Ritorna a Civita lo spettacolo delle Vallje, evento clou della Pasqua delle comunità albanesi di Calabria.
Le leggenda delle Vallje
Tra le più suggestive espressioni della cultura popolare delle comunità calabresi troviamo le Vallje. Queste rievocano la vittoria dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skenderbeg contro i Turchi Ottomani, avvenuta il martedì di Pasqua dell’aprile 1467. Si tratta di armoniose danze circolari eseguite da uomini e donne in abiti tradizionali (llambadhor), che esprimono il senso di vittoria e liberazione del popolo.
La danza
I danzatori si dispongono in catene a semicerchio, tenendosi legati gli uni agli altri con le mani o per mezzo di fazzoletti. Successivamente si lasciano guidare da due particolari figure poste all’estremità, i flamurtare o portabandiera. Il gruppo procede in fila, lentamente, a volte con evoluzioni rapide e improvvise che rievocano le tattiche militari di Skenderberg. La danza è accompagnata da canti tradizionali in cui gli uomini rievocano le gesta dell’eroe nazionale durante la battaglia di Kruja. Viceversa le donne, la struggente storia di Konstantini e Jurendina. A un certo punto, un flamurar chiude il cerchio, imprigionando un non albanese al suo interno, che potrà essere liberato solo dietro il pagamento di un riscatto, di solito una lauta bevuta. Sarà poi ringraziato con i seguenti versi:
Nel pieno delle guerra civile siriana, l’avanzata islamica si abbatteva anche sui siti archeologici, seminando morte e distruzione della memoria storica. Il 21 maggio 2015 l’ISIS (l’auto-proclamato Stato Islamico) dichiara la cattura della città Palmira e del suo sito archeologico.
Nei primi mesi del 2015, la Siria vede l’avanzata dello Stato Islamico pronto a conquistare e distruggere quanto riusciva a trovare sulla sua strada. Il 21 maggio 2015 l’ISIS arriva, così, a Palmira, la Sposa del Deserto, città siriana ricca di cultura e memoria storica
Importante snodo carovaniero, dal 19 d.C. Palmira diventava provincia romana. La città raggiunse infatti il suo momento di massima importanza commerciale tra il I e il III sec. d.C., divenendo, seppur per breve tempo, capitale del Regno Indipendente di Palmira, durante il governo della regina Zenobia (seconda metà del III sec. d.C.). Dal IV secolo iniziarono via via a diradarsi le notizie sulla città. Nel 634, Palmira venne conquistata dagli arabi di Khalid ibn al-Walid, detto “la spada dell’Islam”.
Arco monumentale di Settimio Severo, prima della distruzione dello Stato Islamico (immagine via Storica National Geographic)
Quando, nel maggio del 2015, lo stato islamico occupava la città, lo faceva con tutte le intenzioni di depredare e distruggere il più possibile la storia e la cultura della città. Già il 23 maggio 2015, lo Stato Islamico operava la distruzione della statua colossale del Leone di Al-lāt, proveniente dall’omonimo tempio dedicato alla divinità pre-islamica. Nei mesi seguenti, tra violente lotte e riconquiste da parte del popolo siriano, l’ISIS distruggerà un gran numero di luoghi storici: tra gli altri, il tempio di Baal Shamin (I se. d.C.), il tempio di Baal (I sec. d.C.), l’Arco monumentale di Settimio Severo, il Museo di Palmira e il Teatro Romano.
I resti dell’Arco di Settimio Severo (Credit Maher Al Mounes – AFP – Getty Images)
I resti del Tempio di Baal (Credit Maher Al Mounes – AFP – Getty Images)
Museo di Palmira distrutto dall’ISIS (SANA via AP)
La morte della memoria
Prima dell’arrivo dei miliziani dello Stato Islamico, l’archeologo siriano Khaled al-Asaad, aveva nascosto diversi reperti, i tesori romani di Palmira, per sottrarli alla barbarie jihadista. A 82 anni era stato catturato e torturato per quattro settimane di fila, con lo scopo di ottenere informazioni sul nascondiglio dei reperti. La sua morte avvenne per decapitazione proprio in uno dei luoghi della memoria di cui al-Asaad era stato direttore e custode, l’anfiteatro Romano, profanato dalla barbarie dello Stato Islamico. Questo luogo era stato scelto dai miliziani dell’ISIS come luogo delle pubbliche esecuzioni. Un forte messaggio da parte degli jihadisti, il massimo sfregio alla cultura e alla storia, la distruzione della memoria del passato: di fronte allo Stato Islamico, neppure la storia si sarebbe salvata.
L’anfiteatro romano di Palmira usato come luogo delle esecuzioni da parte dell’ISIS (immagine via English Al Arabiya)
(Immagine di copertina via ISPI, Istituto per Studi di Politica Internazionale)
Il 20 maggio del 325 d.C. il mondo dovette fermarsi. Era iniziato il Concilio di Nicea, un evento che, in un modo o nell’altro, avrebbe plasmato il futuro dell’umanità intera. Non è, infatti, sbagliato affermare come le scelte fatte in quell’occasione abbiano poi influenzato la storia sino ai nostri giorni. Decreti e dogmi che ancora condizionano la nostra vita, tanto nel sentito religioso quanto nella politica.
