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“Tu quoque”, le idi di marzo e la morte di Cesare

Ricorre oggi l’anniversario della morte di Gaio Giulio Cesare, avvenuta il 15 marzo del 44 a.C.

Cesare occupa un posto di primo piano nella storia romana, dal momento che fu il principale artefice del passaggio dalla repubblica al principato.

Gaio Giulio Cesare

 

Chi è Cesare

Appartenente alla gens Iulia, un’antica famiglia di origine patrizia, ma legato da rapporti di parentela con Mario e Cinna, due tra i più noti esponenti del partito dei populares, Gaio Giulio Cesare nasce a Roma nel 100 a.C.

Le fonti sulla biografia di questo grandissimo personaggio sono numerose. Alcune tra queste ci vengono  dallo stesso Cesare, che in una sua nota opera, dal titolo Commentarii, narra, in terza persona, alcune sue imprese relative alle campagne in Gallia e alla guerra civile disputatasi tra lui e Pompeo. A questa importantissima fonte, bisogna aggiungere degli scritti realizzati da alcuni esponenti politici e culturali a lui contemporanei, cioè Cicerone e Sallustio.

Avviato, sin dalla giovinezza, all’attività politico-militare, Cesare assunse un forte rilievo anche nel campo letterario, cimentandosi in svariati campi.

I successi di Cesare

Lunga e ricca di successi è la carriera politica di Cesare, protagonista del passaggio di Roma dalla repubblica al principato.

La sua attività politica inizia nel 68 a.C., quando ottiene la carica di questore, continua nel 65, con quella di edile e culmina nel 63, quando riesce ad assicurarsi la carica di pontefice massimo, che veniva conferita a vita.

Nel 60 a.C., stringe un accordo di aiuto politico con Pompeo e Crasso, che passa  alla storia come il primo triumvirato.

Console nel 59, riuscì a farsi assegnare, per cinque anni, il governo proconsolare di Gallia e dell’Illirico, al fine di avviare delle spedizioni per salvaguardare la provincia romana dalle ostilità, potenzialmente pericolose per Roma, createsi tra le tribù celtiche e germaniche. Queste azioni si conclusero nel 52, con la sottomissione di tutta la Gallia a Roma, dopo che Cesare era riuscito a far salire la durata quinquennale del suo governo proconsolare di altri cinque anni.

Il primo triumvirato: Cesare. Pompeo e Crasso (da sinistra)

 

La guerra civile ( 49-45 a.C.)

Il triumvirato era nato come un accordo politico tra tre esponenti di spicco del mondo romano, ma era evidente che uno di loro, cioè Cesare, mirava a ottenere un potere assoluto, che scavalcasse quello di Pompeo e Crasso: ciò divenne chiaro in seguito alla morte di Crasso, ucciso a Carre nel 53 a.C. dai Parti, e alle conquiste nella Gallia di Cesare. L’aria che si respirava, in seguito a queste due vicende, era molto tesa e “profumava” di guerra civile.

Il Senato, preoccupato dall’eccessivo potere del console romano, nel 49 gli mandò un ultimaturm, esortandolo a sciogliere l’esercito e a non fare rientro in Italia con delle truppe armate.

Cesare si mostrò incurante del provvedimento del Senato e, oltrepassando il fiume Rubicone, diede l’avvio a una guerra civile. Non ci fu grande resistenza, dal momento che in poco tempo il patrizio riuscì a ottenere il controllo di Roma e dell’Italia e si scontrò con Pompeo, giunto intanto in Oriente per organizzare una resistenza contro quello che ormai era un dittatore vero e proprio, sconfiggendolo  a Farsàlo, in Grecia, nel 48 a.C. La guerra, tuttavia, continuò anche dopo la morte di Pompeo, avvenuta il 28 settembre del 48, con le battaglie di Tapso, in Africa, e di Munda, in Spagna, rispettivamente nel 46 a.C. e nel 45 a.C.

Mondo romano allo scoppio della guerra civile (49-45 a.C.)

La dittatura di Cesare

Successivamente alla vittoria di Munda, Cesare aveva avviato una serie di riforme per concentrare su di sé tutti i poteri politici: divenne imperator, comandante dell’esercito, e, al tempo stesso, si fece proclamare tribuno della plebe e pontefice massimo. La sua era una volontà precisa: trasformare Roma in un principato. Era convinto che la Repubblica, oramai, risultava inadatta rispetto ad una realtà storica sempre più complessa. Il Senato si era sempre preoccupato di difendere solamente gli interessi dei nobili e dei ricchi e aveva trascurato le esigenze del popolo e delle province. Il vasto impero venutosi a formare aveva bisogno di un governo forte ed unitario che tenesse conto dei bisogni di tutti.

Cesare voleva che i popoli sottomessi considerassero Roma non come una nemica, ma come una preziosa alleata, fautrice del loro progresso economico e culturale e, per questo, si impegnò nel progetto di romanizzazione delle province, introducendo in esse la legge romana e la lingua latina.

 

Riforme in campo politico e amministrativo

Queste furono alcune delle riforme politiche e amministrative di Cesare, impegnato a trasformare Roma in un forte principato:

  • aumento del numero dei magistrati;
  • aumento del numero dei senatori;
  • fondazione di nuove colonie romane, anche nelle zone più lontane da Roma;
  • estensione della cittadinanza romana alla Gallia Cisalpina.
Le idi di Marzo e il Cesaricidio

Con l’espressione “idi di Marzo”, si fa riferimento all’assassinio di Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 a.C.

Il termine “idi” è legato al calendario giuliano , che divide i giorni di un mese in base a tre date fisse e non a una numerazione progressiva: calende, none e idi. Le calende indicano il primo giorno di un mese, le none il quinto o il settimo e infine le idi si riferiscono alla metà del mese.

Questa importante riforma del calendario venne fatta proprio da Cesare ed entrò in vigore nel 45 a.C.

L’anno successivo a questa riforma, il dittatore venne ucciso durante una congiura portata avanti da circa 60 senatori, tra cui figure di spicco come quelle di Bruto e Cassio. A questo episodio, passato alla storia come Cesaricidio, è legata la famosa espressione: Tu quoque, Brute, fili mi? (Anche tu, o Bruto, figlio mio?) con cui Cesare si rivolgerebbe al figlio, secondo quanto riportato da Svetonio.

L’eccessivo accentramento del potere nelle mani di Cesare aveva destabilizzato e preoccupato il Senato, impreparato di fronte al programma di riorganizzazione dello Stato e delle riforme istituzionali volute dal dittatore, che decise di intervenire contro il processo di trasformazione della res publica in impero.

