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ATTUALITÀ | La censura cinematografica italiana: una storia sbagliata al capolinea

Il 5 aprile scorso il ministro Dario Franceschini ha firmato un decreto che abolisce la censura cinematografica in Italia. Un atto importante, storico, che, a detta di Franceschini stesso, supera «definitivamente quel sistema di controlli e interventi che consentiva ancora allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti». Chiusa quindi quella fase che ha influenzato non poco la produzione e la distribuzione di tante opere, tra le quali si possono contare decine di film considerati oggi pietre miliari dell’arte cinematografica. Da adesso, come spiegato da Nicola Borrelli, direttore della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo, «si mette in essere una sorta di autoregolamentazione» perché «saranno i produttori o i distributori ad autoclassificare l’opera cinematografica». 

Ma com’è possibile che questa legge sia durata fino ad oggi e abbia pesato come un “macigno” sul groppone di tanti registi? Qual è la sua storia?

La prima censura cinematografica in Italia risale a una legge del 1913 che impediva la rappresentazione di spettacoli osceni o contrari alla decenza. lI successivo regolamento del 1914 stabiliva, invece, che il Ministero dell’Interno rilasciasse un nulla osta per girare certe scene, ed eventualmente, in casi estremi, tagliava alcune parti se non addirittura tutta la scena; il regista aveva però un’ultima possibilità: fare ricorso a una seconda commissione competente che revisionava le parti incriminate. Bisogna attendere il 1920 per avere una vera e propria commissione istituita con un regio decreto e formata da componenti esterni alle istituzioni (un educatore, una madre di famiglia, un magistrato), il cui Il compito era quello di analizzare il copione prima dell’inizio delle riprese.

Nel periodo fascista la situazione non cambiò. Furono infatti confermate le disposizioni precedenti, eccezion fatta per la modifica che prevedeva il passaggio della regolamentazione dal Ministero dell’Interno al Ministero della Cultura Popolare e l’introduzione, nel 1926, del decreto per la tutela dei minori, che vietava la visione di alcuni film ai minori di 16 anni.

Nel 1946 nasce la Repubblica, ma – contrariamente a ciò che si potrebbe pensare – non portò ad un cambiamento della situazione, nonostante l’articolo 21 della Costituzione consentisse la libertà di stampa e di tutte le forme di espressione. Del 1949 la legge, voluta dall’allora sottosegretario allo spettacolo Giulio Andreotti, nata con i buoni propositi di sostenere il cinema italiano e di salvare l’Istituto Luce, ma anche di rilanciare le grandi produzioni Italiane. Intenzioni nobili che – almeno così parrebbe – nascevano per preservare il patrimonio cinematografico italiano, ma che subirono non poche pressioni del mondo cattolico che invece puntava al mantenimento della censura. Con l’articolo 21 della legge del 1949 si vietava la “pubblicazioni di scene sensibili”, riferite alle creazioni cinematografiche e teatrali. Non mancarono le reazioni dell’opinione pubblica che arrivò a definire la legge “fascista“: causa anche il vincolo per i produttori e registi di passare al vaglio di una commissione statale prima di ricevere dei finanziamenti pubblici. Inoltre, se si riteneva che un film diffamava l’Italia poteva essere negata la licenza di esportazione con una censura preventiva.

Questa legge fu accolta con numerose polemiche dagli addetti ai lavori, soprattutto a causa delle censure che furono attuate in questo periodo, esempio ne sono le dichiarazioni di Andreotti sul film Umberto D. diretto da Vittorio De Sica: «un pessimo servigio alla patria». Il regista rispose alle accuse del sottosegretario con una lettera molto rispettosa, in cui spiegava di non aver riconosciuto il disagio del suo protagonista.

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In copertina: celebre scena dal film “Umberto D.” di De Sica.

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NEWS | Eccezionale scoperta a San Casciano dei Bagni (SI): rinvenuto un santuario romano

Lo scorso 31 marzo si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione dei nuovi rinvenimenti nel comune di San Casciano dei Bagni, Siena. Già ad agosto 2020 tracce dell’ingresso monumentale di un santuario romano erano riemerse nel comune senese. Inoltre, abbandonato sulla soglia si trovava un altare in travertino. L’iscrizione “sacro ad Apollo” non lasciava dubbi sulla divinità tutelare del santuario.

San Casciano dei Bagni
Il santuario

Non solo Apollo, altri due altari dedicati a Iside e Fortuna Primigenia 

Ma le sorprese non sono finite. A Settembre e Ottobre 2020 continuano gli scavi, nonostante le difficoltà di uno scavo immersi nell’acqua calda termale e con le ristrettezze dovute alla situazione pandemica. Il team del Roman Baths Project ha visto riapparire, nello scavo stratigrafico in un orto abbandonato a pochi metri dalle polle pubbliche ancora oggi in uso, le vestigia di un santuario romano. Il carattere sacro dell’area spicca da subito grazie alla presenza di altari dedicati alle divinità Fortuna Primigenia e Iside, oltre che ad Apollo. Tra i rinvenimenti anche una statua marmorea raffigurante la dea Igea.

Il santuario

In soli due mesi di scavo è emersa con chiarezza parte della sequenza di vita del luogo di culto. L’impianto monumentale del santuario è riconducibile ad età augustea, al di sopra di un luogo sacro in epoca etrusca (almeno durante l’Ellenismo). In età augustea il santuario assume la forma di un edificio con copertura a compluvio su un bacino centrale circolare, poggiante su quattro colonne tuscaniche, e con propileo di ingresso a sud delimitato da due colonne a base attica. A seguito di un drammatico incendio, avvenuto probabilmente alla metà del I secolo d.C., tra età flavia ed età traianea l’edificio fu ricostruito e ampliato.

San Casciano dei Bagni
Come doveva apparire il santuario

Verso la fine del II secolo d.C. tre altari in travertino, con dediche anche a Fortuna Primigenia e ad Iside, sono deposti nel cuore del santuario, sul bordo della vasca della sorgente calda, che supera i 40°. Un universo di divinità che, se associate ad Apollo, Esculapio e ad Igea, già conosciuti dal Bagno Grande, forma un variopinto quadro del sacro di questo santuario. Un Bagno effettivamente Grande poiché in un solo luogo accoglieva assieme così tante e diverse divinità.

