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NEWS | Khaled al-Asaad, il “guardiano” di Palmira può ora riposare in pace

Si attendono ancora i risultati del test del Dna, ma con ogni probabilità le spoglie rinvenute nella località di Kahlul, a est di Palmira, potrebbero appartenere a Khaled al-Asaad, archeologo siriano torturato e ucciso da un gruppo jihadista nel 2015. Assieme al suo, anche i resti di altri due corpi, l’annuncio dell’agenzia governativa siriana Sana.


La “sua” Palmira

Khaled al-Asaad si occupava della sposa del deserto a nord-est di Damasco sin dagli anni Sessanta del Novecento. Ed era a Palmira che aveva dedicato gli studi, la passione e, infine, la vita.

Si era occupato degli scavi archeologici e del museo dal 1963 al 2005, prima di diventare consigliere per gli affari culturali a Damasco. Numerosi i consulti da parte dell’Unesco e numerose le collaborazioni con gli archeologi italiani.
Ad ottobre del 2015 il presidente Mattarella lo aveva onorato con la dedica dell’area degli Arsenali della Repubblica di Pisa, allora appena restaurati. E n
ello stesso periodo l’Associazione Gariwo lo aveva dichiarato «giusto delle nazioni» al Giardino dei Giusti di Milano.

Il 18 Agosto del 2015

Nel pieno delle guerra civile siriana, lo stato Islamico avanzava e si abbatteva anche sui siti archeologici, seminando distruzione e la morte della memoria. Il 21 maggio 2015 l’ISIS (l’auto-proclamato Stato Islamico) dichiara la cattura di Palmira e del suo sito archeologico.

Tuttavia, prima dell’arrivo dei miliziani dello Stato islamico, al-Asaad aveva nascosto diversi reperti, i tesori romani di Palmira, per sottrarli alla barbarie jihadista. Ma come un guardiano, Khaled sceglieva di rimanere a presidiare la sua Palmira. Ad 82 anni è stato catturato e torturato per quattro settimane di fila, con lo scopo di ottenere informazioni sul nascondiglio dei reperti. Maamoun Abdulkarim, attuale direttore del Dipartimento delle Antichità e dei Musei della Siria, aveva dichiarato alla stampa che al-Asaad sarebbe stato ucciso per essersi rifiutato di rivelare ai miliziani dove fossero stati nascosti i tesori di Palmira.

Khaled, a più di ottant’anni, ha retto e sopportato le torture, non cedendo neppure un istante. Gli jihadisti, come estremo sfregio finale, lo uccisero proprio in uno dei luoghi più significativi per lui, l’anfiteatro romano di Palmira, di cui Khaled era stato direttore per tanti anni.

Ma la sua morte diventò ancora di più teatro dell’orrore perché venne decapitato in pubblica piazza. Il suo corpo fu appeso ad una colonna ed esposto come monito. Era il 18 agosto 2015 e pochi giorni dopo lo Stato Islamico avrebbe distrutto il tempio di Baal Shamin.

L’esplosione del tempio a Palmira (© SANA via Il Messaggero)
 
Il ritrovamento nel deserto

Da Damasco giunge la notizia che potrebbe essere suo il corpo rinvenuto, dopo quasi sei anni. Qualcuno lo aveva lo aveva trascinato in mezzo al deserto dopo l’esecuzione.

Si attendono dunque i risultati del Dna, per poter dare almeno una degna sepoltura ad un uomo il cui onore e il cui amore verso il passato culturale, verso la memoria della civiltà umana significavano più della vita stessa.

Conoscere il passato ci aiuta a crescere. Ignorarlo ci fa restare per sempre bambini – era solito ripetere Khaled al-Asaad

 

Pur avendo sempre fatto parte della classe dirigente siriana per il ruolo e la posizione ricoperte, il suo brutale assassinio aveva suscitato il dispiacere e la condanna di ogni componente della società, sia dei lealisti pro-regime, sia degli oppositori.

Pietra commemorativa al Giardino dei Giusti di Milano (© Associazione Gariwo)
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NEWS | Alessandria, tra scoperte archeologiche e mummie con la lingua d’oro

La missione egiziano-dominicana dell’Università di Santo Domingo, sotto la direzione della dott.ssa Kathleen Martinez, ha riportato alla luce 16 sepolture di oltre 2000 anni. Queste si presentano scolpite nelle pareti rocciose e, quindi,  tipiche del periodo greco-romano. La scoperta è avvenuta nei pressi del tempio di Taposiris Magna (città fondata da Tolomeo II tra il 280 e il 270 a.C. circa), non lontano da Alessandria.

