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Repost | Il Castello di Brolo

Il Castello di Brolo risale al X secolo d.C.

Situato su un incantevole promontorio a picco sul mare, domina il borgo sottostante con la sua magnifica torre. Fu ambita sede di nobili, oltre che residenza della Principessa Bianca Lancia, moglie dell’Imperatore Federico II e madre di Manfredi Re di Sicilia.
L’edificio in epoca normanna era conosciuto con il nome Voab, il cui significato è “Rocca marina“, in virtù della sua posizione geografica e strategica. Del complesso originario del Castello resta la cortina muraria, i due portali di accesso ed una corte sistemata a giardino con un pozzo esagonale, il tutto sormontato dalla mole della torre medioevale, la quale si eleva per quattro livelli culminando in una terrazza merlata.

Al secondo piano della torre si trova la bellissima sala di rappresentanza ed il balcone panoramico, dal quale è possibile ammirare un tratto della Costa Saracena in direzione di Messina. Proprio al balcone del Castello di Brolo è legata anche la leggenda di Maria La Bella, figlia di Francesco I. La principessa era solita aspettare affacciata al balcone il suo amante che sopraggiungeva dal mare. Lo spasimante, una volta raggiunta la torre, si aggrappava alle lunghe trecce dell’amata per raggiungerla in segreto. Il fratello di Maria, accortosi di quanto accadeva, tese però un agguato al giovane, appistandosi sullo scoglio antistante il Castello, ferendolo a morte. La principessa aspettò per lungo tempo invano il ritorno del suo amato e si racconta che lo spirito innamorato della bella Maria appaia ancora oggi nella notte ai pescatori del luogo. Un alone di mistero che rende dunque magico questo maniero, amplificandone probabilmente l’immagine agli occhi dei turisti.

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Una Pescarese a Messina | L’arrivo

Era il 28 Febbraio dello scorso anno e mi accingevo a caricare sulla mia automobile molti, moltissimi oggetti. Sfruttavo l’effetto tetris per impilare nella maniera più compatta (e sicura) possibile tutto ciò che ritenevo vitale e di assoluta necessità per i primi giorni, gli effetti personali a cui tenevo di più e che non avrei potuto fare a meno di portare con me, vuoi per un reale utilizzo pratico, vuoi per un forte legame affettivo. Nel loro piccolo, speravo mi aiutassero ad affrontare ed alleviare il senso di “non appartenenza” che avrei avvertito inizialmente.

E così, sotto la neve, caricavo e sistemavo, finché la macchina non fu piena zeppa e non fu possibile inserire altro. A Pescara nevicava da giorni e io non potevo scegliere scenario più romantico e struggente per il giorno in cui avrei cambiato radicalmente la mia vita, costruita con soddisfazione e determinazione.

Io e Domenico, il mio fidanzato, salimmo in macchina, una vecchia Yaris Luna, alla quale stavo chiedendo di affrontare un viaggio di 800 km, un po’ troppo per la sua lunga vita fatta di anni di onorato servizio, e salutati amici e familiari, ci mettemmo in viaggio. La macchina non era mai carica quanto il mio cuore, che pesava molto  più di tutto quello che ero riuscita a portare a bordo.

 Iniziava la mia nuova vita. Un po’ alla Lucia Mondella, dall’autostrada davo il mio “addio ai monti” innevati, tra le lacrime e il riso. La scena in effetti doveva apparire tragicomica agli occhi di Domenico, che mi consolava e rideva con me.

Un salto nel buio.

Ad attendermi la famiglia del mio fidanzato e nulla più, un contratto di affitto dell’appartamento che avevamo scelto e poi basta. Un salto nel buio!

Ero già stata a Messina altre volte, di passaggio, permanendo solo qualche giorno per volta, ed ero ben consapevole che queste brevi visite non potevano certo restituirmi e darmi un’idea precisa della città di Messina nel suo complesso.

Mi chiamo Chiara, sono pescarese di origine, e vivo a Messina da 10 mesi.

Pochi, ma sufficienti a farmi un’idea della città che ora è la mia seconda casa.

Ho deciso di aprire questa rubrica per raccontare ai messinesi la loro città, da un punto di vista nuovo, quello di una pescarese trapiantata nella città che sorge sullo Stretto più famoso d’Italia.

E la domanda, quindi, sorgerà spontanea: ma che ne sa una pescarese di Messina?