Lo scavo

Allo scavo hanno preso parte  diverse università italiane e internazionali, tra cui Siena, Pisa, Firenze, Roma “Sapienza”, Sassari, Dublino e Cipro.

Lo scavo archeologico è in concessione al Comune di San Casciano dei Bagni da parte della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. Fin da subito è stato concepito come una collaborazione di ricerca e tutela tra il Comune e la Soprintendenza di Siena, Grosseto e Arezzo. La Direzione dello Scavo è affidata a Emanuele Mariotti, archeologo professionista esperto di topografia e geofisica applicata all’archeologia e il Coordinamento del Comitato Scientifico è di Jacopo Tabolli, funzionario della Soprintendenza e docente a contratto dell’Università per Stranieri di Siena. Il Comitato Scientifico coinvolge anche Stefano Camporeale (Università di Siena), Paraskevi Christodoulou (University of Cyprus), Hazel Dodge (Trinity College Dublin) e Lisa Rosselli (Università di Pisa).

Il direttore di scavo Emanuele Mariotti ha dichiarato: “L’idea che guarda alla riscoperta delle antiche terme sancascianesi viene da lontano e ha visto, nel corso degli ultimi 10 anni, l’alternarsi di varie iniziative. Dal 2018 il progetto si è strutturato e ha definito i propri obiettivi archeologici, storici, paesaggistici e topografici. L’area del Bagno Grande è diventata il centro di attività multidisciplinari volte all’indagine non invasiva del terreno e all’individuazione di possibili aree di scavo che potessero dare concretezza alla tradizione di grandi ritrovamenti di cui sono piene le pagine degli storici locali fin dal XVI secolo. In questo senso si è fatto largo uso delle più moderne ed efficaci tecnologie di remote sensing, come la geofisica di ultima generazione e sensori speciali montati su drone. Nel 2020 è stata individuata una promettente area di scavo, attigua alle vasche moderne”.

Le polle di ieri e di oggi

Grandi pubblicazioni per grandi scoperte

Le scoperte a San Casciano dei Bagni sono ora presentate nel volume Il Santuario Ritrovato. Nuovi Scavi e Ricerche al Bagno Grande di San Casciano dei Bagni, pubblicato da Sillabe (272 pp.), a cura di Emanuele Mariotti e di Jacopo Tabolli. Il volume, in italiano e con capitoli in inglese, raccoglie gli studi di più di trenta autori sui risultati dello scavo al Bagno Grande.

Il Funzionario Archeologo Jacopo Tabolli ha commentato: “Pubblicare integralmente uno scavo a meno di sei mesi dalla sua conclusione è un’impresa piuttosto rara. Ha animato questo progetto la voglia di condividere con la comunità scientifica, con i colleghi preposti alla tutela e alla valorizzazione e con il pubblico interessato all’archeologia i primi risultati di uno scavo che siamo certi anche nei prossimi anni restituirà tracce importanti del paesaggio religioso romano del territorio. Il volume prende le mosse dallo scavo del Bagno Grande ma spazia nel racconto dalla preistoria del Monte Cetona, allo sviluppo della città etrusca di Chiusi alla romanizzazione del territorio. Quello di San Casciano dei Bagni è un territorio più sconosciuto agli archeologi rispetto a tanti luoghi noti della val di Chiana, della val di Paglia e della Val d’Orcia, eppure nelle pagine del volume si snoda un racconto ricco di testimonianze archeologiche, ancora tutto da scrivere.

Eventi culturali a San Casciano dei Bagni

Inoltre, nel corso della conferenza stampa di presentazione dei risultati delle indagini della campagna di scavi archeologici, sono stati presentati anche due eventi di rilievo, che si terranno a San Casciano dei Bagni nelle settimane successive. Il primo è la Lectio magistralis “Nell’acqua sacra del Bagno Grande”, che si terrà il giorno 11 aprile 2021 alle ore 12.00 direttamente dal “Bagno Grande” (le modalità di svolgimento saranno rese note in prossimità dell’evento). Il secondo evento riguarda l’inaugurazione del Nuovo percorso espositivo alle Stanze Cassianensi, in Piazza della Repubblica 4, che si svolgerà il giorno 24 aprile 2021 alle ore 17.00 (data suscettibile di cambiamento per norme anti-contagio).

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STUDENTI | “TEEN SPIRIT – Quando la rivoluzione ha tutto un altro odore”

Load up on guns, bring your friends. It’s fun to lose and to pretend.

Erano gli inizi degli anni ’90 quando queste parole vennero trasmesse per la prima volta nelle radio di tutto il mondo. Parole destinate a diventare l’inno di un’intera generazione. Apatici, cinici e privi di valori: così vennero definiti i giovani di quella “Generazione X” di cui Kurt Cobain divenne il portavoce. Era attraverso le sue canzoni che questo “poeta punk”, “l’angelo maledetto del grunge” raccontava le inquietudini di un’epoca sedotta dall’eroina che aveva dato vita all’antieroe nichilista, sfiduciato, senza più alcun valore in cui credere.

Siamo nel 1989 e quella barriera invalicabile che nel tempo era divenuta il simbolo della divisione tra due mondi viene finalmente abbattuta da gioie e picconate, abbracci e idranti, urla e sorrisi; creando l’illusione che il mondo sia pronto a cambiare, ma lasciando in bocca ai giovani quel senso di “amaro” e di incompletezza, facendoli sentire i veri reietti della società e addossando loro la colpa del declino. Il 5 aprile 1994, il poeta maledetto del grunge muore sparandosi un colpo di fucile alla tempia. Muore il “portavoce” di una generazione, ma, purtroppo, non se ne va con lui il senso di inadeguatezza che continua ancora oggi ad accompagnare gli animi ribelli dei giovani di tutto il mondo.

E adesso vi chiederete, cosa collega il capostipite del grunge al movimento femminista?
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Simone de Beauvoir

Fu proprio durante i moti del ’68 che una donna francese, considerata poi la madre del femminismo moderno, si inserì in un contesto di rivoluzioni sociali con il suo “Manifesto delle 343 puttane” (Manifeste des 343 salopes). Questo, firmato da 343 intellettuali, scrittrici e personaggi francesi denunciava la legge antiabortista francese che prevedeva dal 1920 l’esecuzione di chi avesse fatto ricorso o procurato l’aborto. La donna in questione era Simone de Beauvoir e chi adesso ha la possibilità di esprimersi liberamente lo deve anche un po’ a lei, ad una vera e propria “donna di mondo”, alla “filosofa elegante” con il suo immancabile foulard annodato in testa o i suoi capelli impeccabilmente raccolti. L’autrice, all’interno della sua opera pricipale, “Il secondo sesso”, attua una cesura con il primo movimento femminista, ponendosi in un atteggiamento critico. Il suffragio femminile è stato l’obiettivo principale della prima ondata femminista, che vedeva in esso il passo decisivo per la liberazione della donna e per la conquista di tutti gli altri diritti civili, politici e sociali.