Una delle maschere funerarie del recente ritrovamento (© Ministero delle Antichità egiziano)

Le sepolture presentano un certo numero di mummie, tutte in cattivo stato di conservazione, che evidenziano le caratteristiche di mummificazione d’epoca greca e romana.
Sono stati rinvenuti resti di cartonnage dorato (maschere funerarie realizzate alternando strati di lino e papiri, stuccati e dipinti), oltre ad amuleti in lamina d’oro. Tra questi spicca il ritrovamento di una mummia con una lingua in lamina d’oro in bocca. Si suppone potesse far parte di uno specifico rituale funerario che garantisse al defunto la capacità di parlare nell’aldilà, di fronte alla corte di Osiride, signore dell’oltretomba e giudice dei defunti.

Mummia con lingua in lamina d’oro (© Ministero delle Antichità egiziano)

La dottoressa Kathleen Martinez ha spiegato che tra le mummie ce ne sono due che presentano frammenti di papiri e resti  di cartonnage. Su una sono evidenti resti di decorazioni dorate che rimandano al dio Osiride. L’altra mummia indossa la corona Atef, decorata con corna, e il serpente cobra sulla fronte. Sul petto di quest’ultima sono stati rinvenuti i resti dorati di una, verosimilmente, ampia collana da cui pende un amuleto a forma di testa di falco, simbolo del dio Horus.

Una missione ricca di scoperte

Il dottor Khaled Abu Al-Hamd, direttore generale dell’Alexandria Antiquities, ha affermato che durante questa campagna di scavo la missione ha rinvenuto diversi reperti archeologici. Tra questi vi sono: la maschera funeraria femminile, otto lamine d’oro che rappresentano le foglie di un ghirlanda e otto maschere di marmo risalenti all’epoca greco-romana. Le maschere mostrano un’elevata precisione nella scultura e nella raffigurazione delle caratteristiche dei proprietari.

Maschere marmoree (© Ministero delle Antichità egiziano)

Alcuni rinvenimenti si trovano già al Museo Nazionale di Alessandria, altri, invece, sono ancora nel magazzino di el-Hawaria, ad Alessandria occidentale.

Uno dei frammenti scultorei della recente scoperta (© Ministero delle Antichità egiziano)

Vale la pena notare che negli ultimi dieci anni la missione ha scoperto un importante gruppo di reperti archeologici che hanno cambiato la percezione del tempio di Taposiris Magna. Dall’interno delle mura del tempio, infatti, provengono alcune monete recanti il ​​nome e l’immagine della regina Cleopatra VII. Oltre a questi, diversi frammenti scultorei di statue che si pensa ornassero i giardini del tempio. Inoltre, le missioni precedenti, avevano rivelato i pannelli di fondazione del tempio, che ne dimostravano la costruzione al tempo del re Tolomeo IV (regnante dal 222 al 204 a.C. circa).

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NEWS | Scoperte sepolture dell’antica Stabiae: la storia post eruzione

Durante i lavori di ristrutturazione di Palazzo Farnese (NA), a pochi metri dall’atrio, è riemersa la storia post eruzione con delle sepolture. Ci troviamo a Castellammare di Stabia (NA) dove, al di sotto della pavimentazione della sede comunale, sono riaffiorate delle tombe probabilmente appartenenti agli abitanti che ripopolarono l’antica Stabiae

Grazie a queste nuove scoperte, gli studiosi potranno ricostruire la storia del territorio di Stabia, ripopolato dai Romani dopo l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., e dei suoi nuovi antichi abitanti. Nelle zone limitrofe è già nota una necropoli alla quale potrebbero ricollegarsi almeno tre sepolture. 

“Le operazioni di scavo confermano ancora una volta quanto il nostro territorio sia ricco di bellezza e di Storia; come già aveva intuito Libero d’Orsi e testimoniato il Museo Archeologico di Palazzo Reale di Quisisana a lui dedicato” – commenta su Facebook di Gaetano Cimmino, sindaco di Castellammare (NA).