Icona di Cristo del tipo Pantocrator (Χριστός Παντοκράτωρ)
Preservare la pace
Grazie all’imperatore Costantino il Cristianesimo passò dall’essere un sussurro diffuso ad un vero e proprio culto religioso manifesto (clicca qui per La diffusione del Cristianesimo in Sicilia). Comparvero così le prime chiese cristiane, fuori e addirittura dentro le mura cittadine. Eppure, in soli 20 anni, si arrivò ad una tale confusione, e anche a tali divergenze in seno alla chiesa stessa, che l’imperatore dovette nuovamente intervenire per plasmare la storia. Venne, quindi, organizzato un concilio nella città di Nicea, in Bitinia, nel 325 d.C. In particolare, fu la natura di Cristo a motivare l’incontro dei 220 vescovi intervenuti in quell’occasione, un argomento di tale portata da poter sbriciolare l’impero stesso.
Diffusione del cristianesimo nel III sec. d.C.
Un nuovo mondo, fatto di dogmi ed eretici
Quanto deciso dal Concilio di Nicea servì per dar nuova struttura ad uno stato sempre più influenzato dai valori cristiani. Troppi, in effetti. Il Concilio rifiutò con forza l’interpretazione ariana della Trinità che, in particolare, considerava Gesù in maniera subalterna rispetto a Dio: solo una creazione priva della stessa sostanza del Padre. Inoltre, venne decretato come miracoloso il concepimento di Gesù da parte di Maria, quindi non carnale, per opera dello Spirito Santo. Si stabilì, pertanto, un dogma, cioè una verità imposta che avrebbe determinato la fede di lì in avanti. Venne poi riorganizzata la struttura della Chiesa stessa, ad esempio affermando l’autorità dei vescovi di Roma ed Alessandria sugli altri. Eppure, stando alle fonti, il Concilio di Nicea finì per essere un fuoco di paglia. In breve, i movimenti eretici ripresero forza, accompagnando l’impero nella sua progressiva trasformazione.
Ario condannato dal Concilio di Nicea, icona proveniente dal monastero di Mégalo Metéoron, Grecia.
«L'archeologia si dedica alla ricerca dei fatti, non della verità. Se vi interessa la verità, l'aula di filosofia del professor Tyre è in fondo al corridoio».
Con queste parole dal film Indiana Jones e l’ultima crociata, che dovrete tenere a mente, iniziamo questo approfondimento sul nazismo di Hitler: il nazismo esoterico e la ricerca di oggetti come il Sacro Graal o la Lancia di Longino, secondo l’ideologia nazista, avrebbero donato un immenso potere all’esercito tedesco, portando la razza ariana alla conquista del mondo. Quanto il Führer e il suo braccio destro Himmler abbiano fatto affidamento su un potere magico o divino per vincere la guerra, ai fini della storia, è irrilevante. Non sappiamo quanta verità si nasconda dietro le loro convinzioni e non sappiamo quanta ricerca fosse legata a un reale interesse per questi oggetti. Ci limiteremo a raccontare alcuni fatti legati alla ricerca di oggetti dal potere mistico senza spacciarli per verità.
Hitler e i nazisti, i nemici numero uno di Indiana Jones
Indiana Jones contro i nazisti di Hitler
Il filo conduttore di questo approfondimento, lo avrete capito, è la figura dell’archeologo più famoso del cinema: il professor Henry Jones Junior, ma preferisce farsi chiamare Indiana Jones. Spielberg ha illuso generazioni intere di giovani studenti universitari che, al loro primo giorno in aula, hanno dovuto accettare l’amara verità che l’archeologia reale è molto lontana da quella del professor Jones. Ma c’è una cosa sulla quale il regista e il suo personaggio non ci hanno mai mentito: l’ossessione dei nazisti (antagonisti per eccellenza nei film di Indiana Jones) per gli oggetti leggendari legati alla religione.
Il Sacro Graal, la coppa che avrebbe dato un potere immenso a Hitler
In Indiana Jones e l’ultima crociata i nazisti sono alla ricerca del Sacro Graal, la coppa usata prima da Cristo nell’Ultima Cena e poi da Giovanni di Arimatea per raccogliere il sangue di Cristo dalla Croce. Il professor Jones riesce a trovare il Graal prima del nemico e dimostra molta intelligenza nello scegliere la coppa giusta: la più modesta, nascosta in mezzo a tanti calici in oro e gemme preziose. I nazisti, invece, bevono dalla coppa sbagliata: non pensano con umiltà, accecati dal potere e dalla gloria che si nasconde dietro lo scintillio dell’oro. Questo succede nel grande schermo.
Nella realtà ci fu un Indiana Jones, uno storico e ricercatore medievale, impegnato nella ricerca di manufatti come il Graal. Si chiamava Otto Rahn e non combatteva i nazisti: era un ufficiale delle SS, incaricato da Himmler per trovare il Graal.
Otto Rahn, il cercatore del Sacro Graal
Il mito di Parsifal, l’unico cavaliere degno di vedere il Graal
Otto Rahn era un appassionato di poemi medievali e, come Himmler, conosceva bene il mito di Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda. In particolare, la figura su cui si focalizzò fu quella di Parsifal, il cavaliere di Artù che aveva trovato il Graal. Secondo la leggenda, il Graal era custodito sulla cima del Monsalvato, in un eremo in cui i puri di cuore trascorrevano la loro vita traendo forza dagli oggetti sacri ivi custoditi. Tra gli altri oggetti c’era anche la Lancia di Longino di cui ci occuperemo più avanti. A questo punto occorre fare una precisazione: sebbene il beneficiario del potere di questi oggetti sarebbe stato il Führer, la ricerca ossessiva fu opera di Himmler (capo delle SS e secondo uomo più potente della Germania) e di Otto Rahn.