Simone però si rese conto che, nonostante le donne avessero ottenuto il diritto di voto, la loro condizione non era di fatto migliorata all’interno della società. La de Beauvoir pensò dunque ad una rifondazione teorica del femminismo per dare dignità alla figura della donna, partendo dalla sua condizione di subordinazione rispetto al sesso maschile, individuandone possibili cause, fino a raggiungere l’emancipazione e la sua piena consapevolezza di sé. Simone de Beauvoir utilizzò una prospettiva filosofica esistenzialista sostenendo che ogni individuo, uomo e donna in quanto cosciente, era sostanzialmente libero. In modo particolare le donne, secondo l’autrice, dovevano cambiare necessariamente il loro modo di vivere diventando esseri per sé.

Fu proprio lei a riprendere le tematiche femministe di orientamento marxista considerate più adatte rispetto alle posizioni più liberali. Si schierò sempre contro il sistema dello stato capitalista, ritenendo che una politica di tipo socialista avrebbe potuto eliminare ogni tipo di sfruttamento. Le donne, lavorando in un contesto paritario, avrebbero potuto finalmente conquistare la loro dignità di essere umano, eliminando così la mediazione dell’uomo con la realtà sociale. L’unica via possibile per l’emancipazione femminile, secondo l’autrice, era quella della “donna indipendente” che era costituita da due momenti fondamentali: la presa di consapevolezza della propria condizione e la partecipazione ad un movimento collettivo. Le donne devono unirsi tra loro e anche con gli uomini per combattere tutti assieme contro le disuguaglianze affinché tutti gli individui possano avere pari diritti, dignità e opportunità sociali, politiche ed economiche.

Kurt Cobain ebbe un occhio di riguardo per il mondo femminile, e dopo aver letto “Provocations: Collected Essays on Art, Feminism, Politics, Sex, and Education” di Camille Paglia, sociologa femminista statunitense, espresse un suo pensiero a riguardo:

“…era una femminista militante con delle idee incredibili. Tutti l’hanno definita pazza perché le sue
 idee sono piuttosto violente. Il suo libro dice praticamente che le donne dovrebbero governare la terra, e sono
 d’accordo.”
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Camille Paglia, la “femminista dissidente”

Ma questa non fu l’unica volta che Cobain prese le difese del movimento femminista. Durante un concerto a Buenos Aires rispose in maniera esemplare ad un pubblico sessista, che insultò pesantemente la band di supporto, tutta al femminile, dei Nirvana. Ma lo stesso poeta del grunge fu per Camille, definita la “femminista dissidente”, una delle fonti d’ispirazione principali, insieme alla filosofa Simone de Beauvoir, di cui abbiamo già parlato in precedenza, e al fondatore della psicoanalisi, Sigmund Freud. La sociologa statunitense in più interviste espresse la sua opinione nei confronti della sua generazione, cresciuta proprio in quei rivoluzionari anni ’60. La sua generazione ereditò il fascino per il buddismo dai poeti della beat generation e dagli artisti degli anni Cinquanta, ma fu l’induismo, con la sua teatralità, la sensualità, il senso della commedia e la legge del karma a conquistarla definitivamente. I giovani di quella generazione erano affascinati da tutti i rituali, anche se, sfortunatamente, troppi di loro usavano droghe psichedeliche e funghetti allucinogeni per sostenere la loro ricerca spirituale; diversamente da loro, Camille seppe prendere, in qualche modo, le distanze da questo “suicidio” della società. Lei stessa ama tutt’ora definire la sua corrente “critica psichedelica” perché, pur non avendo mai provato LSD, fu comunque profondamente influenzata dal rock psichedelico di quegli anni e dalle sue distorsioni mistiche.

Il corpo come mezzo di emancipazione 

Anche il mondo dell’arte è stato sempre ostile con l’universo femminile. Lo slogan Do women have to be naked to get into the Met. Museum? diventa il cavallo di battaglia per una generazione di artiste che rivendicano il ruolo femminile nella storia dell’arte. A partire dagli anni Settanta, un gruppo di artiste decide di usare il corpo come campo di battaglia per contrastare le differenze dei generi. Impossibile non citare la madre della body art, una delle artiste più celebri dell’arte contemporanea, stiamo parlando di Marina Abramovic. Le dinamiche da lei messa in evidenza, basti pensare alle indagini sulla dinamica dei rapporti realizzata con Ulay e l’emblematica “Rhytm 0”, svolta a Napoli nel 1974.

La donna si propone vittima sacrificale immobile (chiara allusione ai ruoli tradizionali della donna) che, diventa ben presto vittima innocente di barbarie: dal taglio dei vestiti fino alla messa in mano di una pistola carica. Dopo sei lunghe estenuanti ore di performance, l’artista torna ad essere persona e non più oggetto, di fronte allo scontro così diretto della realtà, la folla incapace del confronto, si dilegua velocemente. Quindi, in quel presente che è tutt’oggi, dove l’incontro tra sé e l’altro sembra intriso di un profondo romanticismo e al tempo stesso di grande violenza. Abramovic mostra nella sua performance l’offerta e il sacrificio del corpo femminile, aiutandoci a ripensare ad un’ideologia del visibile e ad una politica degli sguardi che riguarda la differenza sessuale nel momento in cui qualsiasi meccanismo del guardare e dell’essere guardata contiene il tentativo di stabilizzare le differenze e reprimere il sessuale. Sarebbero tante le donne da citare, artiste che sono arrivate a dare la propria vita per difendere la dignità della donna, di ogni donna, ma, prima di concludere, vogliamo brevemente presentarvi un’altra figura, Hanna Wilke.

