In un clima ormai stabilizzato di risveglio nell’ambito della valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale, tira una nuova aria anche per gli ambienti polverosi e bui di un gioiellino, simbolo d’identità e storia, nel cuore azzurro della Sicilia. Stiamo parlando della Tonnara di Favignana (TP), nota anche come ex Stabilimento Florio; la Tonnara potrebbe riaprire le porte ai turisti, dopo una serie di verifiche e migliorie per garantirne la corretta fruizione, in modo completamente ecosostenibile. Nei giorni scorsi, nell’ex Stabilimento Florio, si è svolta la campagna di rilevamento di eventuali criticità all’interno dello stabilimento. Campagna che opera all’interno di un ampio progetto: il progetto Ideha.
La pesca del tonno a Favignana (TP) – foto: Corriere.it
Il progetto Ideha, cos’è e cosa comporterà per la Tonnara di Favignana
Il progetto Ideha – Innovazioni per l’elaborazione dei dati nel settore del Patrimonio Culturale, vede il Consiglio Nazionale delle Ricerche come ente capofila, coordinato dall’Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale della sede di Catania (ISPC-CNR). Si pone come obiettivo l’individuazione di metodi innovativi e sostenibili di conoscenza, conservazione, fruizione e governance partecipata dei beni museali. La prima parte del progetto consiste nel rilevare e risolvere le criticità strutturali della Tonnara, luogo fortemente identitario per il territorio. La seconda parte del progetto riguarda la valorizzazione e fruizione della Tonnara, che potrà tornare a ospitare turisti e curiosi da ogni dove.
La Tonnara di Favignana (TP) – foto: Wikimedia
Un progetto a lungo termine
«L’eccezionale valore culturale dell’ex Stabilimento Florio – sottolinea l’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Alberto Samonà – impegna da due decenni l’Amministrazione Regionale in un programma di interventi di restauro, ancora non concluso. Le operazioni riguarderanno a breve i macchinari e le aree retrostanti e quelle prossime all’imbarcadero. Nello stesso tempo, le campagne di indagini subacquee condotte dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, continuano ad arricchire la splendida collezione di rostri ed elmi della Battaglia delle Egadi; impreziosiscono i percorsi espositivi, popolati da testimonianze archeologiche del mare, collezioni fotografiche d’autore e installazioni di arte contemporanea. Il progetto condotto dal CNR ci offre preziosi strumenti e interessanti dati informativi su un luogo molto importante per la storia economica e culturale della Sicilia. Bisogna attuare un programma di gestione efficace che ci consenta di effettuare una corretta manutenzione e gestione sia della struttura che del patrimonio immateriale custodito».
L’assessore Alberto Samonà e altri esperti durante il sopralluogo alla Tonnara di Favignana (TP)
La Tonnara deve la sua grandezza alla famiglia Florio, che la acquistò nel 1841 da una famiglia genovese. Successivamente, la Tonnara, che serviva solo per la mattanza dei tonni, venne ampliata e vi fu aggiunto lo stabilimento per la lavorazione del tonno. Fu proprio lo stabilimento Florio il primo a conservare il tonno sott’olio. Se vi siete mai chiesti chi ha inventato il tonno in scatola, saprete adesso che a farlo furono i proprietari di questo piccolo gioiellino, che arricchirà presto l’elenco delle bellezze da visitare sull’isola di Favignana.
Le caratteristiche scatolette di tonno Florio
In copertina: l’interno dell’ex Stabilimento Florio, Tonnara di Favignana (TP) – foto: Archeologia Industriale.
Domenica 20 giugno 2021, tra le acque ricche di storia che circondano l’Isola delle Femmine (PA), si è svolta la giornata conclusiva del progetto S.UND.A.I. (Sustainable Underwater Archaeological Itineraries project). Il progetto, la cui finalità è rendere fruibile il patrimonio culturale sottomarino tramite una serie di itinerari archeologici subacquei con impatto zero sull’ambiente, ha ottenuto riconoscimenti come EU Green Week e European Maritime Day in My Country, entrambe iniziative annuali della Commissione Europea per gli Affari Marittimi e la Pesca. La realizzazione di un itinerario subacqueo, che rispetti i canoni di sostenibilità ambientale, è opera della collaborazione tra LAS – Laboratorio di archeologia subacquea del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.
Come si crea un itinerario archeologico subacqueo?
