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Lorenzo de’ Medici, il Magnifico di Firenze

L’evento 

Lorenzo di Piero de Medici, noto anche come Lorenzo il Magnifico, nacque il 1° gennaio 1449 a Firenze da Piero de’ Medici, detto “il Gottoso”, e Lucrezia Tornabuoni. Rappresentò la famiglia più importante del Rinascimento, influente non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa. Fu la personalità più rilevante del Quattrocento: come diplomatico, come signore di Firenze, come banchiere e soprattutto come mecenate e uomo di cultura; si circondò di poeti, artisti e scrittori, fino alla morte avvenuta l’8 aprile 1492 a causa della gotta e di un’ulcera non curata. 

Ritratto di Agnolo Bronzino di Lorenzo il Magnifico risalente al XVI sec. ca.

Contesto storico 

Lorenzo il Magnifico si trovò ad operare in un periodo storico particolare, in cui diverse famiglie cercavano di primeggiare per il controllo di Firenze. I Medici ben presto primeggiarono sulle altre famiglie di Firenze, tra cui gli Albizzi, gli Strozzi e i Pazzi. Dapprima grazie al prestigio di Cosimo, in seguito a quello del nipote Lorenzo, dal 1467 ebbero in mano tutta la Toscana, tranne Lucca, Pisa e Siena. Essi non toccarono mai ufficialmente le istituzioni comunali ma si assicurarono di averne tutte le cariche.

Piazza della Signoria e Palazzo Vecchio
(immagine presa da Italia.it)

La giovinezza di Lorenzo 

Lorenzo ricevette insieme ai fratelli un’educazione classica e umanistica così come un’eccellente preparazione politica, giacché sarebbe divenuto il prossimo a gestire gli affari. Già a dodici anni si interessò grazie a Marsilio Ficino all’Accademia neoplatonica. Inoltre, tra il 1465 e il 1466 gli vennero affidati degli incarichi diplomatici importanti a Milano, a Venezia, a Roma poiché avrebbe dovuto controllare le filiali di queste città. A Roma siglò un contratto che gli avrebbe assicurato delle miniere a Tolfa. Il suo prestigio fu tale che a diciassette anni sedette nel Consiglio dei Cento. Oltre a ciò, per rafforzare il suo legame con Roma, sposò Clarice Orsini nel 1469. Vi fu davvero affetto tra i due, come si evince dai suoi Ricordi. 

Lorenzo de’ Medici in un affresco nel Palazzo dei Medici, 1459.

Ascesa al potere 

I viaggi presso le varie corti gli diedero modo di conoscere la situazione politica ed economica italiana e di familiarizzare con l’attività di banchiere. Dopo la morte del padre nel 1469, Lorenzo prese le redini della famiglia a soli vent’anni. Il potere di Lorenzo avrebbe dovuto essere informale, tanto che restò un cittadino normale; nella realtà non fu così. Egli dominò non solo su Firenze ma anche sulla Toscana e giunse ad influire sulle sorti del resto d’Italia e d’Europa. Ciò gli valse l’appellativo di “ago della bilancia” poiché riuscì ad equilibrare i rapporti tra le varie signorie e diventare il fulcro della politica italiana. 

Politica estera 

Egli dimostrò fin da subito di voler governare Firenze, per tale motivo si assicurò la presenza di esponenti filomedicei nel Consiglio dei Cento. Ciò creò malcontento tra le altre famiglie nobili e perfino delle città vicine, che si ribellarono. La prima ad essere riportata all’ordine fu Prato poi nel 1472 toccò a Volterra, fondamentale soprattutto a livello economico dato che possedeva delle miniere di allume. Dopo una breve resistenza, Volterra capitolò e l’esercito dei Medici per ordine di Lorenzo, si macchiò della strage dei volterrani che suscitò lo sdegno pubblico. 

Moneta raffigurante Lorenzo de’ Medici. (immagine presa via web)
Conflitto con il papa 

Lo scontro di interessi portò Lorenzo ad incrinare nel 1474 il rapporto con Sisto IV; il papa voleva occupare  Imola, Faenza e Città di Castello in Umbria per poi strappare Firenze ai Medici e darla al nipote Girolamo Riario: questo avrebbe comportato l’influenza del papa su tutta l’Italia centrale e Lorenzo non poteva permetterlo, così negò il versamento di 40.000 fiorini a Roma. A questo punto il papa tramò contro Lorenzo e Giuliano, insieme all’arcivescovo di Pisa Francesco Salviati, Federico da Montefeltro, il re di Napoli Ferrante d’Aragona e i Pazzi.  

Nel 1478, durante la messa pasquale a Santa Maria del Fiore, i congiurati agirono e se Lorenzo riuscì a salvarsi grazie a Poliziano, lo stesso non fu per il fratello Giuliano, che perse la vita. Nel frattempo, coloro che avevano tramato vennero tutti impiccati in Piazza della Signoria, come monito per chiunque avesse voluto opporsi. Questo non fermò il papa che lo scomunicò per aver ucciso l’arcivescovo Salviati e chiuse il banco mediceo a Roma. Inoltre, dichiarò guerra a Firenze con il sostegno di Napoli, Ferrara, Lucca e Siena. Grazie alla sua pronta azione diplomatica nel 1480, il Magnifico riuscì ad ottenere l’alleanza di Napoli e Ferrara; a Sisto IV non restò che siglare la pace e togliere la scomunica. Successivamente, il Magnifico si legò al nuovo papa, Innocenzo VIII, mediante il matrimonio strategico della figlia Maddalena con il figlio del papa. Alla fine del 1487 anche Lucca e Siena erano sotto il suo controllo. 

Politica interna 

Lorenzo, grazie a questa rete di alleanze, riuscì ad imporsi ancora di più su Firenze, istituendo il Consiglio dei Settanta; in tal modo tolse l’autorità al gonfaloniere. La rotazione dei membri non era automatica come avrebbe dovuto essere in un’istituzione repubblicana. Gli ultimi anni furono segnati dal rapporto contrastato con il domenicano Girolamo Savonarola, chiamato a Firenze nel 1490, che dopo la sua morte porterà scompiglio nella città. 

L’importanza di Lorenzo detto Il Magnifico

Egli rappresentò davvero l’ago della bilancia e durante il suo operato si mantenne un certo equilibrio; dopo la sua morte, l’Italia versò nel caos e iniziarono le cosiddette Guerre d’Italia. A partire dall’1492, l’Italia subì le invasioni degli stranieri, in primis dei francesi e non si vide più durante il Rinascimento un uomo così tanto carismatico, spregiudicato e influente come Lorenzo de Medici. 

