeologico.
Lo storico eoliano Pino La Greca ha scoperto una lettera finora inedita che Garibaldi inviò ai cittadini di Lipari nel 1860. Nino Saltalamacchia, Presidente del Centro Studi eoliano (che quest’anno compie 40 anni dalla fondazione), rende nota questa stupefacente notizia.
La lettera inedita di Garibaldi
La lettera, come riporta il testo, è stata inviata il 23 luglio di 160 anni fa, dal comando generale di Milazzo dell’Esercito nazionale in Sicilia. Garibaldi ringrazia i cittadini di Lipari “per la generosa risoluzione: “Proclamate il governo italiano di Vittorio Emanuele ed eleggetevi un governatore alla maggioranza dei voti, al quale io conferisco temporaneamente poteri illimitati. Mantenetevi in corrispondenza col Prodittatore in Palermo per via di Milazzo, e con me, mentre soggiornerò in quest’isola. Vostro Giuseppe Garibaldi”.
La storia
Nonostante le parole scritte sulla lettera, noi sappiamo che Garibaldi, dopo la vittoria di Milazzo, partì per Messina. Prima di fare ciò, però, aveva dato disposizioni per l’occupazione di Lipari e delle isole dell’arcipelago a un gruppo di eoliani che avevano combattuto a Milazzo. Tale gruppo era guidato dal maggiore Giovanni Canale, che fu nominato governatore dallo stesso Garibaldi, fino all’esito delle nuove elezioni comunali.
Il notaio eoliano Don Rosario Rodriguez trascrisse e conservò la lettera che oggi fa parte dei documenti del fascicolo relativo alle indagini sull’omicidio dell’ex sindaco borbonico Giuseppe Policastro, avvenuto nell’autunno del 1860, che lo stesso Pino La Greca sta studiando.
Il Centro Studi di Egittologia e Civiltà Copta “J. F. Champollion” di Genova organizza un ciclo di lezioni online su piattaforma “Zoom”, per 4 giovedì a partire dal 7 gennaio 2021 dalle ore 18.00 alle 19.30 su uno dei più noti faraoni della necropoli tebana.
Il direttore del Centro Studi, nonchè membro del Comitato Scientifico della Rivista ArcheoMe, il professor Giacomo Cavillier racconterà la storia della scoperta della sepoltura di Tutankhamon nella Valle dei Re.
Date le numerose richieste di partecipazione, il seminario sarà replicato nei venerdì successivi alle date previste (8, 15, 22, 29 gennaio 2021) per coloro che si iscriveranno dopo il 30 dicembre 2020; basta inviare un’email all’indirizzo della segreteria del Centro: segreteria.centrochampollion@gmail.com.
Archeologia e mito di un faraone
Dopo sei lunghe e deludenti stagioni di scavo, lo sconforto era ormai sovrano nella Valle dei Re. Howard Carter e, soprattutto, il suo “sponsor” George Edward Stanhope Molyneux Herbert, V Conte di Carnarvon, stavano davvero perdendo ogni speranza di trovare qualcosa nella Valle. Il finanziatore inglese aveva ottenuto le concessioni di scavo dall’allora direttore del Servizio delle Antichità, Gaston Maspero, nel 1914 e i risultati erano decisamente al di sotto delle aspettative. Carter stava per dichiararsi sconfitto e, sempre in cerca di fortuna, stava per destinare altrove le sue attenzioni, quando un colpo di zappa cambiò il corso della storia.