Il mar Mediterraneo è uno scrigno prezioso di reperti archeologici di ogni epoca, testimonianze del passaggio di civiltà diverse che lo hanno solcato, arrivando nelle nostre coste. Anche le acque basse sono dei potenziali punti d’interesse. Ed è proprio dai fondali bassi che parte il progetto. Dopo aver individuato i punti d’interesse archeologico e culturale, si procederà con l’installazione di pannelli descrittivi che ne raccontano la storia. Questi pannelli, insieme alle corde e alle boe di segnalazione, saranno costruiti in materiali ecosostenibili. La lotta per la cultura si unisce alla lotta contro l’inquinamento del mare, una realtà troppo tristemente diffusa che sta martoriando acque e fondali di tutto il mondo.
Installazione dei pannelli descrittivi vicino a resti di colonne nei fondali di Marzamemi (SR) – foto: MeteoWeb
L’itinerario archeologico subacqueo dell’Isola delle Femmine (PA)
L’isola delle femmine sarà il prototipo dal quale il Progetto prenderà il via. Le sue acque, infatti, custodiscono testimonianze del passaggio della civiltà romana e di quella bizantina. Alla giornata conclusiva del S.UND.A.I. era presente l’assessore regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana Alberto Samonà che ha espressoparole ricche di fiducia nel progetto:
«La possibilità di far conoscere i nostri tesori sommersi, proteggendoli da attività predatorie dei cosiddetti tombaroli del mare e dall’inquinamento ambientale nel rispetto del paesaggio marino, è l’obiettivo che il Governo regionale realizza attraverso la Soprintendenza del Mare. Il progettoS.UND.A.I. ha il merito di riconoscere e valorizzare a livello internazionale un impegno portato avanti nel compimento di un’attività sostenibile di conoscenza e tutela del mare, trasmettendo all’Europa e a tutti una buona pratica».
L’assessore Alberto Samonà
La fruizione degli itinerari archeologici subacquei
Nell’ambito del Progetto, seguendo il tema dell’inquinamento Zero, saranno migliorate anche l’archeo-snorkeling e l’archeo-apnea in acque basse (fino a 10 metri di profondità); si tratta di buone pratiche per un migliore approccio al mare e al suo mondo. Il Progetto mira a portare, inoltre, benefici riguardo all’implementazione di pratiche di sostenibilità nelle strutture subacquee presentando nuovi strumenti applicabili ovunque.
Un grande passo in avanti per l’archeologia e per la fruizione del patrimonio culturale che potrà essere esplorato nella cornice meravigliosa che è il nostro mare. Alla bellezza si aggiunge altra bellezza. Alla cultura si aggiunge il senso di responsabilità nei confronti di un mondo che abbiamo condiviso con civiltà oramai scomparse, da cui abbiamo ereditato tanto e la cui memoria abbiamo l’obbligo di preservare. Così come abbiamo l’obbligo di preservare lo stesso mare che ne ha custodito i segreti per secoli.
Itinerario archeologico subacqueo a San Vito Lo Capo (TP) – foto: MeteoWeb
A Segesta (TP) si è appena conclusa l’ultima campagna di scavi, condotta in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa. I risultati delle ricerche sono stati soddisfacenti e i nuovi ritrovamenti hanno aggiunto un importante tassello per la ricostruzione di alcuni aspetti del periodo ellenistico-romano della città: nuovi elementi per quanto riguarda la partecipazione attiva dei membri di spicco della comunità. Il ritrovamento di due iscrizioni greche, infatti, ha permesso di risalire ai nomi di alcuni benefattori che hanno finanziato la costruzione di opere pubbliche. Inoltre, Segesta sarà presto tra i set del prossimo film su Indiana Jones.
Segesta (TP), l’area dell’ingresso monumentale all’agorà, oggetto di indagine nell’ultima campagna di scavo (foto: Regione Siciliana)
Il monumentale ingresso all’agorà di Segesta e lo “sponsor” del committente
Le indagini si sono concentrate sul versante meridionale della grande piazza, circondata da un portico monumentale che chiudeva l’agorà. La piazza era stata costruita nel II secolo a.C., seguendo i modelli urbanistici e monumentali diffusi nelle città di tutto il Mediterraneo. In particolare, gli archeologi si sono concentrati sulla zona dell’ingresso monumentale che portava all’agorà.