Nel 2016 è stata prodotta dalla rai una serie tv per raccontare le vicende dei Medici. (immagine presa da raiplay.it)

 

L’attività politica marciò congiunta con quella letteraria. Lorenzo fu il fautore della crescita culturale di Firenze, comportandosi come un vero e proprio mecenate. Sotto la sua tutela la città rinacque; egli fondò la prima accademia d’arte nel giardino di San Marco, che frequentò il giovane Michelangelo. In più commissionò il restauro di Santa Maria del Fiore e il rinnovo di Palazzo Vecchio. La sua corte eclettica fu assiduamente frequentata da Sandro Botticelli, Filippino Lippi, Michelangelo, Leonardo da Vinci, da Poliziano, Marsilio Ficino e il Pulci. Egli stesso compose poesie in volgare e altre opere, tra cui i Canti Carnascialeschi, di cui fa parte il Trionfo di Bacco e Arianna. Lorenzo il Magnifico rappresentò a pieno l’uomo rinascimentale, dedito alla politica, al contempo alla cultura classica e alla riflessione filosofica sulla caducità della vita. D’altronde del doman non v’è certezza!

Il Giardino di San Marco nel palazzo dei Medici.
(immagine presa via web)

 

 

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Stefano Vittori, quando il latino incontra la Disney

Per il prof. Stefano Vittori le lingue antiche non hanno segreti e, soprattutto, sono più attuali che mai. Il suo amore per il latino, il greco, l’antico egiziano, fa sì che queste lingue rinascano sotto nuove forme, divenendo contemporanee e divertenti! In un’intervista alla nostra redazione, Stefano Vittori ci racconta del suo amore per le lingue antiche e di come siano diventate la sua quotidianità e si siano trasformate in qualcosa di inaspettato.

Una vita da linguista

La lingua latina antica, lingua dell’Impero Romano e degli antenati d’Italia, nell’immaginario collettivo è considerata, a torto, una lingua morta, che si è evoluta nel corso dei secoli per lasciare il posto al volgare e all’italiano. L’italiano contemporaneo, però, deriva proprio dal latino popolare ed è una lingua ricca di contaminazioni linguistiche avvenute grazie ai contatti con i molteplici popoli che si sono succeduti sul territorio peninsulare nel corso dei secoli.

Ma il latino è una lingua morta? Non per il prof. Vittori! Lavorare all’assottigliamento del distacco tra la lingua latina dell’antica Roma e l’italiano contemporaneo è tra le attività di Stefano Vittori, docente, oltre che di italiano, greco e geostoria, proprio di latino. Il prof. Vittori è, a tutti gli effetti, un linguista che, nel corso del suo percorso accademico, si è rapportato con un panorama linguistico abbastanza ampio: dalle lingue indoeuropee, con una laurea in lettere classiche e una tesi sulla metrica latina, al dottorato in Egittologia, con una tesi in linguistica storica.

“Per quello che sento io, – dichiara il prof. Vittori,  – appartengo a entrambi i mondi. Non sento divisi i due territori”.

Stefano Vittori

L’incontro con Marina Garanin

Alla domanda su quale sia la lingua che più gli appartiene, Stefano risponde: “Da quando ho potuto conoscere il latino, essa è diventata la lingua più adatta a vestire il mio pensiero“.

Il latino, tuttavia, per lui è anche la lingua d’uso con la sua compagna, Marina Garanin, dottoranda in lingua latina presso l’università di Heidelberg. “Con Marina non parliamo in latino per una qualche pretesa snob. C’è una rete internazionale di latinofoni, molto presente sui social, in cui ci sono le nostre amicizie comuni: noi ci siamo conosciuti lì, e lì abbiamo iniziato a scriverci nella lingua che ci aveva fatto conoscere: il latino. Semplicemente ci verrebbe meno naturale parlare tra di noi in altre lingue”.

Stefano e Marina

Il latino fa tendenza!

Come molti in questa rete internazionale, anche Stefano e Marina operano nell’ambito della divulgazione della lingua latina, in un modo tutto innovativo, che coniuga antichità e cultura con le nuove tecnologie. Attraverso i loro canali social (rispettivamente con i nomi di Rumak e Musa Pedestris su Youtube e Instagram), il latino è a portata di click! Ma com’è nata la decisione di iniziare un percorso social per la divulgazione della lingua latina?

“Per quanto riguarda il parlare in latino è stato Luke Ranieri, mio amico dal 2006, il quale da molto tempo ha un canale Youtube seguitissimo (ScorpioMartianus). Ci eravamo conosciuti, ai tempi, attraverso un forum in cui si faceva pratica di conversazione in latino. Qualche anno fa, attraverso i social, Luke mi scriveva nuovamente invitandomi a partecipare ai suoi acroamata, podcast in latino sulla fonologia storica. Tutto l’elemento parlato e di recitazione delle opere latine è nato dal riallacciamento dell’amicizia con Luke e dall’incontro con Marina”.

Luke, Stefano e Marina

L’unione con il mondo Disney… e non solo!

Ma, oltre a dialoghi contemporanei e recitazioni di opere antiche, l’attività social si arricchisce anche di una sezione del tutto particolare: traduzioni e riadattamenti di canzoni di film d’animazione!

“Il tutto è nato durante un’ora di supplenza, in cui di fatto stai lì a fare la guardia! Stavo lì seduto, mentre i ragazzi chiacchieravano tra loro e non sapevo che fare. E mi viene in mente la canzone di Scar Sarò Re, da Il re leone. Guarda che anapesti che ha questa canzone!, mi sono detto, Quasi quasi la rendo in latino. Ora, perché proprio la Disney? Tutto in realtà parte dalla metrica. Nella canzone di Scar ci sono questi anapesti (ndr. in metrica classica, è il piede composto da due sillabe brevi e una lunga) bellissimi. Forse per le canzoni dei film d’animazione, essendo destinate ad un pubblico meno adulto, c’è necessità di una musicalità più chiara, più distinta… Sta di fatto che la metrica delle canzoni Disney si adatta molto bene alla metrica dei piedi classici”.