Ma la prima domanda che in realtà tutti, o quasi, mi hanno rivolto quando ho detto loro di essermi trasferita dal “continente” per vivere qui è stata un’altra: “Ma cu t’a fà fari??”

E da qui, una, due, tre, dieci volte, ho capito che i messinesi che stavo conoscendo non mostravano di avere una  concezione tra le più rosee della loro città.

Ebbene, vi scrivo per raccontarvi di una Messina sconosciuta ai più e che può risollevare la dignità di questa città e del suo popolo. Una città con millenni di storia e troppo spesso bistrattata e considerata ingiustamente l’ultima ruota del carro, lo zimbello di tutte le altre province della Trinacria, e difesa in maniera non abbastanza risoluta e convinta dagli stessi messinesi, che dicono che a Messina non c’è niente, ma in fondo guai a chi gliela tocca.

Vi lancio la sfida: vi mostrerò che non è vero che “a Messina non c’è nenti!”. Scommettiamo?

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News| Alla Caserma Bonsignore ricordati i caduti di Nassiriya. Presente il Ministro della Difesa Trenta

Ancora una volta la Città dello Stretto  ha voluto ricordare coloro che quel 13 novembre 2003 persero la vita a Nassiriya, all’interno della base italiana dove operava il comando dell’operazione “Antica Babilonia”.  A farla esplodere fu un commando kamikaze. 19 le vittime, tra queste i carabanieri siciliani Giovanni Cavallaro, sottotenente, originario di Messina; Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante di Messina; Giuseppe Coletta, brigadiere di Avola; Ivan Ghitti, brigadiere di San Fratello; Domenico Intravaia, vice brigadiere di Palermo; Horacio Majorana carabiniere scelto, di Catania; Emanuele Ferraro, caporal maggiore scelto dell’Esercito, di Carlentini.

A loro, all’interno della Caserma “Bonsignore”, sede del Comando Interregionale Carabinieri “Culqualber”, è stato inaugurato un monumento attorno alla quale si sono riunite le famiglie che speravo in un loro rientro a fine missione e che invece, hanno dovuto convivere con il vuoto lasciato da chi, per servire la patria, si è sacrificato. Ad inaugurarlo il Ministro della Difesa Trenta, alla presenza del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Generale Giovanni Nistri, il Comandante Interregionale Generale Luigi Robusto e le massime Autorità civili, militari e religiose della Sicilia.

L’opera, realizzata in modo artigianale dagli alunni dell’istituto artistico “Ernesto Basile” di Messina è costituita da un piano d’Altare in pietra siciliana lavorata a mano, che poggia su 4 gambi di rose,in acciaio, sorretti alla base da 4 pietre, provenienti delle Terre di origine di ciascun caduto siciliano, che circondano una roccia rossa giunta direttamente da Nassiriya. Le quattro pietre italiche abbracciano la pietra irachena e “rappresentano simbolicamente le gocce di sangue, che, sgorgate dal sacrificio dei caduti, hanno fatto fiorire una rosa”. Infatti dalle 4 pietre affiorano 5 rose in ferro battuto, in ricordo di ciascuno dei caduti siciliani, sovrastate da un ripiano in pietra tipica siciliana.

Nel suo discorso il Ministro Trenta ha ricordato i caduti di Nassiriya come “degli eroi di questa nostra terra e del loro sacrificio come estremo atto di amore di chi ha dato la vita per questo lavoro. «Siamo in territori difficili, condizionati da un’odiosa criminalità organizzata che rappresenta un ostacolo al benessere civile. A tutto questo però si contrappone lo Stato. Il lavoro svolto con determinazione in questi anni ha inferto dei colpi fortissimi alle consorterie criminali. Attualmente le le organizzazioni criminali sono indebolite, ma la guerra alle mafie non può dirsi vinta e la presenza dello Stato è sempre più importante per questo. Il nostro impegno dovrà essere ancora più determinato e per questo dico grazie all’Arma dei Carabinieri che continua ad essere un presidio dello Stato vicino alla gente

Nassiriya per me – ricorda il Ministro – è un posto dell’anima dove ho lavorato tanto tempo e dove ho trovato una popolazione locale che parla continuamente degli italiani. Significa che abbiamo lavorato con il cuore e loro ci sono grati. Ci dicevano che eravamo fratelli anche nel sangue. Gli italiani e i carabinieri sono i migliori nel ricostruire le possibilità di un popolo quando si passa da un conflitto alla pace. E per questo dico grazie ai Carabinieri”.