La morte di Cesare, tuttavia, non arrestò il processo di cambiamento, anzi scatenò una serie di eventi che portarono al potere il figlio adottivo, Ottaviano, che nel 27 a.C. instaurò a Roma una forma di governo autocratica, ottenendo per sé poteri assoluti.

Dipinto “La morte di Cesare”(Napoli, Museo di Capodimonte) di Vincenzo Camuccini
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Sebastiano Tusa: chi era l’Uomo che la Sicilia piange

Lo scorso 10 Marzo 2019 il mondo della cultura è stato scosso dalla scomparsa di uno dei suoi più illustri esponenti: il Prof. Sebastiano Tusa. Nato a Palermo il 2 Agosto 1952, Tusa è divenuto un archeologo di fama internazionale e un paladino della difesa dei beni culturali.

La carriera

Figlio di Vincenzo Tusa, anch’egli illustre archeologo, si laurea in Lettere e si specializza in Paletnologia. Già negli anni ’90 la sua carriera è divisa tra gli incarichi dirigenziali e il lavoro sul campo: è stato responsabile della sezione archeologica del Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro BB. CC. di Palermo e ha diretto gli scavi di Pantelleria rinvenendo, tra i tanti reperti, tre ritratti imperiali romani. Inoltre, ha insegnato Archeologia Marina presso le Università di Palermo, Napoli, Bologna e, negli ultimi anni, anche presso l’Università di Marburg in Germania.

 

L’esperienza nelle Soprintendenze 

Gli anni 2000 lo vedono sempre più interessato alla protezione e all’amministrazione dei beni culturali, trascurando l’amato lavoro sul campo. Inizialmente guida la Sovrintendenza di Trapani poi, nel 2004, diventa primo sovrintendente della neonata Sovrintendenza del Mare. Nonostante le grandi responsabilità derivanti da questi incarichi riesce a trovare il modo di non perdere le proprie radici di archeologo da campo e continua a organizzare missioni archeologiche in Italia e all’estero (Pakistan, Iraq e Iran).

 

Tusa e la ricerca a Mozia

Nel 2005 è anche responsabile degli scavi hanno interessato le strutture adiacenti la strada sommersa che collega l’isola di Mozia alla città di Marsala. In quest’occasione non è potuto mancare l’incontro e la collaborazione con Lorenzo Nigro, anche lui archeologo di fama internazionale e docente di Archeologia Orientale dell’Università di Roma La Sapienza, che recentemente sui social ha espresso il proprio cordoglio ricordando Tusa come uno studioso straordinario, un archeologo, un amico, un siciliano vero.

Il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci con Sebastiano Tusa

 

L’impegno politico di Tusa

Divenuto socio onorario dell’Associazione Nazionale Archeologi, nel 2012 torna a dirigere la Sovrintendenza del Mare della Regione Sicilia, posto che non lascia fino al 2018 quando, ormai entrato in contatto con il mondo della politica, viene nominato Assessore regionale dei Beni Culturali e dell’identita siciliana dal presidente della Regione Sicilia Nello Musumeci, prendendo il posto di Vittorio Sgarbi.  

Vittorio Sgarbi e Sebastiano Tusa

 

La tragedia dell’Ethiopian Airlines

Tusa è stato un uomo dalla grande tempra morale che non si è lasciato sconfiggere nemmeno dal brutto male ai polmoni che aveva combattuto e vinto. Solo una inaspettata e tragica fatalità, che non poteva essere evitata, lo ha potuto distogliere dai suoi obiettivi e lo ha allontanato dai suoi cari: Sebastiano Tusa perde la vita a Bishoftu (clicca qui), 60 km a sud-est di Adid Abeba, il 10 Marzo 2019 alle 8:44 del mattino. L’aereo su cui viaggiava e che lo avrebbe portato a presenziare alla conferenza UNESCO organizzata a Malindi si è schiantato al suolo poco tempo dopo il decollo (clicca qui per i dettagli e le indagini).

 

Il cordoglio per la scomparsa di Tusa

Sono stati in molti a ricordare Tusa; spiccano i nomi di Alberto Angela, Nello Musumeci (clicca qui per il cordoglio del Presidente e della Regione Siciliana) e Vittorio Sgarbi.

Sebastiano Tusa è stato un amante della sua terra e del suo lavoro e un amante dell’arte e dell’archeologia. Oggi si piange la perdita di un Siciliano Doc che aveva un senso profondo del dovere e che vedeva all’archeologia come messaggio di pace, cemento fra i popoli e le loro storie: con queste parole la moglie Valeria Patrizia Li Vigni descrive il marito alla stampa dopo il tragico incidente. 

Nel Pantheon degli Illustri di Sicilia, nella Chiesa di San Domenico a Palermo, riposano adesso anche le spoglie di Sebastiano Tusa.

 

 

SITOGRAFIA

https://www.tgcom24.mediaset.it/2019/video/incidente-aereo-in-etiopia-chi-era-sebastiano-tusa_3102931.shtml

https://www.corriere.it/cronache/19_marzo_10/tusa-racconto-moglie-avevo-presentimenti-che-beffa-era-felice-perche-era-guarito-69718e18-437d-11e9-9709-cc10f0c9377f.shtml

http://www.sebastianotusa.it/

http://pti.regione.sicilia.it/portal/page/portal/PIR_PORTALE/PIR_LaStrutturaRegionale/PIR_AssBeniCulturali/PIR_Assessore/PIR_Biografia

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Festa della Donna, perché si regalano mimose l’8 marzo

Fiori e amore fanno parte di un binomio indissolubile: il fiore è da sempre un simbolo della bellezza e al tempo stesso della fragilità. Per queste sue peculiarità, è associato all’amore e, in particolare, alla figura femminile. Non è un caso, infatti, che durante la Giornata internazionale dei diritti della donna, che ricorre l’8 marzo, le figure femminili vengano omaggiate con un fiore, cioè la mimosa.

Mimosa regalata alle donne l’8 Marzo

La pianta della mimosa

La pianta della mimosa, il cui nome scientifico è acacia dealbata, è originaria dell’Australia, ma ha trovato il suo clima ideale dove poter crescere e svilupparsi anche in Europa. In particolare, verso la metà del 1800 arriva in Italia, adattandosi perfettamente all’ambiente della Riviera Ligure, delle regioni meridionali e dei grandi laghi del Nord d’Italia. La pianta può raggiungere anche delle grandezze considerevoli. I suoi noti fiori gialli sbocciano a fine inverno, eliminando il grigiore della stagione fredda e “annunciando” l’arrivo della bella stagione, cioè la primavera.

