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SPECIALE GIORNO BUIO | Il 9 maggio del 1978 l’Italia morì due volte

9 maggio 1978: l’Italia venne scossa da due episodi talmente gravi da poter affermare che in questa data, 43 anni fa, l’Italia morì due volte. Oggi, a causa di questi avvenimenti, ricorre il «Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice»; la Giornata venne istituita il 4 maggio 2007 e viene celebrata il 9 maggio in considerazione del fatto che in questa data venne ucciso brutalmente dalle Brigate Rosse Aldo Moro; lo stesso giorno venne assassinato il giornalista Peppino Impastato.

Caso Moro
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Aldo Moro in una foto scattata durante la prigionia

L’episodio di Moro ha suscitato fin da subito un grande interesse mediatico, data la posizione pubblica del politico. Il presidente della DC venne rapito il 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse; durante l’atto vennero uccisi anche gli uomini della scorta. Durante il periodo di prigionia il Paese si divise in due schieramenti: chi sosteneva si dovesse trattare con i terroristi e chi, invece, si rifiutava di scendere a compromessi. Lo Stato alla fine scelse la linea dura e il 9 maggio il corpo del politico venne rinvenuto senza vita all’interno del bagagliaio di una Renault 4 in via Michelangelo Caetani a Roma.

Il ritrovamento del corpo di Moro dentro la Renault 4 (foto: ANSA)
Caso Impastato
italia
Peppino Impastato (foto: ANCI)

La vicenda di Peppino Impastato ha avuto inizialmente un impatto minore. Il giornalista e attivista nel 1978 si candidò al consiglio comunale della sua città, Cinisi (PA), nella lista di Democrazia Proletaria; tra l’8 e il 9 maggio dello stesso anno venne brutalmente ucciso, legato ai binari con una carica di tritolo posta sotto al corpo. A causa di possibili depistaggi di stampo mafioso, all’inizio venne considerato come lui stesso un attentatore a cui andò storto qualcosa o alcuni pensarono a un episodio di suicidio. Si dovette attendere il 1984 per avere una prima sentenza dove si leggeva dell’ombra della mafia dietro la sua morte. Dopo alcune archiviazioni negli anni ’90, nonostante la matrice mafiosa fosse oramai confermata, si dovettero aspettare due date significative:

  • 5 marzo 2001, la corte d’assise condanna Vito Palazzolo a trent’anni di carcere poiché mandante dell’omicidio Impastato;
  • 11 aprile 2002, venne inflitto l’ergastolo a Gaetano Badalamenti per aver ordinato l’omicidio Impastato.
Foto di Paolo Chirco
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NEWS | A Grotta Guattari (San Felice Circeo, LT) scoperti i resti di nove uomini di Neanderthal

Un’eccezionale scoperta proviene da Grotta Guattari (LT), ad ottanta anni dalla sua fortuita scoperta, confermando il promontorio del Circeo quale luogo nevralgico per gli studi preistorici italiani e internazionali.

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All’interno di Grotta Guattari – San Felice Circeo (LT) – fonte: Ministero della Cultura

L’Associazione Nazionale Archeologi si congratula per la scoperta e lo studio dei resti di 9 altri individui attribuibili ad Homo Neanderthalensis, a seguito di scavi condotti dal prof. Mario Rolfo, docente di Archeologia Preistorica dell’Università di Tor Vergata, dal direttore dei lavori di scavo, funzionario archeologo dott. Francesco Di Mario, e con il direttore del servizio di antropologia della SABAP Lazio dott. Mauro Rubini. 

Il ritrovamento
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L’inizio degli scavi a Grotta Guattari – San Felice Circeo (LT) – fonte: Ministero della Cultura

Durante i lavori per la messa in sicurezza della grotta medesima, iniziati nel 2020, sono avvenuti gli eccezionali ritrovamenti dei nove individui che gettano nuova luce sulla presenza umana in età preistorica e specificamente sull’occupazione neanderthaliana della grotta.