“E contemporaneamente, -continua Stefano -, è partita la fantasia su come fosse caratterialmente Scar calato nella civiltà romana. Scar è chiaramente un epicureo e quindi quale poteva essere il latino adoperato da Scar in questo testo? È un latino tutto improntato sul modello del De Rerum Natura di Lucrezio o, quantomeno, con un bel po’ di influenze lucreziane. Si tratta di un personaggio che manifesta un certo snobbismo, quindi ho pensato che doveva essere un latino lucreziano, arcaizzante, molto elevato. E quindi così, durante l’ora di supplenza, ho iniziato a pensare ai primi versi, completati nei giorni successivi. Ho contattato Luke per proporgli di cantarla e ne è stato subito entusiasta. È nata così Duce mē. Visto il discreto successo, siamo andati avanti con altre canzoni come L’amore è nell’aria stasera (Nocte amica amantibus), sempre da Il Re Leone, Fiamme dell’Inferno (In Igni) da Il Gobbo di Notre-Dame, Principe Alì (Triumphus Aladdini) da AladdinTranquilla! (Et nil est) da Oceania o, anche, La Canzone di Sally (Regillae Carmen) e Questo è Halloween (Mundus Pateat) da Nightmare Before Christmas”.

Le difficoltà di traduzione

Il lavoro di traduzione di un testo contemporaneo in una lingua antica, mostra, tuttavia, alcuni ostacoli. Stefano ci parla di quello che, inizialmente, può essere il più rilevante:

“Alcune canzoni vogliono, per come le sento io, una traduzione, come nel caso di Scar e il latino lucreziano. Si va a tradurre il personaggio, non il pezzo. Il pezzo sarà semplicemente una conseguenza, una traduzione delle sue parole come le penserebbe un parlante latino che viva nell’epoca, e che abbia il carattere, che più si adatta a quel personaggio. Frollo, ad esempio, un prelato, parla un latino medievale di registro alto”.

“Quando invece percepisco che il testo possa essere più propenso all’adattamento di un testo antico, – continua Stefano, – cerco nella mia mente il testo antico più adatto ad esprimere le sensazioni del testo contemporaneo a cui sto lavorando, chiedendomi quale testo antico avrebbe potuto dare al fruitore antico la stessa sensazione che dà a me il testo contemporaneo in questione. È proprio la canzone che te lo dice se è meglio tradurla o se è meglio adattare un testo antico a quella canzone”. Ed è questo il caso del riadattamento di Wellerman a cui Stefano ha pensato di abbinare il testo de Il racconto del naufrago, un testo letterario dell’Antico Egitto datato al Medio Regno.

Stefano, inoltre, ha sempre in cantiere nuovi progetti linguistici, dalle traduzioni e riadattamenti delle canzoni, anche contemporanee come appunto Wellerman o anche My Bonnie lies over the ocean, alle dirette in cui conversa sul conflitto in Ucraina in latino. Insieme a Marina, di recente, ha dato vita a una serie di video-lezioni di egiziano antico, AegyptianUS, in latino!

Stefano e Maria in un video di AegyptianUS

Le lingue antiche, nel mondo proposto dal prof. Vittori, sono dunque tutt’altro che morte: sono portatrici di memi (atteggiamenti antropologici, filosofici, esistenziali) cui il mondo attuale è estremamente ricettivo, forse anche più che in passato. E lo vedremo ancora meglio, ci anticipa il professore, nei progetti futuri attualmente in lavorazione, in uscita sui canali social!

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21 dic. 475 a.C.: ai piedi del Vesuvio nasce Neapolis (Napoli)

L’evento 

Il 21 dicembre 475 a.C. i cumani fondarono la città di Neapolis, l’odierna Napoli. Ogni anno durante questa data si festeggia la nascita di una delle città d’arte più affascinanti d’Italia. Nonostante si tratti di una datazione puramente simbolica, gli storici si trovano abbastanza concordi nel far oscillare la fondazione di Neapolis tra il 21 dicembre del 475 e quello del 450 a.C. 

La leggenda  

Come per ogni fondazione di città che si rispetti, si possono leggere di solito due versioni: quella storica e quella mitica. Se ci si attiene alla leggenda, infatti, il  corpo della sirena Partenope avrebbe creato Napoli. Omero cita il mito nel III canto dell’Odissea: Partenope si sarebbe tolta la vita a causa del rifiuto di Ulisse, insensibile alla bellissima voce di queste creature. Il suo corpo, trascinato dalle onde, sarebbe arrivato alle foci del fiume Sebeto e una volta svanito, avrebbe dato vita alla città. Secondo un’altra versione, risalente al XIX secolo, la sirena era innamorata del centauro Vesuvio e Zeus li avrebbe separati; costui, invaghito a sua volta di Partenope, trasformò il centauro in un vulcano (da qui la nascita del Vesuvio); la donna, affranta dal dolore si suicidò e il corpo arrivò ai piedi del vulcano per permettere ai due amati di ricongiungersi. Infatti, la città sorge proprio ai piedi del Vesuvio. C’è una terza versione che vuole Partenope come principessa di una colonia della Magna Grecia. La leggenda sta molto a cuore dei napoletani, tant’è che ogni anno viene celebrata la mitica fondatrice attraverso una fiaccolata. 

La statua della sirena Partenope al centro della piazza Sannazaro (immagine da fondoambiente.it)

La storia 

Nella realtà, gli oligarchi cumani nell’VIII secolo, dopo essere stati scacciati da Cuma (una delle più importanti colonie della Magna Grecia), a seguito dell’insediamento del tiranno Aristodemo, fondarono Partenope. Questi coloni, dunque, diedero vita sulla collina di Pizzofalcone ad un agglomerato di case, Palepolis (antica città). A causa dei contrasti con gli Etruschi, altro grande popolo che abitò l’Italia centrale, scoppiò una guerra per il controllo della Campania. A questo punto si decise di rafforzare Palepolis, dotandola di una cinta muraria e potenziandola fino a diventare, nel VI secolo, una delle città più influenti. Questa rinacque col nome di Neapolis (Nuova città) tra il 475 e il 450 a.C., poiché sorse giustapposta alla vecchia. La scelta del giorno 21 dicembre, ovvero il solstizio d’inverno, è significativa perché gli antichi sceglievano giorni con ricorrenze astrali come questa per porre la prima pietra di una città. 