Perché si regalano mimose l’8 marzo

Sono due le tradizioni che vengono, solitamente, prese in considerazione per spiegare il motivo per il quale l’8 marzo le donne vengono omaggiate con il fiore della mimosa.

La prima fa riferimento all’incendio di una fabbrica tessile di New York, nel 1908, dove persero la vita molte lavoratrici. Si narra che accanto alla fabbrica andata in fiamme crescesse un albero di mimose: questa circostanza avrebbe fatto di quella pianta un simbolo per onorare le giovani operaie che morirono durante l’incendio.

Molto diversa è invece la tradizione italiana, secondo la quale l’idea di omaggiare le donne, durante la festa dell’8 marzo, con una mimosa venne a tre figure femminili: Rita Montagnana, Teresa Noce e Teresina Mattei. Le tre, infatti, cercavano un fiore che potesse essere regalato alle donne in occasione della prima Festa della Donna dopo la Seconda guerra mondiale. 

Nel 1946, le tre attiviste proposero di rendere la mimosa il simbolo della Festa della donne, in virtù della sua facile reperibilità in primavera, e presentarono la loro richiesta all’UDI (Unione Donne in Italia), che alla fine risultò vincente. Inoltre, sebbene l’usanza di regalare mimose l’8 marzo sia italiana, è bene notare che già, anticamente, gli Indiani dell’ America regalavano mimose alle donne per dichiarare il loro amore e gli Australiani estraevano dalla pianta della mimosa un antidoto contro le malattie veneree.

Manifesto dell’UDI (Unione Donne in Italia) in favore dei diritti del genere femminile.
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La Bibbia di Gutenberg, la prima stampa della storia occidentale

L’evento 

Il 23 febbraio 1455 Johannes Gutenberg, a Magonza (Germania), pubblicò il primo libro a stampa della storia occidentale, ossia la Bibbia. Sebbene non siano pervenute tutte, questo libro conta più di 180 copie. Nel 2001 l’Unesco l’ha dichiarato patrimonio culturale dell’umanità. 

Ritratto di Johannes Gutenberg (immagine dal web)

L‘invenzione e diffusione della stampa in Europa 

La stampa non è un’invenzione di Gutenberg né tantomeno nacque in Europa. La stampa si diffuse dapprima in Asia, tra la Cina e la Corea. Fu, infatti, il tipografo Bi Sheng ad inventare i caratteri mobili nel 1041. Questi, però, erano troppo fragili, essendo di porcellana, e permettevano una tiratura limitata di copie. Wang Zheng affinò la tecnica e creò dei caratteri mobili di legno. Il più antico libro ad essere stampato fu un libretto sul buddismo coreano nel 1377: il Jikji. Questo presentava i caratteri mobili in metallo che avrebbe usato Gutenberg nella sua Bibbia. Tale tecnica, in ogni caso, ebbe una maggiore diffusione in Europa che in Oriente e colui a cui si deve la diffusione della stampa fu proprio Johannes Gutenberg, a partire dalla metà del XV secolo d.C.  

Il Jikji coreano, il più antico libro a stampa con i caratteri mobili metallici

Come venivano stampati i libri 

Il procedimento con cui si stampava un libro era tutt’altro che semplice e rapido. Richiedeva, infatti, abilità e competenze manuali più che tipografiche. Inoltre, c’erano molte figure che lavoravano in una tipografia, tra cui il torcoliere, che azionava la macchina, il battitore e, ovviamente, colui che sovrintendeva il lavoro. Gli attrezzi fondamentali erano il torchio tipografico e i caratteri mobili metallici; sopra i caratteri erano impresse le lettere, che venivano riutilizzate. Il processo era parecchio tecnico e non esente da errori. Inoltre c’era la matrice, ossia il carrello mobile su cui si appoggiavano la forma della stampa e il foglio di carta. La pressa serviva per fissare l’inchiostro sulla carta e la platina era il piano di stampa metallico superiore. Il torchio, inizialmente, era uno strumento ligneo destinato all’utilizzo per la produzione del vino. Fu Johannes Gutenberg ad utilizzarlo per stampare un libro e creare, così, il mondo dell’editoria

Il torchio in legno (immagine da lombardiabeniculturali.it)

La prima attività di Johannes Gutenberg  

Johannes Gutenberg nacque a Magonza tra il 1393 e il 1400; tale oscillazione è data dal fatto che non si conosce quasi nulla del tipografo. Si sa che intorno al 1420 egli compare citato in un documento come maggiorenne. Inoltre, si sa che visse fino al 1440 ca., a Strasburgo, svolgendo la professione di orafo. Tornato a Magonza prese una decisione fondamentale: dedicarsi completamente alla stampa dei libri. Per fare ciò, Gutenberg entrò in società con l’incisore Peter Schöffer e con l’orafo Johannes Fust, che ben presto iniziò a finanziare la sua attività. Grazie ai soldi ricevuti in prestito, il tipografo comprò l’attrezzatura e i caratteri mobili metallici: gli elementi fondamentali di ogni tipografia. A partire dal 1453 iniziò a lavorare alla stampa della Bibbia o, meglio, della Vulgata di San Girolamo del V sec. d.C. Questo fu il primo libro in assoluto ad essere stampato in Europa. Johannes Gutenberg morì nel 1468, dopo aver perso l’attività a causa della povertà.  

La Vulgata di San Girolamo, usata come modello della stampa (immagine dal web)

La Bibbia di Gutenberg: il primo libro a stampa 

Il 23 febbraio 1455, come detto, vide la luce a Magonza il primo libro a stampa: la Bibbia. Gutenberg aveva iniziato a stampare prendendo come esemplare la Vulgata latina di San Girolamo. Questa, dopo essere stata stampata si diffuse rapidamente grazie alle numerose copie stampate in seguito; si contano 180 copie, di cui 140 su carta di canapa e altre 40 su pergamena; la scrittura scelta fu quella gotica che, a quel tempo, era quella più usata in Germania. Fino al 2009, risulta che nei monasteri europei fossero conservate una quarantina di copie. La Bibbia era costituita da due volumi in folio di 641 fogli e 1282 pagine e si distinse per la sua eccellente qualità grafica. All’inizio venne acquistata solo da istituzioni religiose. La data della sua pubblicazione fu di fondamentale importanza, dato che da quel momento in poi i libri circolarono in maggiore quantità e più velocemente, a differenza del singolo manoscritto copiato dall’amanuense. Colonia, Roma e Venezia furono tra le città europee più influenti nell’editoria.  