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NEWS | UNICT per la Memoria, chi erano i deportati siciliani

Anche l’Università di Catania dà il suo contributo alla celebrazione del Giorno della Memoria in questo 2021 segnato dalla tremenda pandemia.  Un video-omaggio dell’ateneo catanese – dal titolo Deportati politici nei campi di sterminio nazisti – curato dallo storico Rosario Mangiameli; si aggiungono le letture di Domenico Gennaro e Ezio Donato con cui si propongono brani tratti dalle memorie di Antonino Garufi, Nunzio Di Francesco, Carmelo Salanitro, deportati siciliani non ebrei, bensì “politici”. Un contributo realizzato da Zammù TV, la web tv dell’Università di Catania, con il commento musicale curato da Riccardo Insolia e in collaborazione con la Società di Storia Patria per la Sicilia orientale.

Deportati siciliani, nomi e storie

Tre storie di deportati siciliani che, come spiega Rosario Mangiameli, come gli altri, «erano nella totalità deportati politici, militari in servizio in Nord Italia e in quelle che erano state le zone d’occupazione italiana passati alla Resistenza e catturati come partigiani». 

«L’Università di Catania ha da molto tempo posto l’attenzione a questa complessità, fin dai primi anni Novanta, quando furono pubblicati libri come quello di Antonino Garufi, “Diario di un deportato”, o quello di Nunzio Di Francesco, “Il costo della libertà” – aggiunge il prof. Mangiameli -. Nel 1996 l’ateneo catanese ospitò al Palazzo centrale la mostra “La libération des camps et le retour des déportés” approntata dall’Università di Versailles Saint Quentin-en-Yvelines. Contestualmente fu avviata un’indagine sui deportati siciliani che portò a un primo censimento e alla ricostruzione delle storie di 761 deportati siciliani».

«In video anche un breve ricordo di Carmelo Salanitro, la cui storia di deportazione è singolare – aggiunge lo storico -. Era un docente di latino e greco al Liceo Cutelli di Catania, un cattolico pacifista che sentì il dovere di opporsi alla guerra nel 1940. Una volta scoperto, fu condannato a 18 anni di reclusione dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato e poi consegnato ai tedeschi dopo l’8 settembre. Cominciò così una peregrinazione nei campi di sterminio fino al 24 aprile 1945, quando fu avviato alla camera a gas del lager di Mauthausen»

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NEWS | REDRASK, l’app che rende i templi egizi dei puzzle 3D

Il Virtual Heritage Lab dell’ISPC e il Dipartimento Architettura e Design del Politecnico di Torino mettono online l’applicazione REDRASK – Beit el Wali, un puzzle 3D che permette di esplorare l’antico tempio nubiano di Beit el-Wali. E’ possibile esplorarlo da un qualsiasi dispositivo mobile, ricollocando al proprio posto alcuni frammenti dei disegni di una litografia del 1800 relativa al tempio.

Il puzzle 3D di “Ritorno al futuro”

Lo sviluppo dell’applicazione rientra all’interno del progetto di ricerca B.A.C.K. TO T.H.E. F.U.T.U.RE. – BIM Acquisition as Cultural Key TO Transfer Heritage of ancient Egypt For many Uses To many Users REplayed.

Il progetto, realizzato dal Dipartimento di Architettura e Design del Politecnico di Torino, ha vinto il bando “Metti in rete la tua idea di ricerca”, promosso da Compagnia di San Paolo e Politecnico di Torino. Il progetto che ha portato alla realizzazione del puzzle 3D ha coinvolto l’Università di Salamanca in Avila (Spagna) e la Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.

Le istituzioni culturali europee possiedono un incredibile patrimonio tangibile, che spesso non può essere presentato al pubblico per motivi differenti, di spazio, di conservazione o per scelte espositive. L’obiettivo principale di B.A.C.K. TO T.H.E. F.U.T.U.R.E. è stato quello di rendere accessibili copie di artefatti che sono parte di collezioni museali ‘nascoste’, inserendole in un contesto virtuale e rendendole fruibili permanentemente non solo dagli studiosi ma anche da un pubblico più ampio. Il progetto ha pertanto definito una nuova metodologia in cui gli strumenti BIM (Building Information Modelling) sono stati utilizzati in maniera non convenzionale. Sono stati realizzati modelli 3D informati, per studiare e presentare gli oggetti museali e il patrimonio documentario. La metodologia è stata sviluppata e sperimentata su una collezione di 15 modelli architettonici lignei di inizio Ottocento, parte della collezione del Museo Egizio di Torino.

