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APPROFONDIMENTO | La leggenda di San Giorgio, il cavaliere santo

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione della studentessa Camilla Vallone sulla figura di San Giorgio, nel giorno a lui dedicato, patrono di Reggio Calabria. Ogni 23 aprile viene celebrato Giorgio (280-303 circa).

Tracce nei secoli

La vita del giovane è avvolta da un alone di mistero. Poche sono le notizie in nostro possesso e molte di queste non sono ritenute attendibili. La figura di Giorgio è stata inizialmente ricostruita grazie all’opera Passio Georgii, datata attorno al V secolo, ma ben presto considerata apocrifa con il decretum Gelasianum del 496. Il giovane romano venne venerato già a pochi decenni dalla sua morte: lo testimonia una basilica costruita in suo onore a Lydda (attuale Lod, città in Israele). Un’epigrafe greca del 368 ca., rinvenuta ad Eraclea di Betania, cita questo edificio religioso sorto sulla tomba del martire: “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”, così come fa Teodoro Perigeta nel suo De situa Terrae Sanctae (530 circa).

Tomba di San Giorgio sotto la basilica a Lod, Israele

Attualmente il corpo del santo non è presente poiché trafugato, ma anche la basilica non è più quella originaria: più volte è stata distrutta (una di queste, durante il dominio di Saladino) per poi essere ricostruita.


Tra storia e leggenda

La leggenda attorno al giovane prese forma durante il XIII secolo. Ne parla l’opera “Legenda Aurea” di Jacopo da Varazze (1293), il quale associò San Giorgio militare alla figura di Perseo che sconfisse il mostro marino salvando Andromeda.

San Giorgio in una miniatura del XIII secolo

Attenendosi alla versione romanzata, a Silene (città della Libia) vi era un drago (raffigurazione del male) che veniva tenuto a bada quotidianamente prima tramite il sacrificio di due pecore e poi tramite quello di un abitante scelto attraverso sorteggio. Il giorno in cui il caso scelse la figlia del re di Silene, Giorgio la salvò dal drago e ordinò al popolo di convertirsi per rendere docile il mostruoso animale. Nelle icone, quindi, il martire viene rappresentato a cavallo durante l’atto di uccisione del male.

 

Il protettore di Reggio Calabria

La figura di santo cavaliere si diffuse nell’XI secolo, a seguito della battaglia navale di Siracusa del 1086, tra il saraceno Bonavert (che aveva condotto razzie in territorio reggino) e il Duca Ruggero Borsa (nipote di Ruggero I di Sicilia). Il normanno vinse il saraceno e la leggenda narra che in cielo apparvero un cavaliere bianco ed un cavaliere nero, rispettivamente San Giorgio e San Michele Arcangelo.

Da questo momento in poi il giovane martire, non solo fu rappresentato come cavaliere, ma divenne protettore di Reggio Calabria. Ben sette chiese vennero costruite in suo onore e attualmente sono presenti sul territorio sia la chiesa di San Giorgio extra moenia sia quella di San Giorgio intra moenia (definita anche “S.Giorgio al corso”).

Il cavaliere oltre ad essere patrono di molte altre località (per citarne alcune: Barcellona, Genova, Venezia, Ferrara, Inghilterra, Lituania e Georgia) è anche il protettore degli scout e dei combattenti. La figura di Giorgio viene invocata contro le malattie della pelle e, addirittura, le donne musulmane visitano la sua tomba a Lydda per ricevere la grazia della fertilità. Nonostante nel 1969, la Chiesa di Roma indicò la festa del martire come facoltativa (date le scarse notizie possedute e il racconto surreale e leggendario), moltissimi sono ancora i fedeli profondamente devoti a San Giorgio.

di Camilla Vallone

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SPECIALE ROMA | La storia di Euno: lo “Spartacus” di Sicilia che sfidò le legioni

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione delle studentesse Alice Caccamo e Irene Paino sulla figura e vicenda dello schiavo Euno durante la prima guerra servile di Sicilia.

Un nome che molto probabilmente pochi di voi ricordano o conoscono, eppure rappresenta una delle fasi più significative della storia romana. Alla fine delle guerre puniche, con la distruzione di Cartagine tra le fiamme e il famoso pianto del console Scipione l’Emiliano sulle rovine della città, la Sicilia inizia ad assumere una posizione di centralità: da protagonista. Il terreno siculo ha da sempre interessato il governo romano per le sue caratteristiche, l’importante posizione geografica sul Mediterraneo, e le sue ricchezze agricole. In particolare, nel periodo successivo alle guerre puniche, la strategia commerciale del territorio siciliano si basava soprattutto su l’uso della manodopera servile. Contesto in cui si registra un significativo aumento di schiavi.

Le condizioni disumane e la crudeltà dei “padroni” furono causa probabile dei primi contrasti. La scintilla scoppiò nel 136 a.c nella città di Enna (Hennae) quando Eunus, uno schiavo siciliano, guidò una ribellione nei confronti di un ricco possidente: Damofilo. Dopo aver ucciso quest’ultimo attraverso le stesse condanne cui erano soggetti la maggior parte degli schiavi, Euno fu proclamato re e si fece nominareAntioco” (nome comune della dinastia siriana dei Seleucidi). La sua figura si trova ancora oggi in un limbo tra l’essere stato un umile schiavo, che ha trovato il coraggio di ribellarsi e farsi portavoce di quella parte della popolazione che veniva privata anche del diritto di essere umani, e l’essere profeta. Infatti, Euno sosteneva di avere dei contatti con la dea siriaca Atagartis e di riuscire a prevedere il futuro. Le sommosse si allargarono presto a tutta la Sicilia tra il 133 e il 132 a. C. Nelle zone di Morgantina, di  Agrigento, Messina e Taormina avvennero diversi scontri, in cui i “ribelli” riuscirono a sconfiggere le legioni romane.

Ci volle poco tempo perché l’esercito romano si macchiasse di una grande strage compiuta ad Enna. Euno fu catturato e imprigionato a Morgantina, dove vi morì. Così si conclude una delle pagine più buie della Storia, spesso sottovalutate e sminuite.  Molteplici sono i personaggi di cui, nel raccontare il passato, facciamo a meno di ricordare e che al contrario caratterizzano dei paragrafi importanti del grande Libro delle nostre origini. Noi, uomini di oggi, siamo fortunati ad avere la possibilità di conoscere e sapere del nostro passato. Solo in questo modo potremo rivoluzionare il futuro.