La Bibbia di Gutenberg (immagine da festivaldelmedioevo.it)

L’impatto di quest’incredibile invenzione 

Il 23 febbraio 1455 iniziò una nuova era non solo per la cultura europea, ma anche per la storia del libro e dell’editoria. Questa nacque proprio con la Bibbia di Gutenberg, dato che prima circolavano solo manoscritti di libri scelti copiati dagli amanuensi. Da quel momento in poi nacque un vero e proprio mercato del libro. I libri a stampa, infatti, erano molto meno pregiati dei manoscritti, più facilmente acquistabili e soprattutto esistevano più copie uguali di uno stesso libro. Dunque, il libro avrebbe avuto una maggiore possibilità di essere letto. Ovviamente non tutti i libri a stampa erano economici; basti pensare a quelli estremamente costosi di Aldo Manuzio. Infine, il libro a stampa diede la possibilità a chiunque sapesse leggere di avere la propria copia di un libro e a chiunque avesse un’opera di stamparla, rendendo così più accessibile la cultura. 

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La distruzione di Ninive e la guerra dell’ISIS contro il patrimonio culturale

L’evento

Il 29 gennaio 2015 l’organizzazione dello Stato Islamico (ISIS) distrusse i resti della città di Ninive, situata in Iraq, nello specifico porte, mura e apparato iconografico. Ninive fu una delle città più importanti dell’antichità, capitale del regno assiro fino al 612 a.C., anno della sua distruzione. 

Le monumentali porte di Ninive (immagine da repubblica.it)

Lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) 

L’ISIS è un’organizzazione terroristica paramilitare che inizia ad agire nel 2014. Abu Bakr al-Baghdadi si proclamò califfo dello Stato Islamico e affermò di lottare per la difesa del suddetto stato e della religione islamica. Molti leader islamici dichiararono che le azioni compiute dall’Isis andarono contro la dottrina religiosa. A partire dal 2014, i militanti di tale organizzazione iniziarono una serie di conquiste territoriali in Iran, Iraq, in Siria e in Libia. Gli USA, gli stati arabi e gli stati occidentali cercarono di fermare l’espansione, muovendo una vera e propria guerra contro questi. Per tutta risposta, l’Isis incominciò a fare dei veri e propri attentati terroristici in tutto il mondo: Parigi e Londra furono tra i bersagli. L’ONU ha dichiarato l’ISIS un’organizzazione terroristica. 

Il patrimonio culturale di Ninive 

Ninive (Mosul) fu la capitale del regno assiro e fu una delle città più belle e prospere dell’antichità, sita in Mesopotamia (Iraq) sulla riva sinistra del fiume Tigri. L’origine del nome probabilmente si deve alla dea Ishtar. La città era un importante centro per le rotte commerciali, trovandosi in una posizione intermedia tra il Mar Mediterraneo e il Golfo Persico. Ninive divenne una città reale nel periodo Medioassiro di Sennacherib, che regnò tra il 705 e il 681 a.C.; costui ampliò la città con strade, piazze e palazzi. Famoso è il “Palazzo senza eguali”, in cui si trova un’enorme biblioteca contenente delle tavolette cuneiformi (incisioni lineari a forma di cuneo); le porte sono state affiancate da figure colossali, leoni alati o tori androcefali. Ma fu sotto Assurbanipal (668-626) che la città raggiunse il massimo splendore, le mura raggiunsero 12 km, il palazzo e la biblioteca ampliate. I Medi e i Caldei distrussero la città nel 612 a.C.; con Ninive cadde anche il regno assiro.

L’antica città di Ninive in una ricostruzione

Incisione di Ninive all’interno del Liber chronicorum, 1493 (immagine da invaluable.com)

La biblioteca di Assurbanipal 

La biblioteca reale di Ninive è un patrimonio culturale importantissimo, che conserva più di 30.000 tavolette d’argilla cuneiformi. Addirittura, uno dei tesori conservati in tale biblioteca è l’Epopea di Gilgamesh, insieme al mito della creazione di Enūma eliš, “Quando in alto”. La biblioteca è rifornita di parecchi testi babilonesi, presi durante le campagne militari di Assurbanipal, grande amante della cultura. Molti dei reperti furono portati al British Museum, dopo che l’archeologo Austen Henry Layard scoprì la biblioteca nel 1849. 

Una delle tavolette conservate nella biblioteca di Ninive

La distruzione di Ninive da parte dell’Isis

L’Isis il 29 gennaio attaccò e distrusse i resti di Ninive. In particolare, l’attacco si concentrò contro ciò che rimaneva delle mura e delle porte di Mashki (o porta dell’abbeveraggio, in quanto da lì passavano le mandrie per abbeverarsi al fiume Tigri) e Nergal, situata a lato nord e protetta da tori alati androcefali. Le porte risalivano al periodo di Sennacherib; l’allarme fu lanciato sul web dall’archeologo Paolo Brusasco. essi scelsero deliberatamente di attaccare Ninive, poiché rappresentava il simbolo dell’antica bellezza della mezzaluna fertile e perché era un inestimabile tesoro storico e culturale, un patrimonio che non doveva essere rovinato in tal modo. La guerra mossa dall’ISIS non si rivolgeva solo ai governi che gli si opponevano, ma anche al patrimonio culturale mondiale. Non è un caso, che il successivo bersaglio furono le statue del museo di Mosul, vicino Ninive, perché rappresentavo l’idolatria che i militanti ISIS volevano combattere. In realtà, si trattò di uno sfregio alla cultura perpetrato attraverso ruspe e bombe.  

Una ruspa mentre spiana le antichissime rovine di Ninive

L’impatto della distruzione di Ninive 

I video e le immagini di tale scempio si trovano sul web e su youtube, basta un clic e si può assistere a millenni di storia cancellati in un secondo dalla cattiveria umana. La distruzione delle antiche mura, le porte e perfino le statue distrutte a febbraio dello stesso anno hanno causato un forte impatto in chi ha potuto seguire la vicenda. Infatti, l’ISIS ha rovinato in maniera irreversibile un patrimonio archeologico e culturale preziosissimo della regione che ospitò la culla della civiltà mediterranea, ovvero la Mesopotamia. In nome di una religione che essi stessi hanno profanato, si sono portati via un pezzo non solo della loro storia ma anche della nostra.

 

Frame di video dal web che raccontano la distruzione del vicino Museo di Mosul

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Giornata della memoria, l’olocausto da non dimenticare

L’evento 

Il 27 gennaio 1945 è una data molto importante per la storia europea, poiché in tale giorno, durante la Seconda guerra mondiale, le armate russe liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Qui si era svolta una delle pagine nere della storia umana: l’Olocausto, la persecuzione sistematica degli ebrei.