Alcuni resti all’interno della Grotta – fonte: Ministero della Cultura

«Una scoperta incredibile che segna una nuova importante tappa negli studi di archeologia preistorica», dichiara Alessandro Garrisi, presidente nazionale dell’ANA, che prosegue: «Questo ritrovamento sarà importante per ampliare ulteriormente le nostre conoscenze tanto del contesto specifico di ritrovamento, il sistema di cavità noto come Grotta Guattari, quanto degli usi e abitudini dell’uomo di Neanderthal. Il paleontologo Alberto Carlo Blanc era stato il fortunato scopritore di questo sito nel 1939 e già allora il ritrovamento suscitò grande ammirazione nella comunità scientifica. Anche oggi questa importante scoperta desterà interesse nella comunità scientifica internazionale e sarà opportunità per capire ancora meglio questa specie umana che per migliaia di anni ha convissuto con l’Homo Sapiens: una convivenza che, come gli studi più recenti suggeriscono, sfociò spesso in condivisione dei territori e, probabilmente, anche in forme di integrazione sociale. Una scoperta che offre quindi una dimostrazione dell’incredibile ricchezza del nostro patrimonio archeologico e dell’elevata qualità dell’archeologia italiana tutta. Ritrovamenti come questi devono essere accompagnati da un’adeguata comunicazione rivolta tanto agli addetti ai lavori, quanto al pubblico più ampio: è questo l’unico modo di realizzare un percorso virtuoso che veda le comunità territoriali sempre più coinvolte nella difesa della memoria e del patrimonio culturale del paese».

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NEWS | La “Scatola Archeologica” a Roma fa vivere uno scavo archeologico da protagonisti

Senza falsa modestia, nessuno è esente dal fascino avventuroso di uno scavo archeologico, ma soltanto gli addetti ai lavori hanno il privilegio di poterlo vivere in prima persona. La Domus Aventino, a Roma, realizza questo sogno fondendo storia e tecnologia per restituire tutta la magia di uno scavo e dal 7 maggio inaugura la “Scatola archeologica”! Il progetto è a dir poco unico, il primo sito museale all’interno di un complesso residenziale dove il visitatore verrà catapultato in un vero e proprio scavo archeologico, tra antico e contemporaneo, in cui i vari ritrovamenti sono posizionati così come sono stati rinvenuti e supportati da un allestimento multimediale curato da Piero Angela e Paco Lanciano con proiezioni che valorizzano il tutto.

scatola archeologica
L’allestimento della Domus sull’Aventino (foto: La Scatola Archeologica)

Per 60 minuti circa, tutti potranno così sentirsi i protagonisti di quei colossal cinematografici che tanto ci hanno fatto appassionare al mondo dell’archeologia e vivere un’entusiasmante avventura. Le visite avverranno in italiano il primo e il terzo venerdì del mese per un massimo di sei persone a turno nel rispetto delle normative anti Covid-19, prenotando un intero turno (s’intende, sempre per sei persone) sarà possibile organizzare la visita ad hoc in altre lingue.

Dunque, che aspettate? Prenotate subito la vostra visita su questo sito e let’s live the dream!

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NEWS | Dal Delta del Nilo (Egitto) ritornano alla luce 110 sepolture antichissime (PHOTOGALLERY)

Il dottor Sayed Al-Talhawi, direttore dello scavo nell’area archeologica di Dakahlia, governatorato a nord-est del Cairo, annuncia la scoperta di 110 sepolture. L’importanza della scoperta, avvenuta nel sito di  Kom al-Khaljan, nel Delta del Nilo, risiede nell’epoca delle sepolture. Sembra siano databili a tre diversi periodi, che scandiscono, di fatto, tre diverse fasi della civiltà egizia, dalla preistoria al Secondo Periodo Intermedio.

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Le sepolture di Kom al-Khaljan (foto: Ministry of Tourism and Antiquities)

Le più antiche, 68 sepolture, risalgono infatti a più di 5000 anni fa, alla Civiltà del Basso Egitto, conosciuta come Bhutto/Buto 1 (3900-3700 a.C.) e Bhutto/Buto 2 (3700-3350 a.C.). Cinque sepolture, invece, risalgono alla civiltà Naqada III (3500-3150 a.C.) e 37 all’epoca Hyksos (1720-1530 a.C.) durante il Secondo Periodo Intermedio. 73 sepolture, dunque, sono state realizzate prima delle piramidi, prima dei faraoni.

Le tombe più antiche

Il dottor Ayman Ashmawy, capo del settore delle antichità egizie presso il Consiglio Supremo delle Antichità, dichiara che le 68 sepolture sono fosse di forma ovale scavate nello strato sabbioso dell’isola del Delta. Al loro interno, i defunti sono stati collocati in posizione rannicchiata. La maggior parte giaceva sul lato sinistro e con la testa rivolta a ovest. All’interno di un grande vaso di argilla, inoltre, sono stati scoperti i resti di un bambino, databili al periodo Bhutto/Buto 2, sepolto insieme a un piccolo vaso di argilla sferico.

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Sepoltura a fossa ovale con resti antropici in posizione accovacciata. Dal sito di Kom al-Khalian nel Delta, risalente alla civiltà di Buto (foto: Ministry of Tourism and Antiquities)
Le sepolture con corredo di Naqada III

Anche le cinque tombe risalenti al periodo Naqada III sono fosse di forma ovale ricavate nello strato sabbioso. Tra queste, due sepolture presentano il fondo e la parte superiore ricoperti da uno strato di argilla. «All’interno delle fosse, spiega Ayman Ashmawi, la missione ha trovato un gruppo di arredi funerari caratteristici di questo periodo, come vasi cilindrici e triangolari, oltre alla ciotola del kohl, la cui superficie era decorata con disegni e forme geometriche».