Euno
Francesco Sciortino, “La rivolta di Euno”, Sala Cerere (Enna)

Come scriveva Virgilio: “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”. La storia di Euno diventa l’occasione per discutere sui principi della libertà e della dignità dell’uomo; valori talmente preziosi che si è disposti a pagare per essi il prezzo estremo. Egli, privato persino della possibilità di proclamarsi uomo, era stato marchiato a fuoco, identificato come un oggetto di proprietà del padrone. Come lui, migliaia di uomini e donne erano costretti a patire sofferenze e angherie quotidiane, a vivere un inferno sulla terra, nudi in tutti i sensi, spogliati anche della dignità. Ma sappiamo cosa succede alla corda che viene tirata troppo.

Oggi esistono numeri di emergenza, associazioni e organizzazioni mondiali che si occupano della salvaguardia dei diritti umani. Nel II secolo a.C., che strumenti avevano Euno e gli altri se non la propria frustrazione, rabbia e violenza per dire “basta”? Basta alla sopraffazione dell’uomo sull’uomo, alle umiliazioni, alle privazioni, alla mortificazione che annienta l’umano. I consoli erano soliti crocifiggere gli schiavi ribelli perché la crocifissione era ritenuta il supplizio più inumano e indecoroso. Ad Euno, invece, l’estremo supplizio venne risparmiato: i romani riconoscevano in lui qualcosa di più di un semplice schiavo. Il filologo e storico Luciano Canfora sostiene che egli è stato trattato, anche nell’ultima tremenda punizione, come un sovrano prigioniero. Questo perché ebbe il coraggio di alzare la testa e di lottare per vivere una vita degna di essere vissuta o di morire provandoci. Euno decise di non accettare passivamente il giogo che gli altri gli avevano posto intorno al collo, da oggetto divenne soggetto attivo. E come dice Karl Jaspers: “la vita non sarebbe degna di essere vissuta se non si rischiasse il sacrificio e, anche se vano, non è privo di significato.

L’epigrafe della statua di Euno a Enna recita:

L'umile schiavo Euno, / da questa sicana fortezza, arditamente lanciava il grido di libertà per i suoi compagni  d’avventura, / il diritto affermando di ogni uomo  a nascere libero / ed anche a liberamente morire.
Euno
Monumento a Euno – Castello di Lombardia, Enna

In copertina: statua di Euno ad Enna (fonte: Sicilian Post).

 

IRENE PAINO E ALICE CACCAMO 

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SPECIALE ROMA | Il “cinghiale” premonitore dell’imperatore Diocleziano

In occasione dell’anniversario della fondazione di Roma, vi raccontiamo un simpatico e affascinante retroscena della vita di uno degli imperatori più conosciuti dell’Urbe: Diocleziano. L’episodio vede protagonista un giovane Diocle – questo era il suo nome originale – ancora di basso rango, in una locanda della Gallia, nel paese dei Tungri. Durante una discussione riguardo il vitto da pagare con una druidessa, la Storia Augusta ci racconta che, a un certo punto, la sacerdotessa gli disse: «Diocle, tu sei troppo avido e spilorcio!». Affermazione alla quale il giovane rispose in modo scherzoso: «Quando sarò imperatore, allora darò con larghezza». Si dice che la donna rispose: «Non scherzare, perché tu sarai imperatore dopo che avrai ucciso il cinghiale».

Un presagio di omen imperii destinato ad avverarsi. L’autore afferma di aver appreso di questa vicenda da suo nonno, il quale l’avrebbe appresa dallo stesso Diocleziano, che da quel momento in poi cacciò cinghiali in ogni occasione.

La profezia che si avvera

Durante un’assemblea generale dell’esercito, radunata al fine di nominare il successore di Numeriano, Diocleziano uccise davanti a tutti colui che sospettava essere l’assassino dell’imperatore. Stiamo parlando del prefetto al pretorio Flavio Apro: aper in latino vuol dire “cinghiale”. Diocleziano, acclamato dalle legioni, divenne imperatore col nome latinizzato di Gaio Valerio Diocleziano ed esclamò: «Finalmente ho ucciso il cinghiale!».

Diocleziano
Moneta di emissione dioclezianea
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Antinoo, l’amante “immortale” dell’imperatore Adriano

“La propensione di Adriano al lusso e alla lascivia, scatenò molte voci ostili sul suo libertinaggio e sulla sua ardente passione per il suo famoso paggio Antinoo”. Così Aurelio Vittore nel suo De Cesaribus scrisse dell’imperatore, citando anche il giovinetto che gli stette accanto.

 

L’incontro con l’imperatore

Adriano (117-123 d.C.) incontrò Antinoo proprio durante uno dei viaggi che caratterizzarono il suo principato. L’imperatore era solito visitare le province dell’impero, per consolidare le difese interne ma anche per amore della scoperta: “La sua passione per i viaggi era tale che tutto quello che aveva letto sulle diverse regioni del mondo, lo volle vedere di persona” – Historia Augusta. I due si incontrarono in Bitinia (Claudiopoli, attuale Turchia).

Antinoo
Ritratto di Antinoo detto “di Ecouen”, oggi al Museo del Louvre di Parigi

 

Antinoo e il rapporto con Adriano

Antinoo era un semplice giovane di provincia, non poteva vantare parentele di rango imperiale o specifiche virtù, se non una bellezza che folgorò immediatamente il principe. Quando si incontrarono, nel 123 d.C., Antinoo aveva soli 13 anni mentre Adriano già 47. L’imperatore per formare il giovane lo portò a Roma con sé e lo fece istruire al paedagogium imperiale sul colle Celio. Dopo la permanenza del ragazzo lì, i due si ricongiunsero solo nel 125 d.C., anno da cui Adriano e il bitinico vissero a stretto contatto.