L’emozione della scoperta
Il 4 novembre, recandosi alla necropoli, Carter avvertì uno strano silenzio… i lavori erano fermi. Questa cosa insospettì immediatamente l’archeologo che, infatti, fu accolto dai suoi con la notizia che sotto la prima baracca demolita avevano trovato qualcosa: forse un gradino tagliato nella roccia. Possiamo solo immaginare con quanta concitazione ed emozione, nonché stupore, Carter si precipitò di corsa a verificare di persona… con il cuore in gola diceva a sé stesso che sarebbe stato troppo bello se si fosse trattato realmente di un gradino di accesso ad una tomba e che, magari, poteva trattarsi proprio della sepoltura del faraone che tanto desiderava trovare. Gli bastò ripulire un po’ la roccia dai detriti e dalla sabbia, quando si rese immediatamente conto che si trattava proprio di una rampa, scavata nella pietra con una tecnica comune agli altri accessi sepolcrali della Valle. I lavori proseguirono alacremente per tutto il giorno e la mattina seguente; ma soltanto nel pomeriggio del 5 novembre la rampa venne completamente scavata ed apparve il primo vero gradino di una scalinata. Un’emozione quasi febbrile pervase Carter; ormai ciò che stava riportando alla luce era indubbio, gli indizi portavano tutti verso una direzione: avevano trovato una tomba!
Howard Carter davanti al sarcofago con la mummia del faraone Tutankhamon
Un dialogo passato alla storia
È il 24 novembre 1922. Siamo nella Valle dei Re, a Tebe Ovest, quindi sulla sponda occidentale del Nilo, davanti a Luxor, sulla riva opposta. Quel breve dialogo, che è passato alla storia dell’archeologia, intercorre tra l’archeologo Howard Carter e il suo finanziatore LordCarnarvon e sancisce la conferma di una scoperta che avrebbe lasciato il segno non solo negli studi egittologici ma nel costume della società: la tomba del faraone Tutankhamon. Ma solo il successivo 17 febbraio 1923, quando l’anticamera era stata sgombrata, furono ammessi i primi visitatori per assistere all’apertura della tomba: membri del governo e scienziati. E la notizia fece il giro del mondo.
La prima pagina del New York Times del febbraio 1923 con la notizia della scoperta della tomba di Tutankhamon
“Era venuto il momento decisivo. Con mani tremanti praticammo una piccola apertura nell’angolo superiore sinistro…”
Sensazionale l’ultima scoperta fatta nel Parco Archeologico Sommerso di Baia. Si tratta probabilmente di un altro piccolo stabilimento termale – dichiara il Parco Archeologico dei Campi Flegrei – di cui Baia in età romana era costellata: il Lacus Baianus. Gli archeologi del Parco hanno individuato tre nuovi ambienti, con la collaborazione del nucleo subacqueo dei Carabinieri e la società Naumacos Underwater Archaeology and Technology.
Il Mosaico delle acque
Un nuovo mosaico è stato scoperto nella zona di Baia Sommersa, in prossimità di Punta Epitaffio. Delfini, ricci, murene e, forse, tonni, resi con tessere bianche e nere, “nuotano” tra sottili onde stilizzate, sul pavimento di un piccolo cortile, databile, in prima ipotesi, al III secolo d.C.
Il mosaico ritrovato
Il mosaico è parte di un nuovo, interessantissimo settore che stiamo esplorando lungo il perimetro del Lacus Baianus, vicino alla Villa c.d. con ingresso a protiro – si legge in una nota diramata dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei – Prima di renderlo visitabile, c’è sicuramente bisogno di un intervento di restauro, che speriamo di poter presto mettere in atto insieme all’équipe dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il restauro coordinata da Barbara Davidde.
Si tratta probabilmente di un altro piccolo stabilimento termale, di cui Baia in età romana era costellata: abbiamo riconosciuto il corridoio di accesso, una stanza absidata e una grande vasca – continua la nota del Parco Archeologico dei Campi Flegrei.
Tutte le lastre in marmo utilizzate provengono da precedenti edifici e sono state qui reimpiegate per sollevare il livello dei pavimenti che, come abbiamo verificato nelle vicine Terme del Lacus, risentivano, già a partire dalla fine del III sec. d.C., dei primi effetti del bradisismo. Il nuovo percorso di visita partirà da questo nuovo complesso per poi continuare verso i resti sommersi antistanti il balneum Solis et Lunae, conclude la nota.
L’Elamita Lineare è un sistema di scrittura che veniva usato a cavallo tra il terzo e il secondo millennio a.C., più di 4.000 anni fa. Per la prima volta fu scoperto nel 1901 in un famoso sito archeologico iraniano, Susa, nell’Iran sud-occidentale. Per più di un secolo è rimasto indecifrato.