Le sepolture del periodo Hyksos

Nadia Khader, capo del Dipartimento centrale del Basso Egitto presso il Consiglio Supremo delle Antichità, afferma che le tombe del Secondo Periodo Intermedio sono 37; 31 di queste sono fosse semi-rettangolari, con profondità tra i 20 cm e gli 85 cm. Presentano tutte sepolture in posizione distesa e supina con la testa verso occidente. Alcune sepolture presentano una struttura rettangolare in mattoni di argilla, a forma di edifici. Anche in questo gruppo, inoltre, è presente l’inumazione di un bambino all’interno di un grande vaso: si tratta di una tipologia di sepoltura diffusa in Oriente.

Le tombe presentano un corredo funerario di piccoli, ma significativi oggetti: vasi di argilla nera, amuleti (in particolare scarabei) in pietre semipreziose e gioielli, come anelli e orecchini in argento.

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LO SAPEVI CHE | A Deir el-Medina manca il salario operaio: più di 3000 anni fa il “primo sciopero” della storia

Vi siete mai chiesti quale sia stato il primo “sciopero” della storia? Anche i lavoratori dell’antichità protestavano per i propri diritti? Sembra proprio di sì! Siamo nell’anno 29 del regno di Ramesse III, nell’Egitto del Nuovo Regno, quando gli operai di Deir el-Medina decidono che è il momento di interrompere il loro lavoro per reclamare i propri diritti. È, ad oggi, la più antica testimonianza di “sciopero” giunta fino a noi. Ma cosa stava succedendo e perché gli operai di Deir el-Medina ne hanno avuto necessità?

Crisi politica ed economica nell’Egitto di Ramesse III

Dopo un periodo particolarmente prospero per l’Egitto, culminante con i regni di Sethi I, Ramesse II e Merenptah, il potere centrale subisce una perdita di potenza. Diminuisce la stretta sulle regioni del Vicino Oriente (utili per il reperimento di molte risorse) e si dà spazio a nuove invasioni esterne. Infatti, Ramesse III, secondo sovrano della XX dinastia, deve fare i conti con diverse invasioni esterne, prima dai Libici e poi dai Popoli del Mare nell’anno 8 di regno.

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Mura del tempio di Medinet Habu. Ramesse III contro i Popoli del Mare (foto: Mediterraneaonline)

Ramesse III si ritrovò, dunque, a sostenere ingenti spese militari e l’impiego di una sostanziosa forza lavoro per la realizzazione del suo tempio funerario a Medinet Habu. Sulle mura esterne del Tempio, infatti, venivano rappresentate le molte battaglie (e vittorie) del sovrano con la funzione di propaganda reale. Nel contempo, egli doveva assicurarsi che i templi ricevessero le razioni di cui necessitavano, sottolineando un indebolimento dello stato di fronte al clero e alle proprietà templari.

Proprio l’irregolarità nel pagamento delle razioni giornaliere, il salario operaio, scatena il malcontento degli operai di Deir el-Medina negli anni finali del regno.

Il “Papiro dello sciopero”

Un incredibile documento storico, il “Papiro dello sciopero” è oggi parte della collezione papirologica del Museo Egizio di Torino, resa disponibile online sul sito del museo. Si tratta di una testimonianza documentale unica, la più antica giunta a noi. Il cosiddetto “Papiro dello sciopero” è un documento amministrativo scritto in ieratico (grafia corsiva dell’egiziano antico) che riporta la notizia di uno “sciopero” durante l’anno 29 del regno di Ramesse III. Autore del papiro è lo scriba Amunnakht, a cui si devono anche il “Papiro delle miniere” e il “Progetto della tomba di Ramesse IV”, conservati al Museo.

Il “Papiro dello sciopero”, Museo Egizio di Torino (foto: Artsupp)

Secondo il testo, gli operai del villaggio di Deir el-Medina, preposti al lavoro delle sepolture reali nella Valle dei Re, un giorno di novembre smettono di lavorare. Vanno a sedersi fuori dai templi funerari di Tutmosi III e Ramesse II e dicono che non torneranno al lavoro. Dopo un pagamento in grano da parte delle autorità e un momentaneo rientro a lavoro, gli operai occupano il tempio di Sethi I. Il loro obiettivo è quello di parlare delle proprie condizioni di lavoro direttamente con il loro “signore perfetto”, il faraone stesso, perché da due mesi non ricevono il salario, consistente in razioni giornaliere di viveri. Mancano loro unguenti, panni e soprattutto cibo. E, secondo il testo, finché non verranno pagati non proseguiranno con le loro attività. Una presa di posizione, in nome dei diritti dei lavoratori, antica di più di 3000 anni.