L’omosessualità nel mondo antico

Le fonti descrivono la loro relazione come una relazione d’amore. A Roma l’omosessualità era permessa ma solo se di tipo attivo: un maschio romano non si sarebbe mai potuto sottomettere poiché assumere un ruolo passivo, specialmente in ambito sessuale, conseguiva una grave perdita di virilità e per questo motivo era prerogativa di schiavi e prostituti. Secondo la mentalità romana, un ragazzo non avrebbe mai potuto trarre dei benefici educativi da una posizione di sottomissione. Il legame tra l’imperatore ed il giovane, si avvicina al modello dell’omosessualità greca: quello pederastico, connotato da elementi sia erotici che formativi e che prevedeva un erastès (maestro) ed un eromenos (giovane amato da far diventare uomo e cittadino”).

 

Antinoo come Apollo

La bellezza stupefacente di Antinoo, considerata superiore a quella di tutti gli uomini dell’impero, venne testimoniata anche in ambito artistico: in numerose statue, fra queste è possibile ricordare quella rinvenuta nel sacrario di Apollo delfico, “Antinoo delfico”, datata al 130 d.C. ; ma anche nei tondi adrianei sull’Arco di Costantino, che raffigurano scene di vita quotidiana con il giovinetto sempre a fianco dell’imperatore. Una delle esperienze più interessanti che entrambi vissero insieme, l’ultima, fu quella della crociera sul Nilo (128 d.C.), durante la quale Antinoo trovò la morte.

Antinoo
Doppio tondo raffigurante a sinistra la caccia al leone di Adriano, accompagnato da Antinoo, e a destra il sacrificio effettuato a Ercole (foto di David Castor)
La morte di Antinoo

L’Historia Augusta tratta del tragico evento, non velando l’ironia nei confronti di Adriano, in questi termini: “durante una navigazione sul Nilo perse Antinoo e lo pianse come una donna”.  Una morte tragica, la cui causa misteriosa lascia aperto un dibattito attuale fra gli studiosi di storia antica. Le fonti lasciano intravedere tre diverse ipotesi: la prima ricostruzione è che il ragazzo sia caduto accidentalmente nel fiume; la seconda è che sia stato ucciso a seguito di una congiura, messa in atto per invidia e timore del ruolo che il bitinico stava assumendo nella vita dell’imperatore, per paura che egli fosse designato erede da Adriano; la terza ipotesi è legata ad un rito magico attraverso un suicidio rituale: Antinoo avrebbe volontariamente sacrificato la sua vita per allungare quella del suo amante. A favore di quest’ultima è Aurelio Vittore che scrive: ”secondo alcuni la ragione era che Adriano voleva allungare la sua vita e che quando chiese un volontario che si sacrificasse al posto suo, tutti si rifiutarono tranne Antinoo che si offrì di farlo, questo spiegherebbe gli onori che gli sono stati dedicati” (De Caesaribus). D’altronde anche Cassio Dione conferma l’interesse dell’imperatore per la magia: “Adriano era amante delle arti magiche e ricorreva a tutti i tipi di divinazione e artifici”.

 

La mitizzazione di Antinoo

Gli stessi storici testimoniano il modo in cui Adriano cercò di onorare la volontà di Antinoo: esorcizzò il suo dolore tramite la commissione di statue che rappresentassero il suo amato assimilato al dio Bacco, al dio Hermes o al dio Osiride (che secondo la tradizione egizia annegò nel Nilo per risorgere immortale); allestì dei giochi in suo onore ed, addirittura, il nome di Antinoo fu associato ad una stella; fondò una città sul luogo della sua morte, Antinopoli, con l’istituzione di festività sacre per celebrarne la nascita. Tutto questo per realizzare un vero e proprio culto di Antinoo, volto a renderlo eterno. Tanti sono gli interrogativi ma ciò che è possibile affermare con sicurezza di questa storia è che l’imperatore nelle acque del Nilo perse un amore. Lo stesso amore che rese un semplice ragazzo di provincia, Antinoo, un uomo istruito, amato, protetto e affiancato dal più potente dell’Impero. Un amore che lo uccise ma che lo rese anche immortale. Un giovane di provincia, protagonista di una storia di ascesa e di passione che ancora oggi, a distanza di 19 secoli, viene raccontata e di cui ancora oggi si cerca un finale.

 

In copertina: Antinoo nelle vesti di Bacco, oggi al Museo Pio-Clementino (Musei Vaticani).

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SPECIALE ROMA | Il nome “Roma”: enigma storico e filologico

Di Giuseppe Ramires

Il mondo antico ci ha tramandato diverse interpretazioni sull’origine del toponimo “Roma”. Plutarco (50-120 circa d.C.), ad esempio, proprio all’inizio della biografia di Romolo nelle Vite parallele, parla della mancanza di accordo tra gli storici, che si dividevano in due fazioni. Gli uni propendevano per un’origine pelasga, legata al sostantivo ῥώμη (rhome), che significa “forza”, gli altri pensavano piuttosto ad una derivazione dal mito troiano: quando le navi ormeggiarono alla foce del Tevere, una delle donne, che si chiamava Ῥώμη (Rhome), propose alle altre di bruciare le navi così da impedire ai loro uomini di riprendere il viaggio.

L’incendio delle navi (ricordato anche da Virgilio, ma anticipato alla sosta in Sicilia, descritta nel libro V dell’Eneide) costrinse i troiani a stabilirsi nei pressi del colle Palatino. Plutarco prosegue poi con altre versioni, di cui si trova traccia, in modo analogo ma non sempre identico, in altri autori e raccolte, come Dionigi di Alicarnasso (60-7 circa a.C., Antichità Romane 1.72), Sesto Pompeo Festo (II sec. d.C., De verborum significatu, alla voce “Romam”), Gaio Giulio Solino (210 circa-258?, Collectanea rerum memorabilium 1.1-3) e Servio nel commento all’Eneide 1.273 (anche nella versione “aumentata”, il cosiddetto Servio Danielino, IV-V sec. d.C.). Ci sarebbe stata una fanciulla di nome Rhome, che avrebbe sposato Enea o suo figlio Ascanio e avrebbe dato il nome alla città.

