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La Battaglia di Lepanto

La Battaglia di Lepanto fu uno scontro navale, avvenuto il 7 ottobre 1571, tra le flotte musulmane dell’Impero ottomano e quelle cristiane (federate sotto le insegne pontificie). La Lega Santa, formata dalle forze navali della Repubblica di Venezia, dell’Impero spagnolo (con il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia), dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova e di vari Ducati e Granducati della penisola, aveva come obiettivo il dominio del mediterraneo a spese dell’espansione turca.

La flotta, radunatasi a Messina il 16 settembre 1571, era composta da circa 230 galee. Sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, la Lega Santa ebbe la sua prima storica e clamorosa vittoria contro il potentissimo Impero: 117 galee vennero affondate, 130 catturate.

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Cimitero degli Inglesi (XVIII secolo)


Concesso dal re Ferdinando IV ai marinai inglesi giunti in Sicilia in aiuto dei Borboni, i quali si opponevano alla conquista da parte dei francesi guidati da Napoleone I.

Il camposanto cominciò a ospitare civili inglesi (con le rispettive famiglie) a partire dal 1815 ma anche mercanti tedeschi (Grill, Aders, Falkenburg, Jaeger), svizzeri, danesi, greci e russi, piccole comunità che operavano a Messina almeno fino al terremoto del 1908 prevalentemente nel settore industriale.

Il 5 aprile 1925, il cimitero fu visitato dal re Giorgio V e dalla regina Mary, accompagnati dai Principi Giorgio e Maria Vittoria.

Una targa commemorativa fu posta all’ingresso del nuovo sito (visibile nella prima foto). Nel 1942 fu trasferito all’interno del Gran Camposanto dal luogo originalmente posto nella zona di San Raineri. Il vecchio sito fu utilizzato per scopi militari e durante questa operazione vennero spostate 280 tombe.

Giorgio Attard curò personalmente i lavori di manutenzione e catalogazione.

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Mario Aspa, un compositore poco celebrato

Mario Aspa nacque a Messina il 18 Ottobre 1795; compositore eccezionale, rappresenta a pieno la definizione di talento naturale, in quanto fin da subito, mostrò di avere grande predisposizione verso l’ arte musicale, componendo la sua prima opera “Federico II Re di Prussia”, grazie solamente ad  un massiccio studio e uno straordinario talento , senza la consulenza di maestri, costruendo partiture da lui stesso musicate, con un’abilità riconosciuta solo a pochi musicisti nella storia.

L’accoglienza che questo spartito ricevette a Messina fu clamorosa, il giovane Aspa ne rimase colpito, decidendo così di proseguire gli studi, recandosi a Napoli per perfezionarsi presso il maestro Iba (allievo del contrappuntista Platone). A Napoli, Aspa non dovette aspettare molto per farsi apprezzare, tanto che il noto impresario Barbaja offrì la carica di Direttore dei reali Teatri di S. Carlo e Fondo. Forte di questa nuova carica, scrisse un gran numero di pregiate opere, quali il Carcere d’ Ildegonda, i Due Forzati, il Deportato di Cajenna, l’Hallan ed i Due Savojardi, tutte opere che gli procurarono l’amicizia ed il rispetto di grandissimi artisti del calibro di Bellini, Rossini, Donizetti e Mercadante.

In seguito scrisse il “Proscritto” e “Paolo e Virginia”, entrambi considerati come i suoi capolavori, riconosciuti tali dal pubblico e dalla critica, garantendogli un grande successo sia a Napoli, che al teatro Apollo di Roma, dove quest’ultima opera gli valse un autentico trionfo, venendo replicata per ben quindici sere. Dopo il 1847, a causa delle sue idee liberali e della sua parentela con i Pispisa e gli Aspa di Messina (famiglie di patrioti), fu visto con ostilità dalla polizia napoletana e destituito da Direttore dei Regi Teatri.

Tornato a Messina, nel 1859 insegnò canto in una scuola comunale. Morì nella città peloritana il 14 dicembre 1868, lasciando un vasto patrimonio musicale, opera di un talento immenso e probabilmente poco impresso nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti di questa stupenda arte, fatta eccezione per alcuni suoi concittadini, come quelli di Piraino, che ne 2017 gli  hanno intitolato la Scuola locale Civica di Musica.

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Ai marinai Russi, eroi di misericordia ed abnegazione

“Ai marinai Russi, eroi di misericordia ed abnegazione.

I discendenti degli abitanti di Messina con riconoscenza.” “Русские моряки, герои милосердия и самоотречения.