Apparizione del Graal sulla Tavola Rotonda in un dipinto del XV secoloParsifal impugna la Lancia di Longino nell’opera Parsifal di Richard Wagner. Disegno di Arnaldo Dell’Ira,1930 ca.
La crociata contro i Catari, un indizio del Graal sul Monsalvato
Rahn, dopo aver passato al vaglio la storia medievale, identificò il Monsalvato in Francia. Fu la crociata dei Catari (1209-1229) a fornire un indizio al ricercatore. I Catari, perseguitati dai crociati pontifici, si erano arroccati nella fortezza di Mòntsegur, per scampare alla furia violenta dei cavalieri. Mòntsegur, tuttavia, è ricordata oggi come località in cui, il 16 marzo 1244, i catari furono arsi vivi dai crociati. La forte somiglianza tra il “Mòntsegur” dei catari e il “Monsalvato” di Parsifal persuase Rahn che quella fosse stata l’ultima dimora del Graal prima di sparire nel nulla. Le ricerche attorno alla fortezza iniziarono nel 1929 ma, ovviamente, non portarono ad alcun risultato. Tornato in Germania nel 1933, Rahn scrisse un resoconto delle sue avventure in Francia intitolato La crociata contro il Graal, che ottenne subito un discreto successo.
Mòntsegur (Francia)
La Lancia di Longino, da Costantino a Carlomagno fino a Hitler
Abbiamo già accennato a un altro oggetto molto ambito da Hitler: la Lancia di Longino che, secondo la tradizione religiosa, ferì il costato di Cristo sulla Croce. Al contrario del Sacro Graal o dell’Arca dell’Alleanza, nei film di Indiana Jones non c’è riferimento alla Lancia. Forse perché, a differenza degli altri oggetti, la Lancia di Longino riuscì davvero ad arrivare nelle mani di Hitler.
Crocefissione di Simone Martini, sulla sinistra è visibile la Lancia che ferisce il costato di Cristo
Nei Vangeli di Matteo (27:49,50) e Giovanni (20:33-35) ritroviamo lo stesso episodio che riguarda la Lancia: essa apparteneva a Gaio Cassio Longino, comandante di una centuria romana e allora quasi cieco. Fu proprio lui a trafiggere il costato di Gesù in Croce, il cui sangue, colando sulla lancia, finì negli occhi di Longino ed egli riacquistò la vista. La Lancia divenne così un oggetto sacro e, dalle fonti scritte, sappiamo che da Gerusalemme fu portata a Costantinopoli da Elena, madre dell’imperatore Costantino, insieme ad altre reliquie appartenute a Cristo. Dopo secoli passati alla corte bizantina, la lancia passò in molte mani potenti: da Carlo Magno a Ottone I, che la utilizzò come simbolo del Sacro Romano Impero, poi ad Enrico IV di Baviera e all’imperatore Carlo IV. Il 12 marzo 1938 Hitler conquistava l’Austria e la Lancia, che faceva parte del tesoro degli Asburgo, stava per cambiare nuovamente il suo proprietario.
Longino in un mosaico del XV secolo conservato a Chio
Hitler, dopo aver invaso l’Austria, fece trasportare il tesoro reale a Norimberga
13 ottobre 1938: la Lancia lasciò la capitale austriaca caricata su un treno corazzato e scortata da un corpo speciale delle SS. La accolse la chiesa di Santa Caterina insieme a tutto il tesoro reale degli Asburgo, sorvegliato giorno e notte dai nazisti. La leggenda vuole che la Lancia sia stata portata in Germania per poter attingere al suo straordinario potere. La realtà ridimensiona di molto l’alone sacro intorno all’oggetto: la Lancia fu portata in Germania e messa in mostra, è vero, ma fu portata via come bottino di guerra di un Paese conquistato insieme al tesoro reale. È più probabile che Hitler, nell’atto di rifondare l’impero, vedesse la Lancia come simbolo di continuità con l’impero di Ottone I. Finita la guerra, la Lancia fu riportata in Austria e conservata al Museo Hofburg di Vienna, sua attuale sede.
Le analisi scientifiche sulla lancia e le sue reali origini
Stando allo studio del reperto, come si poteva prevedere, non siamo in presenza della reale Lancia miracolosa. Ma possiamo apprezzarne il valore storico: l’oggetto è stato datato all’VIII secolo d.C. e la manifattura è chiaramente di origine carolingia. La lancia, rotta in due punti, possiede una triplice fasciatura in ferro, poi in argento e infine in oro. La fascia in argento risale al II secolo d.C., ma l’iscrizione sopra di essa appartiene ad Enrico IV di Baviera, in vita tra il 1084 e il 1105. Il fodero in oro appartiene al XIV secolo, momento in cui la lancia si trovava nelle mani di Carlo IV, l’imperatore fece incidere la frase Lancea et Clavus Domini.
La Lancia di Longino conservata al Museo Hofburg di Vienna
Non sappiamo quanta verità ci sia nella convinzione che gli oggetti tanto ricercati avrebbero potuto portare la razza ariana in capo al mondo. I fatti ci dicono che i nazisti, ridicolizzati e sbeffeggiati nei film di Indiana Jones, si macchiarono di crimini che lasciarono per sempre un’impronta insanguinata nella storia. Fecero ciò senza ausilio di oggetti potenti e divini, guidati solo dall’odio generato dalla mente umana.