Un’altra ipotesi si collegava al passaggio di Ulisse e alla sua unione con Circe, da cui sarebbe nato un figlio di nome Romano, che avrebbe fondato la città. E non manca naturalmente chi invece pensava a Romolo, quindi ad una onomastica autoctona, per cui il nome Romulus deriverebbe, come diminutivo, dal termine etrusco, non altrimenti attestato, “Rume”. Une versione simile si legge anche in Servio (i due fratelli si chiamavano Remus e Romus, poi cambiato in Romulus), e che sarebbe confermata da una sentenza della Sibilla (forse quella cumana): Ῥωμαῖοι, Ῥώμου παῖδες (“I Romani, figli di Romo”). Le diverse versioni hanno qualche volta una paternità, ma si tratta di nomi di autori di cui non sappiamo quasi nulla. Festo, ad esempio, cita un certo Cephalon Gerghitius, che avrebbe scritto un’opera sull’arrivo di Enea in Italia, e un Antigono scrittore di storie italiche. Servio Danielino attribuisce ad uno storico greco di nome Clinias la versione con Rome, figlia di Telemaco, che avrebbe sposato Enea e dato il nome alla città. Seduttiva, ma poco credibile e fantasiosa è la spiegazione data nel VI secolo dallo scrittore bizantino Giovanni Lido, secondo il quale il nome segreto “Roma” deriverebbe da una lettura al contrario del nome “Amor”.

L’incertezza sull’origine del nome “Roma” persiste anche tra gli studiosi moderni. In generale, si può dire che nessuno più crede ad una spiegazione legata a un “fondatore” (ecista) venuto dalla Grecia o dall’Etruria. Negli ultimi anni, due sono le tesi prese in maggiore considerazione. La prima mette in relazione il nome di “Roma” con l’antico nome del fiume Tevere, che sempre secondo Servio si chiamava Rumon. Nell’esegesi di un verso (Aen. 8.63), in cui Virgilio dice che il Tevere con la sua corrente “lambisce le rive”, Servio spiega che questo è tipico di quel fiume, che infatti ab antiquis Rumon dictus sit, quasi a voler significare che “rumina”, cioè “rimastica” e corrode le rive. Il nome Rumon deriverebbe cioè dalla parola “ruma”, che significa “gola”. Ma questa parola, “ruma”, attestata pure in osco, può significare anche “mammella”, e lo stesso Servio, commentando Aen. 8.90, mette in relazione l’antico nome Rumon con la ficus ruminalis, ovvero il fico sotto il quale, secondo la leggenda narrata da Tito Livio, una lupa avrebbe allattato Romolo e Remo. Questa seconda spiegazione, che comunque riconduce al nome Romolo, e cioè a una fondazione antichissima, indigena ma pre-etrusca della città, è quella a cui gli storici sembrano voler dare oggi più credito.

 

Giuseppe Ramires è un filologo classico. Dottore di ricerca in Filologia greca e latina (1992) e in Scienze politiche, storiche e filosofico-simboliche (2013), dal 2012 è abilitato all’insegnamento in Lingua e letteratura latina e in Filologia classica e tardoantica. Dopo il post-dottorato in Filologia classica, è stato fellow presso il Warburg Institute di Londra (2000). È uno dei collaboratori per la preparazione dei testi del Progetto “DigilibLT. Biblioteca digitale di testi latini tardoantichi” presieduto da Raffaella Tabacco dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale. È invitato regolarmente come relatore a convegni nazionali e internazionali (di recente a Parigi alla Sorbona e all’École Normale Supérieure). È editore del Commento di Servio a Virgilio, il cui prossimo volume uscirà nella prestigiosa “Collection des Universités de France” (Les Belles Lettres). Ha pubblicato, su riviste nazionali e internazionali e in volumi di atti di convegni, studi su Plauto, Catullo, Lucrezio, Virgilio, Tibullo, Properzio, Petronio, Stazio, Valerio Flacco, Draconzio, Servio, sulla fortuna dei classici presso Dante e Petrarca, Foscolo, Pascoli, Yourcenar e sulla tradizione dei classici in età umanistica (Guarino Veronese, Poliziano, Parrasio e Robortello). Il Pontifical Institute of Medieval Studies di Toronto gli ha affidato l’incarico di curare la voce Servius per il prestigioso Catalogus Translationum et Commentariorum. Su di lui, il grande virgilianista statunitense Craig Kallendorf ha scritto: “one of the best of the current generation of Virgilian editors”.

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SPECIALE ROMA | A tavola con gli antichi romani: la cena prima di tutto e niente caffè!

Per tutta la storia di Roma antica, sono molte le cose che cambiano nel corso dei secoli. Una di queste riguarda le abitudini alimentari, in continua evoluzione, seguendo il mutare delle situazioni politiche e sociali: dal Regno alla Repubblica, fino all’Impero. Ma non solo, con l’espansione dei confini infatti, l’impero romano aveva annesso numerosi territori, ognuno con proprie abitudini alimentari, propri ingredienti e propri metodi di preparazione del cibo.

Cosa mangiavano i nostri antenati? Come scandivano i loro pasti durante la giornata?

Possiamo affermare che il consumo di cibo variasse in base alla classe sociale. Se è vero che agli albori non ci fossero grandi differenze, un importante divario si registra invece con la crescita dell’Impero. Nei tempi arcaici, infatti, i piatti principali erano a base di polenta, prima di miglio cotta nel latte (puls fitilla), poi la vera e propria polenta con la farina d’orzo e, infine, la polenta di farro (puls farrata o farratum) cotta in acqua e sale. Il tutto era abbinato ai più vari contorni: legumi, verdure, mandorle, pesci salati (gerres o maenae), frutta e formaggi. Il consumo di carne era raro e occasionale. Il pane, inoltre, non costituiva un alimento abituale prima del II se. a.C., periodo in cui nacquero le prime panetterie.

Pistrinum (“panificio”) pompeiano
Pagnotta carbonizzata da Pompei (oggi al British Museum)

Molto abbondante a Roma era il consumo di legumi, verdure e frutta, secca in particolare, che veniva utilizzata come ingrediente per la preparazione di dolci. Un contorno ben gradito per accompagnare le carni, infatti, era proprio a base di frutta cotta in miele e spezie. Il pesce, al contrario della carne, era invece un alimento molto diffuso, consumato sia fresco sia in salamoia.