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Giacomo Longo, un ‘Poeta’ della musica

Il compositore Giacomo Longo, nacque nel villaggio Faro presso Messina, il 15 febbraio 1833. Studiò sotto la guida prima del maestro Paolo Abbagnato, perfezionandosi poi con Mario Aspa, uno dei più celebri compositori di musica classica del XVIII secolo, nato e vissuto anch’esso a Messina, di cui divenne l’allievo prediletto. Nel 1859 al teatro di Messina della Munizione, teatro risalente al 1827, così denominato perchè ricavato nella prima metà del Settecento da un’ampia sala dove si conservavano le armi e le munizioni, propose la sua prima  opera intitolata: Ezellino III.

Sopragiunta la rivolta antiborbonica, entrò a far parte dei garibaldini, nelle file dei cacciatori, al seguito del Generale Giuseppe Garibaldi, prendendo parte così alla battaglia di Milazzo e proseguendo con le truppe fin sulla penisola. Dopo l’unità d’Italia, rientrato in patria, fondò la prima scuola corale. Nel 1871 divenne direttore d’orchestra del Teatro Vittorio Emanuele.

Numerose furono le sue cantate ed ouvertures pubblicati dalla casa editrice Ricordi. Tra le più celebri opere di questo compositore, ne citiamo alcune, quali ‘Inno a re Vittorio Emanuele’ una celebre marcia reale , ‘Ti pare’  una sorta di Scherzo-polka per la banda dell’Ospizio Cappellini di Messina, ed infine forse la più celebre opera accostata a questo maestro della musica del XIX secolo, ‘Il mio Poeta’ il cui significato rimane ancora oggi misterioso, non potendolo cogliere pienamente dai versi da lui scritti e musica del maestro etneo Francesco Paolo Frontini. Muore a Messina nel 1906, due anni prima da una delle tragedie apocalittiche che colpirono l’umanità intera e in particolare la sua amata Messina.

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Giacomo Scibona, un’eccellenza peloritana che ha reso grande l’archeologia

Uno dei rari ma significativi esempi d’eccellenza che la nostra terra può offrire è sicuramente Giacomo Scibona, personaggio tra i più importanti nella storia dell’archeologia degli ultimi anni (https://archeome.it/giacomo-scibona-uneccellenza-peloritana-che-ha-reso-grande-larcheologia/).

Laureatosi all’Università di Roma la Sapienza, fece scuola sotto i più illustri nomi dell’archeologia e storia dell’arte, per citarne alcuni: Ranuccio Bianchi Bandinelli, Laura Breglia e Margherita Guarducci. 

Una volta formatosi, fece rientro a Messina per mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti nella prestigiosa Università Romana, battendosi per la valorizzazione del patrimonio locale, insegnando nell’Ateneo Messinese e intraprendendo numerosi scavi archeologici nella città peloritana e nei dintorni (Alesa, San Marco d’Alunzio, Alcara Li Fusi, Enna, Troina e Agira). 

Negli anni 60, si occupò inoltre di cercare informazioni su Erymata, l’odierna Rometta, della quale fino ad allora si sapevano solo notizie relative soltanto alla fortezza (risalente al periodo bizantino) e ad una incursione (avvenuta nell’882 d.C.) per opera delle armate musulmane. Un curriculum ampio e ricco quello di Scibona, che tra i tanti studi e le tante scoperte annovera, nel settore della numismatica, la scoperta di una serie di monete, battute a Siracusa, Reggio, Zancle, Atene e tra i pezzi pregiati, alcune monete in bronzo risalenti all’epoca bizantina, ed una moneta araba in oro, relativa al X secolo.  

Nella sua carriera come detto, numerosi furono gli scavi ai quali prese parte all’interno della città di Messina. Vanno ricordati quelli intrapresi nella Zona Falcata, nel cortile di Palazzo Zanca, in Via Faranda, negli isolati 193 e 224, nella zona dell’attuale Palazzo della Cultura, nella necropoli dell’isolato 73 a Largo Avignone e nella Chiesa di San Tommaso. 

Scomparso il 16 Gennaio del 2009, Giacomo Scibona rimane uno dei personaggi più illustri dell’archeologia moderna e della nostra Messina, della quale ha esaltato e scoperto il territorio, lasciando ai posteri un importante e immenso patrimonio da difendere e tramandare.