Il Vesuvio (immagine da Campania.info)

Neapolis 

La colonia ebbe un’acropoli,  un’agorà e  una necropoli. Ben presto sostituì Cuma a livello culturale, commerciale e strategico, arrivando a dominare il Golfo di Napoli. Neapolis era un porto sicuro per i commerci con la Spagna, le Baleari e la Sardegna. Nel 326 a.C., come conseguenza di atti ostili nei confronti dei romani residenti nell’Agro campano, i romani conquistarono la città. In età romana fu sempre una città importante che mantenne le proprie libertà, com’era usanza di Roma. Nel 79 d.C. subì ingenti danni a seguito dell’eruzione del Vesuvio, che distrusse Pompei e Ercolano. Durante l’età medievale, divenne un ducato autonomo bizantino. Nel Rinascimento fu sede di una delle corti più influenti d’Europa per poi essere nominata la capitale del Regno di Napoli fino al XVIII secolo, quando diventò capitale del Regno delle Due Sicilie

Veduta di Neapolis (immagine da lacooltura.com)
Piazza del Plebiscito, Napoli (immagine da italia.it)
L’importanza della città 

Napoli, oltre ad essere un influente porto greco, è un simbolo della cultura classica su cui si basa quella italiana. Napoli è sede della prima università ad essere nata per mano dello “stato” e ospita la più antica università di studi orientali, l’Orientale. Non solo: Napoli è stata anche una delle corti più sviluppate durante l’Illuminismo; la corte napoletana, difatti, portò avanti una monarchia illuminata, diventando uno dei centri più importanti di diffusione della cultura durante il Secolo dei Lumi. Il Centro storico e la famosa pizza napoletana sono Patrimoni dell’umanità UNESCO a partire dal 1995. I turisti scelgono la città partenopea anche solo per avere un assaggio dell’alimento più diffuso al mondo. Nel 1997 le zone circostanti al Vesuvio vennero nominate riserve mondiali della biosfera. 

La famosa pizza napoletana (immagine via web)
Il palazzo reale risalente al XVII secolo, ubicato presso Piazza Plebiscito (immagine d’archivio)

 

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Una vita a colori: Walt Disney, il sogno diventato realtà

L’evento 

Walt Disney moriva a Burbank, una cittadina della California, il 15 dicembre 1966, a causa di un tumore ai polmoni. Egli fu uno dei più grandi imprenditori, registi e produttori cinematografici della storia del cinema, nonché colui che fondò la Walt Disney Company. Inoltre, Walt Disney rappresentò il mito americano dell’uomo che si forma da zero.

Walt Disney insieme alle sue creazioni

Cenni biografici

Walter Elias Disney nacque a Chicago il 5 dicembre 1901 da genitori di origini europee. Egli, insieme ai fratelli, crebbe in una fattoria nel Missouri, lavorando insieme al padre. Fin dalla giovinezza dimostrò una certa attitudine al disegno, nonostante all’inizio abbia ricevuto molteplici rifiuti come fumettista. Nel 1918 si arruolò nell’esercito durante la Prima guerra mondiale. Il suo più grande sogno, tuttavia, era quello di realizzare film di successo.  

Carriera 

Egli incominciò a produrre delle animazioni, a cui lavorò nel garage di suo zio con una vecchia cinepresa. Il suo scopo era quello di animare dei pezzi di cartone, aggiungendo il tocco del sonoro. Nel frattempo, fu fondamentale l’incontro con il disegnatore  Ub Iwerks. Costui, infatti, disegnò, sotto le direttive di Walt Disney, Topolino: il simbolo della Disney. Mickey Mouse nacque verso la metà degli anni Venti del Novecento, da un abbozzo chiamato Oswald il coniglio fortunato, che però era il frutto di una precedente collaborazione con la Universal e che gli apparteneva legalmente, avendone lui i diritti. Il design fu riadattato e Topolino, alla fine, fece il suo debutto il 18 novembre 1928 nel cortometraggio con l’audio prodotto dalla Pat Powers, Steambot Willie, anche se prima era già comparso in L’aereo impazzito (Plane Crazy) e in Topolino gaucho.

 

La prima comparsa di Topolino il 18 novembre 1928, nel film Steamboat Willie
L’evoluzione di Topolino

Walt Disney Company 

Questa data segna la nascita del successo di Walt Disney che, insieme a Ub e al fratello Roy, cambiò il nome della Walt Disney Studio (prima chiamata Disney Brothers Cartoons Studio nel 1923) in Walt Disney Productions, nel 1929. Grazie alla geniale creazione di Topolino, riuscì ad approdare a Hollywood e, nel 1931, il topo più famoso del mondo comparve in una dozzina di film. Oltre a Topolino, ben presto comparvero sul grande schermo anche i suoi amici: Paperino, Paperina, Minnie, Pippo e Pluto. Tutti questi compariranno, in seguito, anche in versione fumetto; ancora oggi, infatti, i fumetti di Topolino sono apprezzati e amati dal pubblico.

Biancaneve e i sette nani, tratto da una fiaba, fu il primo vero film di successo targato Walt Disney company, uscito nelle sale nel 1937. Tra gli altri film prodotti mentre egli era in vita si ricordano:

Pinocchio (1940), Fantasia (1940), Dumbo (1941), Bambi (1942), Cenerentola (1950), Alice nel paese delle meraviglie (progettato già negli anni ’20, all’inizio si rivelò in un fiasco e venne riprodotto solo nel 1951), Le avventure di Peter Pan (1953), Lilli e il vagabondo (1959), La bella addormentata nel bosco (1959). 

Biancaneve durante una scena del film
Controversie 

Sulla luminosa carriera di Walt Disney aleggiarono sempre delle accuse di razzismo, antisemitismo e, addirittura, filonazismo. Infatti, nonostante le smentite della famiglia e dei suoi più stretti collaboratori, rimase questa macchia sulla sua persona. Molti avrebbero visto stereotipi razzisti e antisemiti usati dal produttore, come ad esempio l’abbigliamento del lupo cattivo nel film I tre porcellini. L’accusa della sua presunta vicinanza al nazismo è dovuta alla sua adesione a un’organizzazione di stampo conservatore: la Motion picture alliance for the preservation of American ideals, da cui, in realtà, prese le distanze negli anni Cinquanta. Ad oggi rimangono ancora delle accuse prive di fondamento. Infatti, proprio Walt Disney produsse vari film anti-nazisti, tra cui Donald Duck in Nutziland

Eredità 

Nonostante le ombre sulla sua figura, una cosa è certa: i suoi lavori fecero e fanno sognare ancora oggi intere generazioni non solo di bambini ma anche di adulti, che fanno vedere ai propri figli film che hanno segnato in positivo la loro infanzia e finché qualcuno guarderà i classici Disney, la sua eredità sarà sempre presente. Egli adattò per il cinema le fiabe più famose, creò personaggi come Topolino e la sua famiglia, al fine di far sognare e fantasticare in tempi duri come quelli tra le due Guerre Mondiali. Inoltre, nel 1955 egli fondò a Orlando, in Florida, il primo parco a tema: Disneyland; in seguito, anche a Tokyo e a Parigi sorsero parchi a tema. La magia che regna in questi luoghi riesce a far scordare la realtà e a far immergere milioni di turisti in un mondo fantastico dove tutto è possibile. D’altronde, come diceva uno slogan coniato negli anni 80 dai successori di Walt Disney, “Se puoi sognarlo, puoi farlo”.