Il Parco archeologico di Segesta (TP) – foto da: Rossella Giglio
«Un’iscrizione greca, scoperta presso la porta, arricchisce il quadro delle testimonianze di evergetismo, di munificenza per la comunità, della Segesta ellenistico-romana: vi compare lo stesso nome che era iscritto su una base di statua nel teatro di Segesta, forse quello del suo finanziatore. Diodoro dedica qui la statua di suo padre Tittelo, che era stato ginnasiarca e aveva a sua volta finanziato la costruzione di un edificio per i giovani della città. Tutte queste testimonianze mostrano chiaramente il ruolo che avevano le grandi famiglie nella storia della Sicilia antica». Commenta così il professore Carmine Ampolo, emerito della Scuola Normale, presente alla chiusura della campagna di scavo.
Il professore Carmine Ampolo e la direttrice Rossella Giglio al momento del ritrovamento dell’iscrizione a Segesta (TP) – foto: Rossella Giglio
La seconda iscrizione era incisa sulla base di una statua
«Era la base ben conservata e leggibile – spiegano gli archeologi – di una delle statue fatte innalzare da questo personaggio, già noto per aver eretto la statua della sorella, sacerdotessa di Afrodite Uranìa, rinvenuta presso il tempio dorico nel XVII secolo».
Una campagna fruttuosa, i cui esiti sono stati illustrati in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato la direttrice del Parco archeologico di SegestaRossella Giglio, l’assessore dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana Alberto Samonà, e il team di archeologi, docenti e studenti, provenienti dall’Università di Pisa e dalla Scuola Normale Superiore.
L’assessore Alberto Samonà con la direttrice Rossella Giglio sugli scavi di Segesta (TP)L’assessore Alberto Samonà nel Parco archeologico di Segesta (TP) – foto: Regione Siciliana
Segesta sarà presto meta di un altro archeologo: arriva Indiana Jones
I riflettori rimangono accesi su Segesta e non sono soltanto quelli della ricerca. Tra i veri professionisti del mestiere potrebbe presto aggirarsi un “impostore”. Si tratta dell’archeologo più famoso del cinema:Indiana Jones! Indiana tornerà nel 2022 con il quinto capitolo della fortunata saga diSpielberg. L’inizio delle riprese a Segesta è previsto tra settembre e ottobre 2021. In questo periodo, i visitatori del Parco potrebbero trovarsi faccia a faccia con Harrison Ford e Brad Pitt.
Scena dall’ultimo film di Indiana, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008)
Segesta torna quindi a far parlare di sé e noi non vediamo l’ora di saperne di più sulla sua vera storia e di vederne l’infinita bellezza sul grande schermo!
21 Aprile 753 a.C., una data attorno alla quale mito e storia si fondono per dare vita alla leggenda sulla nascita di una delle più grandi città che il mondo abbia mai conosciuto: Roma. Attraverso le fonti letterarie ripercorreremo le vicende che portarono alla nascita dell’Urbe e grazie all’archeologia vedremo quanta verità si cela dietro la leggenda.
Le origini e il mito di Romolo e Remo
Plutarco e Tito Livio sono solo alcuni dei grandi scrittori del passato che hanno dedicato le loro opere al mito della fondazione di Roma, indissolubilmente legata alla leggenda di Romolo e Remo.
Tralasciando le origini dei due Gemelli, la storia della fondazione inizia quando Romolo e Remo, con il permesso del nonno Numitore (ritornato sul trono, usurpato dal fratello, grazie all’intervento dei due giovani) lasciarono la loro città natale, Alba Longa, per tornare sulle rive del Tevere dove erano cresciuti. Qui i due gemelli avrebbero fondato una nuova città. C’era tuttavia il problema di stabilire quale nome attribuire alla città e chi tra i due fratelli avesse il diritto a regnarvi.
Tito Livio ci racconta come fu risolta la faccenda:
“Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino” (Livio, Ab Urbe Condita, Libro I).
Secondo la leggenda, dall’alto dei due colli, i due fratelli avrebbero dovuto guardare verso est, dove sorgeva Alba Longa. Da quel punto gli dei avrebbero mandato un segno che avrebbe legittimato il futuro re. E da est arrivò il primo presagio: Remo vide sei avvoltoi volargli sul capo, ma nello stesso momento Romolo ne vide addirittura dodici. Così gli dei avevano deciso: Romolo sarebbe stato il re.