Il tempio di Beit el-Wali

Il sito di Beit el-Wali ospitava un piccolo tempio dell’epoca di Ramesse II, scavato nella roccia e dedicato ad Amon. Questo ha un cortile decorato da raffigurazioni di scene militari, che descrivono le campagne di Ramesse II contro la Libia, le terre asiatiche, l’Etiopia e Kush. Durante la successiva era copta, però, il tempio venne trasformato in luogo di culto cristiano. In origine era abbellito con colori sgargianti; alcuni calchi sono ora esposti presso il British Museum.

Dipinto dal Tempio di Beit el-Wali (calco in gesso), esposto al British Museum (© Wikimedia Commons)

Il tempio fu preservato dalle inondazioni del Lago Nasser da un team di archeologi polacchi, il cui lavoro fu finanziato dal Oriental Institute of Chicago/Swiss Institute of Cairo Project. Attualmente si trova ad Assuan, nei pressi del tempio di Kalabsha, a sud dell’Alta Diga.

I modelli 3D dei templi dell’Antico Egitto e della Nubia
Mappa interattiva basata su un disegno di J.J. Rimbaud

Nel sito web del progetto, oltre al puzzle 3D, è anche possibile esplorare i modelli 3D della collezione di maquettes del Museo Egizio.

Le maquettes, fabbricate in Egitto nell’Ottocento, rappresentano in miniatura monumenti dell’Egitto e della Nubia: templi, portali e un obelisco. La loro posizione lungo il fiume Nilo è segnata su una carta interattiva: i segnaposto blu indicano i monumenti spostati in altre parti dell’Egitto, mentre quelli colorati di giallo i templi rilocati in altri continenti.

La collezione del Museo Egizio di Torino

La collezione di modellini in legno si trova per lo più nei depositi del museo e solo in parte esposta. La serie comprende 14 templi e parti di essi (portali, propilei) e un obelisco. I modelli dei templi di Beit el-Wali, Tafa South e una parte del tempio di Dakka sono in mostra nella sala del tempio di Ellesiya/Sala Nubiana.

Queste riproduzioni di antiche architetture templari arrivarono a Torino alla fine del 1823, insieme ad altri oggetti raccolti da Bernardino Drovetti – all’epoca console generale di Francia in Egitto – durante la sua spedizione in Egitto e Nubia. Inizialmente, i modelli erano esposti nelle sale al piano terra del museo; successivamente, subirono molti spostamenti all’interno dello stesso negli anni a seguire. Infine, raggiunsero il loro recente alloggiamento nei depositi.

Ogni modello dà idea dell’architettura e delle proporzioni dei monumenti egizi rappresentati. I modelli, insieme ai molti disegni prodotti da J.J. Rifaud – scultore che accompagnò Drovetti nella spedizione – contribuiscono alla documentazione di un patrimonio in parte scomparso nella seconda metà del Novecento.

Alcuni di questi monumenti, infatti, subirono uno spostamento a seguito della ‘Campagna Internazionale UNESCO per il salvataggio dei templi della Nubia’ durante gli anni Sessanta del secolo scorso.

Lettere e documenti preziosi aiutano i ricercatori nella ricostruzione

Numerosi dettagli riguardanti le vicende della collezione e la sua composizione sono rimasti argomento di discussione a lungo e la paternità dei modelli è ancora da definire con certezza. Molti gli studi a riguardo, che forniscono indizi per l’attribuzione ad artisti diversi, fra i quali l’architetto Franz Christian Gau e lo scultore Jean-Jacques Rifaud.

Le indagini degli studiosi di B.A.C.K. TO. T.H.E. F.U.T.U.R.E. hanno portato al ritrovamento di alcuni documenti. In particolare, una lettera, scritta da Rifaud e mai inviata a Bernardino Drovetti, riporta […] avendomi ordinato di fare dalla prima fino alla seconda cataratta tutti i templi che si trovano a est e a ovest delle due rive […] e cita Torino come destinazione della collezione. Se Drovetti commissionò il lavoro a Rifaud, nel documento si parla anche di un altro artista, probabilmente incaricato dallo stesso scultore, per l’esecuzione dei modelli.