Disneyland Paris di notte (immagine da Disneylandparis.com)

 

 

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13 dicembre 1250, muore lo “stupor mundi” Federico II

L’evento

Il 13 dicembre 1250 moriva, a Fiorentino di Puglia, Federico II di Svevia. Costui viene ricordato come l’ultimo imperatore del Sacro Romano Impero. Dopo la sua morte, infatti, non ci fu più un impero né tantomeno un imperatore. La sua influenza fu tale che il figlio, Manfredi, lo definì “il sole del mondo, dei giusti. L’asilo della pace.”

Ritratto dell’imperatore dal trattato De arte venandi cum avibus, di cui è autore lo stesso Federico II (immagine presa via Puglia.com)

Giovinezza

Federico II nacque a Jesi, nelle Marche, il 26 dicembre 1194, dal matrimonio tra Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II re di Sicilia, ed Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. Dalla madre ereditava così il regno di Sicilia e dal padre l’Impero. Nel 1198, a distanza di un anno l’uno dall’altra, morirono entrambi i genitori e la sua educazione fu affidata a papa Innocenzo III. Egli crebbe presso la corte siciliana, venendo a contatto con la cultura dinamica del regno.

La politica e le scomuniche

Nel 1208, raggiunta la maggiore età, divenne a pieno titolo Re di Sicilia e nel 1215 venne incoronato Imperatore da papa Onorio III, a seguito della morte degli altri pretendenti. Per quel che riguarda la Sicilia, egli unificò il regno e rafforzò la monarchia attraverso alcuni provvedimenti: combatté contro i baroni troppo autonomi, attuò una riorganizzazione del diritto e della cultura, liberandola dagli influssi saraceni, e deportò in Puglia gli ultimi musulmani rimasti. Parallelamente, l’alleanza tra papato ed impero si incrinò poiché entrambi volevano il potere assoluto, sia temporale che spirituale.

 

Augustale, moneta d’oro fatta coniare dall’Imperatore a partire dal 1231 nelle zecche di Messina e Brindisi


Le lotte che
iniziarono tra le due istituzioni sfociarono in ben due scomuniche ai danni di Federico II da diversi papi: Gregorio IX e Innocenzo IV. La prima volta, il 23 marzo 1228, perché non mantenne la promessa di una sesta crociata in Terrasanta, voluta da Onorio III. Per ritornare nelle grazie del papa, nonostante la scomunica, partì lo stesso verso la Terrasanta e, nel 1229, si fece incoronare Re di Gerusalemme. La seconda scomunica la ottenne nominando suo figlio Ezio Re di Sardegna. Tale possedimento, in realtà, apparteneva al papa. L’imperatore venne scomunicato durante la Settimana Santa e, per evitare la conferma del provvedimento, Federico II arrivò a prendere in ostaggio i cardinali che avrebbero dovuto partecipare al consiglio indetto dal papa.

I tentativi di annessione dei Comuni

L’imperatore si trovò ancora ad affrontare altri nemici della corona: i Comuni italiani. Difatti, Federico voleva annettere l’Italia ai domini imperiali ma ciò contrastava con l’indipendenza ottenuta dai Comuni, oltre che con gli interessi papali. I Comuni decisero di ricreare la cosiddetta Lega Lombarda, costituita da Milano, Bologna, Piacenza, Mantova, Lodi, Bergamo, Torino e Padova, per opporsi a Federico II e lottare per la libertà che avevano acquisito già sotto Federico Barbarossa. Nemmeno in Germania l’imperatore ebbe un appoggio; anzi, emersero delle spinte centrifughe che portarono all’affermarsi dei signori locali tedeschi e ben poco poté fare Federico per evitare che il potere imperiale si sgretolasse. Gli scontri contro i Guelfi, ormai alleati dei comuni e appoggiati dal papa, segnarono la fine di Federico II nel 1250.

 

Miniatura del XIV secolo rappresentante Federico II e la sua passione per la falconeria

 

Lascito federiciano

Federico II, definito dai suoi alleati stupor mundi e anticristo dai suoi nemici, fu, in realtà, un grande uomo di cultura. Grazie alla sua azione venne fondata la prima università laica a Napoli nel 1224, in contrapposizione all’Università di Bologna di stampo religiosa, e inoltre venne costruito nel 1240 uno dei castelli più suggestivi al mondo, ovvero Castel del Monte. La fortezza, un prezioso esempio di architettura gotica, romanica e araba, unica nel suo rigore matematico ed astronomico, si trova in Puglia e a partire dal 1996 fa parte dei beni dichiarati Patrimoni dell’umanità dell’Unesco.

La scuola poetica siciliana

La sua iniziativa, però, non si limitò soltanto a questo. Egli, infatti, fu il fondatore della Scuola poetica siciliana nel 1230, da cui deriva il volgare italiano. Questa si incentrò sull’attività dei funzionari imperiali incentivati dallo stesso imperatore, come Giacomo da Lentini, Guido delle Colonne, Cielo d’Alcamo, l’autore di Rosa fresca aulentissima, e Pier delle Vigne, che viene citato addirittura da Dante nella Commedia, precisamente nel XIII canto dell’Inferno tra i suicidi, dopo essere stato accusato ingiustamente di tradimento.

Lo scopo era quello diffondere il volgare italiano, in particolar modo il siciliano, ispirandosi alla lirica cortese dei trovatori; infatti, la produzione poetica della Scuola siciliana costituì la prima produzione lirica in volgare e soprattutto del componimento noto come sonetto. Ma non solo, l’attività poetica dei siciliani anticipò anche alcuni tratti stilistici che furono tipici dello Stilnovismo toscano.

Gli intellettuali della Scuola siciliana, rappresentati in una miniatura (immagine via Lavocedell’Jonio)
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Luigi Pirandello, il premio Nobel siciliano

L’evento 

Il 10 dicembre 1936 moriva a Roma Luigi Pirandello, uno degli scrittori e drammaturghi italiani più influenti del Novecento, premio Nobel per la letteratura nel 1934.