La storia che cambia

In un incontro con Archeologia voci dal passato, Christian Greco, direttore del Museo Egizio, dice che «anche se il testo non lo riporta, gli operai torneranno poi a lavorare. La situazione si risolverà, ma capiamo anche in quale crisi economica profonda l’Egitto stia entrando. Di lì a poco, nell’età di Ramses XI, sarebbe finito il Nuovo Regno, e il Paese sarebbe entrato nel Terzo Periodo Intermedio. Un momento in cui il centro di potere non sarà più unico: il potere politico sarà diviso all’interno dell’Egitto e il Paese conoscerà anche un momento di compressione economica. Non saranno più in grado – ad esempio – di andare in Libano per reperire il legno di cui avevano bisogno per costruire sarcofagi. Ecco quindi che questo è un documento storico importantissimo perché ci fa capire anche le trasformazioni che l’Egitto sta subendo».

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NEWS | Lago di Vagli (LU): il “paese fantasma” torna alla luce

A causa dell’emergenza Covid-19, lo svuotamento del lago artificiale di Vagli, inizialmente previsto per il 2021, verrà rimandato al 2022; a dare l’annuncio è stato l’ormai ex sindaco Mario Puglia. Il lago, situato nel comune di Vagli Sotto, in provincia di Lucca, è un vero e proprio custode di segreti, tra cui anche un paese fantasma.

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Lago di Vagli (LU) – foto: Vagli Park

L’origine del Lago e i suoi segreti

Di origine artificiale, il Lago si è formato in seguito allo sbarramento del Torrente Edron per la costruzione della diga idroelettrica, iniziata nel 1941 e terminata, anche a causa della guerra, nel 1947.

lago di vagli
Diga del Torrente Edron (LU)

Le acque, salendo di livello, andarono a coprire diversi borghi medievali tra cui il più importante, Fabbriche di Careggine (LU), conosciuto anche come “paese fantasma”; fondato nel 1270, era un tempo borgo di fabbri ferrai provenienti da Brescia, che lavoravano il ferro estratto dal Monte Tambura. Per motivi di manutenzione venne più volte svuotato: nel 1958, nel 1974, nel 1983 e nel 1994.

Progetto di valorizzazione

Il progetto di svuotamento del Lago, previsto ora per il 2022, è stato pensato nell’ottica di valorizzazione turistica del territorio; l’amministrazione comunale, guidata da Giovanni Lodovici, ha affermato che, a causa dell’emergenza sanitaria, non sarà possibile effettuare l’opera entro la fine del 2021; le restrizioni non permetterebbero un libero spostamento tra regioni o comuni, limitando di fatto l’arrivo dei turisti da tutta l’Italia. Per ovviare al problema, si è deciso di spostare l’evento al prossimo anno nella speranza che la situazione migliori.

Borgo di Fabbriche di Careggine (LU), foto: Vagli Park
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APPROFONDIMENTO | La medicina nell’antico Egitto, dolori e rimedi millenari

Secondo gli egizi la vita è infinita; si muore solo perché ci sono accidenti imprevisti che la spezzano, momentaneamente. Per gli egiziani, infatti, nulla finisce, ma tutto passa e si trasforma. E, inoltre, non sembra esistere la morte per natura: l’uomo perde la vita a causa di qualcuno o di qualcosa (un altro uomo, un animale, un oggetto inanimato, una pietra). Oppure è un dio, uno spirito maligno che s’insinua in un individuo: gli rompe le ossa, gli succhia il sangue, ne rode le viscere e il cuore; man mano che lo spirito progredisce nell’opera distruttrice, la vittima deperisce.

Quindi per far guarire un malato occorrono due cose: scoprire la natura dello spirito che si è impossessato del paziente, poi non dargli tregua e scacciarlo o distruggerlo. Perciò solo un “mago” può guarire un malato con formule e amuleti. Nonostante questo sottilissimo limite tra magia rituale e medicina, nell’Egitto antico si era sviluppata una importante tradizione medica, attenta alla varietà di sintomi e capace di disporre di una notevole varietà di rimedi.

Imhotep, architetto e medico

Imhotep fu un architetto, poeta, scriba e medico, vissuto al tempo di Djoser, III dinastia. Alla corte del sovrano, Imhotep aveva ruoli di un certo rilievo. Oltre ad essere capo architetto, Imhotep aveva i titoli di primo sacerdote di Heliopolis e di cancelliere del re dell’Alto e del Basso Egitto, essendo quindi preposto agli scritti teologici e ai decreti reali. In epoca tolemaica, in virtù della sua fama come medico, venne divinizzato e considerato il dio egizio della medicina.