Mosaico dalla Villa dei Numisi, Roma (oggi ai Musei Vaticani)
La colazione romana

Solo la cena, nell’antica Roma, prevedeva l’organizzazione della tavola per un pasto propriamente detto. La colazione, così come anche il pranzo, era costituita da un rapido spuntino. Per gli antichi romani, la colazione prendeva il nome di ientaculum ed era giusto un po’ meno frugale del pranzo. Infatti, spesso durante la colazione si consumavano gli avanzi della sera prima, rendendola abbondante ed energetica. Non mancavano, infatti, focacce, pane, scodelle con miele e latte, a cui si aggiungevano spesso frutta, formaggio, pane intinto nel vino e carne avanzata.

Frutta, pesci e volatili in un mosaico pompeiano

Una colazione che oggi lascerebbe delusi molti soprattutto per la mancanza di due alimenti per noi ormai fondamentali: il caffè e la cioccolata. Entrambi questi alimenti, infatti, non erano ancora noti al mondo romano. Il caffè si trovava ancora allo stato selvatico in Etiopia e solo con il Medioevo inizierà la sua diffusione, dapprima confinata quasi esclusivamente al mondo islamico. I sacchi di caffè partivano per l’Occidente da uno dei porti principali sul Mar Rosso, la località di Mokha, il cui nome è arrivato fino alle nostre odierne cucine. La pianta del cacao, invece, cresceva in Mesoamerica e non sarebbe arrivata in Europa prima della scoperta dell’America. Inoltre, il cacao puro è estremamente amaro e anche dopo la sua importazione bisognerà aspettare diversi secoli prima che qualcuno inizi a mescolarlo con lo zucchero per creare il cioccolato.

Un pranzo al volo

Il momento del pranzo per un antico romano si basa su una veloce pausa durante le attività lavorative giornaliere e prende il nome di prandium (o ientaculum  quando è più leggero). Le pietanze principali sono legumi, uova sode, pesci in salamoia (generalmente alici) o alla griglia, formaggi di pecora o di capra, cipolle, olive e fichi. Non mancano le focacce o il pane (quando sarà il momento) insieme al vino caldo e a della carne cotta con il rosmarino. Una delle bevande più gettonate era il piperatum o conditum: miele, vino e acqua calda mescolati con pepe ed estratti aromatici.

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Uova sode e volatili (Pittura pompeiana)

Ma la peculiarità del pranzo degli antichi romani risiede più nel luogo di consumazione che negli alimenti. Difficilmente un lavoratore romano fa rientro nella propria abitazione per pranzare. Si fermerà, piuttosto, in uno dei tanti luoghi della città che forniscono bevande (taberna vinaria) e cibo (popina appunto). Al giorno d’oggi ormai quasi tutti abbiamo sentito nominare, anche grazie a recenti rinvenimenti a Pompei, il termine thermopolium per indicare un luogo in cui veniva servito del cibo. In epoca romana, tuttavia, sembra che al greco thermopolium si preferisse il vocabolo autoctono popina. Un luogo che si può paragonare alle moderne osterie, con un bancone posto all’ingresso con incastonate delle grandi anfore tonde (dolia) contenenti gli alimenti. Un altro elemento tipico delle popinae è la presenza di tavoli e sedie, proprio come i nostri, in alternativa allo stare in piedi al bancone. Per l’uso del famoso triclinio si dovrà, invece, aspettare la cena.

Il pasto principale: la cena

A Roma e nel mondo romano c’era un solo pasto degno di questo nome, un unico pasto giornaliero per cui venisse imbandita la tavola. Si tratta, appunto, della cena, da consumare in tranquillità attorno a un tavolo. La presenza del triclinium dipende, però, dalla classe sociale. Una domus completa di ambienti con triclinia era sicuramente un’abitazione aristocratica.

Ambiente con triclinia dalla Villa dei Misteri, Pompei

La maggior parte della popolazione, povera e residente nelle insulae, palazzoni affollati, condivideva alcuni ambienti comuni in cui si cenava attorno al tavolo seduti su panche. Ma nelle case dei più ricchi non mancavano i banchetti, ospitati in una stanza particolare, il triclinium appunto, che prende il nome dai letti (triclinia) a tre posti su cui si stendevano i commensali.

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Scene di un banchetto nel triclinium in un affresco pompeiano

Un banchetto degno di questo nome di solito prevedeva degli antipasti (gustatio), i piatti principali, con arrosti e dolci (secundae mensae), per un totale di almeno sette portate (fercula). Il banchetto, abitualmente, terminava con la commissatio, una parte dedicata a brindisi, canti, giochi e intrattenimenti.

Alcune ricette

Così come ai giorni nostri, anche la Roma antica aveva i suoi “chef stellati”. Uno di questi è Marco Gavio Apicio, attivo durante l’epoca di Tiberio, autore del De re coquinaria, il più famoso manuale di cucina dell’età romana. Apicio, in realtà, era un cittadino romano di notevole ricchezza, amante della bella vita e del buon cibo. Il suo ricettario non è pervenuto, è noto, però, da una raccolta di 468 sue ricette realizzata, trecento anni dopo, da un altro cuoco romano. Plinio il Vecchio lo definisce come «il più grande tra tutti gli scialacquatori» e sembra che a lui si debba l’invenzione di qualcosa di simile al foie gras. Egli nutriva le oche con fichi, in modo da far loro ingrossare il fegato e da qui deriva il termine ficatum che passò poi a designare il fegato.

Tra le molte ricette da lui riportate vi è quella del garum, una salsa di pesce salato e fermentato con l’aggiunta di erbe aromatiche. Tra le pietanze più usate c’era poi l’hypotrimma, una salsa per insalate a base di pepe, menta, levistico, uva secca, pinoli e datteri a cui andavano aggiunti formaggio fresco con miele, aceto e mosto cotto. E, ancora, i dolcetti fatti in casa, dulcia domestica: «togliete il nocciolo ad alcuni datteri e riempiteli con pepe tritato, noci o pinoli. Versate un po’ di sale e cuocete nel miele. Servite in tavola», così ritorna a noi una delle ricette principali. Ricetta di cui, però, non riusciamo ad immaginare il sapore e che, un po’, fa storcere il naso.

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Dulcia domestica in una pittura pompeiana

Una cosa è certa, però: grazie all’uso sempre attuale degli ingredienti, chi fosse abbastanza temerario da provare, potrebbe ricreare e assaporare direttamente il gusto dell’antica Roma.