Pirandello mentre fuma una sigaretta nel suo studio (immagine presa via lebiografie.it)
Pirandello mentre fuma una sigaretta nel suo studio (immagine via lebiografie.it)

Formazione 

Luigi Pirandello nacque in Sicilia il 28 giugno 1867, a Girgenti, l’attuale Agrigento. Egli crebbe in una famiglia relativamente agiata dal punto di vista economico, legata ad un patriottismo antiborbonico. Questo influenzò la sua educazione e i suoi ideali politici. 

Inoltre, furono importanti nella formazione letteraria dell’autore tre ambienti: quello siciliano, pieno di suggestioni magico-popolari, quello romano, che lo avvicina a Luigi Capuana e quello tedesco, dove scoprirà Nietzsche e Freud

Poetica 

Nel 1889 pubblica la sua prima opera: la raccolta poetica, Mal Giocondo. Nel 1904 l’autore pubblicò sulla rivista Nuova Antologia Il fu Mattia Pascal. In questo romanzo troviamo i tratti caratteristici delle sue opere: come l’umorismo, la derisione della borghesia, la presenza della psicoanalisi, la teoria delle maschere nello stesso individuo ed il relativismo. Tra le altre opere si ricordano: L’Esclusa (1901), Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1916/1925), Sei personaggi in cerca d’autore (1921), Enrico IV (1922), Novelle per un anno (1922), Ciascuno a suo modo (1924), Uno, nessuno e centomila (1925), Questa sera si recita a soggetto (1930) ed i Giganti della montagna, pubblicata postuma (1937).

Prima edizione de Il fu Mattia Pascal (immagine via pirandelloweb.com)

L’eredità pirandelliana 

Insieme a Franz Kafka, Robert Musil e James Joyce, Luigi Pirandello introdusse un nuovo approccio al racconto breve e al romanzo, liberandolo dalle arretratezze del romanzo ottocentesco. Infatti, se l’impalcatura esterna continuò a sembrare tradizionale, i contenuti inseriti furono quelli delle avanguardie del primo Novecento: l’Espressionismo e il Surrealismo. Infine, ancora oggi le opere dello scrittore siciliano, continuano ad essere studiate e tradotte in tutto il mondo. 

 

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Pearl Harbor: le Hawaii in fiamme sotto l’attacco giapponese

L’evento

Il 7 dicembre 1941 il Giappone attaccò la base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii. Si trattò di un pesante colpo per gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, tanto che, dal giorno successivo, gli USA, neutrali fino a quel momento, entrarono in guerra.

Prima dell’attacco

Gli U.S.A all’inizio del conflitto non presero parte alle ostilità, ma si dichiararono dalla parte della democrazia, mettendosi indirettamente contro l’Italia, la Germania ed il Giappone.

La situazione precipitò quando quest’ultimo invase Saigon, una regione dell’Indocina francese, il 24 luglio 1941. Gli Stati Uniti, sentendosi minacciati, risposero con il blocco delle esportazioni di materie prime verso il Giappone, che ne era carente.

A questo punto la potenza orientale decise di sferrare un attacco a tradimento alla base militare americana di Pearl Harbor. Difatti, non c’era stata alcuna dichiarazione di guerra contro gli Stati Uniti, tutto avvenne all’improvviso.

Veduta del porto di Pearl Harbor

L’attacco

L’offensiva giapponese incominciò all’alba del 7 dicembre 1941, esattamente alle 3:42, quando l’aviazione e la flotta imperiale nipponica entrarono nel radar della base di Pearl Harbor, nelle Hawaii. Lo stato di allerta venne diramato solo a partire dalle 7:58 dal capitano Logan Ramsey.

L’assalto si protrasse fino al pomeriggio con la sconfitta degli U.S.A, che non seppero organizzare una controffensiva adeguata. I giapponesi, invece, guidati dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto riuscirono a danneggiare gravemente le navi ancorate al porto e a distruggere ben quattro corazzate (navi da guerra con un rivestimento, o meglio corazza, in acciaio o ferro), ovvero la California, la Nevada, l’Arizona e l’Oklahoma che si capovolse. La United States Pacific Fleet ne uscì semidistrutta. I danni furono ingenti a causa dei molteplici incendi che si svilupparono; soprattutto fu elevato il numero di vittime e feriti tra soldati e civili. Si contano circa 2403 militari e 57 civili tra i morti. Fortunatamente, i portaerei non trovandosi nella base hawaiana, vennero risparmiati.

L’U.S.S. Shaw, uno dei cacciatorpedinieri americano, avvolto dalle fiamme (immagine via New York Times)

Dopo l’attacco

La manovra aggressiva del Giappone ebbe l’effetto di rompere la non belligeranza statunitense. Gli Stati Uniti, infatti, l’8 dicembre 1941 dichiararono guerra al Giappone e ai suoi alleati. Di contro l’Italia e la Germania si schierarono contro gli americani. Ormai era diventato un conflitto di portata mondiale. Non solo.

Gli americani non dimenticarono mai quanto successe a Pearl Harbor e verso la fine della Seconda Guerra, per far arrendere il Giappone, sganciarono l’arma più spaventosa che l’uomo avesse mai visto: la bomba atomica.

In copertina: la corazzata americana Arizona completamente distrutta dai bombardamenti (immagine via Britannica.com)

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La battaglia di Zama e la fine della Seconda guerra punica

La guerra

Il 19 ottobre del 202 a.C. si svolse la battaglia di Zama che portò alla fine della Seconda guerra punica.

La guerra tra Roma e Cartagine andava avanti da circa sedici anni; iniziata per il controllo dei territori dell’Hispania, si estese su più fronti, fino alla penisola italica.

Busto di Publius Cornelius Scipio Africanus scoperto nella Villa dei Papiri a Ercolano; metà I secolo a. C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

Dato l’enorme sforzo bellico ed economico, nel 204 a.C. il console Publio Cornelio Scipione propose un piano rischioso per porre fine alla guerra: attaccare direttamente Cartagine sul suo territorio, ripagando il generale Annibale della stessa moneta.

Il piano di Scipione

Il console puntava ad attirare le forze cartaginesi in Africa, allontanandole così da Roma.

E mentre il senato discuteva se appoggiare o meno l’ambizioso e rischioso piano, Scipione agiva in Africa cercando di strappare quanti più alleati a Cartagine. Il più importante risultato del console in queste trattative è sicuramente quello di aver portato dalla sua parte Massinissa (principe della Numidia) e la sua cavalleria.