Aprile 1945: gli ultimi giorni di vita per il Führer e per la sua Germania nazista. Assisteva dall’interno del Führerbunker al dissolversi del Terzo Reich, consapevole che, di lì a poco, il Paese sarebbe stato ridotto in macerie. Non accettava la sconfitta e un popolo, a suo dire, «poco dedito»: per questo la Germania sarebbe dovuta crollare con lui.
Un soldato russo nel Führerbunker – Berlino, 1945 (foto: l’Universale)
Gli ultimi giorni del Führer
Il 20 aprile Hitler uscì per la prima volta dal bunker, calpestando quel che restava di Berlino, in lacrime. Incrociò alcuni soldati feriti e promise loro una vittoria impossibile: nessuno poteva difendere la Germania. Pochi giorni dopo lanciò un’invettiva contro il tradimento e l’incompetenza dei suoi comandanti e ammise – per la prima volta – che la guerra era perduta. Il fallimento e l’orgoglio lo portarono verso l’unica strada percorribile, che gli permise di camminare a testa alta fino alla fine: la morte.
«Non voglio che il mio corpo sia messo in mostra, voglio che i sovietici vedano che sono rimasto qui sino alla fine» affermò. Desiderava morire, morire lì dove aveva passato i suoi ultimi giorni: a Berlino. Iniziò a informarsi, chiedendo a un medico delle SS, Werner Haase, i metodi più affidabili ed efficaci per suicidarsi: gli suggerì pistola e veleno.
Adolf Hitler ed Eva Braun
La morte di Hitler
Il 30 aprile, nella fase finale della battaglia di Berlino, Hitler si suicidò insieme alla compagna Eva Braun. La donna, appoggiando la testa sulle gambe del Führer, schiacciò tra i denti una fiala di cianuro. Hitler fece lo stesso, assicurandosi, però, la morte con un colpo di pistola nella tempia destra. I cadaveri di Hitler e di Eva Braun vennero portati all’esterno dell’edificio per poi esser dati alle fiamme. La vicenda ha aperto un giallo sulla veridicità della loro morte e sul destino dei loro corpi.
Copertina del giornale delle forze armate statunitensi The Stars and Stripes, edizione del 2 maggio 1945
Firenze, 26 aprile 1478. Lorenzo e Giuliano de’ Medici si preparano per la messa nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, ma non sanno che alle loro spalle qualcuno sta tramando da tempo e che, proprio nella cattedrale, i due signori di Firenze stanno per essere le vittime di quella che è passata alla storia come la Congiura dei Pazzi.
Lorenzo de’ Medici ritratto da Sandro Botticelli
Giuliano de’ Medici ritratto post mortem da Sandro Botticelli, 1478-1480
Chi erano i Pazzi, storici rivali dei Medici
Da abili commercianti, nel Quattrocento, i Pazzi erano riusciti ad arricchirsi diventando una delle famiglie più potenti di Firenze. Attraverso una serie di matrimoni combinati tra le casate più importanti della città, erano riusciti ad entrare nella vita politica di Firenze e a diventarne i membri più influenti al pari dei Medici. La politica matrimoniale di Jacopo de’ Pazzi aveva coinvolto anche la famiglia rivale. Infatti, Bianca de’ Medici, sorella di Lorenzo e Giuliano, aveva sposato Guglielmo de’ Pazzi. Il matrimonio avrebbe dovuto appianare i dissapori storici tra le due famiglie. I Pazzi, banchieri come i Medici, non avevano mai accettato la supremazia della famiglia e il loro potere su Firenze. C’era un’altra cosa che i Pazzi mal tolleravano: i Medici erano i banchieri del Papa, un privilegio che faceva certamente gola alla famiglia di Jacopo.
Sebbene sia passata alla storia con il nome dei Pazzi, la famiglia fiorentina non era l’unica a volere la morte dei Medici. Da Roma, Francesco de’ Pazzi, nipote di Jacopo, era riuscito a coinvolgere papa Sisto IV, il nipote Francesco Salviati (arcivescovo di Pisa) e il re di Napoli Ferrante D’Aragona. Ognuno di questi personaggi aveva un motivo più che valido per volere la rovina della famiglia Medici.
La questione di Imola e lo scontro con il Papa
Nel 1473, il duca di Milano, Giangaleazzo Sforza, aveva messo in vendita la città di Imola. Il Papa aveva intenzione di acquistarla e darla in dono al nipote Girolamo Riario per le sue nozze con Caterina Sforza. Con il nipote a capo della città, lo Stato Pontificio avrebbe allargato i suoi domini fino in Romagna, ma la città era entrata anche nel mirino di Lorenzo il Magnifico. Il Papa non aveva abbastanza denaro per comprarla e questo i Medici, che erano i loro banchieri, lo sapevano bene. Lorenzo allora si rivolse ai Pazzi, chiedendogli di non prestare denaro al Papa e di non rivelare le sue intenzioni sull’acquisto della città. Senza l’appoggio delle due banche fiorentine, Sisto avrebbe perso l’occasione di acquistare la fortezza romagnola, che sarebbe andata in mano ai fiorentini. I Pazzi, però, tradirono le intenzioni di Lorenzo e avvertirono il Papa dei suoi piani. Il momento di rottura fra il pontefice e la famiglia de Medici fu sancito dalla decisione di Sisto di cambiare banchiere. Da quel momento in poi sarebbero stati i Pazzi i nuovi depositari delle casse pontificie.