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La fondazione di Roma: il mito nella storia

21 Aprile 753 a.C., una data attorno alla quale mito e storia si fondono per dare vita alla leggenda sulla nascita di una delle più grandi città che il mondo abbia mai conosciuto: Roma. Attraverso le fonti letterarie ripercorreremo le vicende che portarono alla nascita dell’Urbe e grazie all’archeologia vedremo quanta verità si cela dietro la leggenda. 

Le origini e il mito di Romolo e Remo

Plutarco e Tito Livio sono solo alcuni dei grandi scrittori del passato che hanno dedicato le loro opere al mito della fondazione di Roma, indissolubilmente legata alla leggenda di Romolo e Remo.

Tralasciando le origini dei due Gemelli, la storia della fondazione inizia quando Romolo e Remo, con il permesso del nonno Numitore (ritornato sul trono, usurpato dal fratello, grazie all’intervento dei due giovani) lasciarono la loro città natale, Alba Longa, per tornare sulle rive del Tevere dove erano cresciuti. Qui i due gemelli  avrebbero fondato una nuova città. C’era tuttavia il problema di stabilire quale nome attribuire alla città e chi tra i due fratelli avesse il diritto a regnarvi.

Tito Livio ci racconta come fu risolta la faccenda:

“Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino” (Livio, Ab Urbe Condita, Libro I).

Secondo la leggenda, dall’alto dei due colli, i due fratelli avrebbero dovuto guardare verso est, dove sorgeva Alba Longa. Da quel punto gli dei avrebbero mandato un segno che avrebbe legittimato il futuro re. E da est arrivò il primo presagio: Remo vide sei avvoltoi volargli sul capo, ma nello stesso momento Romolo ne vide addirittura dodici. Così gli dei avevano deciso: Romolo sarebbe stato il re.

La fondazione della città sul Palatino

Ottenuto il favore degli dei, dopo aver scelto il Palatino come luogo di partenza, Romolo si preparò ad effettuare il rituale di fondazione e a tracciare il perimetro della città nascente. Plutarco descrive il momento in maniera dettagliata:

“Romolo fissò all’aratro un vomere di bronzo, vi aggiogò un bue e una vacca e li guidò lui stesso, tracciando un profondo solco nel perimetro da lui stabilito. Là dove intendevano collocare una porta estraevano il vomere e sollevavano l’aratro in modo da lasciare un intervallo nel solco”. (Plutarco, Vita di Romolo)

Sempre Plutarco racconta che, dopo aver tracciato il solco che avrebbe designato il confine della città, al suo interno furono apposte le pietre di fondazione per le mura. Nacque così quel confine sacro e inviolabile che prese il nome di Pomerium. Per aggiungere sacralità all’evento fu sacrificata una bambina e sepolta in prossimità del Pomerio. Era nata la città di Roma, il cui rituale di fondazione divenne il modello seguito da tutte le future città fondate dai Romani.

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Romolo traccia i confini di Roma, Annibale Carracci (1520)

La leggenda di Roma: l’archeologia potrebbe confermare o ribaltare il risultato

Una data precisa, due gemelli allattati da una lupa e cresciuti dai pastori in una capanna, un circuito murario e un sacrificio umano, un piccolo villaggio di nome Roma nato sul Palatino e governato da un unico re. Gli scrittori romani sembrano essere tutti d’accordo sulle vicende che portarono alla nascita della Città Eterna e non hanno alcun dubbio a riguardo. Ma, quanto questa “favola” è riuscita a convincere l’archeologia? La risposta è: tanto. Parola di Andrea Carandini, che durante gli scavi sul Palatino nel 2005 fece alcune tra le scoperte più importanti della Roma dei re.

Il sacrificio della bambina durante il solco di fondazione

Sulle pendici del Palatino venne scavata una sepoltura contenente i resti di una bambina uccisa e sepolta con il suo corredo. Una tazzina del corredo permise di datare la sepoltura tra il 775-750 a.C., una data incredibilmente vicina a quella attribuita alla fondazione della città da parte di Romolo.
Nell’avvallamento tra il colle Palatino e il colle Velia, Carandini e la sua squadra trovarono i resti di un muro datato tra il 750-700 a.C, che prese il nome di Muro di Romolo”.

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Il “Muro di Romolo” tra il colle Palatino e il colle Velia
Le capanne dei re e il tempio di Vesta

Sotto il Palatino gli archeologi scavarono i resti di alcune capanne: focolari, piani cottura e buche di palo che furono datati all’VIII secolo a.C. Questi si trovavano nei pressi del tempio dedicato alla dea Vesta, già scavato nel 1987. All’interno del tempio di Vesta furono rinvenuti i resti di un edificio precedente, databile anche questo all’VIII secolo a.C. Sebbene si trattasse di un edificio grande e con una corte esterna (degna dimora di una personalità importante), la tecnica costruttiva restava rudimentale: ancora una volta, buche di palo che dovevano sostenere un tetto in paglia e muri in argilla secca tipici delle costruzioni di quel periodo. Questa costruzione venne attribuita a Numa Pompilio (754-673 a.C.).

Ricostruzione di una capanna dell’VIII sec. a.C. sul Palatino
Il “tugurium Romuli” o “casa di Romolo”

Si tratta di una capanna, identificata ancora una volta grazie alla presenza delle buche che servivano per alloggiarvi i pali a sostegno del tetto, di modeste dimensioni. Le fondazioni di questa struttura sono state datate all’Età del Ferro (900-700 a.C.) e la posizione sul colle Palatino potrebbe collegarla al primo e leggendario re di Roma, tanto da meritare appunto il nome di Casa di Romolo”.

Una delle capanne rinvenute sul Palatino durante gli scavi di Carandini
Il Lupercale

Per concludere con i ritrovamenti che hanno permesso all’archeologia di dare credito alla leggenda, nel 2007 l’archeologa italiana Irene Iacopi annunciò che proprio sotto le pendici del Palatino, a 16 metri di profondità, gli archeologi avevano trovato una grotta, esplorata solo con una telecamera sonda, la cui volta era decorata a mosaici con al centro l’aquila di Augusto. Si tratta forse del luogo attribuito alla leggenda, divenuto poi un luogo di culto?