La fondazione della città sul Palatino
Ottenuto il favore degli dei, dopo aver scelto il Palatino come luogo di partenza, Romolo si preparò ad effettuare il rituale di fondazione e a tracciare il perimetro della città nascente. Plutarco descrive il momento in maniera dettagliata:
“Romolo fissò all’aratro un vomere di bronzo, vi aggiogò un bue e una vacca e li guidò lui stesso, tracciando un profondo solco nel perimetro da lui stabilito. Là dove intendevano collocare una porta estraevano il vomere e sollevavano l’aratro in modo da lasciare un intervallo nel solco”. (Plutarco, Vita di Romolo)
Sempre Plutarco racconta che, dopo aver tracciato il solco che avrebbe designato il confine della città, al suo interno furono apposte le pietre di fondazione per le mura. Nacque così quel confine sacro e inviolabile che prese il nome di Pomerium. Per aggiungere sacralità all’evento fu sacrificata una bambina e sepolta in prossimità del Pomerio. Era nata la città di Roma, il cui rituale di fondazione divenne il modello seguito da tutte le future città fondate dai Romani.
Romolo traccia i confini di Roma, Annibale Carracci (1520)
La leggenda di Roma: l’archeologia potrebbe confermare o ribaltare il risultato
Una data precisa, due gemelli allattati da una lupa e cresciuti dai pastori in una capanna, un circuito murario e un sacrificio umano, un piccolo villaggio di nome Roma nato sul Palatino e governato da un unico re. Gli scrittori romani sembrano essere tutti d’accordo sulle vicende che portarono alla nascita della Città Eterna e non hanno alcun dubbio a riguardo. Ma, quanto questa “favola” è riuscita a convincere l’archeologia? La risposta è: tanto. Parola di Andrea Carandini, che durante gli scavi sul Palatino nel 2005 fece alcune tra le scoperte più importanti della Roma dei re.
Il sacrificio della bambina durante il solco di fondazione
Sulle pendici del Palatino venne scavata una sepoltura contenente i resti di una bambina uccisa e sepolta con il suo corredo. Una tazzina del corredo permise di datare la sepoltura tra il 775-750 a.C., una data incredibilmente vicina a quella attribuita alla fondazione della città da parte di Romolo. Nell’avvallamento tra il colle Palatino e il colle Velia, Carandini e la sua squadra trovarono i resti di un muro datato tra il 750-700 a.C, che prese il nome di “Muro di Romolo”.
Il “Muro di Romolo” tra il colle Palatino e il colle Velia
Le capanne dei re e il tempio di Vesta
Sotto il Palatino gli archeologi scavarono i resti di alcune capanne: focolari, piani cottura e buche di palo che furono datati all’VIII secolo a.C. Questi si trovavano nei pressi del tempio dedicato alla dea Vesta, già scavato nel 1987. All’interno del tempio di Vesta furono rinvenuti i resti di un edificio precedente, databile anche questo all’VIII secolo a.C. Sebbene si trattasse di un edificio grande e con una corte esterna (degna dimora di una personalità importante), la tecnica costruttiva restava rudimentale: ancora una volta, buche di palo che dovevano sostenere un tetto in paglia e muri in argilla secca tipici delle costruzioni di quel periodo. Questa costruzione venne attribuita a Numa Pompilio (754-673 a.C.).
Ricostruzione di una capanna dell’VIII sec. a.C. sul Palatino
Il “tugurium Romuli” o “casa di Romolo”
Si tratta di una capanna, identificata ancora una volta grazie alla presenza delle buche che servivano per alloggiarvi i pali a sostegno del tetto, di modeste dimensioni. Le fondazioni di questa struttura sono state datate all’Età del Ferro (900-700 a.C.) e la posizione sul colle Palatino potrebbe collegarla al primo e leggendario re di Roma, tanto da meritare appunto il nome di “Casa di Romolo”.
Una delle capanne rinvenute sul Palatino durante gli scavi di Carandini
Il Lupercale
Per concludere con i ritrovamenti che hanno permesso all’archeologia di dare credito alla leggenda, nel 2007 l’archeologa italiana Irene Iacopi annunciò che proprio sotto le pendici del Palatino, a 16 metri di profondità, gli archeologi avevano trovato una grotta, esplorata solo con una telecamera sonda, la cui volta era decorata a mosaici con al centro l’aquila di Augusto. Si tratta forse del luogo attribuito alla leggenda, divenuto poi un luogo di culto?
“Io sono un archeologo, cioè uno storico che si avvale prima di tutto delle cose fatte dall’uomo e di ciò che di esse è rimasto nel terreno. Ho avuto la fortuna di scavare per tanti anni nei luoghi citati dalla leggenda, dove Roma sarebbe stata fondata e dove avrebbero vissuto i primi re. Ho raccolto in questi scavi tante testimonianze materiali, esterne alla tradizione letteraria, eppure risalenti a quei tempi lontani e che richiamano quegli eventi e le azioni di quei leggendari personaggi. Ecco perché non credo che la leggenda sulle origini di Roma sia una favola, ma piuttosto una tradizione in cui verità e finzione sono entrambe presenti e intimamente mescolate” – AndreaCarandini.