благодарныe потомки и жителей Мессины”


Eretto per volontà della Fondazione Sant’Andrea, in collaborazione con il National Glory of Russia (Centro della Gloria Nazionale di Russia) e il Fondo Internazionale delle Lettere e della Cultura slava, il monumento ricorda il soccorso offerto dai Marinai Russi ai Messinesi subito dopo il disastroso terremoto del 1908.

All’indomani  del sisma che distrusse la città, tre unità della squadra navale russa, l’incrociatore “Makaroff” e le corazzate “Slava” e “Tzésarévitch” (successivamente raggiunte dall’incrociatore “Bogatyr”), gettarono le ancore per prestare soccorso, con i loro equipaggi, alla popolazione terremotata.

Realizzato dall’artista russo Vassily Selivanon, sul modello ideato nel 1911 dallo scultore Italo-russo Pietro Kufferle, è stato inaugurato nel giugno del 2012 e posizionato frontalmente al punto in cui sbarcarono gli aiuti (oggi chiamato appunto “Largo dei Marinai Russi”).


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Marius Jurba “causidicum Messanam”

Marius Jurba è stato uno dei più importanti giuristi messinesi, figlio di un’epoca che ha visto la nostra beneamata città peloritana, dominare la scena nazionale e internazionale. Giurba nasce a Messina nel 1565, figlio di Onofrio, ricco mercante originario di Rometta e, di Silvia Campolo, di potente famiglia feudale attiva nel ceto dirigente cittadino dagli inizi del Quattrocento. Intraprende gli studi giuridici probabilmente, spinto dallo zio materno Tommaso, docente di diritto civile e giudice nel tribunale cittadino, conseguendo il dottorato inutroque a Pisa il 19 sett. 1587.

La sua ascesa professionale coincise con l’affermazione delle istanze egemoniche di Messina sulle altre città siciliane, propiziata da un privilegio concesso nel 1591 da Filippo II. Con esso la città aveva ottenuto la riapertura dell’Università con licentia doctorandi, l’obbligo di residenza del viceré per metà del suo mandato, un più incisivo ruolo della corte straticoziale (tribunale cittadino di prima istanza) a tutela dei privilegi cittadini, importanti esenzioni tributarie. Fu giudice dell’Appellazione nel 1600 e nel 1603, e ancora giudice straticoziale nel 1605; ricoprì quindi la carica di sindicatore e capitano d’armi a Mistretta e Polizzi, nel 1610 fu eletto giudice nel tribunale del Concistoro con il viatico del Quintana, divenuto frattanto reggente nel Supremo Consiglio d’Italia per gli affari di Sicilia.

Nel 1612, al termine del mandato, decise di concludere l’esperienza in magistratura e di dedicarsi esclusivamente all’attività forense. Sono frequenti gli accenni a un’ampia esegesi sugli statuti di Messina, come uno dei voulmi recanti una prima parte, dal titolo dal titolo “I.C. Collegii Messanensis, Regiique Consiliarii Lucubrationum”, pubblicata parzialmente solo nel 1620 (una copia relativa ad una prima parte, è conservata nella biblioteca centralizzata della Facoltà di Lettere e Filosofia di Messina). Tra 1617 e 1621 diede alle stampe un “Responsum” composto nel 1610, quando il Senato lo aveva incaricato, insieme con J. Gallo, O. Glorizio e F. Furnari, di difendere il privilegio dell’elezione diretta dei magistrati cittadini da parte del sovrano contro la pretesa del presidente del Regno, cardinale G. Doria, di nominare il successore dello stratigoto, morto prima della scadenza del mandato.

Nel 1624 il G. ottenne la cattedra di diritto feudale all’università, che mantenne per il resto della vita. Nel 1626, nei “Consilia criminalia”, espose gli esiti più significativi di un trentennio di attività forense, includendo quelli composti in qualità di avvocato del Senato. Nel 1641 Giurba, assistendo presso la Sacra Rota il fratello Maurizio, canonico del capitolo della cattedrale, in una controversia che l’opponeva al canonico G. Castelli per l’attribuzione del titolo di decano, compose le “Allegationes in ostentationempontificiae largitatis”, ottenendo esito favorevole per il fratello. Castelli però era esponente di una potente famiglia di giuristi in stretto rapporto con il giudice della Monarchia, che l’aveva proposto come suo commissario speciale, contribuì a creare un clima sospettoso nei confronti di Giurba, all’età di 77 anni (4 febbraio 1642), fu detenuto per quattro mesi nella fortezza della città con l’accusa di sedizione e per altri quattro, scontò i domiciliari su pleggeria.

Scagionato dalle accuse, nel 1646 pubblicò le Observationes, raccolta pronta dal 1643, delle sentenze più significative dei tribunali del Regno, definitive o in via di definizione. L’opera prendeva in esame più di cinquant’anni di giudicati per offrire un quadro esauriente dello stylus delle curie sicule e criticarne le incongruenze. Con le Observationes ebbe termine la produzione del Giurba. Morì a Messina il 10 marzo 1649, venendo sepolto, per sua esplicita volontà, nella chiesa del convento dei cappuccini, cui aveva legato parte della propria biblioteca.