Particolare della scritta che si trova all’entrata di Auschwitz. Arbeit macht frei, “Il lavoro rende liberi.”

Preludio all’Olocausto

Con il termine Olocausto, si indica la persecuzione, la deportazione e l’uccisione da parte dei nazisti, di ben dodici milioni di persone tra il 1933-1945. Tra questi, sei milioni erano ebrei. Difatti, l’odio verso gli ebrei si diffuse nel 1933, quando Hitler, capo del partito nazionalsocialista, salì al potere in Germania. Da tale anno, fino alla fine della guerra, gli ebrei non ebbero pace. Solo perché ebrei, i nazisti li isolarono, maltrattarono, derubarono, picchiarono e uccisero. I seguaci del Fuhrer li considerarono la causa di ogni problema, soprattutto economico; per questo confiscarono i loro beni e vietarono loro di continuare qualsivoglia attività lavorativa, a partire dalla Notte dei cristalli, il 10 novembre 1938.

Le vetrine completamente distrutte dei negozi, dopo la Notte dei cristalli (immagine da Ilfoglio.it)

Inizio delle deportazioni 

Nel 1933, Hitler organizzò un sistema di campi di lavoro o, meglio, di concentramento. Qui sarebbero confluite tutte le categorie sociali ed etniche ritenute un peso per la nazione tedesca: nemici politici, come i comunisti e socialisti, le categorie “deboli”, omosessuali ed  ebrei. In questi campi, essi sarebbero stati costretti a vivere in condizioni disumane, fino alla morte; molti morirono a causa degli stenti, della fame e delle malattie, nonché per mano degli stessi nazisti. Il 20 gennaio 1942 l’organizzazione giunse al termine e, in Germania,  in Austria e in Polonia, sorsero  i campi di sterminio. I prigionieri vi arrivarono con lunghi viaggi in treno; le SS, i membri del partito e i funzionari statali si riunirono durante la conferenza di Wannsee e stabilirono le modalità delle deportazioni. Essi presero le vittime di forza, li strapparono dalle loro case, malmenarono, caricarono su un camion e poi su un treno, per portarli verso i campi. 

Foto che ritrae gli ebrei con i cosiddetti “pigiami a righe”.

Campi di concentramento 

I nazisti crearono queste strutture a partire dal 1933. I campi tristemente più famosi, Auschwitz e Majdanek, si trovano in Polonia. Venivano chiamati “di concentramento” poiché dovevano concentrare in un unico luogo i prigionieri per poi eliminarli. Ad oggi, si conoscono circa 44.000 strutture del genere, anche se non si può saperne il numero esatto, giacché i nazisti distrussero  parte delle prove; difatti, anche la stima delle vittime non è certa, forse furono più di 12 milioni. Nel 1938, in Austria sorsero altri campi, come Dachau e Mathausen. Alcuni sono presenti anche in Italia: è il caso della Risiera di san Saba, vicino Trieste, e della Casa Rossa, nel territorio di Alberobello.  All’inizio, i campi avevano lo scopo di tenere i prigionieri ai lavori forzati; in seguito, a partire dal 1943, divennero degli strumenti di sterminio di massa. Qui i soldati uccisero i prigionieri tramite fucilazione, li asfissiarono con il gas o  li bruciarono nei forni crematori.

La struttura a padiglioni di Auschwitz

Il lager Risiera San Saba, nei pressi di Trieste

Liberazione di Auschwitz 

A partire dall’estate del 1944, l’Armata russa iniziò l’offensiva contro gli avversari, arrivando fino in Polonia, nei pressi di Auschwitz. Durante l’avanzata, i sovietici incontrarono molti fuggitivi malati e in evidente stato di malnutrizione. Heinrich Himmler, dato che la situazione stava volgendo in peggio, per evitare che i russi scoprissero le atrocità dei campi, fece evacuare i prigionieri nelle cosiddette “marce della morte”. Inoltre, egli diede l’ordine di distruggere le camere a gas rimaste in funzione e i forni crematori; l’eliminazione delle prove continuò  nel gennaio 1945. Tuttavia, i nazisti non riuscirono a evacuare tutti i superstiti né a eliminare tutte le prove. Il mondo scopriva così cosa realmente stesse succedendo nei lager. La 9° armata dell’esercito russo liberò Auschwitz  il 27 gennaio alle 8:00. I sopravvissuti all’Olocausto furono davvero pochi rispetto al numero delle vittime. I sovietici trovarono nei campi gli oggetti personali dei deportati, tra cui più di 800.000 vestiti e circa 6.000 kg di capelli. Ad Auschwitz persero la vita più di un milione di persone. 

Due prigioniere che sorridono, dopo essere state liberate dai sovietici

Una giornata per ricordare l’Olocausto 

Dopo la fine della guerra, vennero fuori tutti gli orrori che erano stati perpetrati nei lager; i nazisti si macchiarono di crimini contro l’umanità. Gli alleati li punirono nel processo di Norimberga, che durò dal 20 novembre 1945 al 1° ottobre 1946. Costoro si macchiarono del genocidio degli ebrei e ciò suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica. Anche se le deportazioni avvennero nell’indifferenza generale, non si era a conoscenza della sorte che sarebbe toccata a milioni di persone una volta raggiunti i “campi di lavoro”. Grazie al coraggio di molti cittadini, però, molti ebrei poterono salvarsi e chi non ce la fece lasciò comunque una testimonianza: come la piccola Anna Frank, che documentò quanto fu difficile vivere nascosta dai nazisti. O Luigi Ferri, che insieme a Primo Levi riuscì a sopravvivere fino alla Liberazione. Lo stesso scrittore che, in Se questo è un uomo, lasciò una forte  testimonianza. Ancora oggi questa tragedia non può che causare un immenso dolore e ciò che si può realmente fare è non dimenticare mai, affinché non accada mai più. Infatti, per tale motivo è stata istituita la Giornata della memoria in occasione della liberazione di Auschwitz, a partire dall’1° novembre 2005. 