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Statuetta bronzea di Imhotep dal Louvre

Fu probabilmente il primo a scoprire e a studiare i batteri e, quindi, a sperimentare le soluzioni antibatteriche che poi diedero importanti risultati per quanto riguarda malattie degli occhi. Gli egiziani, infatti, grazie ai processi di imbalsamazione, hanno avuto la possibilità di analizzare da vicino il corpo umano, di studiarne eventuali patologie e di perfezionare le tecniche di conservazione. Le cavità toraciche e addominali dei corpi imbalsamati, infatti, venivano svuotate delle viscere e riempite con sostanze dalle proprietà antisettiche in modo da dare volume al corpo e da evitare la proliferazione batterica.

I papiri medici

Non sono molte le evidenze materiali e mancano, di certo, trattati di medicina veri e propri. Tuttavia ci sono una serie di papiri che trattano dell’applicazione di vari rimedi da somministrare in caso di specifiche malattie. Tra i più importanti c’è il papiro “Edwin Smith” (1650 a.C.), un rotolo di 4,5 metri, che contiene un trattato di patologia interna e chirurgia ossea. Questo papiro elenca 48 casi di ferite e lesioni con le corrispondenti terapie. Il suo contenuto è principalmente chirurgico, ma include anche l’esame obiettivo: diagnosi, trattamento e prognosi di numerose patologie. Un particolare interesse si rivolge a diverse tecniche chirurgiche e descrizioni anatomiche, ottenute nel corso dei processi di imbalsamazione.

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Parte del papiro “Edwin Smith”

Il papiro “Ebers” (1550 a.C.), poi, è uno dei più importanti e dei più grandi documenti scritti dell’antico Egitto. Misura più di 20 metri di lunghezza e 20 centimetri di larghezza. Contiene nozioni di anatomia, un elenco con patologie e relative cure, rimedi per moltissime malattie: dalla tosse ai problemi cardiaci e novecento ricette di farmaci. Sebbene probabilmente avesse versioni più antiche, il papiro sembra datarsi al XVI sec. a.C., al periodo di Amenhotep I, XVIII dinastia.

Contiene 877 formule che descrivono numerose malattie in vari campi della medicina: la chirurgia, la medicina generale, la pediatria, la gerontologia, l’oftalmologia, la ginecologia, la gastroenterologia. A quest’ultima sezione è dedicata un’ampia parte con molte formule per la risoluzione dei dolori allo stomaco. La formula n. 86 recita: «Una medicina per spezzare il dolore allo stomaco: carne fresca di bue; resina di terebinto; meliloto; bacche di ginepro; pane fresco; birra dolce. Pestare insieme e filtrare il tutto. Da bere per 4 giorni».

Questo papiro, inoltre, include la prima relazione scritta sui tumori.

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Papiro “Ebers”, pagina sui tumori

Inoltre, compare per la prima volta la parola “cervello”, del quale vengono accuratamente descritte la forma, le circonvoluzioni e le meningi. Contiene anche una raccolta di formule da recitare prima di applicare un rimedio; per ogni organo del corpo è riportata una formula differente.

Un’altra importante fonte è il papiro “Kahum”, 1850 a.C., che è un compendio di ginecologia, ma tratta anche di materie come veterinaria e aritmetica. Il papiro riporta, inoltre, anche una malattia “che divora i tessuti ”: il cancro.

La figura del guaritore

Dal papiro “Ebers”, inoltre, apprendiamo che l’esercizio della medicina era affidato a tre categorie di guaritori: medici, chirurghi e guaritori. I medici curavano il malato con la somministrazione di rimedi, i secondi si occupavano della cura di ferite e fratture, mentre gli “stregoni”, riconoscendo delle forze magiche come causa delle malattie, curavano con incantesimi, esorcismi, formule e amuleti.

I medici dell’antico Egitto erano molto numerosi ed esisteva una precisa gerarchia: a capo vi era il medico personale del faraone, seguiva il supervisore e l’ispettore medico, i medici meno importanti e i medici di base. La formazione avveniva presso le “case della vita“, poste vicino ai templi. Non si trattava di vere e proprie scuole, ma erano più enormi biblioteche. I medici si dovevano attenere alle pratiche mediche tradizionali e si rifiutavano di curare i malati terminali. I medici ordinari erano affiancati dai professionisti di grado superiore, gli ispettori e i sovrintendenti.