Un nuovo componente arricchisce il Parco archeologico della via Appia antica: il Mausoleo di Sant’Urbano, dopo quattro anni di trattative, entra a far parte del patrimonio dello Stato italiano.
Da simbolo della cristianità a simbolo di deturpazione: la storia del Mausoleo di Sant’Urbano
Risalente al II secolo d.C. e situato nel IV miglio della Regina Viarum (la via Appia), il Mausoleo si presenta con una camera ipogea, che fungeva da sepolcro, e una sala superiore, che serviva alle cerimonie di culto. Una struttura monumentale, con mura alte più di dieci metri, eppure conosciuta da pochi, per lo più grazie alle fotografie in bianco e nero conservate negli archivi Alinari. Dell’edificio originale si conservano soltanto l’abside, le nicchie laterali e la scalinata d’accesso alla sala superiore.
Le modifiche strutturali nel corso dei secoli
Nel XIII secolo il mausoleo fu trasformato in una torre fortificata, il torrione dei Borgiani, i cui resti si distinguono nella parte superiore del monumento. Abbandonato nel corso dei secoli, il monumento venne modificato per usi impropri: vi furono installati forni, barbeque e piscine, che ne hanno compromesso, negli anni, il valore storico. Una prima indagine archeologica venne effettuata alla fine dell’Ottocento da Rodolfo Lanciani e dai fratelli Giambattista e Bernardo Lugari, che avevano acquistato il terreno dal principe Alessandro Torlonia.
La lunga trattativa dello stato per l’acquisto del Mausoleo
In questi giorni si è conclusa una trattativa iniziata nel 2017. L’acquisizione del Mausoleo di Sant’Urbano da parte del Parco è l’inizio di un percorso che aprirà ai cittadini questo sito straordinario, arricchendo così l’esperienza di visita della più grande area archeologica al mondo, ha dichiarato il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che quattro anni fa aveva dato impulso alla trattiva di acquisizione.
La trattativa non è stata semplice: per poter perfezionare la cessione è stato necessario concordare con la proprietà, riferita all’avvocato Gianfranco Anzalone – la trattativa è stata portata avanti dalla vedova Marisa Antonietta Gigantino – consistenti lavori di ripristino, che hanno portato all’individuazione e all’eliminazione delle manomissioni all’interno dell’area.
Il futuro del Mausoleo all’interno del Parco dell’Appia Antica
Sono particolarmente felice di aver potuto siglare oggi l’atto definitivo che consegna al nostro Istituto il sepolcro, ha dichiarato il direttore del Parco dell’Appia Antica, Simone Quilici. È una buona notizia che ravviva un momento complicato per tutti. Il mausoleo è diventato negli anni un simbolo della deturpazione e degli abusi che in questa zona erano impunemente perpetrati a danno dei beni culturali… Con questo nuovo acquisto avremo non solo modo di poter studiare a fondo l’edificio e acquisire dati scientifici rilevanti, ma potremo anche restaurare e restituire alla cittadinanza e alla fruizione pubblica un nuovo spazio verde, in uno dei tratti più suggestivi della via Appia Antica: un luogo davvero spettacolare che ha ancora molto da raccontare.
Tracce di malaria sulle ossa di neonati del V secolo d.C. potrebbero spiegare perché Attila e i suoi uomini tornarono indietro invece di avanzare verso Roma.
Lugnano in Teverina (Terni), 450-452 d.C. circa
Nei magazzini, ormai in disuso, di una villa romana d’età augustea sorge un cimitero. 58 corpicini, appartenenti a feti abortivi o a neonati con pochissimi mesi di vita, vengono sepolti quasi simultaneamente. Negli stessi anni, Attila, vicinissimo a conquistare Roma, sulle rive del Po decide di rinunciare all’impresa e tornare indietro verso il Danubio. Riguardo alla decisione di Attila, tante sono le ipotesi ma nessuna risposta soddisfacente a spiegarne le motivazioni. Che il Flagello di Dio abbia avuto paura di un altro flagello che stava già seminando “terremoto e terrore” in Europa?
Operazioni di scavo nella villa di I secolo d.C. di Poggio Gramignano (TR)
La risposta potrebbero rivelarla proprio le ossa di quei corpicini scoperti nell’insediamento di Poggio Gramignano, a 5 km da Lugnano in Teverina.