Quando Marina Abramovic lasciò che la gente usasse il suo corpo

La Wilke, ha usato il suo stesso corpo come mezzo di emancipazione, cercando un senso di erotismo svincolato dallo stesso sguardo maschile. Accusata dalle stesse femministe di narcisismo ed esibizionismo, Hanna Wilke, non fece altro che universalizzare la questione femminile utilizzando la propria persona. In questo senso, una delle sue performance più emblematiche fu la “S.O.S. Starification Object Series: An Adult Game of Mastication”, dove la donna si fa fotografare in pose da pin up con appiccicate sul corpo le gomme masticate dagli spettatori alla performance. Neanche nella malattia smise di lottare, citando la sua opera “Intra-venus”, che risulta essere la tragica cronaca del suo stravolgimento fisico dovuto al linfoma che la condurrà alla morte.

Per concludere, condividiamo con voi una frase di un uomo che ha fatto della rivoluzione la sua vita, Che Guevara:

Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.

Scritto da Domenico Leonello e Gaetano Aspa

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NEWS | Uno studio prova la coesistenza di uomo e bertuccia 700mila anni fa

Un nuovo studio internazionale ha visto la partecipazione del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – Università di Roma; la ricerca ha documentato per la prima volta la coesistenza di uomini e bertucce su un sito archeo-paleontologico. I risultati del lavoro, pubblicati su Journal of Human Evolution, forniscono ulteriori dati sulla paleoecologia del primate. Il primate era diffuso in Nord Africa e a Gibilterra, nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo.

Il sito di Notarchirico, nei pressi di Venosa (Basilicata), è noto agli esperti fin dagli ’50 del Novecento; grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici e paleontologici frutto di ricerche condotte da diversi gruppi di studio. Dal 2016 le campagne di scavi sono condotte da un team di ricerca internazionale guidato da Marie-Hélène Moncel del Département Homme et Environnement del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi; vede inoltre la collaborazione di studiosi della Sapienza e dell’Università di Bologna.

Un’antichissima stratigrafia

Le ricerche più recenti hanno permesso di approfondire le conoscenze sui manufatti litici acheuleani e sui fossili di vertebrati; erano inseriti all’interno di una lunga sequenza stratigrafica e datati tra 695 e 670 mila anni fa. Ciò dimostra come in questo territorio, caratterizzato da clima caldo, spazi aperti e specchi d’acqua, fossero diffusi grandi mammiferi: elefanti, ippopotami, bisonti e cervidi.

Oggi il nuovo studio si inserisce in questo filone di ricerca, documentando quindi per la prima volta la coesistenza tra gli esseri umani e Macaca sylvanus, comunemente conosciuti come bertuccia.

“La presenza della bertuccia, documentata per la prima volta a Notarchirico – spiega Raffaele Sardella – aggiunge importanti informazioni paleoambientali e paleoecologiche. Questo primate, oggi diffuso in Nord Africa e reintrodotta a Gibilterra, nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo”. “La coesistenza tra la bertuccia e gli esseri umani – aggiunge Beniamino Mecozzi – è documentata in pochissime località europee e pone interessanti interrogativi sulle interazioni tra Homo e Macaca quasi 700 mila anni fa”.

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Studi sulla stratigrafia e i reperti di Notarchirico (Basilicata)
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STUDENTI | Cosa c’è dietro ad uno scatto? La riflessione di Irene Paino

Riceviamo e pubblichiamo la riflessione della studentessa Irene Paino che ripercorre le tappe più importanti della storia della fotografia, dalla nascita ai giorni nostri.

La fotografia è l’arte di mostrare di quanti istanti effimeri la vita sia fatta”, così scriveva Marcel Proust. Credo sia proprio questo l’obiettivo di una grande disciplina artistica e culturale come la fotografia, che molto spesso viene oscurata, soprattutto nel mondo moderno, macchiandosi di etichette e pregiudizi. Se in passato questa materia veniva definita una novità, ad oggi la sua importanza su molteplici aspetti viene ridotta ad una banalità. La grandiosità del ‘’saper fotografare’’ dal 9 luglio 1839, anno di nascita ufficiale della fotografia, ha subito diversi sviluppi e rivoluzioni anche nell’ambito scientifico, riuscendo ad insediarsi nella vena storica mondiale e coinvolgendo situazioni e personaggi importanti. Infatti la foto che con molta facilità e spensieratezza facciamo stampare dal fotografo di fiducia ha delle radici più profonde. 

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Vista dalla finestra a Le Gras di Joseph Nicéphore Niépce (1826)

Joseph Nicéphore Niépce è considerato il padre della fotografia, proprio grazie alla sua figura inizierà il grande processo rivoluzionario di questa disciplina con il metodo dell’eliografia. Attraverso la sovrapposizione di un negativo su una carta sensibile e successivamente esposto all’azione di una luce artificiale o solare, si otteneva la struttura dell’immagine. Una delle più antiche eliografie prodotte dallo stesso Nièpce, oggetto di mostra al Musée Maison Nicéphore Niépce, fu ‘’Vista dalla finestra a Le Gras’’. Solo più tardi il grande ricercatore francese aderì all’utilizzo della camera oscura, anche detta camera ottica, cioè un sistema che consentiva la proiezione sul retro delle fotografie. Motivo per cui ancora oggi gli apparecchi fotografici vengono definiti ‘’camere’’.

Il dagherrotipo è invece una funzionalità che nacque nel 1840 dalla collaborazione tra il chimico Louis Daguerre e Joseph Nicéphore  Niépce: mediante una lastra di rame, a cui veniva subordinato uno strato di argento, e dei vapori, prima di iodio e in seguito di mercurio, la raffigurazione prendeva forma.  Purtroppo questo metodo, nonostante ebbe una grande diffusione, perse interesse in quanto molto impegnativo e fu sostituito da nuovi processi: la calotipia, introdotta da William Henry Fox Talbot nel 1841 (che consentiva la riproduzione delle immagini con la tecnica del negativo/positivo), la ambrotipia, attuata dall’inglese Frederick Scott Archer nel 1849 (realizzazione di foto su lastre di vetro), e la ferrotipia, ovvero stampe riportate su materiale di alluminio, ferro o latta, prodotta nel 1853 dal francese Adolphe Alexandre Martin.