Messaggio di un prigioniero nella Risiera San Saba (immagine da storicang.it)

Particolare del film Schinder’s list, in cui il cappotto rosso di una bambina risalta in mezzo al grigiore delle prigionia

 

 

 

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Adriano, il “Graeculus” che divenne imperatore

L’evento 

Il 24 gennaio 76 d.C.  nacque ad Italica, in Spagna, Publio Elio Traiano Adriano che, in seguito, divenne l’imperatore Adriano. Costui fu noto per essere un grande amante delle arti e delle lettere, specialmente della cultura greca, per questo venne soprannominato Graeculus

Immagine ritraente il busto di Adriano, raffigurato con la barba che era solito portare secondo l’usanza greca – Musei Capitolini, Roma (immagine dal web)

Il cursus honorum di Adriano

Adriano perse entrambi i genitori tra l’85 d.C. e l’86 d.C. Il padre, Publio Elio Adriano Afro era imparentato con l’imperatore Traiano. Quest’ultimo, non avendo figli, adottò insieme alla moglie Plotina, l’orfano. La madre adottiva lo aiutò nell’ascesa al potere attraverso il cursus honorum e si pensa che dietro la nomina a imperatore ci sia proprio lei. Il ragazzo, del resto, crebbe sotto la guida del padre che lo istruì nell’arte della guerra. La sua carriera fu ulteriormente agevolata quando l’imperatore Nerva nominò, per adozione, come suo successore, Traiano. Nel 98 d.C. si trovava nella Germania Superior. Ricoprì, inoltre, per tre volte la carica di tribuno militare in Pannonia, in Mesia e in Germania.  

La nomina ad imperatore  

Nel 117, dopo la morte di Traiano, i soldati, dai quali era molto stimato, lo nominarono imperatore. Adriano fu previdente e prima di accettare il potere, chiese conferma al Senato, che la approvò. Nel 118 giunse a Roma per ratificare la nomina ad imperatore e, in questa occasione, condonò i debiti verso il fisco ai cittadini. Fin da subito il suo regno si distinse per una rinascita culturale in tutti i campi: nelle arti, nelle lettere, nella musica, nella pittura e nella filosofia, soprattutto guardando alla Grecia e alla cultura classica. Il rinnovamento culturale andò di pari passo con quello politico. Non tutti erano soddisfatti delle sue tendenze elleniche e di una politica difensiva, piuttosto che espansiva, e ciò sfociò in una congiura.  

Monete auree che ritraggono l’imperatore Adriano

Riforme interne 

Non appena eletto imperatore, Adriano giurò di non mettere mai a morte dei senatori. All’indomani della congiura, però, i senatori complici di ciò vennero condannati a morte senza la sua approvazione e, per dimostrare la coerenza con quanto affermato, rimosse i colpevoli della condanna dalle cariche che esercitavano. Adriano principalmente riformò l’amministrazione e l’esercito, da tempo corrotto e dedito al lusso; stabilì un editto pretorio secondo cui un magistrato all’inizio del mandato, comunicava i principi giuridici generali. Inoltre, istituì un Consilium principis: questo era costituito da funzionari scelti in base sui meriti. Sotto Adriano vennero dati anche stipendi e una possibilità di carriera ai vari funzionari, mentre a livello giuridico tolse il diritto di vita e di morte dei padroni sugli schiavi. Soprattutto, cercò di riportare l’esercito al suo antico rigore: i soldati avrebbero dovute vivere frugalmente, abituandosi alle fatiche dei viaggi ed esercitandosi regolarmente con le armi. 

Roma come doveva apparire ai tempi dell’imperatore Adriano in un dipinto di Gaspar van Wittel, XVII sec. (immagine da storicang.it)

La politica estera

Molti storici lo inseriscono tra gli “imperatori buoni” per la sua politica estera, volta al mantenimento della pace; eppure, non mancarono dei momenti di crisi nelle province. Adriano dovette affrontare la crisi in Armenia, Mauritania e Scozia, dove i caledoni sconfissero i romani di istanza al confine tra la Britannia romana e la Caledonia (l’attuale Scozia). In tale occasione fece costruire il Vallo di Adriano, che doveva fungere da confine (si conserva ancora oggi ed è diventato patrimonio dell’umanità UNESCO nel 1987). Sviluppò inoltre, tra il Reno e il Danubio, ulteriori mura difensive. Adriano risolse anche le controversie in Mesopotamia, Assiria e nel regno di Palmira. A partire dal 131 d.C. fino al 136 d.C., negli ultimi anni di regno, dovette sedare una rivolta a Gerusalemme, che venne distrutta; al suo posto sorse Elia Capitolina e al posto del tempio di Jehovah fece erigere il tempio di Giove Capitolino, che suscitò lo sdegno degli ebrei.  

Il Vallum Hadriani che divideva la Britannia romana dall’attuale Scozia (immagine da storicang.it)

I viaggi

Adriano passò due terzi del suo mandato in viaggio, con lo scopo di verificare la situazione nelle province. Queste ultime erano considerate dall’imperatore non come territori da sfruttare, bensì come parti integranti dell’impero da arricchire con templi, biblioteche, bagni, scuole e strade funzionanti. Dopo il 119 d.C. visitò la Gallia, la Spagna, l’Africa, l’Oriente, l’Egitto, l’Asia Minore e la Grecia. Qui rivitalizzò Atene, facendo costruire una biblioteca, un arco trionfale e un tempio della Fortuna. Famosa è la villa che fece costruire a Tivoli, che si estende per 17 km e comprende al suo interno un isolotto. Varie città presero il suo nome, tra cui Adrianopoli. In Egitto, dopo la morte del suo amato Antinoo, annegato nel Nilo, fece erigere statue e, nel 130 d.C., una città prese il nome di Antinoopoli. Adriano morì qualche anno dopo, nel 138, a seguito di una malattia. 

Ciò che resta della villa di Adriano a Tivoli (immagine da romanoimpero.com)

 

Statua di Antinoo, nota come Antinoo Braschi, rinvenuta in degli scavi tra il 1792 e il 1793 a Praeneste, venduta a papa Pio VI per il suo palazzo Braschi, oggi ai Musei Vaticani (immagine da museivaticani.va)

L’impatto culturale di Adriano

La figura di Adriano suscitò un certo interesse, soprattutto a livello culturale. Fu uno degli imperatori che più amò la cultura, soprattutto greca, tant’è che parlava benissimo il greco. Egli nutriva un amore spropositato per la Grecia ed era la provincia che più gli stava a cuore. Nel 1951 la scrittrice Marguerite Yourcenar dedicò un libro all’imperatore, Memorie di Adriano, in cui descrive la sua carriera politica e i suoi numerosi viaggi tutti dall’ottica di Adriano, come se fosse un diario; l’autrice si sofferma soprattutto sulla relazione con Antinoo e sul dolore che provò dopo la sua morte. In questo modo, Adriano diventa uno degli imperatori più “umani” che regnarono sull’Impero Romano. 