“Io sono un archeologo, cioè uno storico che si avvale prima di tutto delle cose fatte dall’uomo e di ciò che di esse è rimasto nel terreno. Ho avuto la fortuna di scavare per tanti anni nei luoghi citati dalla leggenda, dove Roma sarebbe stata fondata e dove avrebbero vissuto i primi re. Ho raccolto in questi scavi tante testimonianze materiali, esterne alla tradizione letteraria, eppure risalenti a quei tempi lontani e che richiamano quegli eventi e le azioni di quei leggendari personaggi. Ecco perché non credo che la leggenda sulle origini di Roma sia una favola, ma piuttosto una tradizione in cui verità e finzione sono entrambe presenti e intimamente mescolate” – Andrea Carandini.

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APPROFONDIMENTO | Alla ricerca della sinagoga: il caso del Tirone (ME)

Nei pressi del Tirone, a Messina, quartiere ormai abbandonato alla desolazione delle macerie circostanti, si trovava la Chiesa di S. Caterina del Sacro Cuore al Tirone, in cui un tempo si è erroneamente ritenuto esserci una sinagoga.

Partiamo dalle origini, cos’è il Tirone?

Il quartiere del Tirone prendeva il nome, secondo alcune teorie, da Jerone II, tiranno di Siracusa, che nel 289 a.C. si accampò su una collina per assediare Messina. Proprio per questo motivo, quell’altura avrebbe assunto successivamente il nome di Monte Hieronis. Il nome del quartiere tratto dal Tiranno subì diverse modifiche nel corso del tempo fino ad arrivare all’attuale: Tirone.

Tirone
Il quartiere del Tirone (ME)

Nel corso dei secoli, il quartiere del Tirone e le immediate vicinanze hanno subito innumerevoli cambiamenti e visto l’erigersi di nuovi edifici. Solo per citarne alcuni, ricordiamo: la Chiesa della Vergine Santissima della Pietà, eretta da Fra Antonio Veneto nel 1533, il Noviziato dei Padri Gesuiti del 1573 e la Chiesa di S. Michele al Tirone, edificata nel 1513.

Nel libro “1908, quella Messina” dello scrittore messinese Silvio Catalioto si ha testimonianza della storia di un’altra importante costruzione religiosa, la Chiesa di S. Caterina del Sacro Cuore. La grata a forma di stella di Davide, presente sulla parte sommitale della facciata, diede motivo di ritenere, erroneamente, che la chiesa fosse stata una sinagoga.

Secondo la descrizione di Catalioto:

Fondata dopo il 1902, andò in rovina a seguito dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Della chiesa rimasero solamente la facciata interna e parte del fianco sinistro. La facciata interna si presentava: al primo ordine con un ingresso molto semplice sormontato da un arco a tutto centro; al secondo ordine con tre grandi finestre ogivali impreziosite da una balaustrata formante un disegno molto particolare (due picche rovesciate ai lati ed un fiore a otto punte al centro); sotto il frontone si notava una finestra ad occhiello che recava una grata in ferro a forma di stella di Davide. La parte rimasta del fianco sinistro si presentava anch’essa con grandi finestre ogivali, probabilmente, decorate da balaustrate. Negli anni trenta la facciata della chiesa venne murata in aderenza con la parete di fondo del nuovo edificio dei PP. Francescani del Terzo Ordine. Nel 2002, quanto rimasto venne demolito perché pericolante”.

Cosa resta del Tirone?

Purtroppo solo baracche e rifiuti occupano al giorno d’oggi il quartiere del Tirone, immenso patrimonio culturale della nostra città lasciato all’abbandono e che forse mai vedrà un restauro. Noi ci siamo stati e abbiamo ripreso le condizioni attuali per la nostra nuova serie, “Italia Relicta”, che prossimamente sarà trasmessa sui nostri canali social.

A Messina ci fu veramente una sinagoga?

La risposta è , considerando che, nei secoli, dai registri cittadini si evince che la città fosse vissuta anche da una nutrita comunità ebraica, che chiaramente doveva avere anche i suoi luoghi di culto. Infatti, la Chiesa di San Filippo Neri, eretta a Messina tra il 1660 ed il 1662, costruita in quella che al tempo era la “Contrada della Giudecca” (l’odierna zona sulla quale oggi sorge l’Istituto “Jaci”), sembra apparentemente essere sorta sui resti di una sinagoga. Il nome della Contrada era dovuto alla massiccia presenza di ebrei che popolavano il quartiere all’epoca, fatto che giustificherebbe la presenza del sopracitato luogo di culto a Messina.

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NEWS | Emerse le mura dell’antica Abellinum (AV) sotto un impianto di carburanti

Antiche mura romane sotto un impianto di carburanti. Accade ad Atripalda, in provincia di Avellino, immediato l’intervento della Soprintendenza.

Sembra impensabile eppure “imprevedibilità”, a volte, è sinonimo di archeologia. Durante i lavori di ammodernamento di un impianto di carburanti ad Atripalda, in provincia di Avellino e non a caso precisamente in Via Appia, sono emerse strutture murarie di epoca romana. In quello che costituiva l’immediato suburbio di Abellinum, mura in opus reticulatum risalenti al I secolo a.C. e, con ogni probabilità, pertinenti all’anfiteatro romano dell’antica città. I setti murari rinvenuti sorgono non molto lontano dal Parco Archeologico dell’antica Abellinum, non sarebbe così assurdo pensare ad una linea di continuità tra i due siti. Una bella sorpresa per il proprietario dell’impianto costruito nei primi anni Settanta, che non avrebbe mai potuto immaginare, recandosi a lavoro, di calpestare ogni giorno un vero e proprio tesoro archeologico. Immediato l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, che ha subito sospeso le attività di ristrutturazione e ordinato l’intervento di un funzionario archeologo di zona. L’archeologa Silvia Pacifico, dopo un accurato sopralluogo, ha deciso di approfondire ed ampliare l’area dell’indagine archeologica al fine di avere una maggiore conoscenza di quanto emerso; sarà necessario adesso verificare le estensioni dei setti murari affiorati e valutare il futuro delle strutture scoperte.

Insomma, chissà cosa si nasconde sotto i nostri piedi! 

Abellinum
Il luogo del rinvenimento, Atripalda (AV)
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STUDENTI | “La banalità dell’arte contemporanea”, la riflessione di Giorgia Castiglione

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione della studentessa Giorgia Castiglione che ci introduce nella travolgente storia dell’arte contemporanea.