Certamente tutto ciò rappresenta solo una breve sintesi dello sviluppo di questa disciplina che sfocia anche in un repertorio storico non indifferente, ricordiamo a tal proposito la guerra di Crimea che fu seguita dal fotografo Roger Fenton. Foto e riprese che riguardano le guerre mondiali rappresentano per noi delle fonti importanti. Gradualmente si iniziò a fare della fotografia un potente meccanismo di informazione culturale, favorendo così la nascita di grandi industrie. In Italia citiamo ad esempio i fratelli Alinari e Giorgio Somer. Si svilupperanno in tutta Europa centri d’incontro, club e associazioni con obiettivo comune: migliorare questo nuovo modo di apprendere l’arte in tutte le sue forme e portarlo alla luce. Fotografare non è solo saper applicare delle tecniche specifiche in base al contesto o pubblicare una bella foto sui social, ma far trasparire dei dettagli che, seppur minimi, fanno la differenza. La bravura di un fotografo sta proprio nel cogliere l’attimo e la spontaneità dei secondi che quotidianamente sfuggono alla nostra coscienza.

Campo di militari in Crimea di Roger Fenton (1855)

L’armonia delle forme, cioè della manifestazione del bello attraverso una propria rappresentazione della realtà, è una tematica che sicuramente viene prodotta anche da altre forme artistiche come la scrittura, il disegno e spesso riguarda perfino discipline sportive come la danza. Nel momento in cui tutto ciò combacia e si equilibra percorriamo inevitabilmente la sostanza dell’esistenza umana, che in questi casi è magicamente sovrastante. Le fotografie attualmente vengono utilizzate anche nello studio della psiche umana e stimolano delle percezioni così intime e personali grazie alle quali è possibile spaziare ancora in una conoscenza più ampia del mondo. Quando parliamo di fotografia, dunque, non minimizziamo questa grande lente d’ingrandimento, piuttosto pensiamo che non è da tutti saper guardare la realtà da una prospettiva diversa. Uno scatto può diventare storia e – come riportava il titolo di un famoso programma televisivo ideato nel 1997 e diretto da Renato Parascandolo – “La storia siamo noi”

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NEWS | Una tomba semi integra con corredo riemerge in Via Androne (CT)

A Catania, all’incrocio tra Via Androne e Via Battiato, vicino Piazza Santa Maria di Gesù, continuano i lavori di interramento di cavi elettrici, la zona rappresentava una delle necropoli più importanti dell’antichità. Michela Ursino, archeologa della Soprintendenza, ha confermato che si tratta di una tomba realizzata con una serie di pietre e una copertura a cappuccina. Inoltre, al suo interno, sono conservati ossa e vasellame.

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Dettaglio della tomba ritrovata in Via Androne (CT)
La tomba e i ritrovamenti

La tomba sembrerebbe, secondo le prime analisi, di epoca romana imperiale. La Soprintendenza fa però sapere che devono essere effettuate degli studi più approfonditi per accertarlo, in quanto in questa zona è possibile trovare sepolture di ogni tipologia e di ogni periodo storico. Difatti, solo ulteriori ricerche confermeranno le ipotesi sui ritrovamenti. Già dai primi materiali emersi sembrerebbe esserci uno scheletro di individuo giovane e ossa non integre di un individuo adulto. Il corredo, inoltre, presenta due vasetti acromi e tracce di bronzo.

Le indagini nel contesto urbano

In particolare si cerca di recuperare la copertura della tomba realizzata in tegole. Il circolo di pietra a base della tomba è stato lasciato in sede per studiare meglio il sito, visto che ritrovamenti simili sono emersi nelle vie adiacenti grazie a lavori urbani. La strategia sarà quella di cercare di isolare e conservare ogni traccia di questa tomba riemersa quasi integra.

L’indagine dovrà essere svolta in tempi veloci dato che i lavori di interramento dei cavi saranno a breve conclusi. Inoltre, questa Via del centro cittadino catanese è densamente popolata e trafficata a livello di viabilità stradale. La Soprintendenza e gli archeologi che stanno lavorando presso il cantiere (Federico Caruso e Alberto d’Agata), seguiranno passo passo l’evolversi degli scavi preventivi.

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Scavo preventivo della Tomba ritrovata a Via Androne (CT)

 

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ATTUALITÀ | Venezia: dal 25 Marzo 421 ad oggi, 1600 anni di storia

Il 25 Marzo 2021 la città di Venezia ha festeggiato 1600 anni con eventi che proseguiranno fino al 2022. Festa che si è svolta in maniera contenuta – questione di punti di vista – a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Hanno già risposto 235 aziende private alla call per i futuri eventi, segno dell’importanza di questa ricorrenza. 

“Da qui, oggi – ha scritto su Facebook il sindaco della città Luigi Brugnaro – parte un messaggio di speranza: #Venezia è viva, l’Italia è viva“.

In occasione dell’anniversario, inoltre, il Ministero dello Sviluppo Economico ha emesso un Francobollo celebrativo, che richiama con forza la grande storia veneta. Su di esso la xilografia cinquecentesca “La Veduta di Venezia a volo d’uccello” di Iacopo de’ Barbari, le cui matrici originali in legno e un esemplare sono conservati nel Museo Correr di Venezia. In alto a destra, invece, è presente il logo di Venezia 1600, con la colonna con il leone alato di piazzetta San Marco, le cupole della Basilica di San Marco e le aperture della facciata del Palazzo Ducale

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Francobollo celebrativo per “Venezia 1600”
 
Venezia e le sue origini

La data canonica per la fondazione della città di Venezia è il 25 marzo 421 d.C. In realtà, il territorio Veneto ha origini ben più antiche, lo si ritrova già nell’Impero romano come X Regio. Si trattava di una zona tra la terra, il mare e i corsi d’acqua, abitata da pescatori e salinari. Infatti, così viene ricordata anche cento anni dopo le sue famose origini, nella lettera ai Veneziani di Flavio Aurelio Cassiodoro, ministro dei re ostrogoti, del 537 d.C. 