Il rancore di Francesco Salviati, l’arcivescovo di Pisa
Tra i protagonisti della Congiura c’era anche l’esponente di un’altra grande famiglia fiorentina, anch’essa imparentata con i Pazzi: Francesco Salviati. Nominato arcivescovo di Pisa dal Papa, nel 1474 Salviati aveva fortemente desiderato la carica di arcivescovo di Firenze, ma Lorenzo era riuscito ad impedire la sua ascesa. Se Lorenzo gli negava Firenze, il Papa gli apriva le porte di Pisa in una guerra di potere combattuta ormai alla luce del sole. A chiudere il quadro dei congiurati restavano il re di Napoli Ferrante D’Aragona e Federico da Montefeltro, duca di Urbino. Entrambi erano animati non dal rancore, ma dal calcolo politico: una Firenze politicamente debole e senza Medici non avrebbe più ostacolato le mire espansionistiche delle due città.
La Congiura prende forma
A dare il via al progetto fu Francesco de’ Pazzi. Francesco viveva a Roma, dove si occupava della tesoreria apostolica dopo che il Papa l’aveva affidata ai Pazzi. Il desiderio di eliminare fisicamente sia Lorenzo che Giuliano lo aveva spinto a parlarne con Girolamo Riario e con l’arcivescovo Salviati, ricevendo consenso da entrambi. Più riluttante era stato Jacopo de’ Pazzi, consapevole della gravità di tale progetto. Riario allora pensò che se fossero riusciti ad ottenere il consenso del Papa, Jacopo non avrebbe potuto tirarsi indietro. Il tentativo andò a segno: Sisto IV auspicava un cambio di regime a Firenze, seppur con la raccomandazione di non spargere del sangue.
Il piano originale mandato in fumo da Giuliano de’ Medici
Per i congiurati era fondamentale che Lorenzo e Giuliano morissero insieme. Secondo il piano originale, entrambi avrebbero dovuto bere un calice avvelenato durante un banchettola sera prima del 26 aprile. Ma Giuliano non stava bene e quella sera non prese parte al banchetto. Fu allora che venne deciso che i Medici sarebbero morti la mattina dopo, durante la messa in Santa Maria del Fiore. La decisione di compiere un massacro in una chiesa fu forse la decisione che risparmiò la vita a Lorenzo. Il suo assassino designato, Giovanni Battista da Montesecco, si era tirato indietro perché non se la sentiva di uccidere un uomo in un luogo sacro. Al suo posto furono incaricati due preti al soldo dei congiurati. Di Giuliano, invece, se ne sarebbe occupato Bernardo Bandini Baroncelli, un fiorentino avverso ai Medici che sperava in una Firenze libera dalla signoria.
26 aprile 1478, la Congiura dei Pazzi passa alla storia
Non appena il sacerdote finì la messa, Bandini, Francesco de’ Pazzi ed altri congiurati accerchiarono Giuliano e iniziarono a colpire il giovane fino a quando, dopo diciannove coltellate, il suo corpo morto non si accasciò per terra. Lorenzo, forse per l’esitazione dei due preti incaricati di ucciderlo, ebbe il tempo di reagire e di prendere la spada. Ferito al collo, riuscì a difendersi e a barricarsi con alcuni dei suoi uomini all’interno della sacrestia. Non aveva idea di che fine avesse fatto il fratello e, noncurante della ferita, continuava a chiamare Giuliano. Nel frattempo, secondo il piano, Jacopo de’ Pazzi fuori dalla chiesa avrebbe dovuto richiamare la folla per ottenere il loro favore, inneggiando al popolo e alla libertà. Tuttavia, i congiurati avevano sottovalutato l’amore dei fiorentini per i Medici.
La Congiura fallita e la tragica fine dei congiurati
Appena si sparse la voce di ciò che era avvenuto nella Chiesa, una folla inferocita si riversò a casa di Francesco de’ Pazzi, dove l’uomo, ferito gravemente si era recato per riprendere le forze. Fu trascinato al Palazzo Vecchio e impiccato. Stessa sorte ebbe l’arcivescovo Salviati che, secondo il piano, avrebbe dovuto conquistare Palazzo Vecchio e uccidere il gonfaloniere di giustizia. Dopo una colluttazione, il secondo ebbe la meglio sul primo, che venne sommariamente processato e impiccato, dicono, dalla stessa finestra dalla quale sarebbe stato impiccato anche Francesco de’ Pazzi. Jacopo tentò la fuga, ma poco fuori Firenze venne riconosciuto da un contadino, catturato e impiccato a sua volta. Montesecco, dopo aver raccontato i dettagli della Congiura, ottenne una grazia per essersi rifiutato di uccidere Lorenzo: gli fu concessa la decapitazione al posto dell’impiccagione.
Lorenzo de’ Medici ebbe l’occasione di ripulire Firenze da tutti i suoi avversari
Rinchiuso nel Palazzo per oltre dieci giorni dopo l’attentato, Lorenzo non perse tempo per vendicare il fratello, unica vittima della Congiura (a parte i congiurati). La famiglia de’ Pazzi venne considerata colpevole, tutta quanta. Si salvò solo Guglielmo, marito di Bianca de’ Medici, ma venne bandito dalla città. Restava un solo uomo a non aver ricevuto giustizia: Bandinelli, l’assassino di Giuliano, era riuscito a fuggire. Fu rintracciato l’anno seguente a Costantinopoli e riportato a Firenze. Nel 1479, alla sua impiccagione, era presente un ragazzo, un giovane apprendista del Verrocchio, che disegnò Bandinelli appeso per il collo: quel ragazzo eraLeonardo Da Vinci.