L’epidemia di malaria che potrebbe aver fermato Attila
L’area cimiteriale infantile di Poggio Gramignano, risalente a metà del V secolo d.C., fu allestita probabilmente dopo un’epidemia di malaria. Tale circostanza è avvalorata dall’analisi del Dna eseguita su un frammento osseo di uno degli scheletri rinvenuti. Sono ancora in corso le analisi di altri 11 soggetti, il cui risultato, se confermato, potrebbe suffragare la tesi dell’epidemia, sostenendo ulteriormente le ipotesi sul ruolo attivo che la malaria avrebbe avuto nel proteggere l’impero dall’avanzata degli Unni, spingendo nel 452 d.C. Attila a ritirarsi, rinunciando di fatto ad avanzare su Roma.
Una collaborazione internazionale a Poggio Gramignano
Uno degli scheletri infantili provenienti da Poggio Gramignano (TR)
Tra gli obiettivi della ricerca – spiegano l’archeologo italiano Roberto Montagnetti e il collega David Pickel – c’è infatti quello di “far luce sull’effettiva portata, intensità e durata che questa epidemia può aver avuto e quanto essa possa aver inciso sulla storia delle popolazioni tardo-antiche altomedievali dell’Italia centrale”.
È prevista per ottobre 2021 la riapertura del Museo Regionale delle Scienze Naturali di Torino, con sede in via Giolitti. Una promessa fatta dall’assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Vittoria Poggio, che con entusiasmo assicura: La riapertura del Museo sarà uno degli appuntamenti più importanti del 2021. I lavori stanno proseguendo come previsto, si riparte certamente quest’anno.
La ristrutturazione del museo
Il museo è chiuso dal 2013, a causa dell’esplosione di una bombola all’interno del museo che ne aveva danneggiato alcune sale espositive. Due milioni sono stati stanziati dal Cipe e serviranno per completare i lavori di ristrutturazione, che continueranno anche dopo la riapertura al pubblico. Si lavorerà in particolare nei locali “Damantino”, che ospiteranno le collezioni di mineralogia, paleontologia e le collezioni zoologiche. Il programma di ristrutturazione terminerà con la riapertura delle sale “Arca” e del Museo Storico di Geologia.
Le vecchie e nuove esposizioni del Museo
A settembre, a dare il bentornato ai visitatori saranno le sale espositive dello “Spettacolo della Natura” presenti al piano terra. Ma il museo si arricchisce anche di nuove mostre permanenti. Nei locali del seminterrato, infatti, saranno inaugurate tre nuove mostre permanenti: “Estinzioni”, “Lupo” e “Minerali”.
Nel seminterrato troverà posto anche una nuova sala conferenze.
Fritz, l’elefante donato dal vicerè d’Egitto a re Carlo Felice. Alla morte dell’animale nel 1852,il corpo venne donato al museo.
Esposizione di minerali nelle sale del Museo di Scienze Naturali, Torino
Museo delle Scienze Naturali, Torino
Un particolare degli esemplari esposti nel Museo di Scienze Naturali, Torino
Il 1 marzo 2021 la tomba del Pater Patriae, Ottaviano Augusto, riaprirà le porte ai visitatori, dopo un restauro lungo 14 anni.
“Dal 1 marzo, giorno della riapertura, fino al 21 aprile, Natale di Roma, la visita sarà gratuita per tutti – ha detto la sindaca Virginia Raggi – e per tutto il 2021 sarà gratis per i romani. È un regalo che faccio ai miei concittadini. Invito tutti a prenotarsi”.
Dal 21 dicembre si potrà effettuare la prenotazione online, obbligatoria per visitare il monumento, sul sito mausoleodiaugusto.it. Le visite, della durata di 50 minuti, saranno effettuate dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle ore 16 (ultimo ingresso alle 15).
La riapertura del sito, un messaggio di speranza
“Il cammino per arrivare fino a qui è stato lungo”, ha detto la sindaca, “dalle fasi progettuali ai lavori di restauro vero e proprio fino agli interventi di musealizzazione che sta facendo Fondazione Tim. È un lavoro di squadra che in questi anni è andato avanti per restituire questo monumento ai romani e al mondo intero. È un grande regalo che vogliamo fare in un momento difficile. È un messaggio di speranza“.