“Qui voi avete la vostra casa simile in qualche modo ai nidi degli uccelli acquatici. E infatti, ora appare terrestre ora insulare, tanto che si potrebbe pensare siano le Cicladi, dove improvvisamente si può scorgere l’aspetto dei luoghi trasformato. In modo simile le abitazioni sembrano sparse per il mare attraverso distese molto ampie, ad esse non sono opera della natura, ma della cura degli uomini. […] Dunque vi è una sola cosa in abbondanza per gli abitanti, che si saziano di soli pesci. Un unico cibo sfama tutti, case simili ospitano tutti. […] Tutto il vostro impegno è rivolto alla produzione del sale: fate girare i rulli al posto dell’aratro e delle falci: da qui nasce ogni vostro guadagno dal momento che in ciò possedete anche le cose che non avete. […] Qualcuno può forse cercare l’oro, ma non c’è nessuno che non desideri avere il sale e giustamente, dal momento che ogni cibo che ha buon sapore lo deve a questo. Perciò riparate diligentemente le navi che tenete legate alle pareti delle vostre case come animali […].” 

Parole che ci presentano questo ameno spaccato di vita veneziana, con le quali possiamo immaginare l’antica quotidianità delle genti venete che vi abitavano e che hanno dato inizio alla storia di questa illustre città. 

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Mappa dell’antica Venezia
 
Mito e leggenda: la fondazione di Venezia

La fondazione della città di Venezia è circondata dal mistero e dalle leggende. Si narra infatti, in un racconto del X secolo, riportato da Costantino VII Porfirogenito, che la città sia stata fondata in seguito all’invasione di Attila re degli Unni. Il barbaro devastò la terraferma costringendo gli abitanti a rifugiarsi nella laguna e dando così vita all’insediamento venetico bizantino. Un mito che da lustro alle origini della città, che in realtà si formò in seguito a migrazioni a causa dell’avvento di genti barbare occupanti, nel corso di un lungo periodo

Altra e più popolare leggenda vuole che la fondazione della città avvenne al mezzodì del 25 marzo 421. Il giorno della consacrazione della Chiesa di San Giacométo sulle rive del Canal Grande. Difatti, questa narrazione sul primo insediamento veneziano sulla Riva Alta è riportata nel Cronichon Altinate, raccolta di documenti e leggende dell’XI secolo. 

“Solum restò in piedi la chiexia edificata in Venetia dil 421 a dì 25 Marzo, come in le nostre croniche si leze”. Scrive Marin Sanudo nella descrizione dell’incendio di Rialto del 1514.

In realtà gli studi storici hanno datato la Chiesa di San Giacomo di Rialto al XII secolo, ma la data di fondazione nel 421 è ormai il punto di riferimento storico popolare.

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Chiesa di San Giacomo di Rialto, Venezia
 
Venezia, testa di ponte tra Occidente e Oriente

L’importanza storica della città di Venezia è data soprattutto dal suo essere il punto di riferimento per i commerci verso il Levante. È nuovamente una leggenda a raccontarcelo, quella del trafugamento delle spoglie di San Marco in Egitto. Infatti, il corpo fu nascosto sotto della carne di maiale, affinché i musulmani a guardia del porto egizio non lo trovassero. I mercanti che escogitarono l’inganno erano veneziani e portarono le spoglie dell’evangelista nella città dove il Santo stesso si rifugiò anni prima in seguito ad un naufragio, Venezia. Il corpo venne poi tumulato nell’erigenda cappella del doge, luogo dove successivamente sorgerà proprio la Basilica di San Marco.

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Basilica di San Marco a Venezia

Il racconto risale al IX secolo, ciò ci permette di affermare che i traffici tra Venezia e l’Oriente risalgano a questi tempi, e che quindi i navigatori veneziani avessero tale potere d’azione. Difatti, fu proprio durante quest’arco temporale che la città iniziò ad affermare il suo dominio incontrastato sull’Adriatico, divenendo successivamente nella storia una tra le più importanti Repubbliche Marinare

Venezia
Francesco Guardi – The Departure of Bucentaur for the Lido on Ascension Day
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ATTUALITÀ | Nick La Rocca: Il siciliano che ha “inventato” il jazz

“Il jazz è anche la Sicilia”. Me lo disse qualche anno fa Giorgio Gaslini, uno dei più grandi musicisti italiani di sempre (per intenderci il compositore, tra le altre cose, della celebre colonna sonora di “Profondo Rosso”, capolavoro horror di Dario Argento, targata Goblin), a Messina per un concerto che si tenne al Palacultura “Antonello da Messina”. Un’affermazione fondata, reale, senza retorica. È un fatto che storia del jazz – o della musica afro americana che dir si voglia – sia costellata da nomi dal sapore meridionale e non molti sanno – se non gli addetti ai lavori – che proprio agli albori di quella che è considerata la corrente artistica più importante del ‘900 – il jazz appunto – in quel di New Orleans, era proprio un siciliano a fondare la band che avrebbe registrato uno dei primi album della storia di questo grande linguaggio.

Parliamo di un nome che oggi riecheggia nei libri di storia, negli annali della musica, nelle parole di tutti i grandi jazzisti. Nato nel 1899 da genitori trapanesi (il padre era di Salaparuta la madre di Poggioreale), Nick La Rocca iniziò a suonare la cornetta (tipico strumento della tradizione bandistica italiana) all’età di 15 anni. Da lì in poi si fece largo in quel “marasma” di suoni, stili, pensieri, culture che era la foce del Mississippi all’inizio del ‘900, patria indiscussa del jazz. 

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La New Orleans del secolo scorso

Non sono pochi i motivi per cui il destino scelse quella piccola, ma assai florida città del sud come culla del genere. New Orleans fu per quasi più di un secolo scalo obbligato nella tratta degli schiavi e il porto che dalla fine del XIX secolo accolse migliaia di immigrati francesi, tedeschi e italiani. Un mare di tradizioni che invase la città. Non furono certo gli americani a dare avvio a questa grande musica (almeno non quelli originari delle 13 colonie). Furono invece i nipoti degli schiavi liberati e i meridionali in cerca di fortuna, unendo le loro culture, a plasmare le basi dello “swing”; termine che ci ricorda il periodo d’oro delle big band degli anni ’30 e ’40, ma che in realtà ha ben più lontane radici (la modalità “nuova”  di scandire il tempo). Certo, la musica che potevamo sentire nelle piazze di New Orleans, durante i funerali e i matrimoni, e nelle bettole non era proprio quel tipo di musica che ci ricorda oggi il termine jazz; sempre che questo termine abbia un significato quantomeno artistico.