La copertina del libro “Memorie di Adriano” (immagine da einaudi.it)

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Salvador Dalì, quando il sogno incontrò l’arte

L’evento 

Salvador Dalì moriva il 23 gennaio 1989, nella sua città natale di Figueres, in Spagna. Egli viene ricordato per la sua personalità abbastanza eccentrica, per il suo modo di fare e di vestire, nonché per essere il rappresentante dell’avanguardia surrealista in ambito artistico. 

L’artista fotografato nel 1953 (immagine dal web)

 

La giovinezza di Dalì

Salvator Domingo Felipe Jacinto Dalì nacque a Figueres, dopo la morte prematura del fratello maggiore, verso cui si sentì sempre in colpa. L’artista passò la sua infanzia nella campagna spagnola e fin da ragazzo dimostrò il suo talento e la sua passione per l’arte; all’inizio, i suoi soggetti erano contadini e pescatori, poi ci fu una svolta. Nel 1920 conobbe a Parigi Pablo Picasso, René Magritte e Joan Mirò, artisti già affermati. Si iscrisse all’Accademia delle belle arti a Madrid nel 1921 e nello stesso periodo subì anche l’influenza dei futuristi italiani. Durante la sua carriera, collaborò con figure di spicco, come Coco Chanel, per cui realizzò dei disegni, e Alfred Hitchcock, con cui lavorò alle sequenze del film Spellbound. Lui stesso nel 1929 fece un film con Luis Buñuel, Un chien andalou (Un cavallo andaluso). 

Frammento preso dal film Un Chieu Andalou del 1929

Periodo surrealista 

Egli ebbe modo di conoscere Sigmund Freud, che lo influenzò nella sua visione artistica. Il 1929 segnò la sua unione al gruppo surrealista, voluta  da Mirò, e nel 1931 vide la luce l’opera che lo consacrò: La persistenza della memoria. Quest’opera rappresenta lo spirito del Surrealismo e il manifesto artistico di Dalì. La persistenza incarna i temi surrealisti come il sogno, l’irrazionale e l’inconscio. I Surrealisti ritenevano che la propria arte fosse spinta dall’automatismo psichico. Dalì definiva il suo stile paranoico-critico, giacché nelle sue opere si trovano le trasposizioni razionalizzate dei suoi deliri e della parte più nascosta dell’Io: l’inconscio. Nella Persistenza compaiono la paura del tempo che scorre e la relatività di questo, rappresentati con degli orologi di dimensione diversa. Altre opere che si ricordano sono: Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio (1944), Tentazioni di Sant’Antonio (1946), Gli elefanti (1948). 

La persistenza della memoria

Sogno causato dal volo di un’ape

Le tentazioni di Sant’Antonio (immagine da thedalìuniverse.com)

Anni successivi 

In poco tempo, l’artista divenne noto a livello mondiale grazie anche alle mostre surrealiste negli Stati Uniti. Nel 1936, Dalì espose la sua prima mostra al Museum of Modern Art. Tuttavia, André Breton, il fondatore del gruppo surrealista, lo espulse poiché il pittore si rifiutò di prendere posizioni politiche, dato che non voleva che influenzassero la sua arte. Dalì dipinse persino dei quadri che ritraevano Hitler (L’enigma di Hitler e la Metamorfosi di Hitler) e ciò non poté andare a genio a Breton, anti-nazista e di sinistra. Un cambiamento artistico si verificò quando l’artista si riavvicinò al cattolicesimo e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale; inoltre, aderì al cosiddetto “misticismo nucleare”Galatea delle sfere (1952) è un esempio di tale periodo.  

Galatea delle sfere (immagine da thedaliuniverse.com)

Ultimi anni 

Dopo essersi trasferito in America durante gli anni della guerra, tornò in Europa a Figueres. Qui visse ritirato nel suo castello, ad affrontare la malattia; nel 1963 dipinse il Ritratto di mio fratello morto. Negli ultimi anni, sperimentò il  lutto per la perdita della moglie Gala, la sua musa. Salvador Dalì morì il 23 gennaio 1989 a 85 anni.

Il ritratto del fratello morto (immagine da thedalìuniverse.com)

L’importanza di Dalì 

Dalì rivoluzionò a suo modo l’arte, rendendola libera da ogni tecnicismo e classicismo e portando l’inconscio, il sogno e la follia nell’arte. Quello che non avrebbe avuto senso, con il Surrealismo di Dalì lo ottenne. La sua notorietà è dovuta anche al suo stile particolare; ancora oggi viene ricordato per i suoi baffi. Nel 2017 divenne il simbolo di una serie tv spagnola: La casa de papel.

I protagonisti de La casa di carta con una maschera di Dalì

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Il Territorio omanita esplorato da MASPAG

La Missione Archeologica della Sapienza nella Penisola Arabica e nel Golfo (MASPAG) opera da più di quaranta anni in Oman. L’area archeologica si trova a ridosso del Tropico del Cancro, ed è facile intendere come il contesto paesaggistico sia completamente diverso da quello nostrano. Lo wadi, l’oasi e il sistema d’irrigazione Aflaj costituiscono l’ambiente omanita, definendo il paesaggio il cui operano i ricercatori italiani impegnati presso Wadi Al-Ma’awil.

Lo Wadi, il fiume dei deserti

Lo Wadi altro non è che un torrente tendenzialmente stagionale, che si gonfia durante la stagione delle piogge e va in secca nei periodi più caldi. Al di la di questo, la differenza con il contesto italiano sta nell’ampiezza raggiunta dal letto fluviale. Ad esempio, il Wadi che domina il territorio presso il sito di Wadi Al-Ma’awil può raggiungere un chilometro di larghezza. Ne consegue che intere aree vengono sommerse, trasformando le numerose alture in isolotti prigionieri delle acque. Le piene possono essere improvvise e devastanti, per questo la scelta del luogo in cui stabilirsi era di fondamentale importanza già agli albori dell’umanità. Esistono comunque Wadi perenni come quello di Wadi Shab: un paradiso le cui immagini ben dimostrano l’imponenza e l’importanza di un tale elemento nel territorio.

Veduta presso Wadi Shab

L’oasi, realtà oltre il miraggio

Le oasi sono letteralmente i polmoni con cui respira chi abita i deserti e le zone aride. All’ombra delle palme si articolano i villaggi, un dedalo di case e aree coltivate o dedicate al pascolo. Questa composizione è dovuta alla necessità di proteggersi dall’arsura che schiaccia l’ambiente superata l’ultima fila di alberi. Tanto oggi quanto in antico l’oasi rappresenta un elemento imprescindibile per la vita dell’uomo. Per questo l’attività di ricerca italiana presso Wadi Al-Ma’awil mira a rintracciare l’antica area verde di epoca storica, sicuramente presente nell’area indagata. L’obiettivo è infatti quello di comprendere i processi di addomesticamento delle oasi, la loro gestione, la loro difesa. Eppure, osservando il territorio risulterebbe difficile immagine un contesto verde e rigoglioso, sostituito ormai da chilometri di terra brulla. Questo perché le oasi si spostano nel tempo, al ritmo della trasformazione del Wadi piena dopo piena, o per l’esaurimento delle falde acquifere nel sottosuolo.