Restiamo, dunque, col fiato sospeso, aspettando di conoscere nuovi pezzi del puzzle che va a comporre la storia dell’Antico Egitto…

Articolo a cura di Giorgia Greco

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NEWS | Il “flagello di Dio” fermato dalla malaria

Tracce di malaria sulle ossa di neonati del V secolo d.C. potrebbero spiegare perché Attila e i suoi uomini tornarono indietro invece di avanzare verso Roma.

Lugnano in Teverina (Terni), 450-452 d.C. circa

Nei magazzini, ormai in disuso, di una villa romana d’età augustea sorge un cimitero. 58 corpicini, appartenenti a feti abortivi o a neonati con pochissimi mesi di vita, vengono sepolti quasi simultaneamente. Negli stessi anni, Attila, vicinissimo a conquistare Roma, sulle rive del Po decide di rinunciare all’impresa e tornare indietro verso il Danubio. Riguardo alla decisione di Attila, tante sono le ipotesi ma nessuna risposta soddisfacente a spiegarne le motivazioni. Che il Flagello di Dio abbia avuto paura di un altro flagello che stava già seminando “terremoto e terrore” in Europa?

Operazioni di scavo nella villa di I secolo d.C. di Poggio Gramignano (TR)

La risposta potrebbero rivelarla proprio le ossa di quei corpicini scoperti nell’insediamento di Poggio Gramignano, a 5 km da Lugnano in Teverina.

L’epidemia di malaria che potrebbe aver fermato Attila

L’area cimiteriale infantile di Poggio Gramignano, risalente a metà del V secolo d.C., fu allestita probabilmente dopo un’epidemia di malaria. Tale circostanza è avvalorata dall’analisi del Dna eseguita su un frammento osseo di uno degli scheletri rinvenuti. Sono ancora in corso le analisi di altri 11 soggetti, il cui risultato, se confermato, potrebbe suffragare la tesi dell’epidemia, sostenendo ulteriormente le ipotesi sul ruolo attivo che la malaria avrebbe avuto nel proteggere l’impero dall’avanzata degli Unni, spingendo nel 452 d.C. Attila a ritirarsi, rinunciando di fatto ad avanzare su Roma.

Una collaborazione internazionale a Poggio Gramignano

Lo studio dell’area cimiteriale è frutto di una collaborazione internazionale tra Soprintendenza dell’Umbria, Università dell’Arizona, Yale University, Stanford University e il Comune di Lugnano in Teverina.

Uno degli scheletri infantili provenienti da Poggio Gramignano (TR)

Tra gli obiettivi della ricerca – spiegano l’archeologo italiano Roberto Montagnetti e il collega David Pickel – c’è infatti quello di “far luce sull’effettiva portata, intensità e durata che questa epidemia può aver avuto e quanto essa possa aver inciso sulla storia delle popolazioni tardo-antiche altomedievali dell’Italia centrale”.

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NEWS | Cosa si nasconde tra le monete restituite a Paestum?

Sotto il manto del segreto confessionale, una persona anonima ha fatto recapitare, tramite il sacerdote confessore di una parrocchia del territorio, una busta con più di 200 monete antiche al Parco Archeologico di Paestum (SA), chiedendo di consegnarle personalmente al direttore Gabriel Zuchtriegel. È l’ultima di una serie di restituzioni da parte di persone che, mosse dal rimorso di aver commesso un atto dannoso per il patrimonio, hanno deciso di riconsegnare quanto sottratto in maniera illegittima alla conoscenza e alla fruizione pubblica.