La tomba dei Cesari
Anche noto come Augusteo, è un monumento funebre che ha custodito le spoglie del primo imperatore di Roma, della sua famiglia e di molti altri imperatori successivi. Fu fatto costruire da Ottaviano Augusto nel 29 d. C., all’indomani della battaglia di Azio, nella quale Ottaviano sconfisse Marco Antonio. Ci si chiede spesso cosa sarebbe successo se al posto di Augusto fosse stato Marco Antonio a ereditare il ruolo di Cesare. Marco Antonio, che era rimasto folgorato dall’Egitto e che aveva fatto di Alessandria la sua dimora e la capitale ideale del suo regno, avrebbe forse trasformato Roma in una città secondaria? Il centro del mondo si sarebbe forse trasferito in Oriente? Probabilmente è una domanda che anche i romani dell’epoca si posero. Augusto, appena tornato a Roma dopo la grande vittoria, ordinò subito la costruzione del luogo che un giorno avrebbe conservato i suoi resti. La costruzione della sua tomba, infatti, era proprio la risposta a queste domande: Roma era ancora la caput mundi e lo sarebbe rimasta. Con questa mossa Ottaviano sentiva l’esigenza di rassicurare il suo popolo, mettendo in chiaro fin da subito quale sarebbe stato il posto di Roma nel mondo.
Un monumento ispirato ai grandi mausolei d’Oriente
Tuttavia, forse, anche Augusto restò affascinato dal lontano Oriente ed è lo stesso mausoleo a dircelo. Lo storico Svetonio scrive che, durante la sua permanenza ad Alessandria d’Egitto, Ottaviano Augusto vide con i suoi occhi il mausoleo ellenistico di Alessandro magno, costruito a pianta circolare, dal quale prese ispirazione per il proprio mausoleo. Un altro monumento che potrebbe aver influenzato la scelta architettonica dell’Augusteo, è il mausoleo di Alicarnasso, fatto erigere da Artemisia per il re Mausolo, suo consorte. Inoltre, due obelischi furono posizionati davanti la porta d’ingresso, sui quali furono scritte le Res Gestae, affinché “le imprese del Divino Augusto” continuassero a vivere nella memoria dei cittadini dell’Impero.
La storia del Mausoleo nei secoli fino a oggi
Il primo ad essere sepolto all’interno del Mausoleo fu Marcello, nipote di Augusto, nel 23 a. C., quando il mausoleo non era ancora completamente finito. Seguirono poi Marco Vespasiano Agrippa, Druso maggiore, Lucio e Gaio Cesare. Augusto vi fu sepolto nel 14 d. C., seguito da Druso minore, Germanico, Livia e Tiberio. L’ultimo a esservi sepolto fu Nerva, nel 98 d. C.
Successivamente, Il monumento venne danneggiato nel 409, durante il sacco di Roma da parte dei Goti di Alarico. Nel Medioevo, il Mausoleo subì la stessa sorte di molti altri monumenti di epoca romana ormai abbandonati: venne spoliato dei preziosi marmi che lo rivestivano e la statua dell’imperatore, che sovrastava il monumento, venne fusa per fare delle monete; divenne una fortezza nel 1200 e fu trasformato in giardino pensile nel 1500; nel XVIII secolo divenne un teatro, un’arena per la corrida e un auditorium. Nel 1908 divenne una sala per concerti e, poi, nel 1932 tutte le modifiche strutturali subite nel corso dei secoli furono demolite. In questo modo il Mausoleo originale tornava alla luce: un monumento silenzioso e abbandonato nel cuore di Roma.
Non ci resta che attendere il 1 marzo 2021, giorno in cui si riapriranno le porte dell’ultima dimora del grande Princeps.
È giunta al termine la campagna di scavo che ha coinvolto la Via Alessandrina nei Fori Imperiali. Gli scavi hanno riportato in luce una nuova porzione della piazza del Foro di Traiano e numerosi reperti di età imperiale.
L’obiettivo delle operazioni
Le indagini archeologiche, iniziate nel marzo 2018, si sono concentrate sul tratto settentrionale di Via Alessandrina che collegava il Foro di Traiano al Largo Corrado Ricci.L’obiettivo dei lavori era quello di studiare le fasi di abbandono dei Fori in età tardo antica e l’insediamento medievale che si era installato proprio sulla piazza del Foro di Traiano a partire dal X secolo d. C. Inoltre, la demolizione di questo tratto stradale di circa 60 metri, che copriva una porzione della piazza del foro di Traiano, ha reso più leggibili i resti del Foro stesso, permettendo di vedere la connessione tra i Mercati di Traiano e la piazza del Foro.