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Philosophiana Project: la storia della ricerca

Il sito di Sofiana (Philosophiana), oggi nel territorio di Mazzarino (CL), sorge a pochi chilometri di distanza dalla Villa del Casale (Piazza Armerina – EN) e lungo il pianoro dell’omonima contrada. Gli “scavi Adamesteanu” hanno portato alla luce consistenti resti di un insediamento antico con una cronologia piuttosto ampia, dall’epoca arcaica a quella federiciana, come emerge dagli editi dell’archeologo e dei suoi collaboratori. Il suo periodo di maggiore floridezza si avrà a partire dall’età Tardo-antica, epoca in cui probabilmente ha vita la stazione Philosophiana, citata nell’Itinerarium Antonini e inserita nel percorso obbligato Catania –Agrigento.

Il toponimo si riferisce a una lunga spianata a circa m 500 slm, circondata da rilievi collinari e lambita a Nord dal Torrente Nociara. Proveniente da Piazza Armerina e dalla Villa del Casale, il torrente si riversa nel lago Dissueri, alla cui uscita assume il nome di Fiume Gela e che sfocia, infine, nel Mar Mediterraneo. Alle pendici orientali si erge il Monte Alzacuda (656 m); il limite settentrionale è dato dalla cresta di un altopiano che si affaccia subito sopra la valle del Torrente Nociara. A Sud e ad Est dell’insediamento, l’area è circondata da terreni pianeggianti assai fertili, vista la presenza di sorgenti perenni.

Fino ai primi anni 50 del secolo scorso, la porzione centro-meridionale della Sicilia non era stata ancora attentamente indagata. A partire dal 1951 furono avviate una serie di campagne di ricognizione che portarono alla luce tracce di diversi insediamenti. Si scelse il maggiore tra i siti identificati, che con le sue terme, necropoli e spazi abitativi forniva uno spaccato interessantissimo per la ricostruzione archeologica dell’entroterra nisseno/ennese e, probabilmente, di tutta la Sicilia centro-meridionale: Sophiana.

Posta a soli 6 km in linea d’aria dalla Villa del Casale, con cui verosimilmente si interfacciava, i primi scavi vennero condotti da Adamesteanu nel 1954, il quale voleva “accertarsi sulle corrispondenze che potevano stabilirsi tra le fasi della Villa del Casale e dei monumenti dell’insediamento di Sofiana”.

L’archeologo intercetta un grande impianto termale, la cui lettura/comprensione delle strutture viene complicata dalle molteplici fasi costruttive che ne hanno alterato forma e funzioni originarie, come si evince anche dalle parole di Adamesteanu stesso: “A mano a mano che si scendeva sotto le strutture medioevali, apparivano nettamente i muri di un edificio la cui ampiezza e robustezza erano tipicamente romane”.

Era apparso fin dalle prime ricognizioni sul territorio che il sito identificato era circondato da “grandi lastroni di copertura”che denunciavano un’area cimiteriale. Al limite Sud/Ovest, inoltre, “un cumulo di rovine ricoperte da rovi ed erbacce era indicato dai contadini col caratteristico nome di ‘Chiesazza’. Tutt’intorno al cumulo di rovine spuntavano gli stessi lastroni incontrati ai margini dell’abitato, denuncianti anche qui un sepolcreto intorno ad una ‘basilica extra moenia’ “.

Durante l’intervento del 1961 lo studioso approfondisce le ricerche sulle necropoliche circondano l’insediamento, ovvero l’area cimiteriale attorno alla basilica stessa e le tre necropoli che si dispongono ad Est, Ovest e Nord dell’insediamento.

L’attività di ricerca a Philosophiana riprende solo negli anni ’80 e interessa le terme; due successive campagne di scavo, svoltesi nel 1988 e nel 1990, hanno interessato il lungo tratto di muro di delimitazione che corre sul ciglio settentrionale del pianoro e il settore dell’abitato che si giustappone alle terme messe in luce da Adamesteanu. Questo ha permesso di individuare una domus a peristilio, la cui prima fase è ascrivibile ad un periodo compreso tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.