Veduta presso l’oasi moderna di Wadi Al-Ma’awil

Aflaj, ossia come l’uomo addomesticò l’acqua

Dire che l’Aflaj sia solo un sistema di canalizzazione è riduttivo e non rende giustizia a questa complessa ed affascinante soluzione per combattere la siccità. Affascinante è proprio la parola giusta perché furono le comunità antiche a ideare e sviluppare la canalizzazione delle acque del sottosuolo, portandole così alle aree abitate. Per approfondire abbiamo chiesto al dott. Guido Antinori di delineare il sistema: «Il falaj è il cuore dell’oasi, e quindi della vita in Oman. Le prime forme di questo tipo di canalizzazione ha permesso all’uomo di addomesticare un territorio difficile, creando piccoli paradisi verdi all’ombra della palme da dattero. Infatti, attraverso un sistema di pozzi e canali sotterranei l’acqua delle falde montane viene indirizzata verso le aree abitate a valle. L’origine del falaj anima il dibattito scientifico, e MASPAG cerca di contribuire studiandone le tracce nel paesaggio di Wadi Al-Ma’awil». Nel video a seguire può essere osservato  l’ingresso a un falaj moderno, intendendone così l’aspetto e la struttura. Un colpo sempre d’occhio utile per interpretare il passato.

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Cesare attraversa il Rubicone: alea iacta est

L’evento 

Il 10 gennaio del 49 a.C. Caio Giulio Cesare, alla testa del suo fidato esercito, attraversò armato il confine politico della penisola italiana: il Rubicone, un fiume che si trova in Emilia-Romagna tra Forlì e Cesena. Chiunque si macchiava di tale crimine, diveniva automaticamente ostile a Roma, un nemico. 

La posizione del Rubicone rappresentata nella carta geografica 

L’antefatto 

Giulio Cesare proveniva dalla gens Iulia, una delle più importanti famiglie romane. Ben presto si affermò come brillante uomo politico ed esponente della fazione dei populares. Tra il 58 e il 56 a.C., il condottiero assoggettò la Gallia Cisalpina e Narbonese, dopo esserne divenuto proconsole; attraverso questa campagna, egli ottenne gloria e potere. In due anni mise in ginocchio la Gallia, sconfiggendo anche gli Elvezi. Egli rimase fino al 51 a.C. in Gallia per riportare all’ordine le tribù galliche che si erano ribellate, tra cui quella di Vercingetorige. Il senato, dunque, iniziava a preoccuparsi della fama che stava riscuotendo il proconsole presso i romani. 

Statua che ritrae Gaio Giulio Cesare, risalente al XVII secolo e collocata al Louvre (immagine da storicang.it)

Cesare contro Vercingetorige (immagine presa da storicang.it)

Cesare contro il senato 

Anche l’altro console in carica – e triumviro -, Gneo Pompeo Magno, cominciò ad essere intimorito dal potere acquisito dall’esponente dei populares. Così decise di allearsi con il senato e attuare una serie di provvedimenti per ostacolare Cesare. Infatti, Pompeo aveva fatto approvare dal senato (e a nulla era valso il veto dei tribuni della plebe) due leggi: nel 55 a.C., la Lex Pompeia Licinia de provincia C. Iulii Caesaris, con cui si prorogava di cinque anni il comando di Cesare in Gallia e la Lex de iure magistratum, in cui nessuno si sarebbe potuto candidare come console fuori Roma, in absentia. Il senato, a questo punto, nominò consul sine collega Pompeo e negli anni successivi furono sempre pompeiani a diventare consoli. La rottura con Cesare era ormai evidente. Soprattutto perché i senatori rifiutarono tutte le proposte fatte dal generale: ossia di mantenere il proconsolato e due legioni e di candidarsi come console in absentia. Ciò non fu possibile per via delle leggi approvate e questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. 

Busto che raffigura Gneo Pompeo Magno (immagine presa da storicang.it)

 Il passaggio del Rubicone 

Oltre a ciò, il senato ordinò a Cesare di sciogliere le sue due legioni e di tornare a Roma come privato cittadino. Questo avrebbe comportato la rinuncia a quella gloria e a quel potere per cui il console aveva annientato i Galli e non poteva permettere che accadesse. A Cesare non rimase che agire con la violenza, seguito dalla sua fedele Legio XIII Gemina. Il 9 gennaio, dalla Gallia arrivò fino al fiume Rubicone, il confine simbolico dell’Italia che non si poteva assolutamente varcare con l’esercito; in caso contrario si sarebbe divenuti nemici di Roma. Cesare, il 10 gennaio del 49 a.C., conscio di ciò, lo oltrepassò e venne dichiarato hostis rei publicae. Si dice che, mentre dava l’ordine, abbia pronunciato la famosa frase “Alea iacta est” (“Il dado è tratto”). Con tale espressione intendeva probabilmente che la sua fu una mossa rischiosa nella partita a scacchi che stava giocando con il senato. E se si pensa alle conseguenze di questo gesto, si capisce come la sua fu una strategia vincente. 

Cesare varca il Rubicone nella serie tv Roma (immagine dal web)

Le conseguenze 

La mossa di Giulio Cesare ebbe dei risvolti significativi che cambiarono le sorti della res publica. All’indomani del passaggio del Rubicone, si scatenò la guerra civile tra Cesare e Pompeo/senato. Questa fu combattuta soprattutto fuori dall’Italia, coinvolgendo la Spagna, la Sardegna, la Sicilia e la Grecia. Qui Pompeo venne sconfitto nella battaglia di Farsalo nel 48 a.C., scappò in Egitto e trovò la morte per mano del faraone Tolomeo XIII. Proverbiale è la velocità con cui Cesare vinse queste battaglie; secondo Plutarco, per descrivere le sue rapide vittorie, il comandante avrebbe detto “Veni, vidi, vici”. Ne consegue che Giulio Cesare ebbe il via libera per diventare dictator , assumere pieni poteri e avviare la repubblica verso una nuova forma. Il passaggio del Rubicone per certi versi segnò il primo atto della nascita del principato.