Scoperta e decifrazione
François Desset
L’archeologo francese François Desset è riuscito a decifrare l’antica scrittura Elamita lineare, uno dei sistemi di scrittura più antichi del mondo.
Desset, archeologo francese del Laboratoire Archéorient di Lione e affiliato all’Università di Teheran, per più di 10 anni ha studiato alcune iscrizioni in Elamita lineare e nel 2018 ha proposto un’interpretazione che ha permesso di leggere alcuni nomi propri: “Questa è stata la chiave che ha permesso a me a ad altri miei colleghi di entrare nel sistema di scrittura”, ha dichiarato l’archeologo. Ora un ulteriore lavoro di Desset, in collaborazione con tre colleghi, propone la completa decifrazione delle iscrizioni.
La chiave per decifrare la scrittura elamita è arrivata da un corpus di 8 testi redatti su vasi d’argento datati al 2000-1900 a.C. chiamati gunagi, provenienti da sepolture nella regione di Kam-Firouz e conservati presso la collezione Mahboubian di Londra. Questi testi presentavano sequenze di segni molto ripetitivi e standardizzati, che servivano, ha scoperto l’archeologo, a definire i nomi di due sovrani, Shilhaha ed Ebarti II, e della principale divinità venerata nell’Iran occidentale, Napirisha (i testi riportano formule come “io sono ‘nome’, re di ‘nome del regno’, figlio di ‘padre’“). Come Champollion, che era partito identificando i nomi dei faraoni, Desset ha identificato i nomi dei sovrani elamiti e, grazie a queste evidenze, è riuscito a decifrare le quaranta iscrizioni, poco interessanti per il contenuto, secondo lo studioso, ma estremamente significative per giungere a scoprire il significato dei segni.
Schema dell’Iscrizione Y
Il nuovo lavoro sarà pubblicato l’anno prossimo su una rivista specialistica tedesca (Zeitschrift für Assyriologie und Vorderasiatische Archaeologie).
La scrittura elamita è uno dei sistemi di scrittura più antichi del mondo, assieme al proto-cuneiforme in uso nella Mesopotamia e ai geroglifici degli Egizi; è la lingua del regno di Elam, estinta da circa duemila anni, ed è ritenuta isolata, poiché non parrebbe essere imparentata con altre lingue del ceppo indoeuropeo o con lingue semitiche (un isolamento che ha reso tutto più difficile).
C’è poi un’altra ragione per cui la decifrazione dell’Elamita lineare è importante.
“Fino a poco tempo fa sull’Iran avevamo solo le informazioni che ci venivano dalla vicina Mesopotamia, ovvero l’attuale Iraq. Naturalmente quando si parla dei vicini non si è mai oggettivi, si dice che sono cattivi, non civilizzati e cose del genere. Ora per la prima volta non abbiamo più solo un punto di vista esterno, ma un punto di vista interno all’Iran dell’epoca. E questo cambia completamente le cose. Da un punto di vista storico è una gran bella rivoluzione”.
Studiare il Medio Oriente, ovvero l’area compresa tra Turchia e India, è particolarmente importante secondo Desset, perché è qui che sono apparse per la prima volta, a partire da 12.000 anni fa, l’agricoltura, l’allevamento, la metallurgia, la scrittura, le prime città.
“Tutti i tratti che definiscono la civiltà provengono dal Medio Oriente. Il consenso attuale dice che i primi esempi di scrittura provengono dalla Mesopotamia (quindi Iraq) e risalgono al 3300 a.C. Ma una delle conseguenze della decifrazione dell’Elamita lineare è che abbiamo scoperto che nello stesso periodo fu creato un sistema di scrittura parallelo in Iran”.
Desset nota che sebbene l’evoluzione delle due scritture sia stata indipendente, sembra abbiano seguito un percorso analogo; è possibile quindi, secondo una sua ipotesi, che gli uni conoscessero qualcosa del sistema di scrittura degli altri.