Le malattie

I papiri di medicina egizi mostrano che gli antichi medici conoscevano più di 320 malattie e 180 farmaci. Tra le malattie più diffuse sembra ci fossero disturbi gastrointestinali, arteriosclerosi, vaiolo, peste, tubercolosi, lebbra, appendicite e polmonite.
Si stabiliva la diagnosi attraverso i sintomi. Si compilava un questionario sull’aspetto, stato di coscienza, udito, odore del corpo, secrezioni, tumefazioni, temperatura e polso. Si procedeva con controlli delle urine, delle feci e dell’espettorato. Dopo l’esame il medico pronunciava una delle seguenti prognosi: «è un male che curerò» (prognosi favorevole); «è un male che combatterò» (prognosi incerta); «è un male che non curerò» (prognosi sfavorevole).

I disturbi mentali si curavano con esorcismi. La medicina, così come ogni ambito della vita degli antichi egiziani, era strettamente connessa con la dimensione rituale. Ogni parte del corpo umano ed ogni malattia erano così associate a una divinità.

Chirurgia

Assai progredita era la chirurgia e la sutura delle ferite. Venivano utilizzati strumenti chirurgici del tutto simili a quelli in uso nei nostri ospedali per operare i malati. Sembra siano stati effettuati con successo anche interventi per scongiurare i tumori, mentre sono noti i clamorosi successi in fatto di applicazione di arti artificiali che consentivano ai pazienti di proseguire in tutta normalità la loro vita. Un ritrovamento ha portato alla luce i resti di una donna alla quale fu amputato l’alluce di un piede e quindi applicata una protesi di legno che, nella sua semplicità, era di una efficacia straordinaria e permise alla donna di camminare ancora per molti anni dopo l’intervento.

La chirurgia riguardava soprattutto la riduzione delle fratture, l’estrazione di calcoli, le operazioni all’occhio, l’asportazione di tumori esterni, la circoncisione. Di fatto, gli egizi conoscevano vari mezzi per praticare una sorta di anestesia con una speciale “pietra” che si trovava vicino Menfi. La pietra veniva ridotta in polvere e applicata sulla parte dolorante, da cui faceva scomparire ogni dolore. Forse si trattava semplicemente di pezzetti di bitume che, a contatto con la fiamma, sprigionavano vapori che assopivano il paziente. Venivano anche sfruttati, a scopo anestetico, gli effetti sedativi del coriandolo, della polvere di carruba e, verosimilmente, anche dell’oppio. Gli attrezzi più comuni di un medico erano pinze, coltelli, fili di sutura, schegge, trapani e ponti dentari.

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Strumenti chirurgici dalle pareti del tempio di Kom Ombo
Farmacia antico-egiziana

La funzione di farmacista veniva generalmente svolta dai sacerdoti e dai medici. La farmacopea del tempo includeva sostanze medicinali vegetali. Era comune l’uso di lassativi come fichi, datteri e olio di ricino. Le indicazioni relative alle varie terapie sono molto precise e nel solo papiro “Ebers” sono menzionati 500 diversi medicamenti con le varie forme di confezionamento e di somministrazione di polveri, tisane, decotti, pastiglie. Le medicine erano tutte a base di grasso, acqua, latte, vino, birra.

A questi si aggiungeva, per renderli più graditi, un po’ di miele. I medicamenti erano di origine vegetale, animale o, più raramente, minerale (ferro, piombo, antimonio), molti dei quali figurano ancora nella moderna farmacopea. Una pianta certamente nota in Egitto era la mandragora che, per il suo inconfondibile aspetto antropomorfo, ha attirato su di sé leggende, credenze e superstizioni sino ai nostri giorni. Quest’ultima, insieme ad altre erbe con proprietà psicotrope, veniva usata per lenire il dolore. E, ancora, il sicomoro, di cui gli Egiziani utilizzavano le foglie contro l’ittero e il veleno dei serpenti. I frutti, invece, ricchi di minerali come potassio, calcio, fosforo e magnesio, venivano utilizzati contro la dissenteria, la tosse e le infezioni della gola.

Grasso animale e altri rimedi

I rimedi da applicare sotto forma di unguenti erano veicolati attraverso sostanze grasse, i rimedi per i disturbi femminili consistevano in lavande, quelli per gli occhi e per le orecchie erano sotto forma di gocce, mentre i rimedi per le malattie polmonari consistevano in fumigazioni. L’uso di sottolineare gli occhi con la riga nera fungeva anche da misura profilattica. Il pigmento nero che usavano per questo scopo conteneva sali di antimonio, un minerale usato per la cura delle infezioni oculari e per la protezione degli occhi dal forte riverbero solare.
Le malattie parassitarie erano sicuramente tra quelle più comuni e venivano curate con molti rimedi. I più comuni erano a base di trementina, giusquiamo in polvere e radice di melograno. Sembra anche che gli egiziani usassero il pane con la muffa contro le infezioni in quanto risultava efficace per la sua azione antibiotica.