Campagna africana di Scipione dal 204 al 203 a.C. Da: The Fall of Carthage: The Punic Wars 265–146 BC. di Adrian Goldsworthy

Il piano di Scipione ebbe successo: date le vittorie romane sul suolo africano, Annibale fece ritorno in patria.

La battaglia

La battaglia decisiva si svolse a Zama, vicino l’odierna Tunisi, dove le forze cartaginesi superavano quelle romane nonostante i rinforzi trovati.

Sul campo di battaglia, Annibale dispose i pachidermi in prima linea per rompere i ranghi romani, formati da tre linee di fanteria al centro e la cavalleria ai lati; la disposizione cartaginese era simile a quella romana ma più compatta.

Disposizione delle forze sul campo di battaglia

La strategia di entrambe le forze era quella di accerchiare il nemico, ma Annibale puntava di riuscirci prima grazie all’aiuto degli elefanti. Una volta iniziato lo scontro, i romani sfruttarono la debolezza dei pachidermi (si facevano prendere dal panico) attraverso il suono delle trombe e il lancio di giavellotti e pietre; come aveva previsto Scipione, gli elefanti tentarono di fuggire attraverso le linee romane che, essendo disposte in unità separate, non subirono danni. 

La battaglia di Zama di Henri-Paul Motte, 1890

Sfruttando il caos, la cavalleria romana attaccò i fianchi del nemico, portando alla ritirata dei cavalieri cartaginesi; questo aiutò la causa romana, perché la sua cavalleria poté volgersi su sé stessa e attaccare dalle retrovie la formazione cartaginese determinando l’esito della battaglia.

Questo evento causò il crollo della potenza cartaginese; Roma acquisì il controllo del Mediterraneo occidentale e di tutte le colonie cartaginesi in Spagna. La repubblica romana non fu tenera con Cartagine, imponendole non solo lo smantellamento della flotta, ma anche un pesante tributo che graverà sulle sue economie per circa cinquanta anni.

 

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19 ottobre 1434, nasce l’Università di Catania

La più antica università di Sicilia

È 19 ottobre 1434: il re di Spagna e Sicilia Alfonso di Trastámara, detto il Magnanimo, fonda il Siciliae Studium Generale. Ad autorizzarne la costruzione sarà la bolla pontificia emanata il 18 aprile del 1444 da papa Eugenio IV; grazie ad essa il Siculorum Gymnasium inizierà a tenere insegnamenti di Teologia, Giurisprudenza, Medicina e Arti liberali.

Eccoci dunque dinnanzi la più antica Università di Sicilia, un ateneo tra i più antichi e attualmente frequentati in Italia.

Ingresso monumentale del Monastero dei Benedettini, sede del dipartimento di Scienze Umanistiche

 

Un Ateneo, secoli di storia

Grazie ad alcune fonti epigrafiche sappiamo che la presenza di un Gymnasium caratterizzò la città di Catania a partire dal V secolo a.C. Dell’antica struttura purtroppo non rimane nulla, sappiamo solo che fu il terzo gymnasium per prestigio dopo Rodi e Cnido. Vittima di spolia, l’edificio fu smantellato per costruire il Castello Ursino.

La fondazione di un’università a Catania matura nuovamente tra il 1434 e il 1444, come risarcimento alla città per il trasferimento della capitale di Sicilia a Palermo. In origine esistevano tre facoltà, caratterizzate da due insegnamenti l’una: Teologia, GiurisprudenzaMedicina. Il rapido crescere dell’università permise l’apertura della facoltà di Arti Libere e l’inserimento di nuovi insegnamenti nei principali dipartimenti.

I corsi vennero inizialmente tenuti presso alcuni locali della Platea Magna o Piano di Sant’Agata, ossia l’odierna Piazza Duomo: a fianco della Cattedrale, con l’annesso Seminario, e del palazzo del Comune. Con la distruzione dei locali (a causa del terremoto prima e della sistemazione della piazza poi), per molti anni l’Università ebbe sede mobile, ospite per lo più in luoghi privati, civili ed ecclesiastici. La costruzione del nuovo palazzo dell’Università fu completata soltanto intorno al 1760. La piazza preposta ad ospitare la nuova sede, tradizionalmente nota come Piazza della fiera del lunedì, prese il nome di Piazza degli Studi, oggi Piazza dell’Università.

Palazzo Università, piazza dell’Università a Catania

Siciliae Studium Generale

Fino al XIX secolo gli studenti provenivano dall’intera Sicilia. Catania fu per quasi quattro secoli l’unica università del regno di Sicilia: questo permise all’ateneo di godere della privativa, ossia del privilegio esclusivo di rilasciare lauree nel Regno di Sicilia.

Lo Studio venne più volte riformato: nel 1873 fu soppressa Teologia e, a seguire, furono riorganizzate tutte le altre facoltà. Gli attuali dipartimenti sono di istituzione novecentesca.

Anche la figura stessa del rettore mutò. Inizialmente, come in uso in tutte le antiche università, la carica veniva eletta tra gli studenti dell’ultimo anno e aveva il compito di proteggere e giudicare gli studenti stessi. Nel 1779 venne abolita per essere ripristinata solo nel 1840 con sostanziali cambiamenti. Il rettore novecentesco è ora un professore posto al vertice del governo dell’Ateneo.

Sigillo storico dell’Università di Catania

 

Unict, Università degli studi di Catania 

Ad oggi sono circa 40 mila gli studenti iscritti all’Università degli studi di Catania. Presenta un’offerta di 104 corsi di studio, suddivisi tra triennali, magistrali e a ciclo unico, cosi come presenta 20 corsi di dottorato di ricerca ed oltre 30 master. L’Ateneo permette inoltre l’iscrizione presso le scuole di specializzazione per medici, archeologi, fisici e specialisti delle professioni legali. L’organizzazione della didattica è affidata a 17 dipartimenti, tra questi abbiamo il Dipartimento di Scienze Umanistiche (DiSUm), situato all’interno di uno dei gioielli del patrimonio culturale siciliano, il Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena.

Patrimonio mondiale dell’Unesco, l’edificio monastico nasce nel 1558 e fu più volte sconvolto da calamità naturali. Distrutto e ricostruito, si sviluppa fino ai giorni nostri conservando tracce evidenti di ogni sua fase. Il Monastero è un luogo unico, un monumentale testimone, in grado di raccontare le vicende umane e storiche di Catania e di Monte Vergine. Oggetto di continui studi e scavi, il complesso custodisce sotto di sé i resti di una domus romana e tracce di Katane, la Catania Greca.