Bandinelli appeso per il collo nel disegno di Leonardo Da Vinci
Una mattina mi son svegliato, / o bella, ciao! Bella, ciao! Bella, ciao, ciao, ciao! / Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor! è impossibile non leggerla cantando! Ormai da decenni questo canto popolare è entrato a far parte delle nostre vite e si è diffuso anche a livello internazionale. Il testo canta gli ideali della libertà, della resistenza contro le dittature e gli estremismi. Per questo Bella Ciao è considerata il simbolo della resistenza italiana.
Associato alla Giornata della Liberazione, il 25 Aprile, Bella Ciao è un canto popolare di cui non si conosce l’autore. Raggiunge la sua fama a seguito della Liberazione perché idealmente legato al movimento partigiano.
Un po’ di storia
Nei diversi studi, alcuni storici della canzone italiana vedrebbero all’origine di Bella Ciao un canto del mondo contadino. Sembra che fosse intonato dalle mondine che, in una prima versione, cantavano dello sfiorire della giovinezza causata dal duro lavoro nelle risaie. Un’altra versione la lega, invece, a una ballata francese del Cinquecento. Una terza versione trova che le melodie abbiano influenze Yddish, in particolare la canzone Koilen registrata da un fisarmonicista Klezmer di origini ucraine, Mishka Ziganoff, nel 1919 a New York.
La Bella ciao partigiana invece, secondo i più, riprendeva nella parte testuale la struttura diFior di tomba, un canto diffuso nel nord Italia.
Sebbene il canto inizi a coincidere con il simbolo dell’intero partito partigiano solo a guerra finita, uno studio di Cesare Bermani dimostra che alcuni gruppi partigiani lo avevano scelto come proprio inno. “Non è vero che Bella ciao non sia stata cantata durante la Resistenza” – dice lo studioso. Continua: “Era l’inno di combattimento della leggendaria Brigata Maiella in Abruzzo, cantato dalla brigata nel 1944. I suoi componenti lo portarono a Nord dopo la liberazione del Centro Italia, quando aderirono come volontari al corpo italiano di liberazione”.
La Brigata Maiella per la liberazione di Bologna (fonte: La Prima Pagina)
Secondo Bermani, non si pensa ad associarla, di fatto, a tutti i partigiani per un errore di prospettiva. Si tende a pensare maggiormente che la Resistenza, e quindi il canto partigiano, fossero un fenomeno settentrionale.
Un inno che attraversa la storia
La popolarità internazionale di Bella ciao inizia tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in occasione dei numerosi “Festival mondiali della gioventù democratica” in molte città, tra cui Vienna, Berlino e Praga. In queste occasioni veniva cantata dai delegati italiani e tradotta in molte altre lingue. Raggiunse, così, una grandissima diffusione negli anni Sessanta, soprattutto durante le manifestazioni operaie e studentesche.
Ma, nel corso dei decenni, furono molte le versioni di Bella Ciao e molte le occasioni in cui venne cantata. La prima volta in televisione fu nel 1963, nella trasmissione Canzoniere Minimo, eseguita da Gaber, Maria Monti e Margot. Una versione a cui mancava, però, l’ultima strofa: questo è il fiore di un partigiano / morto per la libertà. Venne poi incisa da Gaber su 45 giri nel 1967.
Sempre nel 1965, venne cantata da I Gufi, nell’album i Gufi cantano due secoli di Resistenza e, successivamente, nel 1972 venne incisa da un partigiano ligure, Paolo Castagnino, con il suo gruppo folk italiano.
LP Bella Ciao – La Resistenza In Italia: Testimonianze Sonore, 1972
La sentiamo nuovamente in televisione quando, nel 2002, Michele Santoro la intona in apertura del programma Sciuscià. E, ancora, tra le riedizioni più popolari in Italia ci sono quella del gruppo folk Modena City Ramblers e quella del gruppo ska Banda Bassotti. Anche il gruppo spagnolo Ska-P ne ha realizzato una propria versione.
Un inno internazionale di libertà
Bella ciao, ad oggi, è cantata in 40 lingue diverse e in numerose versioni. Di recente, per dimostrare vicinanza e solidarietà agli italiani durante l’emergenza sanitaria da Covid-19, un’intera via della città tedesca di Bamberga dedica all’Italia Bella ciao.
Nonostante sia un brano italiano, legato a vicende nazionali, viene usato in molte parti del mondo come canto di resistenza e di libertà. Durante le manifestazioni contro Erdoğan avvenute nella piazza Taksim di Istanbul e in tante altre città turche nel 2013, alcuni manifestanti hanno intonato il motivo della canzone. Inoltre, gli indipendentisti curdi l’hanno fatta propria durante la guerra civile siriana in corso. Nic Balthazar, regista e attivista belga, nel 2012 aveva realizzato un video per la manifestazione ambientalista Sing for the climate in cui i manifestanti cantavano Do it now, sulle note dei Bella ciao. Il brano è stato così adottato come inno per l’ambiente in occasione delle manifestazioni di “Fridays for future”.
Sing for the Climate
Sempre guardando oltre i nostri confini, possiamo apprezzare l’esecuzione del brano del musicista bosniaco Goran Bregović, che la include regolarmente nei propri concerti e che ha dato al canto popolare un tono decisamente balcanico.
È innegabile, però, che per i più giovani il successo di Bella ciao sia legato alla serie TV spagnola “La casa de papel“. La canzone partigiana viene cantata in italiano in alcuni momenti cruciali, sottolineando il senso di ribellione e felicità dei rapinatori protagonisti della serie.