Ulteriori interventi condotti dal 1993 al 1995 hanno poi interessato la necropoli Nord e la necropoli della Basilica.“Dal 2009 il sito di Sofiana è stato nuovamente oggetto di intense indagini nell’ambito del progetto di ricerca multidisciplinare del Philosophiana Project.  Obiettivo principale del progetto, che coinvolge le Università di CornellCambridge e Messina, co-diretto dal Prof. G.F. La Torre (a cui vanno i nostri più sentiti complimenti per il ruolo di prorettore dell’ateneo messinese ottenuto in questi giorni) e dal Prof. Emanuele Vaccaro, con il coordinamento sul campo del Dr. Sfacteria, è quello di ricostruire le dinamiche insediative nel territorio in esame, comprendere i rapporti di natura socio/economica che legavano il sito di Sofiana alla vicina Villa del Casale.

Gli studi continuano e interessano la viabilità (Sfacteria), i reperti numismatici ritrovati e la basilica cimiteriale (Tirrito).”

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Dinu Adamesteanu, pioniere dell’archeologia Siciliana

Dinu Adameșteanu (Toporu, 25 marzo 1913 – Policoro, 2 gennaio 2004) è stato un archeologo rumeno naturalizzato italiano, pioniere e promotore dell’applicazione delle tecniche di aerofotografia e prospezione aerea nella ricerca e ricognizione archeologica.

Condusse i suoi primi scavi giovanissimo a partire dal 1935 sul Mar Nero, nel sito della colonia milesia di Histria, in cui poté utilizzare le nuove tecniche di ricerca tramite fotografie aeree.

A cavallo tra gli anni ’30 e ’40, Adamesteanu si trasferisce in Italia per completare gli studi. A Roma fa la conoscenza di diversi studiosi, tra cui Luigi Bernabó Brea, grazie alla quale si trasferisce in Sicilia in cui trova riparo alla fine del secondo conflitto mondiale. 

In Sicilia Adamesteanu collabora con la Soprintendenza di Siracusa (Bernabó Brea era appunto il Soprintendente) e con quella di Agrigento, presieduta dal Dr. Pietro Griffo. Grazie a quest’ultimo, viene chiamato a dirigere l’esplorazione di Butera e di Gela, che compirà in stretta collaborazione con un’altra pietra miliare dell’archoelogia Italiana, Pietro Orlandini, portando avanti, in particolare, negli anni dal 1951 al 1961, la ricerca nell’area dell’antica fortificazione siceliota. In questo periodo Adamesteanu scoprirà diversi insediamenti (indigeni, romani, bizantini), la cui ricerca continua fino ai giorni nostri. 

È questo, appunto, il caso di Philosophiana https://archeome.it/77-2/

Dal 1964 sarà nominato Soprintendente di Basilicata e Puglia,dedicandosi agli scavi di Metaponto, Policoro, Matera, Melfi ed Heraclea. 

Il 21 gennaio 2004, il professor Dinu Adameșteanu è scomparso nella sua casa di Policoro. Il 20 maggio del 2005 è stato inaugurato, e dedicato alla sua memoria, il Museo archeologico nazionale della Basilicata “Dinu Adameșteanu”.

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Batteria Masotto, Passeggiata a Mare – Messina

“Se verrà un momento di dubbio e vi vedrete in pericolo, guardatemi in faccia; se vi accorgerete ch’io ho paura, scappate pure, io vi autorizzo”.

Umberto Masotto, capitano della batteria Masotto alla quale è dedicato questo monumento di Messina. 1 marzo 1896, battaglia di Adua, Etiopia (all’epoca Abissinia per gli italiani). Più di centomila Abissini affrontarono i diciottomila uomini del corpo di spedizione italiano. Il capitano Masotto rimase con i suoi artiglieri a protezione delle truppe in ritirata, sacrificando con coraggio la sua vita. Cadde su un cannone, con la pistola nella mano destra, trafitto dalle lance e dagli sciaboloni degli Abissini.

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Torre delle Ciavole, Gliaca di Piraino – Messina

Edificata con grossi blocchi di pietra su uno sperone roccioso lambito dal mare (XVI secolo), costituiva un sistema difensivo delle coste siciliane. Sotto l’influsso del vicino Castello di Brolo, la torre era presidiata da quattro soldati che controllavano i vascelli in transito e lanciavano l’allarme in caso d’incursioni piratesche.

A questa torre è legata una versione della leggenda di Maria La Bella, Maria Lancia figlia di Francesco I. Si narra che la bellissima principessa attendesse al balcone del Castello dei Lancia (il Castello di Brolo) l’arrivo del suo spasimante, che giungeva con una piccola imbarcazione fino al porto. Ostacolati nel loro amore dalle rispettive famiglie, i due giovani tentarono la fuga, venendo successivamente catturati e imprigionati nella cisterna della Torre delle Ciavole. Una versione più cruenta vuole che i due amanti siano stati sepolti vivi all’interno della torre, presidiata successivamente dalle “Ciaule” (uccelli in grado di riprodurre i suoni; in questo caso i lamenti dei sepolti vivi)