L’esito delle indagini
Durante gli scavi sono emersi preziosi reperti di età imperiale: due teste in marmo, una identificata con il dio Dioniso, l’altra appartenente all’imperatore Ottaviano Augusto raffigurato in giovane età. Sono stati trovati oltre sessanta frammenti appartenenti al Fregio d’Armi del Foro di Traiano. Il tratto stradale celava anche i resti di un insediamento medievale, con case piccole e di modesta fattura, che a loro volta coprivano la pavimentazione originale del Foro di Traiano. Queste abitazioni poggiavano direttamente sui resti della piazza, la cui pavimentazione in marmo non è più visibile, probabilmente in seguito alle operazioni di spoliazione che hanno caratterizzato tutto il Medioevo. Lo studio delle strutture e dei reperti ha permesso l’acquisizione di numerosi nuovi dati, significativi per la ricostruzione della storia del centro monumentale della città di Roma.
La mostra permanente nei Mercati di Traiano
Le due teste di età imperiale, i frammenti del Fregio d’Armi e gli altri ritrovamenti sono stati mostrati per la prima volta al pubblico durante una videoconferenza venerdì scorso, alla quale ha partecipato anche la sindaca Virginia Raggi. Faranno parte di una mostra permanente al Museo dei Mercati di Traiano, in stretta connessione con il luogo del loro ritrovamento e della loro originaria appartenenza.
Il Foro di Traiano è un capolavoro dell’urbanistica romana di cui finora non si coglieva appieno la grandiosità. Oggi è più facile capire perché la costruzione fosse definita ‘degna dell’ammirazione degli dei, dichiara Maria Vittoria Marini Clarelli, Soprintendente Capitolina ai Beni Culturali.
Un importante atto di mecenatismo dall’Azerbaigian
L’Azerbaigian, che è un paese multietnico e multiculturale”, afferma Mammad Ahmadzada, Ambasciatore della Repubblica dell’Azerbaigian, “è sempre stato molto attento alle culture degli altri popoli e per noi è un dovere rispettare e tutelare i beni storico-architettonici e culturali in vari paesi del mondo. Il patrimonio di Roma appartiene all’umanità, e la città eterna, capitale dell’Italia, culla della civiltà, occupa un posto speciale nel cuore del mio paese”.
La scoperta è avvenuta durante i lavori di restauro nell’arcovolo 31 dell’Arena. Si tratta di una sepoltura in fossa semplice contenente uno scheletro in ottime condizioni di conservazione.
Dalle analisi preliminari effettuate sullo scavo, gli archeologi hanno stabilito che si tratta dello scheletro di una donna, deposta con le braccia conserte sul petto. Le ossa verranno portate in laboratorio, dove analisi più dettagliate potranno stabilire l’età della donna al momento della morte, le sue condizioni di salute e stile di vita. La datazione stratigrafica colloca la sepoltura tra il III e VI secolo d. C.
Sul posto anche il Sindaco di Verona
Il primo cittadino, Federico Sboarina, ha mostrato grande entusiasmo e interesse per il ritrovamento, che ha subito voluto visitarlo di persona. Ad accompagnarlo, l’archeologa Brunella Bruno, l’assessore ai lavori pubblici Luca Zanotto, il soprintendente Vincenzo Tinè e l’antropologa Irene Dori.
Ora è il tempo delle analisi approfondite – dice il sindaco – dopodiché sarà valutata la modalità migliore per valorizzare questo reperto e la sua collocazione, che potrebbe arricchire il percorso museale all’interno dell’anfiteatro che prenderà forma alla fine del cantiere.
Una scoperta eccezionale, ma non l’unica
Già nel 2014, proprio l’Arena di Verona aveva restituito altre sepolture, sempre collocate negli arcovoli di accesso all’arena. Si tratta di sepolture altomedievali, datate tra il VII e il IX secolo. La presenza di sepolture nei monumenti e nelle strutture pubbliche in disuso, fra l’età tardoantica e altomedioevale, è un fenomeno ormai ben noto in numerosi centri urbani e nella stessa Verona. «Basti pensare alle sepolture impiantatesi alla metà del IV secolo nell’area del Teatro Romano e in molti altri siti. L’occupazione funeraria, in questo arco di tempo, caratterizzò anche altri anfiteatri, tra cui il Colosseo», dice la dottoressa Brunella Bruno, che dopo le sepolture del 2014 è tornata a occuparsi anche di quella scoperta nei giorni scorsi.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.