Ad oggi Bella ciao viene considerata un inno universale alla libertà, in ogni sua forma, un inno che attraversa la storia e non conosce confini.
Il 25 Aprile rappresenta l’occasione giusta per interrogarci su tematiche che, pur essendo importanti, vengono confinate nel luccichio della retorica: una di queste riguarda il significato della libertà.
Il 25 Aprile del 1945 iniziò la ritirata delle truppe nazifasciste dalle città di Torino e Milano come risultato del processo di liberazione attuato dai partigiani italiani e dalle truppe anglo-americane. Infatti l’Italia, all’indomani dell’armistizio di Cassibile dell’8 settembre del 1943, fu occupata militarmente dalle truppe naziste come previsto dall’Operazione Achse, pianificata da Hitler nel caso in cui l’Italia si fosse rivelata un alleato debole.
La mancata coscienza della libertà
Fin dal principio della costituzione dell’Italia Unita, gli italiani non hanno mai partecipato alla formulazione del concetto di libertà. Si noti che, prima del 1861, i movimenti che portarono alla fondazione dell’Unità non partirono mai dal basso con vere e proprie intenzioni rivoluzionarie, ma furono sempre guidati e idealizzati da intellettuali come Mazzini. Infatti, come dice Corrado Augias in Il disagio della libertà, la mancanza di partecipazione all’idea di nazione va ricercata nella mancanza di società. Fin dalla proclamazione del Regno d’Italia la democrazia non è mai stata contemplata, non permettendo lo sviluppo di quell’idea di libertà e coscienza civica fondamentale per una buona società democratica.
La libertà, come cantava Gaber, è «partecipazione», partecipazione alla collettività e all’idea di “bene”. Sempre Gaber affermava che l’uomo può essere libero solo nella democrazia, dove il concetto di libertà trova la sua miglior esplicazione.
La libertà è stata indagata da molti pensatori: da Platone a Agnes Heller, passando per Locke, Spinoza e Kant, è stata un filo conduttore nella storia e nelle società. Heller è l’esempio più appropriato per questo nostro discorso in relazione alla Festa della Liberazione. La filosofa ha vissuto, da ebrea, in prima persona la limitazione della propria libertà personale nei lontani anni ’30 e ’40. Riuscita a scampare ai campi di concentramento, si è impegnata per tutta la vita in una riflessione morale atta ad accogliere la varietà dei valori nella post-modernità. Da ciò possiamo comprendere che la libertà non è incondizionata, ma ha dei limiti: il rispetto reciproco, il mutuo riconoscimento dell’idea di umanità e la non violazione della dignità altrui.
Fino a che punto si può limitare la libertà?
Nell’uomo vi è il sentimento di libertà, lo stesso sentimento che ha dominato i partigiani italiani negli anni della guerra per liberarsi dall’invasione straniera e dal regime fascista. Come dice la Heller nel suo libro Etica generale: “La libertà, sia personale che di scelta, è basata sull’esperienza vissuta, ovvero sentiamo quando è il momento di scegliere”. Nell’attimo in cui è nato il gruppo partigiano, il cuore degli italiani ha vibrato con spirito rivoluzionario, in favore di una liberazione territoriale e ideologica. Per Heller, la libertà è basata sull’autonomia morale, cioè la possibilità di ognuno di scegliere in una gamma finita di opzioni.
Continuando sul filone filosofico, il pensatore contemporaneo Paul Ricœur afferma che l’uomo può conquistare la propria libertà attraverso le parole e le azioni che, nel caso dei partigiani italiani, hanno portato alla nascita della Repubblica Italiana il 2 giugno 1946. La conquista di questo “spazio” socio-politico per noi è un dono e una responsabilità poiché la libertà non è una realtà statica, ma un processo dinamico in cui ognuno deve divenire una persona libera e un cittadino consapevole del fatto che si è liberi solo insieme.
Bandiera dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Il 20 marzo del 43 a.C. nasce Publio Ovidio Nasone, poeta romano ed esponente di spicco della letteratura latina e della poesia elegiaca.
Celebre tra gli antichi, la sua fama giunge, ben presto, ai moderni al punto da esercitare una forte influenza anche tra i rappresentanti della poesia italiana.
Busto di Publio Ovidio Nasone
La vita e gli esordi letterari di Ovidio
Molte delle notizie di cui disponiamo su Publio Ovidio Nasone, ci vengono dallo stesso poeta che ci ha lasciato una preziosa testimonianza del suo operato.
Nasce a Sulmona nel 43 a.C. da una famiglia di rango equestre e frequenta, sin dall’adolescenza, le scuole dei rètori più famosi, muovendosi tra Roma e Grecia.
In giovane età, entra nel circolo letterario di Messalla Corvino e inizia a dar prova delle sua formidabili abilità di versificazione: nel 20 a.C. cura, infatti, la sua prima edizione di una raccolta di elegie latine, dal titolo Amores
Agli Amores seguirono altre opere appartenenti, sempre, al genere elegiaco: le Heroides, realizzate dopo il 15 a.C, e l’Ars amatoria, composta tra l’1 a.C. e l’1 d.C.
L’esilio di Ovidio
La prolifica attiva letteraria di Publio Ovidio Nasone, purtroppo, subisce una brusca interruzione nell’8 d.C, quando viene condannato da Augusto alla relegatio (relegazione) nell’isola di Tomi.
Non si conoscono le motivazioni che si nascondono dietro questo provvedimento, ciò che è certo è che a Roma Ovidio non fece più ritorno, morendo nella suddetta isola nel 18 d.C.