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Chiesa di San Cataldo, Gliaca di Piraino

La chiesa di S. Cataldo (Santo irlandese caro ai Normanni, il suo culto si trova infatti in diversi luoghi siciliani) è una chiesetta del XVIII secolo, giuspatronato della famiglia Benincasa e oggi proprietà del Comune di Gliaca di Piraino.

All’interno era custodita una tela raffigurante, appunto, S. Cataldo e un prezioso reliquiario in argento, in cui era inciso il nome del Santo e la data 1781. 

Esisteva anche una piccola statua in gesso, utilizzata dai pescatori per la festa e la processione del 10 maggio, ripristinata negli ultimi anni. 

Questa festa, infatti, si è realizzata fino alla metà del secolo scorso, come ricordano le persone più anziane, ed era caratterizzata dall’impiego di numerosi rami di alloro, usati per gli addobbi.

La Chiesa prima del restauro
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Chiesa Madre di Ucria

Edificata intorno al 1625 e dedicata a San Pietro Apostolo, la Chiesa Madre è la più importante di Ucria. 

Sorge nel pieno centro storico e presenta tre portali, di cui quello centrale, sormontato da un frontone, è incorniciato da eleganti colonne in stile corinzio con ai lati quattro piccole esedre. 

Scolpito da artigiani e scultori locali, il portone è arricchito da finissimi bassorilevi con figure allegoriche tra le quali quella del Cristo (pesce), della resurrezione (fenice), della conoscenza (Baphomet) e della purezza (giglio).

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Basilica – Santuario di Sant’Antonio da Padova

Basilica – Santuario di Sant’Antonio da Padova, Largo Avignone, antico quartiere malfamato della città di Messina.

Santo Annibale Maria di Francia qui esplicò la propria instancabile opera in favore degli abitanti. Nel 1921, per volontà dello stesso sacerdote messinese, si iniziarono i lavori per la costruzione di questa grande struttura, completata nel 1926 e consacrata nel 1937.

L’edificio, che sorge su un precedente distrutto dal terremoto del 1908, è riccamente decorato: presenta bassorilievi che adornano i timpani, tra cui quello del Cuore di Gesù, e le statue bronzee dei Santi Luca e Matteo sul prospetto esterno. Le tre navate interne sono completamente affrescate (artista Rosario Spagnoli) e decorate da stucchi. 

Nella basilica, inoltre, si trova un museo dedicato a Sant’Annibale e a Sant’Antonio che contiene paramenti liturgici e oggetti dedicati ai due santi.

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Palazzo Zanca e Statua di Messina


La statua di marmo simboleggiante Messina, scolpita da Giuseppe Prinzi nel 1859, era collocata originariamente  nel primo pianerottolo dello Scalone d’Onore del Palazzo Municipale. In seguito al terremoto del 1908 e alla distruzione dell’edificio, venne conservata all’interno del Museo Regionale.

Dopo il restauro eseguito da Francesco Finocchiaro nel 1973, è stata collocata in largo Giacomo Minutoli (fronte Palazzo Zanca). Oltre agli emblemi del commercio, la statua reca nella mano destra il decreto del 1838 con il quale Ferdinando II concesse nuovamente alla città il porto franco.

Ogni anno il 28 dicembre, in occasione della ricorrenza del terremoto che semidistrusse la città, la Confraternita della SS. Annunziata dei Catalani, ripone ai piedi  del monumento una corona d’alloro in memoria di tutti i caduti di quel triste giorno. 

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Re Carlo di Borbone (1716-1788)


Re del Regno delle Due Sicilie, fu incoronato “Rex utriusque Siciliae” il 3 luglio 1735 nella Cattedrale di Palermo.

Il 25 marzo 1744, dopo aver sedato a più riprese il conflitto apertosi con l’Austria, re Carlo decise infine di intervenire a comando del suo esercito per contrastare le armate austriache del principe di Lobkowitz.

Le truppe Austriache, arrivate al confine del Regno, furono affrontate e sconfitte a Velletri (nei pressi di Roma) dall’esercito Napoletano e Siciliano guidato da Re Carlo, a fianco delle truppe Spagnole e di quelle del ducato di Modena (con comandante Francesco III d’Este). La pesantissima vittoria consolidò il possesso del Regno di re Carlo, definitivamente consacrato da tutte le nazioni.

In foto: Monumento a Carlo III, realizzato nel 1859 dallo scultore messinese Saro Zagari, posto oggi in piazza Felice Cavallotti a Messina.