Quando La Rocca – insieme a centinaia di altri – cominciava a riprodurre in chiave bandistica i temi della tradizione popolare americana mischiandoli a quella della banda e soprattutto ai ritmi che gli afro americani avevano portato dall’Africa e mantenuto nelle “capanne dello zio Tom”, la parola “jazz” non esisteva. Comparì per la prima volta nel 1915 e fu La Rocca a introdurla, quando nelle strade e nei localetti a luci rosse di New Orleans, faceva il suo esordio l’Original Dixieland Jass Band guidata proprio dal cornettista originario di Trapani. Fu la prima band registrata in cui compare la parola “jazz”. Del 1917 il primo disco della band registrato a New York negli studi della Victor Records. Un primato assoluto tenuto conto che l’opera musicale di Nick La Rocca e brani come “Tiger Rag” e “Livery Stable Blues” oggi sono standard a tutti gli effetti, proposti e riproposti, certo, in una chiave decisamente più moderna. 

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Nick La Rocca

Sul perché poi la parola da “jass” fu cambiata in “jazz” aleggiano miti e leggende. Una caratteristica del jazz tutto. Una prassi dovuta ai background oscuro e complesso dei protagonisti di cui spesso si sapeva ben poco. Anche sulla parola “jazz” la storia propone innumerevoli spiegazioni. Per alcuni “jazz” è il termine utilizzato per simulare il suono del charleston (i due piatti della batteria montati su un’asta e suonati con il piede sinistro) che dava la tipica pulsazione sul 2 e sul 4 della battuta. O ancora il termine “jazz” deriverebbe da “jizz”: termine legato al mondo sessuale e ricercabile facilmente sul web. Insomma, la quantità di storie legata all’imbarazzante numero di informazioni mai certificate su molti autori e musicisti fa del jazz non solo un grande linguaggio che unisce tutto il mondo, ma soprattutto una “religione” con le sue credenze, i suoi simboli le sue tradizioni immutate fino ad oggi. In ogni caso – sul termine “jazz” – la spiegazione maggiormente accettata è quella legata a Nick La Rocca.

L’Original Dixieland Jazz Band nel 1925, dopo aver preso New York come base operativa ed aver registrato un altro disco per la Columbia Records, si sciolse a causa del manifestarsi del senso di “sdegno” da parte della classe dirigente newyorkese che vedeva nel jazz un fenomeno legato al consumo di alcool, alla prostituzione e alla delinquenza. Tutto falso, o meglio, solo l’apparenza e le leggi – per nostra fortuna – durarono molto poco. Quanto bastò, però, a convincere La Rocca a sospendere l’attività musicale.

Tornato nelle scene nel 1936, quando il mondo era cambiato e con lui anche il jazz, Nick La Rocca non riuscì a mantenere la cresta dell’onda. Rimase lui il creatore del jazz e il “Cristoforo Colombo” della musica (amava presentarsi così). Un’esagerazione che non darebbe giustizia certo ai tanti che in quegli anni tra la Belle Époque e la catastrofe della prima guerra mondiale, tra schiavismo latente e tolleranza, tra le piazze, le strade e le campagne dove l’Africa incontrava la Sicilia, le trombe suonavano per la prima volta coi tamburi in pelle e i violini accompagnavano i primi “spirituals”, creavano – senza saperlo – quello stile musicale perfetto e indecifrabile capace di unire Est ed Ovest, Sud e Nord in un unico linguaggio. Nick La Rocca, nato da genitori trapanesi,  fu certamente tra questi.

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DANTEDÌ | In cammino nella selva oscura, un luogo dai tanti significati

Il Poema ha inizio con la rappresentazione di uno stato di smarrimento angoscioso: la “selva oscura”. Dante, durante la notte tra il 24 e il 25 marzo del 1300, si smarrisce all’inizio del Poema (Inf., I,1 ss.) nella selva (descritta da Dante stesso come selvaggia, aspra e forte). Appena uscito dalla foresta, il cammino di Dante è ostacolato da tre belve feroci (una lonza, un leone e una lupa) che lo sospingono di nuovo verso la selva.

Le tre fiere rappresentano l’allegoria dei tre vizi capitali (lonza – lussuria, leone – superbia, lupa – avarizia), a causa dei quali non è possibile condurre una vita retta e proseguire nell’ascesa verso Dio. Esistono altre interpretazioni delle tre fiere: secondo alcuni la lonza, il leone e la lupa rappresentano rispettivamente l’incontinenza, la violenza e la frode; i tre tipi di peccati puniti nell’Alto, Medio e Basso Inferno. Altri pensano ad un’allegoria delle tre potenze guelfe (Firenze, Francia e Roma) che avrebbero contribuito alla corruzione della società.

Per raggiungere il sole (il colle che si intravede dopo la selva) Dante dovrà percorrere un’altra via, quella dell’oltremondo, guidato da Virgilio, inviato in suo soccorso da Beatrice. Tutti gli elementi della figurazione della “selva oscura”, dall’intrico delle piante al sonno che coglie il viandante, dal colle che si intravvede oltre di essa alle fiere che impediscono l’ascesa verso il sole, sono immagini care alla letteratura religiosa e morale del Medioevo.

La Voragine infernale, l’unica illustrazione della Commedia completata da Botticelli

Ma cosa significa la selva oscura? Lo chiediamo direttamente a Dante!

D: Oh Sommo Poeta, che cosa voleva far capire ai futuri lettori con “selva oscura”?

R: “Con la selva oscura ho voluto rappresentare lo smarrimento morale in cui ero caduto dopo la morte di Beatrice, mio modello ideale di virtù e di religiosità. È inoltre un’allegoria del peccato in cui ogni uomo può smarrirsi durante il cammino della vita”.

Il bosco buio e fitto potrebbe essere paragonato alla società odierna sotto molti aspetti: corruzione della Chiesa, cattivo governo, decadenza dell’umanità. Ma anche nella vita quotidiana ha un suo significato. Può spaziare in svariate situazioni, tutte accomunate in genere dalla debolezza interiore: scomparsa di una persona cara, perdita temporanea di fede, intrapresa di una vita peccaminosa, perdita di principi morali ecc. In poche parole, un momento della propria vita in cui si commettono errori o si è infelici a causa di avvenimenti o torti subiti.