Come ha rivelato una prima analisi dei materiali da parte del Professor Federico Carbone, numismatico dell’Università di Salerno, tra gli originali antichi si nascondevano anche una serie di falsi, realizzati in maniera più o meno professionale:

Di 208 reperti numismatici – osserva Carbone – 7 sono falsi, mentre dei 201 originali 5 sono in argento, una medaglietta è in alluminio e tutti gli altri sono in lega di rame. Tra le monete si distinguono due insiemi piuttosto omogenei. Il primo è rappresentato dai bronzi della zecca di Paestum (soprattutto esemplari dal III sec. a.C. e fino all’età augustea), il secondo è composto da follis e frazioni di follis compresi tra la metà e la fine del IV sec. a.C. Non mancano alcuni bronzetti di Poseidonia, di Velia e di media età imperiale. Soltanto un paio sono moderne. Un buon numero – sempre riferibili a queste stesse serie – risulta illeggibile a causa dello scarso grado di conservazione. Inoltre, 45 esemplari potrebbero restituire maggiori informazioni a seguito di interventi di pulizia. La composizione del nucleo, quindi, rispecchia grosso modo quanto generalmente si rinviene nel territorio pestano.”

monete
Le monete restituite a Paestum
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NEWS | Sarcofagi, papiri e un tempio funerario: nuovi rinvenimenti a Saqqara

Il dottor Mustafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità egiziano, ha dichiarato che una nuova importante scoperta archeologica interessa la necropoli di Saqqara. La vasta area ospita più di una dozzina di piramidi ed è una necropoli dell’antica capitale egiziana di Menfi, a circa 30 km a sud del Cairo. La scoperta è stata possibile grazie alla missione egiziana congiunta tra il Consiglio Supremo delle Antichità ed il Centro Zahi Hawass per l’Egittologia presso la Biblioteca di Alessandria, che opera nell’area delle antichità di Saqqara vicino alla piramide di Teti.

Operai della missione a lavoro (© Ministero delle Antichità egiziano)

Ed è proprio nei pressi della sepoltura del sovrano della VI Dinastia (Antico Regno) che sono stati riportati alla luce sarcofagi, resti umani (sia all’interno sia all’esterno dei sarcofagi), un importante papiro lungo circa 4 metri e un tempio funerario dedicato a Nearit, una delle spose di Teti. I rinvenimenti risalgono all’Antico Regno, al Nuovo Regno e all’Epoca Tarda, i periodi di maggiore frequentazione dell’area funeraria di Saqqara.

Resti antropici e stuoie rinvenuti all’interno dei pozzi funerari (© The Sun)
Un nuovo tesoro

Il Ministero delle Antichità egiziano, che ha annunciato il nuovo rinvenimento, lo definisce come un eccezionale ritrovamento di un nuovo tesoro.

Il dott. Zahi Hawass ha affermato che la missione ha trovato il tempio funerario della regina Nearit (o Naarat), una delle spose di Teti. Già le missioni precedenti avevano individuato parte della struttura templare, realizzata in pietra. Adesso si procede a mettere in luce l’intero edificio. Nei pressi del lato sud-orientale del tempio sono presenti anche tre magazzini, realizzati con mattoni e fango, necessari alla conservazione delle offerte e degli strumenti utili a svolgere i rituali. Inoltre, sono stati trovati 52 pozzi funerari, di profondità compresa tra 10 e 12 metri, all’interno dei quali si trovavano più di 50 sarcofagi lignei, datati al Nuovo Regno.

Uno dei sarcofagi rinvenuti (© Ministero delle Antichità egiziano)

I sarcofagi sono antropoidi (a forma umana) e sono interamente decorati. Ognuno presenta sia motivi decorativi, con le figure divine legate al culto funerario, sia alcune formule funerarie (Testi dei Sarcofagi) che aiutano il defunto nel suo viaggio nell’aldilà. Secondo quanto riportato nel comunicato del Ministero delle Antichità egiziano, i ricercatori ritengono che queste sepolture facessero parte del culto di Teti divinizzato, culto che si è sviluppato dopo la morte del sovrano. Sembra che il culto sia rimasto attivo per più di un millennio.

Alcuni dei sarcofagi rinvenuti (© The Sun)
 
Il contenuto dei pozzi funerari

L’interno dei pozzi presenta un gran numero di manufatti archeologici e statuette di divinità. Ma è una scoperta unica ad attirare maggiormente l’attenzione: un papiro lungo fino a quattro metri e largo un metro, su cui è presente il capitolo XVII del Libro dei Morti e che reca il nome del proprietario, Pukhaef (pw-ka-f, “è il suo ka“).

Il papiro rinvenuto frammentato (© Ministero delle Antichità egiziano)

Lo stesso nome è presente su quattro statue di shabti.

In più, sono presenti diverse maschere funerarie di legno, oltre a molti giochi che il defunto avrebbe usato nell’aldilà, come il gioco della senet, paragonabile agli odierni scacchi.