Siamo appena entrati nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e come prima opera vediamo esposta una balla di fieno, “Ah, ma lo potevo fare anch’io!”, dovete sapere però che l’arte dei nostri giorni non può essere fatta da chiunque.

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Pino Pascali, Balla di fieno
Il punto dell’argomentazione è far capire l’utilità dell’arte contemporanea e perché considerarla tale.

Ritorniamo un po’ indietro: siamo nel 1400-1500, in pieno Rinascimento, e stiamo ammirando Leonardo Da Vinci che dipinge la Gioconda o Raffaello che affresca una delle Stanze Vaticane con la Scuola di Atene o, ancora, Michelangelo che poco più che ventenne realizza la Pietà. Capolavori che hanno segnato la Storia dell’Arte realizzati da veri e propri maestri con una tecnica che ai loro tempi non si era mai vista. Ai loro tempi, sì perché prima di loro, prima del Rinascimento, prima della prospettiva di Brunelleschi, della quarta dimensione di Leonardo, dei colori vividi di Raffaello, della plasticità di Michelangelo non c’erano altro che figure bidimensionali, senza prospettiva, senza colori, senza plasticità. Loro hanno stravolto tutte le certezze, le hanno fatte cadere: hanno fatto la rivoluzione.

I loro insegnamenti sono stati presi d’esempio e nei secoli successivi sono nate scuole d’arte che insegnavano questo modo di dipingere e scolpire, alla maniera del Rinascimento, classica.

Spostiamoci ora al 15 aprile del 1874 a Parigi, saltiamo Barocco e Neoclassicismo per vedere, nello studio del fotografo Felix Nadar, la prima mostra impressionista; questo dopo che Napoleone III inaugurò il Salon des Refusés nel 1863 dove vi erano esposte tutte le opere escluse dal Salon ufficiale, quindi anche quelle impressioniste. Gli impressionisti erano dei reietti, disprezzati destavano scandalo con il loro nuovo modo di dipingere. Eppure, se si chiede ad una persona qualsiasi quale sia il suo movimento artistico preferito, risponderà con fierezza: “L’Impressionismo!”.

François-Joseph Heim, Le Salon de Refusés, 1824

L’Impressionismo è una corrente artistica amata da tutti oggi, ma che quando nacque provocò scandalo e fu rifiutata da tutti. Talmente amato oggi, che è come se la mente della gente comune si fermasse a questo movimento o a Van Gogh, un post-impressionista. Ecco, Van Gogh, l’artista preferito di chiunque che è quasi diventato una moda amarlo e postare sui social i suoi dipinti con frase annessa cercata un minuto prima su www.frasicelebridiartisti.com. Ma non andiamo fuori tema, perché il punto è che anche un artista amatissimo come Van Gogh era un reietto che non riusciva a vendere i suoi quadri, tant’è vero che erano comprati solo da suo fratello Teo.

Van Gogh esprimeva i suoi sentimenti nei dipinti, allora perché le tele tagliate e bucate di Lucio Fontana non vengono apprezzate? Lucio Fontana intendeva esprimere un concetto ben preciso e cito proprio le sue parole: “Il buco, il famigerato buco, non è il buco della tela, è la prima dimensione di vuoto. La libertà data agli artisti, agli uomini di creare l’arte con qualsiasi cosa. L’arte è pura filosofia”. Con i suoi tagli e buchi voleva portare lo sguardo dello spettatore oltre e dentro il quadro, restituendogli una certa vitalità.

Lucio Fontana, Concetto spaziale. Attese, 1966 – fonte: “Christie’s”

Fino ad adesso, però, abbiamo parlato solo di tecniche pittoriche e si potrebbe andare avanti per ore parlando di tutte le innovazioni portate fino ad oggi, dal Cubismo all’Espressionismo astratto (quest’ultimo neanche apprezzato, per giunta). Ma se vi dicessi Marcel Duchamp? Con la sua arte intendeva provocare e il Dadaismo in generale è stato un movimento di rivoluzione, di ribellione; ci sentiamo presi in giro da un tizio che ad una mostra presenta con lo pseudonimo “R. Mutt” un orinatoio e probabilmente il pensiero che l’artista ha voluto esprimere, almeno secondo il filosofo Stephen Hicks, è quello secondo il quale “l’arte è qualcosa su cui puoi pisciare”. Una provocazione a tutte le scuole d’arte e agli artisti stessi. Jerry Saltz scrisse su The Village Voice nel 2006:

«Duchamp asserì duramente che voleva “de-deificare” la figura dell’artista. I ready-made fornirono una strada alternativa a quelli che erano inflessibili aut aut di proposizioni estetiche. Esse rappresentano un cambiamento copernicano nell’arteFontana è un così definibile “Acheropoietoi”,cioè un’immagine non modellata dall’artista. Fontana ci porta in contatto con un originale che rimane sì un originale, ma esiste in uno stato filosofico e metafisico alterato. È una manifestazione del sublime kantiano: un’opera d’arte che trascende una forma ma che è anche intellegibile, un oggetto che abbatte un’idea permettendole di nascere più forte».

Come vedete, ogni cosa ha un significato e non è da tutti pensare una cosa del genere e mostrarla facendola diventare un’opera d’arte. L’arte contemporanea si caratterizza per le idee che si hanno e non per la tecnica, sarebbe noioso vedere sempre gli stessi dipinti. Essere un vero artista oggi significa pensare a cose banali, su cui nessuno normalmente si focalizza e mostrarle agli altri facendo vedere il proprio punto di vista; essere un vero artista significa prendere i problemi della società del nostro tempo ed esplicarli in arte.

Sia una balla di fieno, sia un orinatoio, sia un quadro completamente bianco, sia un barattolo di feci con scritto “Merda d’artista” sono da considerarsi arte anche solo per il fatto che ci facciano riflettere sull’oggi, sul presente. Definire un’opera arte solamente per la sua complessità tecnica non ha senso oggigiorno, non basta.

Sì, anche noi avremmo potuto esporre una balla di fieno in un museo, così come avremmo potuto esporre un orinatoio, ma per qualche ragione non l’abbiamo fatto e gli artisti contemporanei ce lo ricordano mostrando la loro arte. A noi non resta altro che ammirare.