Probabilmente conoscevano il diabete perché nei papiri medici è presente il rimedio per ridurre l’eccessiva quantità di urina (la poliuria, infatti, è uno dei sintomi principali della malattia). La formula n. 263 del papiro “Ebers” infatti recita: «Un rimedio per regolare l’urina: pannocchia di canna 1/8; radice di brionia 1/4; miele; bacche di ginepro 1/4; acqua. Il tutto filtrato. Da bere per 4 giorni».

Birra, purganti e sanguisughe come rimedi

Ma un rimedio molto in uso era la birra. Non era usata solo come componente liquida di numerosi medicamenti, ma anche come medicina per i disturbi intestinali, contro le infiammazioni e le ulcere delle gambe. L’effetto disinfettante era verosimilmente dovuto al lievito, che produceva un’azione antibiotica, come anche il pane ammuffito, prescritto in altre formule ed efficace per la sua azione antibiotica.

Tra i purganti più in uso figurano l’olio di ricino e la senna (cassia angustifolia). Ma gli egizi praticavano anche il clistere. Sembra che questa pratica sia stata loro ispirata dall’ibis che introduce il lungo becco aguzzo nel proprio retto, irrigandolo a scopo di pulizia. L’enteroclisma veniva effettuato con l’aiuto di un corno, impiegando come lavanda bile di bue, oli o sostanze medicamentose. È certo che i medici egizi si servirono delle sanguisughe per decongestionare le parti infiammate, ma è dubbio se conoscessero la tecnica del salasso.

Ginecologia

Notevoli erano anche le conoscenze in tema di ostetrica e di contraccezione. Quando cominciavano le doglie, i metodi per facilitare il parto erano diversi: accovacciarsi sui talloni su di una stuoia, oppure sopra quattro mattoni separati tra di loro per favorire l’uscita del bambino. Anche la contraccezione veniva praticata con metodi magici, ma anche a base di pozioni o di applicazioni locali.

Il parto nell’antico Egitto

Ci furono anche medici donne. Al contrario di quanto si possa pensare, la donna della civiltà egizia era tenuta in grandissima considerazione. Nonostante ciò, non ci sono molte evidenze materiali (così come anche per le figure maschili). La prima dottoressa conosciuta, però, sembra sia stata Peseshet, che esercitò la sua attività durante la IV Dinastia. Al ruolo di supervisore abbinava quello di levatrice in una scuola medica a Sais.

Peseshet

Di Oriana Crasì e Chiara Di Martino

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ACCADDE OGGI | La morte di Mussolini: gli ultimi giorni del dittatore

28 aprile 1945: 76 anni dal giorno in cui Benito Mussolini venne giustiziato con la sua amante, Claretta Petacci, a Giulino di Mezzegra, in provincia di Como.

L’ultimo baluardo fascista

Nel dicembre del 1944 Mussolini ipotizzò una possibile ritirata in Valtellina, dove attuare l’ultima resistenza tramite il piano militare RAR (Ridotto Alpino Repubblicano). Il piano non venne mai eseguito a causa del mancato sostegno da parte di alcuni gerarchi fascisti e del ritardo nell’approvvigionamento di armamenti e vettovaglie.

Mussolini
Mussolini impegnato in un discorso
La fuga e l’arresto

Già a marzo del 1945 il dittatore tentò un primo tentativo di tregua con gli alleati anglo-americani tramite il cardinale di Milano Ildefonso Schuster; tentativo fallito a causa della richiesta di resa incondizionata fatta a Mussolini.

Il 19 aprile si stabilì nella prefettura di Milano. Lì, resosi conto che la situazione stava precipitando velocemente, cominciò ad intrattenere contatti con le autorità svizzere per un possibile asilo politico, ma quelle rifiutarono. In seguito, il 25 aprile (giorno dell’insurrezione di Milano), Mussolini fece un ultimo tentativo con il cardinale e i delegati del CLNAI (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia) per evitare una fine rovinosa. Durante questo incontro il dittatore apprese anche che i tedeschi stavano trattando una tregua in segreto, rendendolo un uomo solo, senza alleati: decise quindi di abbandonare il “campo”. Se il piano fosse stato quello di espatriare in Svizzera o Germania o, più probabilmente, di tentare un ultimo baluardo difensivo in Valtellina per avere maggior tempo per trattare una tregua, non sarebbe stato sicuro.