Se dunque fino ad ora si pensava che prima fosse stata creata la scrittura mesopotamica e poi quella iraniana, Desset sostiene che i due sistemi fossero contemporanei: “Le due scritture non sono madre e figlia, sono sorelle. Questo cambia completamente la prospettiva sul fenomeno della scrittura nel Medio Oriente e sulla sua comprensione”.
Secondo il Professore Daniele Castrizio i bronzi sarebbero due biondi guerrieri del mito e farebbero parte di un più ampio gruppo scultoreo. Dalle ipotesi la ricostruzione in 3D.
I Bronzi di Riace farebbero parte di un gruppo statuario composto di diverse statue e rappresenterebbero i due guerrieri tebani Eteocle e Polinice. Non solo: dalle analisi effettuate sul materiale bronzeo e sull’argilla, sembra che le statue avessero i capelli biondi. Questa conclusione è stata possibile grazie ad una serie di prove e analisi delle percentuali di rame e stagno. Successivamente, gli studiosi hanno ricostruito l’ipotetico aspetto originario in 3D.
Queste interpretazioni sono state fatte da Daniele Castrizio, professore ordinario di Numismatica greca e romana all’Università di Messina e membro del comitato scientifico del MArRC, il Museo Archeologico di Reggio Calabria.
Dal confronto di fonti letterarie e iconografiche e dall’indagine scientifica sulle patine e l’argilla dei reperti, Castrizio è arrivato ad un’interessante conclusione. I Bronzi di Riace farebbero parte di un gruppo statuario che avrebbe rappresentato il momento subito precedente al duello fra Eteocle e Polinice. Questi sono i fratelli della mitica Antigone, la protagonista della tragedia di Eschilo I sette a Tebe, tragedia portata in scena per la prima volta ad Atene nel 467 a.C. Per Castrizio il cosiddetto “Bronzo A” altro non sarebbe che Polinice, il “Bronzo B”, invece, rappresenterebbe Eteocle. Lo studioso ricostruisce ipoteticamente i Bronzi ai lati di un gruppo scultoreo che vedeva al centro la loro madre Euryganeia, con le braccia allargate, nel tentativo di fermare il duello fratricida.
La ricostruzione del colore e la resa in 3D
Forti dei recenti studi, gli studiosi hanno ricostruito i Bronzi di Riace biondi, con pittura dorata sui capelli. Domenico Colella e Hada Koichi, due esperti nella fusione dei metalli, si sono occupati di questo, collaborando con il Professore Castrizio. In particolare, il professore Hada Koichi, dell’Università di Tokio, ipotizza che a seguito del restauro dei Bronzi nel I d.C., le statue siano state dipinte di nero, per non rendere visibili le alterazioni. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida rintracciata dal Professore Giovanni Buccolieri dell’Università del Salento. L’ingegnere Gabriele Candela, invece, ha lavorato sulla fotogrammetria, per poter visualizzare la ricostruzione 3D dei Bronzi completa della pittura e delle armi. Il lavoro sulla colorazione dei Bronzi è in mano a Saverio Autellitano, fotografo e grafico, che ha creato precisi modelli tridimensionali delle statue ricostruite.
Argos come luogo di produzione: l’argilla lo rileva
Il ritrovamento dei Bronzi di Riace ha avuto luogo nella Baia di Riace, in Calabria, nell’agosto del 1972. Numerosissimi sono gli studi effettuati sulle statue, ma ancora molti sono gli interrogativi a cui non è possibile dare una chiara risposta. Non si tratta solo di capire, in base all’analisi iconografica, i personaggi rappresentati, ma anche l’esatto luogo di produzione. Il Professor Massimo Vidale, docente presso l’Università di Padova, per tre volte ha analizzato la terra di fusione. Dopo la sicura esclusione dell’Italia Meridionale, sembra che il luogo di produzione sia Argos, nel Peloponneso greco. Le statue, dunque, proverrebbero dalla città di Argos e sembrerebbero collocarsi intorno alla metà del V secolo a.C., a poca distanza temporale l’una dall’altra. Massimo Vidale è ora sulle tracce delle cave da cui è stata presa l’argilla. Non solo: è molto probabile che le sculture bronzee siano creazioni provenienti dalla stessa bottega, ma fatte da maestranze diverse.
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