Resti di domus, età romana, Monastero dei benedettini di San Nicolò l’Arena

Articolo a cura di Chiara Ansini ed Eliana Fluca.

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7 ottobre 1571: quando la battaglia di Lepanto diede origine alla festa della Madonna del Rosario

I protagonisti dello scontro

Combattuta quasi mezzo millennio fa, la Battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 fu uno degli scontri navali più intensi della storia moderna, nel contesto della Guerra di Cipro. Protagoniste furono le flotte cristiane, organizzate dalla Lega Santa (una coalizione militare voluta da papa Pio V a seguito dell’attacco turco a Cipro), contro le flotte musulmane dell’Impero ottomano. La Lega Santa era formata dalle forze navali della Repubblica di Venezia, dell’Impero spagnolo (con il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia), dello Stato Pontificio, della Repubblica di Genova e di vari Ducati e Granducati della penisola

Ruolo cruciale in questo avvenimento venne giocato dalla città di Messina, da cui partì la spedizione della Lega Santa. Il 16 settembre 1571, infatti, Messina si svegliava con lo sguardo alle circa 230 galle della flotta cristiana pronte a partire alla volta di Cipro.

Targa commemorativa a Messina

Propagandato come simbolo della vittoria cristiana contro i turchi, lo scontro di Lepanto viene inconsapevolmente ricordato ancora oggi dalla comunità cristiana tutta, poiché ha dato origine alla celebrazione della festa della Madonna del Rosario, in data 7 ottobre, appunto.

Vessillo della Lega Santa

L’imponente battaglia di Lepanto

Il comando fu preso dalla Lega Santa, decisa a contrastare la flotta nemica del sultano Selim II. La battaglia navale ebbe luogo nelle acque del golfo di Patrasso, presso Lepanto il 7 ottobre 1571, con un massiccio dispiegamento di forze. La Lega contava infatti più di 200 galere e 6 galeazze fornite dai diversi componenti della Lega.

La flotta della Lega era comandata da Giovanni d’Austria, fratello illegittimo del re di Spagna Filippo IIInsieme a lui, anche il figlio del duca della RovereFrancesco Maria II, a capo della flotta del ducato d’Urbino. Anche la flotta ottomana contava circa 200 navi, quasi tutte galee, aventi però meno armamenti rispetto alle potenze occidentali; queste erano guidate, sul fronte destro, dall’ammiraglio Mehmet Shoraq, detto Scirocco, e dal comandante supremo Alì Pascià; sul fronte sinistro, invece, era impegnato Uluč Alì, apostata di origine calabrese convertito all’islam.

Gli schieramenti della battaglia in una riproduzione del geografo Ignazio Danti (XVI sec.), Galleria delle carte geografiche del Vaticano

La flotta cristiana contava, secondo le fonti, più di 35.000 combattenti addestrati (comprendenti soldati, marinai e archibugieri) a cui si aggiungevano circa altri 30.000 uomini tra gli addetti alle navi e rematori, tutti, verosimilmente, muniti di armi all’occorrenza. Quella ottomana, invece, aveva un numero sensibilmente inferiore di uomini a disposizione: tra i 20.000 e i 25.000 uomini, compresi i giannizzeri, la fanteria dell’esercito privato del sultano ottomano.

La vittoria della cristianità

Le prime ore della battaglia vedevano un vantaggio della flotta ottomana. Secondo le fonti, intorno a mezzogiorno, cambiato il vento, cambiarono anche le sorti dello scontro a favore delle forze cristiane, vincitrici della battaglia. Sotto il comando di Don Giovanni d’Austria, la Lega Santa ebbe la sua prima storica e clamorosa vittoria contro il potentissimo Impero: 117 galee vennero affondate, 130 catturate.

La vittoria della Lega Santa ebbe, prevalentemente, un’importanza psicologica. I turchi, infatti, fino a quel momento avevano goduto di un periodo florido, di continua espansione e di numerose vittorie nei conflitti contro i cristiani d’oriente. La vittoria della battaglia di Lepanto segnava, quantomeno nelle menti cristiane del tempo, la vittoria del cristianesimo sull’islam. Tuttavia, l’importanza di tale vittoria rappresentava più un simbolo di ciò a cui aspirava la cristianità, anziché una supremazia religiosa vera e propria.

Battaglia di Lepanto, Andrea Michieli detto Vicentino, 1580 circa; dipinto a olio per Palazzo Ducale, Venezia

I turchi, infatti, continuarono le proprie espansioni senza trovare più la Lega Santa a contrastarli. Già nel periodo successivo alla battaglia di Lepanto, i turchi avevano ottenuto, tra le altre isole, anche Creta, strappandola ai veneziani. La Lega, infatti, non aveva né il potere né la coesione di contrastare l’espansionismo musulmano. Vi erano infatti profonde divisioni politiche tra le stesse potenze cristiane d’Europa, a seguito della morte di Pio V (1572). La stessa Venezia preferì stringere accordi di pace con gli stessi ottomani (rinunciando così a Cipro), in cambio di sicurezza commerciale (1573).

Nostra Signora della Vittoria

Nonostante la notizia della vittoria non fosse giunta a Roma prima di una ventina di giorni, secondo una leggenda Pio V, allo scoccare del mezzogiorno del 7 ottobre 1571, avrebbe dato ordine di suonare le campane per la vittoria a Lepanto grazie all’intercessione della Vergine Maria. Fondamentale, quest’ultima, per le sorti della battaglia, al punto che Pio V decise di dedicare la giornata del 7 ottobre alla Nostra Signora della Vittoriaauxilium christianorum.

In seguito, fu Gregorio XIII, succeduto a Pio V, a trasformare la celebrazione in Nostra Signora del Rosario, per celebrare l’anniversario della vittoria di Lepanto ottenuta grazie all’Aiuto dei Cristiani.

Allegoria della Battaglia di Lepanto, Paolo Veronese, 1571; Galleria dell’Accademia, Venezia

L’intento era, dunque, quello di rendere la vittoria, simbolicamente, il trionfo dell’Europa cristiana contro l’invasione musulmana. Una vittoria utile più a risollevare gli animi in prospettiva di future battaglie cristiane contro il nemico turco o qualsiasi altro rivale.

In copertina: Battaglia di Lepanto, National Maritime Museum, Greenwich, Londra.

 


Articolo a cura di Oriana Crasì ed Eliana Fluca