25 aprile 1945: Mussolini abbandona la Prefettura di Milano; l’ultima foto che lo ritrae vivo

La sera del 25 aprile si mise in marcia verso Como; il giorno seguente, a Menaggio (CO), venne raggiunto dall’amante Claretta Petacci e lì si unì, insieme ai gerarchi fascisti che lo accompagnavano, ad un convoglio tedesco in ritirata. La colonna di automezzi venne fermata dalla 52esima brigata partigiana «Luigi Clerici» il 27 aprile a Dongo (CO), dove Mussolini venne riconosciuto e arrestato. L’ormai ex dittatore venne portato prima nella caserma della Guardia di Finanza di Germasino (CO), poi, per precauzione, venne portato con la Petacci a Bonzanigo (CO), dove passò l’ultima notte in un’abitazione di contadini, i De Maria.

L’annuncio al popolo

Venne annunciato l’arresto nello stesso giorno su Radio Milano Libera da Sandro Pertini: «Lavoratori, il fascismo è caduto. […] Il capo di questa associazione a delinquere, Mussolini, mentre giallo di livore e di paura tentava di varcare la frontiera svizzera, è stato arrestato. Egli dovrà essere consegnato a un tribunale del popolo perché lo giudichi per direttissima. E per tutte le vittime del fascismo e per il popolo italiano, dal fascismo gettato in tanta rovina, egli dovrà e sarà giustiziato. Questo noi vogliamo, nonostante pensiamo che per quest’uomo il plotone di esecuzione sia troppo onore. Egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso».

La morte del dittatore

Mussolini
Cancello di Villa Belmonte, Giulino di Mezzegra (CO)

Il 28 aprile alle 16.10 Mussolini e la Petacci vennero fucilati davanti al cancello di Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra sul Lago di Como. Secondo la versione ufficiale, a compiere l’atto fu il colonnello partigiano Walter Audisio, conosciuto come “Valerio”, affiancato da altri due partigiani: Aldo Lampredi e Michele Moretti. La condanna non includeva la compagna del dittatore, ma, secondo le testimonianze, si aggrappò a lui nel momento degli spari. I corpi furono poi trasportati in piazzale Loreto, nel punto in cui circa 8 mesi prima erano stati fucilati 15 partigiani.

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NEWS | Riemerge un’altra parte della necropoli tardo romana di Catania

Riemerge ancora una parte della necropoli tardo romana di Catania; la scoperta è avvenuta durante i lavori della Terna S.p.A., proprio nel tratto tra via Androne e via Battiato. Sono state individuate quattro sepolture, tre del tipo a forma con pareti intonacate e una su terra con copertura a cappuccina. Le tombe sono povere: presentano pochi elementi di corredo che forniranno comunque preziose indicazioni per una più precisa collocazione cronologica.

Gli scavi dell’intera tratta sono stati seguiti da archeologi: il dott. Alberto D’Agata, direttore del cantiere da agosto 2020, nonché collaboratore della nostra testata, e il dott. Federico Caruso; entrambi in raccordo con una funzionaria della Soprintendenza di Catania, la dott.ssa Michela Ursino. Si ringrazia la Terna S.p.A. e la Ditta Tethys, che ha fornito il supporto per la parte relativa allo scavo archeologico.

Le indagini nella zona della necropoli tra ieri e oggi

Fin dall’inizio si intuiva che la zona avrebbe regalato grandi soddisfazioni: è stata ritrovata la necropoli nord di Catania e, su via Androne, erano stati inizialmente intercettati, senza possibilità di indagine, dei muri; un muro trova continuità con un rinvenimento di Paolo Orsi del 1917, l’archeologo aveva allora scavato una struttura funeraria in conci di calcare. Sono stati rinvenuti altri muri che hanno fatto pensare ad una struttura funeraria di età ellenistica, riutilizzata anche successivamente.

Poco più sotto, invece, in continuità con le tombe scoperte negli scavi tra gli anni ’50 e ’70, sono state ritrovate sepolture con orientamento nord-sud: seguivano quindi la viabilità dell’epoca; delle sei sepolture a cassa individuate, se ne conservano però due e mezzo circa, con un’altra metà sotto i tubi che non può essere raggiunta. Sembravano circondate da una sorta di piano di calpestio e, all’esterno di questo perimetro, dovevano trovarsi le cappuccine. La tomba con copertura a cappuccina scavata ha restituito la sepoltura di un infante, di cui si conservano pochissime ossa; trovati all’esterno solo delle borchie in bronzo e un vasetto.

Molte tombe sono state distrutte dai lavori precedenti, ma il tutto è stato sufficiente a individuare due tipologie di sepoltura: una singola e due plurime. Si aspetta l’antropologo per stabilire il sesso dei defunti. Il corredo della mezza sepoltura rinvenuta comprende: un anello, una brocchetta, che trova confronti nelle tombe povere di quest’area e di questo periodo, e monete spesso illeggibili. 

Catania
I rinvenimenti in situ (Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania, foto della dott.ssa Michela Ursino)

In copertina: sepoltura rinvenuta in situ – Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Catania, foto della dott.ssa Michela Ursino.