Infatti già all’epoca del poeta questo paesaggio naturale era qualcosa di misterioso e di poco conosciuto, un luogo insidioso e terrificante: il bosco fitto, esteso, a volte una foresta, popolata da animali feroci e briganti, richiama alla mente una difficoltà, un luogo, una situazione da cui è difficile uscire sia fisicamente che psicologicamente. Nella selva penetra con difficoltà la luce, il pericolo è in agguato, non vi sono sentieri, percorsi segnati, non vi sono certezze. Inoltre l’oscurità rappresenta, in quasi tutte le culture, il male e di conseguenza, talvolta, la morte.

È forse per questo che spesso nei film horror o nei thriller la trama si delinea in una foresta buia in cui accadono terribili sventure? Il principio è lo stesso: vedendo un bosco, fitto e per giunta buio, si è subito inquieti perché non si sa cosa nasconda né dove porti, ma è un gigantesco mistero in cui ci si può perdere e talvolta non fare più ritorno. L’idea stessa del bosco e della foresta si individua spesso con perdizione, pericolo, oscurità ed è un luogo quasi quotidiano poiché spesso passiamo di fronte ad un boschetto. Forse è proprio questa quotidianità che lo rende così spaventoso, perché rende i pericoli e gli orrori descritti nei film rischi quasi reali, cose che potrebbero veramente capitare.

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L’altro viaggio per la conversione

La Commedia inizia, quindi, con una situazione di stallo: il personaggio-Dante si “ritrova” in una selva oscura e, fuggendola, si incammina verso il colle, ma il suo viaggio è subito frenato dalle tre fiere. Fin dal primo verso compare prepotentemente la figura dell’io (mi ritrovai). Secondo la convenzione scrittoria del Medioevo, non era consentito a qualsiasi autore parlare di sé, a meno che la propria esperienza non potesse rivestire un qualche valore universale. Come dire che l’io può ergersi a protagonista solo se ha valore per la nostra vita, cioè per l’esperienza vitale di tutti gli uomini. Dante è consapevole di questa prassi (ne fa riferimento in Convivio, I, II, 12-14) e, se parla di sé, lo fa perché mira ad attribuire alla sua opera valore di exemplum.

Così facendo, egli si ricollega a un illustre precedente, ossia alle Confessioni di Sant’Agostino, testo capitale della tradizione occidentale, nel quale il Santo ripercorre le tappe della propria esistenza, narrandole in un discorso ininterrotto rivolto a Dio, in modo da dare vita, appunto, a una “confessione”. Gli elementi in comune tra i due testi sono molteplici: entrambi parlano di una conversione come di un viaggio necessario ed entrambi, inoltre, ne parlano in termini di lotta e di fatica, indicandolo un processo lungo e laborioso.

La conversione non è infatti un atto istantaneo, una folgorazione che consente di cambiare vita in modo immediato, quanto piuttosto un duraturo e faticoso processo di umiltà, attuabile solo con un “altro viaggio”, che nella Commedia è rappresentato dalla discesa all’inferno. Per questo motivo Dante non riesce subito a scalare il monte, anche se lo vede (guardai in alto): nella scena iniziale, appena uscito dalla selva. Egli sa dove deve arrivare ma non sa come arrivarci. Scalerà il monte solo nel Purgatorio, cioè quando sarà già avviato il processo di conversione.

E infatti un confronto tra i versi di Inferno I e di Purgatorio XXVIII è illuminante:

 Nel mezzo del cammin di nostra vita
 mi ritrovai per una selva oscura,
 [...]
 Io non so ben ridir com’i’ v’intrai
 [...]
 Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta

 Inf. I, 1-2, 10, 31 
 Già m’avevan trasportato i lenti passi
 dentro a la selva antica tanto, ch’io
 non potea rivedere ond’io mi ’ntrassi;
 ed ecco più andar mi tolse un rio,
 che 'nver' sinistra con sue picciole onde
 piegava l'erba che 'n sua ripa uscìo.

 Purg. XXVIII, 22-25 

Questa analogia fra i due canti, sulla base delle parole significative che vengono ripetute, è sottolineata da diversi commentatori: Dante ormai può procedere senza quegli ostacoli che gli avevano sbarrato il cammino. Da qui inizierà un altro viaggio e sarà pronto per salire al Purgatorio e poi nei cieli del Paradiso.

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La selva oscura di Gustave Doré
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DANTEDÌ | Divina Commedia: scoperte alcune pergamene del Trecento

Alcune pergamene della Divina Commedia, databili intorno al 1350, sono state ritrovate nella biblioteca storica del Collegio Ghislieri a Pavia. Le pergamene hanno restituito il II, III, X e XI canto del Paradiso della Commedia. Inoltre, gli straordinari frammenti sono tra i più antichi ritrovati.

Spiega Alessandro Maranesi, responsabile della biblioteca del Ghislieri e rettore vicario:

«Dalla ricostruzione che abbiamo potuto fare, questo documento era stato scoperto nel 1889 proprio al Collegio. Nonostante sia così prezioso, di lui non si seppe più nulla. Abbiamo contattato la Società Dantesca Italianavogliamo chiamare a raccolta i massimi studiosi per analizzarlo».

Divina Commedia
Le pergamene dantesche di Pavia
La storia delle pergamene

Le pagine trecentesche furono ritrovate nel 1889, dal laureando Celso Marchini, mentre era intento a consultare un’edizione parigina del Timeo di Platone. Successivamente, le pergamene vennero restaurate, ma furono presto dimenticate. Il testo è stato oggi riscoperto e attentamente analizzato dal professor Maranesi che ha iniziato a studiare le preziose carte. Alcuni elementi, le forme arcaizzanti e il tipo di scrittura, fanno datare le pergamene non oltre la metà del Trecento.

«Si tratta di uno dei frammenti più antichi della Divina Commedia mai rinvenuti. Certi dettagli, come il tipo stesso di pergamena e le lettere miniate in rosso, ci dicono che questi frammenti erano appartenuti a un Codice molto prezioso, che per il suo valore poteva trovare posto solo in case principesche, corporazioni religiose o famiglie potenti». Afferma il Professor Alessandro Maranesi.

Come siano arrivate le pergamene di Dante a Pavia, resta un mistero, ma è suggestiva l’ipotesi di un vero e proprio viaggio. Sarebbero appartenute ad un antico codice della ricchissima biblioteca visconteo–sforzesca che aveva sede nel castello Visconteo di Pavia, poi dispersa per mano dei francesi di Luigi XII nel 1499. 

divina commedia
Una delle pergamene trecentesche di Pavia