Il gioco senet (© Ministero delle Antichità egiziano)

Sono stati trovati anche manufatti che rappresentano uccelli (come l’oca), un’ascia di bronzo, che indica che il suo proprietario era uno dei capi dell’esercito nel Nuovo Regno, e molte pitture parietali con scene del defunto e di sua moglie.

Uno dei più belli è una stele funeraria in pietra calcarea, in buono stato di conservazione, databile alla XIX Dinastia. Su di essa è raffigurato il defunto di nome Khu-Ptah, sovrintendente del carro reale, insieme alla moglie Mwtemwia. La parte superiore raffigura il defunto e la moglie in atto devozionale di fronte al dio Osiride, mentre la parte inferiore raffigura la coppia di fronte ai loro sei figli disposti, per genere, su due file.

Stele funeraria (© Ministero delle Antichità egiziano)

Sono state trovate anche ingenti quantità di ceramiche risalenti al Nuovo Regno, comprese ceramiche che stabiliscono relazioni commerciali dell’Egitto con Creta, Siria e Palestina.

Ceramica rinvenuta (© The Sun)
 
Le mummie

La missione ha già studiato la mummia di una donna che è risultata essere affetta da una malattia nota come “febbre mediterranea”. La malattia, cronica, proviene dal contatto diretto con gli animali e porta ad un ascesso epatico. Inoltre, il dott. Sahar Selim, professore di radiologia al Qasr al-Aini, ha effettuato gli studi necessari sulle mummie scoperte, tra cui la mummia di un bambino, determinandone le cause di morte e l’età.

Ricercatori a lavoro (© Photo Nariman El-Mofty)
 
L’importanza della scoperta

Il dott. Zahi Hawass ha affermato che questa è già una delle scoperte archeologiche più importanti dell’anno. Saqqara si conferma importante destinazione culturale e turistica. Secondo Hawass, la scoperta riscriverà la storia di Saqqara durante il Nuovo Regno, oltre a confermare l’importanza del culto di Teti durante la XIX Dinastia.

 

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NEWS | Trieste, la spettacolare ricostruzione del triceratopo “Big John”

A Triste arriva “Big John”, uno scheletro di triceratopo proveniente da un giacimento fossilifero degli Stati Uniti. Il dinosauro viene a far visita al Bel Paese, ancora custodito negli speciali imballaggi di bende gessate, accolto dalle sapienti mani dei paleontologi triestini della Zoic. La ditta triestina costituisce un’eccellenza mondiale nell’ambito della paleontologia, specializzata nell’estrazione e lavorazione dei resti fossili, anche di notevoli proporzioni.

Chi non conosce il triceratopo, con le caratteristiche corna sul muso e la testa corazzata? Sicuramente il più famoso tra i “dinosauri cornuti”, è una specie tipica dell’attuale Nord America, risalente al Cretaceo superiore (tra i 68 e i 95 milioni di anni fa).

Ricostruzione di triceratopo

Il nome, attribuito all’esemplare in questione, nasce dalle sue dimensioni, impressionanti per la specie: il cranio misura oltre due metri e mezzo di lunghezza per quasi due metri di larghezza.

Una “rinascita” visibile online

L’estrazione e la preparazione del “bestione” doveva essere la novità natalizia per tutti gli amanti di questi antichi fossili. In un entusiasmante work in progess, allestito nel nuovo showroom acquisito dalla Zoic in via Flavia a Triste, il pubblico avrebbe dovuto assistere alla sua “rinascita”. Nonostante le restrizioni alle attività dal vivo, sarà comunque possibile seguire online le varie fasi del processo. Da oggi sarà messa in linea una serie di video sui canali social della ditta (Youtube, Facebook e Instagram); qui, passo dopo passo, si documenterà l’apertura delle protezioni, lo scavo, la pulizia delle ossa ed il restauro delle parti mancanti. Lo scopo è di far conoscere le tecniche di estrazione di fossili complessi, del come vengono scavati e, quindi, lavorati, prima di prendere nuovamente forma con il montaggio finale. In questo caso, si vedrà ricomparire uno dei dinosauri più iconici che abbiano mai popolato il nostro pianeta.