Per un approfondimento su quest’ultimo tema e sulla vita di questo illustre personaggio romano, si invita il lettore a consultare un’elegia dello stesso, si tratta della seguente: Tristia, IV, 10.
Ovidio in esilio
Le Metamorfosi
L’opera più nota e più importante del poeta latino è il grande poema dal titolo Metamorphosĕon libri (Libri delle trasformazioni), appartenente al genere dell’epica mitologica.
L’intenzione di addentrarsi nel campo dell’epica è chiarita dal poeta nel breve proemio, premesso all’opera:
In nova fert animus mutatus dicere formas
Corpora; di, coeptis (nam vos mutastis et illas)
Adspirate meis primaque ab origine mundi
ad mea perpetuum deducite tempora carmen!
L’animo mi spinge a cantare le trasformazioni in nuovi
esseri; o dèi (perché a voi si devono anche quei mutamenti),
siate propizi alla mia impresa, e dalla prima origine del mondo
fino ai tempi miei ordite un canto continuato!
(Metamorfosi, I, vv. 1-4; trad. G. Garbarino)
Il poema, diviso in quindici libri, presenta una numerosa serie di miti, tutti riconducibili al tema della metamorfosi e inizia dalla narrazione del Caos originario, continuando con il susseguirsi di età mitiche e di generazioni eroiche fino all’età contemporanea.
L’opera ha esercitato un fortissimo influsso sulle letterature moderne, dal momento che rappresenta un perfetto esempio di enciclopedia della mitologia classica.
Il noto poema di Ovidio
Particolarità del poema rispetto alle convenzioni epiche
Rispetto alle convenzioni epiche, le Metamorfosi presentano alcune differenze:
nel poema non emergono personaggi di spicco, norma tipica dell’épos;
le divinità non sono rappresentate come esseri superiori, ma sono colte nella loro dimensione privata e sono inclini alle vicende umane;
viene infranto il codice epico dell’impersonalità della narrazione a causa di alcuni commenti del poeta.
L’importanza di Ovidio nella tradizione italiana
Ovidio ha esercitato una forte influenza anche su alcuni illustri esponenti della tradizione italiana, diventando un modello da seguire.
I periodi dell’Umanesimo, Rinascimento e del Barocco sono stati quelli più fertili per l’ingresso del poeta latino nella letteratura italiana.
L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto e l’Adone di Giambattista Marino devono, per esempio, molto alle Metamorfosi, non solo nella struttura dei singoli episodi, ma anche per il fitto uso di intrecci all’interno dei racconti.
Anche gli scrittori del Romanticismo, di solito non curanti dei classici latini, esaltarono la figura di Ovidio, elogiandolo per essere un esule e un perseguitato, condizioni che affascinavano molto la poesia del primo Ottocento.
La fama di Ovidio si diffuse anche nel Novecento, grazie al movimento culturale del Decadentismo, fautore dell’abbandono del rigore e della logica, e grazie a poeti come Gabriele d’Annunzio, che, nel suo terzo libro di Laudi, dal titolo Alcyone, reinterpreta in chiave moderna il motivo della trasformazione, arrivando addirittura a ipotizzare un’unione tra l’uomo e la natura.
Nella ricorrenza di oggi, nota ai più come La Festa del Papà, può essere interessante lanciare uno sguardo al passato per intendere quale fosse il valore della paternità. Solo una breve occhiata verso un mondo scomparso che, per certi versi, non era poi così differente dal nostro.
Una storia vecchia quasi quanto la storia
Talvolta, la vita può mettere in crisi il suo protagonista. Traumi, delusioni, abbandoni possono allontanare l’uomo dal centro del suo mondo. Si tratta di fughe, magari fisiche, come l’uscir di casa per non far ritorno, o introspettive, attraverso il rifiuto del dialogo o l’apatia. Per certi versi tale condizione mosse le azioni di un uomo, eroe di uno dei più antichi componimenti mai scritti dall’uomo: Gilgameš. Costui fu realmente un grande re del passato, e attorno la sua fama si costruì un filone di storie leggendarie che, infine, furono riordinate in un’unica opera, l’Epopea di Gilgameš. Seppur le sue gesta siano perlopiù rivolte alla ricerca dell’immortalità, vi è un passo nel componimento che vale la pena citare a proposito dell’odierna festa del papà. Un consiglio dal passato, e forse il senso stesso della vita.
Siduri, Thom Capheim (1999)
Il saggio consiglio
Gilgameš vaga disperato, incapace di accettare la morte dell’amico Enkidu e, di conseguenza, l’inevitabilità della propria. Nella sua folle ricerca dell’immortalità arriva in un luogo sperduto, in riva al mare, dove incontra la saggia Siduri. Nella versione paleo-babilonese dell’opera i due hanno un breve dialogo, la cui profondità trascende il tempo. È Siduri a parlare, cercando di far ragionare il confuso eroe: Gilgameš ma dove vai vagando? Non troverai mai la vita che cerchi! Da quando gli déi crearono l’umanità riservarono la morte per l’uomo. E quindi il consiglio: Per ciò che ti concerne, Gilgameš […] Guarda con tenerezza il bambino che ti tiene la mano, e che la tua sposa non cessi di gioir nei tuoi abbracci! Tale, infatti, è il destino degli uomini!. Un pensiero di quattro millenni fa, eppure così eterno. Pertanto, in questa giornata dedicata ai papà, tanti auguri anche da parte del nostro passato.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.