Estrazione dei pezzi del triceratopo Big John dall’imballaggio in gesso
Una spettacolare anticipazione della sede espositiva

L’auspicio del team triestino della Zoic è accompagnare il pubblico, con aggiornamenti periodici, attraverso questo eccezionale viaggio di riscoperta, scandendo le fasi più delicate e spettacolari della lavorazione e del montaggio dell’enorme reperto, fino ad arrivare in primavera alla possibilità di aprire le porte della nuova sede espositiva per far godere da vicino dell’enorme triceratopo. Il grande dinosauro, una volta restaurato, farà tappa al sito paleontologico Villaggio del Pescatore di Duino Aurisina (TS), dove sarà visibile per un certo periodo.

Vogliamo offrire a Trieste un altro spettacolo indimenticabile – spiega il titolare della Zoic Flavio Bacchia – da sempre siamo impegnati a condividere con gli appassionati, o i semplici curiosi, la nostra peculiare attività e speriamo che anche questa volta ci sarà modo di mostrare il lavoro finito prima che “Big John” s’incammini per la sua destinazione finale, che con ogni probabilità sarà qualche famoso museo internazionale.

Flavio Bacchia e il triceratopo Big John
La Zoic, unica realtà italiana di eccellenza mondiale in ambito paleontologico

Al gruppo di paleontologi della Zoic, unica realtà italiana che vanta un’esperienza ormai riconosciuta a livello internazionale – dal Canada all’Australia, fino alla Russia, il Giappone e, naturalmente, l’Europa – si deve il restauro di molti degli esemplari custoditi in diverse collezioni, sia pubbliche che private, di tutto il mondo. Della Zoic Srl c’è “Bruno“, il più completo dinosauro mai rinvenuto in Italia, orgoglio del Villaggio del Pescatore. Poi quest’autunno la Zoic ha restaurato “Big Sara“, allosauro di 10 metri di lunghezza. Adesso, è toccato al triceratopo “Big John” rinascere dal tempo profondo.

La Zoic al lavoro sullo scheletro del triceratopo Big John

Articolo a cura di Ilda Faiella

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NEWS | Resti romani dell’antica Brixia tornano alla luce

La scoperta

Durante gli scavi eseguiti per la rete fognaria e i sottoservizi di Via Milano a Brescia sono tornati alla luce alcuni resti romani dell’antica Brixia. Si tratta di due pietre miliari con iscrizione, una colonna (anch’essa iscritta), dell’altezza di 2 metri e mezzo, e un altare. Le attività sono state coordinate da Serena Solano, archeologa della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia.

Una delle due pietre miliari riferisce la distanza di 2 miglia, che corrisponde all’incirca ai 2,8 km dal punto di scoperta alla zona dell’antico Foro Romano. Le pietre miliari già esposte al Complesso Museale in Santa Giulia non hanno una provenienza urbana e, dunque, si tratta delle prime pietre così vicine alla città.

La colonna rinvenuta
La colonna rinvenuta
La Brescia romana

La città di Brescia presenta molti resti archeologici. In età romana Brixia si presentava come uno dei centri più importanti dell’Italia settentrionale. Di particolare bellezza è il Santuario di età repubblicana, datato al I sec. a.C. Si tratta di un grande complesso cultuale, costituito da quattro tempietti rettangolari, posti su alto podio e separati da intercapedini coperte.

La decorazione delle pareti rimembra quello che August Mau – archeologo tedesco vissuto tra il 1840 e il 1909 – definì II stile. Si tratta di una decorazione pittorica parietale, detta anche “architettonica”, che raffigura edifici e li realizza con un tratto pittorico dalla sensibilità prospettica. Le pitture imitano i rilievi architettonici e le pareti sembrano aprirsi verso l’esterno, con l’effetto di sfondato. Nelle pareti bresciane, in particolar modo, colpiscono la riproduzione di drappi e l’imitazione pittorica del marmo.

Decorazione Santuario Brescia
Decorazione parietale del Santuario repubblicano

Vanno rimembrati il Capitolium, il Teatro, che si trovava vicino al centro cittadino, e i resti del decumano massimo, su cui oggi insiste la via dei Musei. Dal 1998 tutta quest’area è stata il fulcro di un progetto di recupero che si inserisce nell’ottica della completa fruizione pubblica.

Area archeologica del Capitolium
Area archeologica del Capitolium